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venerdì 12 dicembre 2025

L'orlo dell'Abisso

Due brevi post di Luca Pardi sul progressivo deterioramento della situazione ambientale, che sembra ormai totalmente fuori controllo. 
I testi sono tratti dalla sua pagina Facebook.
LUMEN


<< Siamo di fronte ad un situazione che a livello globale è serissima. Le guerre e il debito stratosferico sono solo sintomi di un'instabilità prevedibile e prevista già cinquant'anni fa con una precisione inattesa perfino da coloro che quella previsione la fecero. Siamo sempre più vicini all'orlo dell'abisso.

Praticamente si accumulano continue conferme del fatto che la civiltà globale si avvicina a un collasso senza precedenti. I motivi per cui siamo a questo punto sono controversi, ma alla fine le opzioni sono due: i limiti delle risorse o i limiti degli ecosistemi terrestri di accogliere i rifiuti (emissioni di gas serra e altre forme di inquinamento che determinano una disintegrazione della biosfera) di 8 miliardi di individui lanciati in un modello economico insostenibile e profondamente ingiusto?

Io propendo per non scegliere fra l'una e l'altra ipotesi. Ambedue i fatti sono evidenti, stabilire quale sia quello prevalente mi sembra un esercizio abbastanza inutile che ripete le polemiche fra chi sosteneva (e forse sostiene ancora) che il picco del petrolio era più importante del cambiamento climatico o viceversa.

«The limits to growth» (LTG), il primo rapporto per il Club di Roma intitolato in Italiano come "I limiti dello sviluppo» conteneva, in uno dei 13 scenari presentati, uno scenario che si è rivelato, a dispetto dello scetticismo degli stessi autori, sorprendentemente predittivo. (…) 

Ci sarebbero un paio di cose da aggiungere (...).

1 = Quando il modello di LTG raggiunge il punto critico, che è oggi, non funziona più, cioè il sistema che esso tenta di modellizzare si deve per forza riassestare. Quindi le curve dopo i vari picchi della popolazione, della produzione industriale e di cibo ecc.. vanno prese con le molle. Sicuramente non descrivono la dinamica mondiale nel lungo periodo, cioè da qui al 2100. È su questo punto che si accentrano speranze, ma anche paure. Entriamo in un regime radicalmente diverso, non sappiamo quello che ci aspetta.

2 = Secondo i ricercatori che hanno operato la ricalibrazione di LTG l'inizio della crisi si presenta come un collasso sistemico vero e proprio, rappresentato, nella loro simulazione, da un'inversione dell'Human Development Index.

3 = (Quindi, poi, le cose da dire erano tre e non "un paio").  Il mondo è diviso in stati nazione, a loro volta divisi in regioni più o meno omogenee dal punto di vista economico, sociale, culturale ed ecologico. Quindi non verrà giù tutto in un botto unico. Ci saranno (ci sono) conflitti e resistenze, i più resilienti assorbiranno le crisi in modo più efficace di quelli più fragili. Saranno tempi interessanti. >>


<< Tutti sappiamo di camminare sull'orlo di un abisso. Sappiamo che per evitare l'abisso dovremmo affrontare sacrifici molto seri, sappiamo che questa società è condannata ad un collasso, ma non vogliamo ammetterlo (anche perché quasi tutti abbiamo fatto dei figli e ci sentiamo responsabili).

A questo punto ci rifugiamo in due scappatoie alternative.
La prima è costituita dai "miti salvifici": la transizione ecologica, la rivoluzione sociale, la decrescita felice e combinazioni varie di questi.
La seconda è una combinazione di negazionismi e ricerca del capro espiatorio: il cambiamento climatico è un'invenzione del potere, così come lo sono le epidemie/pandemie, la colpa è dell'Europa, del mercato, dello stato, degli immigrati, degli islamici, degli ebrei .....

Il risultato è che, governati dai bisogni immediati, spesso determinati dalla natura atomizzata della società costituita da un insieme di famiglie mononucleari, continuiamo con comportamenti e stili di vita insostenibili talvolta addolciti da comportamenti ossessivamente virtuosi come il riciclo della plastica e simili. La crisi si aggrava, la caduta nell'abisso si avvicina. (...)

Il problema non è che la plastica non è riciclata abbastanza efficacemente. il problema è che di plastiche ce ne sono troppe e in quantità eccessiva.

Il problema non è la scelta fra diesel e auto elettrica, ma il fatto che di auto ce ne sono troppe.

Il problema non è fra carne e fagioli, ma il fatto che il 95% della biomassa degli animali su questo pianeta è costituita dagli umani e da mucche, maiali, pecore, pollame, (cani e gatti).

Non è nemmeno fra carne e pesce dato che stiamo devastando anche le zone di pesca usando metodi industriali di estrazione dei pesci dal mare e a sistemi industriali di allevamento che sono insalubri ed ecologicamente impattanti.

Il problema non è la "tutela dell'ambiente", cioè il giardinaggio, ma il fatto che in meno di mezzo secolo abbiamo falcidiato le popolazioni di insetti e altri artropodi riducendo la diversità genetica e funzionale della biosfera. E come siamo riusciti in questa impresa? Usando pesticidi senza ripensamenti, riducendo gli habitat delle altre specie e allargando lo spazio agricolo.

Il problema non è la lotta contro il cancro, ma la salute dell'ecosistema in cui viviamo.

Il problema non è la depurazione delle acque, ma il fatto che in poco più di un secolo (con una accelerazione negli ultimi 50 anni) abbiamo sconvolto tutti i cicli bio-geo-chimici che si sono instaurati in centinaia di milioni di anni: quello del carbonio (che è l'unico di cui si parla e spesso a sproposito), quello dell'acqua, quello dei nutrienti (Azoto e fosforo).

Il problema non sono le culle vuote. Ma 8-9 miliardi di individui condizionati dal sogno americano del consumo senza limiti.

La crisi è conclamata e avviene con delle élite che hanno smesso di condurre le società e grazie a una ricchezza senza fine si sono arroccate difendendosi dai danni ambientali che le loro stesse società infliggono al pianeta, si possono permettere il lusso di non vederli e/o nutrire le fedi contraddittorie nei miti del progresso o della negazione a cui ho accennato sopra. Controllando informazione- intrattenimento- spettacolo ed educazione di massa gli viene facile. >>

LUCA PARDI

mercoledì 20 agosto 2025

La Terra del Pianto – (3)

Le riflessioni di Luca Pardi sulla tragica situazione della Palestina, tra passato, presente e probabile futuro, vista soprattutto sotto il profilo demografico.
Il testo è tratto dalla sua pagina Facebook.
LUMEN


<< Il mio amico Edoardo Barsotti, storico di professione, mi dice che la guerra è sempre, o quasi, finalizzata all’annientamento delle forze militari del nemico, ma non porta obbligatoriamente allo sterminio della popolazione nemica (...).

Continuo ad essere d’accordo con lui aggiungendo la postilla seguente: nel conflitto israelo-palestinese, la mia convinzione è che, a causa di ragioni di ecologia umana (energia, cibo, acqua e altre risorse naturali in relazione alla dimensione della popolazione, dei sui consumi attuali, del suo livello tecnologico e delle sue "aspirazioni"), l'espulsione di una della due componenti (la più debole) dall'area interessata sia l'esito a cui si tende.

Spiego perché. Le molte verità fattuali sono note. Gli ebrei perseguitati ovunque in Europa concepiscono l’idea di fondare uno stato nazione in Palestina alla fine del XIX secolo.

Allora la regione è scarsamente popolata in accordo con la natura di un territorio arido, semi-arido e desertico che, in assenza di apporti energetici esterni (o dall’estero o da sottosuolo) supporta una densità abitativa limitata.

Le stime della popolazione delle aree interessate, oggi Israele, Striscia di Gaza e Cisgiordania (allora sotto amministrazione ottomana) nel 1880-90 è di 500- 550 mila abitanti. Di cui la componente ebraica sefardita era una minoranza, del 5-7%, che iniziò a crescere a partire dal 1882 con le prime ondate migratorie ashkenazite a partire dal 1882.

Oggi quella popolazione, dal mezzo milione di fine ottocento si è moltiplicata per trenta (30), fino al numero di 15 milioni di persone; con una dinamica di crescita che, almeno in parte, è promossa dalle componenti più fondamentaliste delle due etnie contrapposte che pensano di combattersi anche a colpi di utero.

A questi oggi si aggiungerebbero i circa 3,4 milioni di palestinesi registrati dall’UNRWA che vivono al di fuori di Israele e dai territori occupati e per le quali le organizzazioni palestinesi invocano il diritto al rimpatrio.

Mettendo da parte le considerazioni morali, ideologiche, razziali (che sotto mentite spoglie rimpollano continuamente sotto forma di anti-semitismo e islamofobia), etniche e religiose, questi numeri smascherano la fondamentale ipocrisia del dibattito feroce che si svolge intorno al totem dei “due popoli, due stati”.

I due popoli sarebbero presto venti milioni di persone, su un territorio di 26.800 chilometri quadrati. L’estensione dell’Albania o dell’Emilia Romagna. Per una densità di popolazione di 750 ab. per kmq.

A confronto con i 200 circa dell’Emilia Romagna, un territorio che non ha vicini ostili (...) che è inserito in uno stato nazionale di più ampie dimensioni e che ha una fertilità molto più alta dei territori semiaridi di cui parliamo (e non dico che la popolazione dell’Emilia Romagna, come di tutte le regioni italiane, sia sostenibile in assoluto).

Lo stato più densamente popolato al mondo è il Principato di Monaco, oltre 20.000 ab/kmq e infatti qualche buontempone in vena di “econo-retorica vetero neo-liberale”, proponeva per la Striscia di Gaza un modello economico analogo. Cioè? Riempirlo di ricconi? Boiate in libertà.

Le classi dirigenti palestinesi e israeliane conoscono benissimo questi limiti e questi numeri e, arrivate alla resa dei conti, tendono all’eliminazione radicale del concorrente. Come richiesto, da tempo immemorabile, in ogni guerra che si rispetti (cit. E. Barsotti).

Tutto il resto è propaganda e/o tattica. Incluse le strette di mano fra Arafat e Begin e i vari accordi storici. Accordi, ritirate, avanzate, intifade, attentati, uccisioni chirurgiche, manovre, tutto un miscuglio di azioni in attesa della resa dei conti. E la resa dei conti è arrivata. Chiamatela come vi pare. Io mi limito a chiamarla per quello che è: resa dei conti.

Non mi faccio trascinare nelle risse da curva dei cretinetti in vena di sventolare bandiere e andare al fronte con il corpo altrui. (…) Non entro nella diatriba di chi sia la colpa. Non perché non conosca i punti di vista sulla storia della Palestina. Ho letto una decina di libri sul tema, ho seguito non so quanti seminari in rete e in presenza, ho letto articoli ecc (…)

Andando a ritroso [nel tempo] non si sa dove fermarsi. A volte si finisce in qualche vicolo cieco di polemica sulla Torah, le Sacre Scritture, il monoteismo ecc. Non me ne frega nulla, nell’immediato. Non è chiaro ancora chi ne uscirà vittorioso. Probabilmente nessuno.

Nel frattempo gli ebrei che a partire dal 1882, fuggivano da persecuzioni secolari per costituire una comunità nazionale (il sogno nazionale ha fatto molti danni), si ritrovano perseguitati in un altro ghetto. Sono armati, abbastanza coesi, e non si lasceranno massacrare più. Chiaro.

Saremmo tutti così, probabilmente, se fossimo nati in un kibbuz assediato. Molti di loro pensano alla grande Israele liberata il più possibile dagli arabi mussulmani.

I palestinesi? Loro, alla fine, saranno l’unico popolo del mondo che ha pagato la colpa delle persecuzioni degli ebrei perpetrate nel corso dei secoli dai cristiani europei sia cattolici che protestanti che ortodossi, culminata nell’olocausto nazista (e fascista). La Storia non è giusta, né nel breve né nel lungo periodo. È quel che è.

P.S. Questo scontro è una prova generale del rientro catastrofico della popolazione umana all’interno della capacità di carico (cioè della popolazione massima che l’ecosistema globale può sostenere. Unico e reale concetto di sostenibilità).

Il rientro non sarà dolce (come sognavamo) e non sarà condotto a livello globale, ma, più probabilmente, in un lungo stillicidio di regolamenti di conti e aggiustamenti dolorosi che tutte le popolazioni subiranno nel giro del prossimo secolo. >>

LUCA PARDI

venerdì 5 novembre 2021

Il buio oltre la siepe – 2

Si conclude qui il punto di Luca Pardi sul degrado ambientale, sempre più grave, e sulle residue possibilità di salvare il nostro pianeta (seconda e ultima parte).

LUMEN


<< Sei miliardi di persone ambiscono a raggiungere standard di consumo di livello euro- americano, e, perseguendo questo desiderio impossibile, trascineranno il mondo in una catastrofe senza uguali. Se l’Asia e l’Africa non capiranno che questo desiderio è impossibile non ci sarà salvezza per nessuno.

C’è un contenuto materiale irriducibile nei bisogni dei poveri: cibo, acqua, energia, abitazioni, vestiario. Se la crescita residua possibile non verrà destinata allo sforzo di azzerare la povertà, e si confida nell’infausta ideologia neo-liberale del Trickle Down, ognuno degli obiettivi di sostenibilità, ed in particolare il primo, l’eradicazione della povertà, resterà un sogno irrealizzabile.

Se l’Europa e il Nord America non capiranno che devono dare il buon esempio riducendo i propri consumi assoluti in modo drastico e rapido, Asia e Africa non riconosceranno mai questo passaggio necessario di uscita dall’era della crescita infinita e del consumo compulsivo. Ma tutto questo è al momento quasi impensabile.

La crisi ambientale è la crisi del modello economico vigente, ma quasi nessuno lo mette in discussione tranne infime minoranze, parte delle quali sono anche portatrici di vetuste ideologie anticapitaliste, che hanno già manifestato i loro limiti e che non avendo alcuna credibilità rendono l'opera di transizione ancora più difficile.

Uscire da questo vicolo cieco richiederà molta creatività politica, in ogni parte del mondo. Purtroppo non esiste una ricetta disponibile, e, contrariamente a quanto pensano gli “scienziati della storia”, non è mai esistita se non nella mente di coloro che hanno ricostruito la Storia a posteriori inventando determinismi inesistenti.

Sarà necessario accompagnare un processo che, almeno oggi, è impensabile, la riduzione della popolazione umana. Un processo che, per non essere catastrofico, deve essere sufficientemente lento, ma non può essere rimandato.

Questo significherà anche imparare a governare la fase di invecchiamento delle società che oggi è vista come una iattura. I demografi, che vengono quasi interamente dalle scuole di scienze sociali ed economiche, mancano di cogliere il nesso fra popolazione e ambiente in modo chiaro e quantitativamente significativo.

Si appoggiano, come ovvio, all’idea della transizione demografica come se fosse una legge di natura quando, al più, si tratta di un fenomeno storico che si è verificato in un numero limitato di paesi di antica industrializzazione. Le società devono invecchiare e poi stabilizzarsi ad un livello numerico più basso se si vuole perseguire la sostenibilità.

Sarà necessario uscire dal consumismo e anche questo oggi è impensabile. Tutte le aziende capitalistiche grandi e piccole hanno l’obbiettivo di produrre e vendere di più anno dopo anno. L’obiettivo è la crescita. Potrete ascoltare un CEO fare discorsi bellissimi sugli sforzi che fa la sua azienda per essere sostenibile, ma non lo sentirete mai dire la cosa essenziale: “dobbiamo produrre di meno”.

Rinunciare all’obiettivo della crescita non è possibile per le aziende capitalistiche, deve essere imposto attraverso l’internalizzazione dei costi ambientali e la valutazione equa e corretta del prezzo delle materie prime e del lavoro.

L’iper produttività del sistema industriale globalizzato si basa su due componenti, il basso costo del lavoro (un tempo si diceva “salario di merda”) e il basso costo delle materie prime. Molti non saranno d'accordo su questo punto.

L'iper produttività dipende dallo sviluppo tecnologico. Io ribatto che lo sviluppo tecnologico sarebbe un miraggio se il costo economico e sociale (si pensi al 'colta') di molte materie prime fosse determinato dalla loro scarsità assoluta, cioè tenendo conto che sono tutte risorse non rinnovabili. Questo vale, ad esempio, per le centinaia di metalli esotici che abbiamo nei nostri computer e smarphone.

Il mercato non è in grado di stimare correttamente il prezzo di questi fattori produttivi, perché si basa sull’equilibrio fra domanda privata e offerta privata, senza minimamente interessarsi alla scarsità assoluta, in particolare quella delle georisorse: fonti fossili e risorse minerali.

La risposta dell’economia ortodossa a questa obiezione è che la tecnologia permetterà sempre di trovare sostituti a risorse scarse, o ad estrarre risorse più difficili o diluite. È la teoria della cornucopia tecno- capitalista. Un atto di fede. Il fatto che nella storia l’uomo abbia trovato (non sempre) soluzioni tecniche a diversi problemi di scarsità non garantisce che questo continui ad essere possibile per un’economia ed una popolazione di otto- nove miliardi di individui, ambedue in continua crescita. Lo sviluppo tecnologico e la Scienza hanno preso il posto della Divina Provvidenza.

Nonostante lo scetticismo, a volte un po’ affettato, che vedo intorno a me, si può e si deve sperare che le istituzioni internazionali possano avere un ruolo, ma saranno probabilmente gli stati e le comunità locali che dovranno organizzarsi su nuove basi di consumo e di produzione. Si dovrà usare molta attenzione per sviluppare la cultura del dopo- crescita.

L’era della crescita può finire, deve finire e finirà. Come organizzare le nostre società nella fase di ridefinizione e riduzione dei consumi è ancora un progetto da scrivere. Dobbiamo smettere di far finta di avere ricette risolutive: la dieta vegana, la macchina elettrica, le fonti rinnovabili, l’agricoltura biologica ecc. Non ce ne sono. Dobbiamo diffidare di noi stessi quando pensiamo di aver trovato la sintesi.

Ci vorrà pazienza e capacità di cogliere i segnali positivi, noi ambientalisti abbiamo un alleato: il resto della natura, la pedagogia delle catastrofi avrà un ruolo essenziale per portare dalla nostra parte una grande maggioranza che ancora non si vede. Le alluvioni e gli incendi, gli uragani mortiferi sono i bombardamenti di oggi e portano con se un certo numero di vittime collaterali. Ognuno di noi potrebbe essere fra queste. (...)

Ci sarà un momento in cui tutti, o quasi tutti, capiranno che i tempi sono cambiati. Oggi siamo come i militanti anti-fascisti e anti-nazisti nel 1939, il momento più buio, sembra che non ci sia speranza. Ma c'è sempre speranza. La guerra è iniziata. Il consenso alla dittatura (della crescita economica indifferenziata e senza fine) comincia a mostrare delle crepe. Non sappiamo ancora cosa verrà dopo, abbiamo appena iniziato a scrivere i nostri manifesti del dopo crescita. >>

LUCA PARDI

giovedì 28 ottobre 2021

Il buio oltre la siepe – 1

La difesa dell'ambiente risulta, almeno a parole, una delle preoccupazioni più ricorrenti nei discorsi dei governanti e dei decisori pubblici. Ma, secondo gli ambientalisti più preparati, potrebbe essere ormai troppo tardi.

Di questa opinione appare, per esempio, Luca Pardi, autore del testo che segue, tratto dal suo blog 'Commenti Personali' (prima parte).

LUMEN.



<< L'estate appena trascorsa ha avuto il tema dell’ambiente come sottofondo costante. Le inondazioni, gli incendi, i record di temperatura, una quantità di eventi minori e, alla fine, l’ultimo rapporto dell’ONU sul cambiamento climatico. Rapporto che ha fatto notizia, forse, per due giorni.

Ma, a parte l’inguaribile tendenza alla superficialità dei media, tendenza che in pochi giorni fa scomparire temi che dovrebbero restare nel dibattito pubblico a favore di notizie “vendibili”, non mi è sembrato di notare fra gli ambientalisti un cambio di marcia oltre le solite lamentele, speranze, “soluzioni”.

La crisi ambientale attuale è determinata, a mio parere, dal raggiungimento dei limiti fisici e cognitivi dell’espansione umana.

I limiti fisici si presentano come un progressivo aumento della viscosità nel flusso di risorse che dall’ecosfera vengono convogliate nell’antroposfera e come progressiva (ed evidente) saturazione degli ecosistemi terrestri e marini con i rifiuti delle nostre attività economiche e sociali. (...)

I limiti cognitivi riguardano principalmente l’incapacità collettiva di vedere i limiti fisici da parte di una maggioranza schiacciante della popolazione umana e dei suoi leader politici. Una combinazione di inganno deliberato e autoinganno giuocano un ruolo essenziale in questo contesto perché fanno parte, probabilmente, del nostro bagaglio etologico.

La negazione dell’evidenza del Cambiamento Climatico e di altre componenti della crisi ecologica (altri aspetti legati alla perturbazione del ciclo del carbonio e di altri cicli bio- geo- chimici, perdita di biodiversità, inquinamento da ogni sorta di materiale, liquido e gas di sintesi) che sembra essere diventato prerogativa delle destre conservatrici a livello globale, e specialmente nell’occidente, fa il pari con il benpensantismo progressista che vende meri tentativi di miglioramento ambientale della produzione e dei consumi, come passi decisivi per la sostenibilità e la cosiddetta economia circolare (ecco l’inganno). L’inganno è peggiore della menzogna.

Alcuni ambientalisti perdono una parte del loro tempo a confutare le posizioni dei negazionisti che vengono amplificate sui giornali di destra, ma il vero nemico della transizione verso la sostenibilità è il consenso generalizzato nei confronti dell’economia trainata dal consumo (si può chiamare semplicemente consumismo), l’illusione che sia possibile mantenere un livello di consumi crescente nel tempo, per noi e per le generazioni a venire, semplicemente facendo le stesse cose in modo più pulito ed efficiente grazie al progresso tecnologico.

La comunità scientifica (di cui, per inciso, faccio parte) ha le sue responsabilità, avendo definitivamente abbandonato ogni senso critico, per abbracciare entusiasticamente il ruolo di gregario del sistema di mercato e di sostenitrice della sua ideologia. Ideologia che si concretizza in una rappresentazione pubblicitaria degli spesso mediocri risultati della ricerca di base degli ultimi decenni, e dello sviluppo tecnologico indifferenziato.

Nessuno scienziato, udibile sui mezzi di comunicazione, ha il coraggio di dire, oggi, che è probabilmente molto più importante quello che già abbiamo scoperto su come funziona il mondo, di tutto quanto potremo ancora scoprire e, soprattutto, che lo sviluppo tecnologico non è la principale soluzione al problema ecologico della nostra specie.

Nessuno scienziato ha il coraggio di dirlo perché dirlo significherebbe ammettere l’ipertrofia del sistema della ricerca finalizzata nel suo complesso e attaccare uno dei pilastri sia del conservatorismo che del progressismo distruttivi dell’ambiente: l’ideologia del libero mercato sostenuto dallo sviluppo tecnologico. Il ricercatore oggi è chiamato essenzialmente a far entrare quello che ha imparato a fare nella narrativa corrente in modo da poter attirare fondi di ricerca.

Non è importante cercare qualcosa di veramente utile, è importante solo convincere qualcuno che quello che fai è utile allo scopo. Per cui si vedono soggetti di ricerca totalmente avulsi dalla realtà presentati come se fossero contributi significativi al grande fine della sostenibilità ambientale.

Secondo la classe dirigente delle istituzioni scientifiche si deve cercare di portare acqua (cioè fondi) al proprio mulino, facendo largo uso di retorica e di tecniche pubblicitarie. Chi non aderisce a questo modello è un apostata, uno che sputa nel piatto in cui mangia. Guai a mettere in discussione l’assunto secondo cui il progresso scientifico è inarrestabile.

La religione pubblica dell’economia della crescita richiede l’adesione al mito del progresso tecnico- scientifico senza fine. Questo costituisce un alibi per non fare nulla di politicamente concreto, né a livello locale né a livello globale.

A livello locale l’alibi all’inazione nell'occidente è sostenuto dall’affermazione apodittica secondo cui i paesi di antica industrializzazione hanno ridotto il proprio impatto ecologico grazie ad efficienza, digitalizzazione e terziarizzazione. Un falso. Il processo di disaccoppiamento è una delle componenti essenziali di questa mitologia che viene smentita nella realtà, ma le cui smentite vengono sistematicamente ignorate.

L’occidente ha semplicemente delocalizzato le produzioni più inquinanti, ma continua a consumare in modo non sostenibile tutte le principali risorse naturali rinnovabili e non rinnovabili. Tutte le misure di intensità di impatto ambientale delle società occidentali indicano una situazione di non sostenibilità grave e conclamata.

A livello globale le decisioni dovrebbero partire dal riconoscimento della responsabilità dei paesi di antica industrializzazione (in pratica l’occidente) nell’aver perseguito la crescita economica, fondata sul consumo delle fonti fossili di energia, da ormai diversi secoli, con i noti impatti sull’ecosfera, ed aver trascinato su questa via ecologicamente non sostenibile tutto il resto del mondo, nelle lunghe ere coloniali e post-coloniali. Oltre ad aver determinato l’esplosione della popolazione umana attraverso l’aumento della domanda di lavoro a basso costo. >>

LUCA PARDI

(continua)

giovedì 27 agosto 2020

Previsioni sul futuro dell'umanità - 2

Si concludono qui le previsioni di Luca Pardi - ante corona-virus - sul futuro del nostro pianeta (seconda e ultima parte).
LUMEN


<< In questo quadro [economico], l’Italia potrebbe tornare quel Belpaese preindustriale di morti di fame dei viaggi di Mozart e di Goethe che tanto piace al burocrate Guy Verhofstadt. Il mercantilismo tedesco da questo punto di vista ha già avuto effetti devastanti sull’economia dei paesi del Mediterraneo. Naturalmente questo ha generato una reazione. Il nazional-populismo sovranista e regionalista è chiaramente una reazione alla tendenza in atto. I ceti medi e medio bassi, che in parte sono i ceti di lavoratori, quelli che nell’immaginario marxista si chiamava “la classe”, non hanno nessuna voglia di tornare indietro di mezzo secolo.

Il 2019 dei movimenti in Francia, fra Gilet Gialli e mobilitazione contro la riforma delle pensioni, sono parte di questa dinamica. Il popolo italiano mostra la sua atavica tendenza al particolarismo, alla divisione, all’individualismo, al regionalismo, ma vede una crescente resistenza al disegno punitivo e redistributivo. Si può immaginare che di fronte ad un indebolimento dell’economia globale, già in atto da mesi durante il 2019 che volge alla fine, porterà tensioni anche nell’ordinata Germania che ha digerito un ventennio di salari di m***a (…) in nome della piena occupazione.

Difficile immaginare che in una situazione del genere le classi politiche globali siano in grado di convergere su un accordo che limiti i danni ecologici. L’impresa è talmente impegnativa che per produrre l’effetto voluto ci vorrebbe un’invasione di alieni benevoli che ci costringessero ad operare concordemente a tal fine.

Homo sapiens è il prodotto dell’evoluzione di gruppo secondo la quale l’altruismo si esercita all’interno del gruppo. Nel paleolitico il gruppo era la tribù legata da legami familiari, con l’evoluzione culturale il gruppo di riferimento si è esteso, ma non è mai arrivato, tranne che nell’idea (poi generalmente tradita) di piccole minoranze ideologizzate, ad essere esteso all’intera umanità. Il confine si ferma al gruppo etnico religioso, linguistico o alla nazione.

È difficile immaginare che alla fine di questa lunga corsa, che ha portato la popolazione umana da qualche decina di migliaia di individui divisi in tribù, al collo di bottiglia del tardo pleistocene, a quasi otto miliardi divisi in nazioni, si trovi, finalmente, la ricetta per l’istituzione di una fraternità universale, proprio nel momento in cui le condizioni ambientali si degradano e il flusso di materie prime ed energia dalla natura alla società umana, diventa più viscoso. L’idea “Proletari di tutto il mondo unitevi” è sempre stata un’illusione non diversa da quella della fratellanza universale.

L’iniziativa dei giovani del venerdì e quella dei loro genitori tecno-ottimisti del sabato, non cambia di un millimetro la posizione in cui siamo. Si tratta di idee che definirei eco-benpensanti. Intendiamoci, preferisco chi pensa delle buone cose, piuttosto di chi progetta pessime cose, ma la domanda fondamentale a cui si dovrebbe rispondere è: chi dovrebbe fare che cosa, in che modo e in quali tempi? E qui si torna alla questione dell’economia e della politica. L’economia capitalistica non può rinunciare alla crescita.

La crescita è sempre, fin dalla prima rivoluzione industriale, stata alimentata da un crescente flusso dalle fonti di energia e materia planetarie e ha usato gli ecosistemi terrestri come ricettacolo dei propri rifiuti gassosi (gas serra ad esempio), liquidi e solidi. L’intorpidirsi del flusso energetico e materiale dalla natura al sistema economico prelude ad un rallentamento della crescita, al suo esaurimento e all’inversione di tendenza. A prescindere dalle nostre azioni questo succederà in questo secolo. Ma il sistema economico globale funziona con la carota del debito.

Il debito (che visto dall’altra parte è un credito, cit. Alberto Bagnai) è una promessa di estrarre nuove risorse dalla natura per fare merci che vendute sul mercato creeranno più valore di quello originariamente preso in prestito. D’accordo, sì, c’è la terziarizzazione dell’economia, l’economia dei servizi, il disaccoppiamento ecc., tutte cose che funzionano finché si spostano le produzioni pesanti ed inquinanti in qualche altro paese. Quello che io penso (aspetto smentite) è che man mano che il flusso materiale ed energetico si intorpidisce il meccanismo diventa più difficile e alla fine non regge. Il segnale sarà un nuovo collasso finanziario (scoppio di una bolla).

Forse quello del 2007-2008 è stato solo l’inizio. Sotto traccia lavora la termodinamica, ma quello che si vede è l’economia finanziaria, la punta dell’iceberg. Negli ultimi decenni la tendenza alla finanziarizzazione è stata talmente potente che adesso la situazione è irreversibile e la miglior cura sarà un collasso o una serie ravvicinata di collassi che porrà fine al paradigma economico vigente. Con questo probabilmente ci sarà un miglioramento della situazione ambientale, ma anche una rapida diminuzione della popolazione umana per aumento della mortalità.

Per quanto in altre specie una dinamica di rapida riduzione della popolazione porti spesso all’estinzione, il mio apocalittico ottimismo si riduce tutto alla fiducia che nutro nella capacità di adattamento di Homo sapiens. Una popolazione ridotta ad un decimo di quella attuale e con molta meno energia a disposizione sarebbe finalmente sostenibile, forse, pur in un ecosistema terrestre fortemente mutato rispetto all’optimum dell’olocene.

Sul lato positivo dell’evoluzione dei prossimi decenni vedo soprattutto l’indefesso declino del tasso di natalità anche nei paesi che ce l’hanno più alto. Il picco della popolazione ci sarà quando era stato previsto da Limits To Growth (il rapporto per il Club di Roma pubblicato nel 1972 e tradotto in italiano con il titolo “i Limiti dello Sviluppo”.

Recentemente la traduzione italiana è stata riedita con il titolo meno ipocrita “i Limiti alla Crescita”) ma potrebbe non essere tutto dovuto al peggioramento dei fattori ecologici (cibo, inquinamento, malattie ecc.), ma soprattutto a fattori sociali: educazione e lavoro femminile in primis e l’inevitabile diffusione dei contraccettivi moderni anche nel terzo mondo. Quindi una componente di rientro dolce me l’aspetto anche senza troppa politica di mezzo. Il che è perfino meglio perché il risultato promette di essere più stabile.

Altro aspetto positivo è il fatto che la maggioranza della popolazione è concentrata in Asia fra Cina, India e Sud-est asiatico. Si tratta di popoli e società molto diversi da noi. I cinesi sanno prendere e rispettare scelte collettive. Il regime è autoritario, ma non dispotico come le autocrazie mediorientali. L’India dove la dinamica demografica è preoccupante è anche sede di una cultura millenaria (anche la Cina lo è) che ha rispetto nei confronti degli altri esseri viventi e questo fatto può avere un certo effetto nei tempi che verranno.

Sul lato delle risorse minerarie ci troveremo in difficoltà notevoli su più fronti, ma avremo, soprattutto noi in occidente, una miniera molto vasta: l’antroposfera. Siccome molte infrastrutture saranno impossibili da manutenere, saranno abbattute e i materiali con cui sono state costruite riutilizzati. C’è una grande quantità di ferro, nickel, rame, zinco, alluminio ecc. disponibile nelle cose che abbiamo fatto. Tutto questo darà vita ad una nuova attività di Urban Mining che avrà peso nella società del futuro.

E per l’energia? Dopo il prossimo picco di tutte le categorie di petrolio saranno problemi seri. Secondo me l’esistenza di una infrastruttura basata sulle NFER (Nuove Fonti di Energia Rinnovabili) non sarà molto utile come energia di lavoro. Soprattutto il mega eolico rientrerà nel calderone delle infrastrutture insostenibili (ragion per cui inizio a simpatizzare con quelli che si oppongono ai mega progetti appenninici).

Il fotovoltaico, il micro-idroelettrico, progetti eolici sostenibili ecc. potranno coprire i residui usi civili e industriali dove possono funzionare i motori elettrici, non particolarmente nei trasporti di cui, si spera, ci sarà meno bisogno, ma per mantenere un certo livello di automazione industriale e domestica (a questo livello, avendo conosciuto persone che l’hanno fatto, mi auguro che non si debba tornare a lavare i panni nei torrenti o alle fonti).

La scarsità di prodotti petroliferi diventerà meno pressante dal momento in cui accetteremo case più fredde, man mano che tenderemo a renderle termicamente più efficienti, e sposteremo l’uso dei motori a scoppio su attività nobili: ad esempio demolire ciò che non può essere manutenuto per recuperare i materiali e nella produzione di cibo. La scarsità sarà anche attenuata dal ritorno del lavoro manuale in agricoltura e attività di miniera.

I problemi più gravi, e sostanzialmente senza soluzione, sono gli effetti ambientali di lungo periodo dell’espansione umana. Clima, perdita di biodiversità, erosione, inquinamento di vario genere. Questi saranno i fattori che si sommeranno per accelerare la riduzione della popolazione. In agricoltura si dovrà moltiplicare le pratiche rigenerative che sono note ed eventualmente di nuove che nasceranno. Un declino nella disponibilità di metano potrebbe mettere in crisi la produzione di fertilizzanti azotati con il processo Haber-Bosh e liberarci da questo problema.

Ovviamente torneranno, almeno a certi livelli, fame e carestie, particolarmente dove i danni al suolo sono irreversibili e le riserve di acqua esaurite. Ci si dovrà abituare a raccogliere l’acqua quando viene e magari una diffusione di piccoli bacini sarà più utile a immagazzinare l’acqua per l’irrigazione che per dotarsi di una infrastruttura di stoccaggio dell’energia come qualcuno propone. Con la riduzione della popolazione e il crescente degrado dei trasporti si disgregherà progressivamente la rete di interconnessione globale e torneremo ad una ri-localizzazione.

Tutte le appassionate diatribe che ci hanno caratterizzato questi anni su Europa, globalismo, anti-globalismo, solidarietà, accoglienza, respingimenti ecc. ci sembreranno cose da ridere. Ovviamente ci saranno periodi difficili specialmente quando milioni di profughi climatici cercheranno di mettersi in salvo. Altro che (…) porti chiusi! Sapete vero cosa succede quando una scialuppa viene assaltata da gente travolta dal panico? Saranno decenni molto duri e spietati quelli da qui al 2080-2100. Ma in qualche modo, un paio di miliardi di persone, forse meno, ce la dovrebbero fare. >>

LUCA PARDI

sabato 22 agosto 2020

Previsioni sul futuro dell'umanità – 1

Diceva il grande fisico danese Niels Bohr che è molto difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro. Però ci proviamo lo stesso.
Luca Pardi, ad esempio, ha provato ad elaborare alcuni scenari ipotizzabili sul futuro dell'umanità.
Le previsioni sono state scritte a dicembre 2019, cioè PRIMA che arrivasse lo tsunami del coronavirus a buttare per aria molte delle nostre certezze, ma le sue analisi mi sembrano ugualmente fondate e condivisibii.
Il testo (tratte dal sito di Aspoitalia) è stato diviso in due parti per comodità di lettura.
LUMEN


<< Da anni, e in modo accelerato in questi ultimi mesi, si sente parlare di transizione energetica, verde, ecologica, sostenibile ecc. Tutte formule che finora si sono rivelate vuote. I dati sulla situazione ecologica e la loro interpretazione sono scientificamente inoppugnabili (di una chiarezza cristallina), tutti negativi, e non riguardano soltanto il cambiamento climatico, ma, in poche parole, la pesante perturbazione di ogni ciclo bio-geo-chimico di questo pianeta causata dalla nostra specie in modo accelerato dall’inizio dell’era industriale.

Abbiamo determinato l’innesco di una crisi ecologica globale che si sta portando via una porzione ancora ignota della biosfera e, per quanto ne sappiamo oggi, potrebbe portarsi via anche Homo sapiens. Di fronte a questo dramma che può sfociare, o forse si sta già trasformando, in tragedia, cosa si vede? Un movimento ecologista sovranazionale, ma prevalentemente sviluppatosi nei paesi di antica industrializzazione, cioè in quel miliardo di “benestanti globali”, che, con Greta Thumberg pretende l’istituzione di una politica seria di contenimento delle emissioni da parte dei governi del mondo.

La pretesa è legittima, ma ha poche probabilità di dar luogo ad una risposta positiva. Da questo punto di vista ha ragione Vladimir Putin quando dice che la giovane ragazza svedese ignora la complessità del mondo moderno. Sembra che gli ecologisti continuino a vivere l’illusione che siccome l’ambiente è un bene comune, sia assurdo che non si riesca a mettersi d’accordo sul salvarlo. Invece non c’è nulla di automatico.

Le classi politiche dei paesi rappresentati all’ONU non hanno interessi convergenti perché rappresentano, nel migliore dei casi, nazioni con situazioni drasticamente diverse. I paesi in via di sviluppo (PSV), Cina, India, sud-est asiatico, Brasile e Africa, non hanno alcuna intenzione di pagare, rinunciando alla propria crescita, i danni fatti dai paesi sviluppati nei due secoli e mezzo di sviluppo industriale e di espansione abnorme dei consumi.

L’unico modello di sviluppo disponibile è quello iniziato nel XVIII secolo in Inghilterra e alimentato dall’energia fornita prevalentemente dai combustibili fossili. Senza questi ultimi, di fatto, non ci sarebbe stato alcuno sviluppo o sarebbe stato almeno un ordine di grandezza inferiore. I paesi sviluppati, dal canto loro, stanno vivendo una fase difficile e non omogenea, in cui sembra che la crescita economica sia possibile solo dove si rinuncia a fare anche politica ecologica (USA) o dove si sfrutta un’egemonia tecnica ed economica tale da poter scaricare verso il basso i problemi della transizione (Germania e nord Europa e ancora USA).

Nel mezzo ci sono i paesi produttori di materie prime, principalmente di petrolio e gas, che hanno due problemi, non possono ovviamente firmare la loro condanna a morte, ma stanno anche già vivendo un momento difficile dovuto al fatto che man mano che gli effetti dell’abbondanza si mutano in consumi, riducono le esportazioni e, dunque, il surplus commerciale che li rendeva finanziariamente forti, e le entrate fiscali per cui sono costretti a ridurre i sussidi sui prodotti petroliferi fatto che determina tensioni sociali interne e ancor più lo farà in futuro.

La risposta nei paesi sviluppati sembra indirizzarsi in due direzioni antagoniste che è difficile identificare come di destra o di sinistra, ma semplificando molto potremmo identificare un nazional-populismo sovranista di destra (attenzione però, non c’è solo il sovranismo di destra) che sul lato ecologico si affida al negazionismo climatico e ambientale per proporre una politica economica che riporti alla crescita dura e pura del passato basata su produzione e consumo indifferenziato supportata da un ritorno a forme di protezionismo.

C’è dall’altra parte un globalismo tecno-ottimista di sinistra che invece accetta sia la realtà del trionfo globale del mercato, abbandonando ogni possibilità di difesa degli interessi dei lavoratori in campo nazionale, che quella dell’allarme ecologico che pretende di curare con vari aggiustamenti green: l’economia circolare, il green new deal ecc. tutte riedizioni dell’ossimoro dei nostri tempi: lo sviluppo sostenibile. Inteso come crescita sostenibile. Chiarisce questo punto la posizione del prof. Leonardo Becchetti secondo cui nell’economia del futuro ci sarà crescita del valore senza distruzione di risorse intese in senso lato: materie prime, servizi degli ecosistemi, suolo fertile, biodiversità ecc.

Sul lato economico quindi l’accettazione della narrativa liberale del trickle down, come unica risposta alla ristrutturazione tecnologica e sociale del mercato capitalista, sul lato ecologico invece l’appello alla rivoluzione tecnologica permanente in nome dell’efficienza e della crescita ecologicamente friendly. Una narrativa che sembra funzionare, sulla carta, all’interno del paradigma economico attuale, e per questo è addirittura più insidiosa di quella negazionista.

Per mettere in crisi la posizione negazionista basta evocare il tema dell’esaurimento delle risorse non rinnovabili: minerali ed energetiche. Non a caso i negazionisti climatici sono spesso anche gli stessi che si esercitano a definire il picco del petrolio una bufala. Purtroppo per loro se si apre il rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia del 2018, si trova la smentita questa posizione che viene da una fonte insospettabile: «La produzione globale di petrolio convenzionale ha superato il picco nel 2008 a 69,5 milioni di barili al giorno e da allora è diminuita di circa 2,5 milioni di barili al giorno.» (…).

Il picco produttivo globale della categoria di petrolio più conveniente, il convenzionale appunto, è avvenuto nel primo decennio del secolo (come previsto, peraltro, da Colin Campbell e Jean Laherrere) e questo segna il passaggio allo sfruttamento di categorie di petrolio più difficili e costose da estrarre. Richard Miller, un geologo petrolifero della BP ora in pensione, in una intervista del 2013 a the Guardian, a proposito delle nuove risorse petrolifere estraibili dallo shale oil e dalle sabbie bituminose diceva: «Siamo come una gabbia di topi di laboratorio che, finito di mangiare tutti i semi, scoprono che possono mangiare anche la scatola di cartone».

Viceversa il disegno teorico dell’economia circolare nella quale tutto ciò che si consuma ritorna nel sistema attraverso un sempre più efficiente sistema di riciclaggio è largamente illusorio (…). Probabilmente, all’interno del paradigma economico attuale si potrebbe, spingendo al massimo, garantire un riciclo dei materiali intorno al 90%, livello fantasmagorico rispetto al tasso di riciclo attuale, ma anche questo tasso fantasmagorico, mantenendo l’attuale paradigma industriale, sarebbe un mero rallentamento dell’economia lineare, non l’instaurazione dell’economia circolare (…).

È un problema termodinamico. Spingere sempre più in alto il tasso di riciclo materiale significa andare a raccogliere e differenziare anche le parti più piccole e disperse dei manufatti, separarle dalle altre, identificare la loro natura, depurarle e rimetterle in ciclo. Ognuno di questi passaggi richiede un apporto di energia e più si spinge sull’acceleratore del riciclo, quindi più accurata è la separazione, più il costo energetico cresce. Alla fine il sistema non regge tassi troppo elevati di riciclo.

Il problema è termodinamico, ma il segnale è economico ed è quello che il mercato riesce a sentire. Oggi alcuni elementi come quelli delle Terre Rare, ma anche i metalli preziosi, usati in quantità molto limitate in elettronica, non sono riciclati affatto perché il gioco non vale la candela. D’accordo, continuano gli ottimisti della sostenibilità, si devono disegnare i manufatti in modo che siano facilmente smontabili a fine vita e i materiali con cui sono fatti recuperabili e riciclabili. Sulla carta funziona, ma in pratica si sta parlando di stravolgere totalmente lo sviluppo merceologico degli ultimi 50 anni.

Ad esempio molte delle sempre invocate nuove tecnologie si basano sull’uso di materiali compositi in cui i singoli elementi chimici sono dispersi in mille dispositivi di difficile separazione e perfino identificazione. Considerazioni analoghe valgono per le plastiche il cui uso, riuso, e riciclaggio efficiente richiederebbe di rinunciare alla varietà di materiali che oggi forniscono. Al momento in ogni caso, siamo talmente lontani dalla circolarità che qualsiasi tentativo di rallentamento dell’economia lineare potrebbe essere preso come positivo. Tutto sta capire chi deve pagare questo rallentamento.

L’impressione è che una parte almeno delle élite globali, in particolare quelle che dirigono la politica dell’Unione Europea e della sinistra USA, abbiano intenzione di far pagare la transizione ai ceti medi e medio bassi del mondo industrializzato portandoli al livello dei ceti medio bassi del mondo in via di sviluppo. Un grandissimo lavoro di redistribuzione, giustizia sociale e, forse, miglioramento delle condizioni ambientali.

Portare il salario dell’agricoltore inurbato cambogiano al livello dell’operaio di Rho facendo crescere il primo e scendere il secondo, è un risultato eccezionale, per l’operaio cambogiano, non per quello di Rho che però dopo tre decenni di globalizzazione forzata e cessioni di sovranità ha perso ogni controllo politico e sindacale nelle società democratiche europee, ed è ridotto a quello che i veri liberisti vorrebbero: forza lavoro indifferenziata e individualizzata in un mercato globale. In Europa c’è anche una politica volta a mantenere una certa stratificazione gerarchica fra le nazioni a tutto favore del nord anseatico e a sfavore del sud aleatico. >>

LUCA PARDI

(continua)

sabato 1 agosto 2020

I limiti biologici della cultura

Come noto, nell'evoluzione biologica, di fronte a situazioni completamente nuove e rischiose, l'unica speranza di sopravvivenza è data dalla comparsa di una mutazione vantaggiosa che aiuti l'essere vivente a risolvere il problema. Ma la mutazione genetica è rara e casuale, e l'attesa può essere lunga.
Con l'evoluzione culturale invece, l'uomo ha ottenuto una sorgente di novità in più: un meccanismo che risulta rapido, non casuale, e che può essere trasmesso non solo verticalmente (dai genitori ai figli), ma anche orizzontalmente (tra i componenti del gruppo).
La fortissima capacità culturale della nostra specie non ci ha aperto però i cancelli dell'Eden, perché ogni cambiamento, anche se utile a risolvere un problema, non è mai privo di aspetti negativi, ed inoltre non può superare del tutto i limiti genetici che ci condizionano.
Di questi limiti ci parla Luca Pardi nel post che segue, tratto dal sito di Aspo Italia.
LUMEN 


<< L’azione umana, che definisce la dinamica dell’antropo-sfera e dei suoi effetti planetari, si esprime attraverso un metabolismo che ha nella componente sociale la sua manifestazione specifica più saliente. “Società”, parola magica, da cui ne derivano molte altre: socialità, sociologia, socialismo, sociopatia. L’uomo è un animale sociale. Ipersociale, dicono alcuni, più simile alle api e alle formiche che al branco primordiale di ominidi.

Le relazioni di potere sono quelle che plasmano la struttura della società. In tutte le società animali, inclusa la nostra, si stabilisce una gerarchia. Mio padre determinò sia l’esistenza che il determinismo di fenomeni specifici, come l’instaurarsi della gerarchia, nelle vespe sociali. Fenomeni che erano allora noti solo fra i vertebrati. A lui devo la costante osservazione di tutto ciò che è umano come una manifestazione dell’etologia della specie come si è sviluppata nel corso dell’evoluzione.

Edward O. Wilson ha creato un possente apparato teorico che formalizza, per quanto possibile e non senza controversie, la genesi del fenomeno sociale nel mondo animale nel quadro del paradigma evoluzionista, l’unico che ha senso in biologia, fino ad arrivare a ipotesi innovative sulla socialità umana.

Secondo Wilson, detto in soldoni, siamo il prodotto sia del meccanismo egoistico del gene dato dalla selezione individuale sia del meccanismo altruistico di gruppo. L’interazione fra questi due meccanismi ci ha portati ad essere una “chimera evolutiva”. Sapere chi siamo non è un fattore secondario nello studio dei nostri rapporti con l’ambiente in cui viviamo.

Scrive Telmo Pievani nella prefazione del testo di Wilson: […] “circa l’impatto di Homo sapiens sulle altre specie ominine e sulla biodiversità, l’evoluzione umana per Wilson è stata una campagna di invasione, una marcia rischiosa per una ragione profonda, che costituisce il nucleo antropologico del libro: la radicale ambiguità della natura umana. Proprio a causa del paradosso insito nella selezione di gruppo (la dialettica fra cameratismo dentro il gruppo e conflitto fra gruppi di estranei), le sorgenti della più sublime cooperazione sono anche quelle del tribalismo, della guerra tra bande, del conformismo sociale, di identità collettive settarie e irrazionali.” 

Personalmente penso che non ci sia nulla di più utile, e necessario, di sapere chi siamo. I grandi tentativi di indagine scientifica della psiche umana hanno dato vita ad una congerie di scuole psicanalitiche di pensiero e a qualche psicofarmaco che, usato con giudizio, può migliorare la condizione in caso di patologie. Ma non è andata a fondo del problema. Per far questo ci voleva molto di più che sdraiare una persona su un lettino e interpretare i suoi sogni.

Sarebbe molto, troppo, ambizioso tentare di (o fingere di saper) maneggiare la gamma di strumenti che le neuroscienze ci hanno dato per indagare la mente, e la sua base fisica. E non solo la mente umana, infatti accanto all’anatomia comparata, disciplina fondamentale per capire l’evoluzione, esiste una neurofisiologia comparata che non è, da questo punto di vista, meno importante. Altri strumenti sono stati forniti anche dalla psicologia empirica e da quella evoluzionistica che hanno permesso di indagare, ad esempio, i meccanismi di formazione delle risposte morali. (...)

Per sapere chi siamo non basta studiare la società umana e la sua evoluzione storica con gli strumenti delle scienze sociali ed economiche, bisogna capire la nostra storia naturale. Nulla ha senso in biologia se non alla luce della teoria dell’evoluzione. Noi siamo il prodotto di un percorso evolutivo e ne dobbiamo tener conto.

Alla fine, ad esempio, si tratta di riconoscere l’origine delle resistenze che rendono così difficile la cooperazione internazionale sul tema dell’ambiente e della contrapposta facilità con cui i difensori del paradigma fossile dell’energia sono riusciti a ritardare la transizione. Purtroppo questo tipo di affermazione manda su tutte le furie molte persone. Il fatto che possa esistere un hardware (natura) che interagisce con un software (cultura) che si è a sua volta adattato alla struttura fisica sottostante, è per alcuni inaccettabile.

Il mio problema non è dimostrare alcuni grandi pensatori e ispiratori di movimenti di massa, abbiano sbagliato tutto. Nessuno riesce a sbagliare tutto. (…) [Ma] nel guardare l’uomo, nella sua eccezionalità, da un punto di vista etologico, sociobiologico, evoluzionista, non si lascia da parte la tensione morale per una società più giusta e per l’instaurazione di un rapporto non distruttivo con l’ambiente che ci circonda. Al contrario, si dà una base biofisica, perciò realistica, a questa tensione.

Fino ad ora le religioni private e pubbliche, che sono spesso le detentrici della morale, hanno sempre predicato bene e, spesso, razzolato male. Le religioni pubbliche 'non teiste' del secolo scorso, come socialismo, comunismo, fascismo, sono state quasi interamente soppiantate dalla dottrina economica neo-liberale oggi dominante. Queste religioni pubbliche hanno rappresentato e rappresentano sé stesse come scienza, ma non lo sono, e innervando con la propria morale il comportamento delle società umane attraverso la politica, hanno dato vita a vari tipi di sistemi oppressivi, totalitari e/o distruttivi sia nei confronti dei rapporti sociali che dell’ambiente.

A dispetto della incrollabile fede di alcuni miei amici liberali, non c’è nulla di laico nella dottrina economica oggi dominante. Al contrario essa di configura proprio come una religione pubblica. A questo proposito Mauro Gallegati scrive: «nonostante esteriormente assomigli alla fisica, e nonostante il presunto equipaggiamento di molte leggi, l’economia non è una scienza», e anzi «assomiglia a una religione».

Ma prima di Gallegati il fisico Norbert Wiener aveva espresso un concetto simile in modo più colorito:
«Il successo della fisica matematica portò lo scienziato sociale ad essere geloso della sua potenza senza la completa comprensione dell’atteggiamento intellettuale che aveva contribuito a questa potenza.
L’uso delle formule matematiche aveva accompagnato lo sviluppo delle scienze naturali, ed era diventato di moda nelle scienze sociali.
Proprio come i popoli primitivi adottano le mode occidentali di vestire e il parlamentarismo, con un vago sentimento che queste vesti o questi riti magici li metteranno immediatamente in linea con la cultura e le tecniche moderne, così gli economisti hanno sviluppato l’uso di rivestire le loro idee imprecise del linguaggio del calcolo infinitesimale ….
Stabilire che cosa significano valori precisi per tali quantità, essenzialmente vaghe, non è né utile né onesto e ogni pretesa di applicare formule precise a queste quantità vagamente definite, è un artificio e una perdita di tempo»

Ad alcuni scienziati sociali e ad alcuni neo-adepti dell’econo-fisica o della dinamica dei sistemi, questo giudizio apparirà oltraggiosamente ingeneroso e perfino contraddittorio per uno che predica la collaborazione fra scienze naturali e scienze sociali. Collaborazione appunto, non dominio di una sull’altra. Non adozione di metodi di una nell’altra senza reciprocità.

Le cose che sto scrivendo sono l’approdo, sicuramente non definitivo, di molti anni di tentativi e interazioni con persone con una base culturale diversa dalla mia. In questi anni ho raramente incontrato persone che fossero disposte a lasciare, anche per un attimo, il loro punto di vista e abbracciarne un altro. Da questo punto di vista mi ha colpito (...) l’insegnamento di Marianella Sclavi con le sue “regole dell’ascolto attivo” applicando le quali si apprende un metodo di ricerca e, soprattutto, ad apprezzare il proprio punto di vista prima di quello altrui. 

Le scienze sociali ed economiche avevano, ed hanno bisogno, di un bagno di bio-fisica e bio-sociologia, ma questo non deve essere visto come un processo di conquista delle scienze sociali da parte di quelle naturali. Non è così. Le scienze naturali, non sono pure verginelle, ma rappresentano oggi uno degli strumenti essenziali della religione pubblica dominante. Quella appunto, dell’economia neoliberale, ma non erano meno importanti nei regimi del socialismo reale.

La retorica del progresso tecnologico e delle 'magnifiche sorti e progressive' della scienza sono una delle componenti delle ideologie dominanti da due secoli. Le scienze dure, in particolare, si sono rese ancelle del mercato capitalistico in modo quasi totale.

La confusione fra sviluppo tecnologico al servizio del sistema dei consumi e indagine scientifica è un fatto che si può riscontrare ogni giorno seguendo i mezzi di comunicazione, e che si vive quotidianamente nel mondo della ricerca. La scienza al servizio del mercato capitalistico è una regola da sempre. (...) [Ma] come sempre possiamo e dobbiamo separare il grano dalla pula. (...)

Per questa crisi ecologica e sociale in cui ci siamo trovati ci sono possibili risposte, ma non ci sono soluzioni. Noi, intendo quelli con più di cinquant’anni, diciamo, lasciamo molti problemi seri alle generazioni più giovani e a quelle future, il nostro impegno può essere solo quello di affrontarli insieme a loro finché ci saremo e di lasciargli in eredità degli strumenti pratici e teorici per affrontarli. >>

LUCA PARDI

mercoledì 3 gennaio 2018

Non possiamo accontentare tutti

Le considerazioni di Luca Pardi sul sogno - forse irrealizzabile - di una economia mondiale che, pur essendo effettivamente “sostenibile”, possa consentire un ragionevole benessere per tutti (dal sito Risorse, Economia, Ambiente). Lumen 


<< Il flusso di energia dal sole non alimenta l’economia direttamente che per una parte ancora molto piccola. Oltre alla quota di energia solare che, attraverso la fotosintesi, si trasforma in cibo per noi ed i nostri animali domestici ed in altri beni di origine vegetale, come il legno, le fibre vegetali, ecc, il grosso dell’energia che alimenta il metabolismo sociale ed economico globale viene dai combustibili fossili. 

Che sono energia solare, ma energia solare che è stata immagazzinata dall’eco-sistema terrestre centinaia di milioni di anni fa. Esattamente il contributo dei combustibili fossili ai consumi totali di energia è circa del 75-85% a seconda di come si fa il conto. 

E questo è il problema numero uno. E’ proprio questo flusso, non rinnovabile, che permette alle economie di non andare in stallo ed è anche responsabile dell’over-shoot ecologico umano e dei principali problemi ambientali, che hanno portato al superamento dei confini di sicurezza che determinano il tetto ecologico che delimita il sistema economico. 

Quasi otto miliardi di persone sono fortemente dipendenti da questo flusso per la loro sopravvivenza; inoltre un miliardo circa di persone dipende da esso per la produzione di petrolio, carbone e gas e un altro miliardo, il nostro, per i trasporti e in genere per il sostentamento della società dei consumi, che tutti gli altri vorrebbero imitare. Il tema è dunque, quantitativo.

Non basta dire dobbiamo rientrare nello spazio di sicurezza, assicurando a tutti il minimo e senza danneggiare il pianeta. Bisogna dire come, in quanto tempo e con quali mezzi farlo. Allora la cosa prende un’altra prospettiva.

L’economia circolare, che è essenzialmente un uso efficiente delle risorse, potrebbe funzionare (anche se di fatto non funziona) per alcune risorse minerali, ma non funziona per il petrolio, il gas ed il carbone che forniscono la quota maggioritaria di energia per il sistema. 

La transizione energetica deve essere compiuta rapidamente, pena l’ulteriore sforamento di diversi confini di sicurezza sul tetto ambientale, e deve essere indirizzata verso lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Sempre che si riesca a dimostrare che sono veramente rinnovabili. 

In un recente scambio di opinioni fra colleghi, sul tema della sostenibilità e della rinnovabilità, uno sosteneva che solo uno scoiattolo è veramente rinnovabile, che una torre eolica non lo è, perché si basa su risorse non rinnovabili: cemento, acciaio, rame, terre rare, ecc. L’altro rispondeva che potenzialmente queste risorse possono essere riciclate interamente e all’infinito, dando prova che una torre eolica è rinnovabile quanto uno scoiattolo. (…) 

Questo dibattito accademico rivela un aspetto importante. Nemmeno le rinnovabili sono attualmente pienamente rinnovabili, ma sono anche la nostra unica speranza di affrontare la crisi economico-ecologica in cui siamo ormai immersi. 

E il problema non è solo mettere da parte l’ossessione per il PIL e la sua crescita, sostituire le fonti energetiche e instaurare un regime di ri-uso, riciclo e recupero dei materiali, ma farlo per otto miliardi di persone, per una macchina che globalmente dissipa 18 mila miliardi di watt. L’equivalente di 50mila litri di petrolio al secondo. 

Se non si affronta questo nodo in modo quantitativo non si fa che petizioni di principio. Gli elefanti nella stanza sono i soliti due, la popolazione ed i consumi. Non esiste, a mio parere un sistema economico che permetta di accogliere 8 miliardi di consumatori come gli europei, men che meno come gli americani. L’economia del consumo deve semplicemente lasciare il passo ad altro. 

E, se si vuole che alcuni miliardi di persone si elevino al di sopra del “pavimento sociale”, è necessario che il miliardo di persone che ci volano sopra da tempo tornino con i piedi per terra, ed i miliardi di quelli che ci vogliono salire si scordino di poter volare. 

A questo proposito considero istruttivo il contributo di Chandran Nair, che si occupa proprio della politica necessaria per gli stati disagiati e del loro diritto al benessere, con piena coscienza dell’impossibilità di perseguire il modello occidentale. I paesi di vecchia industrializzazione devono uscire dalla trappola della crescita e quelli in via di sviluppo devono prendere una strada diversa dall’industrialismo distruttivo degli ecosistemi, sviluppato in occidente dalla rivoluzione industriale ad oggi. 

Allora, la domanda che ci dobbiamo fare è diversa: esistono classi dirigenti nel mondo in grado di affrontare questa sfida ? La mia risposta è che attualmente non ci sono. E la mia impressione è che solo la pedagogia delle catastrofi le creerà.

Purtroppo oggi, con queste idee sul significato ed i limiti dello sviluppo non si entra ancora nell’agenda politica che in modo marginale e attraverso un linguaggio in cui si finge di credere (o, peggio, si crede veramente) che sia possibile armonizzare l’economia del consumo indifferenziato con la salvaguardia dell’ambiente, cioè aver la botte piena e la moglie ubriaca. 

Noi coltiviamo la cultura che servirà a far crescere le classi dirigenti del XXI secolo sperando che le catastrofi non siano definitive. Nulla di meno, nulla di più. I molti economisti che si pongono il problema dei limiti bio-fisici del pianeta sono nostri alleati (…) e quello di cui abbiamo bisogno, per cominciare, è una continua e profonda contaminazione fra le scienze naturali e le scienze sociali. >> 

LUCA PARDI 

sabato 27 giugno 2015

K.I.S.S. (Elogio della semplicità)

Tra le vittime delle mie interviste virtuali non poteva mancare l’ambientalista Luca Pardi, attuale presidente di ASPO Italia, che è stato uno dei padri spirituali del mio blog ed è tuttora un “amico di web”. 
Con lui parleremo – com’è inevitabile - della crisi ecologica ed energetica che ci sta complicando la vita e del potere taumaturgico della “semplicità”. LUMEN


LUMEN – Allora dottor Pardi, a che punto è la notte ?
PARDI - Con la fine della prima metà dell’era del petrolio, e il raggiungimento di ogni limite biofisico del pianeta, siamo giunti all’ultima tappa del processo. Il mondo è pieno e c’è un solo modo di evitare una catastrofe, rallentare e riorganizzare le nostre società in modo diverso.
 
LUMEN – E in Italia, come siamo messi ?
PARDI – Non bene. Recentemente sono stato a Ravenna, per parlare di petrolio e delle nuove spinte alle trivellazioni in Adriatico.
 
LUMEN – Mi pare che, in quella occasione, abbiate fatto un parallelo con la caduta dell’Impero Romano.
PARDI – Esatto. L’Impero Romano d’Occidente è uno dei tanti esperimenti di civilizzazione (e globalizzazione) che hanno trovato un limite invalicabile nella limitatezza delle risorse su cui si erano sviluppati. Quello che non fu fatto, ed era impossibile fare nel V secolo (e forse, a quanto pare, anche oggi) è semplificare.
 
LUMEN - Cioè il contrario di quello che si fa.
PARDI – Appunto. La nascita e lo sviluppo delle civiltà possono essere viste come un progressivo processo di aumento della complessità dei sistemi socio-economici che le costituiscono. La complessificazione è un processo di aumento delle infrastrutture, delle figure professionali, delle istituzioni, delle tecnologie, e delle interazioni e retroazioni fra individui, fra gruppi di individui e fra istituzioni. La complessificazione è il modo specifico con cui le civiltà risolvono i problemi.
 
LUMEN – Cosa che, all’inizio, funziona benissimo.
PARDI - Ogni civilizzazione basa questo processo su un suo specifico flusso di energia e materia dalla natura. Fino a tempi relativamente recenti questo flusso poteva essere assicurato solo su una base energetica limitata: quella dell’energia solare che è abbondante, ma poco densa territorialmente e intermittente. I muscoli animali e umani, energizzati dal cibo interamente proveniente dalla fotosintesi e dunque dall’energia solare, facevano il lavoro aiutati dalle tecnologie del tempo che altro non sono che sistemi di concentrazione dell’energia muscolare.
 
LUMEN – Quindi con dei limiti notevoli ed oggettivi.
PARDI - La civiltà industriale globale nella quale viviamo, che si è sviluppata a partire dal debutto della modernità nel XV secolo ha trovato una straordinaria accelerazione dal momento in cui a partire dalla metà del XVIII secolo l’invenzione “prometeica” della macchina a vapore ha messo a disposizione dell’uomo i combustibili fossili: carbone, petrolio e gas. L’accelerazione è aumentata con l’ingresso del motore a scoppio e del petrolio.
 
LUMEN – La possiamo chiamare l’età del petrolio.
PARDI - In effetti, la base energetica del globalismo economico contemporaneo sono proprio gli idrocarburi. Oggi siamo prossimi alla fine della prima metà dell’età del petrolio. La metà della quantità di gas e petrolio di cui il pianeta era inizialmente dotato è stata approssimativamente consumata. Siamo quindi prossimi all’inizio del declino della risorsa base di questa civilizzazione.
 
LUMEN – Il famoso “picco”.
PARDI - Nel 2005 abbiamo superato il picco del petrolio convenzionale, il petrolio che viene dal lascito storico dell’industria petrolifera, il petrolio facile. Quello che viene dai grandi giacimenti (perché come in una battaglia navale i giacimenti più grandi tendono ad essere scoperti e sfruttati per primi), quello con un ritorno energetico sull’energia investita maggiore. Il petrolio a buon mercato, quello con il costo di estrazione minore.
 
LUMEN – E l’altro ?
PARDI - Quello che viene ancora scoperto e presentato come un nuovo “eldorado” è in realtà un petrolio più costoso da estrarre. Il sistema comincia a sentire il depauperamento della sua risorsa base. Per questo nasce una disposizione politica che appare maniacale, dettata dalla disperazione. Cercano di estrarre idrocarburi dovunque sia possibile e produrre combustibili liquidi in qualsiasi modo, anche quando non conviene. La mania trivellatrice e i toni ultimativi e minacciosi nei confronti di chi si oppone, sono un sintomo di disperazione.
 
LUMEN – Un sintomo però, che ben pochi sembrano prendere sul serio.
PARDI - Oggi potremmo permetterci di fare – grazie alle conoscenze storiche, antropologiche, sociali e scientifiche acquisite proprio nei secoli della rivoluzione industriale - quello che gli uomini del V secolo non potevano fare. Ovvero, decidere di agire in senso opposto a quello percorso. Sappiamo che non è possibile protrarre la complessificazione indefinitamente, come non è possibile una crescita materiale infinita. Non è possibile e non è neppure saggio.
 
LUMEN – Ma, per il momento, non lo facciamo.
PARDI - La complessificazione va, come la tecnologia, incontro ad un fenomeno noto come effetto dei rendimenti decrescenti. Ciò significa che oltre un certo limite una ulteriore dose di complessità non rende più benefici come faceva prima. Ve ne siete accorti? Molte delle soluzioni tecnologiche, istituzionali, politiche o economiche tendono a renderci la vita sempre più impossibile e finiamo, in maggioranza, per rimpiangere non l’età della pietra, ma tempi recenti, che erano però più semplici.
 
LUMEN – Com’è vero.
PARDI – Per cui rimpiangiamo magari il vecchio cellulare anni ’90, che funzionava perfettamente anche se non ti faceva perdere ore a guardare dove sono in vacanza amici e conoscenti; o la vecchia macchina che si faceva ripartire usando mezzi di fortuna, mentre ora ci vuole il soccorso stradale; o il computer da connettere alla centralina, ecc. ecc. Benefici o rendimenti decrescenti.
 
LUMEN – E questo oggi lo possiamo capire.
PARDI - Ma sembra che non lo capiscano le classi dirigenti, politiche, accademiche, imprenditoriali, sindacali e religiose. Come invasati, impugnando la retorica dell’ottimismo tecno-scientifico, cercano di convincerci del contrario lanciandosi nell’unica cosa che sanno fare, costruire un futuro fatto di maggiore complessità, numeri più alti, crescita, consumo, produttività, efficienza, infrastrutture, competitività. Non sono cattivi, o comunque non tutti lo sono: come Jessica Rabbit, sono stati disegnati così.
 
LUMEN – Buona, questa.
PARDI - Il modo di risolvere problemi è stato fino ad oggi, da tempo immemorabile, aumentare la complessità. Con la fine della prima metà dell’era del petrolio, e il raggiungimento di ogni limite biofisico del pianeta siamo giunti all’ultima tappa del processo. Il mondo è pieno e c’è un solo modo di evitare una catastrofe, rallentare e riorganizzare le nostre società in modo diverso.
 
LUMEN - Altrimenti ci penseranno le leggi naturali.
PARDI – Appunto. Oggi per affrontare la seconda metà dell’età del petrolio e dei combustibili fossili dovremmo scegliere la direzione opposta e farlo al più presto possibile, mettendo in conto qualche sofferenza ora, per evitare un collasso spontaneo del sistema più tardi.
 
LUMEN – Quindi, per dirla all’americana, usare il metodo KISS (keep it simply, stupid).
PARDI – Un bell’acronimo. Oggi abbiamo bisogno di semplificare, ridurre, lavorare meno (ma tutti), recuperare tempo per la socialità e la produzione sostenibile di cibo e beni indispensabili, collaborare invece di competere, lavorare alla riparazione degli ecosistemi piuttosto che ad aumentare la produttività di un sistema distruttivo dell’ambiente, scegliere le tecnologie appropriate invece di idolatrare la tecnologia in quanto tale.
 
LUMEN – Grazie dottor Pardi.
PARDI – Di nulla. E un KISS a tutti.