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sabato 26 agosto 2023

La mistica del Fascismo

Ho parlato recentemente del Fascismo sotto il profilo più noto, quello socio-economico, ma il movimento fondato da Mussolini è stato anche una sorta di Religione, con la sua mistica, i suoi dogmi ed i suoi riti.
A questo aspetto è dedicato il post di oggi, scritto da Gordano Bruno Gierri e tratto da uno dei suoi libri di maggior successo ('Fascisti').
LUMEN


<< I totalitarismi del XX secolo - fascismo, comunismo, nazismo - rinnegarono lo schema cartesiano fondato sul dubbio che aveva legittimato la libertà individuale e sociale e sul quale si era costruita la coscienza civile moderna. Imposero invece un modello fideistico non molto diverso da quello medioevale, nel quale l'assolutismo religioso diveniva la dimensione suprema che avvolgeva ogni fenomeno dell'esistenza.

Giovanni Gentile scrisse: << Come il cattolico, se è cattolico, investe del suo sentimento religioso tutta la propria vita, e, parli e operi, o taccia e pensi e mediti nella propria coscienza [...] si ricorderà sempre del suo più alto monito della sua mente, per operare e pensare e pregare e meditare e sentire da cattolico; così il fascista, vada in Parlamento, o se ne stia nel Fascio, scriva sui giornali o li legga, provveda alla sua vita privata o conversi con gli altri, guardi all'avvenire o ricordi il suo passato e il passato del suo popolo, deve sempre ricordarsi di essere fascista. >>

Il fascismo dunque non poteva che essere ciò che gli intellettuali e i politici fascisti non si stancarono mai di ripetere, una concezione religiosa della vita che non aveva bisogno né di libertà né di dimostrazioni.

Vale, anche per il regime fascista, l'interpretazione di tipo religioso data da Hans Kohn: << II fanatismo dei totalitari nasce dal carattere assolutista della loro fede. La consapevolezza della verità salvatrice dà loro la fermezza; l'oppositore ha sempre torto; non vi può essere perciò nessun compromesso. In quest'ortodossia secolarizzata, il rigore che nulla teme è un vero servizio per il raggiungimento della meta. La certezza totalitaria della vittoria è fondata su una fiducia escatologica, scevra da connessioni morali. >>

Il fascismo, partito dall' ottocentesco culto della patria, gli sovrappose il nuovo culto del littorio, esasperato poi nel culto di Mussolini, visto non solo come demiurgo ma anche come simbolo e sintesi di tutti gli italiani. Mussolini divenne il dio a cui tutto era possibile e molto era dovuto: rappresentava infatti la miscela micidiale di patriottismo religioso e rivoluzione, ortodossia di valori civili e sradicamento delle norme. Nel duce gli italiani adoravano se stessi, soddisfatti di un uomo-mito che li rappresentasse e li elevasse tutti, purché non chiedesse altro sforzo · che quell'identificazione.

A differenza della classe dirigente liberale - che non conosceva il popolo e ne provava intimamente ribrezzo - quella fascista giunse a idealizzarlo e a sedurlo: non solo infatti lo conosceva bene, ma fu anche capace di catturarne l'energia. Il regime però aveva una reale spinta rivoluzionaria, la più ambiziosa: formare l' «italiano nuovo», educandolo al senso della guerra, necessità ineliminabile che presto o tardi sarebbe divenuta il destino di ognuno; alla socializzazione, momento altissimo dello spirito e base indispensabile per la costituzione di una nazione forte; alla consapevolezza della propria missione nel mondo.

Per arrivare a una trasformazione così drastica il regime aveva bisogno appunto di un consenso religioso che però esisteva soprattutto a due livelli: quello popolarissimo delle campagne e dell'ignoranza, dove l'informazione era minima e Mussolini veniva considerato né più né meno alla stregua di un santo che aveva «fatto del bene» e che sempre avrebbe potuto farne; quello ideologizzato dei giovani, degli studenti, degli intellettuali, degli appassionati di politica che volevano partecipare alla rivoluzione fascista.

In mezzo a questi due c'era il livello della maggioranza (i fedeli della domenica), che senza fanatismi apprezzavano l'ordine, l'orgoglio e le realizzazioni del regime. L'antifascismo invece - attivo o umorale - si manifestava quasi soltanto nei primi due livelli: quello popolare, in ricordo di un passato in cui si sognava tutt'altra rivoluzione, e quello intellettuale.

Per cambiare gli italiani il regime fece leva pure – più inconsciamente che consapevolmente, perché anche i fascisti erano italiani - sulle loro debolezze ataviche, sulla loro religiosità intrisa di elementi paganeggianti, sulla scarsissima educazione alla democrazia, sull'inclinazione alla procrastinazione e all'attesa del soprannaturale, sul bisogno - inalterato nel corso dei secoli - di delegare il proprio destino a un principe.

Era un popolo che si atteggiava a duro e forte mantenendo tutte le debolezze di un carattere formato nei secoli: l'esibita fede religiosa scarsamente applicata, la doppia morale, l'ipocrisia di fondo, l'essere debole con i forti e forte con i deboli, l'apparire e il non essere.

Anche per questo gli italiani si fusero entusiasticamente con un regime cui somigliavano. In genere, però, quale popolo opportunista, facevano mostra di ortodossia ma accettavano del regime quanto piaceva loro e rifiutavano intimamente le spinte a una trasformazione reale della società.

Com'è ovvio, pretendere di cambiare un popolo nel giro di pochi anni - con un modello più idealizzato che reale e un rituale di potenza che strideva con la realtà del Paese - conduceva molto spesso al ridicolo: ma nessuna religione ha paura del ridicolo anzi, più i suoi riti sono assurdi, irrazionali, risibili, più esercita suggestione, quindi potere, sui fedeli. (…)

Italiani e fascismo procedettero felicemente solidali finché il regime si limitò a chiedere ai fedeli prima di tutto un'adesione formale ed esteriore, non essendo alla portata di ciascuno una fede intensa e praticata nell'intimo.

Materialmente stroncato dalle sconfitte militari, il fascismo perse la sua vera guerra non riuscendo a rendere «religiose» le masse borghesi che lo appoggiavano ma che non erano disposte a condividerne fino in fondo il misticismo rivoluzionario fatto di fede cieca e assoluta in se stesso e di spirito guerriero: tanto più quando il regime si volse proprio contro lo «spirito · borghese», inteso come spirito «di soddisfazione e di adattamento, tendenza allo scetticismo, al compromesso, alla vita comoda, al carrierismo. >>

GIORDANO BRUNO GUERRI

mercoledì 18 aprile 2018

Il mito del Risorgimento

Torno a parlare del "mito" del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, con le sue luci e le sue ombre, attraverso gli occhi disincantati di un eccellente storico-saggista come Giordano Bruno Guerri (dal libro “Il sangue del Sud”). Lumen  


<< Ciò che accadde nel 1861 realizzava il sogno secolare di poeti, politici e intellettuali. L'Italia «una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor», invocata da Alessandro Manzoni, non era più un'astrazione. (…)
 
Realizzata dalla classe dirigente piemontese grazie soprattutto all'abilità diplomatica di Cavour e al temperamento incendiario di Garibaldi, l'Unità integrava davvero identità, culture, tradizioni, persino lingue diverse? Oppure si raggiungeva soltanto l'unità politica?
 
«Si è fatta l'Italia, ma non si fanno gli Italiani», recitava la celebre sentenza di Massimo d'Azeglio, con retorica sufficiente a velare un'intenzione che non c'era - almeno non in tutta la classe dirigente - e non ci sarebbe stata. (…)
 
[Si tratta] di una classe dirigente a cui dobbiamo riconoscere i meriti storici di avere realizzato un processo unitario non più rinviabile. Allo stesso tempo, i padri della patria devono essere giudicati anche sui piedistalli dove, intangibili, li ha collocati la retorica di un Risorgimento popolato solo da piccole vedette lombarde, tamburini sardi e giganti del patriottismo. (…)
 
Il primo guasto del Risorgimento nasce dal distacco tra la classe dirigente e quello che oggi chiameremmo il «paese reale», ovvero il popolo. La moltitudine degli italiani era indifferente all'Italia e chiedeva soltanto un'esistenza più umana. Le esigenze, le aspirazioni dei poveri e quelle degli idealisti non avevano niente in comune.
 
I moti della prima metà dell'Ottocento non furono - a differenza di quelli francesi - il frutto dell'incontro di un'élite con il popolo. La gente chiedeva pane, mentre gli intellettuali volevano la Costituzione, ritenuta un balsamo per ogni male. Invece occorreva prima risolvere il problema del «popolo italiano».
 
Era l'idea fissa di Giuseppe Mazzini, che proprio per questo, a cose fatte, sarebbe diventato l'«apostolo» del Risorgimento. I tentativi precedenti erano falliti – Mazzini era categorico - per colpa delle aristocrazie intellettuali, che non avevano coinvolto gli italiani, aspettando dall'estero il segnale della rivolta. La rivoluzione doveva invece nascere dal popolo, agognato protagonista della storia nazionale.
 
Mazzini, inoltre, opponeva la soluzione di un unico Stato, dalle Alpi alla Sicilia, al federalismo di Melchiorre Gioia e di Carlo Cattaneo, che tenevano conto della storica divisione degli italiani.
 
Gli intellettuali erano pronti a battersi per l'indipendenza e l'unità, senza capire che, al Nord come al Sud, l'unico elemento comune era la povertà. Sul popolo non si poteva contare finché non si fosse affrontato il nodo della miseria e dell'arretratezza. Per dirla con un'espressione oggi abusata, ci si doveva occupare della «questione sociale».
 
Neppure i più progressisti, rivoluzionari e repubblicani, vollero accorgersi che il popolo era affamato. Mazzini, per esempio, viveva all'estero grazie alla filantropica cortesia di aristocratici e mecenati, per lui era facile parlare del popolo: lo conosceva pochissimo e conosceva ancora meno i suoi problemi.
 
Proprio Mazzini commetteva un errore forse più grave illudendosi che la «questione sociale» si sarebbe risolta, presto e bene, una volta liquidata la «questione nazionale». La nazione non era, come gli sembrava, un rimedio miracoloso che avrebbe reso più sopportabili sofferenze e privazioni.
 
Un altro motivo, non meno importante, gli impedì di conquistare consensi e risultati: la sua visione laica dello Stato, la sua aperta opposizione al potere temporale del papa.
 
Per la maggior parte degli italiani era un tabù: potevano immaginare un'Italia libera dagli stranieri, potevano spingersi anche a pensarla unita, ma non avrebbero mai potuto immaginarla orfana del potere del papa.
 
Era un'idea che ripugnava al popolo, alla sua psicologia e al suo narcisismo: perché, nel bene come nel male, la presenza sulla Penisola del papa - e del suo potere - aveva sempre reso gli italiani diversi dagli altri, unici nel mondo intero.
 
Dopo i primi eccessi antireligiosi, la Rivoluzione francese aveva posto le basi dei moderni rapporti fra Stato e Chiesa, ovvero la libertà di culto. In Francia e nei Paesi conquistati furono però presi pure provvedimenti radicali, come la possibilità per i sacerdoti di sposarsi, la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, il divorzio e il diritto di scelta, da parte dei fedeli, di parroci e vescovi.

La Chiesa rigettò in blocco le novità, sostenuta dalla maggioranza degli italiani: l'unica speranza del popolo era il premio che avrebbe avuto dopo la morte.

Quando, nel 1796, il ministro degli Esteri francese chiese ai suoi inviati nella Penisola un parere sulla possibilità di creare una repubblica italiana, gli venne risposto unanimemente che «gli italiani non erano maturi per la libertà, perché corrotti dalla superstizione religiosa e dalla servitù politica». >>

 GIORDANO BRUNO GUERRI

mercoledì 29 novembre 2017

L’elmo di Scipio

L’Italia unita, come noto, nacque da una serie di guerre e di battaglie (le famose guerre d’indipendenza), ma le virtù belliche degli italiani erano e rimanevano molto modeste. Ce ne parla lo storico Giordano Bruno Guerri, in questo breve passo tratto da un suo libro. Lumen


<< Il nuovo Regno d'Italia usciva dalle tre guerre d' indipendenza (nelle quali morirono «appena» 6000 uomini) con una totale mancanza di prestigio militare. I comandanti si erano rivelati divisi e incompetenti, le truppe indisciplinate e poco sensibili ai grandi appelli del patriottismo. Non era una novità.

Gli italiani avevano avuto la loro prima coscrizione obbligatoria sotto Napoleone, e non l'avevano presa bene: le diserzioni, gli imboscamenti, le richieste di esonero per i più svariati motivi erano stati moltissimi, e non si trattava solo di scarso entusiasmo per l'esercito straniero. Fino ad allora solo nel Regno di Napoli e in quello di Piemonte c'era una tradizione marziale e gli italiani non amavano il servizio militare, inteso appunto come servizio allo Stato, entità misteriosa ed estranea.
 
Di questo atteggiamento si videro gli effetti durante il Risorgimento e dopo, nelle tragiche battaglie coloniali di fine secolo e nella guerra di Libia del 1911 : «Ho sempre dovuto falsificare i bollettini degli scontri in Libia», confidò privatamente Giolitti, «per non dimostrare che si vinceva solo quando si era in dieci contro uno». Giolitti disse anche che «per due generazioni nelle famiglie italiane non si sono avviati alla carriera militate che i ragazzi di cui non si sapeva che cosa fare, i discoli e i deficienti».
 
Era in gran parte vero: per la borghesia e la nobiltà l'esercito aveva sostituito la Chiesa come sistemazione sicura e prestigiosa, ma non impegnativa. Gli ufficiali tendevano a considerare la vita militare una elegante sinecura o al più un servizio da svolgere burocraticamente, senza passione, come molti sacerdoti fino a tutto il Settecento.
 
Un altro grave problema era il disprezzo reciproco fra gli alti gradi militari e il mondo politico, che si vantavano di non sapere niente l'uno dell'altro, per «non contaminarsi». La prima guerra mondiale fece risaltare questa tragica divisione, e l'altra ancora più grave tra ufficiali e popolo.
 
Chiamati per la prima volta alla leva di massa e a un grande sforzo collettivo, gli italiani mostrarono tutta la loro debolezza militare: alle deficienze organizzative e alla mancanza di armamenti moderni e di rifornimenti si aggiunse lo scarso entusiasmo dei soldati nel battersi per uno Stato che veniva identificato con «i padroni».
 
Gli episodi di valore individuale e collettivo (poi enfatizzati fino alla nausea nella storia patria) non mancarono mai, però gli italiani hanno confermato in ogni conflitto la loro antica fama di mediocrissimi guerrieri. L'italiano è negato per la guerra, e lo si potrebbe finalmente ammettere, oggi che un lungo periodo di pace e il progresso della ragione permettono di non considerare più le guerre come un esercizio ammirevole e virile.
 
Ma, curiosamente, il valore militare viene ancora considerato patrimonio prezioso dell'onore nazionale. Grava su di noi il giudizio, tante volte ripetuto nei secoli dagli stranieri, che gli italiani «non si battono», e se lo fanno non ne sono capaci. E se avessero ragione loro?
 
Non che gli italiani siano vili o deboli - per carità - o incapaci di sacrifici, tutt'altro. La guerra però richiede organizzazione, disciplina, solidarietà. Richiede anche ferocia, fede in un ideale di Stato, certezza cieca di avere ragione e genuina capacità di odio verso altri popoli: tutte caratteristiche - buone e cattive - che ci mancano.
 
Il fenomeno ha origini antiche, si potrebbe addirittura partire dall'editto con il quale Caracalla, nel 212 e.v., affidava ai barbari la difesa della penisola. E i barbari sottomisero l'Italia.
 
La successiva civiltà comunale, se sviluppò straordinari fenomeni di cultura ed economia, non era la più idonea a creare lo spirito cavalleresco dell'onore e del sacrificio tipico delle società feudali. Per combattere, umile lavoro da barbari, Comuni e Signorie arruolavano mercenari stranieri: tutto sommato, era meglio delegare ad altri la morte in battaglia.
 
Questo atteggiamento, di per sé lodevole, nasceva da una totale mancanza di senso della collettività e la aumentava. Già Machiavelli sosteneva che solo chi sa essere un buon soldato può essere anche un buon cittadino: oggi è più giusto dire che solo un buon cittadino può essere anche un buon soldato; ma il risultato non cambia.
 
Alla mancanza di senso dello Stato si aggiunse il particolare rapporto italiani-Chiesa. Non si può dire che la Chiesa non abbia mai menato le mani (anzi fu una delle sue attività prevalenti fra il IX e il XVI secolo), però anche il papato preferiva ricorrere all'appoggio di eserciti stranieri o di mercenari.

Nel Medioevo ci fu una diatriba interminabile per decidere se la Chiesa, portatrice evangelica di pace, potesse fare o approvare guerre. Si decise che c'erano guerre «giuste» e guerre «ingiuste». Erano guerre giuste quelle approvate dal papa, ingiuste tutte le altre. Per il resto il clero diffondeva gli insegnamenti del Vangelo: uccidere non è bene; meglio porgere l'altra guancia e perdonare.
 
Fu un'educazione alla mitezza costante e idealmente meritoria, ma poco pratica in secoli nei quali la fortuna dei cittadini e degli Stati si otteneva con le armi. Per la Chiesa tutte le guerre risorgimentali furono «ingiuste». Ne derivò la mancata partecipazione al Risorgimento di tanti cattolici, l'incertezza di altri. >>

 GIORDANO BRUNO GUERRI

mercoledì 11 ottobre 2017

Il Fascio e l’Altare – 2

Si conclude qui l’intervista virtuale con Giordano Bruno Guerri sui rapporti tra il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica (seconda parte). Lumen


LUMEN – Dunque, Mussolini nel maggio 1931 decise di sciogliere tutti i circoli giovanili religiosi, che non facevano parte dell'Opera Balilla. Come reagì la Chiesa ? 
GUERRI - Il papa rispose con straordinaria rapidità e decisione. Prima lamentò «irriverenze e calunnie, sopraffazioni e violenze», poi ricordò la sua «benevola attenzione agli ordinamenti sindacali e corporativi italiani»; infine, ai primi di luglio, pubblicò un' enciclica in italiano: “Non abbiamo bisogno”. Pio XI riconosceva i benefici ricevuti dal fascismo ma riaffermava che non avrebbe ceduto l'educazione dei giovani «a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana». Arrivò a proclamare che il giuramento di fedeltà al regime era in contrasto con la fedeltà alla Chiesa. La formula del giuramento infatti era: «Giuro di seguire senza discutere gli ordini del Duce e di difendere con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista».
 
LUMEN – Chi era soggetto a questo giuramento ? 
GUERRI - Doveva giurare chiunque avesse un lavoro statale, andasse a scuola, facesse parte di qualsiasi organizzazione. Pio XI, però, si rendeva conto che proibire ai cattolici il giuramento sarebbe stato come dichiarare guerra, per cui nella stessa enciclica precisò: «Conoscendo le difficoltà molteplici dell'ora presente e sapendo come tessera e giuramento sono per moltissimi condizione per la carriera, per il pane e per la vita, abbiamo cercato un mezzo che ridoni tranquillità alle coscienze riducendo al minimo possibile le difficoltà esteriori» .
 
LUMEN – E qual era questo mezzo? 
GUERRI - Lo stesso indicato ai cattolici decenni prima, nel caso venissero eletti in Parlamento: bisognava aggiungere al giuramento le espressioni «salve le leggi di Dio e della Chiesa», oppure «salvi i doveri di buon cristiano». Stavolta però la formula non doveva essere pronunciata ad alta voce ma «davanti a Dio ed alla propria coscienza».
 
LUMEN - Era l'ennesimo compromesso che la Chiesa offriva agli italiani, già così disponibili alla doppia morale. 
GUERRI - L'enciclica condannava il totalitarismo, ma solo quando e in quanto nuoceva agli interessi cattolici. E si concludeva con parole più che concilianti: Noi non abbiamo voluto condannare il partito e il regime come tale. Abbiamo inteso segnalare e condannare quanto nel programma e nell'azione di essi abbiamo veduto e constatato contrario alla dottrina ed alla pratica cattolica e quindi inconciliabile col nome e con la professione di cattolici. Crediamo poi di avere contemporaneamente fatto buona opera al partito stesso e al regime. Perché quale interesse ed utilità possono essi avere, mantenendo in programma, in un paese cattolico come l'Italia, idee, massime e pratiche inconciliabili con la coscienza cattolica?
 
LUMEN – Anche questa, era un’affermazione che Mussolini non poteva sopportare: il «suo» italiano doveva essere prima di tutto un buon fascista. 
GUERRI - Ancora una volta si arrivò ad un compromesso equivoco, che alla lunga avrebbe danneggiato sia il fascismo sia il cattolicesimo, per non dire degli italiani e dei credenti: gli ex popolari e gli antifascisti non avrebbero avuto posti direttivi nell'Azione cattolica; le varie organizzazioni sarebbero state decentrate e messe alla dipendenza dei vescovi in ogni diocesi, perdendo così unità; la bandiera dell'Azione cattolica sarebbe stata il tricolore. E da allora Pio Xl non fece più cenno alla questione del giuramento.
 
LUMEN – Una piccola vittoria per il regime. 
GUERRI - In apparenza Mussolini aveva vinto. E aveva avuto anche la prova che la maggioranza dei cattolici non era disposta a seguire in tutto e per tutto, anche politicamente, le indicazioni del papa. Anzi, come risultò dai rapporti dei prefetti, gran parte dei credenti fascisti non avevano accolto con favore l'enciclica: pensavano che la Chiesa godesse comunque di grandi vantaggi.
 
LUMEN – Quindi una vittoria di facciata. 
GUERRI – Direi di sì. Il duce potè certamente cantare vittoria, ma in prospettiva storica aveva perso, in quanto non riuscì mai a controllare l'Azione cattolica, nonostante il decentramento formale. L'importante per il Vaticano era mantenere la sua condizione di privilegio nella società ed essere l'unica possibile alternativa al regime: la Chiesa, che è paziente, poteva prestare una o due generazioni di italiani al fascismo, pur di controllare quelle successive. La sfida veniva rinviata nei tempi lunghi, e il regime era fatalmente destinato a perdere.
 
LUMEN – Nei tempi lunghi la Chiesa è insuperabile. 
GUERRI – Comunque, la pace venne suggellata l'11 febbraio 1932 in una cerimonia dove il papa insignì Mussolini dello Speron d'oro, la massima onorificenza civile dello Stato pontificio. Da quella data Chiesa e fascismo proseguirono felicemente solidali per tutti gli anni della pienezza del regime: parroci, vescovi, cardinali benedirono sia l'aggressione all'Etiopia sia l'intervento nella guerra di Spagna.
 
LUMEN – Ma nuovi contrasti erano alle porte. 
GUERRI – Una nuova crisi ci fu nel 1937-38 per svariati motivi: di nuovo l'Azione cattolica, che il papa aveva fatto rientrare sotto il controllo centrale del Vaticano, le leggi razziali e l'alleanza con la Germania nazista. Hitler era formalmente cattolico e andava fiero di esserlo perché - diceva – conoscendo il nemico non avrebbe ripetuto gli errori di Bismarck nel combatterlo, ovvero non sarebbe sceso a compromessi, come aveva fatto anche Mussolini. Il Vaticano aveva sperato a lungo in una specie di barriera contrapposta al nazismo e costituita da Portogallo, Spagna, Italia, Austria e Ungheria, tutti paesi cattolici e tutti controllati da dittature di destra. L'annessione alla Germania della cattolicissima Austria e la promulgazione delle leggi razziali in Italia fecero svanire la prospettiva e decisero il papa a sfidare nuovamente il regime.
 
LUMEN – Come reagì la Chiesa di fronte al problema razziale ? 
GUERRI - Anche rispetto al razzismo, la Chiesa si batté in difesa delle proprie prerogative e non per la libertà e la dignità di tutti: il motivo del contendere fu infatti un articolo delle leggi razziali che annullava la validità dei matrimoni religiosi fra ebrei convertiti e cattolici. Per la Chiesa quei matrimoni erano validi e ottenne che venissero riconosciuti. In sostanza la differenza era che la Chiesa voleva discriminare gli ebrei per la loro religione e il fascismo per la loro razza. Come afferma Renzo De Felice nel suo saggio sulla Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Pio XI «avallò, se non nel diritto certo nelle coscienze di molti cattolici, il principio della persecuzione degli ebrei».
 
LUMEN – Il fascismo, quindi, non venne ostacolato su questo punto. 
GUERRI - A Mussolini sembrò ancora una volta di avere vinto, ma non fu così. Durante la Seconda guerra mondiale gli italiani guardarono al nuovo papa, Pio XII, come all'unico uomo di pace. Si notò subito che venivano bombardate tutte le città tranne Roma, perché c'era il papa.
 
LUMEN – Una differenza di grande importanza. 
GUERRI - Questo accrebbe immensamente la speranza nella Chiesa. Alla vigilia di Natale del 1942 il pontefice lanciò un «radiomessaggio». Mussolini, ascoltandolo, disse a Galeazzo Ciano che «Il Vicario di Dio - cioè il rappresentante in terra del regolatore dell'universo - non dovrebbe mai parlare: dovrebbe restarsene fra le nuvole. Questo è un discorso di luoghi comuni che potrebbe agevolmente essere fatto anche dal Parroco di Predappio». Il duce era accecato dalle sconfitte militari, perché altrimenti si sarebbe accorto che il discorso del «parroco di Predappio» era il richiamo a raccolta di quelli che sarebbero diventati gli elettori della Democrazia cristiana: «Non lamento, ma l'azione è precetto dell'ora, non lamento su ciò che è o fu, ma ricostruzione di ciò che sorgerà: Dio lo vuole! ». Come gli antichi crociati.
 
LUMEN – Quali furono le conseguenze di questo discorso ? 
GUERRI - Il papa trovò orecchie attente: peggio si mettevano le cose e più la religiosità degli italiani aumentava. Le chiese erano piene e l'Azione cattolica fece un balzo straordinario raggiungendo 2 milioni e mezzo di «ascritti» nell'agosto del 1943. Un dato da non credersi, tanto la Chiesa si era compromessa con il fascismo. Ma proprio grazie a quel compromesso aveva mantenuto, organizzato e moltiplicato le sue forze, mentre i partiti antifascisti erano sbaragliati e ignoti.
 
LUMEN – Vennero quindi poste le basi per la futura Democrazia Cristiana, che dominò la politica italiana del dopoguerra. 
GUERRI – D’altra parte, erano anni che De Gasperi, rifugiato in Vaticano, stava progettando il nuovo partito cattolico.
 
LUMEN – La Chiesa, quindi, aveva vinto ancora. 
GUERRI – Esattamente. Non era riuscita a impedire la nascita di uno Stato italiano ma in pochi decenni l'aveva trasformato in uno Stato guelfo. E una responsabilità che non viene contestata quasi mai a Mussolini, fra le tante che gli si addebitano, ma che gli spetta in pieno.

mercoledì 4 ottobre 2017

Il Fascio e l'Altare - 1

Vittima di questa intervista virtuale (divisa in due parti) è l’eccellente storico e saggista Giordano Bruno Guerri, con cui parleremo dei rapporti, spesso difficili ma sempre molto stretti, tra il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica (le risposte di GBG sono tratte dal suo libro: “Fascisti”). Lumen


LUMEN – Dottor Guerri, anzitutto benvenuto. 
GUERRI – Grazie.
 
LUMEN - Come possiamo spiegare la lunga e fattiva collaborazione tra due istituzioni così diverse come il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica ? 
GUERRI - La solidarietà Fascismo-Vaticano non deve stupire troppo, anche se, in effetti, Mussolini e il fascismo originario erano anti-cattolici e anti-clericali perché consideravano se stessi una religione.
 
LUMEN – Appunto. 
GUERRI - La Chiesa però aveva in comune con il fascismo tutti i nemici: la democrazia, il liberalismo, il comunismo, la massoneria. Con il fascismo condivideva inoltre il bisogno di ordine, di disciplina, di autorità, di gerarchia, il sostanziale disprezzo e pessimismo sull' uomo come essere sociale, sempre da guidare, da correggere, da costringere e da limitare, la sfiducia quindi per ogni forma di discussione e di ricerca, per ogni atteggiamento che non fosse di obbedienza e di sottomissione. Il modello autoritario e misticheggiante voluto da Mussolini per il fascismo corrispondeva a quello della Chiesa e sembrava il più idoneo a riportare l'Italia a una restaurazione pre-rivoluzione francese. Gli scontri sui problemi specifici erano inevitabili ed in effetti si verificarono, ma in sostanza la Chiesa ed il regime si sfruttarono e si rafforzarono a vicenda.
 
LUMEN – L’evento culminante fu, senza dubbio, il Concordato del 1929. 
GUERRI - La mossa costituì un enorme vantaggio per il Vaticano e un trionfo per Mussolini, determinante nel successivo consenso degli anni Trenta. II lavoro preparatorio, però, fu lungo e complesso. Già nel 1926 Rocco aveva preparato una riforma della legislazione ecclesiastica nel senso più favorevole alla Chiesa. Il progetto venne inviato, con una procedura insolita, a tutti gli alti prelati: 10 cardinali e 127 vescovi risposero dichiarando piena soddisfazione e gratitudine. Ciò nonostante e benché nella commissione di studio ci fossero 3 monsignori in qualità di «consiglieri tecnici», il papa non accettò le leggi «unilateralmente stabilite» dallo Stato: voleva di più, un vero e proprio accordo che dopo settant'anni rimettesse la Chiesa al centro della vita italiana, per instaurare “omnia in Christo”.
 
LUMEN – Come venne superata la questione ? 
GUERRI - Mussolini accontentò il pontefice. Le principali richieste della Chiesa erano l'assoluta sovranità dello Stato pontificio e, problema più delicato, l'abrogazione delle «Guarentigie», la legge che dal 1871 regolava i rapporti tra Stato e Chiesa e della quale tutti i governi precedenti, di destra e di sinistra, erano andati fieri come attuazione perfetta del principio «libera Chiesa in libero Stato» : ma che non era mai stata riconosciuta dal Vaticano.
 
LUMEN – Ci furono però dei problemi. 
GUERRI - Il problema più grave sorse nel 1928, quando un decreto legge impose che le organizzazioni giovanili di qualunque tipo, ovvero anche quelle dell'Azione cattolica, facessero capo all'Opera nazionale balilla. La reazione di Pio XI fu decisissima: interruppe le trattative e fece sapere a Mussolini di considerare la questione del giovani più importante di tutte le altre. Il duce si irritò ma dovette limitare il decreto solo ai 28.000 boy scout (sugli oltre 200.000 membri giovanili dell'Azione cattolica) in quanto organizzazione di tipo semi-militare. Non poteva permettersi, né lo potrà mai, uno scontro frontale con il papa. La Chiesa aveva dunque vinto, ma aveva preferito difendere la propria libertà, invece della libertà.
 
LUMEN – Qual era il contenuto complessivo degli accordi ? 
GUERRI - I Patti vennero firmati l'11 febbraio 1929 nel palazzo del Laterano: era una serie di accordi che comprendeva un trattato per chiudere il problema del riconoscimento fra Stato italiano e Stato del Vaticano (la «questione romana»), la relativa convenzione finanziaria e il Concordato vero e proprio. Il trattato era formato da 27 articoli e il primo dichiarava la religione cattolica come religione di Stato. L'Italia riconosceva l'esistenza e la totale indipendenza dello Stato pontificio, che a sua volta riconosceva il Regno d'Italia con Roma capitale. I cardinali erano equiparati ai «prìncipi del sangue» e le offese fatte al papa sarebbero state punite come quelle fatte al re. C'erano poi una serie di benefici e garanzie.
 
LUMEN – Una concessione che non poteva mancare. 
GUERRI - I 45 articoli del Concordato regolavano i nuovi rapporti tra Stato e Chiesa: agli ecclesiastici erano garantiti vantaggi giuridici, economici, penali, militari, civili; il placet e l'exequatur (ovvero l'assenso dello Stato agli atti dell'autorità ecclesiastica nazionale, il primo, e a quelli della Santa Sede, il secondo) venivano aboliti ma in compenso i vescovi avrebbero dovuto giurare «di rispettare e far rispettare dal clero il re ed il governo»; il matrimonio religioso assumeva valore civile e l'insegnamento della religione veniva reso obbligatorio nonché considerato «fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica» nelle scuole elementari e medie. In conclusione, il fascismo ribaltava tutta la legislazione liberale e riconosceva alla Chiesa un potere sulle vite dei cittadini.
 
LUMEN – E per gli aspetti più specificamente economici ? 
GUERRI - In passato il Vaticano non aveva mai voluto incassare gli oltre 3 milioni l'anno previsti dalla legge delle Guarentigie. Adesso però chiedeva al regime fascista tutti gli arretrati, con gli interessi, per l'esorbitante cifra di oltre 3 miliardi di lire. Alla fine la trattativa venne chiusa con un miliardo in titoli al portatore e 750 milioni in contanti ma lo Stato dovette concedere una serie di vantaggi fiscali che alla lunga si riveleranno ben più onerosi. Per farsi un'idea della cifra basta considerare che i depositi raccolti in tutte le 2.500 banche e casse rurali cattoliche ammontavano a circa un miliardo.
 
LUMEN – La Chiesa, pertanto, ne ricavò una notevole forza finanziaria. 
GUERRI – In effetti la convenzione consentì alla Chiesa di potenziare ed estendere il suo apparato di intervento economico nella società italiana e anche a livello internazionale, mantenendosi su di un piano non secondario nel sistema finanziario italiano. Il Vaticano era ormai uno dei principali creditori dello Stato, in grado di condizionarlo anche economicamente: nel dopoguerra non esiterà a fare pesare questo potere per favorire la vittoria della Democrazia cristiana. Non stupisce che il papa abbia definito Mussolini l'uomo «che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare» .
 
LUMEN – Il tornaconto però fu notevole anche per Mussolini. 
GUERRI - Anche il duce ottenne un vantaggio enorme dal pontefice: veniva investito di un alone sacro, messianico e sovrannaturale, benedetto dalla Chiesa, e si presentava al mondo come statista capace di risolvere problemi insolubili per i suoi predecessori. Il Concordato sancì il passaggio dal culto del fascismo al culto di Mussolini. Il duce in realtà mirava a soppiantare la religione tradizionale con il nuovo culto laico: «Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola» (1931) . Gli scontri di quell'anno fra regime e Chiesa indicano quale fosse la vera posta in gioco del braccio di ferro: il controllo della vita del cittadino dalla nascita alla morte.
 
LUMEN – Uno scontro inevitabile. 
GUERRI - Mussolini non aveva affatto rinunciato ad avere il monopolio delle organizzazioni giovanili (fra l'altro, anche per effetto del Concordato, i giovani dell'Azione cattolica erano passati da 206.000 a 246.000) e il papa non aveva alcuna intenzione di cedere su questo punto. Il duce avviò dunque una campagna di stampa contro l'Azione cattolica. Alcuni giornali fascisti scrissero che era strutturata come un partito, con tessere, bandiere, distintivi, relazioni internazionali e «spirito di opposizione al Regime».
 
LUMEN – E il Papa, come reagì ? 
GUERRI - Quando le accuse vennero confermate dal segretario del partito, Giovanni Giuriati, Pio XI gli rispose personalmente; il papa negò gli addebiti, lamentò che il fascismo esponesse la gioventù a «ispirazioni d'odio e di irriverenza» e li costringesse a troppe attività fisiche e di partito che rendevano «quasi impossibile la pratica dei doveri religiosi». Non mancò di rinfacciare al regime i «pubblici concorsi di atletismo femminile, dei quali anche il paganesimo mostrò di sentire le sconvenienze e i pericoli». Pio XI concludeva: «Il fascismo si dice e vuoi essere cattolico: orbene, per essere cattolici non di solo nome ma di fatto, per essere cattolici veri e buoni, e non cattolici di falso nome, non c'è che un mezzo, uno solo, ma indispensabile e insurrogabile: ubbidire alla Chiesa e al Suo Capo e sentire con la Chiesa e col suo Capo».
 
LUMEN – Una affermazione che il duce non poteva certo accettare. 
GUERRI – Infatti per Mussolini era troppo. E quindi il 29 maggio 1931, con un telegramma ai prefetti, sciolse la FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) e tutti i circoli giovanili che non facessero parte dell'Opera nazionale balilla.
 
(continua)