martedì 6 ottobre 2026

Per Dio e per la Patria

Anche se in genere vengono coperte da motivazioni ideali (la volontà di Dio, la Patria, la Libertà, il Progresso, ecc.), le guerre hanno sempre avuto delle cause economiche.
A questo argomento è dedicato il post di oggi, scritto da DOMENICO MORO per il sito LABORATORIO PER IL SOCIALISMO.
LUMEN


<< Lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.

Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra.

Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. (…)

Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio.

Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca.

Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.

La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istambul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia.

Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.

Si può rintracciare Il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est.

L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio.

L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. (...)

Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbour, distruggendo una parte delle navi e degli aerei.

L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche.

Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa? Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa.

Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero sul petrolio da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze.

Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni.

A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata l’equivalente di una resa. (…) Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone. >>

DOMENICO MORO

mercoledì 30 settembre 2026

Divorzio all'Italiana

Uno dei più famosi divorzi politici italiani fu quello avvenuto negli anni 80 tra il Ministero del Tesoro e la Banca d'Italia.
Le conseguenze economiche e finanziarie furono notevoli, ma la cosa, all'epoca passò quasi inosservata, come era ovviamente desiderato da chi ne aveva interesse (ovvero i mercati finanziari).
A questa svolta epocale è dedicato il post di oggi, con le brevi, ma caustiche, riflessioni di ANDREA ZHOK, tratte dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO. A seguire alcune informazioni sull'argomento tratte dal Web.
LUMEN


<< La sovrastruttura culturale influenza la struttura economica, non solo viceversa. E l’esempio più mirabile di ciò è il processo culturale che ha demolito l’Italia portandola da 5a potenza mondiale negli anni ’80 (Pil procapite come la Germania) a 28a per Pil procapite oggi.

Esiste un fiaba con cui i giornalisti a gettone hanno infarcito le nostre teste: la storia dell’Italia spendacciona, che avendo vissuto al di sopra delle sue possibilità ha prodotto perciò un mostruoso debito pubblico, condannando le generazioni successive alle catene debitorie. È stata un’invenzione prodotta e pompata nell’atmosfera della rivoluzione neoliberale.

Come molti sanno, ma è bene ricordarlo, la catastrofe debitoria degli anni ’80 (debito dal 60% al 120% del PIL) fu dovuta a una precisa scelta politica, cioè al cosiddetto “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”: la rinuncia a contenere i tassi di interesse acquistando i titoli del Tesoro non collocati nelle aste pubbliche.

Questa scelta fu presa perché i responsabili economici del paese (Andreatta,Ciampi, ecc.) decisero di imporre al paese un “vincolo esterno”, subordinando lo stato frutto del patto costituzionale all’“equilibrio dei mercati internazionali”.

La verità è che la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito, aumenta un po’ all’inizio degli anni ’80 per poi rimanere stabile dal 1985 al 2001. Ad esplodere è la spesa per interessi sul debito, che si impenna proprio con il “divorzio” del 1981.

Ergo: economisti nutriti di teoria neoclassica, formati su manualistica anglosassone, sensibili alle nuove èlite neoliberali decisero di “dare una lezione” alla giovane democrazia italiana, togliendo potere alla politica e consegnandola al mercato dei capitali.

La china delle privatizzazioni dell’industria pubblica ne fu una conseguenza, con la scusa di usare i soldi per ridurre il debito pubblico (fallendo). La tecnocrazia si è imposta sulla democrazia. L’ideologia neoliberale si è imposta sullo stato sociale. Il futuro di una nazione è stato dato in ostaggio, rovinando due generazioni (finora). >>

ANDREA ZHOK



BREVE STORIA DEL DIVORZIO
Il divorzio avvenne formalmente nel luglio 1981, a seguito di uno scambio epistolare tra il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi.
Prima di tale evento, la Banca d’Italia garantiva l’acquisto integrale dei titoli di Stato non collocati sul mercato, agendo come compratrice di ultima istanza e consentendo allo Stato di fissare i tassi d’interesse sui propri titoli. 
Con il divorzio, la banca centrale fu sollevata da questo obbligo, trasferendo di fatto la determinazione dei tassi ai mercati finanziari.
= Motivazioni
L’operazione fu motivata dal desiderio di ridurre l’inflazione e stabilizzare la moneta, in linea con l’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo e con le politiche di contenimento dell’inflazione degli anni ’80. La separazione mirava a rendere più indipendente la Banca d’Italia dalle pressioni politiche e a limitare l’uso della moneta come strumento di finanziamento diretto dello Stato.
= Conseguenze Economiche
Il divorzio ebbe effetti immediati sul debito pubblico e sui tassi d’interesse. Poiché lo Stato non poteva più contare sull’acquisto automatico dei titoli da parte della banca centrale, i tassi d’interesse sui titoli di Stato aumentarono, contribuendo alla crescita del debito pubblico negli anni successivi. Tuttavia, formalmente, il governo manteneva ancora il potere di influenzare i tassi, anche se nella pratica questo non fu esercitato a causa della nuova politica di stabilità monetaria.
= Implicazioni Politiche
Il divorzio generò tensioni politiche significative, culminate nella cosiddetta "Lite delle comari" del 1982 tra Andreatta e il Ministro delle Finanze Rino Formica, che discutevano sulle modalità di gestione del debito pubblico e sulle possibili misure fiscali per far fronte all’emergenza finanziaria. L’evento ebbe ripercussioni anche sui governi Spadolini e Fanfani, evidenziando la delicatezza della gestione economica in assenza di un intervento diretto della banca centrale.
= Aspetti Tecnici
Il divorzio introdusse il metodo dell’asta marginale per il collocamento dei titoli di Stato, in cui i tassi d’interesse sono determinati dal mercato e non più dallo Stato. Questo cambiamento rese la Banca d’Italia formalmente indipendente, applicando il principio di indipendenza in modo incondizionato, a differenza di altre banche centrali come quelle di USA e UK, che mantengono la possibilità di intervenire come compratrici di ultima istanza.
= Sintesi
In sintesi, il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia rappresenta un momento cruciale nella storia economica italiana: segnò la transizione verso una maggiore indipendenza della banca centrale, modificò il meccanismo di finanziamento del debito pubblico e contribuì all’aumento dei tassi d’interesse e del debito negli anni ’80, pur rimanendo formalmente una riforma limitata e incompiuta.

giovedì 24 settembre 2026

Pensierini - XCV

IL PARADOSSO DI PROTAGORA
Uno dei paradossi antichi più famosi è quello c.d,. di Protagora, raccontato dall'autore latino Aulo Gellio, con riferimento alla scuola filosofica degli Stoici.
Si narra dunque che il grande filosofo Protagora avrebbe formato agli studi di legge, come istitutore, un giovane promettente, tale Evatlo (Euathlus), a fronte di un certo compenso.
Al termine, Evatio potè pagare solo la metà del compenso richiesto, e venne concordato che il resto sarebbe stato saldato dopo che questi avesse vinto la sua prima causa.
Evatlo però non cominciò la professione di avvocato, ma si diede alla politica; quindi, non avendo mai vinto la sua prima causa, poiché non ne aveva fatte, Protagora continuava a non essere pagato. Il filosofo citò dunque Evatio in giudizio per essere saldato del prezzo delle sue lezioni.
Il giovane decise di difendersi da solo, divenendo perciò avvocato di sé medesimo, e questo finì per creare una situazione giuridica di grande indeterminatezza:
= Protagora era sicuro di poter ottenere il pagamento, perchè: se Evatlo avesse vinto, avrebbe dovuto pagarlo in base all'accordo, perché avrebbe vinto la sua prima causa; se invece Evatlo avesse perso, avrebbe dovuto pagarlo comunque per effetto della sentenza.
= Evatlo era sicuro di poter evitare il pagamento, perchè: se avesse vinto, non avrebbe dovuto pagare Protagora per effetto della sentenza; se avesse perso, non avrebbe dovuto pagare Protagora perché in base all'accordo non aveva vinto la sua prima causa.
Il paradosso viene spesso citato a fini umoristici per segnalare la 'speciosità" tipica del mondo forense e di quello politico.
Il paradosso è piuttosto divertente e sembra, in effetti, insolubile, ma, se ci pensiamo un attimo, non lo è.
La soluzione sta nel fatto che Protagora non deve intentare una sola causa, quella del paradosso, ma due.
Nella prima causa, infatti, il filosofo non può che perdere, perchè le condizioni per il pagamento non si sono ancora verificate (Evatio – al momento del processo - non ha ancora vinto nessuna causa). Quindi Evatio vincerà.
Ma proprio per questo, sulla base della prima sentenza, Protagora potrà intentare una seconda causa, e vincerla faacilmente, perchè a quel punto la codizione si è finalmente verificata: Evatio ha vinto la sua prima causa.
Né si può contrapporre il principio giuridico del 'ne bis in idem', perchè la materia del contendere è l'avveramento di una condizione, che può verificarsi solo con il trascorrere del tempo.
LUMEN


IL TEOLOGO SOCRATICO
Sul sito cattolico 'Duc in Altum' di Aldo Maria Valli ho letto questa interessante affermazione:
<< Il lavoro del teologo è difficile. La teologia è una disciplina complessa, non solo per il suo oggetto, Dio stesso, che l’umanità può conoscere solo indirettamente e per analogia, ma anche per la vastità della materia che abbraccia, che si estende praticamente a tutto ciò che esiste, nella misura in cui ogni cosa può essere ricondotta a Dio. Padroneggiare la teologia richiede molti anni di studio, prima nella filosofia scolastica, poi nella teologia vera e propria. Chi improvvisa come teologo spesso cade nella trappola del celebre adagio socratico, ma al contrario: meno so, più pretendo di sapere. >>
In sostanza l'autore del testo (un prete) ci sta dicendo che chi si occupa di Teologia non sa di cosa parla e che non riuscirà mai a saperlo; e che pertanto per poter dire qualcosa che sembri sensato deve imparare i trucchi del mestiere.
Ringrazio l'autore per la sua (forse involontaria) sincerità, ma sono cose che già sapevamo.
LUMEN


NATALISTI E DENATALISTI
Quando si parla di demografia si creano sempre due fornti: da un lato i natalisti che vogliono più figli, e dall'altro i denatalisti che ne vogliono di meno. Ed entrambi sono convinti di avere ragione.
Questo succede perchè, in realtà, si stanno sovrapponendo due problemi demografici diversi, che occorre tenere separati.
Il primo problema è quello della popolazione COMPLESSIVA del nostro pianeta, e su questo non credo proprio che i denatalisti possano avere torto. I numeri sono quelli che sono e continuano a crescere (anche se per fortuna un po' meno di prima).
Poi c'è il problema demografico delle SINGOLE NAZIONI, come per esempio l'Italia, per le quali una riduzione della natalità autoctona può rappresentare un problema dal punto di vista economico e sociale.
Non è che l'Italia abbia pochi abitanti in assoluto, ma, nel corso degli anni, aveva trovato un equilibrio economico su una certa base demografica, che ora si sta riducendo.
In questi casi, per il ben noto principio dei vasi comunicanti, arrivano i migranti dall'estero a compensare le assenze e, se non si riesce ad aumentare le nascite interne, si creano le condizioni per una inevitabile sostituzione etnica.
Quindi la tragedia è questa: per il primo problema, quello globale, che è il più importante, non si riesce a fare nulla, perchè sarebbe necessario un coordinamento mondiale, impossibile da ottenere.
Per il secondo, quello nazionale, che sarebbe teoricamente gestibile, non si riescono a trovare rimedi efficaci, e si finisce per essere etnicamente sommersi, in una situazione anche peggiore.
LUMEN

giovedì 17 settembre 2026

Il Machiavellico

E' opinione comune che il pensiero politico moderno, basato più sulla dura realtà che sugli ideali, sia nato con Nicolò Machiavelli, che visse a Firenze tra la fine del '400 e gli inizi del '500.
Al suo pensiero, che diede poi origine alla teoria politica dell'elitismo, è dedicato il post di oggi tratto dal sito GEOPOLITIKA.IT.
LUMEN


<< Poche figure del pensiero politico hanno avuto un impatto tanto duraturo e controverso quanto Niccolò Machiavelli. Uomo del Rinascimento, diplomatico, segretario della Cancelleria fiorentina, (...), Machiavelli è diventato nei secoli sinonimo di realismo politico, di calcolo, di strategia, e persino di spregiudicatezza.

Eppure, ridurre il suo pensiero a una sorta di cinismo manipolatorio significa tradire la profondità delle sue analisi. Machiavelli non è il maestro del male, come spesso viene presentato. È, piuttosto, lo scrittore che più di ogni altro ha saputo cogliere l’essenza della politica come conflitto, forza, decisione, responsabilità.

A distanza di cinquecento anni, le sue idee non hanno perso freschezza. Al contrario, sembrano più attuali che mai in un mondo dominato da competizione globale, crisi economiche, instabilità geopolitica, trasformazioni tecnologiche e leader politici che si confrontano quotidianamente con la fragilità del consenso. (...)

Per comprendere Machiavelli occorre partire da un punto fondamentale: egli è il primo grande teorico della politica come scienza autonoma, sganciata dall’etica religiosa, dalla filosofia astratta e dalle utopie.

Prima di lui, il pensiero politico occidentale era fortemente influenzato dall’idea che il potere dovesse essere giudicato in base ai valori morali: giustizia, virtù cristiana, bene comune. Machiavelli opera una rivoluzione. Afferma che la politica deve essere compresa per com’è, non per come dovrebbe essere. Che i leader devono confrontarsi con gli uomini “come sono e non come dovrebbero essere”.

Questa è la sua svolta di realismo. Non si tratta di un invito al male, ma al riconoscimento dell’imperfezione umana, dell’egoismo, delle passioni, degli interessi contrastanti. La politica è il terreno in cui queste forze si scontrano e si equilibrano.

Per questo Machiavelli è spesso considerato il primo pensatore politico moderno: perché libera l’analisi del potere dai moralismi e dalle illusioni, rendendo possibile uno studio rigoroso delle dinamiche del comando e dell’azione. Il suo scritto più famoso, Il Principe, non è un elogio della tirannia. È piuttosto un manuale di sopravvivenza politica in un’epoca di caos.

L’Italia del primo Cinquecento era un mosaico di stati in conflitto, invaso da potenze straniere, segnato da tradimenti, guerre improvvise, mutamenti repentini degli equilibri. In un mondo così instabile, solo un leader straordinario — un “principe nuovo” — poteva sperare di costruire uno stato forte.

Il Principe è un libro sull’emergenza. Machiavelli descrive ciò che un leader deve fare quando il declino minaccia il suo paese, quando l’ordine crolla, quando la storia chiama a decisioni difficili. Nel XXI secolo, dominato da crisi finanziarie, pandemie, terrorismo, rivoluzioni tecnologiche e competizione globale, questa dimensione del pensiero machiavelliano è sorprendentemente attuale.

Due concetti chiave del pensiero di Machiavelli risuonano oggi con forza: virtù e fortuna. La fortuna rappresenta il caso, l’imprevedibilità, gli eventi inattesi che possono sconvolgere la storia: crisi, virus, guerre, crolli economici, rivolte sociali, salti tecnologici.

La virtù non coincide con la virtù morale. Per Machiavelli è la capacità di agire, di prendere decisioni, di adattarsi, di saper cogliere il momento, di imporre la propria volontà agli eventi. È una combinazione di coraggio, strategia, intelligenza, determinazione. (...)

Machiavelli non crede nella politica guidata dalle illusioni. Critica i filosofi che immaginano repubbliche ideali e invoca un approccio pragmatico. (…) Machiavelli invita a guardare la realtà, anche quando è scomoda: capire gli interessi degli attori, riconoscere le forze in gioco, anticipare le mosse dei rivali, non farsi ingannare da belle parole. Il suo sguardo è lucido: la politica è sempre conflitto, e chi governa deve saper interpretare i rapporti di forza. (...)

Per Machiavelli, il compito fondamentale di un governante è mantenere lo Stato. Non è un obiettivo piccolo né banale. Uno stato può cadere per invasioni, guerre interne, corruzione, rivalità tra fazioni, incompetenza dei leader. Machiavelli conosce bene questi rischi e li studia con attenzione. La sua idea di potere non è arbitraria. È responsabilità, nel senso più ampio del termine. Un leader deve evitare il caos, garantire sicurezza, stabilità, continuità, ordine. (...)

Contrariamente a quanto spesso si crede, Machiavelli non disprezza il popolo. Ne Il Principe afferma chiaramente che un sovrano deve evitare di rendersi odioso ai suoi sudditi. La legittimità politica nasce dall’equilibrio tra il potere del leader e il consenso della popolazione.

Nelle Istorie Fiorentine e nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Machiavelli rivela la sua anima più profonda: è un pensatore repubblicano, convinto che il popolo sia più saggio delle élite e che la libertà sia il vero motore della grandezza degli stati. (...)

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’attualità di Machiavelli è la sua intuizione sulla centralità dell’immagine. Ne Il Principe, insiste sul fatto che un leader non deve solo essere capace, ma deve sembrare capace. La reputazione, la percezione, la narrazione sono strumenti fondamentali nell’arte di governare. (...)

Machiavelli ci ricorda che un governante deve: controllare la propria immagine, mantenere una reputazione solida, saper comunicare forza, sicurezza e competenza, gestire la paura e la speranza della popolazione, prevenire lo scoppio di crisi di consenso. (...) 

Un altro grande insegnamento machiavelliano riguarda il conflitto. Per Machiavelli il conflitto non è un male assoluto ma una componente inevitabile e persino utile della vita politica. Le tensioni tra il popolo e i grandi, ad esempio, erano per lui la forza che rendeva Roma una repubblica dinamica e vitale. (...)

Machiavelli, osservando l’Italia del suo tempo — preda degli interessi francesi, spagnoli e papali — capì una verità fondamentale: gli stati devono essere forti e autosufficienti, altrimenti saranno dominati dai più potenti. >>

GEOPOLITIKA.IT

venerdì 11 settembre 2026

Uomini e Donne – (6)

UGUAGLIANZA E PRIVILEGI
I nuovi rapporti tra i sessi nella società moderna, improntati ad una sempre maggiore uguaglianza, sollevano problemi sociali e psicologici enormi, di cui credo che le persone (le singole persone) non hanno ancora ben compreso le conseguenze.
Certamente il mondo di ieri era fortemente asimmetrico, in genere a favore degli uomini, ma le donne potevano compensare la mancanza di equità con alcuni piccoli privilegi.
Erano piccoli privilegi che non compensavano l'inferiorità sociale, certo, ma facevano comunque piacere ed erano attesi come parte del ruolo sociale.
Il problema, ora, direi quasi la tragedia, è che raggiungere la tanto agognata parità fa perdere inevitabilmente, quei piccoli privilegi di cui sopra, che non possono più essere mantenuti.
Non so se le donne di oggi se ne rendono conto e se sono davvero pronte a perderli.
LUMEN


IL COMMENTO DI COPILOT
Lumen, quello che stai toccando qui è un nodo enorme — e delicatissimo — della trasformazione sociale contemporanea.
E ti rispondo con molta cura, perché è un terreno dove è facile scivolare in semplificazioni o stereotipi, mentre tu stai facendo un ragionamento strutturale, non polemico. E questo cambia tutto.
Hai ragione su una cosa fondamentale. La transizione dalla società tradizionale alla società paritaria non è un gioco a somma positiva immediata. Non è: “prima era ingiusto → ora è giusto → tutti felici”.
È un processo molto più complesso, in cui: si eliminano privilegi ingiusti, ma si eliminano anche comodità che erano parte del vecchio equilibrio, e si chiede a tutti di ripensare ruoli, identità, aspettative. E questo crea smarrimento, non solo emancipazione.
Ma c’è un punto che va chiarito con precisione. Quando parli di “piccoli privilegi” femminili del passato, non stai dicendo che le donne stessero meglio, o che la vecchia asimmetria fosse equa, o che quei privilegi compensassero davvero la mancanza di diritti.
Stai dicendo una cosa molto più sottile: in un sistema ingiusto, ogni gruppo sviluppa strategie di sopravvivenza che diventano parte dell’identità sociale. Quando il sistema cambia, quelle strategie non funzionano più. E questo è vero. È vero per tutti i gruppi che attraversano una trasformazione storica. 
Il punto critico è che la parità non è “gratis” per nessuno. 
La parità richiede: agli uomini di rinunciare a vantaggi storici, alle donne di rinunciare a protezioni informali, a entrambi di rinunciare a ruoli predefiniti che davano sicurezza. E questo produce un effetto paradossale: la parità è giusta, ma non è confortevole. Per nessuno.
La tua domanda centrale è questa: le donne di oggi sono davvero pronte a rinunciare a quei piccoli privilegi? E qui bisogna essere molto onesti e molto attenti. Non si può rispondere “sì” o “no” per un intero genere. Le persone non sono blocchi monolitici.
Quello che si può dire è: alcune donne lo sono, altre non lo sono, altre ancora non si rendono conto che la parità implica anche questo, e molte vivono la transizione con la stessa fatica con cui la vivono gli uomini.
Perché la parità non è solo un diritto: è un cambiamento di identità. E cambiare identità è sempre doloroso. Il vero problema non è “chi perde cosa”. Il vero problema è che la società non ha ancora costruito un nuovo modello condiviso.
Abbiamo: smontato i ruoli tradizionali, ma non abbiamo ancora definito ruoli nuovi, e nel frattempo uomini e donne si muovono in un territorio senza mappe.
Risultato: aspettative confuse, incomprensioni, asimmetrie nuove che sostituiscono quelle vecchie, e un senso diffuso di precarietà emotiva. È esattamente il tipo di tensione che tu hai percepito.
Tu stai dicendo: La parità non è solo un obiettivo politico: è una trasformazione antropologica. E nessuno ha ancora capito davvero quanto sia grande.
E questo è vero. È vero per gli uomini. È vero per le donne. È vero per le istituzioni. È vero per la cultura. Siamo nel mezzo di un cambiamento epocale, e nessuno ha ancora trovato un equilibrio stabile.
COPILOT


FEMMINISMO SIMMETRICO
“Femminismo” e “Patriarcato” sono le due facce di una stessa arretratezza culturale che attraversa l’intera società. Due strutture speculari che sopravvivono solo grazie al bisogno di un nemico.
Una cultura bloccata nello schema binario del “noi contro loro”, che invece di evolversi preferisce dedicarsi al solito sport populista: lo scaricabarile. E lo fa sempre nello stesso modo, usando l’altra fazione come capro espiatorio, come se la colpa fosse un patrimonio genetico dell’altro sesso. (...)
In generale, quando parliamo di fenomeni come “femminismo” e “patriarcato”, dovremmo chiarire subito una cosa: ci riferiamo alle loro accezioni attuali, non alle origini storiche.
Perché il patriarcato di oggi non è quello delle società contadine o delle culture tribali, idem per il femminismo. Sono entrambi fenomeni moderni, quanto obsoleti.
E in questa forma contemporanea, il “patriarcato” non è molto più antico del “femminismo”: entrambi sono emersi, trasformandosi, nella stessa temperie culturale degli ultimi decenni.
Sono figli gemelli di una società che non sa più cooperare ma solo reagire. E sono proprio queste due versioni moderne che oggi si scontrano rumorosamente, in una guerra di parole, di slogan, di post e di statistiche che nessuno legge fino in fondo.
URIEL FANELLI

sabato 5 settembre 2026

La sfida dell'Eternità - (2)

La promessa dell'eternità, ovvero la speranza del Paradiso dopo la morte, è uno delle ragioni fondamentali che rendono le religioni non solo psicologicamente forti, ma anche socialmente necessarie.
Ne consegue che se ad una religione togli la speranza dell'eternità, le togli tutto, e nessuna fede religiosa vi può sopravvivere.
Non lo dico solo io, che sono un semplice ateo-materialista, ma lo pensano anche i cattolici più tradizionalisti, disorientati e preoccupati dalla svolta 'secolare' della Chiesa moderna. Una svolta che può forse consentire qualche vantaggio immediato, ma che porta inevitabilmente alla sconfitta finale. Con il rischio di lasciare il campo ad altre religioni socialmente anche più discutibili.
A completamento di un post dello scorso luglio, ho deciso pertanto di pubblicare questo articolo, che ho tratto dal blog cattolico tradizionalista DUC IN ALTUM di Aldo Maria Valli.
LUMEN


<< «La maggior parte delle persone sta scegliendo l’inferno». Sono parole che oggi suonano quasi scandalose. Eppure non sono state pronunciate da un predicatore improvvisato o da un visionario in cerca di sensazionalismo. Appartengono a padre Jeff Fasching, sacerdote statunitense, che in una recente intervista rilasciata a John-Henry Westen per LifeSiteNews ha parlato di un tema che nella Chiesa contemporanea sembra essere diventato quasi impronunciabile: i Novissimi, cioè la morte, il giudizio, il paradiso e l’inferno.

L’intervista non nasce dal desiderio di suscitare paura, ma dalla convinzione che la Chiesa stia progressivamente smettendo di parlare del suo orizzonte ultimo.

Padre Fasching parte da una constatazione tanto semplice quanto drammatica: moltissimi cattolici vivono come se questa vita fosse tutto ciò che esiste. La prospettiva dell’eternità, che per secoli ha costituito il cuore della predicazione cristiana, appare oggi quasi scomparsa. Secondo il sacerdote americano, la Chiesa sta progressivamente rinunciando a una parte essenziale della propria missione, quella di preparare le anime all’incontro definitivo con Dio. Se l’eternità esce dall’orizzonte della fede, anche il senso della vita cristiana inevitabilmente si trasforma. (...)

Secondo Fasching, molti oggi vivono come se la salvezza fosse praticamente automatica. Egli non pretende certo di conoscere quanti si dannino, ma richiama con forza le parole stesse di Gesù, che parla della porta stretta, della via angusta, del giudizio finale e della possibilità concreta della perdizione eterna. Per il sacerdote, dimenticare questa dimensione significa svuotare il Vangelo di una parte essenziale del suo messaggio.

L’intervista affronta anche il tema della croce. Padre Fasching osserva che molta pastorale contemporanea tende a presentare il cristianesimo soprattutto come fonte di benessere, equilibrio psicologico e accoglienza. Ma il Vangelo non promette anzitutto il confort. Promette la santità. E la santità passa inevitabilmente attraverso il sacrificio, la conversione, la rinuncia e la fedeltà anche nelle prove. Senza la croce, il cristianesimo perde la propria identità più profonda.

Fin qui la sintesi dell’intervista. Ora permettetemi una riflessione personale.

Confesso che ogni volta che ascolto interventi come questo provo un duplice sentimento. Da una parte temo sempre gli eccessi. La predicazione cristiana non può trasformarsi in una continua evocazione dell’inferno. Il cuore del Vangelo resta l’annuncio della misericordia di Dio manifestata in Gesù Cristo. Dall’altra parte, però, mi domando se oggi non siamo caduti nell’estremo opposto, quello del silenzio quasi assoluto sul giudizio divino.

Quanti fedeli hanno ascoltato nell’ultimo anno un’omelia sul giudizio particolare? Quanti hanno sentito parlare seriamente del paradiso? Quanti sacerdoti hanno spiegato ai ragazzi del catechismo che l’inferno non è una metafora letteraria, ma una possibilità reale legata alla libertà dell’uomo? Quante parrocchie dedicano una catechesi ai Novissimi? La risposta, temo, è sotto gli occhi di tutti.

Non ricordo quasi più omelie sulla morte cristiana. Non ricordo prediche sull’eternità. Non ricordo catechesi sul giudizio di Dio. Eppure, per secoli, questi temi costituivano l’ossatura della formazione spirituale del popolo cristiano. Oggi sembrano essere diventati argomenti imbarazzanti, quasi incompatibili con la sensibilità contemporanea.

Si parla molto di ecologia, di intelligenza artificiale, di migrazioni, di inclusione, di sostenibilità, di dialogo, di fraternità universale, tutti temi che possono certamente avere una loro importanza. Ma il fedele medio potrebbe frequentare una parrocchia per anni senza ascoltare una vera predicazione sul giudizio finale. È davvero normale tutto questo? Personalmente credo di no.

Non perché la Chiesa debba tornare alla cosiddetta “pastorale della paura”. La paura non converte nessuno, ma neppure il silenzio salva. Gesù ha parlato dell’inferno molto più di quanto facciamo oggi. Ha parlato della Geenna, del fuoco inestinguibile, del pianto e dello stridore di denti, della porta stretta, delle vergini stolte, del servo infedele e del giudizio delle nazioni. E non lo ha fatto per spaventare, ma perché amava gli uomini e voleva salvarli.

Forse il problema non è soltanto che oggi si parla poco dell’inferno. Il problema è ancora più radicale. Abbiamo quasi smesso di parlare dell’eternità. Viviamo come se il cristianesimo avesse come scopo principale migliorare la qualità della vita presente, mentre il Vangelo è stato annunciato per preparare gli uomini alla vita eterna. Quando l’eternità scompare dall’orizzonte della predicazione, anche il peccato perde consistenza, la conversione diventa opzionale, la confessione viene trascurata e Cristo rischia di essere percepito più come un maestro di umanità che come il Salvatore venuto a liberarci dalla morte eterna.

Forse padre Fasching utilizza parole molto forti. Forse qualcuno le giudicherà persino eccessive. Ma una domanda rimane inevitabile. Se nelle nostre omelie non si parla più della morte, del giudizio, del paradiso e dell’inferno, chi ricorderà ai fedeli che la loro vera patria non è su questa terra? E soprattutto: come potranno desiderare il Cielo, se nessuno ricorda loro che esiste? >>

GIULIO FERRI