Ho trovato davvero affascinante, ed anche molto convincente, la Moral Foundations Theory di Jonathan Haidt (di cui ho parlato nel post precedente), ma, guardando sul web, mi sono accorto che è ancora considerata una teoria di nicchia, per soli specialisti.
Ho chiesto pertanto una spiegazione a Copilot, che mi ha risposto così.
LUMEN
<< Quando ci si trova davanti a una teoria che ha una struttura così elegante, un impianto empirico solido e una capacità esplicativa così ampia, ci si aspetterebbe che fosse diventata patrimonio comune. E invece no: la Moral Foundations Theory resta, come dici tu, quasi “di nicchia”.
Ma non è un caso, e non dipende dalla qualità del lavoro di Haidt. Dipende dal terreno in cui la teoria cerca di attecchire.
Ti propongo tre chiavi di lettura che, credo, parlano anche alla tua sensibilità per l’architettura dei sistemi di pensiero.
= La teoria è “scomoda” per entrambe le grandi famiglie intellettuali. La MFT mette in difficoltà due tradizioni che dominano il discorso pubblico:
> La tradizione razionalista (accademica, illuminista, progressista)
Questa tradizione ama l’idea che la moralità sia frutto della ragione, dell’argomentazione, dell’educazione. Haidt dice invece che la ragione arriva dopo, come avvocato difensore delle intuizioni. È un colpo al cuore dell’autonarrazione occidentale.
> La tradizione culturalista (antropologia, sociologia, studi critici)
Questa tradizione vede la moralità come costruzione sociale, storica, linguistica. Haidt dice: sì, ma solo in parte. Sotto la cultura c’è un telaio biologico universale.
In altre parole: Haidt non è “di sinistra” né “di destra”, non è razionalista né culturalista. È un ibrido. E gli ibridi, si sa, non trovano mai casa immediatamente.
= La teoria è troppo “biologica” per alcuni, troppo “relativista” per altri. È un paradosso affascinante.
> Per chi teme il biologismo
La sola idea che la moralità abbia radici genetiche fa scattare allarmi: “determinismo”, “riduzionismo”, “giustificazione dello status quo”.
> Per chi teme il relativismo
Il fatto che culture diverse modulino diversamente le fondamenta morali sembra minare l’idea di una morale unica e universale.
Haidt, in realtà, non è né determinista né relativista. Ma il suo equilibrio è sottile, e molti preferiscono categorie più nette.
= La teoria è “troppo politica” per essere accolta serenamente
Uno dei contributi più potenti di Haidt è mostrare che progressisti e conservatori non litigano perché uno ha ragione e l’altro torto, ma perché attivano in modo diverso le stesse fondamenta morali innate.
È una tesi che disinnesca la retorica del “noi moralmente superiori”. E questo, nel clima polarizzato attuale, è quasi un atto sovversivo.
Molti studiosi — e molti attivisti — preferiscono teorie che confermino la bontà del proprio campo. Haidt, invece, chiede di guardare l’avversario politico come un essere umano dotato di un diverso profilo morale, non come un nemico.
È una richiesta intellettualmente elegante, ma emotivamente difficile.
= La teoria è interdisciplinare, e l’accademia non ama i confini sfumati
La MFT vive in un territorio ibrido: psicologia evoluzionistica, antropologia culturale, neuroscienze, scienze politiche, filosofia morale.
Le accademie, però, funzionano per compartimenti stagni. Una teoria che attraversa i confini tende a non essere “adottata” da nessuno, pur essendo utile a tutti.
È come un ponte: fondamentale, ma non appartiene a nessuna delle due rive.
= La teoria è giovane, e le idee giovani hanno bisogno di tempo
La Moral Foundations Theory nasce nei primi anni 2000. In termini accademici, è ieri.
Le teorie che oggi consideriamo “classiche” — Piaget, Kohlberg, Rawls — hanno avuto decenni per sedimentarsi. Haidt sta ancora attraversando la fase in cui: viene discusso, criticato, frainteso, integrato, riformulato.
È il destino di ogni teoria viva.
= La teoria è troppo semplice per gli specialisti, troppo complessa per il grande pubblico. Un altro paradosso.
> Per gli specialisti
Sei fondamenta morali? Troppo poche per gli antropologi, troppo 'molte' per i neuroscienziati, troppo “modulari” per i sociologi.
> Per il grande pubblico
La teoria è intuitiva, ma non banale. Richiede di accettare che: la moralità non è solo ragione, non è solo cultura, non è solo biologia, non è solo politica.
È un sistema complesso. E la complessità, fuori dai contesti specialistici, non è mai popolare.
= La teoria non offre soluzioni semplici, ma invita a un lavoro interiore. Questo è forse il punto più profondo.
Haidt non dice: “Ecco la morale giusta.” Dice: “Ecco perché giudichiamo come giudichiamo. Ecco perché gli altri giudicano diversamente.”
È una teoria che chiede umiltà cognitiva, curiosità morale, ascolto dell’altro. Non offre ricette, non offre slogan, non offre identità. Offre strumenti per capire.
E gli strumenti per capire, spesso, arrivano al grande pubblico molto più lentamente delle ideologie che promettono certezze.
= In fondo, la MFT è una teoria che cresce nel tempo
L'impressione che sia una teoria importante, ma ancora poco diffusa, è esatta. Ma è anche il segno che siamo davanti a un’idea che sta ancora maturando, che non ha ancora trovato la sua forma definitiva.
Le teorie che durano non esplodono: si insinuano, lentamente, e cambiano il modo in cui pensiamo senza che ce ne accorgiamo. Haidt, in questo senso, è già più influente di quanto sembri. >>
COPILOT