Torno a parlare della mia personale ''teoria della superiorità', perchè mi sono imbattuto in due testi che sembrano fatti apposta per confermarla.
Il primo, relativo alla teoria dei “Beni Posizionali”, è stato scritto da Alberto Gigliobianco ed è tratto dal sito DOPPIOZERO.
Il secondo, relativo alla teoria del “Consumo Ostentativo”, è opera di Marco Managò ed è tratto dal sito IN TERRIS.
LUMEN
I BENI POSIZIONALI
<< Il concetto [di Beni Posizionali] è di puro buon senso, ma c’è stato, negli anni settanta, un economista, Fred Hirsch, che vi ha dato veste formale, e questa veste formale ha permesso all’idea di entrare con tutti gli onori nell’olimpo della teoria economica.
Per spiegare i beni posizionali non c’è niente di meglio che l’esempio. Un mio caro amico, oggi ottantenne, mi racconta che suo padre, avvocato romano, possedeva nel 1950 un Millecento Fiat. Con questo Millecento si sentiva un re, perché nella Roma del 1950 poteva andare ovunque, per seguire i suoi affari, nel giro di venti minuti. Poteva parcheggiare in qualsiasi strada o piazza senza problemi e perfino tornare a casa propria per la pennichella.
Negli anni le cose cambiarono. Le strade romane cominciarono ad affollarsi. Non più qualche centinaio di auto, ma migliaia e centinaia di migliaia. Non più parcheggi accoglienti, non più strade libere e felici. A mano a mano che altri possiedono il tuo stesso bene, la tua capacità di trarre godimento dal bene stesso diminuisce.
Ecco il bene posizionale di Hisch. Posizionale perché il suo valore dipende dalla posizione del suo possessore nell’universo dei consumatori. Se sta in un piccolo gruppo “privilegiato”, il bene dà una grande soddisfazione; ma perde valore via via che altri lo acquisiscono.
Il ragionamento non vale, ovviamente, solo per le auto. Vale per le vacanze al mare, dove le trenta file di ombrelloni oscurano e cancellano alla vista degli ultimi arrivati l’agognato mare.
E allora si cercano, si devono cercare mete più lontane, più esclusive e più costose: prima la Sicilia, poi le Maldive, e se quelle non bastano ecco la barriera corallina. Infine la Luna. Mete che diventano, in proporzione a quanta gente le raggiunge, sempre meno soddisfacenti.
Vale anche, questa elusiva rincorsa, per i titoli di studio. Mentre un secolo fa un perito meccanico era un perito meccanico, rispettato e ricercato dalle aziende, oggi serve l’ingegnere, e forse nemmeno l’ingegnere ha lo status del perito di un secolo fa. Onde il bisogno di specializzarsi ulteriormente, non basta il dottorato e serve il post-dottorato, per vincere una concorrenza sempre più incalzante.
Per chi volesse approfondire, il classico libro di Hirsch è Social Limits to Growth, pubblicato nel 1976. Il titolo, come è evidente, echeggia un altro libro famoso uscito qualche anno prima, nel 1972, Limits to Growth.
Mentre Limits to Growth, commissionato dal Club di Roma, per la prima volta esplorava e delineava i limiti fisici alla crescita economica (esaurimento delle risorse, inquinamento), quello di Hirsch indaga invece i limiti sociali, cioè il triste fatto che più beni non equivalgono a più benessere.
Anzi, per essere precisi, può succedere che più beni si traducano in meno benessere. Pompare il tema della crescita senza badare alla qualità della crescita, alla sua intima struttura, è molto comodo per i politici, perché la crescita, così grossolanamente intesa, “mette tutti d’accordo”.
Ragionare invece sulla forma della crescita, sulle sue conseguenze differenziate nei vari campi e nelle varie classi di produttori e consumatori, è un esercizio più vero e più difficile (ma è l’unico che porta a qualche risultato sostanziale).
In sintesi, tutto questo spiega, almeno in parte, perché la maggiore abbondanza non abbia prodotto alcun rallentamento nella sete di beni, e, di conseguenza, nel ritmo di lavoro. >>
ALFREDO GIGLIOBIANCO
IL CONSUMO OSTENTATIVO
<< La “teoria del consumo ostentativo”, enunciata dal sociologo statunitense Thorstein Bunde Veblen nel 1899, si concretizza, anche oggi, nell’acquisto di beni e servizi di lusso per esibire il proprio status elevato.
Il consumo, quindi, in tali casi non è più razionale, rivolto al soddisfacimento dei propri bisogni, all’utilità (come sosteneva l’economista scozzese Adam Smith), quanto al rafforzare, sempre più, il proprio prestigio e rendere chiari i rapporti di potere.
Si parla di “beni di Veblen” per evidenziare quelli che sono maggiormente ambìti in quanto più costosi, secondo una tendenza contraria alle leggi economiche della domanda e dell’offerta. Sono comprati per accrescere il proprio status sociale.
Tale atteggiamento è comune ai popoli di tutti i tempi; la stessa teoria di Veblen, enunciata nel volume “The theory of the leisure class” (La teoria della classe agiata) è apparsa da tempo, in piena rivoluzione industriale, con l’affermazione dei grandi capitalisti e dell’alta borghesia; a questa, si frapponeva, tenuta ben distinta, la classe operaia alle prese con le prime rivendicazioni sociali ed economiche. (...)
Il consumo ostentativo non nasce da un’esigenza materiale di possedere un bene quanto dall’immagine che lo stesso gli conferisce, in termini di visibilità. Il lusso si certifica non solo con i beni materiali ma, soprattutto nell’era moderna, anche con i servizi, ricorrendo a quelli più esclusivi, di moda ed elitari. (…)
Coloro che emulano, che diventano i nuovi ricchi o ci si avvicinano, mostrano la stessa superbia di chi è nato e vive nel lusso; nell’opinione comune, tuttavia, i primi (gli allievi) superano i maestri, proprio per il loro improvviso successo economico che fa dimenticare le umili origini.
Spesso sono tacciati di aver giudicato e condannato i milionari ma, nei fatti, di esser pronti, appena possibile, a eguagliargli o, addirittura, scavalcarli. >>
MARCO MANAGO'