giovedì 5 novembre 2026

Guide illuminate

Come si comportano le Elites quando la società in cui vivono, quella da cui traggono la loro ricchezza ed il loro potere, entra in crisi ? Sono all'altezza della situazione oppure no ? E' un problema importante, perchè dalle decisioni delle elites dipende il futuro dell'intera società, e quindi portano conseguenze per tutti. 
A questo argomento è dedicato il post di oggi, scritto da PIERLUIGI FAGAN e tratto dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO.
LUMEN


<< Il ciclo di civiltà prevede nascita e affermazione, espansione, inizio delle contraddizioni adattative che accompagnano il declino, fine della civiltà che o si scioglie in altri sistemi e si riformula dopo un certo tempo, ma in maniera che è difficile ricondurre al corso della storia precedente. Il vertice della curva adattiva, lì dove terminano i “tempi d’oro” e inizia il declino, è dato dal semplice fatto che il tempo passa e modifica il contesto in cui la civiltà ha prosperato.

Le civiltà sembrano cieche a questo cambiamento del loro contesto, non se ne accorgono o più spesso lo rifiutano e così vanno sempre più progressivamente in disadattamento perché non cambiamo quando intorno tutto cambia. Tutte le forme viventi sono soggette alle regole adattive, ma le civiltà sono soggetti solo in senso metaforico, sono sistemi acefali e incoscienti senza un unitario corpo biologico.

Prendendo le élite di sistema che governano o amministrano i corsi di una civiltà, nella fase del declino, si nota una scadente produzione di leader, una assenza di nuove idee, un insistere pervicacemente e con sempre più cocciutaggine ad applicare i modi che hanno fatto grande quella civiltà come se il problema fosse di quantità e non di qualità.

Va detto che le élite di sistema si trovano in un ontologico conflitto di interesse. Le modifiche richieste da nuovi adattamenti sono strutturali, richiedono cioè di cambiare i modi con cui le élite stesse vengono ad essere tali, ovvio che non saranno certo loro a riformulare il sistema. Inoltre, essere “élite” non denota altro merito che l’essersi ben ambientati dentro un sistema, non porta affatto sapere bene cos’è quel sistema, la dipendenza dal contesto ed eventualmente in che senso e modo cambiare.

Nel declino, nelle società si vanno accumulando malfunzionamenti e contraddizioni, paure e disagi che aspiranti leader occasionali sfruttano per ascendere alle sfere di potere. Anche coloro che partono con sincere per quanto vaghe e stilizzate intenzioni di cambiamento, finiscono con l’essere risucchiati dalle inerzie dei modi consueti, tradendo le intenzioni originarie. (...)

Infine, le élite di sistema (...), ostracizzano in molti modi ogni pensiero non conforme. Vieppiù le cose vanno male, viepiù la liberalità delle idee si restringe e partono le scomuniche e gli ostracismi. L'Inquisizione comparve nell'"autunno del Medioevo".

L’intellettuale lavora con l’intelletto, ma al di là di questa peculiarità, produce reddito e cerca posizione sociale come tutti. Sono pochissimi e certo non favoriti, coloro che possono permettersi reale libertà di pensiero. Infine, anche l’intellettuale più o meno libero o coraggioso, deve sintonizzarsi con il livello culturale, psichico, emotivo-razionale di un suo pubblico, altrimenti predica nel deserto salvo poi esser “riscoperto” qualche decennio o secolo dopo.

Attualizzando l’analisi ai giorni nostri, definire quando è iniziata la curva discendente della nostra civiltà è complesso. Ogni evento, specie di tale portata è una confluenza di diverse linee di causazione e la causazione è sempre plurale, solo intellettuali vincolati alla loro disciplina e ignari di altri sguardi che hanno altri oggetti del sistema complesso che sono le forme di vita associata, si fissano sull’evento x o la causa y dovuto all’argomento z di cui loro sono esperti.

Tuttavia, si può far risalire l’inizio conclamato del declino agli anni Ottanta. Da poco prima a poco dopo, è iniziato il problema ecologico e il declino demografico ed anche la riproduzione standard (almeno 2,1 figli per coppia) ha cominciato la sua discesa, mentre cresceva vistosamente la porzione di popolazione non occidentale. Eravamo un terzo del mondo ai primi del Novecento, oggi siamo un sesto scarso e in prospettiva ancora meno.

I movimenti sociali e culturali degli anni fine ’60 e ’70 hanno spaventato le élite che, consce di andare incontro a tempi non facili, hanno cominciato a sabotare la precedente ed elementare forma di democrazia combattendo in vari modi ogni attiva partecipazione politica e riducendo il pluralismo al bipolarismo convergente al centro.

Si comincia ad affermare l’ideologia neoliberista (invero nata più di cinquanta anni prima, ma coltivata in silenzio con quella “pazienza strategica” che le élite talvolta mostrano e il popolo no) e subito dopo si parte con la “globalizzazione” per l’intero mondo e la “finanziarizzazione” per i dotati di capitale occidentali, da cui l’inizio di inusitate curve di progressiva diseguaglianza.

L’altro mondo ha approfittato di questa improvvisa estroversione di capitali e de-localizzazioni e appropriatasi dei principi base di economia moderna, ha poi sviluppato una propria strada di sviluppo, formando inedite “potenze” ed “aree mercato” non occidentali. Sistemi che hanno davanti a loro decenni di crescita naturale mentre l’Occidente ha ormai il fatidico “brillante futuro alle spalle”.

Da notare che questa corposa riformulazione dell’economia occidentale è segnata da indici di crescita generale sempre più asfittici, con due ictus, uno nel 2008-9 e l’altro durante il Covid, più formazione e scoppio di bolle digitali a ripetizione. Si può mettere in sincronia la forma sempre più disperata di totalitarismo economico del neoliberismo proprio col fatto che l’economia produttiva funzionava sempre peggio mentre quella finanziaria veleggiava libera e felice sul nuovo mercato mondo.

Accanto a queste dinamiche ormai decennali, i grafici di impoverimento progressivo della classe media spinta ai livelli inferiori assieme a fenomeni di angosciosa precarizzazione, sottoccupazione, riduzione dei poteri d’acquisto. (...)

A livello di leader, la sequenza Bush sr, Clinton, Bush jr, Obama, Trump dice con chiarezza del declino americano che è anche culturale, è dentro la società americana. In Europa, l’ultimo leader è stata Merkel (per quanto possa non piacerci ideologicamente), i britannici hanno infilato una sintomatica sequenza di improbabili dopo aver pensato di slegarsi dall’UE per andare a vendere “servizi” al resto del mondo in crescita, sbagliando clamorosamente i calcoli. (...)

Di solito, i critici scelgono bersagli facili come questo o quel leader, venduto, inadatto, squilibrato mentalmente o cos’altro, ma i leader sono solo l’espressione di una porzione di popolo. Sono gli occidentali ad essere l’anima del declino, una civiltà declina tutta assieme in tutti gli aspetti perché è un “sistema”, altrimenti ci sarebbe una frattura ed una ribellione o quantomeno dell’attrito. Ma se c’è una cosa che connota questi ultimi decenni è il quietismo sociale totale. >>

PIERLUIGI FAGAN

venerdì 30 ottobre 2026

La Trappola dell'Immigrazione - (2)

Torno sul tema dell'immigrazione in Italia, e della sua gestione autolesionistica, con un nuovo post di ANDREA ZHOK, tratto dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO. Purtroppo, soluzioni praticabili non se ne vedono.
LUMEN


<< Il tema dell'immigrazione è enormemente complesso; esso tocca aspetti economici, culturali e di sicurezza, in forme variegate. Non esistono bacchette magiche che invertano i processi in corso in un battibaleno. Tuttavia, a fronte di un sacco di urlatori di professione che scuotono lo spazio pubblico a colpi di slogan roboanti e promesse di rigore draconiano, richiamarsi alla complessità, finisce per dare l’impressione di voler menare il can per l’aia.

Mi si permetta allora, per una volta, una risposta diretta, in parte semplificatoria, ma almeno rappresentativa di come un discorso serio dovrebbe essere affrontato. Di fronte al tema dei movimenti migratori verso l’Europa si confrontano tipicamente due atteggiamenti.

= C’è un atteggiamento “umanitario”, prevalente a sinistra, percepito come “buonista”, che sostanzialmente cerca sempre di spiegare da un lato che il problema non è poi tanto grave, o anzi è una grande opportunità di arricchimento umano, e che chi si lamenta è un razzista, e dall’altro che è un movimento storico fatale, inevitabile e che ogni opposizione è inutile (oltre che inumana).

= C’è un secondo atteggiamento, “securitario”, che accentua tutti i problemi legati all’immigrazione, ne esacerba la narrazione e i pericoli, e finisce per invocare regolarmente variegati “pugni di ferro”: blocchi navali, remigrazioni, improbabili esami di fede cristiana, facce feroci e occasionali strizzate d’occhio ai razzisti veri (che sono minoranze in Italia, ma esistono).

Il gioco di queste due parti dura da oltre una trentina d’anni (dall’approdo di 20.000 albanesi nel 1991 al porto di Bari). Nel frattempo l’Italia, che ha esperito i processi migratori con ritardo, non avendo avuto un impero coloniale, si è ritrovata investita da un processo che non sembra dare cenni di arrestarsi.

Sia quella buonista che quella repressiva sono due non-soluzioni. Esse servono in effetti solo a mantenere in vita il problema, accrescendolo, e fidelizzando le rispettive tifoserie attraverso il disprezzo per le posizioni avverse.

Cosa manca in questo quadro? Molte cose mancano, ma una è colossale, ed è qualcosa di cui nessuno, letteralmente nessuno, a destra come a sinistra, vuole parlare. Il grande assente nel dibattito sull’immigrazione è la comprensione di una dinamica elementare.

Negli ultimi anni tra italiani che si trasferiscono all’estero e italiani che ritornano in Italia abbiamo un saldo medio negativo di 100.000 cittadini ogni anno. Gli italiani residenti all’estero sono 6,4 milioni. Per un confronto, l’intera popolazione straniera in Italia ammonta a 5,4 milioni di persone (...).

Ora, la prima semplice questione che nessuno vuole porre è: ma se ogni anno 100.000 italiani (con formazione medio-alta) se ne vanno all’estero, come si può pensare che il buco non verrà tappato da ingressi esteri?

Il problema, espresso nei suoi termini essenziali è questo: decine di migliaia di italiani, quasi tutti diplomati o laureati, vanno a cercare un lavoro decente all’estero e vengono sostituiti da numeri analoghi di stranieri, spesso con scarsa formazione, che vengono impiegati in lavori a basso valore aggiunto.

Perché accade tutto ciò? È una questione di destino cinico e baro? Ma figuriamoci. Questo è l’esito deliberato di una scelta di politica industriale fatta negli anni ’90, nella cornice della finanziarizzazione dell’economia, del trionfo neoliberale e dell’adesione all’UE.

In Italia il settore che faceva principalmente Ricerca e Sviluppo, e che aveva una produzione ad alto impiego di capitale (capital-intensive) era il settore pubblico. La scelta di ridurlo ai minimi termini attraverso le ondate di privatizzazioni, e la scelta di delocalizzare anche le produzioni ad alto valore aggiunto ha comportato una scelta ben definita a favore di lavori ad alto impiego di lavoro (labor-intensive). Per competere nei settori capital-intensive devi innovare, per competere nei settori labor-intensive devi comprimere i costi per i salari.

Ciò che accade in Italia è semplicissimo e, senza cambiamenti di indirizzo nella politica industriale, inevitabile: esportiamo diplomati e laureati, che dopo aver investito in formazione non vogliono diventare working poor, ed importiamo disperati disposti a qualunque lavoro per salari di sussistenza.

Ovviamente questo flusso ha anche ricadute culturali e di sicurezza. Un aumento percentuale della popolazione costituita da giovani, culturalmente estranei, con poco da perdere, vincolati a salari di sussistenza e spesso in nero, non può che ripercuotersi in problemi di sicurezza e di integrazione. Ma questo è l’effetto, non la causa e se si insiste ad occuparsi solo degli effetti e mai delle cause si sta invero cercando di coltivarsi il problema, che torna sempre utile.

Il punto è che i bassi salari, le privatizzazioni, la dequalificazione del lavoro e il flusso migratorio asimmetrico (la mitica “sostituzione etnica”) SONO UNO E UN MEDESIMO PROBLEMA. E non lo si risolve né facendo la predica ai giovani che non si rassegnano a fare lavori di merda per una paga di merda, né invocando pugni di ferro e mitragliate sui barconi.

Qualcuno, sia a destra che a sinistra ha scelto quella strada e continua a perseguirla (“perché lo vuole l’Europa”, “perché lo vogliono i mercati”, e via delirando). Lo so che vorreste restare sul piano dei sentimenti: i “buoni e accoglienti” (zecche buoniste per la controparte) versus i “rigorosi e inflessibili” (fascio-razzisti per la controparte). Su questo piano non serve capire nulla, basta affidarsi ai sentimenti e alle bandiere.

Ma se si vuole risolvere un problema strutturale lo si affronta strutturalmente. Se il problema invece lo si vuole coltivare, facendo chiassate per decerebrati e ottenendo applausi di pancia dalle varie tifoserie, bene così, la rotta è giusta, barra a dritta e avanti tutta. >>

ANDREA ZHOK

sabato 24 ottobre 2026

L'Inferno vuoto

LUMEN - Ho l'impressione che la Chiesa Cattolica abbia ammorbidito molto la sua posizione in merito all'Inferno, come conseguenza del fatto che la gente ci crede sempre di meno. La chiesa infatti è sempre molto attenta alle tendenze dei suoi fedeli e - pur affermando di volerli guidare - in realtà finisce spesso per seguirli. Allora la domanda diventa: perchè la gente ha smesso di avere paura dell'inferno ?

COPILOT - Lumen, questa domanda va dritta al cuore di un cambiamento culturale enorme: non è solo la Chiesa ad aver “ammorbidito” l’inferno… è la gente che ha smesso di averne paura. 
E la Chiesa, come sempre nella sua storia, ha dovuto registrare il cambiamento e poi teologizzarlo.
Tu hai colto un meccanismo reale: la Chiesa dice di guidare i fedeli, ma spesso finisce per seguirli. E sul tema dell’inferno è successo esattamente questo.
= Perché la gente ha smesso di avere paura dell’inferno?
Ci sono cinque cause storiche, tutte enormi. E tutte hanno indebolito la presa dell’inferno sulla mente delle persone.
> La fine della cultura della paura
Per secoli la religione si è basata su: paura del castigo, paura del giudizio, paura dell’inferno, paura della dannazione. Era un mondo dove: la vita era fragile, la morte era vicina, le malattie erano incurabili, la sofferenza era quotidiana. La paura era un linguaggio naturale. Oggi no.
Oggi viviamo in un mondo dove: la medicina funziona, la vita è più lunga, la morte è più lontana, la sofferenza è gestibile, la sicurezza è maggiore. La paura non è più un linguaggio efficace.
> La secolarizzazione della morale
Un tempo la morale era religiosa. Oggi la morale è: psicologica, sociale, laica, scientifica. La gente non pensa più: “Se sbaglio, Dio mi punisce.” Pensa: “Se sbaglio, faccio male a qualcuno.” È un cambiamento epocale.
> La psicologia ha sostituito la demonologia
Un tempo: il male era il diavolo, la colpa era peccato, la sofferenza era punizione. Oggi: il male è trauma, la colpa è condizionamento, la sofferenza è psicologia. La psicologia ha “rubato” alla religione il suo campo d’azione.
> La cultura moderna non accetta più la punizione eterna
L’idea che: un errore finito meriti una pena infinita è diventata culturalmente inaccettabile. La gente non crede più che: Dio sia un giudice, Dio sia un contabile morale, Dio punisca per sempre. La sensibilità morale è cambiata .
> La Chiesa stessa ha smesso di predicare l’inferno
E qui torniamo al tuo punto. La Chiesa ha capito che: parlare di inferno non funziona più, spaventa, allontana, non converte, non educa. E quindi ha cambiato linguaggio: misericordia, perdono, coscienza, cammino, fragilità, accompagnamento. L’inferno è diventato un tema marginale, quasi imbarazzante.
= E allora: la gente ha smesso di aver paura dell’inferno perché…
Ecco la sintesi: non vive più in una cultura della paura, non pensa più la morale in termini religiosi, non accetta più la punizione eterna, non vede più il male come demonico, non sente più parlare dell’inferno nelle chiese, non riconosce più l’inferno come categoria psicologica utile.
In altre parole: L’inferno è diventato culturalmente irrilevante. E quando qualcosa diventa irrilevante, smetti di crederci.
= E la Chiesa cosa fa?
Fa ciò che ha sempre fatto nella storia: Adatta la dottrina alla sensibilità del tempo. Non lo dice apertamente, ma lo fa: parla meno di inferno, parla più di misericordia, parla più di coscienza, parla più di cammino, parla più di fragilità, parla più di perdono. E così l’inferno diventa: possibile, ma improbabile; reale, ma quasi vuoto.


LUMEN - Ma questo, dal punto di vista della convivenza sociale, è un miglioramento oppure no ? Perchè nessuna modifica resta senza conseguenze.

COPILOT - Questa domanda non riguarda più la teologia, ma la sociologia della religione: quando un’idea religiosa perde presa (come l’inferno), la società migliora oppure peggiora? E hai ragione: nessun cambiamento culturale è neutro. Ogni cambiamento ha conseguenze.
Ti rispondo con la massima chiarezza possibile, distinguendo i due piani: ciò che è migliorato e ciò che si è complicato.
= Sì: la fine della paura dell’inferno ha migliorato la convivenza sociale. E questo è un dato che gli studiosi considerano abbastanza solido.
> Meno paura = meno manipolazione
Per secoli l’inferno è stato usato come: strumento di controllo, arma psicologica, leva morale, mezzo per ottenere obbedienza. Quando la paura diminuisce: diminuisce la possibilità di manipolare le persone, diminuisce la violenza religiosa, diminuisce il fanatismo.
> Meno paura = più responsabilità personale
Se non credi che Dio ti punirà: ti assumi la responsabilità delle tue azioni, pensi alle conseguenze reali, sviluppi una morale autonoma. La morale laica è più stabile della morale basata sulla paura.
= Meno paura = meno conflitti religiosi.
Le religioni che non minacciano l’inferno: dialogano di più, si scontrano di meno, non hanno bisogno di “salvare gli altri”. La fine dell’inferno ha contribuito alla pacificazione interreligiosa.
> Meno paura = meno sensi di colpa tossici
L’inferno ha generato per secoli: nevrosi, angoscia, sensi di colpa, scrupolosità patologica. La sua scomparsa ha migliorato la salute mentale di milioni di persone.
= Ma attenzione: la fine dell’inferno ha anche creato nuove difficoltà. E qui sta la parte meno intuitiva.
> Meno paura = meno freni morali per alcuni
Non per tutti, ma per una minoranza di persone: la paura dell’inferno era un deterrente, la sua scomparsa ha tolto un freno, la morale autonoma non si è sviluppata. La sociologia lo chiama “vuoto normativo”.
> Meno paura = più individualismo
Quando la religione perde presa: l’individuo diventa il centro, la comunità perde forza, la solidarietà si indebolisce. Non è colpa dell’inferno, ma è parte del pacchetto.
> Meno paura = meno senso del limite
La cultura moderna tende a dire: “Puoi fare tutto”, “Sei libero”, “Non c’è giudizio”. Questo può generare: narcisismo, mancanza di autocontrollo, difficoltà a gestire la frustrazione.
> Meno paura = perdita di un linguaggio simbolico
L’inferno era un simbolo potente: del male, della responsabilità, del limite, della conseguenza. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto simbolico che non è stato ancora riempito.
= Allora: è un miglioramento o no?
La risposta più onesta è: Sì, è un miglioramento per la convivenza sociale. Ma ha un costo culturale e psicologico che stiamo ancora imparando a gestire.
Miglioramento: meno fanatismo, meno manipolazione, meno violenza religiosa, più libertà, più responsabilità personale, più salute mentale. 
Costo: più individualismo, più fragilità morale in alcuni, perdita di simboli condivisi, vuoto normativo, difficoltà a definire il male senza categorie religiose.

domenica 18 ottobre 2026

Appunti di Geo-Politica – (10)

PERSEVERARE DIABOLICUM
Ogni guerra richiede una spiegazione pubblica. I governi comprimono storia, interessi e incertezze in una narrazione in grado di mantenere il consenso politico.
Il pericolo inizia quando quella narrazione cessa di essere un argomento e diventa un articolo di fede. Le prove che un tempo avrebbero potuto imporre un cambiamento di politica vengono allora trattate come una minaccia alla legittimità di tale politica.
Ucraina e Iran mettono in luce questo fallimento in contesti diversi.
In entrambi i casi, la versione ufficiale ha ridotto un conflitto complesso a un'unica giustificazione univoca, ha relegato ai margini gli eventi storici scomodi e ha presentato la pressione militare come la risposta responsabile.
Man mano che gli eventi si evolvevano al di fuori del copione previsto, le istituzioni occidentali hanno ampliato la narrazione anziché rivedere la strategia.
Questo processo produce ben più di una cattiva comunicazione. Danneggia la capacità di misurare il potere, riconoscere i limiti e negoziare prima che i costi diventino irreversibili. Un governo che deve proteggere la propria versione dei fatti non è più in grado di valutare i fatti stessi con il dovuta rigore. (…)
Le narrazioni ufficiali perdurano perché le istituzioni investono in esse. La coesione delle alleanze, i bilanci della difesa, le carriere e la reputazione politica si legano a una particolare interpretazione.
Un'inversione di rotta richiederebbe ai leader di spiegare perché le affermazioni precedenti erano incomplete, perché i costi erano stati sottostimati e perché gli obiettivi dichiarati potrebbero non essere più raggiungibili. Continuare la politica appare spesso più sicuro che riaprire il dibattito.
THE DURAN DAILY (da Termometro Geopolitico)


UTOPIA MULTIPOLARE
[Vi è] una narrazione sulle magnifiche e progressive sorti del mondo 'multipolare', fondata su una speranza e su un assioma: molti poli, nessun egemone, relazioni più paritarie.
Metafisica pura. I fatti, la fisica, ci mostrano ripetutamente che non è così.
Basta guardare la fenomenologia delle guerre. Da quella in corso da un quinquennio nel vecchio Continente a quella mediorientale. Lo stanno sperimentando sul campo Russia, Ucraina, Unione Europea.
La multipolarità non è di per sé “virtuosa”. Genera in nome della tutela delle sfere d’influenza e sicurezza (quella energetica, in primis) aspre e letali competizioni. (…)
L’odierna crisi energetica non è solo una ripetizione di quella degli anni ’70. La vicenda israelo-americana-iraniana è più di un “semplice” conflitto mediorientale. È parte di un ampio cambiamento negli equilibri di potere globali in cui sicurezza energetica e rivalità tra le potenze provano ad essere “governati” congiuntamente.
L’energia (petrolio e dati) è diventata assai più di una merce a rischio, è una componente di una lotta a tutto campo per il potere da parte di soggetti pubblici (gli Stati) e, sempre più, di soggetti privati (le big tech).
Il mondo multipolare reale che nasce dal declino dell’unipolarismo americano non è, dunque, un mondo con nessun egemone e relazioni più paritarie.
La traiettoria energetica russa mostra che le cose non stanno affatto così. Liberarsi della dipendenza da un centro non significa diventare più autonomi: significa semplicemente cambiare centro.
Mosca è uscita dalla leva occidentale entrando in quella cinese, e la seconda è più stringente della prima, perché esercitata da un compratore unico, paziente, con alternative, su un venditore solo e senza vie d’uscita.
L’Europa, ai tempi dell’interdipendenza, aveva bisogno del gas russo quanto la Russia dei suoi pagamenti: era un ricatto reciproco.
Il rapporto con la Cina non è reciproco. È asimmetrico, e l’asimmetria pende dalla parte sbagliata per il Cremlino. L’arma energetica russa, certo, non è stata spezzata. Ma è stata costretta a cambiare bersaglio, e nel farlo ha cambiato “padrone”. Mosca impugnava una leva, oggi stringe una corda che la lega.
ANTONIO CANTARO (da Fuori Collana)


POTENZA NAVALE
Nel corso della storia, la potenza navale si è dimostrata uno degli strumenti più efficaci non solo per vincere le guerre, ma anche per raggiungere obiettivi politici senza ricorrere al conflitto.
Dall'era della vela a quella del vapore, dalle corazzate alle portaerei, le flotte navali più potenti sono state spesso in grado di influenzare le decisioni dei governi senza impiegare la propria potenza di fuoco. (...)
Il concetto raggiunse la sua piena maturità nella tradizione britannica della potenza navale dopo Nelson e divenne uno dei principali strumenti della politica estera imperiale del XIX secolo. Nel XX secolo, gli Stati Uniti ereditarono e applicarono lo stesso metodo su scala globale.
La diplomazia delle cannoniere consiste nell'impiego della potenza navale come strumento di diplomazia coercitiva in tempi di crisi. Essa implica una chiara e percepibile volontà di utilizzare la forza militare, se necessario.
Nel corso della storia, la diplomazia delle cannoniere si è quindi confermata come uno degli strumenti più flessibili a disposizione degli Stati nella conduzione della politica estera e di sicurezza.
Le forze navali possiedono una combinazione unica di flessibilità, resistenza, potenza di fuoco sostenibile, autosufficienza e mobilità. Possono operare liberamente in alto mare e, a differenza delle forze terrestri e aeree, il loro dispiegamento in una zona di crisi non dipende normalmente dall'ottenimento di permessi di transito da paesi terzi.
Queste caratteristiche rendono le forze navali uno degli strumenti più efficaci e flessibili che si possano impiegare fin dalle prime fasi di una crisi.
Non è richiesta alcuna autorizzazione per il dispiegamento o il transito in alto mare. Attraverso i regimi di passaggio inoffensivo e di transito, le forze navali possono navigare anche attraverso acque territoriali straniere, stretti internazionali e vie navigabili pertinenti, in conformità con il diritto internazionale.
CEM GURDENIZ (da Termometro Geopolitico)

lunedì 12 ottobre 2026

Il Valore di un Falso

Il post di oggi è dedicato all'arte e contiene un breve dialogo del sottoscritto con Copilot a proposito del valore dei quadri falsi. A seguire una breve nota tratta dal web su Han Van Meegeren, il più grande falsario del '900.
LUMEN


LUMEN - Qualcuno ha detto che se un quadro falso è indistinguibile da uno vero (se non con analisi scientifiche, di tipo chimico), non c'è motivo perchè valga di meno di quello originale, salvo che per motivi storici.

COPILOT - Hai toccato una questione affascinante e controversa, Lumen, una vera soglia tra estetica, ontologia e mercato. L’idea che un falso indistinguibile possa avere lo stesso valore di un originale, se giudicato solo dall’esperienza visiva, è stata sostenuta da diversi pensatori, ma anche contestata con forza.
= Argomenti a favore: il valore estetico indipendente dall’autenticità.
> Nel pensiero di Nelson Goodman e Arthur Danto, l’opera d’arte non è solo un oggetto fisico, ma un “oggetto interpretato”. Se il falso produce la stessa esperienza estetica, allora — secondo alcuni — non c’è differenza ontologica.
> Walter Benjamin, nel suo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, suggerisce che la “aura” dell’originale si perde nella riproduzione, ma ciò non nega il valore estetico della copia.
> Il paradosso del museo: se un quadro falso è indistinguibile e produce la stessa emozione, il suo valore esperienziale è intatto. Solo la provenienza lo distingue.
= Argomenti contrari: autenticità come valore storico e relazionale
> L’originale è un nodo di relazioni: è stato toccato dall’artista, ha una storia, una traiettoria, una firma. Il falso è un simulacro, privo di genealogia.
> Il mercato dell’arte si fonda sulla provenienza, sull’unicità, sulla rarità. Il valore economico è legato alla traccia storica, non solo alla forma.
> L’etica della creazione: il falso, anche se perfetto, è una menzogna intenzionale. L’arte è anche verità, intenzione, contesto.
Potremmo dire che il falso perfetto ha valore estetico, ma non valore auratico né storico. È come una poesia anonima: può commuovere, ma non ha la firma che la collega a una biografia, a un tempo, a un gesto.

LUMEN - Cosa intendi per valore auratico ?

COPILOT - Il termine “valore auratico” viene da Walter Benjamin, filosofo e critico culturale tedesco, che lo usa nel suo celebre saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). Vediamolo insieme:
Cos’è l’aura? L’aura è quella presenza unica e irripetibile che un’opera d’arte possiede quando è radicata in un tempo, un luogo, una storia. È l’insieme di:
> Autenticità: l’opera è originale, non riproducibile.
> Contesto storico: è legata a un’epoca, a un autore, a un gesto.
> Distanza reverenziale: l’opera non è “consumabile” come un oggetto qualsiasi; si contempla, si rispetta.
Benjamin scrive: “L’aura è l’apparizione unica di una lontananza, per quanto essa possa essere vicina.”
Quando l’aura si perde? Con la fotografia, il cinema, la stampa — cioè con la riproduzione tecnica — l’opera d’arte perde la sua aura. Diventa accessibile, moltiplicabile, decontestualizzata. Un Mondrian stampato su una tazza non ha aura, anche se ha forma.
Perché è importante? Il valore auratico distingue l’originale dal falso, l’opera dall’oggetto, l’esperienza dalla fruizione. È ciò che ci fa emozionare davanti a un quadro autentico, anche se ne abbiamo visto mille riproduzioni.
In sintesi: il valore auratico è la dignità invisibile di un’opera: la sua storia, la sua unicità, il suo essere “qui e ora”. Un falso perfetto può ingannare l’occhio, ma non può generare aura, perché non ha vissuto.

LUMEN - Sono troppo razionale e materialista per farmi affascinare dall'aura, Mi sembra di vedere un parallelo tra l'aura artistica e la spiritualità del pensiero. E siccome non ho nessuna stima della seconda, non posso averla neppure della prima.



IL PIU' GRANDE FALSARIO DEL XX SECOLO
Han Van Meegeren si può considerare uno dei più grandi falsari di tutti i tempi. Nacque il 10 ottobre 1889 a Deventer nei Paesi bassi, terzo figlio di una coppia cattolica.
Avvilito per il non essere mai considerato dai critici un bravo pittore e di venire sempre accusato di imitare troppo lo stile antico, egli finì per chiudersi nella sua bottega a perfezionare un sistema capace di realizzare quadri falsi perfetti come gli originali.
Si specializzò soprattutto nelle opere di Vermeer e divenne in tal modo ricco, anzi ricchissimo, tanto da possedere un patrimonio del valore di circa 20 milioni di euro attuali. 
Meegeren riproduceva immagini pittoriche come se fossero usciti dai pennelli del maestro del passato, invece erano soggetti neppure mai affrontati da loro.
Nel 1945 gli alleati scoprirono in Austria (in una miniera di sale), più di mille opere rubate dal nazista Hermann Goring e tra loro, vi era un bellissimo Vermeer intitolato “Cristo e l'adultera”. 
Dai documenti allegati risultò che fu comprato da un mercante olandese, Meegeren appunto, il quale naturalmente, venne subito accusato di collaborazionismo e complicità con il nemico in tempo di guerra.
Non c'era da scherzare, rischiava la pena di morte e per difendersi il falsario dovette così dimostrare a tutti quanto era bravo a dipingere eseguendo in carcere la sua ultima opera: “Gesù fra i dottori”.
Meegeren fu assolto dalla accusa che lo avrebbe fatto finire su un patibolo, ma rimasero vive quelle di falsificazione e frode. 
Il pubblico ministero era ormai venuto a sapere di altre opere da lui dipinte a danno di terzi per cui fu condannato a un anno di prigione più la confisca di tutte le sue proprietà e opere d'arte.
L'abile copista, però, non fece in tempo a ricorrere in appello, in quanto nel novembre del 1947 morì di attacco cardiaco.
Le sue copie oggi valgono delle vere fortune esattamente come gli originali di Veermer. Curiosità: Il generale nazista Goring, braccio destro di Hitler, pagò il quadro di Vermeer a Meegeren con banconote false.

martedì 6 ottobre 2026

Per Dio e per la Patria

Anche se in genere vengono coperte da motivazioni ideali (la volontà di Dio, la Patria, la Libertà, il Progresso, ecc.), le guerre hanno sempre avuto delle cause economiche.
A questo argomento è dedicato il post di oggi, scritto da DOMENICO MORO per il sito LABORATORIO PER IL SOCIALISMO.
LUMEN


<< Lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.

Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra.

Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante. (…)

Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio.

Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca.

Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.

La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istambul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia.

Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.

Si può rintracciare Il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est.

L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio.

L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. (...)

Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbour, distruggendo una parte delle navi e degli aerei.

L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche.

Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa? Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa.

Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero sul petrolio da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze.

Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni.

A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata l’equivalente di una resa. (…) Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone. >>

DOMENICO MORO