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domenica 3 marzo 2024

Modalità aereo

La sensibilità ecologica e la difesa dell'ambiente hanno sicuramente bisogno di personaggi di riferimento, meglio se famosi; ma cosa pensare quando il comportamento pratico di queste persone - a cominciare dai lunghi viaggi aerei - risulta dannoso per l'ambiente e, quindi, finisce per contraddire il messaggio che si vuole trasmettere ?
Ce ne parla Gaia Baracetti in questo pezzo appassionato, scritto per il sito americano The Overpopulation Projet (traduzione di Google).
LUMEN


<< C'è una forma di consumo eccessivo che non è riconosciuta come tale: i viaggi. Nessuno arriva in questo sito per vantarsi di una nuova auto o di una borsa di design, ma ci sono stati un paio di articoli ed e-mail private (...), in cui il viaggio è stato discusso come un piacere personale, non importa quanto lontano o frequente, o anche come un fatto positivo, come un modo per conoscere personalmente la difficile situazione in cui si trova il nostro pianeta.

Ma il fabbisogno energetico e infrastrutturale dei viaggi è gigantesco, per non parlare della conversione di habitat selvaggi in località turistiche, sia per le masse che per pochi fortunati, e persino lo spostamento delle popolazioni autoctone o la concorrenza con le loro attività economiche tradizionali.

Non solo il volo di per sé (lo sappiamo già tutti), ma il turismo e qualsiasi tipo di viaggio in quanto tale è uno dei maggiori inquinatori, dei maggiori consumatori di risorse e dei maggiori fattori di perdita di habitat, in cui l’umanità è impegnata ( e sì, questo include “ecoturismo”).

Ed è sorprendentemente elitario. Ciò potrebbe sembrare difficile da credere dal punto di vista di un cittadino benestante di un paese ricco per il quale una vacanza è una ricorrenza regolare e un diritto umano, ma la maggior parte degli esseri umani che vivono oggi sul pianeta non prendono mai un aereo, e molti viaggiano molto poco e solo localmente, spesso semplicemente a piedi. (...)

A differenza delle attività “cattive” comunemente individuate, come i soliti colpevoli di mangiare carne o bruciare qualcosa, viaggiare per piacere non è necessario per la sopravvivenza ed è esclusivo.

Il negazionismo climatico è una tattica disonesta utilizzata dalla lobby dei combustibili fossili e dai suoi alleati per proteggere i propri profitti, ma c’è un altro discorso, più insidioso, che scoraggia le persone dal sostenere buone politiche climatiche o ambientali: sottolineare l’ipocrisia degli ambientalisti di alto profilo.

La maggior parte degli attivisti per l'azione per il clima sono ipocriti. Ricordo la prima volta che ho avuto questa impressione: era con An Inconvenient Truth di Al Gore : perché questo ragazzo va in giro in un SUV ? Sembra che sia passato molto tempo e da allora le cose sono peggiorate moltissimo.

Da Bill Gates alla famiglia reale britannica, alle celebrità minori che segnalano virtù, sembra che chiunque ci dica, oggi, che dobbiamo fermare il cambiamento climatico, smettere di bruciare combustibili fossili, smettere di mangiare carne o salvare gli elefanti viva in un una villa, possiede un'isola o utilizza jet privati ​​per aggirare il traffico.

Le persone lo hanno capito rapidamente: non siamo stupidi e la maggior parte di noi aspetta solo scuse per non essere bravo quando ci costa qualcosa. E quale scusa migliore per non fare nulla se non rendersi conto che le persone che ti dicono di fermare questo e quello, in realtà non lo stanno facendo da sole?

Quando si parla di ambiente ho sentito questo argomento tantissime volte (…): “se il cambiamento climatico è un problema così urgente, perché gli scienziati prendono così tanti voli inquinanti per raccontarlo a noi e agli altri?" (…)

Che senso ha spendere enormi quantità di risorse per fare campagne sul cambiamento climatico o sulla crisi della biodiversità, quando sappiamo già che la soluzione richiede di accontentarsi di restare, sprecare meno e vivere in modo meno stravagante?

Ho provato un senso di soddisfazione personale quando, dopo che l’attrice francese Marion Cotillard ha dato il suo sostegno “assoluto” al movimento ambientalista Les Soulèvements de la Terre mentre stava affrontando un’azione repressiva da parte del governo francese, le persone si sono rivolte ai social media per esprimersi in termini coloriti. (…) Se c'è una cosa per cui i francesi sono famosi, è la loro scarsa pazienza con le buffonate delle loro élite.

Su Twitter ho trovato la stessa cosa: la celebrità dello sport Gary Lineker ha pubblicato un'immagine allarmante delle attuali temperature nell'Europa meridionale con la didascalia: “Sì, fa un po' caldo, ma è estate. Continuiamo a trivellare per trovare nuovo petrolio. In ogni caso, chi ha a cuore i nostri figli e il futuro dei loro figli?”.

Il commento più apprezzato è stata una raccolta di tweet di Lineker sui suoi voli e sulla situazione in vari aeroporti, con la didascalia: "Come diavolo fai a decollare con un aereo ogni settimana senza nuovo petrolio, Gary?" (…)

Non si tratta solo di un paio di celebrità sprovvedute.

Se sei un professore universitario, un avvocato, un ricercatore in qualsiasi campo della “sostenibilità”, soprattutto in Occidente; se lavori per una ONG, o Dio non voglia per un governo, o se possiedi o gestisci un'azienda di moda "sostenibile" o un'attività di commercio equo e solidale, è probabile che il tuo livello di consumo sia molto più alto di quello che sarebbe effettivamente sostenibile per un ambiente sano. pianeta anche se fossimo solo un paio di miliardi, e superiore alla media mondiale odierna. Molto probabilmente sei un 10% globale, se non l'1%.

Lo sai: hai viaggiato. Hai visto gli indigeni la cui terra è devastata; hai visto l'estinzione degli ultimi animali selvatici, l'innalzamento dei mari, il ritiro dei ghiacciai, le foreste in fiamme... Senti di essere in una posizione migliore per mettere in guardia gli altri da tutto questo, perché l'hai visto. Ma il semplice fatto di averlo visto ti rende parte del problema, non parte della soluzione.

Se questo viaggio fosse una tantum, un requisito inevitabile del tuo lavoro, o implicasse vivere in un posto per molti anni senza lasciarlo molto... abbastanza giusto. Ma sappiamo che la maggior parte delle volte non è così. E, ancora una volta, non si tratta solo di viaggiare in luoghi lontani. Sono le grandi case e le ristrutturazioni, le seconde case degli “amanti della natura”, i bei vestiti, l'auto, elettrica e non (…)

L’eccessiva disuguaglianza e il consumo eccessivo sono due dei principali ostacoli al raggiungimento di un pianeta vivibile per tutti. Il fatto che gli ambientalisti li ignorino è imperdonabile.

Oltre al cambiamento sistemico, abbiamo bisogno di azioni individuali per ispirare gli altri e mostrare ciò che è possibile. Se nessuno cerca di essere sostenibile adesso, come potremmo sapere come sarebbe uno stile di vita sostenibile ? >>

GAIA BARACETTI

domenica 21 gennaio 2024

Vegano ? No, grazie !

L'uomo, per sua natura, è un animale onnivoro, che mangia ogni tipo di alimento, ma può, con un modesto adeguamento (e senza risentirne), diventare vegetariano, cioè escludere dalla propria dieta la carne animale.
Esiste però una scelta alimentare ancora più impegnativa ed è quella del vegano, che rinuncia non solo alla carne, ma anche ad ogni tipo di alimento animale (latte, formaggio, uova, ecc.).
A questo argomento è dedicato il post di oggi, scritto da Gaia Baracetti per il suo blog, con la quale mi trovo in totale sintonia.
LUMEN
 
 
<< Potrebbe sembrare gratuito e controproducente prendersela con i 'vegani', quando il problema del pianeta è l’opposto: troppa gente mangia troppa carne o prodotti animali, e il numero di queste persone sembra destinato ad aumentare. Quindi chiarisco subito.

Generalmente, penso che le pratiche dei vegani contribuiscano a un mondo migliore, riducendo il consumo di risorse necessario per produrre carne, formaggi, uova e altri prodotti animali, e la sofferenza delle bestie, purché tengano conto anche di altri fattori nei loro consumi alimentari: chilometro zero, stagionalità, riduzione della dipendenza da cibi lavorati industrialmente, e così via.

Io sono grata ai vegani per le loro pratiche, ma contesto le loro filosofie. La mia tesi è che i vegani pecchino dell’antropocentrismo di cui fanno rimprovero ai non-vegani, e manchino di comprensione e rispetto nei confronti dello stesso mondo naturale ed extra-umano che dicono di voler proteggere.

Inoltre, con le loro campagne moraliste, spesso si comportano da crociati e da fanatici, e non comprendono le ragioni di chi non la pensa come loro, trattato da assassino e peccatore. Nel peggiore dei casi, mettono una vita umana sullo stesso piano di una vita animale, svilendo la prima e non capendo il senso della seconda.

La mia obiezione principale ai vegani è quindi questa: non si può pensare che l’uccisione di un animale sia una cosa sbagliata. Non lo si può pensare perché è la legge fondamentale della vita su questo pianeta: 'mors tua vita mea'. (...)

Il mondo degli animali è complesso e segue leggi diverse da specie a specie, ma io ritengo compatibile con questo mondo accettare che una specie tuteli se stessa. Tralasciando questioni per ora irrisolvibili su cosa rende gli esseri umani diversi da altre specie, e superiori, ammesso e per nulla concesso che lo siano, io dico semplicemente: io faccio gli interessi dell’homo sapiens.

Questo è quello che fa ogni specie, anche se alcune, per motivi di sopravvivenza, si sbranano al proprio interno. Naturalmente questo solleva spinose questioni su fino a che punto ci si possa spingere nella difesa della propria specie, dato che io penso anche che il mondo non umano abbia un valore intrinseco; ma anche senza preoccuparci di questo valore, mettendolo da parte per il momento. so che distruggendo l’ambiente che ci circonda non possiamo vivere.

Quindi: sono umana, considero la vita umana superiore alle altre, e cerco di preservarla. Al tempo stesso, senza mancare a questo principio, mi adopero affinché la vita umana esista entro dei limiti, difficili da definire, certo, ma indispensabili.

Cerco di mantenere uno stile di vita non troppo impattante, di sensibilizzare le persone sui rischi di una crescita senza fine della popolazione umana, e sul valore del mondo non-umano. Penso agli interessi della mia specie, nel nome di questi interessi tutelo l’ambiente in cui la mia specie vive, e intanto gli riconosco anche un indefinito valore proprio indipendente dall’esistenza umana.

Se questa mia premessa non vi torna, guardatela in questo modo: quanti di voi si sentirebbero di mettere sullo stesso piano la vita di una persona e di un cane? E poi di una persona e di una falena? E poi di una persona e di un tonno? Questo non è incompatibile con l’idea, con cui sono d’accordo, che vadano limitate le sofferenze animali. (…)

Diverso è il discorso della libertà. Io non tengo animali in casa, non sopporto pesci negli acquari, uccelli in gabbia, e nemmeno cani e gatti prigionieri di una casa. Per me gli animali, a meno che non servano per qualcosa di utile, dovrebbero vivere liberi nel proprio ambiente. Quindi non ho animali domestici. Sono pronta a credere che questa sia una mia semplice proiezione: non so se a un animale dispiaccia stare in gabbia o no. (…)

Avete mai visto una mucca su una malga? Mangia, si sdraia, mangia un altro po’. Una mucca in una stalla fa lo stesso. Io posso supporre che la vacca stia meglio all’aperto e muovendosi piuttosto che al chiuso e ferma, ma non posso saperlo per certo. Dubito tra l’altro che apprezzi gli spettacolari paesaggi alpini tanto quanto le idilliche foto sui prodotti caseari sembrano suggerire.

Inoltre, come posso io sapere che è migliore la stressante vita di un capriolo, sotto la minaccia costante di essere cacciato e ucciso [dai suoi predatori] (...), piuttosto che quella di una vacca, prigioniera sì ma con cibo sempre garantito e la morte che arriva solo alla fine? (...).

Facciamo un altro esempio. I metodi biologici di controllo degli insetti, per la produzione di verdure di cui si nutrono anche i vegani. Ucciderli con i pesticidi è inquinante, ma forse non è più crudele di metodi di controllo biologico come farli divorare dall’interno dai nematodi o attirarli con dei feromoni, per poi fargli trovare una trappola anziché l’agognato partner per l’accoppiamento.

Questa è l’agricoltura biologica: crudele! Eppure, l’alternativa è lasciare che gli insetti divorino il cibo che stiamo coltivando per noi stessi, e nutrirci con quel che rimane, se ne rimane. Quindi, a meno che non mi sfugga qualcosa, i vegani non sono vegani se mangiano verdure coltivate, perché per coltivarle bisogna uccidere gli insetti.

Insomma, io cerco di garantire alle bestie un tenore di vita decente, (…) [ma] le leggi di natura dicono che gli animali si ammazzeranno, inevitabilmente, gli uni gli altri per sopravvivere. Al di fuori della mia specie, io accetto di vivere secondo queste regole, le regole naturali, anziché secondo quelle stabilite dai vegani, innaturali e assurde, secondo le quali gli animali non devono essere uccisi. (…)

Possiamo immaginare un mondo in cui nessun essere umano uccide un altro: questo mondo potrebbe esistere e anche funzionare. Un mondo in cui gli animali non si ammazzano gli uni gli altri è impossibile, insensato e ridicolo. Noi siamo animali.

Gli animali che sono prede producono più prole di quanta ne servirebbe per il semplice ricambio intergenerazionale, proprio perché parte di essa sarà uccisa e mangiata per sostenere altre specie. Quando non viene uccisa, perché non ci sono più predatori naturali o perché c’è uno squilibrio, di solito creato dall’uomo, la specie preda diventa infestante e distrugge l’habitat divorando le risorse disponibili. Non serve neanche che vi faccia esempi, tanto è evidente e noto quello che dico.

Quindi, se i principi dei vegani venissero applicati all’intero mondo naturale, i predatori dovrebbero competere con le prede per mangiare solo vegetali, anche se il loro metabolismo e la loro fisiologia lo rendono impossibile, e le prede dovrebbero praticare qualche tipo di controllo per le nascite. Vedete che questa prospettiva è ridicola.

E allora perché io dovrei aderire a una regola tanto assurda? I vegani vogliono che io creda che un pilastro della vita su questo pianeta è sbagliato: quanta arroganza in questo! (…) Mangio poca carne per non pesare sul pianeta, cerco di controllarne l’origine, ma la mangio. Accetto tutto questo perché penso che se avessi dovuto vivere secondo regole diverse, non sarei nata su questo pianeta. >>

GAIA BARACETTI

martedì 16 maggio 2023

Il lavoro in Italia

Il post di oggi riporta le considerazioni di Gaia Baracetti sul cosiddetto 'mercato del lavoro' che esiste attualmente in Italia, con le sue caratteristiche peculiari, i suoi difetti e le sue distorsioni.
Il pezzo è stato scritto nel novembre 2022, quando il Reddito di Cittadinanza era ancora in vigore, ma si parlava già apertamente del suo superamento.
Oggi, come noto, il R.d.C. è stato abolito e sostituito con una diversa provvidenza, che ne ha modificato la struttura (anche se solo in parte), ma le considerazioni di Gaia Baracetti – a mio avviso – restano del tutto valide.
LUMEN


<< Checché ne dicano i suoi sostenitori, è evidente che il 'reddito di cittadinanza' ha spinto le persone a non lavorare o a lavorare in nero.

Questo sarebbe stato evitabile in un mercato del lavoro ideale, di quelli che insegnano nel primo anno di economia, in cui domanda e offerta di lavoro si incontrano al prezzo (salario) esatto a cui alle persone va bene lavorare e ai datori di lavoro va bene assumere. Mi paghi di meno? Piuttosto resto a casa. Mi chiedi uno stipendio troppo alto? Non mi conviene assumerti.

Purtroppo, dato che il nostro non è un mercato del lavoro chiuso, ma continuano ad arrivare immigrati dall’estero, e lo stesso vale per le merci, mi sembra che il risultato sia stato non che sono migliorate le condizioni di lavoro e gli stipendi, ma semplicemente che i datori di lavoro, che spesso – anche se non sempre – davvero non possono pagare la gente di più, hanno assunto stranieri, a nero o in regola.

Questo è un punto molto importante. In un paese isolato economicamente, se la gente non è disposta a lavorare per lo stipendio che offri, magari per un po’ ne fai a meno, ma prima o poi sarai costretto a offrire di più. La merce o i servizi conseguentemente costeranno di più, ma il paese dovrà e potrà pagare questo nuovo prezzo, perché non avrà alternative e perché i salari saranno più alti.

Sembra che dopo la peste del Trecento, che aveva ucciso in alcune aree d’Europa metà o un terzo della popolazione, rimasero così pochi contadini che i proprietari terrieri si trovarono costretti a offrire paghe altissime pur di convincerli a lavorare.

Questo è per la maggior parte della gente uno sviluppo positivo. Ma noi non abbiamo quel tipo di economia: abbiamo un’economia globalizzata, che è tutta un’altra cosa. Se puoi far continuamente entrare gente disposta a lavorare a qualsiasi condizione purché sia leggermente migliore di quella del paese d’origine, i lavoratori li trovi alle stesse condizioni di prima, cioè, spesso, di sfruttamento.

E siccome la merce a un prezzo più alto non te la compra nessuno, dato che la stessa cosa si può importare dall’estero dove costa meno produrla, non riesci mai a guadagnare quel tanto in più sufficiente per pagare effettivamente di più i tuoi lavoratori. Quello che a me sembra essere successo, a grandi linee, è che chi sfruttava gli italiani adesso sfrutta gli stranieri, e chi avrebbe voluto pagare di più non poteva farlo prima e non può farlo neanche adesso.

Le soluzioni solitamente proposte al pasticcio dei 'Cinque Stelle' [il Reddito di Cittadinanza - NdL] potrebbero addirittura peggiorare la situazione. Far fare lavori socialmente utili ai percettori di reddito significa farli entrare in competizione con chi fino ad oggi quei lavori li svolgeva con uno stipendio pieno e dignitoso, e creare una strana situazione di povertà perenne e lavoro sottopagato come norma.

L’idea di togliere il reddito al primo rifiuto di posto di lavoro neanche può funzionare, perché la stragrande maggioranza delle offerte di lavoro sono al di fuori dei centri per l’impiego, e quindi invisibili e non registrate (sarebbe forse in teoria possibile obbligare tutti i datori di lavoro a fare offerte tracciabili, ma in questo caso un percettore del reddito può supplicarli o corromperli affinché non dicano di avergli fatto un’offerta). Inoltre certe offerte di lavoro sono effettivamente inaccettabili, e non si può punire chi le rifiuta.

Anche l’idea dei “percorsi di formazione” mi lascia molto perplessa. Chiunque, da dipendente o da imprenditore, si sia trovato costretto a frequentare questi dannatissimi corsi che ci vengono imposti di continuo, si sarà accorto che costano un sacco e nella maggior parte dei casi non servono a niente se non a far lavorare laureati che non trovando altro si riciclano così.

In fondo, l’umanità è riuscita a fare di tutto nella sua storia anche senza i “corsi di formazione.” Di solito, le persone imparano se hanno voglia o bisogno di imparare. Non ho mai visto nessuno che abbia imparato a fare il contadino in un corso di formazione; persino la facoltà di agraria serve più a formare ricercatori che allevatori e agricoltori.

Con poche eccezioni, da che mondo è mondo i mestieri si imparano da apprendisti e sul campo, non tra i banchi. Le aziende possono formare i propri dipendenti a proprie spese, pagandoli meno durante il periodo di apprendistato, come previsto dalla legge, in modo che il rapporto sia vantaggioso per entrambi.

Se si richiedono competenze molto specifiche e tecniche, per esempio per medici, avvocati o ingegneri, ci sono già i percorsi di laurea e abilitazione. Ma fare dei corsi di formazione, avviamento al lavoro, inserimento, chiamateli come preferite, è la solita tattica di rendere le cose più complicate del necessario giusto per dire di aver fatto qualcosa, e, a dirla tutta, di creazione di posti di lavoro inutili in funzione clientelare. Tipo i navigator. >>

GAIA BARACETTI

giovedì 17 marzo 2022

La scelta Svedese - poscritto

Qualche mese fa (dicembre 2021) ho pubblicato un post sul sistema carcerario svedese, che ne illustrava le caratteristiche peculiari in termini sostanzialmente positivi.
Oggi torno a parlare della Svezia e delle sue scelte sociali, ma, ahimè, in termini molto più problematici.
Il testo (che parte dall'esperienza svedese per fare considerazioni più generali) è di Gaia Baracett ed è tratto dal suo blog.
LUMEN


<< Mi sembra ormai innegabile il fatto che, oltre un certo limite, l’immigrazione di massa crea problemi a tutte le società in cui si verifica, persino le più prospere, aperte e comprensive. Dire che la violenza di strada è colpa della mancanza di integrazione per me ha senso come dire che il mal di pancia dopo un’abbuffata è colpa della mancanza di digestione.

Se qualcuno nega che le cose stiano così, è o perché non vuole mettere in discussione tutto il suo castello di comprensione del mondo (come ho fatto io), o perchè di queste cose non ha esperienza diretta – non prende certi treni, non vive in certi quartieri – per cui pensa che gli altri se le inventino. (...)

Recentemente ho letto articoli davvero inquietanti dalla Svezia, considerato uno dei paesi più civili e accoglienti del mondo.

Bene, un quarto dei residenti in Svezia è nato all’estero o è di origine straniera. Si tratta di una proporzione molto alta. Ultimamente alcune città svedesi sono piagate da enormi problemi di gang criminali, di clan familiari di tipo mafioso, con sparatorie per strada, spaccio e chi più ne ha più ne metta.

Anche se i giornali non riescono proprio a dirlo, facendo un po’ di ricerche ho scoperto che praticamente tutta questa nuova violenza proviene dagli stranieri. Una società pacifica e ordinata si è trovata all’improvviso con un disordine che non aveva previsto e non sa gestire, perché non ha nemmeno le leggi giuste per farlo, non avendone avuto bisogno fino a quel momento.

Ovviamente anche in Svezia hanno iniziato a parlare di mancata integrazione e simili. Dovranno per forza affrontare la questione da questa prospettiva, perché anche se hanno ristretto gli ingressi ormai non possono certo buttare fuori un quarto della popolazione, tra cui molte persone nate nel paese, e quindi sono costretti a chiedersi “cosa sbagliamo noi”, anziché presumere che a sbagliare siano gli altri e vadano rimandati da dove vengono.

Il problema (…) della criminalità legata all’immigrazione è l’incapacità di capire che certe cose sono statisticamente inevitabili. Oppure, in altre parole, che i fenomeni hanno una loro logica e controllarli o è impossibile, o richiede di pagare un prezzo (per esempio un estremo livello di controllo sociale) che noi dovremmo sapere benissimo di non essere disposti a pagare.

Il fatto è che viviamo in una società in cui, grazie alle enormi conquiste del passato, ormai siamo presi da un inarrestabile delirio di onnipotenza.

Pensiamo che se qualcosa va storto è sempre colpa nostra, perché non abbiamo fatto le cose bene, (...) non abbiamo speso abbastanza soldi, non ci siamo spiegati a dovere… mai del fatto che il mondo attorno a noi vive anche di vita propria e se ti metti in una certa situazione una certa percentuale di rischio che qualcosa vada storto è in realtà inevitabile, quindi o lo accetti o cerchi di non metterti in quella situazione. (…)

Provate a seguire l’evoluzione di città interessate dall’immigrazione di massa: all’inizio va tutto bene o quasi, ma più gente arriva, più si aggravano i problemi. E non importa quanto siano buoni o cattivi gli immigrati o accoglienti od ostili i nativi: le culture si evolvono in risposta a una storia e a un ambiente, e quando porti in massa persone adattate ad un’altra storia e un altro ambiente il conflitto è inevitabile.

Ancora di più se le persone sono in fuga da qualcosa, che sia la guerra o la disoccupazione: è inevitabile che una buona parte di loro si porterà i problemi dietro, o addirittura è corresponsabile dei problemi da cui fugge (guardate i torturatori siriani che stanno spuntando in Germania o i trafficanti che stanno spuntando in Italia).

Come possiamo pensare di risolvere tutto questo solo con buone regole e buona volontà?

Dobbiamo avere più rispetto per la statistica. (...) Certe densità di popolazione in aree del mondo poco adatte all’insediamento umano inevitabilmente porteranno la gente a fare la fame, e non sarà sempre colpa dell’Occidente che congela i fondi per far dispetto ai talebani o addirittura del cambiamento climatico da solo.

Se crei una certa situazione, hai una tale probabilità che qualcosa vada sorto; prima di provare a irregimentare tutto, chiediti se non sarebbe stato il caso di fermarti prima di incoraggiare un certo comportamento che inevitabilmente avrà certe conseguenze.

Per questo io sono per la decrescita. (…)

Molti dei problemi legati all’immigrazione si risolverebbero non spendendo ancora più soldi nell’indegno baraccone dell’ “accoglienza” (parlate con chi ci lavora!, è una presa in giro!), nello stringerci ancora di più quando siamo già prossimi all’esaurimento mentale, ma nel fornire contraccettivi alle popolazioni che continuano a generare giovani senza prospettive, nel riequilibrare le diseguaglianze globali e nel provare a risolvere almeno con mezzi diplomatici ed economici i tanti conflitti in corso. >>

GAIA BARACETTI

giovedì 16 dicembre 2021

Il piacere della Poesia

Questo post è dedicato alla poesia ed al piacere impareggiabile che essa ci regala quando leggiamo dei versi che ci toccano nel cuore.
Diceva Goethe che: “Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole.”
E, come precisava la scrittrice Michela Stefani: “Non c'è bisogno di aver studiato per leggere le poesie. Basta sentirle. Amarle. Io le leggo perché mi aiutano a vivere. Perché, come ha detto lei, parlano di noi e come noi. Anzi, come vorremmo parlare noi.”
Purtroppo la poesia non è più molto di moda, anche per colpa del modernismo che ha reso (apparentemente) inutile la bravura tecnica dell'artista. Ma il sentimento poetico è dentro di noi e, pertanto, non morirà mai.
Le considerazioni che seguono sono di Gaia Baracetti, blogger e scrittrice eclettica, autrice non solo di saggi e di romanzi, ma anche di libri di poesie.
LUMEN


<< Come accade a molti altri che scrivono poesie, ho la sensazione di non esserne completamente in controllo e di essere letteralmente investita da un’ispirazione che potrebbe venire come non venire (infatti può benissimo darsi che non ne scriva mai più), per cui potrei anche dirvi con sincerità che il merito di queste poesie che vengono da non so dove e non del tutto da me è della Musa e non mio, e che quindi non mi sto nemmeno vantando se non di aver avuto l’onore temporaneo di un dono misterioso. (...)

Un sacco di gente, quando dico che ho scritto poesie, mi risponde: “non mi piace la poesia.” Io non ci credo. Se c’è una cosa che non può non piacere in toto, questa è la poesia.

È come dire “non mi piace la musica” – quello che stai dicendo è che non stai tutto il tempo a seguire le nuove uscite, ad andare a concerti o a scaricare canzoni, ma non ci credo che non hai mai ballato, mai cantato una ninna nanna o un coro da stadio o uno slogan a una manifestazione o un inno in chiesa o qualsiasi altra cosa. È impossibile.

Stessa cosa per la poesia. Il problema è la definizione. Se per poesia si intendono quelle poche frasi incomprensibili e palesemente autocompiaciute di sconosciuti autori del dopoguerra e adolescenti presuntuosi, bè, quella roba lì non piace neanche a me.

Ma la poesia è uno dei metodi fondamentali dell’espressione linguistica umana. Il rap è poesia. Le canzoni di De Andrè sono poesia. I cartelloni della laurea nelle cerimonie del Nord Italia [usanza che personamente non conosco - NdL] sono poesia. Buona parte dei testi sacri sono poesia.

La poesia è un modo di usare la lingua al tempo stesso concentrato e infinitamente espandibile. Una parola ne contiene infinite. Una metafora può essere interpretata in tanti modi. Questa è la forza della poesia.

La poesia migliore, come secondo me l’arte migliore, ha un suo significato, una sua bellezza, immediati. Non serve essere un professore di letteratura o storia dell’arte per emozionarsi nel leggere Dante o nel vedere un quadro di Caravaggio. C’è poi, però, una possibilità senza fine di interpretazione di ciò che va oltre la prima impressione che rende queste opere veramente grandiose.

Possiamo parlare della “selva oscura” come immagine immediata e potente che suggerisce sgomento, smarrimento e paura, ma anche scrivere un intero libro sul significato culturale della foresta nell’immaginario occidentale (tra l’altro questo libro esiste ed è meraviglioso).

Il fatto che gran parte della poesia e dell’arte figurativa contemporanea non siano immediatamente comprensibili, ma richiedano sin da subito una spiegazione critica, è una gran tragedia e uno dei motivi per cui la gente non le apprezza più. Ma l’arte che piace al popolo resta, nella forma ad esempio dei testi delle canzoni o dei film o serie.

La poesia fa uso non solo delle ambiguità e stratificazioni di una lingua, ma anche dei suoi suoni. Per quanto mi riguarda, una poesia senza assonanze, consonanze, rime e allitterazioni è come una canzone senza melodia (cioè, non una canzone).

Ogni tanto leggo a voce alta i miei poeti preferiti, e mi ritrovo a cantare. Le loro poesie sono come degli spartiti, in cui al posto delle note (per cui serve uno strumento) ci sono le lettere (per cui basta una voce umana), e io leggendo le lettere così come loro hanno inteso mi ritrovo a imitare il canto degli uccelli, creo atmosfere, mi allargo o rimbalzo o rallento e alle volte infine scoppio a piangere.

Per questo io credo che la poesia sia fondamentalmente intraducibile. Andrebbe letta nella lingua originale, altrimenti se ne perde almeno metà.

Quando uno che non sa il polacco mi dice che “gli piace” una poetessa polacca, io penso che quello che sta veramente dicendo é: mi piace come quel traduttore cerca di rendere in prosa spezzettata le poesie di quell’autrice, o: se queste poesie sono così belle tradotte, chissà cosa dev’essere l’originale!

Ma se davvero tu sei convinto di aver letto le poesie di quella poetessa non conoscendo la lingua in cui sono scritte, mi dispiace, non hai capito cos’è la poesia. >>

GAIA BARACETTI

mercoledì 5 maggio 2021

La cicala e la formica – 3

Si concludono qui le considerazioni di Gaia Baracetti sui limiti ed i difetti del risparmio finanziario (dal suo blog - terza e ultima parte).

LUMEN


<< La protesta dei risparmiatori non ruota attorno al fatto che i loro soldi sono stati spesi male nel senso di poco eticamente, o per progetti dannosi per l’ambiente o altri esseri umani: protestano semplicemente perché non ce li hanno più. Per quanto li riguarda, quindi, sarebbe forse stato meglio guadagnarne in modo immorale che perderli.

Esistono, in effetti, movimenti di disinvestimento da industrie dannose, come il carbone, e pare che abbiano anche un certo impatto. È uno dei casi in cui la pratica dell’investimento può essere più positiva che negativa, ma anche qui c’è un problema: chi ha più soldi influisce più di altri, che sia benintenzionato o no. Non è più “una persona, un voto” ma: “un euro, un voto”.

Torno al problema della delega in quanto tale. Negli articoli a difesa dei [piccoli] risparmiatori c’è un tema ricorrente: questi poveri vecchietti / pensionati / lavoratori sono stati truffati perché non potevano capire cosa stava succedendo ai loro soldi.

Ma allora, penso io, il problema è a monte, non nel singolo caso: perché la società incoraggia un sistema per il quale una persona dovrebbe guadagnare senza nemmeno sapere come? Il fatto che non capissero cosa stavano facendo, eppure lo facessero lo stesso, a me non sembra deporre a favore dei risparmiatori, ma contro il sistema.

Questo sistema, riassumendo, incoraggia le persone ad aspettarsi che i loro soldi crescano senza che loro facciano la minima fatica o si informino, premia chi è già ricco e, come abbiamo visto, premia anche non chi garantisce un investimento sicuro ma chi è più bravo a intortare persone disinformate.

La soluzione proposta più frequentemente è: puniamo chi frega, ma non chi è stato fregato. Ma chi è stato fregato è stato avido e pigro. E non mi sembra sia facile dimostrare che chi ha fregato era in mala fede, anche se adesso, forse sperando in un qualche sconto di pena, tutti si affrettano a dire che sì, loro erano in malafede, ma solo perché il loro superiore era ancora più in malafede di loro.

Inoltre, se il rendimento è una ricompensa del rischio, chi ha rischiato e perso non può pretendere un risarcimento tanto quanto non lo può pretendere chi ha giocato alle slot machine. Non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca: siccome il risparmio è già garantito, chi non si accontenta del risparmio e prendende l’investimento deve accettare che vada male.

È possibile che il sistema sia riformabile, ma io mi chiedo se valga la pena salvarlo e riformarlo, dato che anche se funzionasse meglio presenterebbe lo stesso tutti i problemi che ho elencato finora.

E io quindi non riesco a solidarizzare con i risparmiatori truffati non perché non abbiano subito, secondo i valori correnti della società, un torto, ma perché io non riconosco i valori secondo i quali questo torto è distinto dalla ragione. Per me sono sbagliate le premesse.

Qual è, allora, l’alternativa all’investimento e al risparmio? Accettiamo che il nostro sistema economico generi un surplus. Come ho detto, non bisogna esagerare con il surplus, perché quello che hai preso oggi dall’ecosistema non ce lo avrai domani e sì, dipendiamo ancora dagli ecosistemi. Ma un po’ di surplus ci rende sicuri. Che farne?

Il risparmio e l’investimento sono atti individuali che chiedono di essere tutelati dalla collettività. Un risparmiatore pensa per sé, al massimo per la famiglia. E, in fondo, cosa vuole? Leggete gli articoli in cui i giornalisti raccolgono, con evidente solidarietà, le lamentele delle vittime dei casi [di mala gestio].

I risparmiatori-investitori vogliono consumare senza lavorare i soldi per cui hanno lavorato prima più i soldi per cui hanno lavorato gli altri. Se avessero voluto solo i propri, e già questo è tanto in un mondo in crisi per colpa di tutti, allora non avrebbero investito, ma solo accantonato.

Ma c’è un’alternativa: mi è venuta in mente pensando ai cacciatori-raccoglitori, alla mia totale indifferenza verso la mia futura pensione, al dare addirittura per scontato che non ce l’avrò. Anziché investire per il proprio futuro, bisognerebbe investire nel futuro della collettività.

La società dev’essere sana, l’ambiente dev’essere sano, le risorse abbondanti: allora a nessuno mancherà niente. Vi sembra ingenuo? Forse è molto più ingenuo affidare i propri soldi a delle persone il cui successo dipende dal non far capire agli altri cosa ci stanno facendo.

L’unica risposta che io consideri giusta e conveniente alla crisi dell’investimento individuale è l’investimento collettivo. Possiamo ancora mettere da parte qualcosa per le spese impreviste o un po’ più grosse, ma non dovrebbe essere questa la nostra preoccupazione principale. La nostra preoccupazione principale dovrebbe essere mantenere i presupposti della nostra sopravvivenza e di quella di tutti.

Se paghiamo le pensioni degli altri, qualcuno pagherà le nostre; se curiamo chi sta male, verremo curati anche noi. Se abbiamo una buona idea, possiamo investire i nostri soldi nel nostro stesso lavoro. Se non ce l’abbiamo, possiamo trovarla nel lavoro altrui e sostenerla senza aspettarci di diventare ricchi per questo.

Se scegliamo l’idea migliore per tutti anziché la più redditizia per noi, nessun intermediario disonesto potrà truffarci, nessun problema imprevisto ci lascerà pieni di rabbia e di amarezza e senza nulla in mano. >>

GAIA BARACETTI


venerdì 30 aprile 2021

La cicala e la formica – 2

Continuano le considerazioni di Gaia Baracetti sui limiti ed i difetti del risparmio finanziario (dal suo blog - seconda parte).

LUMEN


<< Solitamente il denaro perde progressivamente di valore, perché c’è l’inflazione. Anche il grano lasciato nel deposito troppo a lungo si deteriora, ma non per questo ci si aspetta di vederlo aumentare. Semmai si cerca di conservarlo bene e di garantire che l’agricoltura continui a funzionare anno dopo anno, per tutti.

Si potrebbe fare lo stesso con il denaro: se dopo anni e anni ancora non hai avuto modo di spenderlo o di metterlo a disposizione di qualcun altro, forse non ti serviva così tanto. Ma la nostra società, anziché sulla sostenibilità a lungo termine, è fondata sulla crescita, e crescita significa avere sempre di più anche se questo, ovviamente, a lungo andare non è possibile. I risparmiatori, quindi, non si accontentano che il frutto del loro lavoro sia protetto: vogliono che cresca.

Qui, in realtà, potrebbero anche incontrarsi due interessi complementari con profitto di entrambi. L’idea dell’investimento non è male: chi ha soldi e non sa cosa farsene li dà a chi ha idee e non ha soldi. Ci sono però alcuni problemi con questa pratica.

Innanzitutto, c’è sempre il rischio che l’idea che sembrava buona per qualche motivo non funzioni, e allora chi ha prestato soldi deve accettare di perderli. Altrimenti, se il debitore non è in grado di risarcire, questo significherebbe che il creditore si aspetta di essere risarcito dalla collettività, e questo non è giusto perché non è stata la collettività a decidere di finanziare un dato progetto.

Al contempo, chi presta soldi accetta il rischio di perderli e in cambio dell’accettazione di questo rischio pretende che i suoi soldi gli vengano restituiti con gli interessi. Detta così non ha completamente senso, ma la nostra società si è assestata su questa pratica (un’alternativa potrebbe essere prestare senza interessi perché ci si aspetta che tutti traggano beneficio da un buon investimento, ma raramente questo accade).

Passiamo al secondo problema con questo sistema: che i soldi creano soldi. Siccome l’incremento è percentuale, ma quello che conta ai fini pratici è l’assoluto, a parità di rendimento chi più presta guadagnerà di più, e sarà incrementalmente sempre più ricco rispetto a chi presta meno soldi perché ne ha di meno. Questo sembra essere uno dei meccanismi alla base della tendenza generale all’aumento delle diseguaglianze.

Tra l’altro, permettere ai soldi di crescere senza che la persona che li possiede debba fare fatica significa permettere alla gente di non lavorare anche se sarebbe in grado di farlo, e di essere pure ricca. Bastano pochi anni di lavoro molto redditizio, o addirittura un’eredità, e chi ha non deve muovere un dito mentre chi non ha si spacca la schiena.

Questo, semplicemente, non mi sembra giusto, anche perché, per l’appunto, è la società e non il singolo a stabilire quale lavoro è redditizio e quale no, e quindi chi ha avuto dalla società il permesso di guadagnare di più e di fatto il suo reddito non dovrebbe approfittarsene così tanto a spese della società stessa. >>

Il terzo problema è che un aumento di denaro nel tempo premia inevitabilmente chi è più vecchio e ha investito i propri soldi da più anni. Si potrebbe vedere questo fattore come un elemento di riequilibrio tra generazioni, dato che chi è più vecchio è meno in grado di lavorare, ma allora a cosa servono le pensioni?

È vero che le pensioni stesse si finanziano con gli investimenti, ma perché questo meccanismo di finanziamento funzioni bene serve un’economia in costante crescita. Se l’economia non cresce più, o i vecchi rinunciano ai profitti garantiti dai loro investimenti, o i giovani devono risarcirli a spese proprie, e a me sembra che sia questo quello che succede.

Un ulteriore problema è che la possibilità di vedere un investimento crescere nel tempo incoraggia l’estrazione del massimo delle risorse subito, a spese di chi verrà dopo. Se io voglio che ci siano abbastanza caprioli da cacciare anche l’anno prossimo, quest’anno ne ammazzo pochi. Se invece io so che più caprioli prendo adesso più ce ne saranno in futuro, sono incoraggiato ad ammazzarli anche tutti.

Una delle cause della catastrofe ambientale in corso, nonché delle diseguaglianze generazionali, è che si è premiato chi prelevava e non chi lasciava, chi teneva per sé e non chi condivideva con tutti.

Certo, in questo modo si è anche generata ricchezza, ma siccome la ricchezza umana distrugge la ricchezza ambientale, massimizzare la ricchezza umana incoraggiando meccanismi accumulativi e distruttivi ha finito per distruggere anche le basi materiali su cui si basava. Chi ha messo da parte i soldi guadagnati costruendo una fabbrica adesso dovrebbe restituirli a suo nipote che non può mangiare perché quella fabbrica ha ucciso tutti i pesci.

C’è poi un quinto problema, che è quello che si sta manifestando più esplicitamente in questi giorni. Si tratta del problema degli intermediari. La maggior parte delle persone non ha il tempo, le competenze e il talento per riconoscere con sicurezza un buon investimento.

A questo punto può fare due cose: comprare una casa o affidarsi a un intermediario. Lasciamo stare la casa, l’investimento sicuro per eccellenza, che tanti danni ha fatto al nostro paese proprio per questo motivo, e passiamo alla questione degli intermediari. Anche questo, da un certo punto di vista, potrebbe sembrare giusto: io pago qualcuno perché mi offre un servizio, e ci guadagnamo in tre: io, lui, e la persona o l’azienda a cui diamo i soldi.

La delega è sempre un problema nelle società umane, perché deresponsabilizza: ci si aspetta un risultato con fatica minima. (…) Una gestione più diretta è più responsabilizzante e dovrebbe generare meno abusi, perché ognuno dovrebbe prendersi personalmente la responsabilità delle scelte che fa e della fatica di portarle avanti. >>

GAIA BARACETTI

(continua)

domenica 25 aprile 2021

La cicala e la formica – 1

Sin dai tempi della favola del titolo, il risparmio è sempre stato visto come un atto virtuoso, un esempio da seguire senza riserve.

Ma, come spesso succede, ogni medaglia ha il suo rovescio e Gaia Baracetti - in questo lungo pezzo tratto dal suo blog – cerca di esaminare anche i difetti del risparmio, soprattutto sotto il profilo dell'eccessiva 'finanziarizzazione' dell'economia.

Il post è stato suddiviso in 3 parti per comodità di lettura.

LUMEN


<< Partiamo con il concetto di base: l’idea di mettere da parte dei soldi. La necessità di immagazzinare la produzione attuale in vista del futuro nasce, stando a quanto ho letto, con l’agricoltura.

Le società di cacciatori e raccoglitori semplicemente si spostano (ciclicamente) seguendo le loro fonti di cibo. Se non ne prelevano eccessivamente, c’è qualcosa da mangiare anche per l’anno dopo. L’investimento, quindi, non consiste nell’accumulo, ma nello sforzo di contenere collettivamente il proprio prelievo. Si investe in un ambiente sano e in una popolazione stabile, e ci sarà sempre abbastanza per tutti.

Le società agricole, invece, sono per definizione sedentarie. Inoltre sono in grado di generare un surplus, un eccesso di cibo rispetto a quello che serve in una data annata, e di immagazzinarlo nell’eventualità di un periodo di crisi futuro. Secondo alcuni (Jared Diamond è l’esempio più famoso), le diseguaglianze nascono proprio da qui: una volta che vi è un surplus, servirà qualcuno che lo controlli, lo difenda e lo distribuisca. Da qui nascono gerarchie, burocrazie, stati, diseguaglianze economiche e sociali.

Infatti, la gestione del surplus non necessariamente è sempre stata una questione individuale. Nel famoso episodio biblico delle vacche grasse e vacche magre, Giuseppe consiglia al faraone di trovare un uomo saggio che amministri la sovrapproduzione imminente in vista della carestia futura predetta dal suo sogno.

La nostra società preferisce invece il sistema del risparmio diffuso e personale; l’articolo 47 della Costituzione recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.”

Si tratta di una logica basata su un principio decentralizzante e individual-familiaristico (la proprietà della casa e della terra, il risparmio), e uno centralizzante (la grande industria, il controllo e coordinamento del credito). Adesso che ci troviamo davanti al risultato dell’investimento senza freni nel cosiddetto “mattone”, cioè la cementificazione del paese, oltre che ai danni ambientali e alle complicazioni sociali causate dai “grandi complessi produttivi del Paese”, mi chiedo se questo articolo non sia, come tanti altri, da superare.

Ammetto comunque che nella nostra società è considerato necessario poter accantonare del denaro che ci può servire nei momenti di emergenza. Dico che è considerato necessario, e non che è necessario, perché ci sarebbero altre possibilità: queste emergenze potrebbero essere affrontate con l’aiuto della collettività, che ad esempio potrebbe finanziare spese mediche improvvise, aiutare a ricostruire una casa bruciata, prestare del denaro senza interessi per costruire un’abitazione, e così via. Forse questo sistema si presterebbe ad abusi, ma anche, evidentemente ed enormemente, quello attuale.

C’è un’altra cosa da sottolineare. Un conto è accantonare grano, un altro accantonare soldi. Il grano, o qualsiasi altro bene materiale, è concreto, non si moltiplica se non con grande fatica e lavoro, e può esistere in ogni dato momento solo in quantità limitate – c’è infatti un limite a quanto grano si può produrre, immagazzinare e conservare.

I soldi, invece, sono una pura convenzione e non conoscono limiti (ancor di più oggi che non sono legati all’oro). Sono i meccanismi di una società e le decisioni di chi comanda a stabilire che moneta si deve usare, che valore ha, come il suo valore cambia nel tempo e come deve essere distribuita.

I soldi hanno un legame molto tenue, che si va sempre più affievolendo, con il mondo materiale e delle cose reali. La distribuzione del denaro ha conseguenze enormi su questo mondo materiale, ma questa distribuzione segue leggi umane arbitrarie e contingenti, a differenza di quelle della fisica.

Infatti, mentre un uomo che lavori tantissimo e sia bravissimo non può ottenere dal suo lavoro un prodotto che superi quello del vicino, più pigro, di cento o mille volte, è normale e accettato nella nostra società e a livello globale che due persone che lavorano lo stesso numero di ore percepiscano l’uno uno stipendio anche cento o mille volte superiore a quello dell’altro.

Essendo i soldi un costrutto, permetterne l’accumulazione e l’accantonamento senza affrontare il problema del legame tra questi soldi e il mondo reale crea (...) un popolo viziato e irresponsabile.

I soldi non valgono niente se non c’è un’economia reale funzionante – se, cioè, la collettività che dovrebbe garantire quel denaro non è in grado di garantire anche dei beni e dei servizi da comprare con esso; ma l’iper-finanziarizzazione, la complicatezza e l’astrazione estrema della nostra economia rendono questo fatto invisibile, così come rendono invisibile la dipendenza dell’economia dallo stato delle risorse materiali.

Per cui siamo abituati a pretendere una pensione, uno stipendio, una rendita, non acqua pulita, cibo, spazio, ecc.; siamo convinti che da qualche parte “i soldi ci sono”, anche se attorno a noi tutto è degrado.

Abbiamo staccato l’economia e il lavoro dalla materia, e il risultato è che così saremo sempre di più risparmiatori frustrati, perché non capiremo che fine hanno fatto i nostri soldi né che i soldi, di per sé, non significano nulla. Inoltre, crediamo di aver diritto a dei soldi senza porci il problema di contribuire allo sforzo collettivo che mantiene un’economia in cui quei soldi abbiano un senso.

Dal mio punto di vista, quindi, è discutibile l’accumulo, è discutibile l’accumulo individuale, è discutibile il concetto di denaro, e non abbiamo ancora finito. (…) >>

GAIA BARACETTI

(continua)

venerdì 8 novembre 2019

Dietro l'immigrazione (i buoni e i cattivi)

Al dramma dell'immigrazione incontrollata ho già dedicato numerosi post, ma l'argomento è talmente importante che, come si dice, repetita juvant (anche se forse serve a poco).
Eccovi pertanto le riflessioni sul tema di Gaia Baracetti, sempre combattiva e controcorrente, com'è nel suo stile.
LUMEN



<< [Esiste] un luogo comune per cui sarebbe una questione di “umanità” far sbarcare i profughi in Italia, e “disumano” non farlo. Questo viene dato così per scontato che non si dubita neanche di questa divisione tra buoni e cattivi relativa all’immigrazione, al punto che chiunque ponga delle domande che sembrerebbero ovvie è costretto a dubitare di se stesso e della propria “umanità”, per l’appunto. (…)

Facciamo finta che non esistano già prese di posizione intransigenti su questo tema e poniamo alcune domande innocenti.

Cosa c’è di “umanitario” nel continuare a incoraggiare un traffico di esseri umani sulla cui violenza siamo ampiamente stati istruiti? Cosa c’è di umanitario nel permettere a masse enormi di persone di stabilirsi in paesi sempre più in difficoltà ad accoglierli, dove facilmente non troveranno lavoro legale ed entreranno in circoli di illegalità, sfruttamento, e condizioni di vita “disumane”? Cosa c’è di umanitario nel mettere queste persone in concorrenza per la spesa pubblica, il lavoro e le risorse con la popolazione autoctona?


Cosa c’è di umano nel sostenere i traffici di chi li ha portati fino al rischio di morte per annegamento, e facendosi pure pagare, perché alla fine l’ingresso è in effetti garantito? Cosa c’è di umanitario nel mettersi nelle condizioni di cedere sempre a un ricatto senza fine, e più gente tiri fuori dall’acqua, più gente ci si butta? (No, non sto proponendo di lasciar annegare le persone).

Ogni tanto ci penso e mi arrabbio. Non ne posso più della sfilata di anime buone e pie che vogliono salvare e portare in Italia chiunque, e non si pongono il problema del dopo, parlano di accoglienza e integrazione ignorando l’evidenza che, dopo l’accoglienza e il permesso di restare, una buona parte di queste persone finirà a lavorare per qualche tipo di criminalità o a fare vita da schiavi nelle fabbriche o nei campi – e il fatto che, forse, per alcuni di loro questa vita sia preferibile al restare in patria non significa che sia una cosa buona creare situazioni del genere nel nostro paese, anche perché andrà a finire che dovremo adeguarci anche noi: “o così o non ti assumo.” È già così.

Io ogni tanto mi chiedo se quelli che parlano di umanità e accoglienza fanno finta di non sapere queste cose o non le sanno proprio perché non le vedono, perché non vanno nei quartieri popolari esasperati, nelle baraccopoli dell’agricoltura italiana, non vedono gli ex richiedenti asilo che dormono per terra all’addiaccio o chiedono l’elemosina, certe zone le evitano e men che meno prendono i mezzi pubblici, e quindi non sanno cosa sta succedendo.

I cittadini lo sanno – non so quante persone che conosco, al di sopra di ogni sospetto, hanno ammesso di pensare che la situazione abbia preso una brutta piega – ma hanno paura di quello che si direbbe di loro se si esponessero pubblicamente. Così come nell’humanitas latina la sicurezza di una forza schiacciante data dalla prevaricazione permette di moraleggiare sui dettagli, così anche qui dietro alle arie virtuose e persino alla buona fede di chi ci crede davvero ci sono progetti molto meno encomiabili.

Trasportare enormi masse di persone, in modo organizzato, tra continenti lontani non è una cosa che succede spontaneamente, nè che si verifica a ogni guerra o carestia: negli Stati Uniti come in Europa come ovunque, una cosa del genere dev’essere organizzata e qualcuno la deve anche pagare, perché viaggi e logistica costano. E con quali motivazioni, allora? Molte persone operano per genuino altruismo, ma la macchina è mossa a tutti i livelli, livelli che non si scomodano per beneficienza.

Io sono convinta che buona parte delle forze politiche sostenute dalle forze economiche e dalle elite intellettuali voglia semplicemente importare forza lavoro a basso costo, non voglia affrontare le difficoltà (sormontabili) legate all’invecchiamento della popolazione autoctona, alla crisi del sistema pensionistico e al rallentamento della crescita economica, e non abbia trovato niente di meglio che tamponare le falle con l’ingresso di persone qualsiasi purché giovani e disposte a farsi sfruttare. (…)

E non c’è un guadagno solo per i datori di lavoro europei: i paesi di transito hanno a disposizione un potere ricattatorio perenne, grazie al quale possono pretendere armi, denaro o mano libera nei conflitti locali, mentre i paesi di partenza si sgravano di un problema che non sono in grado di gestire, così come i paesi europei mandarono dichiaratamente tutti i loro indesiderati – poveri, delinquenti e dissidenti vari – fuori dai piedi nelle colonie, e pazienza se chi ci abitava già non era d’accordo.

E questa è una serie di motivi che spiegano quello che succede e continua a succedere e non ha nulla a che vedere con la compassione o la generosità (nell’impero romano, a proposito, la migrazione funzionava più o meno allo stesso modo, finché non è sfuggita di mano e sono cominciate le invasioni barbariche).

Al tempo stesso, essendo la nostra cultura e anche le nostre religioni basate sulla negazione dei limiti naturali e sull’indifferenza verso la distruzione ambientale, fatti salvi discorsi di circostanza, non riusciamo ad affrontare le ragioni nè delle nostre difficoltà nè delle loro, basate non solo e non tanto sullo sfruttamento occidentale dei popoli poveri (la realtà è enormemente più complessa), ma su pressioni demografiche insostenibili, conseguenti disoccupazione, conflitto, e distruzione delle risorse localmente disponibili.

L’empatia, quell’emozione così strettamente associata al nostro concetto di “umanità”, è molto facilmente manipolabile. Vedi il volto di un giovane africano e puoi pensare: poverino, è in viaggio da così tanto tempo!, oppure: cosa farà una volta arrivato? Vedi una giovane africana con un bambino in braccio e puoi pensare: sarà stata stuprata!, ma anche: perché fanno figli che non sono in grado di mantenere, e pretendono che li manteniamo noi?

Vedi un bambino separato dai genitori perché migranti illegali negli Stati Uniti e puoi provare pena e rabbia, ma verso chi? Verso chi attua una politica migratoria repressiva, o verso chi si imbarca con dei bambini in un viaggio che sa essere pericolosissimo verso un paese la cui politica ufficiale è che non può entrare? E perché non ti viene in mente di compatire l’americano disoccupato perché scalzato da un migrante, o l’animale che perde il suo habitat per far posto a nuove case?

L’empatia dipende, dipende da che foto ti mostrano, da che storia ti raccontano, e le storie che gli umani raccontano non sono necessariamente vere, nè sono necessariamente storie complete. Ci raccontano che non possiamo rimandare le persone in Libia perché vengono torturate, ma non ci permettono di chiedere cosa ci facessero lì o perché mai queste persone continuino ad andare in Libia, dato che sanno tutti che in Libia c’è la tortura. (…)

E ancora: dato che a certe storie corrisponde un premio e ad altre no, che si sa quali sono le storie giuste da raccontare e quali quelle sbagliate, e che l’essere umano (come altri animali) è capace di mentire, come facciamo a sapere se quello che ci viene detto è sempre vero?

L’empatia è un sentimento ingannevole, fondamentale ma fuorviante – proviamo pena per le vittime e per gli assassini, per chi racconta bene più per chi soffre davvero, per chi trova qualcuno che si faccia carico della sua storia più che per qualcuno la cui condizione di vittima non rientra nei canoni previsti al momento. Non possiamo provare pena per tutti simultaneamente, sarebbe devastante, e quindi proviamo pena di volta in volta per delle categorie, quasi come una moda, calata dall’alto. (...)

La compassione senza conoscenza e senza comprensione è un sentimento non solo incompleto, ma anche pericoloso. Le grandi persecuzioni della storia si basano tutte sull’accusa al perseguitato di aver fatto soffrire qualcuno – che si tratti di streghe, ebrei, nemici del popolo o selvaggi. >>

GAIA BARACETTI

venerdì 27 settembre 2019

Contro l’Europa

Il post di oggi è dedicato alle vibranti e combattive riflessioni di Gaia Baracetti (tratte dal suo blog) contro l’evoluzione politica dell’Unione Europea, che è diventata una sorta di “turris eburnea” sempre più scollegata dai cittadini..
Purtroppo, la struttura europea è ormai giunta ad un tale punto di non ritorno, che qualsiasi considerazione in senso contrario, anche se fondata, finisce per non lasciare traccia. Ma questo non ci deve impedire di manifestarla.
LUMEN


<< Nei dibattiti sul futuro dell’Europa (…) prevale un’insidiosa confusione tra forma e contenuto. L’Europa dei diritti, l’Europa liberista, più Europa per controllare le banche, più Europa per frenare le derive autoritarie, l’Europa per la pace, l’Europa per avere un peso nel mondo, l’Europa cristiana, l’Europa per la disciplina fiscale… tutti tirano l’Unione Europea dalla loro parte, chiedendo che cambi, quasi sempre, ma non mettendo in discussione la sua stessa esistenza.

Se la criticano, di solito è per i comportamenti che tiene, non per le premesse fondamentali su cui si basa. Qualche eretico propone di uscire dall’euro; molti meno [di farlo] dall’Europa politica. Anzi: ci vuole “più Europa”, perché l’Europa saprà fare le cose giuste; sempre più Europa, mai meno. L’Europa è un’entità in principio positiva, o al massimo che va corretta. A me sembra che gli europeisti, cioè al momento la maggioranza, appoggino l’esistenza dell’Unione Europea non perché pensano che sia un metodo migliore di governo, ma perché, implicitamente, si aspettano che sappia imporre su scala più ampia di quella statale le politiche di loro preferenza.

Infatti, gli europeisti appartengono a tutti gli schieramenti, salvo forse all’estrema destra nazionalista. Perché ognuno crede che l’Europa sia o possa essere la realizzazione del proprio sogno. Io invece contesto l’idea di unione europea indipendentemente dai suoi contenuti, che faccia gli interessi dei lavoratori o delle banche, che cacci i governi che non mi piacciono o che imponga standard assurdi su come dobbiamo fare da mangiare, indipendentemente persino dal predominio di Germania e Francia – io sono contro il governo europeo a priori.

Sono favorevole alla cooperazione europea su certe questioni, ad hoc, agli scambi culturali e alla conoscenza e all’esempio reciproco, a un’identità comune compatibilmente con le nostre altre identità, e sono anche favorevole a tavoli non solo interstatali ma anche interregionali di coordinazione e collaborazione – per fare un esempio tra i moltissimi possibili, tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Carinzia. Quello che invece non voglio sono istituzioni europee permanenti che prendono decisioni vincolanti per gli altri governi e per i cittadini dei paesi appartenenti all’Unione. Non lo vorrei nemmeno se prendessero le stesse identiche decisioni che io auspico – così come non vorrei essere governata da un sovrano illuminato, nemmeno se quel sovrano fossi io.

Il motivo è che l’Unione Europea è troppo grande, e l’Unione Europea è complicata. Questo significa che qualunque cosa faccia, la stragrande maggioranza dei cittadini non avrà il tempo o la preparazione per capirlo, se non a grandissime linee e superficialmente. Io mi considero una persona con molto tempo per queste cose e con il tipo di istruzione giusta, e non particolarmente ottusa, eppure mi sfugge la gran parte di quello che succede – e non mi basta farmelo spiegare in breve dall’editorialista del quotidiano che leggo in un tal momento o dal TG che mi capita di guardare. Un giorno ho modo di approfondire, ma il giorno dopo devo pensare ad altro e mi sfuggono passaggi importantissimi. C’è troppa roba.

Uno potrebbe obiettare che l’operato dei governi si valuta in base alle conseguenze: non serve conoscere tutti i passaggi, basta vedere l’esito. Non è vero. Si può governare bene, per avere risultati tra anni, e quindi deludere l’elettorato nel frattempo. Si può governare male, e la gente non se ne accorge finché non è troppo tardi o c’è un altro governo che si trova con un casino di cui non è responsabile. Si possono prendere decisioni disastrose, gestire male la cosa pubblica, e nasconderlo alla cittadinanza che non può orientarsi su scale ampie e in meccanismi complessi, e quindi magari incantarla dando la colpa a chi non è colpevole o facendo finta che tutto vada bene.

Inoltre, anche se i cittadini capiscono di venire fregati, cambiare un governo su scala così grande, o convincere l’amministrazione in carica a cambiare operato, è difficilissimo. Se non mi piace la pista ciclabile della mia città, raccolgo le firme e le porto al sindaco e all’assessore. Ma se non voglio la TAV, sono contraria a un certo tipo di politica di sostegno all’agricoltura (pensate a quella cosa che è la PAC), andare a Bruxelles è complicato e non posso che esprimermi votando. Però devo scegliere tra candidati che, data la complessità della materia, possono avere tutta una serie di posizioni su molte questioni (…), alcune delle quali mi vanno bene, altre no, e come fargli capire cosa mi va bene cosa no?

Anche a livello locale, un politico o un partito può non andarmi bene del tutto, certo, ma almeno lì posso dirglielo personalmente, con altri cittadini, posso partecipare. Farglielo capire via elezioni europee è molto più difficile. Inoltre devo sperare che il mio candidato vinca, che vincano altri come lui in altri paesi, che si batta su tutti i fronti che ha promesso, e che riesca ad ottenere qualcosa a fronte di un groviglio di interessi contrastanti, tutto questo mentre i miei personali contatti con lui sono limitati, perché rappresenta tantissime persone e non può ascoltarle tutte individualmente su ogni cosa. È come cercare di spostare una nave con un bastoncino.

Per questo motivo io ritengo il governo su scala ridotta preferibile: perché è più democratico, più trasparente, più conoscibile. Non nego che grandi scale abbiano vantaggi: maggiore potenza, maggiore peso internazionale, per esempio. Forse, ma solo forse, maggiore efficienza o efficacia, ma ho i miei dubbi: meglio far partire la raccolta differenziata su scala comunale, che aspettare che l’Europa ci dica come. E comunque, per la democrazia e per la libertà di decidere sono disposta a sacrificare i vantaggi di una grande dimensione.

Guardate ai prodigi degli imperi nella storia. Hanno fatto cose straordinarie. Infrastrutture, legislazioni che hanno fatto scuola, influenze culturali che permangono ancora, opere d’arte passate alla storia, intuizioni lungimiranti. Ma io non voglio stare sotto un impero.

Siate sinceri: chi di voi sa qual è il budget dell’Unione Europea? Come spende i soldi? Quali sono le sue istituzioni principali e cosa fanno? Chi di voi ha contatti regolari con i nostri rappresentanti in Europa, a vario titolo, o ha mai visto un burocrate? Chi di voi ha la sensazione di potere qualcosa su quello che fanno? Ora rispondete alle stesse domande, ma per il comune o la regione. Credo vada già meglio. (…)

Inoltre: già l’Italia è diversa tra nord, centro e sud, e difficile da tenere insieme. Ma l’Europa ancora di più. Certo, ci sono molte cose in comune tra i popoli europei, tanto più ora in un mondo appiattito e globalizzato. La storia e la geografia ci legano, e questo non lo nego, anzi lo sento con orgoglio. Ma ancora non siamo tutti uguali e le differenze culturali, geografiche, climatiche, etniche, linguistiche, di valori, si traducono anche in diverse esigenze da governare diversamente, con strumenti diversi e con scelte diverse. Non sono folklore da proteggere perché si estingue o da valorizzare perché è pittoresco. Sono realtà fondamentali.

Non sto dicendo che gruppi umani diversi non possano governare assieme e coesistere in un’unità politica. Ma hanno bisogno di autonomia al suo interno, e comunque oltre un certo limite, non stabilibile facilmente ma non per questo inesistente, la diversità diventa ingestibile. Ognuno dialoghi con gli altri, ma governi se stesso. Pensiamo alla nostra vita di tutti i giorni. Per non parlare di realtà importanti ma molto piccole come un quartiere, un’associazione o un’università, diciamo che prima incontriamo il comune, poi la provincia (che non serve a molto), poi la regione, poi lo stato, e sono già tanti livelli. Salire ancora mi pare vertiginoso e inutile. Alle volte si può fare: ma non sempre e non per tutto.

Concludo dicendo che il progetto di pace e cooperazione che sta alla base dell’idea europea è sicuramente bello e potente. Lo condivido. Ma non credo che l’unione politica sia in alcun modo, soprattutto adesso, garanzia di pace. Dove ne sono le prove? Si può dire che si è fatta l’Europa perché c’era volontà di pace, ma anche che questa volontà di pace sarebbe potuta bastare per proteggere il continente da ulteriori guerre, o che sarebbe l’unico requisito necessario per scongiurarle in futuro, al di là di istituzioni che possono anche crollare più velocemente di un’idea.

Pensiamo alla Svizzera, che sta per conto suo, ma è troppo furba per fare le guerre, oppure alla ex Jugoslavia. Ad un certo punto non ha retto più e si è dissolta violentemente. E ora che la guerra è finita da anni i paesi, risollevandosi pian piano, cominciano a cercarsi di nuovo, a cooperare, a fare affari, a confrontarsi. Questo è dovuto alla geografia, alla lingua comune, alle esigenze economiche, al ricambio generazionale. Non all’unità politica. Quella è stata fatta a pezzi quando non andava più bene.

Se la crisi europea continua, non si può escludere che si aggravi e diventi più aspra, fino alla violenza. È da desiderare che non accada e da impegnarsi per questo, ma saranno la volontà e l’impegno, la generosità e la capacità di trattare, non l’esistenza di istituzioni rigide in cui farlo, che ci salveranno da altre guerre. >>

GAIA BARACETTI