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mercoledì 17 agosto 2016

Lavori in corso - 3

(Si conclude qui il lungo articolo di Maurizio Pallante sul rapporto tra decrescita e occupazione. Lumen)


(terza parte)

<< Tutto ciò non ha nulla a che fare con la cosiddetta “green economy”, di cui tanto si parla. È indispensabile precisarlo per evitare pericolosi fraintendimenti e prevedibili fallimenti.

La green economy, che ha la stessa matrice culturale del cosiddetto sviluppo sostenibile, è un tentativo di rilanciare la crescita economica potenziando alcuni settori produttivi con minor impatto ambientale: sostanzialmente le energie alternative in sostituzione delle fonti fossili. È un tentativo di cambiare qualcosa affinché non cambi niente. Non tiene in considerazione il fatto che la fase storica dell’industrializzazione fondata sulla crescita economica si sta chiudendo ed è necessario aprirne un’altra se si vuole evitare che la chiusura avvenga con un crollo che seppellirebbe l’umanità sotto le sue macerie.

La green economy e la necessità di sostituire le fonti fossili con le fonti rinnovabili è stata propugnata con forza dall’attuale presidente degli Stati Uniti, che ha trovato in Italia epigoni entusiasti in alcune associazioni ambientaliste. In realtà la politica energetica che è scaturita dai suoi buoni propositi ha riproposto le trivellazioni petrolifere in Alaska, non ha contrastato le trivellazioni petrolifere nelle profondità sottomarine, ha rilanciato il nucleare, l’incenerimento dei rifiuti, il confinamento non si sa dove della CO2.

Nell’ottica della decrescita, la politica energetica deve in primo luogo puntare a ridurre i consumi attraverso una riduzione maniacale degli sprechi, delle inefficienze e degli usi impropri. La percentuale su cui si può lavorare è il 70 per cento degli attuali consumi, che, grosso modo si suddividono in tre grandi settori equivalenti: il riscaldamento degli ambienti, l’autotrasporto, la produzione di energia termoelettrica.

Per ottenere questo risultato c’è da lavorare per i prossimi decenni in attività che ripagano i loro costi d’investimento con la diminuzione dei costi di gestione. Solo in un quadro di riduzione drastica dei consumi-spreco diventa possibile e interessante la progressiva sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili, sia perché non ha senso produrre bene l’energia e continuare a consumarla male, sia perché le fonti rinnovabili non sono in grado di offrire lo stesso apporto quantitativo di energia e con la stessa continuità delle fonti fossili.

Sebbene nessuno a parole contesti questa impostazione, nei fatti tutte le aspettative e tutte le proposte sono incentrate sulla sostituzione delle fonti, nell’attesa messianica della fonte miracolosa, pulita e inesauribile, in grado di liberare l’umanità da ogni limitazione, mentre la riduzione dei consumi viene considerata con sufficienza, come un’attività di routine, priva del fascino dell’innovazione. Forse perché è in grado di realizzare una prospettiva concreta e interessante di decrescita, sovvertendo il paradigma culturale dominante ?

Ma c’è un altro elemento che incide pesantemente nel determinare il divario tra il gran parlare di fonti rinnovabili e l’assoluta insufficienza delle realizzazioni. Un elemento insito nella concezione della green economy come scelta strategica per far ripartire la crescita economica, come fattore di continuità e non di cambiamento rispetto a un sistema produttivo giunto al suo capolinea storico. Ciò che sfugge ai sostenitori della green economy è che la sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili implica una ristrutturazione complessiva del sistema energetico.

La maggior parte dell’energia non dovrà più essere prodotta in grandi centrali, ma in una miriade di piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete per scambiare le eccedenze. Solo in questo modo si potranno risolvere i problemi legati alla discontinuità delle fonti rinnovabili, si potrà minimizzare il loro impatto ambientale, si potranno ridurre le perdite di trasmissione. Di conseguenza, la rete di distribuzione non potrà più essere strutturata su grandi dorsali con derivazioni ad albero, ma dovrà essere reimpostata come una rete di reti locali sul modello di internet. L’opera non è da poco, ma i problemi tecnici che pone non presentano difficoltà insormontabili.

Molto più difficili da risolvere sono i problemi politici, perché ciò che mette in discussione è il potere delle società multinazionali che gestiscono il mercato energetico. Le quali sono disponibili a investire e stanno investendo nelle fonti rinnovabili perché si rendono conto che è inevitabile, ma non possono accettare che l’autoproduzione riduca le loro quote di mercato. Non possono accettare che gli incentivi con cui i governi sostengono il settore vadano a una miriade di auto-produttori anziché a rimpinguare i loro bilanci.

Con l’alibi della riduzione dell’effetto serra e della creazione di occupazione nella green economy, i grandi impianti a fonti rinnovabili oltre a devastare il paesaggio e i terreni agricoli, implementano legalmente - con denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti - gli utili delle grandi aziende energetiche. Con la copertura di tutti i partiti e di alcune associazioni sedicenti ambientaliste. E con la possibilità, sempre presente quando si sostengono con denaro pubblico attività in perdita, che una parte di quel denaro sia dirottata illegalmente in altre tasche, dove non dovrebbe arrivare, come alcune operazioni intercettate dalla magistratura lasciano supporre sia accaduto o stesse per accadere.

La scelta strategica di spostare l’asse della produzione energetica su piccoli impianti di autoproduzione con scambio delle eccedenze in una rete di reti locali sul modello di internet, si inserisce nella seconda scelta strategica di una politica economica finalizzata a creare occupazione nelle tecnologie che consentono di attenuare la crisi ambientale: l’inversione della tendenza alla globalizzazione e la rivalutazione delle economie locali. La tendenza alla globalizzazione è funzionale alla crescita della produzione di merci e ha caratterizzato il modo di produzione industriale sin dagli inizi, insieme agli altri due processi paralleli delle migrazioni e dell’urbanizzazione.

Va da sé che se si identifica la crescita col benessere e col progresso, si valutino positivamente questi tre fenomeni, perché sono indispensabili per estendere il numero dei produttori e dei consumatori di merci. Ma non può sfuggire la loro relazione causale con la crisi energetica, i mutamenti climatici, le gravi diseguaglianze tra popoli poveri e popoli ricchi, l’impatto ambientale e le degenerazioni del sistema agro-industriale, i peggioramenti delle condizioni contrattuali dei lavoratori dipendenti e la crescita della disoccupazione nei paesi industrializzati.

La prima reazione agli effetti devastanti della globalizzazione si è avuta nel settore agro-alimentare con la rivalutazione dei prodotti tipici locali, delle cultivar autoctone, della stagionalità, delle cucine tradizionali, delle filiere corte, dei mercati contadini. In questa inversione di tendenza, che ha assunto le connotazioni di un’alternativa globale ai prodotti insapori, avvelenati e destagionalizzati dell’agricoltura chimica, trasformati in cibi standardizzati dall’industria alimentare, trasportati a distanze anche intercontinentali e commercializzati dalla grande distribuzione organizzata, un ruolo decisivo è stato svolto da alcune associazioni di produttori e di acquirenti (…).

La rivalutazione dei modi di produzione tradizionali e la commercializzazione diretta tra produttori e acquirenti si sta estendendo al settore dell’abbigliamento con risultati sorprendenti. Aziende che lavoravano come conto-terziste per grandi marchi ed erano costrette dalla concorrenza internazionale a subire condizioni contrattuali che le obbligavano a ridurre il personale, delocalizzare in paesi con manodopera a costi inferiori, utilizzare materiali scadenti e tecniche di lavorazione inquinanti, sono riuscite a liberarsi dal giogo della globalizzazione vendendo direttamente le loro merci ai gruppi di acquisto solidale.

Poiché operano a dimensione locale, realizzano prodotti svincolati dalla necessità di adeguarsi alle variazioni imposte in continuazione dalla moda e saltano le intermediazioni commerciali, possono utilizzare materiali qualitativamente superiori e tecniche di lavorazione tradizionali meno inquinanti. Nonostante ciò riescono a vendere a prezzi molto inferiori a quelli delle grandi marche e al contempo più remunerativi per loro, per cui hanno rilocalizzato e assunto nuovi occupati a eque condizioni contrattuali.

Anche nell’esperienza di queste aziende la crescita dell’occupazione è stata consentita dal rifiuto della crescita della produttività e dal rifiuto della ricerca spasmodica di ridurre i costi di produzione per far fronte alla concorrenza internazionale, ma da scelte di carattere qualitativo che comportano la riduzione del consumo di “merci che non sono beni” (e, quindi, una decrescita guidata del PIL): capi d’abbigliamento confezionati per durare nel tempo, che con un apparente ossimoro si possono definire di moda durevole; produzione per mercati locali e riduzione del consumo di fonti fossili per il trasporto; uso di materiali e tecniche di lavorazione ecocompatibili; patto di fiducia reciproca tra produttori e acquirenti basato sulla trasparenza del prezzo; fidelizzazione della clientela mediante una commercializzazione finalizzata ad accrescere la conoscenza di come è fatto ciò che si compra; vendita diretta senza intermediazioni commerciali. (…)

Contro i cantori a voce spiegata della globalizzazione e dei suoi presunti vantaggi, conto i rauchi coristi dei presunti vantaggi di una globalizzazione ben guidata alternativa a quella attuale, in molte realtà territoriali si stanno riscoprendo i vantaggi reali delle economie autocentrate, fondate sull’uso di risorse locali e sulla loro commercializzazione in ambito locale in relazione ai prodotti fondamentali per la vita: il cibo, l’energia, la costruzione delle abitazioni. (…)

Una comunità locale che si nutra prevalentemente di cibi prodotti nel territorio, che utilizzi le fonti energetiche rinnovabili disponibili sul territorio (acqua, sole, vento), che usi i materiali da costruzione presenti nel territorio anche per abbattere i consumi energetici degli edifici, può attenuare gli impatti negativi derivanti da una diminuzione dell’offerta e da un aumento dei prezzi delle fonti fossili molto meglio di una comunità che ne dipenda totalmente. Come è stato detto felicemente, mutuando un concetto della fisica, acquista una maggiore resilienza.

Ma per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili in agricoltura, nell’energia e nelle costruzioni occorre potenziare il numero degli occupati in questi settori. Soprattutto in agricoltura, dove è fondamentale invertire la tendenza degli ultimi decenni a ridurre il numero degli addetti, sostituendo il lavoro umano con l’uso di una chimica devastante. Oltre a recuperare la sovranità alimentare e, quindi, a fornire una maggiore sicurezza alle popolazioni, lo sviluppo di un’agricoltura di prossimità e meno dipendente dalla chimica consente di creare occupazione in un’attività utile sia per il risanamento ambientale dei terreni agricoli, sia per la qualità del cibo.

La decrescita, intesa come riduzione della produzione e del consumo di “merci che non sono beni”, non soltanto è un’opzione decisiva per creare lavoro nei paesi industrializzati, ma è l’unica che consente di restituire al lavoro il suo senso di attività connotata qualitativamente, di fare bene per soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani senza consumare le risorse del pianeta in misura maggiore della loro capacità
di rigenerazione. La decrescita svela la follia insita nell’obbiettivo di creare occupazione come un valore in sé, omettendo di definire per fare che cosa. >>

MAURIZIO PALLANTE

sabato 13 agosto 2016

Lavori in corso - 2

(Continua l’interessante articolo di Maurizio Pallante sul rapporto tra decrescita e occupazione. Lumen)


(seconda parte)
 
<< Per far fronte alla recessione, i governi hanno adottato le tradizionali misure di politica economica a sostegno della domanda: riduzione della pressione fiscale; deroghe alle norme urbanistiche per incentivare la ripresa dell’attività edilizia; incentivi all’acquisto di beni durevoli: automobili, mobili, elettrodomestici; copertura dei debiti delle banche con denaro pubblico (700 miliardi di dollari negli Stati Uniti); grandiosi piani di opere pubbliche. L’ultimo, in ordine di tempo, approvato dal presidente Obama, ammonta a 50 miliardi di dollari per strade e ferrovie (…).

Queste misure non solo non sono state in grado di rilanciare il ciclo economico e ridurre la disoccupazione, ma hanno fatto crescere i debiti pubblici al limite dell’insolvenza. Per scongiurare questo pericolo i governi hanno bruscamente capovolto la politica economica, adottando drastiche misure di contenimento della spesa statale che tolgono ossigeno alla ripresa economica e alla prospettiva di ridurre la disoccupazione. Resta difficile capire come si sia potuto credere e far credere che incentivando la domanda di prodotti che hanno saturato da tempo il mercato si potesse far ripartire la crescita economica.

In Italia negli anni sessanta del secolo scorso le automobili circolanti erano 1.800.000. Nel 2008 sono state 35 milioni. Se nei decenni passati il settore aveva grandi possibilità di espansione, oggi non ne ha più. Ha riacquistato un po’ di slancio con gli incentivi alla rottamazione, ma appena sono finiti la domanda di nuove immatricolazioni è crollata quasi del 30 per cento da un mese all’altro. A livello mondiale l’eccesso della produzione automobilistica è circa un terzo del totale: 34 milioni di autovetture all’anno su 94 milioni.

La scelta di puntare sul rilancio della produzione automobilistica non solo si è dimostrata fallimentare dal punto di vista economico, ma è anche irresponsabile dal punto di vista energetico e ambientale perché l’autotrasporto (autovetture e camion) assorbe in Italia circa un terzo di tutte le importazioni di fonti fossili. Contribuisce per un terzo alle emissioni di CO2, che sono la causa principale dell’innalzamento della temperatura terrestre.

Occorre sfatare il luogo comune che l’edilizia sia ancora il volano della crescita. La produzione annua di cemento in Italia non è cresciuta costantemente: negli anni 1992-1996 ha avuto una significativa diminuzione del 20 per cento. L’economia non se ne è accorta, e questa è forse la cosa più curiosa, visto che tra il 1992 e il 1996 il PIL è cresciuto del 24,6 per cento. Viceversa, tra il 2002 e il 2006 la produzione di cemento è cresciuta del 15 per cento e il PIL solo del 13 per cento. Non sembra che il cemento faccia poi così bene alla crescita economica.

Negli anni sessanta del secolo scorso anche il settore dell’edilizia presentava grandi possibilità di espansione, sia perché era necessario completare l’opera della ricostruzione post-bellica, sia perché erano in corso movimenti migratori di carattere biblico dalle campagne alle città, dal sud al nord, dal nord-est al nord-ovest. Ora non è più così. Nel quindicennio intercorrente tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005 sono stati edificati 3 milioni di ettari di terreno: una superficie pari al Lazio e all’Abruzzo.

Contestualmente il numero degli edifici inutilizzati è cresciuto. A Roma ci sono 245.000 abitazioni vuote su 1.715.000. Una su sette. A Milano 80.000 appartamenti su 1.640.000 e 900.000 metri cubi di uffici: un volume equivalente a 30 grattacieli Pirelli. Situazioni analoghe si verificano in tutte le città di tutte le dimensioni. I terreni agricoli adiacenti alle aree urbane sono costellati di capannoni industriali in cui non si è mai svolta la minima attività produttiva.

Anche la scelta di puntare sull’edilizia come volano della ripresa economica si è rivelato un errore strategico e contemporaneamente una dimostrazione di irresponsabilità ambientale perché i consumi energetici degli edifici sono superiori a quelli delle automobili. Assorbono altrettanta energia, un terzo del totale, ma solo in cinque mesi per il riscaldamento invernale.

Non ci vuole una grande competenza in materia economica, basta un minimo di razionalità per capire che per affrontare con probabilità di successo sia gli aspetti economico-occupazionali, sia gli aspetti ambientali-climatici della crisi in corso bisogna fare esattamente il contrario di quanto si è tentato di fare sino ad ora. Occorre indirizzare il sistema economico-produttivo a sviluppare i settori che presentano ampi spazi di mercato e, a parità di produzione, riducono l’inquinamento e il consumo di risorse, in particolare quelle energetiche.

Poiché nei decenni passati, in conseguenza della sovrabbondanza di fonti fossili a prezzi irrisori l’unico obbiettivo che si è perseguito è stato la crescita della produzione di merci senza nessuna preoccupazione per le conseguenze ambientali, i settori che oggi presentano i più ampi spazi di mercato sono quelli che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse consentendo di diminuire l’inquinamento, le emissioni di CO2 e i rifiuti.

Ma se cresce l’efficienza nell’uso delle risorse, diminuisce automaticamente il loro consumo e quindi, una volta che siano stati ammortizzati i costi d’investimento con i risparmi sui costi di gestione, il prodotto interno lordo diminuisce. La decrescita guidata della produzione e del consumo di “merci che non sono beni”, ha le potenzialità per superare sia gli aspetti economici e occupazionali, sia gli aspetti energetici e climatici della crisi facendo fare un salto di qualità alla storia umana.

Con due vantaggi ulteriori. Le tecnologie con le caratteristiche indicate, che a rigor di logica si possono definire tecnologie della decrescita, pagano i propri investimenti da sé, col denaro che consentono di risparmiare sui costi di gestione. E, inoltre, ridanno un senso al lavoro perché non lo indirizzano, come fanno le tecnologie della crescita, a produrre quantità sempre maggiori di merci da buttare sempre più in fretta per produrne altre, senza preoccuparsi della loro utilità e/o dei danni che creano, ma a produrre con un sempre minore impatto ambientale merci con una utilità specifica. A produrre merci che siano beni per chi le utilizza e non siano un male per la terra.

In ultima analisi l’obbiettivo delle tecnologie della decrescita è sostituire in misura sempre maggiore l’hardware delle materie prime col software dell’intelligenza umana guidata dall’etica e dal rispetto della vita in tutte le forme in cui si manifesta.

Riducendo il consumo di merci che non sono beni, il denaro che si risparmia deve essere necessariamente utilizzato per pagare gli investimenti, e i salari, gli stipendi, le parcelle, i guadagni di chi produce, commercializza, installa, gestisce e fa la manutenzione delle tecnologie che riducono il consumo di merci che non sono beni. Le tecnologie della decrescita sono in grado di ri-avviare un circolo virtuoso dell’economia, non solo nella logica interna dei cicli economici - più produzione, più occupazione, più domanda, più produzione - ma anche per le conseguenze positive sugli ambienti e sulla vita degli esseri umani.

È una pericolosa illusione ipotizzare che si possa uscire dalla recessione riprendendo a fare quello che si è sempre fatto. Occorre aprire una fase nuova, esplorare una nuova frontiera. Non ci si può limitare a misure di politica economica e finanziaria finalizzate ad accrescere la domanda di merci in una logica esclusivamente quantitativa. Occorre adottare criteri di valutazione qualitativa.

Non ci si può limitare ad abbassare il costo del denaro per rilanciare investimenti e consumi. Occorre decidere quali produzioni si ritiene utile incentivare e quali si ritiene opportuno ridurre. Non ci si può limitare a spendere grandi somme di denaro pubblico - che tra l’altro non ci sono - per finanziare grandi opere, di cui si conosce a priori l’inutilità, solo perché si ritiene che possano fare da volano alla ripresa economica, ma occorre finanziarie opere pubbliche che consentono di migliorare la qualità ambientale e la vita degli esseri umani.

Non i treni ad alta velocità, che hanno un impatto ambientale devastante, aumentano i consumi energetici e non risolvono il problema degli spostamenti quotidiani sui tragitti “casa – lavoro”, ma una rete efficiente di treni locali per ridurre l’inquinamento ambientale e lo stress da traffico automobilistico che assorbe anni di vita e mina la salute di milioni di pendolari.

Non festeggiamenti e manifestazioni per attirare l’arrivo di un numero di consumatori più ampio di quelli che vivono nei luoghi in cui si organizzano, perché sono fuochi di paglia che lasciano pesanti eredità di edifici destinati a degradarsi progressivamente e assorbire quote crescenti dei bilanci pubblici per le spese di gestione e manutenzione. Non lo stadio del curling come si è fatto nelle Olimpiadi invernali di Torino, ma ospedali efficienti e scuole che non crollino in testa agli studenti.

Non piani regolatori espansivi che autorizzano a cementificare progressivamente i terreni agricoli, ma un programma di ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente per ridurne i consumi da 200 chilowattora al metro quadrato all’anno al valore massimo di 70 vigente nella Provincia di Bolzano. Non l’incredibile miopia di puntare sulla produzione automobilistica, ma la parziale riconversione dell’industria automobilistica alla produzione di micro-cogeneratori e tri-generatori per dimezzare i consumi di fonti fossili ricavando il riscaldamento e il raffrescamento come sottoprodotti della produzione decentrata di energia elettrica, a partire dagli ospedali e dalle strutture con consumi continuativi di elettricità e calore nel corso dell’anno.

Lo sviluppo delle tecnologie della decrescita è la strada maestra per uscire dalla recessione e accrescere l’occupazione, non come un obbiettivo in sé, ma come conseguenza di lavori che hanno un senso perché consentono di migliorare la qualità della vita riducendo l’impronta ecologica, il consumo di risorse, l’impatto ambientale e la produzione di rifiuti delle attività con cui gli esseri umani ricavano dalla natura le risorse da trasformare in beni e in merci che sono beni.

Se le tecnologie finalizzate ad aumentare la produttività finalizzano il fare umano a fare sempre di più, le tecnologie della decrescita connotano il fare umano come un fare bene e lo finalizzano alla possibilità di contemplare ciò che si è fatto. >>

MAURIZIO PALLANTE

(continua)

mercoledì 10 agosto 2016

Lavori in corso - 1

« Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all'infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista (Kenneth Boulding). »
Su questa ironica, ma ineccepibile, considerazione si basa la “filosofia” del “Movimento per la Decrescita Felice”, l’associazione fondata e guidata da Maurizio Pallante, economista alternativo ed esperto di risparmio energetico.
Nel lungo articolo che segue (scritto nel 2010), Maurizio Pallante ci parla dello strano rapporto che intercorre tra decrescita e occupazione: perché se è vero che - in linea di massima, ma non sempre - più crescita vuol dire più occupazione, non è necessariamente vero il contrario. 
LUMEN


(prima parte)

<< Una delle obbiezioni che più di frequente viene avanzata alla decrescita è che provocherebbe una diminuzione dell’occupazione. A maggior ragione in questo periodo in cui le economie dei paesi industrializzati stanno attraversando una crisi da cui non sanno come uscire.

Questa obbiezione non regge alla prova dei fatti, mentre invece può essere vero il contrario, che cioè la decrescita, se correttamente intesa e guidata, consenta, probabilmente è l’unico modo per consentire, un aumento dell’occupazione e un superamento della crisi con l’apertura non solo di un nuovo ciclo economico, ma di una fase storica più avanzata di quella che abbiamo vissuto dalla fine della seconda guerra mondiale.

Prima di entrare nel merito è utile chiarire che cos’è la decrescita perché molti associano a questa parola un’idea negativa di regresso, diminuzione del benessere, ristrettezze economiche. Questa interpretazione si fonda sulla convinzione che l’indicatore della crescita, il prodotto interno lordo (PIL), misuri la quantità dei beni che vengono prodotti e dei servizi che vengono forniti da un sistema economico e produttivo nel corso di un anno.

Se così fosse, l’incremento del prodotto interno lordo misurerebbe l’aumento del benessere, la decrescita la sua diminuzione. In realtà il prodotto interno lordo è un indicatore monetario e, come tale, può misurare solo il valore economico degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro. Ovvero, delle merci. Ma non tutte le merci, non tutti gli oggetti e i servizi che si scambiano con denaro, sono “beni”: rispondono cioè a un bisogno e fanno aumentare il benessere.

Per sgombrare il campo da trite e ritrite considerazioni psicologiche sulla potenziale illimitatezza della propensione al consumo, i bisogni a cui si fa riferimento non sono soggettivi, ma oggettivi.

Un edificio mal costruito, che consuma 20 metri cubi di gas al metro quadrato all’anno per il riscaldamento, fa crescere il prodotto interno lordo più di un edificio ben costruito che ne consuma 5, ma 15 metri cubi su 20, i tre quarti del gas utilizzato, sono una merce (che, tra l’altro, si paga sempre più cara), non sono però un bene, perché non servono a scaldare l’edificio. Non rispondono a nessun bisogno, non hanno nessuna utilità, provocano anzi un danno perché contribuiscono ad aggravare inutilmente l’effetto serra.

La decrescita non è una diminuzione del prodotto interno lordo tout court, ma una riduzione guidata della produzione e del consumo di merci che non sono beni, ossia degli sprechi. Per ridurre la produzione di “merci che non sono beni” occorrono tecnologie più avanzate di quelle attualmente in uso.

Da ciò deriva la necessità di creare occupazione in attività professionalmente più evolute e oggettivamente utili, perché non solo riducono il consumo di risorse che stanno diventando sempre più rare - si pensi in particolare alle fonti fossili - ma anche gli effetti negativi sugli ambienti che inevitabilmente ne derivano, sia in fase di prelievo, sia in fase di utilizzazione.

Di conseguenza, la decrescita non ha niente a che vedere con la recessione. Tra la decrescita e la recessione c’è un rapporto analogo a quello tra chi mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta per stare meglio e chi è costretto a farlo perché non ha abbastanza da mangiare.

Queste precisazioni consentono di argomentare tre tesi che apparentemente sembrano paradossali, ma in realtà forniscono gli strumenti per impostare una politica economica e industriale in grado di creare occupazione e riavviare il ciclo economico.

La prima è che la crescita da almeno trent’anni non crea occupazione. La seconda è che le politiche economiche tradizionali, finalizzate a superare la crisi e a rilanciare la crescita sostenendo la domanda attraverso la spesa pubblica e la riduzione delle tasse, stanno dimostrando di non essere più in grado di farlo.

La terza è che la decrescita guidata della produzione di “merci che non sono beni” è l’unico modo di creare occupazione in questa fase nei paesi industrializzati. Che cioè il superamento della crisi economica si può realizzare solo sviluppando le tecnologie che consentono di attenuare la crisi ambientale aumentando l’efficienza con cui si usano le risorse, riducendone il consumo e, di conseguenza, gli impatti ambientali che generano.

L’affermazione che la crescita economica sia indispensabile per far crescere l’occupazione viene ripetuta come un mantra benché, a differenza del mantra, non abbia lo scopo di liberare la mente dalla realtà illusoria, ma di avvilupparla in una illusione irreale, priva di riscontri empirici e di fondamenti teorici.

Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire (…); la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998).

Una crescita così rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 al 35,8 per cento della popolazione. Si è limitata a ridistribuirla tra i tre settori produttivi, spostandola dapprima dall’agricoltura all’industria e ai servizi, poi, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, anche dall’industria ai servizi.

Se dalla constatazione dei dati si passa alla ricerca delle cause, non è difficile capire che in un sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci indipendentemente da valutazioni qualitative della loro utilità, il mercato impone che le aziende accrescano la loro competitività (secondo mantra rovesciato) investendo in tecnologie “labour saving” per aumentare la produttività (terzo mantra della serie), che tradotto in chiaro significa: produrre sempre di più con sempre meno addetti.

Cosa che a livello aziendale può risultare vantaggiosa, ma a livello macroeconomico comporta simultaneamente una diminuzione della domanda e una crescita dell’offerta. Un problema non di poco conto che - se non ci si nasconde dietro il risibile alibi di imputare un carattere prevalentemente finanziario alla crisi o alle cause che l’hanno generata - è la causa reale della crisi economica, produttiva e occupazionale che stiamo vivendo.

La sua gravità è accentuata dal fatto che s’intreccia con una crisi energetica e ambientale altrettanto grave e molto vicina al punto di non ritorno, ammesso che non sia già stato superato. Da studi recentissimi (2010) del Pentagono e del Ministero della difesa tedesco risulta che il picco di Hubbert della produzione petrolifera sia stato raggiunto.

Secondo le valutazioni dell’IPCC, se si riuscirà a ridurre le emissioni di CO2 del 20 per cento entro il 2020, cosa tecnicamente possibile se ci fosse la dovuta sensibilità da parte della politica e dell’opinione pubblica (ma non c’è), in questo secolo la temperatura media della terra aumenterà di 2 °C, il triplo del secolo scorso. Se, come è più probabile, non si riuscirà, la temperatura media della terra aumenterà più di 2 °C e si autoalimenterà progressivamente, sfuggendo a ogni possibilità di controllo umano. >>

MAURIZIO PALLANTE

(continua)

sabato 17 maggio 2014

Flora, fauna e cemento

L’intervista virtuale di questo post ha come vittima l’economista Maurizio Pallante, fondatore del “Movimento della decrescita felice”, con il quale parleremo dei guasti prodotti dalla costruzione e dalla cementificazione sfrenata che hanno colpito l’Italia in questi ultimi decenni, ma anche della possibilità di trovare un punto di equilibrio tra la tutela del territorio e una edilizia intelligente.. LUMEN


LUMEN – Professor Pallante, come sono state possibili le devastazioni dell’ambiente che si sono verificate in Italia nell’ultimo mezzo secolo ?
PALLANTE - I processi, devastanti e irreversibili, di trasformazione del paesaggio e, insieme ad essi, del sistema dei valori delle generazioni che li  abitavano, non si sarebbero potuti realizzare se non fossero stati vissuti come fattori di progresso, se non avessero avuto il consenso di tutti gli strati sociali, se tutti gli strati sociali non fossero stati convinti che avrebbero comportato miglioramenti alle loro condizioni di vita.
 

LUMEN – C’era quindi la ricerca, magari miope e distorta, di un maggior benessere.

PALLANTE – Sì. L’Italia del dopoguerra voleva crescere, muoversi verso la cultura industriale, l’urbanesimo, il progresso. Questi sono stati in sintesi i moventi del processo che, con l’apporto di una potenza tecnologica sempre maggiore, in poco più di cinquant’anni ha distrutto i paesaggi a cui gli esseri umani che li hanno abitati avevano aggiunto col lavoro di secoli bellezza alla bellezza originaria. Questi sono stati i capisaldi della cultura che lo hanno reso desiderabile e connotato positivamente nell’immaginario collettivo.

 
LUMEN - Cosa significa il verbo “crescere” quando viene applicato alle attività economiche e produttive ?
PALLANTE  - La crescita non è, come si fa credere e si fa finta di credere, l’aumento della produzione di beni che migliorano la qualità della vita, perché il parametro che la misura, il famoso PIL (prodotto interno lordo), può calcolare soltanto il valore monetario degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro, cioè le merci, ma non può dare nessuna indicazione sulla loro qualità, sulla loro utilità, o sui danni che causano agli ambienti e alle persone nei modi in cui vengono prodotte, quando vengono utilizzate e quando vengono smaltite, come una bilancia può misurare soltanto il peso e non può dare nessuna indicazione sulla qualità di ciò che pesa. Può indicare quanto pesa una certa quantità di mele, ma non se sono buone o cattive, mature, acide o appassite.
 
LUMEN – Mi sembrano considerazioni abbastanza ovvie e banali.
PALLANTE – In effetti lo sono, ma sono state escluse dalla valutazione della produzione di merci, e – in questo modo - la quantità ha preso il posto della qualità. «Più» è diventato sinonimo di «meglio». Mentre le economie finalizzate alla sussistenza, alla produzione di beni per auto-consumo, si fondano sulla misura, perché produrre più di quello che serve non avrebbe senso, le economie finalizzate alla crescita della produzione di merci si fondano sulla dismisura. 
 
LUMEN – Già gli antichi romani dicevano “in medio stat virus”.
PALLANTE - Per produrre sempre di più occorre in primo luogo accrescere in continuazione la potenza tecnologica, costruire macchine operatrici sempre più potenti in grado di aumentare la produttività. Ma se se si produce sempre di più occorre indurre le persone a consumare sempre di più, perché se tutto ciò che viene prodotto non venisse consumato, non si potrebbe continuare a produrre sempre di più. 
 
LUMEN – Un meccanismo infernale, direi.
PALLANTE – Sarebbe stato possibile devastare alcuni tra i paesaggi più belli d’Italia se il «più» non fosse stato identificato nell’immaginario collettivo col «meglio» ? Se il modo di produzione industriale e le innovazioni tecnologiche non fossero state considerate fattori di progresso perché consentono di accrescere la produzione di merci ? Se la crescita dei consumi di merci non fosse stata considerata un miglioramento rispetto all’auto-produzione di beni ? Se la salubrità dei luoghi e la salute umana fossero state considerate più importanti del reddito monetario ? 
 
LUMEN – Sicuramente no.
PALLANTE – Ne consegue che, oggi, non è possibile fermare la devastazione dei paesaggi senza una rivoluzione culturale che smonti nell’immaginario collettivo il valore della crescita.
 
LUMEN – E’ una parola…
PALLANTE - Tutti i piani regolatori hanno sempre previsto, si potrebbe dire «per definizione», consistenti aumenti delle superfici edificabili, indipendentemente dal colore politico delle giunte. Più in generale l’edilizia ha svolto una funzione di traino per la crescita economica in tutti i paesi industrializzati. Ma se la crescita del settore edile è il fattore trainante della crescita economica, e si è convinti che l’urbanesimo costituisca un progresso rispetto alle miserie della civiltà contadina, come si può pensare di ridurre le devastazioni paesaggistiche ponendo semplicemente dei limiti di legge a tutela dei paesaggi ?
 
LUMEN – In effetti, appare un’arma inadeguata.
PALLANTE - I paesaggi sono stati disegnati nei secoli dalla civiltà contadina. Pertanto la loro tutela, non fosse altro dal punto di vista idro-geologico, non si può realizzare se non nell’ambito di una rivalutazione della civiltà contadina e di un ridimensionamento dell’urbanesimo. Un’edilizia capace di aggiungere bellezza alla bellezza originaria dei luoghi si può sviluppare soltanto all’interno di un paradigma culturale che liberi il fare dalla finalizzazione a fare sempre di più (la crescita della produzione di merci) e lo ridefinisca nella sua connaturata dimensione qualitativa, facendolo tornare ad essere un fare bene finalizzato alla contemplazione di ciò che si è fatto.
 
LUMEN – Ed arriviamo quindi al concetto di “decrescita”.
PALLANTE – Sì. La decrescita, se correttamente intesa, è in grado di fornire il contesto culturale necessario a fare questo passaggio. La decrescita non è la riduzione quantitativa della produzione di merci. Non è la semplice sostituzione del segno più col segno meno davanti al valore monetario del PIL, perché in questo modo non si uscirebbe dalla valutazione quantitativa del fare.
 
LUMEN – Quindi la decrescita non va confusa con la recessione.
PALLANTE – Assolutamente no ! Tra decrescita e recessione c’è un rapporto analogo a quello che intercorre tra una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta, e una persona che mangia meno di quanto vorrebbe perché non ne ha.
 
LUMEN – Una metafora perfetta !
PALLANTE - A partire dalla distinzione concettuale tra “beni” e “merci”, la decrescita si realizza, in primo luogo diminuendo la produzione e il consumo di “merci che non sono beni” (per esempio: l’energia che si disperde da una casa mal costruita), ma non anche dei beni che si possono ottenere solo in forma di merci (per esempio, un computer o una tac).
 
LUMEN – Mi pare ovvio.
PALLANTE - In secondo luogo si realizza aumentando la produzione e l’uso di beni che non passano attraverso uno scambio di denaro, o perché si possono più vantaggiosamente auto-produrre (per esempio: alcuni generi alimentari o alcune riparazioni), o perché si possono più vantaggiosamente scambiare sotto forma di dono e reciprocità nell’ambito di rapporti comunitari (molti servizi alla persona), o perché non possono essere comprati e venduti (i beni relazionali: l’amore, la solidarietà ecc.). La decrescita reintroduce criteri di valutazione qualitativi nel fare umano e si propone di ridurre gli scambi commerciali alla loro dimensione fisiologica rispetto ai più rozzi criteri di valutazione semplicemente quantitativa e di mercificazione totale utilizzati nel calcolo del PIL.
 
LUMEN – Quindi, una vera e propria rivoluzione culturale.
PALLANTE – Senza dubbio. Ma una rivoluzione in grado di costruire un diverso immaginario collettivo, definire un diverso sistema di valori e sviluppare una legislazione urbanistica finalizzata non solo a tutelare i paesaggi, ma a favorire la ripresa di quell’opera, sapiente e paziente, con cui gli esseri umani hanno aggiunto, nel corso dei secoli, bellezza alla bellezza originaria dei luoghi in cui vivono.

 

LUMEN – E all’interno di questo cambiamento di paradigma, cosa è possibile proporre, in concreto ?

PALLANTE – Si può cominciare con il blocco dell’espansione edilizia, a partire da una indagine conoscitiva degli edifici vuoti, che sono tanti, molti più di quello che si pensa. Un blocco da considerare non come una misura contenitiva, ma come una proposta progettuale per un futuro migliore, Dal dopoguerra a oggi non si è costruito solo troppo, ma si è anche costruito anche male, dal punto di vista estetico, ingegneristico, ambientale ed energetico.

 

LUMEN – Quindi il lavoro, in campo edilizio, non verrebbe a cessare.

PALLANTE – Certamente no. Si dovrà infatti procedere alla riqualificazione degli edifici esistenti, in particolare dal punto di vista energetico, non soltanto perché ciò consente di ridurre nella maniera più significativa le emissioni di anidride carbonica, ma anche perché la riduzione delle dispersioni termiche non comporta peggioramenti delle condizioni di benessere e ripaga i suoi costi d’investimento con la riduzione dei costi di gestione.

 

LUMEN – Che altro ?

PALLANTE – Si potrebbero anche avviare progressivi processi di decostruzione delle aree urbane più degradate e la loro ri-naturalizzazione, sull’esempio di quanto sta avvenendo a Detroit.

 

LUMEN – Una bella sfida.

PALLANTE  - Una politica urbanistica di questo genere consentirebbe di superare la crisi che attanaglia il settore dell’edilizia, dovuta principalmente alla saturazione del mercato ed al progressivo aumento degli edifici invenduti. Solo la riduzione della quantità e il miglioramento della qualità, coerentemente al paradigma culturale della decrescita sono in grado di ridare fiato al settore.

 
LUMEN – Scusate professore, ma mi sembra solo un bel sogno.
PALLANTE – Non sono d’accordo. Le possibilità che questa svolta possa avvenire sono maggiori di quanto si creda, perché da alcuni decenni non sono più soltanto alcuni architetti e urbanisti illuminati a formulare proposte di questo genere, ma anche settori sempre più vasti dell’opinione pubblica e della società civile. La svolta è partita dalla tanto vituperata sindrome NIMBY (ovvero “fatelo pure, ma non nel mio giardino”) che, seppure con connotazioni egoistiche, ha segnato la rottura dell’egemonia culturale della crescita, rimettendo in discussione la sua identificazione col concetto di progresso.
 
LUMEN – Una considerazione molto acuta.
PALLANTE - Oggi le grandi opere e i grandi impianti industriali che distruggono i paesaggi e la vita degli esseri umani che li abitano devono essere imposti con la forza, l’occupazione militare del territorio, la demonizzazione mediatica di chi li rifiuta. Una saldatura tra questi movimenti e gli intellettuali impegnati a costruire un paradigma culturale dove il fare torni ad essere un fare bene e il fine del fare bene sia la possibilità di contemplare ciò che si è fatto, può essere decisiva per imprimere una direzione positiva alla svolta della storia che stiamo vivendo.
 
LUMEN – Grazie professore. E speriamo che quello tra edilizia e territorio smetta finalmente di essere un rapporto perverso tra predatore e preda, e diventi un’intesa virtuosa tra buoni alleati per il bene comune.
 

sabato 9 febbraio 2013

Dialogo di un Venditore di "welfare" e di un Passeggere

ASSESSORE – Il nostro è un paese civile. Abbiamo tanti servizi sociali. Non trascuriamo i bambini e veniamo incontro alle esigenze dei genitori che lavorano.
LUMEN – Complimenti. E cosa state festeggiando ?

ASSESSORE – L’inaugurazione di un asilo-nido.
LUMEN – Bravi. Ma tutto questo costa. Chi paga ?

ASSESSORE - Benedetti decrescisti, o descescenti, o come diavolo vi chiamate. Se lavorano papà e mamma…
LUMEN - Se papà e mamma sono occupati, vorrete dire.

ASSESSORE - Sì, se papà e mamma sono occupati, presentano due dichiarazioni dei redditi da cui detrarre l’imposta a carico delle persone fisiche.
LUMEN – Giusto.

ASSESSORE - Inoltre l’apporto di questa famiglia alla crescita della produzione di merci è duplice, quindi raddoppia anche il loro contributo indiretto all’imposta sui redditi delle persone giuridiche.
LUMEN – Senza dubbio.

ASSESSORE - Ma se entrambi i genitori sono fuori casa tutto il giorno, non penserete mica che abbiano il tempo di andare a fare la spesa al mercato e cucinare ?
LUMEN – Certo che no !

ASSESSORE - Compreranno cibi precotti e surgelati, che costano molto più dei cibi freschi, quindi il loro contributo all’imposta sul valore aggiunto sarà maggiore del contributo di chi non deve comprare tutto quello che gli serve per vivere, o compra prodotti freschi che costano di meno, a cui, cucinandoli, aggiunge il valore non monetario del suo lavoro.
LUMEN – Non sia mai…

ASSESSORE - Inoltre i surgelati vengono da distanze maggiori e richiedono maggiori consumi di fonti fossili per il trasporto. E voi sapete che la tassazione sui carburanti ammonta a più della metà del prezzo di vendita.
LUMEN – Già, le famose “accise”.

ASSESSORE - Non dimenticate, infine, che la surgelazione richiede molta energia elettrica e anche qui le imposte sono molto elevate.
LUMEN – Una vera “orgia” di imposte.

ASSESSORE - Per le amministrazioni pubbliche le famiglie mono-nucleari sono una pacchia.
LUMEN – Non stento a crederlo.

ASSESSORE - Fanno arrivare alle casse dello Stato e dei Comuni tanti di quei soldi da ripagare più che abbondantemente i costi di gestione e del personale degli asili nido.
LUMEN - Dove questi poveretti potranno portare, imbacuccati, infreddoliti e insonnoliti, i loro bambini la mattina presto, per andare a riprenderli la sera, quando tornano dal lavoro sfiniti.

ASSESSORE – Beh, per forza. Non vorrete mica fermare la crescita economica ed il progresso sociale ?
LUMEN – Ma a voi piace davvero questa crescita economica che subordina la vita di tutta la popolazione, anche quella non ancora o non più in età produttiva, agli orari di lavoro ? Che sacrifica il “benessere” al “tanto-avere” ? Le persone alle cose ?

ASSESSORE: Beh, insomma…
LUMEN – Pensateci sopra con sincerità e senza preconcetti. Una crescita che toglie tempo alle relazioni umane e che crea carenza d’affetto incolmabili, può costituire davvero un miglioramento della qualità della vita ? Io dico di no.


P.S. – Il testo del dialogo è stato ripreso (con alcuni modesti adattamenti) dal libro MENO E MEGLIO di Maurizio Pallante, un bravissimo economista della decrescita, al quale vanno la mia stima, la mia ammirazione ed, ovviamente, le mie scuse per il (veniale) furto perpetrato. Lumen