PERSEVERARE DIABOLICUM
Ogni guerra richiede una spiegazione pubblica. I governi comprimono storia, interessi e incertezze in una narrazione in grado di mantenere il consenso politico.
Il pericolo inizia quando quella narrazione cessa di essere un argomento e diventa un articolo di fede. Le prove che un tempo avrebbero potuto imporre un cambiamento di politica vengono allora trattate come una minaccia alla legittimità di tale politica.
Ucraina e Iran mettono in luce questo fallimento in contesti diversi.
In entrambi i casi, la versione ufficiale ha ridotto un conflitto complesso a un'unica giustificazione univoca, ha relegato ai margini gli eventi storici scomodi e ha presentato la pressione militare come la risposta responsabile.
Man mano che gli eventi si evolvevano al di fuori del copione previsto, le istituzioni occidentali hanno ampliato la narrazione anziché rivedere la strategia.
Questo processo produce ben più di una cattiva comunicazione. Danneggia la capacità di misurare il potere, riconoscere i limiti e negoziare prima che i costi diventino irreversibili. Un governo che deve proteggere la propria versione dei fatti non è più in grado di valutare i fatti stessi con il dovuta rigore. (…)
Le narrazioni ufficiali perdurano perché le istituzioni investono in esse. La coesione delle alleanze, i bilanci della difesa, le carriere e la reputazione politica si legano a una particolare interpretazione.
Un'inversione di rotta richiederebbe ai leader di spiegare perché le affermazioni precedenti erano incomplete, perché i costi erano stati sottostimati e perché gli obiettivi dichiarati potrebbero non essere più raggiungibili. Continuare la politica appare spesso più sicuro che riaprire il dibattito.
THE DURAN DAILY (da Termometro Geopolitico)
UTOPIA MULTIPOLARE
[Vi è] una narrazione sulle magnifiche e progressive sorti del mondo 'multipolare', fondata su una speranza e su un assioma: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie.
Metafisica pura. I fatti, la fisica, ci mostrano ripetutamente che non è così.
Basta guardare la fenomenologia delle guerre. Da quella in corso da un quinquennio nel vecchio Continente a quella mediorientale. Lo stanno sperimentando sul campo Russia, Ucraina, Unione Europea.
La multipolarità non è di per sé “virtuosa”. Genera in nome della tutela delle sfere d’influenza e sicurezza (quella energetica, in primis) aspre e letali competizioni. (…)
L’odierna crisi energetica non è solo una ripetizione di quella degli anni ’70. La vicenda israelo-americana-iraniana è più di un “semplice” conflitto mediorientale. È parte di un ampio cambiamento negli equilibri di potere globali in cui sicurezza energetica e rivalità tra le potenze provano ad essere “governati” congiuntamente.
L’energia (petrolio e dati) è diventata assai più di una merce a rischio, è una componente di una lotta a tutto campo per il potere da parte di soggetti pubblici (gli Stati) e, sempre più, di soggetti privati (le big tech).
Il mondo multipolare reale che nasce dal declino dell’unipolarismo americano non è, dunque, un mondo con nessun egemone e relazioni più paritarie.
La traiettoria energetica russa mostra che le cose non stanno affatto così. Liberarsi della dipendenza da un centro non significa diventare più autonomi: significa semplicemente cambiare centro.
Mosca è uscita dalla leva occidentale entrando in quella cinese, e la seconda è più stringente della prima, perché esercitata da un compratore unico, paziente, con alternative, su un venditore solo e senza vie d’uscita.
L’Europa, ai tempi dell’interdipendenza, aveva bisogno del gas russo quanto la Russia dei suoi pagamenti: era un ricatto reciproco.
Il rapporto con la Cina non è reciproco. È asimmetrico, e l’asimmetria pende dalla parte sbagliata per il Cremlino. L’arma energetica russa, certo, non è stata spezzata. Ma è stata costretta a cambiare bersaglio, e nel farlo ha cambiato “padrone”. Mosca impugnava una leva, oggi stringe una corda che la lega.
ANTONIO CANTARO (da Fuori Collana)
POTENZA NAVALE
Nel corso della storia, la potenza navale si è dimostrata uno degli strumenti più efficaci non solo per vincere le guerre, ma anche per raggiungere obiettivi politici senza ricorrere al conflitto.
Dall'era della vela a quella del vapore, dalle corazzate alle portaerei, le flotte navali più potenti sono state spesso in grado di influenzare le decisioni dei governi senza impiegare la propria potenza di fuoco. (...)
Il concetto raggiunse la sua piena maturità nella tradizione britannica della potenza navale dopo Nelson e divenne uno dei principali strumenti della politica estera imperiale del XIX secolo. Nel XX secolo, gli Stati Uniti ereditarono e applicarono lo stesso metodo su scala globale.
La diplomazia delle cannoniere consiste nell'impiego della potenza navale come strumento di diplomazia coercitiva in tempi di crisi. Essa implica una chiara e percepibile volontà di utilizzare la forza militare, se necessario.
Nel corso della storia, la diplomazia delle cannoniere si è quindi confermata come uno degli strumenti più flessibili a disposizione degli Stati nella conduzione della politica estera e di sicurezza.
Le forze navali possiedono una combinazione unica di flessibilità, resistenza, potenza di fuoco sostenibile, autosufficienza e mobilità. Possono operare liberamente in alto mare e, a differenza delle forze terrestri e aeree, il loro dispiegamento in una zona di crisi non dipende normalmente dall'ottenimento di permessi di transito da paesi terzi.
Queste caratteristiche rendono le forze navali uno degli strumenti più efficaci e flessibili che si possano impiegare fin dalle prime fasi di una crisi.
Non è richiesta alcuna autorizzazione per il dispiegamento o il transito in alto mare. Attraverso i regimi di passaggio inoffensivo e di transito, le forze navali possono navigare anche attraverso acque territoriali straniere, stretti internazionali e vie navigabili pertinenti, in conformità con il diritto internazionale.
CEM GURDENIZ (da Termometro Geopolitico)