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giovedì 27 novembre 2025

Eccezziunale veramente !

Prendo a prestito il titolo di un vecchio film goliardico con Diego Abatantuono per parlare invece di un argomento molto serio e scabroso, ovvero l'autoassoluzione che i popoli (praticamente tutti) concedono a se stessi quando commettono violenze ed atrocità, sulla base di un loro presunto 'eccezionalismo'.
Ce ne parla Uriel Fanelli in questo pezzo (tratto dal suo blog – LINK), che parte dall'attuale situazione socio-politica degli Stati Uniti, per allargarsi a considerazioni più generali.
LUMEN


<< Mentre in Europa lo si descrive con la solita etichetta preconfezionata — “divisivo” — Trump, in realtà, porta avanti un set di idee che hanno la funzione opposta: uniscono il paese sotto una sorta di comun denominatore che la stampa europea non riesce, o non vuole, ammettere. Alcuni americani militano nei repubblicani, altri militano nei democratici, ma TUTTI, o quasi, hanno le idee di Trump.

Prendiamo, per esempio, l’eccezionalismo americano. È quella convinzione infantile — ma rivestita da solenni discorsi e manuali di geopolitica — di essere, come popolo e come nazione, al di sopra del normale giudizio della storia, e perfino della morale. Una sorta di immunità diplomatica applicata alla coscienza.

Così, se le bombe al napalm sui villaggi sono cattive, quelle sganciate a stelle e strisce diventano improvvisamente buone. Se il genocidio è universalmente riprovevole, ma quello degli indiani d’America diventa una simpatica “espansione verso Ovest”. Se le armi di distruzione di massa sono il Male Assoluto, scopriamo che le atomiche su Hiroshima e Nagasaki si trasformano in atti di “necessità storica”. Una partita truccata, insomma, dove l’arbitro coincide con il giocatore. 

Seguendo il filo dell’eccezionalismo ci si accorge che non è un’invenzione americana, ma una vecchia abitudine umana.

Lo troviamo nei discorsi di Himmler alle SS, quando rivendicava per la “razza eletta” il diritto di riscrivere la storia col sangue degli altri. Lo troviamo in Israele, con il suo eccezionalismo ebraico per cui il mantra “muh la Shoah” diventa il lasciapassare universale per qualsiasi azione politica o militare, mentre chiunque osi criticare finisce relegato al rango di goyim, cioè spettatore irrilevante della Storia.

Ogni genocidio, a ben guardare, ha sempre avuto dietro il proprio eccezionalismo di riferimento: l’idea che “noi” siamo unici, indispensabili, giustificati, mentre “gli altri” non contano abbastanza da meritare diritti, memoria o pietà. È il carburante ideologico che alimenta i massacri e li rende non solo possibili, ma addirittura presentabili.

Quello che Trump spaccia con lo slogan “America First” non è altro che eccezionalismo travestito da buonsenso economico. Non si capisce, infatti, per quale ragione egli debba avere il diritto — a colpi di dazi — di pretendere che le aziende europee, o cinesi, o indiane, trasferiscano la produzione negli Stati Uniti, creando lavoro in Ohio o in Pennsylvania, ma cancellando quello di migliaia di operai sul posto. La logica è sempre la stessa: il lavoro americano vale più del lavoro di chiunque altro, perché loro sono “eccezionali”, giusto?

E qui viene il bello: se provate a mettere in discussione questa logica, parlando sia con un repubblicano che con un democratico, scoprirete che le obiezioni non toccano mai il cuore del problema. Nessuno vi dirà che si tratta di una forma di sciovinismo imperialista, sbagliata in sé.

No, quello è un tabù. L’unico piano di discussione ammesso è quello tecnico: funziona o non funziona? Porterà davvero più posti di lavoro in America? Danneggerà troppo i consumatori? È un approccio da contabili geopolitici: non si giudica la legittimità del principio, ma solo il rendimento della macchina.

Così, l’eccezionalismo rimane il dogma di fondo, accettato da tutti e sottratto al dibattito pubblico. Che a predicarlo sia Trump o un qualsiasi democratico in giacca e cravatta poco cambia: la fede nell’America “più uguale degli altri” resta intatta. (...)

Prendiamo Israele. Se aveste proposto agli ebrei di proclamarsi “razza ariana” e di predicare apertamente lo sterminio dei palestinesi, si sarebbe alzata più di una voce di dissenso. Ma se lo stesso discorso lo confezionate come eccezionalismo — dalla religione del “popolo eletto” al mantra “siamo figli della Shoah” — allora il cittadino medio lo beve senza fatica. (...)

Ecco perché l’eccezionalismo è tanto pericoloso; [perchè] non viene quasi mai riconosciuto come tale, né denunciato come un male in sé. Anzi, si traveste da privilegio, da giustificazione storica, da identità culturale. È zuccherato come un veleno che si scioglie nel caffè: lo bevi senza accorgertene, e quando te ne rendi conto è troppo tardi.

Questa caratteristica dell’eccezionalismo la si ritrova dappertutto, sempre mascherata con la salsa locale. I musulmani che dicono: “a noi i diritti umani fanno schifo perché siamo musulmani”. Bene: provate a dare fuoco a un imam con tutta la sua famiglia, e scoprirete all’istante quanto “disumani” siete davvero. L’eccezionalismo funziona così: finché toglie diritti degli altri, diventa un principio nobile; quando invece tocca il tuo orticello, si trasforma di colpo in un crimine imperdonabile. (...)

E non riguarda certo solo il mondo islamico. In Russia si parla della “Terza Roma”: Mosca avrebbe una missione storica, unica e irripetibile, che le consentirebbe di fregarsene di qualsiasi regola internazionale perché, si sa, i russi “salvano la civiltà”. In Cina il vecchio “mandato celeste” è stato aggiornato in versione comunista: Pechino non opprime, realizza il proprio destino millenario, che guarda caso passa per campi di rieducazione, censura totale e capitalismo di Stato. (...)

Ma l’Europa non è da meno. In Ungheria Orbán ripete ossessivamente che il suo paese è “diverso” perché cristiano e tradizionale, quindi non soggetto alle stesse regole democratiche che si applicano altrove: un’eccezione culturale, naturalmente. In Polonia il cattolicesimo diventa scudo identitario: loro difendono la “vera Europa”, quindi ogni intrusione di Bruxelles è un attentato alla civiltà. Risultato: leggi liberticide e censura giustificate come “peculiarità storiche” da rispettare. >>

URIEL FANELLI

giovedì 16 ottobre 2025

Femminismo Moderno

I limiti concettuali del femminismo moderno, così come si è evoluto nel tempo, analizzati dalla penna corrosiva di Uriel Fanelli (dal suo Blog - LINK).
LUMEN


<< Quando si parla del problema del “femminismo” di solito si commette l’errore di confondere almeno tre periodi del femminismo stesso. E come capita per ogni cosa, se andiamo a fondo scopriamo che anche all’interno di queste tre ondate troviamo differenze molto forti: sono differenze nel tipo di militanza, nel modo in cui la militanza si manifesta, e nelle istanze politiche che raccolgono il consenso verso questo argomento.

Quindi, voglio chiarire che il discorso si applica all’ultima ondata di femminismo, per come sta avvenendo in “occidente”, con le massime punte negli USA, i cui avvenimenti politici si riflettono inevitabilmente sul resto del mondo “occidentale”. (…)

Il mondo del femminismo moderno commette il catastrofico errore logico di confondere le condizioni sufficienti con quelle necessarie, quando parla del “Patriarcato” , ovvero del “privilegio maschile”.

Le femministe non fanno altro che notare un fatto: la stragrande maggioranza dei ricchi e potenti e’ di sesso maschile. Fin qui tutto bene. Da qui deducono che siccome i privilegiati sono maschi, allora tutti i maschi sono privilegiati.

Questa cosa non ha senso: se esaminiamo il numero di morti sul lavoro, scopriamo che il 97% dei morti sul lavoro sono maschi. Se esaminiamo i morti nelle scorse due guerre mondiali, scopriamo che se contiamo solo i soldati il 98% dei morti erano maschi, e solo includendo i civili scendiamo ad un misero 86%. Ora, questa affermazione dovrebbe contenere qualche sospetto in se’.

L’errore evidente e’ questo: il fatto che tutti i privilegiati siano maschi non implica che tutti i maschi siano privilegiati. (…) Si tratta di un errore catastrofico, perche’ le femministe di ultima ondata continuano a dire che “un genere opprime l’altro” partendo dall’assunto che tutti i maschi sono privilegiati.

Ma se sapessero usare la logica e distinguessero condizioni necessarie da condizioni sufficienti, la conclusione sarebbe diversa: “Esiste una elite di maschi la quale opprime, senza distinzioni, sia quasi tutte le donne che la stragrande maggioranza degli uomini”.

Questo e’ piu’ coerente con la nostra esperienza, per esempio quando contiamo i morti sul lavoro, o i morti in guerra. E’ difficile pensare che una classe di privilegiati vada volontariamente a morire: se tutti i maschi fossero privilegiati, a fare i lavori pericolosi ci andrebbero le donne.

Questa prima catastrofe logica e’ la ragione per la quale il femminismo non riesce ad ottenere quello che vuole. Alla classe dominante non basta fare altro che aizzare i rimanenti maschi contro le donne, e il potere delle femministe e’ facilmente bilanciato.

Questo errore, il confondere le condizioni sufficienti con quelle necessarie, e’ estremamente comune nella loro dialettica: quando dicono che tutti gli stupratori sono maschi in genere le femministe chiudono il discorso dicendo che “dunque ogni maschio e’ uno strupratore”, e cosi’ via. (…)

Un altro catastrofico errore che fanno le femministe odierne e’ quello di affidarsi all’intersezionismo come teoria che spiega le discriminazioni. L’intersezionismo dice che se siete, che so, lesbiche sarete vittima di pregiudizi perche’ siete lesbiche, mentre se siete neri sarete vittime di pregiudizi per il colore della pelle, quindi se siete lesbiche e nere allora possiamo calcolare il pregiudizio come combinazione lineare dei due.

Il problema di questa teoria e’ che, come tutta la sociologia anglosassone, non somiglia per nulla alla realta’. Se abbiamo una teoria , essa non deve spiegare solo quello che succede negli USA (a meno che non sia un modello della societa’ americana), ma deve spiegare quello che succede ovunque e in qualsiasi epoca. (…)

Se esistono piu’ condizioni per venire discriminati, si viene discriminati per la piu’ evidente. Esiste sicuramente una scelta da parte di chi perseguita su quale condizione usare, ma la somma descritta dagli intersezionisti e’ del tutto priva di riscontri nella realta’. Non abbiamo visto , sinora, xenofobi infuriati con gli immigrati perche’ omosessuali: la ragione e’ il colore della pelle. (…)

La conseguenza di questo errore e’ quella di costringere le persone a cospargersi di etichette. Ma tutto questo in realta’ non funziona per una ragione: il problema non sta nei motivi per i quali si viene discriminati. Il problema e’ che si viene discriminati. (...)

Se si intende partire dall’idea che tutti siano uguali sul piano dei diritti, allora tutte queste etichette sono inutili perche’ ci dicono soltanto quante possibili discriminazioni possono avvenire, ma non ci aiutano ad eliminarle: al massimo ci aiutano solo a contarle.

Se invece partiamo dall’idea che l’uguaglianza dei diritti sia l‘obiettivo ai fini pratici, allora tutte queste etichette non fanno altro che complicare la prassi, in quanto combattere la “discriminazione” come concetto non ha piu’ senso: occorrera’ combattere milioni e milioni di possibili discriminazioni. Un lavoro infinito. (…)

L’ultimo errore e’ quello di non affrontare bene il problema del potere. Il problema dell’ultimo movimento femminista e’ che si limita ad osservare la percentuale di donne che siedono in posizioni di potere per giudicare quanto “giusta” sia una societa’.

Questo approccio e’ catastrofico per diversi motivi. Il primo e’ che le posizioni di potere e di privilegio sono poche. Questo significa che e’ possibile pensare ad un sistema nel quale il 5% delle donne occupa TUTTI i posti di potere, e il 95% sono oppresse dal primo 5%. Esattamente come ora un 5% di maschi privilegiati opprime, oltre alle donne, anche il 95% di maschi rimanenti.

Il secondo motivo per cui e’ catastrofico e’ che dimentica un fattore: la felicita’, o se preferite il benessere. Se io vado a giudicare in quale paese le donne stiano meglio contando in quali paesi esse vivano in posizioni di potere, ovviamente otterro’ come risultato i soliti paesi scandinavi. Ma se andiamo a misurare in quale paese le donne si dicono felici, per esempio, il risultato cambia di molto, e troviamo ai primi posti dei paesi che sono “sorprendenti”.

Il nodo del “potere” e’ il motivo per il quale nel paese piu’ “femminista” del mondo [gli USA - NdL] solo l’ 8% delle donne si dice femminista: poiche’ si tratta di donne che non ambiscono a posizioni di potere, non appoggiano delle istanze politiche che chiedono piu’ potere , come posti di responsabilita’ o altro.

C’e’ infine il punto segregazionista che e’ ancora peggiore. Il segregazionismo e’ quel fenomeno per il quale se io dico che un club non accetta donne perche’ facciamo “cose da uomini” vengo accusato di maschilismo, ma e’ possibile creare un club di donne che non ammette uomini perche’ “sono cose da donne”. (...)

La cosa che queste persone non capiscono e’ che, nel momento in cui hai creato un club ove non possono entrare gli uomini, hai anche creato un club di soli uomini: [ovvero] quello di coloro che non possono entrare nel tuo club per definizione.

Tutte queste catastrofi logiche non fanno altro che convincere le persone che questo “patriarcato” di cui parlano avra’ molto difetti, ma almeno e’ razionale. (…) E se oggi, nel paese di maggiore successo, solo l’8% delle donne si dice femminista, esiste un problema di consenso, cioe’ un problema politico. >>

URIEL FANELLI

giovedì 3 luglio 2025

Il vero Socialismo

Il termine 'socialismo' si presta, suo malgrado, a parecchi equivoci socio-politici e può essere opportuno fare un po' di chiarezza, cercando di distinguere tra il socialismo vero e proprio (che, per motivi storici, è quello marxista) ed i socialismi 'finti' (come fascismo, nazismo e cristianesimo).
Ce ne parla Uriel Fanelli nel post di oggi, tratto dal suo blog (LINK).
LUMEN


<< “Socialismo” non e' una parola qualsiasi. Sebbene abbia avuto dei precursori nelle comuni rivoluzionarie parigine, e abbia dei tratti di illuminismo molto marcati, il termine si riferisce ad una teoria precisa: quella di Marx, Engels, e successori vari. (...)

Quindi, per sapere se un'ideologia e' socialista, il metodo e' semplice: si verifica che la teoria da confrontare non neghi i “pilastri” della costruzione socialista [di Marx e Engels], senza i quali il socialismo non esiste. Questi pilastri, almeno quelli fondamentali, sono tre.

= La lotta di classe. Nel socialismo, le classi si scontrano violentemente mediante scioperi, occupazioni, rivolte , autogestioni e anche la rivoluzione, fino ad ottenere la cancellazione del sistema precedente, il capitalismo, molto spesso mediante l'eliminazione fisica dei capitalisti.

= L'abolizione della proprieta' privata dei mezzi di produzione. Nel socialismo, i mezzi di produzione (fabbriche e terreni agricoli, quindi, ma anche botteghe artigianali o negozi a seconda del tipo di comunismo) sono di proprieta' della societa' e dei lavoratori, che dopo la rivoluzione sono anche lo stato. Se qualcosa produce reddito , detto “plusvalore”, (non, quindi, la vostra bicicletta: potete averne due) allora e' dello stato.

= Il materialismo dialettico. Non c'e' posto , nel socialismo, per qualsiasi ente cerchi di giustificare o spiegare la storia senza passare da cause materiali. Non c'e' posto per “la tradizione”, per “Dio”, per niente che non sia materiale, e quindi economico. Con Marx nasce l'idea che “una guerra si fa per il petrolio”, per dire, mentre prima si sarebbe parlato di “ragione di stato” o di “deus lo vult”.

Senza queste tre cose, il socialismo crolla; non sta in piedi nemmeno a morire. Almeno, non quello Marxista (…) 

Prendiamo per esempio il nazismo: in che modo si relaziona con i tre pilastri del socialismo? 

Partiamo dal primo: la lotta di classe. Non si relaziona proprio. I nazisti hanno sempre stroncato la lotta di classe, i Frei Korps e le SA prima, e le SS poi, hanno sempre negato qualsiasi istanza sindacale, e si fanno vanto di aver messo dalla stessa parte tutti i tedeschi. RIvolte comuniste come gli spartachisti vengono soppresse nel sangue.

Idem per il fascismo, che vanta la “pacificazione sociale”, si definisce totalitarista in quanto rappresenta tutte le classi sociali (volenti o nolenti) e sopprime scioperi e rivolte, dai semplici scioperi dei contadini e mezzadri nel nord, alla rivolta di Parma, giusto come esempi.

Andiamo al secondo: abolizione della proprieta' privata dei mezzi di produzione. Non se ne parlava proprio , ne' col fascismo ne' col nazismo. Il nazismo incamero' molti mezzi di produzione, ma pratico' anche una politica di privatizzazione per fare cash (…).

Hjalmar Schacht, l'ideatore della politica economica nazista, può essere considerato un precursore del keynesismo. (...) La sua politica economica presentava diversi elementi in comune con l'approccio keynesiano: Schacht implementò una politica di investimenti nei lavori pubblici e di deficit spending, mirando a ridurre la disoccupazione e aumentare la domanda attraverso le commesse statali. (...)

Di abolire la proprieta' privata, dunque, non si parlava proprio.

Idem per il fascismo italiano, che, come al solito, faceva un pochino il cavolo che gli pareva. Incamerava le proprieta' degli oppositori politici, ma non perche' odiasse la proprieta' privata, ma fece anche una vasta campagna di privatizzazioni. Non si parlava proprio di abolizione della proprieta' privata dei mezzi di produzione.

Materialismo storico. Questa va via in fretta, perche' qualsiasi regime fascista ha uno strato mistico da far paura, e di certo non esiste posto, nel materialismo dialettico, per gente come Evola, o per degli idealisti hegeliani come Gentile, che mettevano “lo spirito” a guida delle forze razionali.

La Tradizione per il socialismo e' poco piu' di un' “ideologia”, una specie di vezzo che la gente puo' permettersi dopo aver soddisfatto le esigenze materiali, anche quando si decida di tollerarla perche' parte della “cultura del popolo”, ma sono interpretazioni del comunismo abbastanza discutibili e discusse. Non per nulla il sistema di Pechino viene chiamato, da loro stessi, “Socialismo con caratteristiche cinesi”.

Qui proprio non c'e' terreno in comune: l'infatuazione fascista (nel secondo decennio) per il cattolicesimo, cosi' come il misticismo delle SS che facevano battezzare i figli dal proprio tenente, non hanno alcun senso per il socialismo.

Andiamo adesso all'equivoco per il quale fascisti e cristiani vengono chiamati “socialisti”, lo stesso equivoco che ha consentito ad Hitler e Mussolini di autonominarsi “socialisti”, sino a quando qualcuno non si e' accorto della cosa e li ha cacciati. Qualcosa e' andato storto nel travestimento.

L'errore e' di confondere per “socialista” chiunque abbia un interesse per la societa', e in particolare si preoccupi di aiutare economicamente i poveri. Quindi ci ricadono le politiche del cristianesimo, come la beneficenza o l'elemosina, e ci ricadono le politiche sociali di fascismo e nazismo.

C'e' solo un piccolo problemino. Il socialismo marxista non si e' mai occupato dei poveri in quanto tali. Si e' occupato dei lavoratori, e se c'erano poveri disoccupati, questo era dovuto semplicemente a un effetto del capitalismo.

Lo stesso Marx parla molto male del welfare, dell'elemosina e della beneficenza, perche' li considera palliativi che distraggono dal vero problema, ovvero la diseguaglianza di classe.

Non puo' esistere nel mondo del socialismo marxista (...) una chiesa che distribuisce l'elemosina, perche' quei soldi sono gia' plusvalore, che doveva gia' andare ai beneficiati. Idem per il welfare: non esiste, dal punto di vista socialista, che tu prenda soldi del plusvalore tolto ai ricchi con le tasse, e li ridistribuisca: se tutto e' dello stato non c'e' plusvalore, e quindi non ci sono soldi delle tasse da redistribuire.

Nel mondo socialista, cioe', sono TUTTI lavoratori. Non esiste il pasto gratis, e tutti contribuiscono – come possono – alla societa'. Il socialismo non si occupa di poveri, ma di lavoratori, e considera un incidente storico il fatto che i lavoratori siano anche i poveri.

Cristo, quindi, non e' un “socialista”. E' cristiano. Mussolini col suo stato sociale non e' “socialista”, e' fascista. Idem per Hitler, che almeno ha un capro espiatorio per la sua politica sociale. >>

URIEL FANELLI

mercoledì 9 aprile 2025

Banco di Beneficenza

Torno a parlare (male) dei buonisti e della carità interessata, con questo post al vetriolo di Uriel Fanelli, tratto dal suo blog personale (LINK).
Le considerazioni di Fanelli possono apparire un po' troppo ciniche o anche eccessive, ma la sua analisi psicologica dei 'buonisti' mi sembra abbastanza centrata.
LUMEN


<< La beneficenza (...) appartiene alla categoria delle manifestazioni di potere. In quanto tale, e’ un vero proprio atto di sopraffazione, che approfitta della debolezza (indigenza) di chi subisce questo atto: essendo povero sei costretto a subire la beneficenza per vivere. (…)

La beneficenza [infatti] e’ tutta una serie di cose:
= La beneficenza e’ uno status symbol. Chi fa beneficenza? I ricchi. Chi ha una fondazione per aiutare l’ Africa? Bill Gates. Chi riceve beneficenza? I poveri. La beneficenza ha tutte le qualita’ degli status symbol. Potete possedere un’auto costosa, frequentare determinati locali o fare beneficenza: socialmente, siete riconoscibili come ricchi in tutti i casi.

= La beneficenza e’ un atto di superiorita’. Normalmente chi fa beneficenza non chiede nulla in cambio. Le associazioni di beneficenza non chiedono a chi viene beneficato di , che so, aiutarli nelle loro attivita’. Tra dare cibo ad una persona e mandarla via e dare cibo ad una persona e , che so, farsi aiutare in cucina, la differenza starebbe nella dignita’: ma lo scopo della beneficenza e’ l’umiliazione pubblica, quindi non si tollera alcuna beneficenza che sfoci in un rapporto do-ut-des, che sarebbe paritario.

= La beneficenza e’ un insulto deliberato. Il fatto che ad una persona beneficiata non venga mai offerto alcun modo di sdebitarsi , ne’ gli sia consentito di farlo, classifica la beneficenza come un atto di deliberata offesa. (...)

= La beneficenza e’ una libera scelta solo da un lato. Quando si fanno presenti queste cose, immediatamente parte la storia che “si, ma se ti metti nei loro panni e’ una manna dal cielo, mentre tu ci rimetti il superfluo”. E non ci si rende conto che si sta semplicemente enunciando la propria superiorita’: posso farlo perche’ sono ricco, deve subirlo perche’ e’ povero.

= La beneficenza e’ economica. Tra gli status symbol, la beneficenza e’ quella accessibile gia’ al ceto medio, e persino alla working class. In quanto tale, si tratta del piu’ economico tra gli status symbol: sentirsi superiori agli altri per un vestito piu’ lussuoso puo’ costare centinaia di euro. Sentirsi superiori ad un tizio che chiede l’elemosina ne costa uno o due.

La beneficenza e’ l’unico rapporto di umiliazione pubblica ad essere socialmente tollerato, per la semplice ragione che, come tutti gli status symbol, e’ troppo piacevole e diffuso perche’ le masse accettino di rinunciarvi.

Se proponiamo di passare dalla beneficenza al welfare, per esempio, molti non ci stanno piu’. Se creassimo un ente statale con la finalita’ di raccogliere soldi per la beneficeza ai clochard, e poi si occupi di distribuire ad ogni clochard un assegno giornaliero, scopriremmo che nessuno la troverebbe piu’ affascinante. Le forme di contribuzione volontaria al welfare, che di per se’ hanno la stessa identica funzione di ridistribuzione della ricchezza, non sono amate quanto la beneficenza che avviene in pubblico, col rapporto personale. Perche’?

Perche’ non vedendo il beneficiato, ci viene tolta la libidine di sentirci superiori ad un essere umano in carne ed ossa. La sopraffazione, cioe’, deve essere personale. Se non vediamo la persona che abbiamo sopraffatto di fronte a noi, non sembra la stessa cosa. Si dice che e’ “impersonale”, ma se il punto fosse dare da mangiare, non farebbe alcuna differenza.

E qui andiamo a quelli che continuano a dire “L’ occidente deve aiutare” In realta’ si tratta di persone che stanno cercando di sancire la superiorita’ dell’ occidente. Il meccanismo e’ lo stesso di quello dell’elemosina: nel momento in cui diamo, stiamo dicendo sempre tre cose:
= Abbiamo del superfluo da dare.
= Loro sono cosi’ disperati da accettare.
= Noi siamo sempre migliori di loro.

Se la terza frase vi sfugge, proviamo a farci delle domande. Quando avviene una catastrofe naturale in qualche “Sarkazzistan”, o quando veniamo a sapere che esistono bambini poveri in qualche paese (…), allora noi andiamo dalle nostre associazioni caritatevoli a dare dei soldi. Perche’ noi siamo “i paesi industrializzati”. Questi paesi, che hanno emergenze, si rivolgono inoltre ai vari enti come Unicef, FAO, e compagnia bella, allo scopo di ricevere fondi per alleviare le sofferenze dei loro popoli.

Adesso faccio una domanda: durante l’ultima crisi finanziaria, ma anche durante l’ultimo terremoto in Italia, o durante l’ultima inondazione, o quando ISTAT ha detto che ci sono 7 milioni di famiglie povere in Italia, o quando salta fuori che di conseguenza ci sono N centinaia di migliaia di bambini poveri in italia, qualcuno in Italia ha mai proposto di chiedere l’ elemosina di paesi piu’ ricchi? (...)

Perche’ non chiedere agli enti di beneficenza come UNICEF di aiutare i bambini italiani poveri, o la FAO ad aiutare le femiglie italiane in difficolta’? Perche’ non accettare la beneficenza dei paesi ricchi di liquidita’, come la Cina? Tutti allora vi metterete a dire che “non siamo ancora a questo punto”, che “possiamo farcela da soli”, “non siamo ancora costretti a farlo”, “sarebbe troppo umiliante”. Ma guarda caso, e’ proprio quello che voi proponete di fare con gli altri.

Allora, sembra che sia del tutto logico se voi fate l’elemosina agli altri, ma quando si tratta di chiederla, si scopre che e’ umiliante, che piuttosto vi arrangiate, che non siete ancora costretti a chiederla… insomma, che e’ davvero una cosa brutta. Non e’, quindi, quella cosa benevolente, frutto di umana fratellanza (ovvero eguaglianza): e’ una semplice dimostrazione di superiorita’ di chi la offre, o una dichiarazione di sconfitta di chi la chiede.

Del resto, anziche’ dare soldi in aiuti a chi sta male si potrebbero stipulare trattati commerciali che aiutino quelle nazioni a riprendersi, MA in quel caso si uscirebbe dall’elemosina, e questo togliere all’occidente l’assunzione di superiorita’ che lo spinge a fare elemosina. Avere aiuti “in cambio di qualcosa” (…) non e’ accettabile come elemosina: non perche’ non sarebbe giusto sdebitarsi, ma perche’ consente a chi riceve l’elemosina di conservare la dignita’ del “do ut des”, ovvero di sfuggire all’umiliazione totale.

Se osservate bene chi siano i maggiori contribuenti delle entita’ caritatevoli dell’ ONU, della FAO, e di tutti gli altri enti simili, scoprite che sebbene l’occidente sia in declino e si venga superati da altre nazioni in via di sviluppo, la quantita’ di soldi dati in aiuti per i paesi poveri e’ cambiata di pochissimo. I soldi degli aiuti ai poveri africani arrivano, esattamente come prima, sempre dagli stessi paesi: il fatto che l’ Italia sia stata superata dal Brasile in termini economici non significa che il Brasile donera’ piu’ soldi dell’ Italia ai paesi dove si fa la fame. (...)

Dietro questo punto si nasconde lo spartiacque, la forza che spinge ogni paese occidentale a dire “dobbiamo aiutarli”: la convinzione di essere superiori. E a maggior ragione durante una crisi tremenda, quando la superiorita’ viene messa in dubbio, non sperate che questo bisogno si attenui: e’ proprio quando la superiorita’ viene messa in dubbio che c’e’ bisogno di conferme. >>

URIEL FANELLI

venerdì 24 maggio 2024

Stati Uniti d'Europa

Nei confronti dell'attuale Unione Europea, che ha una struttura istituzionale molto particolare (unica al mondo), gli italiani si sono sostanzialmente divisi in tre categorie.
Ci sono i nostalgici, che vorrebbero il ritorno alla Lira ed all'autonomia nazionale di una volta (con una sorta di Italexit), poi ci sono i neutrali, ai quali la situazione, tutto sommato, sta bene così, ed infine ci sono i federalisti (quorum ego) che si augurano una maggiore integrazione, onde evitare di restare a metà del guado.
A questi ultimi è dedicato il post di oggi, scritto da Uriel Fanelli con il suo consueto stile graffiante e provocatorio.
LUMEN


<< C'e' un'idea che gira per i giornali “liberisti” come il Corriere (e relativi intellettuali) , e riguarda il fatto che la EU dovrebbe lasciar perdere l'Unione, e diventare un paese come gli USA. Solo diventando identici agli USA, secondo queste persone, potremo essere davvero felici, potenti e ricchi.

Il guaio viene da un semplice fatto: gli USA non sono ne' felici, ne' potenti ne' ricchi: sono un paese assolutamente infelice, assolutamente prepotente, e quanto alla richezza, e' un fenomeno di nicchia.

Ma partiamo prima dalla fattibilita'. Parliamo di insularita'. I paesi anglosassoni hanno, forse proprio con l'eccezione degli USA, un problema forte di insularita'. L'Australia e' circondata da oceano. L' Inghilterra e' circondata dal mare. La Nuova Zelanda e' circondata dal mare. Canada e USA trasformano il Nord America in un'isola, con l'eccezione del confine messicano.

Quella americana e', cioe', una cultura insulare. Come tutte le culture insulari, sono abituate a pensare di rappresentare un mondo in se', e non sono abituate a pensare in termini di confine, se non come di “ostacolo”. Per questa ragione il confine messicano li sta facendo impazzire.

Un paese normale risolverebbe il problema di quel confine con un incontro al vertice tra i due leader (Messicano e Statunitense) e un accordo bilaterale per la gestione delle frontiere e delle dogane. Al contrario, pensa al confine come ad un ostacolo insormontabile, che viene sormontato solo in caso di invasione. Non ci sono altri attraversamenti degni di nota se non l'invasione.

Per un paese europeo la cosa e' leggermente diversa. Siamo coscienti del fatto che oltre il confine ci siano altri paesi, e che i movimenti e le migrazioni sono, tutto sommato, eventi frequenti e normali. Solo col nazionalismo ottocentesco si e' formata questa cultura forte del confine assoluto, etnico e statale. (…)

Con questo, voglio dire che in qualsiasi modo si unifichi l'Europa, non potrebbe MAI essere come gli USA, perche' il continente europeo NON ha quell'insularita' che serve a sviluppare una cultura come quelle anglosassoni, che e' particolarmente identitaria. Ma il problema sarebbe chiedersi per quale ragione questi “intellettuali” vogliono che la UE diventi come gli USA. Cosa vi manca, di preciso?

La prima risposta e' “La Guerra”. Ma questo concetto viene da Hollywood. Quando si guardano i film di hollywood, gli USA sembrano vincere sempre. Ma se leggiamo un libro di storia, osserviamo che l'unica guerra chiaramente vinta dagli USA e' stata la seconda guerra mondiale. Infatti la loro Hollywood ne e' ossessionata. Da quel momento in poi, onestamente nessuna operazione imperiale (= operazioni di politica estera mediante strumenti militari) americana all'estero ha funzionato.

E c'e' una seconda cosa. Quando non condividi un confine perche' sei insulare, se perdi la guerra riporti a casa i soldati e finisce li'. Se invece hai un confine in comune col nemico, tu ritiri i soldati e li riporti a casa, ma il nemico varca il confine e viene in casa tua. Se un paese insulare perde una guerra, ci ha rimesso i costi della guerra e l'umiliazione politica. Se la perde un paese non insulare, i costi sono quelli della guerra, quelli politici, e quelli di un'invasione nemica.

Non possiamo dire che gli USA siano particolarmente bravi a vincere la guerra. Possiamo dire che sono particolarmente bravi a devastare nazioni. Sono due cose diverse. Sono due cose diverse perche', in ultima analisi, se vogliamo un esercito offensivo come quello USA, di quelle dimensioni, la domanda che dobbiamo farci e' “ma chi dobbiamo devastare?”. E la seconda e' “e come gestiamo eventuali sconfitte?”.

Se fossero stati un paese europeo, in lotta coi confinanti, gli USA sarebbero stati invasi da soldati vietnamiti, nordcoreani e afgani. Sono tutti i posti ove sono stati sconfitti militarmente. Invece hanno solo tirato indietro i loro soldati. Viene da chiederci, quindi, per quale motivo un continente come quello europeo debba sognare di fare molte guerre.

E siamo poi sicuri che sarebbero tutte al fianco degli USA? (…) Ogni volta che formate un esercito potente e il vostro governo parla con voce sicura e forte, notiamo una cosa: gli USA diventano tuoi nemici. Gli USA non tollerano che esistano altre nazioni potenti, specialmente militarmente potenti, senza diventare loro nemici.

Gli stati uniti d'Europa che sognate, cari intellettuali, si troverebbero in guerra con gli USA in pochi anni. Solo per il fatto di essere militarmente potenti e non essere gli USA. Non ha senso per un intellettuale filoamericano sognare un'europa militarmente potente, perche' questo implica una guerra in arrivo, contro gli USA. (…)

E se togliamo la parte militare, cosa vogliamo, esattamente, del diventare “una copia degli USA”? Certo, gli USA del 1950 ci piacevano, e sino agli anni 80 erano anche un paese godibile. Ma oggi, di preciso, perche' vorreste trasformare tutto in un'altra america ?

Per vedere Mc Donald's nella Torre di Pisa? Per vedere il Pantheon diventare un centro commerciale? Per perdere ogni diritto alle ferie, ed essere rovinati se vi ammalate di una malattia cronica? Per avere la peggiore polizia del mondo e un sistema giudiziario ridicolo, se non patetico? Per cosa, di preciso, vorreste vivere negli Stati Uniti d' Europa ? >>

URIEL FANELLI

domenica 10 dicembre 2023

Occidente e Democrazia

Siamo talmente abituati ai vantaggi della democrazia in cui viviamo, che, talvolta, finiamo per attribuirle anche dei meriti che forse non ha.
Di questa opinione è, per esempio, Uriel Fanelli, che nel post di oggi (tratto dal suo blog) prova a ribaltare qualche luogo comune sull'argomento.
Un post molto provocatorio, ma anche molto interessante.
LUMEN


<< L’idea di democrazia che le persone hanno e’ del tutto infondata rispetto alla realta’. Nel dopoguerra, l’Europa post-coloniale ebbe un gigantesco balzo economico, che arrivo’ insieme alla imposizione da parte americana delle democrazie in Europa.

Un mondo che usciva dal colonialismo (o che ne stava ancora uscendo) era un mondo economicamente unipolare: sebbene apparentemente diviso in due poli politici e militari (USA e URSS) sul piano economico era del tutto unico. C’era un solo mercato (...), c’era un solo polo industriale e tecnologico, c’era una sola fonte di domanda.

Chiunque nel mondo avesse prodotto qualcosa aveva una sola speranza: venderla in occidente. Chiunque avesse materie prime aveva una sola speranza: venderle ad occidentali. Chiunque avesse forza lavoro aveva una sola speranza: lavorare per occidentali. Il prezzo? In condizioni di monopolio della domanda, lo faceva l’occidente.

Non solo le nazioni occidentali erano le uniche a consumare, ma eravamo anche gli unici a comprare: questo era il mondo emerso alla fine del colonialismo. Dunque, il prezzo lo facevamo noi. Le condizioni le facevamo noi.

I benefici del periodo storico sono stati confusi coi benefici della “democrazia”, al punto da pensare che la democrazia sia una specie di divinita’ capace di garantire al suo popolo la ricchezza e la prosperita’. Questa superstizione si e’ diffusa al punto che in caso di disastro economico per prima cosa il popolo chiede i soliti rituali religiosi: “elezioni, cambio di governo, dimissioni, manifestazioni,…”: si tratta del corrispondente di quello che si fa quando non piove e si fa una processione per la pioggia.

Quello che si crede [in sostanza] e’ che la democrazia sia una divinita’ che garantisce ricchezza al suo popolo: bastera’ dunque che la Dea democrazia sia felice del proprio popolo, e ci ricompensera’. Cosi’, ad ogni crisi si fanno tutti i rituali della Dea democrazia, e ci si aspetta che la Dea provveda . 
 
E se l’economia va male, per prima cosa si lamenta di non aver fatto abbastanza rituali, ovvero di non aver fatto abbastanza elezioni (o di non aver votato quello giusto), di non aver cambiato abbastanza il governo, di non aver avuto abbastanza dimissioni, di non aver manifestato abbastanza: senza queste cose la Dea democrazia e’ adirata coi suoi fedeli, e li punisce con una carestia. Amen.

Ovviamente e’ un falso. Costruire un’economia funzionante e’ una questione tecnica. C’e’ riuscito Hitler come ci sono riusciti i cinesi, per dirne una. Avere ricchezza non e’ una prerogativa delle democrazie, dal momento che i paesi che crescono maggiormente sono in gran parte delle tirannie, e se prendiamo per esempio un periodo felice dell’ Europa, come il rinascimento, di democrazie ne troviamo ben poche.

Non e’ impossibile per un governo tirannico costruire un buon sistema produttivo ed economico, e’ solo una questione di tecnica economica. La Spagna verso’ in condizioni pietose per tutto il dopoguerra, finche’ Franco chiamo’ i cosiddetti “tecnocrati” (...) i quali riuscirono a fare delle riforme tecnicamente corrette, che causarono un periodo di crescita che permise alla Spagna, finita la dittatura, di avere i requisiti per entrare nella UE e di arrivare al 79% del reddito pro-capite europeo. Eppure, il regime franchista non era certo una democrazia.

Alla democrazia, cioe’, vengono attribuiti con metodi simili alla superstizione dei risultati che sono puramente economici, indipendenti dal tipo di governo, ottenibili da qualsiasi genere di governo a patto di affidarsi a tecnici preparati.

Un altro punto e’ il mito della liberta’. Circola voce insistente sul fatto che in una democrazia la gente sia “libera”, ovvero capace di fare quello che vuole senza interferenze da parte dei governi.

Il problema a questo punto e’ che la democrazia la si confronta con i regimi del recente passato (comunismo e fascismo) ma non la si confronta con gli ultimi 2000 anni di storia. Negli ultimi 2000 anni, tranne pochissimi periodi, il cittadino qualsiasi subiva MOLTE meno interferenze da parte dello stato, rispetto ad oggi.

Non intendo scrivere cose come “poveri ma felici” perche’ i poveri sono infelici, ed e’ proprio questo il punto: prima degli ultimi 50 anni le masse stavano male per ragioni economiche, non politiche. (...)

Il cittadino di Re Luigi, in altre parole, era di gran lunga piu’ libero del cittadino francese di oggi. Se avesse avuto il tempo, l’alfabetizzazione e la scuola, non aveva leggi che regolavano [per esempio] la musica, se non il divieto di ledere sua maesta’. Ma se escludiamo questo semplice contenuto, uno solo, poteva cantare tutto il resto sulla strada.

Oggi, la legge francese obbliga una certa percentuale di canzoni francesi. Obbliga che tutti i contenuti considerati “inadatti” siano bollati secondo la classificazione ICRA. Oggi ci sono orari, luoghi deputati, eta’ ammissibili, classificazioni, iscrizioni ad associazioni, nullaosta dell’autorita’. Sei libero di fare le cose, che pero’ vengono “regolate”. Ovvero, non sei affatto libero. (...)

Il nostro cantautore francese ha i mezzi ECONOMICI per fare la sua musica. Ha i mezzi materiali per studiare musica, per comprare gli strumenti, per non ammazzarsi di lavoro sui campi. Ma questo glielo da’ l’economia, non la democrazia. I cinesi hanno ottenuto risultati economici lasciando entrare in Cina il mercato, non la liberta’.

Allora il problema vero e’: perche’ allora quando misuriamo la liberta’ delle democrazie esse appaiono piu’ “libere” degli altri sistemi di governo? E’ molto semplice: perche’ la liberta’ si misura in quantita’ di democrazia. Basta che un popolo possa partecipare ai rituali della democrazia perche’ venga definito libero.

Le misure della liberta’ dentro le democrazie sono drogate per la semplice ragione che si assume che la democrazia stessa sia una forma di liberta’. Se misuriamo la liberta’ delle democrazie e delle tirannidi semplicemente mettendo la liberta’ di voto tra le liberta’, e’ ovvio che la misura sara’ distorta a favore delle democrazie.

Inoltre, il problema delle misurazioni a questo riguardo e’ che esse misurano la liberta’ di gruppi, ma non la liberta’ del singolo cittadino. La democrazia come sistema, cioe’, non si occupa di definire le liberta’ dei singoli. La democrazia definisce SOLO liberta’ di gruppo e solo liberta’ regolate. Il “regolate” e’ il succo della trappola. (…)

Nella nostra amata democrazia, la nostra volonta’ non e’ MAI sufficiente. Non possiamo MAI fare qualcosa solo perche’ lo vogliamo, per la semplice ragione che tutto e’ “regolato”. In molti sistemi meno democratici, invece, ci sono cose che NON possiamo fare perche’ mettono a rischio il governo. Ma su tutte le altre la nostra volontà è sufficiente. >>

URIEL FANELLI

sabato 1 luglio 2023

L'eredità del Fascismo – 2

Si concludono qui le considerazioni di Uriel Fanelli sulla natura socio-economica del Fascismo e le sue conseguenze nel tempo (seconda e ultima parte).
LUMEN



<< Mussolini fu il primo ad avere l’idea di pacificare la societa’, rimuovendo cosi’ i conflitti di classe tanto cari alle sinistre, mediante un welfare che senza espropri ridistribuisse i redditi.

La sinistra odiava queste azioni perche’ prevenivano la tensione, la lotta, e con essa la rivoluzione. Inoltre, non abbattevano la classe borghese, ma stabilizzando e pacificando la societa’ creavano un ceto medio possente. Ovvero, un grosso ostacolo a quella sollevazione di massa che le sinistre volevano. Non per nulla, la resistenza arriva solo alla fine, quando il fascismo non riesce piu’ a pacificare economia e classi sociali.

Ora, se esaminiamo il welfare moderno in Europa, non assomiglia per nulla all’esproprio di beni [tipico della sinistra] che poi lo stato redistribuisce. L’intento del welfare moderno e’ ESATTAMENTE quello del fascismo: portare la pace sociale. Esso si propone di conservare le classi e la loro struttura – diversamente da quell “di sinistra” che si propone di abolire le classi – e si propone di pacificare le classi sociali : quelle basse rinunciano alla lotta ed all’esproprio, quelle alte rinunciano a parte del reddito, sotto forma di tasse.

In questo senso, anche l’idea di welfare europeo e’ esattamente quella mussoliniana. Sebbene la sinistra se ne sia appropriata, il welfare mussoliniano non ha nulla a che fare con quello di sinistra, per la semplice ragione che si propone di conservare la societa’ e le sue classi, semplicemente pacificandole, ovvero eliminando la lotta e la rivoluzione dall’universo ideale.

Anche sul piano economico le socialdemocrazie europee sono totalmente mussoliniane. L’economia socialista e’, innanzitutto, un’economia PIANIFICATA. Essa si occupa di pianificare mezzi sufficienti ai bisogni della popolazione. Non esiste nell’economia socialista una vera e propria libera iniziativa, dal momento che il fine ultimo e’ di pianificare la produzione perche’ soddisfi i bisogni. Ogni iniziativa e’ del governo.

Mussolini introduce invece una situazione di intervento dello stato al fine, sempre di pacificazione. Lo stato mussoliniano interviene laddove la situazione economica offre ai comunisti la tensione sociale che serve all’istanza rivoluzionaria.

Per ovviare a questo problema, Mussolini bonifica le campagne e inizia i piani di case coloniche. Prende le famiglie piu’ disagiate, quelle che hanno piu’ figli, e offre loro una casa colonica al quarto figlio, e alle “Madri della Patria” , cioe’ le donne che hanno piu’ di sei figli, offre una intera fattoria.

Laddove l’industria stenta e ci sono tensioni sociali per la crisi del '29, inizia a potenziare ferrovie e strade, per spingere alla vendita di automobili. L’economia fascista non e’ un’economia di PIANIFICAZIONE, e’ un’economia che ha un solo fine unico: una societa’ pacificata ove non trovino posto le istanze rivoluzionarie. Il fascismo non pianifica, ma si limita a reagire quando vengono segnalate stuazioni di disagio e di stagnazione che potrebbero dare ai socialisti e ai comunisti il terreno fertile per seminare istanze rivoluzionarie.

Si potrebbe continuare con il ruolo delle forze dell’ordine, o con il ruolo delle donne, ma alla fine, il quadro e’ completo:

= L’idea di stato, di economia, di welfare, di polizia, di sindacato, sono quelle “di sinistra” quando lo scopo ultimo e’ realizzare l’ambiente ideale per una lotta, che ha una classe come vincitrice e una come perdente. Alla classe perdente viene espropriato tutto, che di diritto viene acquisito dalla classe lavoratrice, che domina anche la politica. Questa idea non accetta la societa’ pacificata come obiettivo, perche’ lo scopo ultimo e’ la rivoluzione, la lotta, la tensione ed il conflitto tra classi.

= L’idea di stato, di economia, di welfare, di polizia, di sindacato, sono palesemente fasciste quando obbediscono all’imperativo inventato dal fascismo (per proporsi alla borghesia come antidoto al comunismo e alle classi lavoratrici come alternativa pacifica al comunismo stesso), ovvero all’imperativo di produrre una societa’ PACIFICATA, ovvero una societa’ ove TUTTE le istituzioni e le classi sono socialmente riconosciute e lavorano per EVITARE la lotta, il conflitto di classe e quindi la rivoluzione.

E’ assolutamente chiaro che la differenza tra le democrazie europee ed il fascismo sia esclusivamente nella forma POLITICA dello stato. Ma tutte le istituzioni e le parti sociali , nonche’ il potere esecutivo, lavorano in Europa al medesimo intento: una societa’ pacificata e per questo priva di conflitti violenti tra classi sociali. Ma questo intento e’ la summa ideologica dei fascismi.

La societa’ senza conflitti sociali e lotte di classe e’ la summa ideologica, il “prodotto” che il fascismo offre sia alla borghesia - timorosa di una rivoluzione - che ad una classe operaia che chiede diritti ma non vuole versare sangue per averli. Il fascismo si IDEO’ allo scopo preciso di offrire la pace sociale come prodotto e la dittatura come sistema politico. Il sistema attuale non si comporta diversamente: si propone di offrire la stessa pace sociale come “prodotto”, semplicemente non vi allega la dittatura come sistema politico.

Cosi’, sicuramente lo stato europeo e’ politicamente democratico. Tuttavia, socialmente, economicamente e istituzionalmente e’, chiaramente e senza appello, di invenzione mussoliniana. Lo e’ nella misura in cui persegue l’invenzione massima del fascismo mussoliniano: la societa’ pacificata e senza conflitti sociali.

Questa e’ la ragione per la quale le sinistre hanno un nervo scoperto a riguardo. Esse sono consapevoli del fatto che la loro “modernizzazione” non sia altro che l’abbandono delle istanze “di sinistra” (rivoluzione, lotta di classe, esproprio dei mezzi di produzione e del plusvalore) , a favore dell’istanza fascista per definizione: la societa’ pacificata, senza lotte di classe e senza rischi di rivoluzione. E semmai, la democrazia non rappresenta una alternativa alla societa’ ed all’economia fascista, ma un comodo complice nel sistema politico per ottenere la pace sociale anche nel mondo della politica.

La sinistra sa bene che la sua “modernizzazione” non consiste in altro che non sia la sua mussolinizzazione, nell’adesione all’invenzione mussoliniana di societa’ pacificata. E sa bene di aver occupato , specialmente in Italia e Germania, istituzioni che il fascismo aveva inventato per ottenere la pace sociale, al preciso scopo di ottenere la pace sociale stessa, ovvero lo stesso obiettivo che si diede Mussolini.

Lavorano, cioe’, allo stesso scopo, e con gli stessi metodi: tutti ugualmente riconosciuti dallo stato, tutti allo stesso tavolo, tutti rinunciano alla rivoluzione e alla lotta di classe come strumento di rivendicazione. Idea tipica, esclusiva e originale del fascismo mussoliniano. (...)

Questa struttura fu tenuta in piedi dagli alleati proprio perche’ si era rivelata efficace nel combattere l’insorgenza di partiti rivoluzionari, e quindi il cambiamento nel dopoguerra non fu mai di smantellare la societa’ fascista, l’economia fascista o il corporativismo, bensi’ quello di smantellare la forma politica del fascismo e sostituirla con la democrazia, ribattezzando poi il sistema composto dall’ideologia socio-economica fascista sommata al sistema politico democratico come “social-democrazia”. >>

URIEL FANELLI

sabato 24 giugno 2023

L'eredità del Fascismo – 1

Il Fascismo, avendo iniziato e concluso la sua parabola politica nella prima metà del '900, dovrebbe essere un evento ormai superato, da consegnare alla storia.
Eppure, nel suo nome, continuano periodicamente ad essere sollevate furiose polemiche, ora di fiera e rinnovata condanna, ora di parziale rilettura.
A questo apparente paradosso è dedicato il post di oggi, scritto da Uriel Fanelli per il suo blog (prima parte di due).
LUMEN


<< Il Fascismo come cultura ha [avuto] diversi aspetti. C’e’ ovviamente l’aspetto politico, ove il fascismo si distingue per lo squadrismo, la forma gerarchica dello stato e la dittatura di un personaggio carismatico. Questo aspetto e’ definitivamente tramontato, e ormai – se non altro per mancanza di carisma dei leader attuali – non rischia di tornare.

Il problema viene quando andiamo ad investigare gli aspetti che [oggi] consideriamo di sinistra. Prendiamo per esempio i sindacati. Tutti voi sarete portati a pensare che il sindacato come lo conosciamo sia una cosa “di sinistra”, ovvero che sia figlio del mondo del comunismo o dei partiti di sinistra. Questo non e’ evidentemente vero.

Nel mondo comunista o “di sinistra”, il sindacato e’ un ente in lotta, e ha lo scopo finale di espropriare la proprieta’ ed il plusvalore delle aziende – dette mezzi di produzione – a favore dei lavoratori. Esso propone una forma cooperativa di gestione, ove l’azienda e’ una cooperativa di lavoratori. E non prevede affatto alcun patronato, che e’ nemico per definizione, e contro il quale la lotta e la mobilitazione sono permanenti.

Non e’ prevista l’idea di pace o di convergenza di obiettivi tra “padroni” e “lavoratori”. L’idea di base e’ che la stessa proprieta’ dei mezzi di produzione, e l’appropriazione del plusvalore (oggi diremmo EBT) delle aziende sia un crimine contro i lavoratori, che invece meritano tutto il vantaggio economico dell’azienda. Dal momento che il sindacato e’ rivoluzionario , ovvero parte di una rivoluzione, si comporta come un ente clandestino , che ottiene i propri risultati obtorto collo, e non e’ interessato particolarmente al riconoscimento da parte dello stato, che subira’ l’immancabile rivoluzione.

Il fascismo ha una sua idea parallela. Esso riconosce l’esistenza di classi sociali, come il comunismo (per il capitalismo tutti hanno un’opportunita’ e non esistono classi ma solo merito) , ma a differenza di capitalismo e comunismo propone una societa’ pacificata.Le corporazioni, tra cui quelle dei lavoratori, esistono e devono lavorare per migliorare le condizioni di tutti, ma non devono lottare tra loro ne’ produrre tensioni sociali o lotte, tantomeno scontri.

Esse sono riconosciute dallo stato con il quale cooperano alla pacificazione sociale, e non ottengono quanto vogliono obtorto collo, bensi’ mediante un accordo corporativo con le corporazioni degli industriali, delle quali accettano la legittimita’ costituzionale. Col fascismo compaiono, come forma tipica di istituzioni pubbliche, le parti sociali. Che NON sono enti rivoluzionari, che sono riconosciute dallo stato, che svolgono una funzione riconosciuta dallo stato, e che lavorano a spegnere le tensioni sociali anziche’ alla lotta e alla rivoluzione.

Stabilito questo, appare chiara una cosa. I sindacati europei sono stati inizialmente comunisti, ovvero di sinistra, ma poi si sono “evoluti”. E quello che viene considerato un sindacalismo “moderno”, altro non e’ che l’idea fascista di sindacato. Se i sindacati moderni non parlano di rivoluzione, sono riconosciuti da leggi e costituzioni, riconoscono la controparte dei “padroni” e dialogano al fine di spegnere le tensioni, qualcuno potra’ parlare di concertazione ed altri di socialdemocrazia, ma cio’ che si sta facendo e’ di riapplicare, tale e quale, l’idea fascista di sindacato, ovvero la camera del lavoro, o corporazione che dir si voglia.

I sindacati europei moderni sono, cioe’, entita’ ideate esplicitamente dal fascismo, operano cosi’ come il fascismo le aveva pensate, e possono essere considerate entita’ fasciste a tutto tondo. Non c’e’ alcuna differenza tra il sindacato “moderno”, che agisce esattamente come pensato dal fascismo mussoliniano, e il sistema fascista, se non la struttura politica ove si inserisce.

Nella sostanza, il sindacato originale “di sinistra” appare oggi vecchio, con una terminologia obsoleta e rivoluzionaria, estremista e violento, per la semplice ragione che il sindacato moderno e’ suo naturale nemico, essendo essenzialmente un sindacato disegnato dal fascismo per pacificare la societa’. L’idea di dare legittimita’ ad ogni parte sociale chiedendo alle parti stesse di abbandonare propositi di lotta, violenza o rivoluzione per una pacificazione sociale e’ , essenzialmente, l’ideologia fascista. Tale idea nasce col fascismo ed e’ originale del fascismo stesso.

Il secondo discorso e’ quello del welfare. Checche’ se ne dica, i sistemi comunisti non hanno alcun “welfare” all’interno, per la semplice ragione che il welfare nasce – sin dal tempo romano – con l’idea di aiutare le persone in difficolta’. Che si tratti di distribuzioni di pane di fronte al Colosseo, o di ospedali pubblici o enti caritatevoli, sino agli Opifici dell’ottocento, il punto e’ che si tratta di soluzioni pensate per aiutare chi si trova in difficolta’.

Ma le difficolta’, secondo il marxismo, nascono perche’ le risorse non sono tutte di proprieta’ dello stato, che le distribuisce equalmente. Nel mondo sovietico, come in tutti i paesi comunisti, lo stato possiede tutto e lo ridistriubuisce. Questa non e’ una forma di welfare, perche’ non si tratta di un aiuto ai bisgnosi: si tratta semplicemente di appropriazione delle risorse da parte del popolo.

L’idea di welfare , ovvero di ammortizzatori sociali volti ad agire – come reazione – a favore di chi soffre di un destino peggiore e’ piu’ vecchia del fascismo, ma solo col fascismo essa diventa una forma di pacificazione sociale. E’ Mussolini il primo a pensare al welfare come ad una forma invasiva di ridistribuzione sociale su scala globale, il cui risultato e’ la pacificazione totale della societa’. Solo con Mussolini il welfare viene esteso non solo oltre l’elemosina, ovvero all’aiuto degli ultimi, ma all’intera societa’.

E’ con Mussolini che il sistema delle pensioni investe TUTTI, non solo gli anziani in difficolta’ economiche. E’ con Mussolini che improvvisamente le camere del lavoro vietano il lavoro minorile, aiutano gli studenti ad andare a scuola e premiano QUALSIASI famiglia abbia piu’ di un certo numero i figli. E’ con Mussolini che l’ideologia di welfare investe campagne , il mondo della casa, in maniera pervasiva, onniscente e senza distinzioni di classe.

Il risultato di questo e’, per la prima volta, di un welfare che senza espropriare i beni invade ogni aspetto della vita economica senza essere specifico delle classi diseredate in situazione di palese emergenza.

Se prima il welfare aiutava gli ultimi ed era indirizzato solo a loro, il welfare mussoliniano investe l’intera societa’, anche chi apparentemente ha un lavoro e non ne abbisognerebbe e’ teoricamente tutelato, e specialmente interviene laddove esistono i grandi conflitti sociali del mondo industriale, ovvero le famiglie industriali e le famiglie inurbate nelle nascenti citta’, che faticano a sostenere il peso degli anziani, per i quali viene inventato il sistema pensionistico universale.

Mussolini offre alla borghesia una societa’ pacificata dai conflitti sociali. Per fare questo, crea per la prima volta in Europa un welfare cosi’ possente da essere universale, cioe’ da coinvolgere tutti. I borghesi accettano di pagare tasse per le pensioni dei meno abbienti, perche’ sanno che questo allentera’ le pressioni sociali di quelle famiglie che non hanno piu’ un reddito agricolo sufficiente a mantenere anziani, e spegnere il crescente malcontento delle famiglie inurbate.

Chiunque, e non solo gli straccioni, beneficia di sanita’ e ammortizzatori sociali. La nascita delle camere del lavoro si occupa del problema di trovare lavoro senza per questo rivolgersi solo a disperati e barboni. >>

URIEL FANELLI

(segue)

giovedì 10 novembre 2022

Il Grande Fratello

Il post di oggi è dedicato alle modifiche psicologiche che una dittatura apporta, più o meno consapevolmente, al modo di pensare dei suoi cittadini.
Siccome l'uomo è un 'animale' sociale altamente adattabile, vivere in una situazione continua di 'paura politica' finisce per modificare la psicologia delle persone, anche nelle situazioni di vita quotidiana, che di politico non dovebbero avere nulla.
Il testo, provocatorio ma interessante, è tratto dal blog di Uriel Fanelli.
LUMEN


<< Chi crede che il “totalitarismo” sia una cosa che il dittatore fa al paese, usando polizia politica, violenza e propaganda, non ha capito niente. Il dittatore come prima cosa e’ un leader. Ed essendo un leader, come dice Weber, non fa altro che trasformare il gruppo cambiandone la cultura. La conseguenza piu’ immediata e’ che i cittadini partecipano alla dittatura. TUTTI (tranne i perseguitati politici, che pero’ hanno vita breve).

Bisogna quindi chiedersi come un totalitarismo cambi le persone. Vivere in un totalitarismo significa che bisogna dire solo quello che lo stato decide vada detto. Siccome di solito e’ diverso dalla verita’, dire la verita’ diventa pericoloso. Lo stato PUNISCE chi dice il vero.

Quando la mente umana vive molti anni in questa situazione, inizia ad associare la verita’ al pericolo. Di conseguenza, il cervello comincia sentirsi al sicuro quando la persona mente, mentre si sente in pericolo quando dice la verita’. Come risultato, anche nella vita quotidiana, mentire diventa endemico E patologico. (...)

Il cervello (del cittadino) si abitua a pensare che dire la verita’ e’ pericoloso. Quando dice la verita’, diventa nervoso, si sente a disagio, in pericolo, il suo cervello rilascia dopamina e adrenalina. Al contrario, quando mente il suo cervello rilascia serotonina, si aggiunge ossitocina, e il tutto lo premia con una sensazione di sicurezza.

Quindi mente, anche quando non ne ha bisogno, quando non ci guadagna nulla, quando non ha senso farlo e non ha niente da nascondere. La prima cosa da capire e’ che dopo anni di totalitarismo, tutti mentono a tutti sempre. La psicologia cambia, e con essa il comportamento quotidiano delle persone. Non importa con chi parliate: vi diranno 'balle', sempre. Almeno un pochino, per sentirsi meglio.

Il secondo punto di un sistema totalitario e’ “la vita sociale come gioco a somma zero”. Significa che se una sera sentite la polizia politica che entra nel vostro condominio, il vostro primo problema e’ “vengono a prendere me? Qualcuno mi ha denunciato? Mi e’ scappata la verita’?”. Quando la polizia politica porta via il vostro vicino di pianerottolo, voi proverete un senso di sollievo: meglio a lui che a me. E non farete nulla per non fare la stessa fine.

Il problema di un cervello che prova sollievo quando ad un altro succede qualcosa di male, e’ che piano piano la sofferenza altrui vi riempie di sollievo. Non di gioia: ma di sollievo si. Significa che quando sentite dire che il vostro esercito bombarda una citta’ (straniera) o ne massacra la gente, allora pensate “meglio a loro che a me”. Questo comportamento diventa un riflesso, e il risultato e’ che la smettete di provare empatia. Anzi, vedere qualcuno cui succede qualcosa di male vi fa sentire sollievo. In un regime totalitario, la mente dei cittadini cambia e soffoca l’empatia: nessuno aiuta mai gli altri.

Il terzo effetto si ha sull’autostima, ovvero una delle caratteristiche che sono alla base della cosiddetta “dignita’”; la considerazione di se’ stessi. Il problema opera come fa con la verita’: cosi’ come la verita’ e’ pericolosa perche’ chi la dice viene punito, la dignita’ e’ pericolosa perche’ i regimi totalitari sono estremamente gerarchici ed esercitano il potere in maniera visibile, vessando i cittadini.

Questo fa si’ che la dignita’ stessa sia un pericolo, come succede per la verita’. Ribellarsi e’ un pericolo, mentre chinare la testa ti salva la vita. I leccaculo vanno avanti, quelli che si sottomettono vanno avanti. Non sottomettersi, non leccare culi, e’ pericoloso. La mente delle persone, come fa con la verita’ che ho descritto sopra, inizia ad associare dignita’ a pericolo. Quando si presenta la possibilita’ di dover scegliere per la propria dignita’, PRIMA, la mente comincia a cercare una via di uscita.

Chi nasce e cresce in un paese totalitario normalmente non vede nulla di strano nel perdere la dignita’, adulando, sottomettendosi. La mente umana e’ fatta per PREVEDERE i pericoli. Quando dico che le persone associano la verita’ e la dignita’ al pericolo intendo dire che poi le persone si comportano come chi associa il lupo al pericolo: alla minima traccia, cambiano strada. In anticipo, PRIMA di vedere il lupo.

Ovviamente, il risultato e’ che la persona cresciuta in un luogo del genere assume delle caratteristiche che noi consideriamo molto deprecabile. Chi e’ cresciuto in un paese totalitario ci appare, per forza di cose, come un miserabile bugiardo patologico, che non ha alcuna dignita’ ne’ amor proprio, ed e’ privo dei minimi requisiti di umanita’ ed empatia. >>

URIEL FANELLI

domenica 16 ottobre 2022

Geotermico vs. Nucleare

Il post di oggi è dedicato alle prospettive energetiche dell''Italia, esaminate da un punto di vista  oggettivo, cioè alla luce dei dati tecnico-scientifici in nostro possesso.
Il testo – tratto dal blog di Uriel Fanelli – mette a confronto le residue nostalgie nucleari con l'intrigante novità del 'Geo-Termico': una fonte che potrebbe diventare la 'punta di diamante' di tutte le nostre energie rinnovabili, a patto di trovare gli agganci politici giusti.
LUMEN


<< Ci sono due motivi per i quali oggi e’ meglio lasciar perdere il nucleare in Italia. Il primo e’ di ordine politico. Le universita’ che insegnavano ingegneria nucleare sono state chiuse piu’ di 30 anni fa, dopo il famoso referendum. E’ vero che l’ Italia ha fior di fisici, ma costruire e operare una centrale, oltre a loro, richiede un lavoro ingegneristico intenso. Se la vuoi anche sicura, efficiente, eccetera.

(Pertanto) la filiera del nucleare andrebbe ricostruita da zero, persino a partire dallo know how. E partire senza know-how significa partire senza brevetti. E partire senza brevetti significa comprare ogni cosa dall’estero, al prezzo che decidono altri, e in condizioni di oligopolio (non ci sono tante aziende che fanno reattori nucleari).

Questo da solo sarebbe un argomento, ma se andiamo avanti, ci troviamo al punto: ricostruire la filiera del nucleare in Italia sino a renderla autosufficiente richiede 20 anni. QUATTRO legislature. E’ semplicemente impossibile che un progetto controverso come il nucleare sopravviva quattro legislature. Punto.

Il secondo punto e’ quello industriale: se diciamo che dobbiamo uscire dalle fonti fossili entro il duemilachissaquando, stiamo dando una bruttisima notizia ad aziende come ENI e come Italgas. Diventa difficile pensare ad un futuro per loro. 
 
Il dramma qui e’ che occorre trovare un’alternativa al nucleare, la quale possa consentire ad ENI e Italgas di fare una transizione, e che possa consentire loro di valorizzare il patrimonio di know-how che hanno.

In questo senso, e’ facile individuare il Geotermico. Per diversi motivi:
= ENI ha un patrimonio di know-how geologico di enorme valore.
= ENI ha un patrimonio di know-how in trivellazioni di enorme valore.
= Italgas ha un patrimonio enorme nellla creazione di reti di tubi in zone urbane, che sono necessarie per il teleriscaldamento (Bergamo, Ferrara ed altre citta’ usano gia’ il teleriscaldamento, ed e’ un altro lato interessantissimo della geotermia).
= Il teleriscaldamento integra (come succedeva a Ferrara) la fonte geotermica con i termovalizzatori locali. .

Si tratta cioe’ di iniziare a coinvolgere questi attori, portandoli ad aumentare la quota di business sul Geotermico mentre diminuisce quella sulle fonti fossili. In questo modo, si salverebbero due realta’ industriali enormi.

In realta’, nel confronto tra geotermico e nucleare, il geotermico vince in tutti i modi possibili:
= non ha emissioni
= non fa scorie
= non ha pericoli di disastri come Chernobyl.
= la fonte e’ abbondante in Italia (l’uranio no).
= l’italia ha gia’ centrali, quindi ha gia’ brevetti.
= l’italia ha gia’ centrali, quindi ha gia’ ingegneri preparati.
E scalare una fonte esistente, ovviamente, e’ piu’ rapido. Non ci vuole un genio a capirlo.

La scelta del nucleare come fonte, in un paese che siede su due faglie geologiche, non si spiega. Ovunque in Italia si trivelli sotto i duemila metri si incontra una fonte di calore getermica: e per aziende come quelle petrolifere, duemila metri sono da principianti. In queste condizioni, questo amore folle per il nucleare e’ inspiegabile: l’Italia e’ seduta su una fonte di energia immensa, pulita e non rischiosa. >>


<< Esistono essenzialmente due tipi di geotermico: caldo e freddo. Con quello caldo potete far girare turbine e produrre energia, come si fa gia’ in diversi luoghi d’Italia e d’Europa. E del mondo.

Con il geotermico “freddo” essenzialmente ci scaldate le case. (...) Si costruisce un impianto di distribuzione per acqua calda, non abbastanza calda per le turbine, ma abbastanza calda da scaldare casa. In questo modo si risparmiano tantissime tonnellate di CO2 altrimenti prodotte dal metano domestico. (,,,)

[Purtroppo] siamo arrivati ad un punto di disinformazione cosi’ grande che, mentre si discute delle nuove forme “green” di produzione dell’energia, NON si menziona MAI la fonte piu’ “green” di tutte: il geotermico.

Nucleare (di qualsiasi generazione sia) e Geotermico sono due forme di energia estremamente distante (anche se si potrebbe obiettare che il decadimento di lantanidi e transuranici che scalda l’interno del pianeta li avvicini: ma il decadimento non e’ fissione) .

Ma quello che li accomuna di piu’ in Italia e’ che lo stesso identico meccanismo politico li sta bloccando: quel meccanismo politico che vuole ENI, Snam, ENEL, Italgas, essere le aziende che non vogliono MAI concorrenza alle energie fossili.

Anche a costo di raccontarvi che mescolando il metano con l’idrogeno si ottengano MENO gas serra: come se il vapore acqueo non lo fosse. Alla fine riempirete il paese di inutili pale e di silicio contaminato all’arseniuro di gallio, pur di non capire che siete seduti sulla piu’ grande fonte di energia pulita del pianeta: quella geotermica. >>.

URIEL FANELLI

giovedì 5 maggio 2022

Alto Comando

Disse una volta George Clemenceau, con un aforisma passato alla storia, che «La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari».
E proprio questa considerazione, tra l'ironico e il paradossale, può fare da filo conduttore al post di oggi, dedicato ai problemi dell'Esercito Italiano, con due brevi testi (molto provocatori) che ho tratto dal blog di Uriel Fanelli.
LUMEN



<< Ogni esercito ha una storia, e ne risente. (…) Anche in Italia c’e’ qualcosa di simile, ma con un fenomeno strano, ovvero il momento nel quale l’Italia decise di non vincere le guerre. Avvenne subito dopo la “vittoria” della prima guerra mondiale. Cosa succede subito dopo? Un terremoto.

Dal fronte, infatti, arriva Diaz, che si prende l’incarico di capo dello stato maggiore (essendo il condottiero vincitore, anche se privo di particolari meriti militari) e tutta una torma di militari ultradecorati in quanto vincitori. I quali, ovviamente, sorpassano in carriera i militari “nobili” (col titolo nobiliare reale, insomma) e i guerrieri da salotto romano, che pensavano di avere carriere e promozioni assicurate.

A maggior ragione, gli ufficiali mutilati vengono destinati a ruoli di ufficio, a scapito degli ufficiali presenti, che vengono trasferiti a ruoli piu’ operativi: devono lasciare la dolce vita di Roma.

Ma non solo agli alti livelli succede: il maresciallo degli alpini che stava in ufficio a curare la logistica si trova con il maresciallo decorato e magari ferito , o mutilato, che prende il suo posto. E a lui toccano di nuovo le marce in montagna e le brine.

Per i nobili la cosa era doppiamente scioccante: non solo il Re aveva preferito Diaz ad un sangue di stirpe reale (il Duca d’Aosta) per la guerra, ma adesso Diaz superava il Duca d’Aosta anche gerarchicamente, venendo aggiunto “della Vittoria” al titolo nobiliare che gia’ aveva.

Il Duca d’Aosta dovette accontentarsi dei giornali che lo chiamavano “invitto”, sostenendo che le posizioni da lui perse durante Caporetto “mai furono perdute”. Lo stesso accadde a Thaon di Revel, che divenne “Duca del Mare”, e quindi rimase al comando della marina.

Questo terremoto era causato peraltro da un fenomeno detto competenza: ne’ Diaz ne’ Thaon di Revel brillarono, ma erano piu’ “hand on box” di Cadorna e dei vari generali da poltrona di Roma e della “scuola di tiro” di Torino. E non andarono mai contro l’ordinamento militare, come invece fecero Cadorna e il Duca d’Aosta istituendo la “decimazione” (non sto scherzando) come punizione per i battaglioni secondo loro “indisciplinati”.

Comunque, finisce la guerra e arriva una pletora di ufficiali e sottufficiali da promuovere. (non sto parlando poi di mutilati ed invalidi di guerra che ebbero la precedenza nelle assunzioni del pubblico impiego). Fu un vero e proprio terremoto. Gente che aveva dei titoli nobiliari veniva soppiantata da personaggi che si, erano nobili, ma di tutt’altro lignaggio, tutt’altro radicamento a corte, tutt’altro acclimatamento ai salotti politici romani.

Quello fu il momento esatto in cui la cupola di “nobili” e di alti ufficiali di Roma decise che mai, giammai, mai piu’, l’Italia avrebbe vinto una guerra. >> 



<< Nell’esercito italiano, all’inizio della formazione del regno d’Italia, c’era una prevalenza di nobili. Perche’? Beh, perche’ i nobili dipendono dal Re sia per le onoreficenze che per le “promozioni”, per cui il Re sentiva di averne un certo controllo.

Inoltre i nobili erano scolarizzati, a fronte di una popolazione quasi analfabeta. Certo, esisteva una piccola borghesia, ma questo non toglie che la scuola di Tiro di Torino fosse popolata prevalentemente da nobili con il titolo di studio di avvocato.

Qual’e’ la cultura dei nobili?
= [avere] disprezzo verso le persone comuni e per le loro competenze, considerate spendibili o sacrificabili.
= considerare la propria carriera un diritto di sangue, un equivalente della promozione per anzianita’. Sangue e anzianita’.
= avere una carriera che coincide con la vicinanza al trono (o al governo di Roma), partecipando a tutti gli eventi sulle terrazze romane, spogliarelli nei circoli ufficiali, circoli di equitazione, vela, e compagnia bella.

Questa e’ la prima cultura che aleggiava, e aleggia ancora, negli stati maggiori e nelle accademie. Potrebbe essere un’eccezione l’aereonautica, nel senso che e’ nata col fascismo (Balbo) e quindi ha pochi nobili. (...)

Su questo si innescano alcune “dinastie” che sembrano avere le porte spianate da generazioni, nel senso che se prendiamo alcuni nomi scopriamo che da generazioni fanno carriera nelle forze armate: non sempre sono cattivi ufficiali, ma ci sono anche casi peggiori, diciamo “non vocazionali” per usare un eufemismo.

A peggiorare le cose c’e’ il fatto che le forze armate italiane non hanno strumenti giuridici per mandare via gli ufficiali che non fanno carriera e iniziano a fare la muffa. Per cui ci si trova nella situazione in cui un ufficiale che non ha MAI navigato abbia il grado di Comandante di Vascello, che richiede di aver passato Comandante di Fregata, e anche Comandante di Corvetta. Ma senza averle mai comandate, ti sei solo esercitato.

La verita’ e’ che se arrivi ad una certa eta’ e non hai mai comandato una corvetta (le navi sono poche ma l’accademia navale sforna ufficiali a iosa) , dovresti essere congedato. Invece vengono passati a ruoli logistici. E ti trovi personaggi che si congedano come Ammiragli senza aver mai navigato. Di conseguenza, se qualcuno va in missione, brilla e torna a casa, immediatamente infastidisce una pletora di personaggi accampati a Roma, che si vedono scavalcare. (…) 
 
Per gli altri ufficiali che campeggiano a Roma, l’Italia non deve affatto fare bene, vincere bene, tornare vincitrice. Semmai la gloria deve essere, semmai ci deve essere orgoglio, allora El Alamein e’ la battaglia perfetta: una medaglia al valore fa far carriera, una medaglia alla memoria no. >>

URIEL FANELLI