venerdì 24 gennaio 2020

Ex Voto (commedia in 3 atti)

Diceva un noto uomo politico (Andreotti, mi pare), che contro i nemici le leggi si applicano, mentre per gli amici si interpretano.
Questo vale, a maggior ragione, per le regole ed i precetti religiosi, che essendo, inevitabilmente, tutti finti, consentono il massimo della elasticità e del ribaltamento.
Ce lo dimostra in modo esemplare (e contro le stesse intenzioni dell'autore), la ben nota vicenda del 'voto di castità' della povera Lucia, narrato dal Manzoni nei Promessi Sposi.
LUMEN


Atto I - Lucia prigioniera

<< Ma in quel momento, [Lucia] si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata.

Tutt’a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero: che la sua orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacchè, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, nè concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio.

S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: “o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata, voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, o Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra.”

Proferite queste parole, abbassò la testa, e si mise la corona intorno al collo, quasi come un segno di consacrazione, e una salvaguardia a un tempo, come un’armatura della nuova milizia a cui s’era ascritta. Rimessasi a sedere in terra, sentì entrar nell’animo una certa tranquillità, una più larga fiducia. Le venne in mente quel “domattina” ripetuto dallo sconosciuto potente, e le parve di sentire in quella parola una promessa di salvazione.

I sensi affaticati da tanta guerra s’assopirono a poco a poco in quell’acquietamento di pensieri; e finalmente, già vicino a giorno, col nome della sua protettrice tronco tra le labbra, Lucia s’addormentò d’un sonno perfetto e continuo. >>


Atto II - Lucia liberata

<< Lucia, tornatele alquanto le forze, e acquietandosele sempre più l’animo, andava intanto assettandosi, per un’abitudine, per un istinto di pulizia e di verecondia: rimetteva e fermava le trecce allentate e arruffate, raccomodava il fazzoletto sul seno, e intorno al collo. In far questo, le sue dita s’intralciarono nella corona che ci aveva messa, la notte avanti; lo sguardo vi corse; si fece nella mente un tumulto istantaneo; la memoria del voto, oppressa fino allora e soffogata da tante sensazioni presenti, vi si suscitò d’improvviso, e vi comparve chiara e distinta.

Allora tutte le potenze del suo animo, appena riavute, furon sopraffatte di nuovo, a un tratto: e se quell’animo non fosse stato così preparato da una vita d’innocenza, di rassegnazione e di fiducia, la costernazione che provò in quel momento, sarebbe stata disperazione. Dopo un ribollimento di que’ pensieri che non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente furono: “oh povera me, cos’ho fatto!”

Ma non appena l’ebbe pensate, ne risentì come uno spavento. Le tornarono in mente tutte le circostanze del voto, l’angoscia intollerabile, il non avere una speranza di soccorso, il fervore della preghiera, la pienezza del sentimento con cui la promessa era stata fatta. E dopo avere ottenuta la grazia, pentirsi della promessa, le parve un’ingratitudine sacrilega, una perfidia verso Dio e la Madonna; le parve che una tale infedeltà le attirerebbe nuove e più terribili sventure, in mezzo alle quali non potrebbe più sperare neppur nella preghiera; e s’affrettò di rinnegare quel pentimento momentaneo.

Si levò con divozione la corona dal collo, e tenendola nella mano tremante, confermò, rinnovò il voto, chiedendo nello stesso tempo, con una supplicazione accorata, che le fosse concessa la forza d’adempirlo, che le fossero risparmiati i pensieri e l’occasioni le quali avrebbero potuto, se non ismovere il suo animo, agitarlo troppo.

La lontananza di Renzo, senza nessuna probabilità di ritorno, quella lontananza che fin allora le era stata così amara, le parve ora una disposizione della Provvidenza, che avesse fatti andare insieme i due avvenimenti per un fine solo; e si studiava di trovar nell’uno la ragione d’esser contenta dell’altro. E dietro a quel pensiero, s’andava figurando ugualmente che quella Provvidenza medesima, per compir l’opera, saprebbe trovar la maniera di far che Renzo si rassegnasse anche lui, non pensasse più...

Ma una tale idea, appena trovata, mise sottosopra la mente ch’era andata a cercarla. La povera Lucia, sentendo che il cuore era lì lì per pentirsi, ritornò alla preghiera, alle conferme, al combattimento, dal quale s’alzò, se ci si passa quest’espressione, come il vincitore stanco e ferito, di sopra il nemico abbattuto: non dico ucciso. >>


Atto III - Lucia redenta

<< Lucia si voltò, s’alzò precipitosamente e andò incontro al vecchio, gridando: “oh chi vedo! O padre Cristoforo!”
Ebbene, Lucia! da quante angustie v’ha liberata il Signore! Dovete esser ben contenta d’aver sempre sperato in Lui.”

Oh sì! Ma lei, padre? Povera me, come è cambiato! Come sta? dica: come sta?”
Come Dio vuole, e come, per sua grazia, voglio anch’io,” rispose, con volto sereno, il frate. E, tiratala in un canto, soggiunse: “sentite: io non posso rimaner qui che pochi momenti. Siete voi disposta a confidarvi in me, come altre volte?”

Oh! non è lei sempre il mio padre?”
Figliuola, dunque; cos’è codesto voto che m’ha detto Renzo?”

È un voto che ho fatto alla Madonna... oh! in una gran tribolazione!... di non maritarmi.”
Poverina! Ma avete pensato allora, ch’eravate legata da una promessa?”

Trattandosi del Signore e della Madonna!... non ci ho pensato.”
Il Signore, figliuola, gradisce i sagrifizi, l’offerte, quando le facciamo del nostro. È il cuore che vuole, è la volontà: ma voi non potevate offrirgli la volontà d’un altro, al quale v’eravate già obbligata.”

Ho fatto male?”
No, poverina, non pensate a questo: io credo anzi che la Vergine santa avrà gradita l’intenzione del vostro cuore afflitto, e l’avrà offerta a Dio per voi. Ma ditemi; non vi siete mai consigliata con nessuno su questa cosa?”

Io non pensavo che fosse male, da dovermene confessare: e quel poco bene che si può fare, si sa che non bisogna raccontarlo.”
Non avete nessun altro motivo che vi trattenga dal mantener la promessa che avete fatta a Renzo?”

In quanto a questo... per me... che motivo...? Non potrei proprio dire...” rispose Lucia, con un’esitazione che indicava tutt’altro che un’incertezza del pensiero; e il suo viso ancora scolorito dalla malattia, fiorì tutt’a un tratto del più vivo rossore.
Credete voi,” riprese il vecchio, abbassando gli occhi, “che Dio ha data alla sua Chiesa l’autorità di rimettere e di ritenere, secondo che torni in maggior bene, i debiti e gli obblighi che gli uomini possono aver contratti con Lui?”

Sì, che lo credo.”
Ora sappiate che noi, deputati alla cura dell’anime in questo luogo, abbiamo, per tutti quelli che ricorrono a noi, le più ampie facoltà della Chiesa; e che per conseguenza, io posso, quando voi lo chiediate, sciogliervi dall’obbligo, qualunque sia, che possiate aver contratto a cagion di codesto voto.”

Ma non è peccato tornare indietro, pentirsi d’una promessa fatta alla Madonna? Io allora l’ho fatta proprio di cuore...” disse Lucia, violentemente agitata dall’assalto d’una tale inaspettata, bisogna pur dire speranza, e dall’insorgere opposto d’un terrore fortificato da tutti i pensieri che, da tanto tempo, eran la principale occupazione dell’animo suo.

Peccato, figliuola?” disse il padre: “peccato il ricorrere alla Chiesa, e chiedere al suo ministro che faccia uso dell’autorità che ha ricevuto da essa, e che essa ha ricevuta da Dio? Io ho veduto in che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; e, certo, se mai m’è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli: ora non vedo perchè Dio v’abbia a voler separati. E lo benedico che m’abbia dato, indegno come sono, il potere di parlare in suo nome, e di rendervi la vostra parola. E se voi mi chiedete ch’io vi dichiari sciolta da codesto voto, io non esiterò a farlo; e desidero anzi che me lo chiediate.”

Allora...! allora...! lo chiedo;” disse Lucia, con un volto non turbato più che di pudore.
Il frate chiamò con un cenno il giovine [Renzo], il quale se ne stava nel cantuccio il più lontano, guardando (giacchè non poteva far altro) fisso fisso al dialogo in cui era tanto interessato; e, quando quello fu lì, disse, a voce più alta, a Lucia: “con l’autorità che ho dalla Chiesa, vi dichiaro sciolta dal voto di verginità, annullando ciò che ci potè essere d’inconsiderato, e liberandovi da ogni obbligazione che poteste averne contratta.” >>

ALESSANDRO MANZONI

venerdì 17 gennaio 2020

Tra violenza ed empatia

Quando, nel 1886, Robert L. Stevenson pubblicò il suo fortunato romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, l’antropologia era ancora una scienza giovane e incompleta, ma era già ben chiaro a tutti che nella mente umana si agitano, scontrandosi e sopraffacendosi secondo le circostanze, il principio dell’empatia e quello della violenza.
Oggi abbiamo sicuramente le idee più chiare, grazie anche agli sviluppi delle neuro-scienze, ma l’argomento continua a meritare riflessioni ed approfondimenti, come quello di Marco Pierfranceschi, a cui è dedicato il post di oggi e che ho tratto dal suo eccellente blog, Mammifero Bipede.
LUMEN


<< Di tanto in tanto, inciampo in questioni che non riesco a gestire con le chiavi di lettura fornite dalla narrazione corrente. Nel caso specifico, le esplosioni di violenza incontrollata. E l’esercizio della violenza appare vieppiù biasimevole ed incomprensibile quando avviene nei confronti di soggetti deboli, di norma donne e bambini. (…).

Ancora una volta mi sono rifatto al pensiero di Darwin: cosa è un vantaggio, e cosa uno svantaggio, in termini evolutivi? Il comportamento sociale, quindi l’empatia, la capacità di comprendere, interpretare e fare proprie le emozioni altrui, è evidentemente un vantaggio: consente di formare gruppi, la cui efficacia in termini di sopravvivenza e riproduzione è superiore a quella del singolo individuo.

Ma se la cooperazione è un fattore chiave del nostro successo come specie, la competizione lo è altrettanto perché consente, all’individuo ed al gruppo, di difendersi dalle aggressioni, di sottomettere i ‘competitors’ ed in ultima istanza di accedere ad una maggior quantità di risorse.

Ma, e qui è il punto, come gestire queste due necessità tra loro conflittuali? Come passare dalla cura e l’affetto per il proprio gruppo/tribù alla necessità di combattere senza pietà tribù rivali e potenziali aggressori? Come passare dal ruolo di genitore affettuoso a quella di guerriero spietato?

La spiegazione che mi sono dato è che queste due nature fanno entrambe parte del nostro essere umani, separate da un confine che può essere, a volte, molto sottile. Sia la capacità di provare empatia che quella di non provarne fanno parte del successo evolutivo della nostra specie. E la gestione di questa profonda contraddizione risiede in meccanismi mentali, sviluppati ad-hoc, che possono occasionalmente incepparsi.

Così, per fare un esempio, possiamo essere profondamente empatici con alcune specie animali ‘da compagnia’, e parimenti non-empatici con altre specie animali di cui invece ci nutriamo. Non è raro, nel mondo contadino, che la stessa persona che al mattino gioca con il proprio cane, il pomeriggio sgozzi a mani nude un maiale: entrambi questi comportamenti sono funzionali al suo benessere ed alla sua sopravvivenza.

Se, pertanto, entrambi i comportamenti, empatico e psicopatico, sono vantaggiosi per la specie (o lo sono stati in un passato non troppo lontano, dato che il genoma umano è sostanzialmente immutato da diverse decine di migliaia di anni), la mia personale conclusione è che disporre della capacità di passare dall’uno all’altro rappresenti anch’essa un vantaggio.

Quindi dobbiamo abituarci a ragionare gli esseri umani come individui necessariamente dotati di questa doppia natura, empatica ed an-empatica, in grado di passare senza soluzione di continuità dall’una all’altra se posti in condizioni di forte stress.

Questo significa che chiunque di noi può, in un determinato momento, ‘perdere il lume della ragione’. Perdere, cioè, la capacità di percepire gli altri come simili a sé, finendo col comportarsi da perfetto psicopatico per un ristretto arco temporale. L’assunzione di sostanze psicotrope (droghe o alcol) facilita questa transizione di stato mentale.

Essendo tale capacità, nel contesto odierno caratterizzato da una diffusa socialità, potenzialmente dannoso non solo per l’oggetto della violenza ma anche per il soggetto che la esprima, l’unico suggerimento che si può dare ai singoli è quello di evitare, ove possibile, le situazioni capaci di generare stress elevati. Obiettivo che, di fondo, rappresenta la finalità di molte antiche filosofie orientali, in cui la ricerca della pace interiore attraverso forme di meditazione non ha altro intento se non la riduzione dell’accumulo di stress psicologico.

Dal punto di vista della collettività, se la tesi suesposta dovesse essere confermata da evidenze sperimentali, dovremmo darci modo di diagnosticare la potenziale fragilità di questo confine psichico in specifici individui, per indirizzarli verso stili di vita ‘a basso rischio’. Allo stesso modo i partner dovrebbero poter accedere a queste informazioni cliniche, in modo da poter agire di conseguenza.

Purtroppo la società attuale va in direzione diametralmente opposta, promuovendo forme di insoddisfazione (e quindi di stress) come motore dello sviluppo sociale, alimentando bisogni indotti e generando in forma diffusa situazioni esasperanti, non ultima la guida prolungata di veicoli a motore. Queste condizioni di ‘stress sociale’ si scaricano, in ultima istanza, all’interno dell’unità minima, la coppia o la famiglia.

Non è un caso se le culture a capitalismo avanzato, che più spingono sull’accelerazione di questi fattori di stress, siano anche quelle dove l’uso di sostanze psicotrope sia più elevato, e le esplosioni di violenza irragionevole avvengano su più larga scala.

L’esperimento sociale in cui viviamo immersi da decenni ormai, consistente nell’inurbazione forzata di masse crescenti di individui e nella competizione economica tra diverse nazioni pur in assenza di conflitti espliciti tra le stesse (le guerre), finisce con lo scaricare la distruttività accumulata ed inespressa sugli elementi più deboli della catena: i singoli individui, finendo con l’innescare esplosioni di violenza incontrollata ed insensata proprio in virtù di un meccanismo che, in un lontano passato, ci ha invece aiutato a sopravvivere. >>

MARCO PIERFRANCESCHI


LINK=https://mammiferobipede.wordpress.com/2019/10/30/darwin-lempatia-e-la-violenza/

venerdì 10 gennaio 2020

Punti di vista - 15

CRUDELTA’
Leggendo Murray Bookchin ho capito questa cosa: noi diciamo che la natura è “crudele”, ma in realtà nella sua apparente crudeltà c’è misericordia, perchè i meccanismi naturali fanno sì che ogni sofferenza sia breve.
L’animale debole o malato viene predato per primo; se è un predatore la morte per fame, per quanto più lenta, arriva presto.
Noi umani, invece, con il peggio (la tortura o la prigionia) e il meglio (la medicina o l’amore) di noi, riusciamo a prolungare anche per lunghissimo tempo la sofferenza.
Forse anche per questo siamo sempre alla ricerca di un senso.
GAIA BARACETTI


NUOVI NAZIONALISMI
E’ sbagliato equiparare i nuovi nazionalismi a quelli fascisti e nazisti del '900.
Questi ultimi furono violenti, espansionistici (imperialistici) "estroflessi e offensivi", mentre gli attuali nazionalismi sono "introversi e difensivi".
I nuovi nazionalismi esprimono un profondo bisogno di sicurezza e protezione davanti alla globalizzazione sfrenata.
La nazione e lo stato nazionale vengono invocati come "rifugio", "scudo protettivo", non solo economico-sociale ma culturale e spirituale.
SOLLEVAZIONE


FORZA DI LEGGE
Da noi, di fronte a qualunque difficoltà, il Parlamento è pronto a votare una nuova legge “che risolverà una volta per tutte il problema”.
Spesso non considerando che esiste già una legge che reca le disposizioni opportune, e che sarebbe stato sufficiente applicare.
In realtà, sarebbe questa la prima cosa da capire: perché non è stata applicata? Magari rimediando poi all’errore. Semplice buon senso.
Gli italiani sono un popolo anarchico, allergico al rispetto della legge, e tuttavia hanno un’idea magica di questo strumento.
Non lo vedono come un semplice comando che avrà efficacia se gli uomini obbediscono, per loro l’unico problema della legge è la sua formulazione, la sua perfezione formale e la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Se poi gli uomini non la applicano, sarà compito della magistratura punire i colpevoli. Il Parlamento ha fatto la sua parte.
GIANNI PARDO


LEGGERE A SPEZZONI
Le gravi carenze nella lettura e nella scrittura non sono affatto una novità.
Non si può dire, dunque, che la colpa sia degli smart-phone, dei messaggini o dei social network.
D’altronde, i cosiddetti «nuovi media» hanno avuto e stanno avendo un loro ruolo: quello di creare una sorta di illusione ottica, saturando l’ambiente con una miriade di micro-testi frammentari e atomizzati, sempre più asserviti alle immagini.
Anche la sconfinata disponibilità di banche dati interrogabili ha favorito l’affermarsi di una lettura per spezzoni, contribuendo a modificare almeno in parte i nostri schemi mentali.
Questa destrutturazione, rivolta a intelligenze sempre più abituate a guardare che a leggere, va di pari passo con la progressiva divaricazione tra il nostro quotidiano digitare e lo scrivere testi di una sia pur minima complessità.
GIUSEPPE ANTONELLI


TRASPORTO PUBBLICO
Se non ci fosse trasporto privato, ma solo trasporto pubblico, potremmo percorrere uno stesso tragitto in 10 minuti.
Ma siccome tutti decidono, autonomamente, di acquistare un’automobile privata, allora tra il restringimento delle carreggiate prodotto dalle auto in sosta e l’intasamento prodotto da quelle in movimento si crea una condizione di ingorgo che fa allungare i tempi di percorrenza a 40 minuti per l’auto privata ed un’ora per il mezzo pubblico (penalizzato ulteriormente dalle dimensioni delle vetture e dalla necessità di effettuare fermate).
In questa condizione non c’è modo che il trasporto pubblico venga percepito come vantaggioso, di conseguenza gli utenti continuano a calare, l’introito dell’emissione di biglietti non è più sufficiente a coprire i costi di gestione e le aziende che lo gestiscono entrano in deficit.
MARCO PIERFRANCESCHI

venerdì 3 gennaio 2020

La fine del contante

Della possibile abolizione del denaro contante (e non solo della sua limitazione, come ora) si parla sempre più spesso e la sensazione è che, prima o poi, gli Stati Europei provvederanno veramente a farlo.
Gli scopi dichiarati sono nobilissimi, ma il sospetto che dietro ci sia ben altro è forte.
Proprio su questo argomento ospito oggi – con molto piacere - le riflessioni dell’amico Sergio Pastore, che ci mostra tutti i rischi e le contraddizioni dell’orwelliano progetto. Buona lettura. LUMEN


<< “Il complotto per l’eliminazione del Contante” è il titolo di un libro di un economista tedesco, Hans-Jörg Stützle (Das Bargeld Komplott), in cui chiama alla difesa del contante. Con la sua eliminazione scomparirebbe quel che ancora resta della nostra libertà: saremmo alla mercé delle banche e dello Stato che potranno espropriaci e tassare a piacimento, ovviamente con le migliori intenzioni (per es. per salvare i posti di lavoro, per rilanciare l’economia, per far crescere i consumi, insomma: per salvare la patria).

La balla della lotta all’evasione

Innanzi tutto: esiste davvero un complotto che ha per fine l’eliminazione del contante? Come l’ha scoperto l’autore? I complottisti raramente sono noti, operano nell’ombra, all’oscuro, se no che complottisti sarebbero? Ma per quanto cauti le loro azioni non passano sempre inosservate, qualche segno della loro attività può essere avvertito da chi è attento e riflette.

Intanto tutti vediamo che è in corso una lotta aperta al contante con i più vari pretesti (mezzo di pagamento antiquato, persino poco igienico – per i batteri su banconote e monete!). Ma s’insiste soprattutto su un punto: eliminando il contante l’evasione fiscale sarebbe finalmente debellata. Infatti ogni nostra operazione col denaro elettronico sarebbe registrata, anche ordinare un caffè o un gelato! Niente più sfuggirebbe al fisco, il controllo sull’uso del denaro – e sulle nostre vite – sarebbe totale.

Ora, non tutti sanno che il contante costituisce meno del 10% di tutto il denaro circolante: oltre il 90% del circolante è costituito da moneta scritturale o contabile (che chiameremo in seguito per comodità denaro elettronico). Ora che le grandi evasioni avvengano grazie a quel 10% scarso di contante è semplicemente ridicolo.

Ma l’argomento tira e addirittura spopola, specie tra la gente semplice ovvero tra i poveri di spirito. Ma certo: basta con i pagamenti con o senza fattura dell’idraulico e del dentista, questi fior di delinquenti! Tutto sarà sotto controllo, l’evasione sarà se non proprio azzerata almeno drasticamente ridotta. A quel punto lo Stato potrebbe poi addirittura ridurre le tasse perché i miliardi una volta evasi andranno adesso a rimpinguare le sue casse. Ma se allora la lotta all’evasione tramite l’eliminazione del contante è solo un pretesto, qual è il vero motivo della lotta, quali sono le intenzioni celate dei complottisti?

Un’esperienza personale

Con mia non poca sorpresa (sono anch’io una persona semplice e povera di spirito, che non specula in borsa) ho constatato che le banche sono estremamente restie a versare denaro in contanti ai propri clienti.

Quando chiesi (per curiosità e per gioco) 200'000 franchi svizzeri in contanti [ca. 180 mila euro - NdL] fui dapprima deriso e poi minacciato! Siccome insistevo – volevo in fondo soldi miei – alla fine acconsentirono (e che altro potevano fare?), ma fui informato che non avrei poi più potuto depositare questa somma da loro. Oggi infatti le banche esigono di conoscere la provenienza di una somma consistente di denaro: non posso presentarmi allo sportello con una valigetta piena di soldi. È la nuova strategia per la lotta all’evasione (e dàlli!) e al lavaggio di denaro sporco.

Ma perché le banche non danno volentieri contante ai propri clienti? Perché il contante, per quanto costituisca una parte quasi irrisoria del circolante, è per le banche fondamentale. Tutti conosciamo il fenomeno della corsa agli sportelli in caso di crisi di una banca o in seguito a notizie allarmanti sullo sviluppo dell’economia. La gente ha paura e cerca di salvare il salvabile, i propri depositi. Ma a questo punto gli sportelli vengono chiusi e i clienti restano con un palmo di naso (in casi gravi, perderanno i propri soldi per il fallimento della banca).

Ora è chiaro che una banca non tiene in cassaforte miliardi di contante da consegnare ai clienti su loro richiesta. Il contante in cassaforte è per forza limitato, tanto che il prelievo di una consistente somma deve essere prenotato (qui in Svizzera, non so come vadano le cose in Italia). La banca deve procurarsi il contante presso la Banca nazionale o altre banche. Il fatto è che se molti clienti ritirano i propri depositi la banca va in crisi: il suo capitale si riduce. Sembra che bastino pochi punti percentuali di riduzione del capitale per compromettere l’attività della banca. Perciò il fenomeno della corsa agli sportelli è tanto temuto dalle banche.

Solo il contante è reale!

Così titolava la Neue Zürcher Zeitung un suo articolo (Nur Bares ist Wahres!). È evidente che anche il denaro elettronico è denaro vero: posso infatti comprare con esso tutto ciò di cui ho bisogno, anche case e terreni o una flotta aerea. Ma – diciamo così – il contante è in un certo senso più vero e reale di quello elettronico: non per niente le banche se ne disfano così malvolentieri! Eppure stiamo marciando verso l’eliminazione del contante senza che quasi ce ne accorgiamo, anzi persino con sollievo e piacere: ah, com’è pratico pagare con la carta di credito!

La Svezia sarà il primo paese ad aver eliminato il contante senza che nemmeno lo Stato l’abbia abolito ufficialmente (ricordiamo che il contante – banconote e monete – sono tuttora un mezzo di pagamento legale, che non può essere rifiutato da un esercente). Ma in Svezia oggi i commercianti praticano quasi tutti il “cash-free” (niente contanti). Persino le banche fanno le schizzinose se qualcuno vuol depositare o prelevare contanti. La Danimarca ha già comunicato che fra breve non stamperà più banconote. Altri paesi seguiranno. Faccio una profezia: entro il 2025 l’UE avrà abolito il contante. Per lottare contro l’evasione? Balle!

Il vero motivo dell’eliminazione del contante

Una volta sparito il contante tutto il denaro sarà elettronico e rimarrà nel sistema. I pagamenti avverranno tramite trasferimenti bancari. Nessuno più potrà prelevare contante e spenderlo come meglio gli pare senza alcun controllo, cioè liberamente. Tutto sarà sotto controllo (anche se vai a mignotte lo Stato lo saprà).

L’ingenuo o povero di spirito dice: “Ma che m’importa, io non ho niente da nascondere, sono incensurato e non temo nessun controllo o verifica.” Ma il fatto è che i miliardi di dati raccolti tramite i bonifici possono essere manipolati o incrociati in modo errato e l’incensurato risulterà o un critico del regime (“ha versato soldi a Greenpeace o a Amnesty International”, individuo sospetto) o persino un delinquente. È facile immaginare le conseguenze.

L’esproprio e le tasse

Nessuno sa cosa ci riserva l’avvenire. Alcuni parlano di una inevitabile nuova crisi peggiore di quella del 2008. Il futuro è incerto, gli esperti – che non avevano previsto la crisi del 2008 – non sono molto attendibili. Che fine faranno i nostri risparmi in caso di crisi, forse acuta e prolungata? Non pochi tengono perciò i soldi sotto il materasso o in altro luogo sicuro. A dir la verità i soldi sotto il materasso non sono così sicuri: i ladri non scioperano e un incendio potrebbe distruggere tutti i nostri soldi. Le cassette di sicurezza e l’assicurazione costano, e quei soldi non rendono e si svalutano.

Ma meglio soldi svalutati che la perdita di tutto per il fallimento della banca! Non assistiamo già adesso a un parziale esproprio con i tassi negativi (chiamati anche – incredibile - tassi punitivi!)? Punizione di cosa? Di tenere i soldi sul conto corrente invece di investirli, di far girare così l’economia? Eppure la gente tace, accetta i tassi negativi come una fatalità. Quando tutto il denaro sarà elettronico e nel sistema le banche, ma anche lo Stato, potranno prelevare con estrema facilità – qualche clic – i soldi di cui hanno bisogno: per far quadrare i bilanci, per il bene comune, per il salvataggio della patria.

Ma possiamo ancora salvare il contante?

Se lo Stato italiano o altro stato europeo abolisse oggi ufficialmente il contante con una relativa legge ci sarebbe probabilmente un sollevamento popolare, persino in Italia. Lo Stato preferisce che sia l’economia a far sparire il contante: infatti anche lo Stato è interessato alla sua eliminazione per prelevare dai conti qualche tassa straordinaria (ricordate Giuliano Amato?). La gente pian piano si rassegna a pagare tutto con la carta di credito e domani con lo smart-phone obbligatorio per tutti. La scomparsa del contante avviene progressivamente e la gente vi si rassegna, anzi trova i pagamenti con la carta di credito o lo smart-phone così pratici ed eleganti.

I giochi sono dunque fatti, inutile opporsi? Una proposta: usare meno la carta di credito, che oltre tutto induce anche ad acquisti non veramente necessari. È così facile estrarla e comprare tante scemenze che sembrano quasi gratis (invece il conto si riduce). Le banconote e le monete escono invece con attenzione e riserva dal portafoglio, proprio per la loro materialità: sono proprio vere e consistenti, dispiace separarsene! Gli Africani sembrano addirittura più avanti di noi italiani ed europei: pagano già con lo smart-phone. Anche i Cinesi sono all’avanguardia: pagano con un sorriso nello schermo (grazie alla registrazione facciale).

Il nostro autore, Hansjörg Stützle, paga anche le tasse in contanti: si presenta all’ufficio imposte col contante che gli impiegati non possono rifiutare! Passerà per pazzo o scemo, lo manderebbero volentieri al diavolo, ma intanto per il momento devono accettare il contante e fargli la ricevuta. Sarebbe tutto più facile con solo qualche clic, e invece il signor Stützle va a rompere le scatole ad impiegati chissà in che discorsi affaccendati. Diciamolo: questo signor Stützle è un sovversivo, da schedare! >>

SERGIO PASTORE

venerdì 27 dicembre 2019

L'equilibrio degli eco-sistemi - 2

Si conclude qui il post di Jacopo Simonetta sui “Servizi Eco-Sistemici” (seconda ed ultima parte). LUMEN


<< Aria
La composizione dell’atmosfera ha alcune implicazioni su cui raramente si riflette. Rende possibile alle piante di foto-sintetizzare ed a praticamente tutto ciò che vive di respirare, ma non solo. Come abbiamo accennato, filtra i raggi cosmici, impedendo che le cellule vangano uccise ed assicura al Pianeta una temperatura media compatibile con la presenza di acqua allo stato liquido e di vita biologica. Una composizione dell’atmosfera relativamente costante è un servizio eco-sistemico.

Qualcuno comincia a rendersi conto che averla alterata anche di poco sta scatenando una specie di anteprima d’inferno in molte regioni. Questa alterazione deriva solo in parte dalla combustione di biomassa fossile; per una parte consistente deriva da disboscamento e incendi, degrado dei suoli ecc.

Su quali siano le rispettive percentuali non c’è accordo fra i ricercatori, ma che siano entrambe determinanti è assodato. Quello su cui non si riflette abbastanza è che tutto ciò ha già scatenato una serie di retroazioni auto-rinforzanti di ulteriore riscaldamento e che solo ed esclusivamente il ripristino dei servizi eco-sistemici potrebbe, forse, fermare prima che la maggior parte del pianeta diventi un deserto. Quindi, abbiamo bisogno soprattutto di foreste e paludi.

Cibo
In effetti, oggi la base alimentare dell’umanità è costituita da petrolio e gas naturale, ma per rendere digeribile questa roba abbiamo bisogno di trasformarla in tessuti vegetali o animali sfruttando dei servizi eco-sistemici. E troppo petrolio e gas stanno demolendo pezzo per pezzo gli ecosistemi che ci forniscono questo servizio. Per non parlare dell’effetto definitivo rappresentato da quella coltre di cemento ed asfalto che siamo soliti chiamare “città”.

Clima
Già molto tempo fa, gli storici si sono accorti che le società complesse, capaci di produrre quelle che chiamiamo “grandi civiltà”, sono sempre state vincolate ad aree caratterizzate da clima mite. Il motivo è semplice e non c’entra con l’intelligenza umana, semmai con la stupidità. Un clima temperato è infatti un presupposto per suoli non solo fertili, ma anche dotati di una forte resilienza allo sfruttamento agricolo, a sua volta presupposto per il sostentamento di elevate concentrazioni di persone e, quindi, per lo sviluppo di società complesse, in grado di produrre i capolavori di arte e di scienza che tanto ci affascinano.

Non a caso, man mano che i suoli sono stati erosi ed il clima è diventato più ostile, le “società avanzate” sono fiorite altrove, tendenzialmente più verso nord, laddove il clima era ancora compatibile con elevate densità di popolazione.

Proprio ora, per la prima volta nella storia, climi e suoli stanno diventando inadatti a sostentare una società numerosa e tecnologicamente avanzata in praticamente tutto il mondo contemporaneamente. Si, perché la tecnologia, tanto più è avanzata, quanto più ha bisogno di una base sociale numerosa, il che significa dare da mangiare e da bere alle tante formichine che concorrono a far funzionare una grande città. Mangiare e bere che sono servizi eco-sistemici che la città sistematicamente distrugge.

Sostituire i servizi eco-sistemici

Si possono costruire depuratori per riciclare l’acqua, si possono sintetizzare fertilizzanti per produrre cibo su terreni esausti; plastiche e metalli possono sostituire il legno, anzi fare di meglio assai. Si sono costruite macchine che possono produrre elettricità senza emissioni climalteranti e perfino macchine che pompano CO2 dall’atmosfera nelle viscere della Terra. Certo, ma tutto ciò ha dei costi.

Costi in primo luogo energetici, perché mentre la fotosintesi trasforma CO2 in biomassa usando la luce del sole, le nostre macchine sono alimentate comunque da combustibili fossili ed è quanto meno improbabile che si possa fare altrimenti. Oggi, le fonti rinnovabili coprono infatti meno del 10% del consumo globale (5% idroelettrico, 3% eolico, 2% solare) ed esistono solo grazie ad un’industria potentissima che usa grandi quantità di materiali.

Incrementarne l’uso per sopperire ai consumi attuali comporterebbe l’estrazione ed il consumo di milioni di tonnellate di cemento, acciaio, rame eccetera, compresi parecchi minerali rari provenienti da immense miniere poste ai quattro angoli del mondo. L’unico modo di ridurre sensibilmente le emissioni climalteranti sarebbe tagliare drasticamente i consumi finali, cioè liquidare buona parte dell’industria e tutte le grandi città, per poi fare i conti con la mostruosa sovrappopolazione che ottenebra il Pianeta e che continuiamo ad ignorare.

Costi finanziari. Se a qualcuno sembra di dover correre sempre di più per ottenere sempre di meno non è pazzo. Anzi è uno dei pochi che si è accorto di un fenomeno ben reale: in gergo si chiama “Sindrome della Regina Rossa”. Ci sono diversi fattori concomitanti e sinergici alla base di questo fenomeno, ma i principali sono due:

Il primo è il degrado qualitativo delle risorse energetiche e minerarie che ci costringe a scavare, pompare, trasportare sempre di più per ottenere ciò che ci serve. Detto in altri termini, lo sforzo di produzione cresce più rapidamente del prodotto.

Il secondo è il venire meno dei servizi eco-sistemici, che ci costringe a ricorrere a succedanei tecnologici. Macchine ed impianti però costano ed i soldi vengono prodotti dalle banche mediante l’accensione di debiti e che devono poi essere restituiti con l’interesse, altrimenti il sistema grippa ed il denaro scompare. Per pagare gli interessi è necessario che l’economia cresca, solo che il degrado delle risorse ed il venir meno dei servizi eco-sistemici si mangiano parte crescente della produttività, lasciando sempre meno per la crescita.

I servizi eco-sistemici, invece, sono gratis. Ma lo sono davvero? Come disse giustamente Milton Friedman: “In Natura non esistono pasti gratis”. E quale è allora il prezzo da pagare? Il prezzo è accettare di rimanere degli elementi marginali della Biosfera.

Oggi però noi, i nostri simbionti e le nostre escrescenze di acciaio, vetro, catrame e cemento, copriamo circa il 50% circa delle terre emerse; il 100% se consideriamo che oramai qualunque angolo della Terra è sfruttato per qualcosa e/o inquinato da qualcosa: dalla troposfera agli abissi oceanici. Teoricamente sarebbe possibile un “rientro”, ma oramai non “dolce”. Bisognerebbe infatti che i ricchi accettassero di diventare poveri ed i poveri di restare tali, bisognerebbe anche che tutti accettassimo di fare al massimo due figli e di morire alla prima malattia seria che ci prende. >>

JACOPO SIMONETTA


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venerdì 20 dicembre 2019

L'equilibrio degli eco-sistemi -1

Che cosa sono i “Servizi Eco-Sistemici” ? Secondo la icastica definizione dell'autore di questo post sono “tutto ciò che ci mantiene in vita”: e quindi, per esempio, l’energia, l’acqua, l’aria, il cibo, il clima, e molte altre cose, che interagiscono continuamente tra loro e con gli esseri viventi.
Si tratta di equilibri molto importanti, ma anche molto delicati, dei quali abbiamo una conoscenza ed una consapevolezza non sempre adeguate.
A questo argomento sono dedicate le riflessioni di Jacopo Simonetta, in questo lungo post, diviso in 2 parti per comodità di lettura.
LUMEN


<< Al netto di qualche ricercatore e di pochi professionisti, nessuno in fondo sa cosa siano i servizi eco-sistemici e nemmeno gli interessa saperlo. (…) Perché? Una risposta parte, credo, dalla struttura del nostro sistema nervoso.

Mi risulta che il nostro cervello riesca a processare circa 500 bit al secondo, mentre gli organi di senso ne inviano parecchie migliaia, che già sono una minima parte dell’informazione presente intorno a noi. Per evitare un blocco per “overflow”, ci sono dunque dei filtri che selezionano le informazioni più urgenti prima che sia raggiunto il livello cosciente. Una funzione questa presente in tutti gli animali e che evolve coi tempi della biologia, dunque centinaia di migliaia di anni.

Da sempre le informazioni più urgenti sono quelle che riguardano oggetti in movimento. Per i nostri avi qualcosa che si muove era qualcosa che potevi mangiare, o qualcosa che ti poteva mangiare. Per noi è magari un’auto che ci viene addosso, ma resta il fatto che prestare attenzione a ciò che si muove è generalmente interessante, spesso salubre. Di qui la nostra attenzione agli animali assai più che alle piante ed alle piante più che alle pietre. Di qui il successo degli you-tuber, assai più che degli scrittori. Il successo dei videogiochi, ecc.

Siamo perfettamente adattati a individuare opportunità a minacce impellenti, quando si muovono, mentre siamo quasi del tutto disarmati quando le opportunità e le minacce vengono da qualcosa di scarsamente visibile, poco rumoroso e/o molto lento.

Il problema sorge dal fatto che non sempre l’urgenza coincide con l’importanza e qui arriviamo ai servizi eco-sistemici. Non ci facciamo mai caso, addirittura ci viene difficile osservarli anche quando vogliamo, perché sono qualcosa che il nostro cervello automaticamente elimina dal flusso di bit come “rumore di fondo”. Con ragione, perché sono lì da sempre e, su scala globale, finora pressoché immutati. Il guaio è però che non saranno lì per sempre e che non sono immutabili. Non a caso, cominciamo ad accorgerci di essi adesso che hanno cominciato a venire meno.

Per fare un’analogia, le persone che vivono vicino ad una cascata o ad un’autostrada non odono il rumore dell’acqua o del traffico, ma si allertano immediatamente se per qualche ragione quel suono così abituale cambia o vien meno.

I servizi eco-sistemici sono così: ti accorgi di loro solo quando non ci sono più. Ci succede un poco come a quelli che si accorgono della moglie solo quando se lei ne è andata; solo ma senza moglie si può vivere, senza servizi eco-sistemici no. E difatti, se andiamo a studiare le civiltà scomparse, troviamo che sempre, sottostante la crisi che le ha travolte, c’è stato un consistente venir meno dei servizi eco-sistemici.

Dunque cosa sono? Tutto ciò che ci mantiene in vita.

Per esempio energia, acqua, aria, cibo, clima non sono prodotti del nostro ingegno e del nostro lavoro, bensì del funzionamento degli ecosistemi di cui siamo parte. Ingegno e lavoro contano, ovviamente, ma nella misura in cui riescono ad estrarre qualcosa di utile dal funzionamento della biosfera. Vale a dire che i servizi eco-sistemici sono il risultato complessivo di una miriade di costanti interazioni fra organismi viventi, rocce, acqua, aria ed astri celesti che conosciamo solo in modo molto parziale.

Vediamone meglio alcuni:

Energia
Quasi 8 miliardi di noi vivono su questo pianeta dissipando l’energia messaci a disposizione dagli ecosistemi. Per le fonti fossili (petrolio, gas e carbone) si tratta del prodotto della fotosintesi in ere geologiche passate; biomassa e cibo sono invece prodotti della fotosintesi attuale. La luce del Sole viene filtrata da un’atmosfera che è il risultato di miliardi di anni di fotosintesi e, senza questi filtri, ben poco di vivente ci sarebbe sulle terre emerse.

Annualmente consumiamo l’energia fossile accumulatasi in molte centinaia di migliaia di anni di foto-sintesi del passato oltre a circa il 50% della biomassa prodotta dalla fotosintesi attuale. A far data dall’ “Overshoot day” consumiamo anche quota parte del capitale di biosfera che ci fornisce quell'energia, riducendone quindi la produzione. Un po’ come qualcuno che ogni anno spenda più di quel che guadagna, attingendo ad un capitale ereditato degli avi.

Acqua
A scuola ci insegnano che l’acqua è una risorsa rinnovabile perché ricircola costantemente fra il mare e la terraferma. Vero, ma allora come mai in quasi tutto il mondo la portata di fiumi e sorgenti diminuisce; le falde acquifere sono più o meno depresse ovunque? Semplice: perché ne pompiamo in mare più di quanta non riesca a tornare indietro e, contemporaneamente, smantelliamo pezzo per pazzo il sistema che porta la pioggia nell'entroterra. Il ciclo dell’acqua infatti funziona a condizione che vi siano degli ecosistemi funzionanti, in particolare foreste, laghi e paludi, altrimenti le precipitazioni diventano scarse ed irregolari.

Il meccanismo è complesso e ancora non del tutto compreso, ma in sintesi, l’acqua che evapora dal mare ripiove in mare, salvo una percentuale che piove sulle zone costiere. Se qui viene intercettata e trattenuta dalla vegetazione e dalle paludi, rievapora e piove più verso l’interno e così via. Altrimenti se ne torna presto in mare e amen.

I fiumi rappresentano il “troppo pieno” di questo sistema, le falde acquifere sono invece le riserve che possono tamponare le fluttuazioni temporanee, a condizione di non venire prosciugate e/o inquinate. La tecnologia e l’energia fossile ci permettono di andare a pompare riserve sempre più profonde, dimenticate dal tempo, ma meglio ci riesce di fare questo, più alteriamo irreparabilmente il ciclo, spostando acqua dalla terraferma al mare, senza che possa poi tornare.

Certo, questo è solo uno schema e si applica in modo molto di verso a seconda delle regioni e delle stagioni, ma resta sempre valido il fatto che quando la portata dei fiumi diminuisce, significa che abbiamo già superato la soglia di pericolo. L’unica cosa intelligente da fare sarebbe ridurre i consumi ed aumentare foreste e paludi. La cosa più stupida è pompare di più e più in profondità, anche se può essere molto redditizio. >>

JACOPO SIMONETTA

(segue)

(LINK=https://ugobardi.blogspot.com/2019/10/il-prezzo-per-la-vita-e-la-morte-come.html)

venerdì 13 dicembre 2019

Punti di vista – 14

NUOVA DEMOCRAZIA
L'esternalizzazione dei poteri dalle democrazie parlamentari ai mercati (e in generale alle dinamiche economiche) ha reso deboli i partiti e i parlamenti, quindi le persone non credono più che i partiti e i parlamenti possano davvero modificare il reale facendo i loro interessi.
Quindi ci si affida sempre di più a un capo assoluto sperando che lui - proprio in quanto assoluto, sciolto da vincoli, discussioni, parlamenti etc - abbia i muscoli per fare quello che le democrazie non riescono più a fare.
Le ideologie hanno fallito, hanno tradito, le loro declinazioni parlamentari si sono annacquate e scolorite fino al nulla, le loro possibilità di migliorare le nostre vite si sono ridotte infinitamente, quindi ci resta solo il Capo bravo e buono a cui affidarci, in cui sperare.
Di qui il passaggio graduale, ma visibile, dalle democrazie alle "democrature".
ALESSANDRO GILIOLI


EURO SOMMERSO
La Francia rinunciò ai suoi poteri nella maggior parte delle colonie africane negli anni ’60, (…) [ma li compensò] con la formulazione del Patto Coloniale Francese (CFA), uno strumento votato a perpetuare la natura parassitaria dell’era coloniale.
Quel che spicca in questo patto è la richiesta a questi paesi di usare una moneta comune (il Franco CFA), controllata direttamente dalla Banca Centrale Francese a Parigi.
Questa moneta era agganciata al Franco Francese, e nel 2002 con l’introduzione dell’euro, venne agganciata all’euro stesso.
Ciò significa che quattordici paesi africani non hanno una politica monetaria indipendente. Non hanno il diritto di determinare i dettagli di quanta moneta viene distribuita nella loro economia o di rivalutare la loro moneta a piacimento.
Tutte le decisioni di politica monetaria vengono controllate da Parigi.
N. R. MAKENA


L’ALTRA GUANCIA
Sicuramente non bisogna insegnare a porgere l’altra guancia perché, se questa fosse la regola, nella savana non si salverebbe nessuno.
Bisogna insegnare non tanto a porgere l’altra guancia, quanto a non dare il primo schiaffo. “Noi siamo animali sociali, e se tratterai male il prossimo, il prossimo tratterà male te: la cosa non ti conviene”.
Ecco una lezione etologica che è, nello stesso tempo, morale e fondata.
GIANNI PARDO


ADDESTRAMENTO MILITARE
E' risaputo che fare violenza agli altri, magari uccidere, è una azione che per il 90% delle persone e oltre va contro tutti i "principi" con i quali si viene educati e si è abituati nella sopracitata "civile convivenza".
Il risultato è che durante le guerre del passato la maggior parte dei soldati sparava di proposito per non colpire nessuno. Dopo che la cosa fu studiata in lungo e in largo, si addivenne a due principi base.
Primo, esiste una minoranza di persone per cui uccidere non è difficile e una ulteriore minoranza per cui è addirittura divertente. Questi vengono adibiti, da che mondo è mondo e in tutti gli eserciti e schieramenti (...) ad incarichi speciali, dove è richiesto di uccidere, chiunque, comunque, senza battere ciglio. Come se fosse una cosa "normale".
Poi c'è l'addestramento che funziona meglio tanto più è "estremo" nel senso della de-strutturazione della personalità per poi ri-strutturarla con degli automatismi ripetitivi per cui poi si uccide come reazione meccanica ad un certo stimolo, senza che ci sia tempo e modo per la censura razionale di intervenire.
Le persone condizionate in questo modo sono adibite a quelle operazioni dove non è richiesta autonomia di pensiero indipendente ma semplice forza d'urto, tipo fanteria di prima linea.
E' la ragione per cui i soldati oggigiorno faticano a riadattarsi alla "vita civile", non è tanto l'esperienza della guerra ma il condizionamento a reagire istintivamente col massimo della violenza senza pensare.
L.C.


FACEBOOK
Quello che mi dà fastidio di Facebook è che asseconda uno dei lati peggiori dell’essere umano, e cioè l’esibizionismo.
Pensatori più adatti di me hanno già commentato sull’effetto di queste vetrine virtuali, sul bisogno di apparire e quasi vendersi come merce in un negozio.
Perché devo sentire il bisogno di raccontare ogni minuzia della mia vita quotidiana su Facebook o Twitter?
A cinquecento persone interessa veramente che ho fatto una torta, litigato con un collega, o bevuto troppo la sera prima?
Peggio ancora: perché dare in pasto i dettagli più privati della propria vita a chicchessia?
GAIA BARACETTI