lunedì 27 luglio 2026

Eureka - 2

Dal saggio “EUREKA - COME LA TECNOLOGIA GUIDA IL PENSIERO UMANO” di Lumen & Copilot. Seconda parte di sei.



CAPITOLO 2 — Agricoltura e la nascita delle prime civiltà (X millennio a.C.)

Il secondo grande salto della storia umana non è stato un’idea, né un cambiamento spirituale. È stato un gesto pratico: coltivare la terra. Un gesto semplice, quasi banale, che però ha trasformato in modo irreversibile la struttura della vita umana.

L’agricoltura non è stata una scelta consapevole, né un progetto. È stata una necessità: un adattamento a un mondo che stava cambiando, alla fine dell’ultima glaciazione, quando nuove piante e nuovi animali divennero disponibili. Ma le sue conseguenze sono state immense. Con l’agricoltura, l’uomo ha smesso di muoversi. E smettere di muoversi ha cambiato tutto. 

Per la prima volta nella storia, gli esseri umani hanno potuto: produrre più cibo di quanto servisse nell’immediato, conservarlo, accumularlo, difenderlo. Questo surplus ha creato una nuova realtà: la proprietà. E con la proprietà sono nate le prime disuguaglianze, le prime gerarchie, le prime forme di potere stabile.

L’agricoltura ha reso possibile la sedentarietà, e la sedentarietà ha reso possibile la città. La città non è solo un luogo: è una tecnologia sociale. È il punto in cui la densità umana supera la soglia che permette la nascita di: ruoli specializzati, artigiani, sacerdoti, guerrieri, amministratori.

La complessità sociale non nasce da un’idea: nasce dalla necessità di gestire un surplus. E per gestire un surplus servono regole, rituali, calendari, contabilità, autorità. Le prime religioni organizzate non sono nate per rispondere a domande metafisiche, ma per stabilizzare una comunità che viveva insieme in numeri mai visti prima.

L’agricoltura ha trasformato il rapporto dell’uomo con il tempo. Il cacciatore-raccoglitore viveva nel ritmo immediato della natura. Il contadino vive nel ritmo del futuro: semina oggi per raccogliere domani. È il primo vero investimento della storia umana. E ogni investimento richiede fiducia, previsione, narrazione. Da qui nascono: i primi calendari, i primi miti stagionali, le prime divinità legate alla fertilità, le prime forme di autorità sacra.

L’agricoltura non ha solo cambiato il modo di vivere: ha cambiato il modo di pensare. Ha introdotto l’idea di ordine, di ciclo, di responsabilità, di prevedibilità. Ha creato un mondo in cui la stabilità è più importante della libertà, e la continuità più importante dell’improvvisazione.

Questo capitolo non vuole ricostruire la storia tecnica delle coltivazioni, né descrivere le differenze tra le varie regioni del mondo. Vuole mostrare una cosa più semplice e più radicale: che l’agricoltura è la tecnologia che ha reso possibile la civiltà.

Senza agricoltura non ci sarebbero città, né stati, né religioni organizzate, né scrittura, né storia. Con l’agricoltura, l’uomo ha iniziato a vivere in un mondo costruito da lui stesso. Un mondo che richiede ordine, memoria, istituzioni. Un mondo che prepara il terreno — in senso letterale e simbolico — per la prossima grande invenzione: la scrittura.



CAPITOLO 3 — La scrittura e la nascita della memoria esterna (IV millennio a.C.)

La scrittura non nasce per raccontare storie, né per tramandare miti. Nasce per qualcosa di molto più semplice e più concreto: tenere il conto.

Quando le prime comunità agricole diventano città, il surplus cresce, le attività si moltiplicano, le relazioni si complicano. La memoria umana non basta più. Serve un sistema che permetta di registrare ciò che non può essere affidato al ricordo: quantità, scambi, debiti, proprietà, tributi.

La scrittura è la prima tecnologia che permette di esternalizzare la memoria. È un deposito stabile, impersonale, verificabile. Un luogo in cui il passato non dipende più da chi lo racconta. Le prime forme di scrittura sono segni semplici: tacche, simboli, pittogrammi. Non descrivono idee, ma oggetti. Non narrano, ma contano. Sono strumenti amministrativi, non letterari.

Eppure, questo gesto apparentemente modesto — incidere un segno per ricordare qualcosa — cambia tutto. Perché introduce una separazione radicale tra: ciò che si pensa e ciò che si registra. La scrittura crea un mondo nuovo: il mondo del testo. Un mondo che non dipende dalla voce, né dalla presenza, né dalla memoria individuale. Un mondo che può essere conservato, copiato, trasmesso, interpretato.

Con la scrittura nasce la storia. Non perché prima non accadessero eventi, ma perché ora esiste un modo per fissarli. Nascono le leggi, perché ora possono essere formulate in modo stabile. Nasce la burocrazia, perché ora è possibile amministrare grandi comunità. Nasce la religione organizzata, perché ora i rituali possono essere codificati.

Nasce anche la letteratura come forma stabile. Le storie, i miti e le epopee esistevano già nella tradizione orale, ma ora possono essere fissati, copiati, tramandati. La scrittura trasforma il racconto in testo, crea gli autori, permette la nascita delle opere, rende possibile una tradizione letteraria che non dipende più dalla memoria dei cantori.

La scrittura non è solo un mezzo di comunicazione: è una tecnologia cognitiva che cambia il modo di pensare. Introduce l’idea di astrazione, di classificazione, di ordine. Permette di separare il concetto dall’oggetto, il nome dalla cosa, il numero dalla merce. 

È la prima tecnologia che rende possibile la complessità istituzionale. Senza scrittura non ci sarebbero stati, né imperi, né sistemi giuridici, né scienze. Perché nessuna società può diventare grande se non può ricordare ciò che fa.

Questo capitolo non vuole ricostruire l’evoluzione tecnica dei sistemi di scrittura, né distinguere tra pittogrammi, ideogrammi o alfabeti. Vuole mostrare una cosa più semplice e più radicale: che la scrittura è la tecnologia che trasforma la memoria in istituzione. Con la scrittura, l’uomo non vive più solo nel presente della voce. Vive nel tempo lungo del testo. Un tempo che può essere conservato, trasmesso, discusso. È l’inizio della storia come la conosciamo.

(segue)

martedì 21 luglio 2026

Eureka - 1

Ripensando alle molte letture fatte, nel corso degli anni, sullo sviluppo della nostra civiltà, sono giunto alla conclusione che ogni evoluzione del pensiero umano è figlia di una innovazione tecnologica. Non qualche volta, non spesso: OGNI VOLTA.
Ne ho parlato con Copilot il quale mi ha confermato che a questa conclusione sono già pervenuti molti studiosi, come per esempio Lewis Mumford, Marshall McLuhan, Karl Marx, Friedrich Engels, Jacques Ellul, Martin Heidegger (in modo più filosofico che storico), Lynn White Jr., Jared Diamond, Walter Ong, Don Ihde ed altri.
Tutti però lo hanno fatto da un punto di vista parziale, diverso tra loro, e quindi nessuno di essi ha posto il concetto dell'innovazione tecnologica come motore primo e fondamentale del pensiero umano.
Incoraggiato da Copilot, sempre molto entusiasta e propositivo, ho deciso pertanto di elaborare - con il suo aiuto – un breve saggio sull'argomento, che possa colmare (si parva licet) questo vuoto apparente.
Il risultato finale mi è sembrato apprezzabile, per cui ho deciso di pubblicarlo qui sul blog, ovviamente suddiviso in più parti, data la lunghezza. Spero di non annoiarvi.
LUMEN



EUREKA – COME LA TECNOLOGIA GUIDA IL PENSIERO UMANO
di Lumen & Copilot

Prologo — La tecnologia come motore del pensiero
Capitolo 1 — Il linguaggio e la nascita del simbolico (100.000 a.C.)
Capitolo 2 — Agricoltura e le prime civiltà (X millennio a.C.)
Capitolo 3 — Scrittura e la nascita della storia (IV millennio a.C.)
Capitolo 4 — Stati, imperi e religioni: la nascita dell’ordine collettivo (IV–II millennio a.C.)
Capitolo 5 — La stampa e la nascita del mondo moderno (XV secolo)
Capitolo 6 — La macchina e la nascita dell’ideologia (XVIII secolo)
Capitolo 7 — L’elettricità e la nascita della simultaneità (XIX secolo)
Capitolo 8 — Il digitale e la nascita dell’identità fluida (XX secolo)
Capitolo 9 — Le micro-innovazioni (XIII–XIV secolo)
Capitolo 10 – Le conseguenze non intenzionali: il motore silenzioso della storia
Conclusione - Il futuro: continuità delle trasformazioni tecnologiche



PROLOGO - La tecnologia come motore del pensiero

EUREKA è una parola che indica un istante: il momento in cui qualcosa diventa chiaro, come se una luce si accendesse all’improvviso. 

Questo saggio nasce da un’intuizione di quel tipo: semplice, quasi ovvia, eppure capace di cambiare la prospettiva con cui guardiamo l’intera storia dell’umanità. L’idea è questa: ogni svolta del pensiero umano è stata resa possibile da una innovazione tecnologica. Non dopo, non in parallelo: prima.

La tecnologia modifica le condizioni materiali dell’esistenza, e queste nuove condizioni richiedono nuove forme di pensiero, nuove narrazioni, nuove istituzioni, nuove arti, nuove religioni. Le idee non precedono gli strumenti: li seguono.

Questa tesi non è un atto di riduzionismo, né un tentativo di sminuire la creatività umana. Al contrario: è un modo per restituire alle idee la loro radice concreta, per capire perché nascono in certi momenti e non in altri, e perché certe forme di pensiero diventano possibili solo quando esiste la tecnologia che le rende pensabili.

La scrittura rende possibile la legge, la storia, la filosofia. La stampa rende possibile la scienza moderna, l’individuo, la democrazia. La macchina a vapore rende possibile l’industria, il capitalismo, le ideologie dell’Ottocento. Internet rende possibile l’identità fluida, la globalizzazione, le nuove forme di immaginazione collettiva.

Ogni epoca ha una tecnologia fondativa che ne determina la struttura profonda. E ogni tecnologia genera una nuova forma di pensiero. Questo saggio non è una storia della tecnologia, né  una storia delle idee. È un tentativo di raccontare la storia dell’umanità come un’unica trama, in cui strumenti e pensieri avanzano insieme, legati da un rapporto di necessità.

Non seguiremo le discipline tradizionali — filosofia, arte, politica, religione — come compartimenti separati. Le guarderemo invece come espressioni diverse di uno stesso movimento: l’adattamento dell’uomo alle tecnologie che egli stesso crea. Il percorso sarà semplice: otto grandi epoche, ciascuna definita da una innovazione tecnica che cambia tutto, più un paio di approfondimenti. Non cercheremo l’esaustività, ma la chiarezza. Non la cronaca, ma la struttura. Non l’accumulo, ma l’essenziale.

Questo saggio non pretende di dire l’ultima parola. Vuole solo proporre una chiave di lettura: una lente attraverso cui osservare la storia umana come un processo coerente, continuo, leggibile. Una lente che, forse, permette di vedere ciò che spesso sfugge: che le idee non nascono nel vuoto, ma nel mondo concreto degli strumenti, dei gesti, delle tecniche.

Se questa lente funziona, allora “Eureka” non sarà solo il titolo di un saggio, ma il nome di un modo diverso di guardare alla nostra storia.



CAPITOLO 1 — Il linguaggio e la nascita del simbolico (100.000 a.C.)

Il primo grande salto della storia umana non è stato un utensile, né una scoperta materiale. È stato un gesto invisibile: l’invenzione del linguaggio articolato. Non sappiamo quando sia accaduto, né come. Ma sappiamo che, da quel momento, l’umanità ha smesso di essere un animale tra gli altri.

Il linguaggio non è solo un mezzo per comunicare: è una tecnologia cognitiva. Una protesi mentale che permette di fare qualcosa che nessun’altra specie può fare: trasformare l’esperienza in simboli, e i simboli in pensiero condiviso.

Prima del linguaggio, l’uomo viveva nel presente. Con il linguaggio, ha potuto: evocare ciò che non è presente, immaginare ciò che non esiste, trasmettere ciò che ha imparato, coordinarsi con altri in modo complesso, costruire narrazioni collettive.

Il linguaggio ha reso possibile la cooperazione su larga scala, la memoria culturale, la trasmissione delle tecniche. Ha creato un mondo nuovo: il mondo simbolico. È in questo mondo che nascono i miti, le prime forme di religione, le strutture sociali, le regole implicite. Non perché l’uomo avesse improvvisamente “idee più profonde”, ma perché possedeva finalmente lo strumento per formularle.

Il linguaggio è la prima tecnologia che modifica la mente. Non un utensile esterno, ma un dispositivo interno che cambia il m odo di percepire, ricordare, immaginare. È la matrice da cui discendono tutte le altre tecnologie: senza linguaggio non c’è trasmissione, senza trasmissione non c’è accumulo, senza accumulo non c’è progresso.

Questo capitolo non vuole ricostruire l’origine biologica del linguaggio, né entrare nel dibattito scientifico sulle sue forme primitive. Vuole mostrare una cosa più semplice e più radicale: che il linguaggio è la prima infrastruttura del pensiero umano, la condizione che rende possibile ogni forma di cultura. 

Con il linguaggio, l’uomo ha iniziato a vivere in due mondi: quello fisico, fatto di oggetti e bisogni e quello simbolico, fatto di significati e possibilità. Da questa duplice appartenenza nasce tutto ciò che verrà dopo.

(segue)

mercoledì 15 luglio 2026

La Trappola dell'Immigrazione

Una analisi impietosa delle società europee di fronte alla trappola dell'immigrazione, diella quale, ormai, non hanno più alcun controllo. Il testo, scritto da Andrea Zhok, è tratto dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO.
LUMEN


<< Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.

La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti de-socializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano).

La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.

Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accoglienza” rimane necessariamente sulla carta.

Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa.

Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori.

Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza.

Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.

In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità.

Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica.

L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque).

Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.

Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile. Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale.

Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.

Ma ci sono ora. Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.

In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa. Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando.

Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri.

Se non reagisci, non esisti e ti ridono in faccia. Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema. Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile. >>

ANDREA ZHOK

giovedì 9 luglio 2026

La sfida dell'Eternità

Le inquietanti considerazioni del politologo Luigi Alfieri sul sorprendente rapporto tra AI e pensiero religioso. Il testo, tratto da un più lungo articolo, proviene dal sito FUORI COLLANA.  LUMEN


<< Il problema dell’Intelligenza Artificiale (...) nasce da una drammatica crisi della promessa religiosa dell’immortalità. Le religioni non sono scomparse, anzi la loro presenza nello spazio pubblico è semmai aumentata, la legittimazione religiosa del potere è in lotta mortale con la legittimazione democratica, nel cristianesimo (in particolare evangelicale, ma anche ortodosso) come nell’ebraismo (nella versione teocratica e apocalittica del sionismo) come nell’islam (nella sua versione ideologica tutta novecentesca, dai Fratelli Mussulmani in poi).

Ma si tratta, appunto, di religioni mondanizzate. Integralmente mondanizzate, religioni che promettono potere e invocano conquista e guerra, ma non sanno più dire nulla su un senso della vita al di là della vita, un compimento spirituale che sconfigge la morte attraversandola. Le religioni del potere sono immanentistiche e, malgrado le apparenze, senza Dio.

Non c’è trascendenza, il mondo è tutto qui. Per questo bisogna conquistarlo, dominarlo, sfruttarlo, consumarlo fino a distruggerlo. Dunque, l’immortalità deve essere qui, come estrema estensione del potere e della conquista. Non per tutti, tanto meno per i puri, per gli umili, per i sofferenti. Per i ricchi, i potenti, i conquistatori, i tecnocrati.

Questo è un punto da capire bene: non è facile, è controintuitivo. Il processo di secolarizzazione è ben lungi dal significare, come spesso si è creduto in un recente passato (crederlo ancora oggi mi sembra una negazione dell’evidenza) che le religioni scompaiono o sono relegate nel privato.

Al contrario: sono le religioni a secolarizzarsi, a risolversi in potere politico, militare, economico, sono le religioni a farsi Stato, persino a farsi rivoluzione (concetti come “Stato islamico” o “rivoluzione islamica”, ad esempio, sono vertiginose innovazioni che assai stupidamente siamo soliti scambiare per tradizionalismo o arretratezza “medievale”). Questo riguarda molte religioni, anche se certamente non in tutte le loro forme: buddhismo compreso, induismo compreso.

Ne deriva che il destino del singolo, il senso dell’esistenza individuale, il mistero della coscienza, non hanno più, per così dire, una copertura religiosa. Le religioni politiche non hanno trascendenza. E quindi non hanno immortalità: la lasciano sullo sfondo, la decentrano, non ne fanno di sicuro il cuore del loro messaggio.

Nel passato, un lunghissimo passato, si trattava di conservare nel mondo la forma corporea, la memoria, la parola: l’anima aveva patria altrove. La lotta contro la morte si svolgeva su un duplice versante: anche nella sfera mondana, molto più di quanto non si creda, ma il punto essenziale era l’al di là, o il giorno del giudizio e della resurrezione, o le vite future.

Ma le religioni secolarizzate hanno solo questo mondo, non promettono nulla per dopo, non sinceramente almeno, non credibilmente. Ed ecco allora che bisogna risolvere diversamente. Mentre le religioni diventano mondane, forze di per sé mondane come il denaro, la scienza, la tecnica “sfondano” verso la trascendenza e l’artificialità prende il posto della spiritualità.

L’immortalità non è più l’oltrepassamento della morte, è semplicemente il non morire. Si può agire sul corpo, modificandolo, o si può sostituire il corpo con un supporto fisico più adeguato trasferendovi la mente, o qualcosa che la simula. La medicina della longevità, la bioingegneria e, appunto, l’Intelligenza Artificiale.

Gli aspetti biomedici dello sforzo di non morire, possibile solo in una dimensione assai elitaria, non sono al momento decisivi. Certo, nei paesi ricchi l’aspettativa di vita cresce e, se non saremo travolti dalle catastrofi che produciamo, crescerà ancora. Chiaramente però non è una soluzione, è un differimento del problema, che ha i suoi costi. (...)

La prevenzione dell’invecchiamento mediante tecniche di ingegneria cellulare è al momento puramente teorica e non sappiamo quale sarebbe l’impatto sistemico sul corpo e sulla psiche. La “soluzione” più promettente, e più angosciante, è un’altra: la sostituzione corporea, l’esternalizzazione della vita in meccanismi, la delega dell’immortalità alle macchine.

La sostituzione è già in atto. In un numero velocemente crescente di attività umane la presenza di corpi viventi è diventata superflua e inutilmente costosa. Ci sono già fabbriche interamente robotizzate e diverse attività amministrative e tecniche possono benissimo essere svolte da computer, magari in grado di autoprogrammarsi. (...)

Ma c’è un altro aspetto, più “metafisico”, su cui vorrei brevemente soffermarmi. La sostituzione dei corpi biologici con programmi informatici e delle menti viventi con forme artificiali di intelligenza implica certamente un’umanizzazione delle macchine: è pur sempre un linguaggio umano che esse dovranno usare ed è la visione umana del mondo che esse dovranno introiettare.

E siccome ancora a lungo interagiranno con esseri umani e saranno finalizzate ai loro bisogni, tenderemo a spingere nella direzione del mimetismo umano. Avremo bisogno di robot umanoidi, di “avatar” informatici che parlano con voce umana e mostrano, sugli schermi, volti umani. Li faremo lavorare al nostro posto, combattere al nostro posto, “vivere” in qualche modo al nostro posto.

Potrebbero vivere assai più di noi, sarebbero immuni dalle malattie e dalla vecchiaia, se danneggiati potrebbero autoripararsi, se distrutti potrebbero essere ricostruiti. Fortissima sarà la tentazione, già visibile, già in alcuni ambienti entusiasticamente dichiarata, di trasferirci in essi.

Non è difficile far riprodurre a un programma i nostri volti, la nostra voce, inserirvi innumerevoli informazioni su di noi. Se interrogati, questi programmi risponderebbero come risponderemmo noi. Se li dotassimo di corpi meccanici in grado di agire, agirebbero come faremmo noi.

Altri che si rapportano con loro potrebbero scambiarli con noi: del resto, questo era già previsto nell’esperimento mentale noto come “test di Turing” (1950), secondo il quale una macchina appositamente programmata potrebbe dare, ad un essere umano collocato a distanza che non sa di interloquire con una macchina, risposte non distinguibili da quelle che darebbe un essere umano.

Potremmo pensare facilmente, alcuni pensano già, che in questo modo possiamo far ritornare i nostri morti, possiamo noi stessi non morire più. Dal punto di vista esterno potrebbe funzionare perfettamente, è questione di sviluppi tecnologici complessi e costosi, ma non impossibili. Potremo avere copie pienamente credibili di noi stessi, non distinguibili da noi se visualizzate in uno schermo, forse in uno scenario più audace dotate di corpi artificiali.

Forse riusciremo persino a fondere parzialmente corpi fisici e corpi meccanici, a produrre ibridi “transumani”. Il mondo del futuro potrebbe essere abitato da una nuova umanità interamente artificiale che non soffre più, non si ammala più, non invecchia più, non muore più.

Il punto è che non lo saprebbe. Non avrebbe coscienza di sé e neppure dell’esistenza reale del mondo. Potrebbe però perfettamente simulare l’una cosa e l’altra. Potrebbe agire come se sapesse di esserci e sapesse di essere nel mondo, magari senza commettere gli errori che noi commetteremmo.

Ad un osservatore esterno, se ci fossero ancora osservatori esterni, potrebbe sembrare un mondo vero, abitato da esseri coscienti di sé. Potrebbe persino sembrare un mondo migliore. Sarebbe invece l’equivalente del Nulla eterno. >>

LUIGI ALFIERI

giovedì 2 luglio 2026

Pensierini – XCIV

FAMIGLIA TRADIZIONALE
Molti si chiedono se la demolizione della famiglia tradizionale, che sta avvenendo in occidente, sia una cosa positiva o negativa.
Per le elites attuali, che si arricchiscono col consumismo, sicuramente è positiva, perchè le persone single o le famiglie piccole consumano molto di più di quelle grandi, così come le donne che lavorano rispetto a quelle che fanno le casalinghe.
Per noi comuni mortali non saprei, perchè ci sono sempre i pro e i contro: le famiglie piccole hanno più libertà, le famiglie numerose più vincoli. Però in queste ultime c'è più aiuto famigliare e meno solitudine durante la vecchiaia.
Diciamo che l'atomizzazione sociale è più tipica dei periodi delle vacche grasse e la famiglia tradizionale di quelli delle vacche magre.
Siccome ci attende una crisi ambientale seria, non mi stupirei se ritornassimo, poco per volta, al passato.
Questo potrebbe anche essere un buon presupposto per il ritorno delle religioni tradizionali improntate sulla mentalità patriarcale, come l'islam e il cristianesimo di un tempo (sempre che sia ancora vivo e vegeto, cosa non scontata).
Il pendolo della storia è sempre in movimento e noi ci troviamo sempre, necessariamente, a vivere in un periodo di transizione, o da una parte, o dall'altra.
LUMEN


NULLA DA FARE
Tempo fa, venne chiesto a Dennis Meadows (uno dei coautori del famoso “Limits of the growths”) come possiamo fare per fermare il degrado ambientale in atto, che causerà grandi privazioni e sofferenze alle popolazioni future.
Lui, con grande onestà intellettuale, rispose così:
<< Dovrebbe cambiare la natura dell'uomo. Siamo tuttora programmati come 10.000 anni fa. Visto che uno dei nostri antenati poteva essere attaccato da una tigre, non si poteva preoccupare del futuro ma solo della propria sopravvivenza. La mia preoccupazione è che, per motivi genetici, non siamo adatti a fare i conti con problemi di lungo termine come i cambiamenti climatici.
Fino a che non impareremo a farlo, non ci sarà modo di risolvere problemi simili. Non c'è niente che possiamo fare. La gente dice sempre: "Dobbiamo salvare il pianeta". No, non dobbiamo. Il pianeta si salverà in ogni modo da solo. L'ha già fatto. Talvolta gli ci vogliono milioni di anni, ma comunque ce la fa. Non dobbiamo preoccuparci del pianeta, ma della razza umana. >>
E' triste riuscire ad analizzare correttamente un problema importante, e poi accorgersi che non si può fare nulla per risolverlo. 
Però col degrado ambientale sta succedendo proprio questo. Che peccato..
LUMEN


APOSTOLATO
Credo che l'approccio da tenere verso i codici di comportamento delle altre culture sia uno dei punti più delicati in assoluto dei rapporti umani.
Non parlo solo delle diverse civiltà o delle diverse religioni, con tutta la loro complessa sovrastruttura, ma anche dei diversi gruppi di pensiero che si formano su argomenti specifici: vegani contro carnivori, ecologisti contro consumisti, fautori della libera droga contro proibizionisti, e potrei continuare.
Il problema, in buona sostanza, è questo: se io appartengo ad un gruppo umano che segue determinati codici di comportamento (che mi dicono cosa 'devo' e cosa 'non devo' fare), posso limitarmi a seguire questi codici o devo anche fare apostolato per diffonderli agli altri ?
Esistono davvero codici superiori e codici inferiori ?
Io, senza nessuna pretesa di avere ragione, mi sento in linea con gli antropologi e gli etnologi che sono per il 'non intervento', ma mi rendo conto che una soluzione ottimale, forse, non esiste.
LUMEN


NOI INVECE
Anche chi usa spesso l'Intelligenza Artificiale (come il sottoscritto) non sa nulla di come è stata strutturata e non ha nessuna idea di come funzioni veramente.
Sappiamo solo che si tratta di una macchina molto complessa, che si comporta formalmente come un essere umano, ma che è composta soltanto da tantissimi circuiti di silicio, che non sanno quello che fanno e che non hanno coscienza.
Noi invece...
Noi invece cosa ?
Ci siamo mei fermato a riflettere che anche noi siamo, in ultima analisi, composti da tantissime singole cellule che NON SANNO QUELLO CHE FANNO ?
Siamo sicuri di essere poi così diversi ?
LUMEN


ANNO DOMINI
Poche cose sono profondamente sbagliate come il nostro sistema di contare gli anni (nato occidentale, ma poi esteso a tutto il mondo), che, come noto, decorre dalla nascita di Cristo.
Anzitutto Gesù Cristo, pur essendo un personaggio storico, NON è nato nell'anno UNO, ma qualche anno prima. Gli storici non hanno dubbi al riguardo, a causa dei riferimenti incrociati tra le affermazioni dei Vangeli e la storia romana.
In secondo luogo, non esiste un Anno ZERO, come sarebbe necessario dal punto di vista matematico, perchè la cultura romana dell'epoca non conosceva il concetto di zero.
Ed infine, ciliegina sulla torta, nell'anno UNO, così come convenzionalmente calcolato, non è successo assolutamente NULLA di rilevante dal punto di vista storico.
Quindi, noi oggi siamo nell'anno 2026 a partire dal nulla. Chapeau.
LUMEN

giovedì 25 giugno 2026

Psicologia della Violenza

Questo post è dedicato agli aspetti psicologici e giuridici della violenza sociale, che tanta parte ha nella nostra vita di cittadini, anche solo per via indiretta, come spettatori dei fatti di cronaca.
Non per nulla una delle caratteristiche fondamentali dello Stato moderno è proprio il monopolio legale della violenza, che ci consente di limitare il suo impatto sociale.
Ne ho discusso con Copilot, che è stato chiaro ed esauriente come sempre, e poi gli ho chiesto, tanto per provare qualcosa di nuovo, di impostare il testo come se fosse la breve relazione di un avvocato penalista che deve tenere un discorso in pubblico.
Il risultato mi è sembrato eccellente, e quindi ho deciso di riportarlo tale e quale qui nel blog. Buona lettura.
LUMEN


Buonasera a tutti.
Quando mi hanno chiesto di parlare della violenza, ho pensato che fosse un tema troppo grande.
Poi mi sono ricordato che, in fondo, nel mio lavoro non faccio altro che incontrare persone che la violenza l’hanno subita, l’hanno vista, o l’hanno esercitata.
E allora ho deciso di parlarne nel modo più semplice possibile.
Perché la violenza non è un concetto astratto. È una cosa che accade tra le persone. E per capirla bisogna partire da lì.

1. La violenza strumentale
La prima forma è quella che potremmo chiamare strumentale.
È la violenza che serve a ottenere qualcosa. Non nasce da un’emozione. Nasce da un calcolo.
È la violenza del rapinatore che colpisce per farsi consegnare l’incasso. Del mafioso che minaccia per ottenere obbedienza. Del marito che usa la forza per imporre un controllo.
È una violenza fredda, razionale. E proprio per questo è spesso la più difficile da contrastare. Perché chi la esercita non ha perso la testa. L’ha usata.
Nel processo, questo tipo di violenza si riconosce perché è coerente, lineare, funzionale. Non ci sono esplosioni improvvise, non ci sono errori emotivi. C’è un obiettivo, e c’è un mezzo per raggiungerlo.

2. La violenza impulsiva
La seconda forma è quella impulsiva, o reattiva.
È la violenza che esplode. Qui non c’è calcolo. C’è rabbia, frustrazione, paura, umiliazione.
È la lite degenerata. Il delitto passionale. La reazione sproporzionata a un’offesa.
È una violenza che nasce in un secondo e spesso si rimpiange per tutta la vita.
Nel mio lavoro, quando incontro questo tipo di violenza, vedo persone che non sanno spiegare cosa è successo.
Non perché mentono. Ma perché non lo sanno davvero. La violenza impulsiva è caotica. Lascia tracce, errori, contraddizioni.
E paradossalmente, proprio questi errori la rendono più comprensibile, più umana. Non giustificabile, certo. Ma comprensibile.

3. La violenza sadica
La terza forma è la più difficile da guardare in faccia.
È la violenza che non serve a niente. Se non a se stessa. È la violenza di chi trae piacere dal dolore altrui. È rara, per fortuna. Ma esiste.
È la violenza di alcuni serial killer. Di certi torturatori. Di chi umilia per sentirsi vivo.
Qui non c’è calcolo, e non c’è perdita di controllo. C’è un vuoto che si riempie con la sofferenza degli altri.
Nel processo, questa violenza si riconosce dal distacco. Dalla mancanza di emozione. Dalla teatralità, a volte. È la violenza che non so spiegare. E che non voglio spiegare.

Perché questa distinzione è importante
Perché capire che tipo di violenza abbiamo davanti significa capire che tipo di persona abbiamo davanti.
E nel mio lavoro — come nella vita — capire le persone è metà del lavoro.
La violenza strumentale parla di calcolo. Quella impulsiva parla di emozione. Quella sadica parla di personalità.
Sono tre mondi diversi. E richiedono risposte diverse.

E cosa c’entra tutto questo con gli interrogatori?
C’entra moltissimo. Perché un interrogatorio non serve a far confessare. Serve a capire. E per capire bisogna ascoltare. Non schiacciare.
Un interrogatorio condotto con calma, con domande aperte, senza pressione — quello che in alcuni Paesi chiamano modello non accusatorio — permette di vedere la persona per quello che è.
La violenza strumentale produce risposte fredde. Quella impulsiva produce emozioni, incoerenze, rimorsi. Quella sadica produce distacco.
Se invece l’interrogatorio diventa un duello, una prova di forza, una gara di nervi…
allora non capiamo più niente. E rischiamo di confondere l’ansia dell’innocente con la menzogna del colpevole. Succede più spesso di quanto pensiate.

Conclusione
La violenza non è un gesto. È una storia. E ogni storia ha un movente diverso.
Se non capiamo il movente, non capiamo il gesto. E se non capiamo il gesto, non capiamo la persona.
E senza capire la persona, la giustizia diventa un esercizio cieco. E la giustizia cieca non è giustizia.
Grazie.

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