giovedì 25 giugno 2026

Psicologia della Violenza

Questo post è dedicato agli aspetti psicologici e giuridici della violenza sociale, che tanta parte ha nella nostra vita di cittadini, anche solo per via indiretta, come spettatori dei fatti di cronaca.
Non per nulla una delle caratteristiche fondamentali dello Stato moderno è proprio il monopolio legale della violenza, che ci consente di limitare il suo impatto sociale.
Ne ho discusso con Copilot, che è stato chiaro ed esauriente come sempre, e poi gli ho chiesto, tanto per provare qualcosa di nuovo, di impostare il testo come se fosse la breve relazione di un avvocato penalista che deve tenere un discorso in pubblico.
Il risultato mi è sembrato eccellente, e quindi ho deciso di riportarlo tale e quale qui nel blog. Buona lettura.
LUMEN


Buonasera a tutti.
Quando mi hanno chiesto di parlare della violenza, ho pensato che fosse un tema troppo grande.
Poi mi sono ricordato che, in fondo, nel mio lavoro non faccio altro che incontrare persone che la violenza l’hanno subita, l’hanno vista, o l’hanno esercitata.
E allora ho deciso di parlarne nel modo più semplice possibile.
Perché la violenza non è un concetto astratto. È una cosa che accade tra le persone. E per capirla bisogna partire da lì.

1. La violenza strumentale
La prima forma è quella che potremmo chiamare strumentale.
È la violenza che serve a ottenere qualcosa. Non nasce da un’emozione. Nasce da un calcolo.
È la violenza del rapinatore che colpisce per farsi consegnare l’incasso. Del mafioso che minaccia per ottenere obbedienza. Del marito che usa la forza per imporre un controllo.
È una violenza fredda, razionale. E proprio per questo è spesso la più difficile da contrastare. Perché chi la esercita non ha perso la testa. L’ha usata.
Nel processo, questo tipo di violenza si riconosce perché è coerente, lineare, funzionale. Non ci sono esplosioni improvvise, non ci sono errori emotivi. C’è un obiettivo, e c’è un mezzo per raggiungerlo.

2. La violenza impulsiva
La seconda forma è quella impulsiva, o reattiva.
È la violenza che esplode. Qui non c’è calcolo. C’è rabbia, frustrazione, paura, umiliazione.
È la lite degenerata. Il delitto passionale. La reazione sproporzionata a un’offesa.
È una violenza che nasce in un secondo e spesso si rimpiange per tutta la vita.
Nel mio lavoro, quando incontro questo tipo di violenza, vedo persone che non sanno spiegare cosa è successo.
Non perché mentono. Ma perché non lo sanno davvero. La violenza impulsiva è caotica. Lascia tracce, errori, contraddizioni.
E paradossalmente, proprio questi errori la rendono più comprensibile, più umana. Non giustificabile, certo. Ma comprensibile.

3. La violenza sadica
La terza forma è la più difficile da guardare in faccia.
È la violenza che non serve a niente. Se non a se stessa. È la violenza di chi trae piacere dal dolore altrui. È rara, per fortuna. Ma esiste.
È la violenza di alcuni serial killer. Di certi torturatori. Di chi umilia per sentirsi vivo.
Qui non c’è calcolo, e non c’è perdita di controllo. C’è un vuoto che si riempie con la sofferenza degli altri.
Nel processo, questa violenza si riconosce dal distacco. Dalla mancanza di emozione. Dalla teatralità, a volte. È la violenza che non so spiegare. E che non voglio spiegare.

Perché questa distinzione è importante
Perché capire che tipo di violenza abbiamo davanti significa capire che tipo di persona abbiamo davanti.
E nel mio lavoro — come nella vita — capire le persone è metà del lavoro.
La violenza strumentale parla di calcolo. Quella impulsiva parla di emozione. Quella sadica parla di personalità.
Sono tre mondi diversi. E richiedono risposte diverse.

E cosa c’entra tutto questo con gli interrogatori?
C’entra moltissimo. Perché un interrogatorio non serve a far confessare. Serve a capire. E per capire bisogna ascoltare. Non schiacciare.
Un interrogatorio condotto con calma, con domande aperte, senza pressione — quello che in alcuni Paesi chiamano modello non accusatorio — permette di vedere la persona per quello che è.
La violenza strumentale produce risposte fredde. Quella impulsiva produce emozioni, incoerenze, rimorsi. Quella sadica produce distacco.
Se invece l’interrogatorio diventa un duello, una prova di forza, una gara di nervi…
allora non capiamo più niente. E rischiamo di confondere l’ansia dell’innocente con la menzogna del colpevole. Succede più spesso di quanto pensiate.

Conclusione
La violenza non è un gesto. È una storia. E ogni storia ha un movente diverso.
Se non capiamo il movente, non capiamo il gesto. E se non capiamo il gesto, non capiamo la persona.
E senza capire la persona, la giustizia diventa un esercizio cieco. E la giustizia cieca non è giustizia.
Grazie.

COPILOT

giovedì 18 giugno 2026

Appunti di Demografia - (3)

Tutti i brani sono tratti dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO.
LUMEN


POPOLAZIONE ITALIANA
Leggo (fonte ISTAT) che, grazie ai migranti, la popolazione italiana rimane stabile (per numero); mi rallegro, ma penso che l'obiettivo, come spesso accade, non sia (e non debba essere) solo la quantita`, ma anche la qualita`.
Non ho nulla di pregiudiziale contro i migranti (...), ma cio` che e` problematico (in particolar modo per cio` che riguarda vivibilita` e ordine pubblico) e` la componente qualitativa di questo "contributo"; e sia ben chiaro, molto spesso questo e` un reale contributo positivo alla societa` italiana, ma altrettanto molto spesso non lo e` proprio.
Il criterio economico e` importante, dalla forza lavoro alla base contributiva; ma il criterio economico troppo spesso guarda solo agli interessi "del capitale" per il quale la popolazione (come "massa") e` considerata solo come forza lavoro (a basso costo) e mercato di consumatori (che comprando remunerano il capitale investito).
Per la popolazione italiana, probabilmente, il criterio non e` solo economico, ma anche culturale, inteso nel senso piu` ampio del termine: lingua, tradizioni, cultura, religione, costumi, abitudini, comportamenti, valori...
E senza voler generalizzare (...) rimangono le statistiche (da cui le probabilita`) che riguardo l'ordine pubblico e la sicurezza sono molto chiare. (...)
Quando il problema si incancrenisce ci si deve poi confrontare con "Stati informali" (diaspore) dentro lo Stato, che vivono seguendo "leggi informali" (non sempre coerenti con quelle dello Stato), che rispondono (e ubbidiscono) a "capi informali" (e non a quelli istituzionali), e che quando saranno abbastanza forti (sia come numero, che come determinazione) sapranno difendere i "confini" dei loro Territori, dover nemmeno la polizia potra` entrare.
Cose gia` viste altrove e che si sta gia` sperimentando.
I Governi che esplicano la loro funzione nell'interesse "del capitale", di questo se ne fregano (sono pagati "dal capitale") e hanno sposato la causa del "dividi et impera" dove lotte fratricide, conflitti "fra classi", conflitti etnici garantiscono al "potere" immunita` e longevita`. (...)
Il problema non e` l'immigrazione in se`, ma l'assenza di una sua programmazione e regolazione con le necessarie deterrenze per la sua attuazione.
Promuovere il bene senza sanzionare il male non funziona: i divieti di sosta, senza un vigile che mette le multe e un sistema di riscossione forzata di quelle, non funzionano.
LORIS ZECCHINATO


ISLAM ED EUROPA
L’anti-islamismo della destra confonde intenzionalmente il problema (reale) di flussi migratori fuori controllo con il problema (fittizio) dell’islamizzazione dell’Occidente. Come se le rivolte delle banlieue o gli attentati dell’ISIS fossero momenti di un “processo di islamizzazione”.
Questo, tuttavia, non significa che l’Europa non possa ad un certo punto “islamizzarsi”.
Premesso che esistono innumerevoli varietà di Islam e che quindi ogni discorso di “islamizzazione”, senza precisazioni, mette insieme cose letteralmente incommensurabili, tuttavia non è affatto escluso che l’Europa ad un certo punto possa “islamizzarsi”.
Se questo accadrà non sarà per un colpo di stato o l’imposizione della Sharia con un atto di forza, ma per la conversione volontaria degli europei: il raggiungimento di un’egemonia per vie interne.
L’Islam è oggi una religione in crescita perché rappresenta una prospettiva spirituale in un mondo, come quello dell’Europa neoliberale, che ha sistematicamente sradicato ogni dimensione spirituale.
Conta poco che l’Europa possa riallacciarsi di diritto a una ricchissima tradizione spirituale. Se questa rimane un gagliardetto da brandire in qualche cerimonia pubblica, con niente dietro, il suo destino è segnato.
La natura, inclusa la natura umana, aborrisce il vuoto. E il vuoto spirituale (le vicissitudini della decadenza dell’Impero romano lo mostrano bene) non viene mai tollerato a lungo.
ANDREA ZHOK


MINORANZE E PRIVILEGI
Tutelare le minoranze in pericolo è una cosa, tutelare le minoranze in quanto tali è già un tema su cui sarebbe da dibattere, dare totale potere a chiunque appartenga ad un'altra etnia o religione è una follia e il perché non ha a che fare con discorsi sulla superiorità di alcune etnie su altre: nessuno deve essere trattato in modo diverso dagli altri.
Se ad esempio [come in Inghilterra] dai ai Sikh la possibilità di girare con il Kirpan, che è un coltello rituale, e lo metti tra le "good reason" per superare il divieto stai creando la condizione per certe situazioni [pericolose].
Se un coltello non puoi portarlo, non deve farlo nessuno. Se il tuo credo prevede che devi per forza portare i 5 elementi rituali e tra questi c'è il Kirpan o ti adatti o vai a vivere in un posto dove questo è permesso. Lo stesso vale per il volto coperto, per la libertà di scelta delle donne, per i programmi scolastici e tutto il resto.
Integrazione è quando chi viene da fuori si adatta alla società che lo ospita, non il contrario. Questo vale per tutte le etnie. (...)
Sono anni che cerco di dirlo: più tiri l'elastico e più il rimbalzo è forte. Ci sono millenni di storia che raccontano questa semplice dinamica sociologica: la reazione c'è sempre e spesso è peggio dell'azione.
Esacerbare per un ventennio i temi dell'inclusione portando persino a varare leggi e regole speciali (come il Communications Act inglese del 2003) crea un a situazione per cui al punto di rottura viene giù una valanga. Tanto più se nel frattempo getti l'intero continente in una situazione di precarietà economica, di austerità, di inflazione pazza, di incertezza e povertà.
VALERIO SAVAIANO

giovedì 11 giugno 2026

Analisi Marxista

Il post di oggi riporta un interessante articolo di Andrea Zhok (tratto dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO) sulla efficacia del pensiero marxista nella interpretazione degli eventi sociali e politici. A seguire, troverete alcune brevi considerazioni del sottoscritto,
LUMEN


<< Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell'interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”. Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macro-meccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma in verità ciascuno di noi, con rarissime eccezioni) non è mosso intenzionalmente da quelle leve: non vuole “fare sempre più soldi”, non vuole “ottenere margini crescenti”, non è quello che lo anima e muove.

Questo fatto è da sempre un ostacolo ad una piena comprensione di quel modello esplicativo, a quasi due secoli dalle sue prime formulazioni. Se guardiamo ai movimenti nazionali ed internazionali che conducono alla Prima Guerra Mondiale vediamo in modo trasparente come il conflitto appaia come orizzonte fatale di una competizione economica illimitata e necessariamente espansiva, che prima esaurisce la proprie risorse interne, poi si riversa nell’avventura coloniale (prima globalizzazione), infine passa alle vie di fatto, trasformando la competizione economica in guerra guerreggiata.

Tuttavia, per quanto un’analisi a posteriori mostri quei processi con chiarezza (...), la stragrande maggioranza delle persone alle soglie della Prima Guerra Mondiale (inclusi eminenti membri delle classi dirigenti) interpretavano quelle circostanze come “ricerca dello spazio vitale”, come “autodifesa nazionale”, come “orgoglio patriottico”, come “protezione delle proprie famiglie dalla barbarie straniera”, ecc.
Non andavano in guerra per far piacere ai Rothschild, ma per ragioni umane del tutto comprensibili. L’amara saggezza della Cassandra marxiana sta nel fatto che, però, di fatto, stavano proprio facendo un piacere ai Rothschild, ai Krupp, non a sé stessi, non alla patria, non alle loro famiglie, ecc.

Oggi la situazione è simile, con in più una capacità manipolatoria del grande capitale ben più raffinata di un tempo. Anche oggi non bisogna pensare che tutti i “capitalisti” agiscano per “ragioni capitalistiche”. In verità ad agire così sono una minoranza. Il punto è che il “capitalismo” è tecnicamente una forma di produzione e riproduzione sociale molto semplice: è un sistema (un “algoritmo”) che ha un solo “target”, l’incremento medio progressivo delle capitalizzazioni, e dunque una sola direzione, la crescita infinita, l’espansione infinita.

Non conosce altre finalità, o meglio, le può cavalcare strumentalmente tutte, ma esse non rappresentano il punto di caduta reale. Dunque è un sistema sociale che genera automaticamente consumo illimitato delle risorse, espansionismo, imposizione universalistica dei propri paradigmi ovunque, e per ciò stesso, ciclicamente, crisi, conflitti, grandi distruzioni, che si limitano a ricaricare l’orologio della stessa dinamica cieca.

Il punto che voglio qui sottolineare, tuttavia, è che la struttura capitalistica, nel tempo, ha imparato a costruire anche una propria “ideologia”, che lentamente comincia a prendere una forma sempre più definita (...). Questa “ideologia” non è sorretta dalla cruda e astratta prospettiva del “fare sempre più soldi”, prospettiva arida e per lo più incapace di muovere anche gli squali della finanza. Questa ideologia ha alcuni capisaldi fondamentali, legati alle idee che nella tradizione filosofica hanno preso il nome di “nichilismo” e “volontà di potenza”.

L’ideologia del capitale è:
= NICHILISTA, nel senso della distruzione di ogni riferimento a valori naturali, tradizionali o storici;
= PROGRESSISTA, nel senso di concepire un “andare avanti” purchessia come coincidente con il “meglio”;
= TECNOCRATICA, nel senso di immaginare un mondo in cui la saggezza è definita come competenza nell’esercizio del potere tecnologico;
= TRANSUMANISTA, nel senso di concepire l’umanità come una materia prima liberamente malleabile per fini ulteriori e specificamente in vista di un “incremento di potenza”;
= MONOPOLISTICAMENTE UNIVERSALISTA, nel senso di supporre che possa e debba esistere soltanto una visione del mondo vera, da estendere a tutto il globo, espellendo ogni altra visione, per essenza “inferiore”.

I Musk, i Thiel, i Gates, i Soros, e molti altri meno famosi, si muovono tutti in questo orizzonte nichilista, progressista, tecnocratico, transumanista e universalista. Sarebbe sbagliato pensare che essi “mirino solo a fare sempre più soldi”. Ai loro occhi il capitale appare solo come uno strumento necessario, che in quanto necessario, naturalmente, non può venire in alcun modo compromesso. Ma essi si pensano “idealisti”.

Ciò che sfugge loro, come a milioni di altri che vorrebbero essere al loro posto, è che quella che ai loro occhi appare come “visione vera” è proprio semplicemente la traduzione in immagine dei funzionamenti del capitale.
= Il trionfo del capitale (denaro) è la sostituzione dei valori naturali e tradizionali con il valore di scambio (prezzo);
= Il processo del capitale è idealmente l’andare avanti in un accumulo indefinito (progresso);
= Il capitale è la più potente meta-tecnologia della storia: è il mezzo di tutti i mezzi, lo strumento che consente di governare tutti gli altri strumenti e tutti i beni;
= Il capitale è potenza di trasformazione infinita e illimitata: non ha una forma propria, ma si può trasformare in modo liquido in ogni cosa; e perciò sembra che possa mantenere valore anche se gli esseri umani scomparissero;
= Il capitale è una forma astratta, intrinsecamente universale. La visione del mondo del capitale sta alle visioni del mondo storiche ed antropologiche come i numeri stanno alle parole delle lingue umane: un linguaggio universale, trasversale, ma al contempo semanticamente vuoto.

Così, quando oggi vediamo il male del mondo concentrato nei Trump, nei Netanyahu, ricordiamoci che essi se ne andranno presto, (...) ma non se ne andrà la spinta fondamentale che sta dietro a loro (e a molti anche su posizioni politiche opposte). >>

ANDREA ZHOK


POSCRITTO
Condivido senza difficoltà la superiorità dell'approccio marxista nell'interpretazione degli eventi geo-politici, ma con una precisazione importante.
Gli intellettuali marxisti danno per scontato che tutti i mali del mondo siano connessi con la mentalità capitalista, che condizionerebbe negativamente sia l'economia che la politica, e si augurano quindi il suo superamento.
Non voglio difendere il capitalismo, ma occorre tenere presente che questo sistema è forte proprio grazie ai suoi difetti, cioè perchè è il più coerente con la natura umana. Non si tratta di una anomalia storica, ma della traduzione in termini socio-economici della spinta umana alla superiorità ed alla sopraffazione.
Inoltre i marxisti non si rendono conto che il capitalismo, se mai dovesse cadere, verrebbe sostituito da sistemi iper-ideologici, che risulterebbero, per la vita quotidiana dei popoli, molto più soffocanti e deprimenti.
LUMEN

giovedì 4 giugno 2026

Uomini e Donne - (5)

VISTO DA LEI
Gina Lombroso, figlia del noto antropologo Cesare Lombroso, è stata una divulgatrice scientifica e scrittrice, e si è occupata, tra le altre cose, della condizione della donna. 
Mentre la posizione del padre era ottusamente maschilista, quella della figlia era molto più aperta, senza però cadere negli stereotipi del femminismo moderno.
Ecco alcune brevi citazioni tratte dai suoi libri, il più famoso dei quali è senza dubbio “L'Anima della Donna” del 1920.
<< Inutile negarlo: la donna non è uguale all'uomo. >>
<< Esistono tra l'intelligenza della donna e quella dell'uomo differenze non di quantità, ma di qualità e di direzione; le quali riposano non su abitudini o tradizioni, ma sulla funzione massima a cui la donna è preposta, e che nessuna società potrà mai cambiare, la maternità. >>
<< La donna è altruista o meglio altero-centrista nel senso che fa centro del suo piacere, della sua ambizione, non in se stessa, ma in un'altra persona che essa ama e da cui vuole essere amata, il marito, i figli, il padre, l'amico, ecc. L'uomo [invece] è egoista o meglio ego-centrista: tende a far se stesso, i propri piaceri, le proprie attività centro del mondo in cui vive. >>
<< La leggenda dell'inferiorità della donna è nata al momento in cui si è creduta, come avviene oggi, superiore... Questo errore di giudizio è stato l'origine della leggenda che le donne superiori siano poco numerose, che quando esistono siano stelle di seconda grandezza, maschi mancati. >>
Quanta consapevolezza, e quanta saggezza, in queste parole.
LUMEN


FIGLI ED EGOISMO
In un recente post del suo blog Gaia Baracetti si chiede se NON FARE FIGLI sia un atto di egoismo oppure no.
A me sembra che quella dell'egoismo non sia la prospettiva giusta per esaminare questo problema.
Tutto quello che facciamo, in fondo, lo facciamo per noi stessi e quindi la scelta di avere figli è egoistica esattamente come quella di non averli.
La differenza dipende dal contesto e dalla nostra mentalità e quindi, semmai, si dovrebbe parlare di lungimiranza oppure no.
Nel senso che tutte le donne, alla fine dei conti, desiderano avere dei figli, ma alcune di esse si lasciano prendere da altri obiettivi (come per esempio la carriera) e rimandano.
Rimandano e rimandano, sino a che, poi, arriva il momento in cui non possono più averli ed allora rimpiangono amaramente quello che non è stato.
Per gli uomini è un po' diverso, ma per le donne, secondo me, il problema è proprio questo.
LUMEN


L'ALTRUISMO DELLE DONNE
Ma le donne sono delle generose altruiste o delle fredde calcolatrici ? Dipende.
Secondo me occorre distinguere due situazioni molto diverse tra loro: quando una donna è innamorata e quando non lo è (o perchè non lo è mai stata o perchè non lo è più).
Nel primo caso lei da veramente tutta se stessa, con grande generosità e vero altruismo. Nel secondo caso, invece, lei agisce principalmente per calcolo, e la sua generosità è solo apparente.
Quindi non bisogna generalizzare, nè in un senso, nè nell'altro.
LUMEN


ASPETTATIVE
Una delle differenze più importanti tra una società patriarcale ed una società ugualitaria è che nella prima ci sono donne felici e donne infelici, mentre nella seconda ci sono solo donne infelici.
Può sembrare una affermazione paradossale, visto il ruolo subordinato che le donne ricoprono del patriarcato, ma la differenza, secondo me, esiste e la causa risiede nelle aspettative.
Nel patriarcato la donna non decide della propria vita, ma dipende dalle decisioni altrui. Ne consegue che se non è stata troppo sfortunata nella scelta (altrui) del suo compagno, può accontentarsi della sua sorte ed essere moderatamente felice.
Nella società ugualitaria, invece, la scelta del compagno è fatta direttamente e liberamente dalla donna stessa. Ma siccome tutti gli uomini si riveleranano, prima o poi, inadeguati, la donna penserà di avere avere sbagliato partner, potrà dare la colpa solo a se stessa, e si sentirà infelice.
LUMEN


PICCOLO PARADOSSO
E' ben noto che i rapporti tra i due sessi sono molto complicati, e sull'argomento sono già state dette e scritte tantissime cose.
Molti aspetti, però, possono essere sintetizzati da questa semplice frase:
«Una donna innamorata è pronta a fare qualsiasi cosa per conquistare l'uomo che la renderà infelice.»
Da questo piccolo paradosso derivano quasi tutte le incomprensioni che tormentano un rapporto di coppia, e tutto il resto non è che una conseguenza.
LUMEN