giovedì 2 luglio 2026

Pensierini – XCIV

FAMIGLIA TRADIZIONALE
Molti si chiedono se la demolizione della famiglia tradizionale, che sta avvenendo in occidente, sia una cosa positiva o negativa.
Per le elites attuali, che si arricchiscono col consumismo, sicuramente è positiva, perchè le persone single o le famiglie piccole consumano molto di più di quelle grandi, così come le donne che lavorano rispetto a quelle che fanno le casalinghe.
Per noi comuni mortali non saprei, perchè ci sono sempre i pro e i contro: le famiglie piccole hanno più libertà, le famiglie numerose più vincoli. Però in queste ultime c'è più aiuto famigliare e meno solitudine durante la vecchiaia.
Diciamo che l'atomizzazione sociale è più tipica dei periodi delle vacche grasse e la famiglia tradizionale di quelli delle vacche magre.
Siccome ci attende una crisi ambientale seria, non mi stupirei se ritornassimo, poco per volta, al passato.
Questo potrebbe anche essere un buon presupposto per il ritorno delle religioni tradizionali improntate sulla mentalità patriarcale, come l'islam e il cristianesimo di un tempo (sempre che sia ancora vivo e vegeto, cosa non scontata).
Il pendolo della storia è sempre in movimento e noi ci troviamo sempre, necessariamente, a vivere in un periodo di transizione, o da una parte, o dall'altra.
LUMEN


NULLA DA FARE
Tempo fa, venne chiesto a Dennis Meadows (uno dei coautori del famoso “Limits of the growths”) come possiamo fare per fermare il degrado ambientale in atto, che causerà grandi privazioni e sofferenze alle popolazioni future.
Lui, con grande onestà intellettuale, rispose così:
<< Dovrebbe cambiare la natura dell'uomo. Siamo tuttora programmati come 10.000 anni fa. Visto che uno dei nostri antenati poteva essere attaccato da una tigre, non si poteva preoccupare del futuro ma solo della propria sopravvivenza. La mia preoccupazione è che, per motivi genetici, non siamo adatti a fare i conti con problemi di lungo termine come i cambiamenti climatici.
Fino a che non impareremo a farlo, non ci sarà modo di risolvere problemi simili. Non c'è niente che possiamo fare. La gente dice sempre: "Dobbiamo salvare il pianeta". No, non dobbiamo. Il pianeta si salverà in ogni modo da solo. L'ha già fatto. Talvolta gli ci vogliono milioni di anni, ma comunque ce la fa. Non dobbiamo preoccuparci del pianeta, ma della razza umana. >>
E' triste riuscire ad analizzare correttamente un problema importante, e poi accorgersi che non si può fare nulla per risolverlo. 
Però col degrado ambientale sta succedendo proprio questo. Che peccato..
LUMEN


APOSTOLATO
Credo che l'approccio da tenere verso i codici di comportamento delle altre culture sia uno dei punti più delicati in assoluto dei rapporti umani.
Non parlo solo delle diverse civiltà o delle diverse religioni, con tutta la loro complessa sovrastruttura, ma anche dei diversi gruppi di pensiero che si formano su argomenti specifici: vegani contro carnivori, ecologisti contro consumisti, fautori della libera droga contro proibizionisti, e potrei continuare.
Il problema, in buona sostanza, è questo: se io appartengo ad un gruppo umano che segue determinati codici di comportamento (che mi dicono cosa 'devo' e cosa 'non devo' fare), posso limitarmi a seguire questi codici o devo anche fare apostolato per diffonderli agli altri ?
Esistono davvero codici superiori e codici inferiori ?
Io, senza nessuna pretesa di avere ragione, mi sento in linea con gli antropologi e gli etnologi che sono per il 'non intervento', ma mi rendo conto che una soluzione ottimale, forse, non esiste.
LUMEN


NOI INVECE
Anche chi usa spesso l'Intelligenza Artificiale (come il sottoscritto) non sa nulla di come è stata strutturata e non ha nessuna idea di come funzioni veramente.
Sappiamo solo che si tratta di una macchina molto complessa, che si comporta formalmente come un essere umano, ma che è composta soltanto da tantissimi circuiti di silicio, che non sanno quello che fanno e che non hanno coscienza.
Noi invece...
Noi invece cosa ?
Ci siamo mei fermato a riflettere che anche noi siamo, in ultima analisi, composti da tantissime singole cellule che NON SANNO QUELLO CHE FANNO ?
Siamo sicuri di essere poi così diversi ?
LUMEN


ANNO DOMINI
Poche cose sono profondamente sbagliate come il nostro sistema di contare gli anni (nato occidentale, ma poi esteso a tutto il mondo), che, come noto, decorre dalla nascita di Cristo.
Anzitutto Gesù Cristo, pur essendo un personaggio storico, NON è nato nell'anno UNO, ma qualche anno prima. Gli storici non hanno dubbi al riguardo, a causa dei riferimenti incrociati tra le affermazioni dei Vangeli e la storia romana.
In secondo luogo, non esiste un Anno ZERO, come sarebbe necessario dal punto di vista matematico, perchè la cultura romana dell'epoca non conosceva il concetto di zero.
Ed infine, ciliegina sulla torta, nell'anno UNO, così come convenzionalmente calcolato, non è successo assolutamente NULLA di rilevante dal punto di vista storico.
Quindi, noi oggi siamo nell'anno 2026 a partire dal nulla. Chapeau.
LUMEN

giovedì 25 giugno 2026

Psicologia della Violenza

Questo post è dedicato agli aspetti psicologici e giuridici della violenza sociale, che tanta parte ha nella nostra vita di cittadini, anche solo per via indiretta, come spettatori dei fatti di cronaca.
Non per nulla una delle caratteristiche fondamentali dello Stato moderno è proprio il monopolio legale della violenza, che ci consente di limitare il suo impatto sociale.
Ne ho discusso con Copilot, che è stato chiaro ed esauriente come sempre, e poi gli ho chiesto, tanto per provare qualcosa di nuovo, di impostare il testo come se fosse la breve relazione di un avvocato penalista che deve tenere un discorso in pubblico.
Il risultato mi è sembrato eccellente, e quindi ho deciso di riportarlo tale e quale qui nel blog. Buona lettura.
LUMEN


Buonasera a tutti.
Quando mi hanno chiesto di parlare della violenza, ho pensato che fosse un tema troppo grande.
Poi mi sono ricordato che, in fondo, nel mio lavoro non faccio altro che incontrare persone che la violenza l’hanno subita, l’hanno vista, o l’hanno esercitata.
E allora ho deciso di parlarne nel modo più semplice possibile.
Perché la violenza non è un concetto astratto. È una cosa che accade tra le persone. E per capirla bisogna partire da lì.

1. La violenza strumentale
La prima forma è quella che potremmo chiamare strumentale.
È la violenza che serve a ottenere qualcosa. Non nasce da un’emozione. Nasce da un calcolo.
È la violenza del rapinatore che colpisce per farsi consegnare l’incasso. Del mafioso che minaccia per ottenere obbedienza. Del marito che usa la forza per imporre un controllo.
È una violenza fredda, razionale. E proprio per questo è spesso la più difficile da contrastare. Perché chi la esercita non ha perso la testa. L’ha usata.
Nel processo, questo tipo di violenza si riconosce perché è coerente, lineare, funzionale. Non ci sono esplosioni improvvise, non ci sono errori emotivi. C’è un obiettivo, e c’è un mezzo per raggiungerlo.

2. La violenza impulsiva
La seconda forma è quella impulsiva, o reattiva.
È la violenza che esplode. Qui non c’è calcolo. C’è rabbia, frustrazione, paura, umiliazione.
È la lite degenerata. Il delitto passionale. La reazione sproporzionata a un’offesa.
È una violenza che nasce in un secondo e spesso si rimpiange per tutta la vita.
Nel mio lavoro, quando incontro questo tipo di violenza, vedo persone che non sanno spiegare cosa è successo.
Non perché mentono. Ma perché non lo sanno davvero. La violenza impulsiva è caotica. Lascia tracce, errori, contraddizioni.
E paradossalmente, proprio questi errori la rendono più comprensibile, più umana. Non giustificabile, certo. Ma comprensibile.

3. La violenza sadica
La terza forma è la più difficile da guardare in faccia.
È la violenza che non serve a niente. Se non a se stessa. È la violenza di chi trae piacere dal dolore altrui. È rara, per fortuna. Ma esiste.
È la violenza di alcuni serial killer. Di certi torturatori. Di chi umilia per sentirsi vivo.
Qui non c’è calcolo, e non c’è perdita di controllo. C’è un vuoto che si riempie con la sofferenza degli altri.
Nel processo, questa violenza si riconosce dal distacco. Dalla mancanza di emozione. Dalla teatralità, a volte. È la violenza che non so spiegare. E che non voglio spiegare.

Perché questa distinzione è importante
Perché capire che tipo di violenza abbiamo davanti significa capire che tipo di persona abbiamo davanti.
E nel mio lavoro — come nella vita — capire le persone è metà del lavoro.
La violenza strumentale parla di calcolo. Quella impulsiva parla di emozione. Quella sadica parla di personalità.
Sono tre mondi diversi. E richiedono risposte diverse.

E cosa c’entra tutto questo con gli interrogatori?
C’entra moltissimo. Perché un interrogatorio non serve a far confessare. Serve a capire. E per capire bisogna ascoltare. Non schiacciare.
Un interrogatorio condotto con calma, con domande aperte, senza pressione — quello che in alcuni Paesi chiamano modello non accusatorio — permette di vedere la persona per quello che è.
La violenza strumentale produce risposte fredde. Quella impulsiva produce emozioni, incoerenze, rimorsi. Quella sadica produce distacco.
Se invece l’interrogatorio diventa un duello, una prova di forza, una gara di nervi…
allora non capiamo più niente. E rischiamo di confondere l’ansia dell’innocente con la menzogna del colpevole. Succede più spesso di quanto pensiate.

Conclusione
La violenza non è un gesto. È una storia. E ogni storia ha un movente diverso.
Se non capiamo il movente, non capiamo il gesto. E se non capiamo il gesto, non capiamo la persona.
E senza capire la persona, la giustizia diventa un esercizio cieco. E la giustizia cieca non è giustizia.
Grazie.

COPILOT

giovedì 18 giugno 2026

Appunti di Demografia - (3)

Tutti i brani sono tratti dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO.
LUMEN


POPOLAZIONE ITALIANA
Leggo (fonte ISTAT) che, grazie ai migranti, la popolazione italiana rimane stabile (per numero); mi rallegro, ma penso che l'obiettivo, come spesso accade, non sia (e non debba essere) solo la quantita`, ma anche la qualita`.
Non ho nulla di pregiudiziale contro i migranti (...), ma cio` che e` problematico (in particolar modo per cio` che riguarda vivibilita` e ordine pubblico) e` la componente qualitativa di questo "contributo"; e sia ben chiaro, molto spesso questo e` un reale contributo positivo alla societa` italiana, ma altrettanto molto spesso non lo e` proprio.
Il criterio economico e` importante, dalla forza lavoro alla base contributiva; ma il criterio economico troppo spesso guarda solo agli interessi "del capitale" per il quale la popolazione (come "massa") e` considerata solo come forza lavoro (a basso costo) e mercato di consumatori (che comprando remunerano il capitale investito).
Per la popolazione italiana, probabilmente, il criterio non e` solo economico, ma anche culturale, inteso nel senso piu` ampio del termine: lingua, tradizioni, cultura, religione, costumi, abitudini, comportamenti, valori...
E senza voler generalizzare (...) rimangono le statistiche (da cui le probabilita`) che riguardo l'ordine pubblico e la sicurezza sono molto chiare. (...)
Quando il problema si incancrenisce ci si deve poi confrontare con "Stati informali" (diaspore) dentro lo Stato, che vivono seguendo "leggi informali" (non sempre coerenti con quelle dello Stato), che rispondono (e ubbidiscono) a "capi informali" (e non a quelli istituzionali), e che quando saranno abbastanza forti (sia come numero, che come determinazione) sapranno difendere i "confini" dei loro Territori, dover nemmeno la polizia potra` entrare.
Cose gia` viste altrove e che si sta gia` sperimentando.
I Governi che esplicano la loro funzione nell'interesse "del capitale", di questo se ne fregano (sono pagati "dal capitale") e hanno sposato la causa del "dividi et impera" dove lotte fratricide, conflitti "fra classi", conflitti etnici garantiscono al "potere" immunita` e longevita`. (...)
Il problema non e` l'immigrazione in se`, ma l'assenza di una sua programmazione e regolazione con le necessarie deterrenze per la sua attuazione.
Promuovere il bene senza sanzionare il male non funziona: i divieti di sosta, senza un vigile che mette le multe e un sistema di riscossione forzata di quelle, non funzionano.
LORIS ZECCHINATO


ISLAM ED EUROPA
L’anti-islamismo della destra confonde intenzionalmente il problema (reale) di flussi migratori fuori controllo con il problema (fittizio) dell’islamizzazione dell’Occidente. Come se le rivolte delle banlieue o gli attentati dell’ISIS fossero momenti di un “processo di islamizzazione”.
Questo, tuttavia, non significa che l’Europa non possa ad un certo punto “islamizzarsi”.
Premesso che esistono innumerevoli varietà di Islam e che quindi ogni discorso di “islamizzazione”, senza precisazioni, mette insieme cose letteralmente incommensurabili, tuttavia non è affatto escluso che l’Europa ad un certo punto possa “islamizzarsi”.
Se questo accadrà non sarà per un colpo di stato o l’imposizione della Sharia con un atto di forza, ma per la conversione volontaria degli europei: il raggiungimento di un’egemonia per vie interne.
L’Islam è oggi una religione in crescita perché rappresenta una prospettiva spirituale in un mondo, come quello dell’Europa neoliberale, che ha sistematicamente sradicato ogni dimensione spirituale.
Conta poco che l’Europa possa riallacciarsi di diritto a una ricchissima tradizione spirituale. Se questa rimane un gagliardetto da brandire in qualche cerimonia pubblica, con niente dietro, il suo destino è segnato.
La natura, inclusa la natura umana, aborrisce il vuoto. E il vuoto spirituale (le vicissitudini della decadenza dell’Impero romano lo mostrano bene) non viene mai tollerato a lungo.
ANDREA ZHOK


MINORANZE E PRIVILEGI
Tutelare le minoranze in pericolo è una cosa, tutelare le minoranze in quanto tali è già un tema su cui sarebbe da dibattere, dare totale potere a chiunque appartenga ad un'altra etnia o religione è una follia e il perché non ha a che fare con discorsi sulla superiorità di alcune etnie su altre: nessuno deve essere trattato in modo diverso dagli altri.
Se ad esempio [come in Inghilterra] dai ai Sikh la possibilità di girare con il Kirpan, che è un coltello rituale, e lo metti tra le "good reason" per superare il divieto stai creando la condizione per certe situazioni [pericolose].
Se un coltello non puoi portarlo, non deve farlo nessuno. Se il tuo credo prevede che devi per forza portare i 5 elementi rituali e tra questi c'è il Kirpan o ti adatti o vai a vivere in un posto dove questo è permesso. Lo stesso vale per il volto coperto, per la libertà di scelta delle donne, per i programmi scolastici e tutto il resto.
Integrazione è quando chi viene da fuori si adatta alla società che lo ospita, non il contrario. Questo vale per tutte le etnie. (...)
Sono anni che cerco di dirlo: più tiri l'elastico e più il rimbalzo è forte. Ci sono millenni di storia che raccontano questa semplice dinamica sociologica: la reazione c'è sempre e spesso è peggio dell'azione.
Esacerbare per un ventennio i temi dell'inclusione portando persino a varare leggi e regole speciali (come il Communications Act inglese del 2003) crea un a situazione per cui al punto di rottura viene giù una valanga. Tanto più se nel frattempo getti l'intero continente in una situazione di precarietà economica, di austerità, di inflazione pazza, di incertezza e povertà.
VALERIO SAVAIANO

giovedì 11 giugno 2026

Analisi Marxista

Il post di oggi riporta un interessante articolo di Andrea Zhok (tratto dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO) sulla efficacia del pensiero marxista nella interpretazione degli eventi sociali e politici. A seguire, troverete alcune brevi considerazioni del sottoscritto,
LUMEN


<< Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell'interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”. Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macro-meccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma in verità ciascuno di noi, con rarissime eccezioni) non è mosso intenzionalmente da quelle leve: non vuole “fare sempre più soldi”, non vuole “ottenere margini crescenti”, non è quello che lo anima e muove.

Questo fatto è da sempre un ostacolo ad una piena comprensione di quel modello esplicativo, a quasi due secoli dalle sue prime formulazioni. Se guardiamo ai movimenti nazionali ed internazionali che conducono alla Prima Guerra Mondiale vediamo in modo trasparente come il conflitto appaia come orizzonte fatale di una competizione economica illimitata e necessariamente espansiva, che prima esaurisce la proprie risorse interne, poi si riversa nell’avventura coloniale (prima globalizzazione), infine passa alle vie di fatto, trasformando la competizione economica in guerra guerreggiata.

Tuttavia, per quanto un’analisi a posteriori mostri quei processi con chiarezza (...), la stragrande maggioranza delle persone alle soglie della Prima Guerra Mondiale (inclusi eminenti membri delle classi dirigenti) interpretavano quelle circostanze come “ricerca dello spazio vitale”, come “autodifesa nazionale”, come “orgoglio patriottico”, come “protezione delle proprie famiglie dalla barbarie straniera”, ecc.
Non andavano in guerra per far piacere ai Rothschild, ma per ragioni umane del tutto comprensibili. L’amara saggezza della Cassandra marxiana sta nel fatto che, però, di fatto, stavano proprio facendo un piacere ai Rothschild, ai Krupp, non a sé stessi, non alla patria, non alle loro famiglie, ecc.

Oggi la situazione è simile, con in più una capacità manipolatoria del grande capitale ben più raffinata di un tempo. Anche oggi non bisogna pensare che tutti i “capitalisti” agiscano per “ragioni capitalistiche”. In verità ad agire così sono una minoranza. Il punto è che il “capitalismo” è tecnicamente una forma di produzione e riproduzione sociale molto semplice: è un sistema (un “algoritmo”) che ha un solo “target”, l’incremento medio progressivo delle capitalizzazioni, e dunque una sola direzione, la crescita infinita, l’espansione infinita.

Non conosce altre finalità, o meglio, le può cavalcare strumentalmente tutte, ma esse non rappresentano il punto di caduta reale. Dunque è un sistema sociale che genera automaticamente consumo illimitato delle risorse, espansionismo, imposizione universalistica dei propri paradigmi ovunque, e per ciò stesso, ciclicamente, crisi, conflitti, grandi distruzioni, che si limitano a ricaricare l’orologio della stessa dinamica cieca.

Il punto che voglio qui sottolineare, tuttavia, è che la struttura capitalistica, nel tempo, ha imparato a costruire anche una propria “ideologia”, che lentamente comincia a prendere una forma sempre più definita (...). Questa “ideologia” non è sorretta dalla cruda e astratta prospettiva del “fare sempre più soldi”, prospettiva arida e per lo più incapace di muovere anche gli squali della finanza. Questa ideologia ha alcuni capisaldi fondamentali, legati alle idee che nella tradizione filosofica hanno preso il nome di “nichilismo” e “volontà di potenza”.

L’ideologia del capitale è:
= NICHILISTA, nel senso della distruzione di ogni riferimento a valori naturali, tradizionali o storici;
= PROGRESSISTA, nel senso di concepire un “andare avanti” purchessia come coincidente con il “meglio”;
= TECNOCRATICA, nel senso di immaginare un mondo in cui la saggezza è definita come competenza nell’esercizio del potere tecnologico;
= TRANSUMANISTA, nel senso di concepire l’umanità come una materia prima liberamente malleabile per fini ulteriori e specificamente in vista di un “incremento di potenza”;
= MONOPOLISTICAMENTE UNIVERSALISTA, nel senso di supporre che possa e debba esistere soltanto una visione del mondo vera, da estendere a tutto il globo, espellendo ogni altra visione, per essenza “inferiore”.

I Musk, i Thiel, i Gates, i Soros, e molti altri meno famosi, si muovono tutti in questo orizzonte nichilista, progressista, tecnocratico, transumanista e universalista. Sarebbe sbagliato pensare che essi “mirino solo a fare sempre più soldi”. Ai loro occhi il capitale appare solo come uno strumento necessario, che in quanto necessario, naturalmente, non può venire in alcun modo compromesso. Ma essi si pensano “idealisti”.

Ciò che sfugge loro, come a milioni di altri che vorrebbero essere al loro posto, è che quella che ai loro occhi appare come “visione vera” è proprio semplicemente la traduzione in immagine dei funzionamenti del capitale.
= Il trionfo del capitale (denaro) è la sostituzione dei valori naturali e tradizionali con il valore di scambio (prezzo);
= Il processo del capitale è idealmente l’andare avanti in un accumulo indefinito (progresso);
= Il capitale è la più potente meta-tecnologia della storia: è il mezzo di tutti i mezzi, lo strumento che consente di governare tutti gli altri strumenti e tutti i beni;
= Il capitale è potenza di trasformazione infinita e illimitata: non ha una forma propria, ma si può trasformare in modo liquido in ogni cosa; e perciò sembra che possa mantenere valore anche se gli esseri umani scomparissero;
= Il capitale è una forma astratta, intrinsecamente universale. La visione del mondo del capitale sta alle visioni del mondo storiche ed antropologiche come i numeri stanno alle parole delle lingue umane: un linguaggio universale, trasversale, ma al contempo semanticamente vuoto.

Così, quando oggi vediamo il male del mondo concentrato nei Trump, nei Netanyahu, ricordiamoci che essi se ne andranno presto, (...) ma non se ne andrà la spinta fondamentale che sta dietro a loro (e a molti anche su posizioni politiche opposte). >>

ANDREA ZHOK


POSCRITTO
Condivido senza difficoltà la superiorità dell'approccio marxista nell'interpretazione degli eventi geo-politici, ma con una precisazione importante.
Gli intellettuali marxisti danno per scontato che tutti i mali del mondo siano connessi con la mentalità capitalista, che condizionerebbe negativamente sia l'economia che la politica, e si augurano quindi il suo superamento.
Non voglio difendere il capitalismo, ma occorre tenere presente che questo sistema è forte proprio grazie ai suoi difetti, cioè perchè è il più coerente con la natura umana. Non si tratta di una anomalia storica, ma della traduzione in termini socio-economici della spinta umana alla superiorità ed alla sopraffazione.
Inoltre i marxisti non si rendono conto che il capitalismo, se mai dovesse cadere, verrebbe sostituito da sistemi iper-ideologici, che risulterebbero, per la vita quotidiana dei popoli, molto più soffocanti e deprimenti.
LUMEN

giovedì 4 giugno 2026

Uomini e Donne - (5)

VISTO DA LEI
Gina Lombroso, figlia del noto antropologo Cesare Lombroso, è stata una divulgatrice scientifica e scrittrice, e si è occupata, tra le altre cose, della condizione della donna. 
Mentre la posizione del padre era ottusamente maschilista, quella della figlia era molto più aperta, senza però cadere negli stereotipi del femminismo moderno.
Ecco alcune brevi citazioni tratte dai suoi libri, il più famoso dei quali è senza dubbio “L'Anima della Donna” del 1920.
<< Inutile negarlo: la donna non è uguale all'uomo. >>
<< Esistono tra l'intelligenza della donna e quella dell'uomo differenze non di quantità, ma di qualità e di direzione; le quali riposano non su abitudini o tradizioni, ma sulla funzione massima a cui la donna è preposta, e che nessuna società potrà mai cambiare, la maternità. >>
<< La donna è altruista o meglio altero-centrista nel senso che fa centro del suo piacere, della sua ambizione, non in se stessa, ma in un'altra persona che essa ama e da cui vuole essere amata, il marito, i figli, il padre, l'amico, ecc. L'uomo [invece] è egoista o meglio ego-centrista: tende a far se stesso, i propri piaceri, le proprie attività centro del mondo in cui vive. >>
<< La leggenda dell'inferiorità della donna è nata al momento in cui si è creduta, come avviene oggi, superiore... Questo errore di giudizio è stato l'origine della leggenda che le donne superiori siano poco numerose, che quando esistono siano stelle di seconda grandezza, maschi mancati. >>
Quanta consapevolezza, e quanta saggezza, in queste parole.
LUMEN


FIGLI ED EGOISMO
In un recente post del suo blog Gaia Baracetti si chiede se NON FARE FIGLI sia un atto di egoismo oppure no.
A me sembra che quella dell'egoismo non sia la prospettiva giusta per esaminare questo problema.
Tutto quello che facciamo, in fondo, lo facciamo per noi stessi e quindi la scelta di avere figli è egoistica esattamente come quella di non averli.
La differenza dipende dal contesto e dalla nostra mentalità e quindi, semmai, si dovrebbe parlare di lungimiranza oppure no.
Nel senso che tutte le donne, alla fine dei conti, desiderano avere dei figli, ma alcune di esse si lasciano prendere da altri obiettivi (come per esempio la carriera) e rimandano.
Rimandano e rimandano, sino a che, poi, arriva il momento in cui non possono più averli ed allora rimpiangono amaramente quello che non è stato.
Per gli uomini è un po' diverso, ma per le donne, secondo me, il problema è proprio questo.
LUMEN


L'ALTRUISMO DELLE DONNE
Ma le donne sono delle generose altruiste o delle fredde calcolatrici ? Dipende.
Secondo me occorre distinguere due situazioni molto diverse tra loro: quando una donna è innamorata e quando non lo è (o perchè non lo è mai stata o perchè non lo è più).
Nel primo caso lei da veramente tutta se stessa, con grande generosità e vero altruismo. Nel secondo caso, invece, lei agisce principalmente per calcolo, e la sua generosità è solo apparente.
Quindi non bisogna generalizzare, nè in un senso, nè nell'altro.
LUMEN


ASPETTATIVE
Una delle differenze più importanti tra una società patriarcale ed una società ugualitaria è che nella prima ci sono donne felici e donne infelici, mentre nella seconda ci sono solo donne infelici.
Può sembrare una affermazione paradossale, visto il ruolo subordinato che le donne ricoprono del patriarcato, ma la differenza, secondo me, esiste e la causa risiede nelle aspettative.
Nel patriarcato la donna non decide della propria vita, ma dipende dalle decisioni altrui. Ne consegue che se non è stata troppo sfortunata nella scelta (altrui) del suo compagno, può accontentarsi della sua sorte ed essere moderatamente felice.
Nella società ugualitaria, invece, la scelta del compagno è fatta direttamente e liberamente dalla donna stessa. Ma siccome tutti gli uomini si riveleranano, prima o poi, inadeguati, la donna penserà di avere avere sbagliato partner, potrà dare la colpa solo a se stessa, e si sentirà infelice.
LUMEN


PICCOLO PARADOSSO
E' ben noto che i rapporti tra i due sessi sono molto complicati, e sull'argomento sono già state dette e scritte tantissime cose.
Molti aspetti, però, possono essere sintetizzati da questa semplice frase:
«Una donna innamorata è pronta a fare qualsiasi cosa per conquistare l'uomo che la renderà infelice.»
Da questo piccolo paradosso derivano quasi tutte le incomprensioni che tormentano un rapporto di coppia, e tutto il resto non è che una conseguenza.
LUMEN


giovedì 28 maggio 2026

Le basi genetiche della Morale – Poscritto

Ho trovato davvero affascinante, ed anche molto convincente, la Moral Foundations Theory di Jonathan Haidt (di cui ho parlato nel post precedente), ma, guardando sul web, mi sono accorto che è ancora considerata una teoria di nicchia, per soli specialisti.
Ho chiesto pertanto una spiegazione a Copilot, che mi ha risposto così.
LUMEN


<< Quando ci si trova davanti a una teoria che ha una struttura così elegante, un impianto empirico solido e una capacità esplicativa così ampia, ci si aspetterebbe che fosse diventata patrimonio comune. E invece no: la Moral Foundations Theory resta, come dici tu, quasi “di nicchia”. 
Ma non è un caso, e non dipende dalla qualità del lavoro di Haidt. Dipende dal terreno in cui la teoria cerca di attecchire.
Ti propongo tre chiavi di lettura che, credo, parlano anche alla tua sensibilità per l’architettura dei sistemi di pensiero.

= La teoria è “scomoda” per entrambe le grandi famiglie intellettuali. La MFT mette in difficoltà due tradizioni che dominano il discorso pubblico:
> La tradizione razionalista (accademica, illuminista, progressista)
Questa tradizione ama l’idea che la moralità sia frutto della ragione, dell’argomentazione, dell’educazione. Haidt dice invece che la ragione arriva dopo, come avvocato difensore delle intuizioni. È un colpo al cuore dell’autonarrazione occidentale.
> La tradizione culturalista (antropologia, sociologia, studi critici)
Questa tradizione vede la moralità come costruzione sociale, storica, linguistica. Haidt dice: sì, ma solo in parte. Sotto la cultura c’è un telaio biologico universale.
In altre parole: Haidt non è “di sinistra” né “di destra”, non è razionalista né culturalista. È un ibrido. E gli ibridi, si sa, non trovano mai casa immediatamente.

= La teoria è troppo “biologica” per alcuni, troppo “relativista” per altri. È un paradosso affascinante.
> Per chi teme il biologismo
La sola idea che la moralità abbia radici genetiche fa scattare allarmi: “determinismo”, “riduzionismo”, “giustificazione dello status quo”.
> Per chi teme il relativismo
Il fatto che culture diverse modulino diversamente le fondamenta morali sembra minare l’idea di una morale unica e universale.
Haidt, in realtà, non è né determinista né relativista. Ma il suo equilibrio è sottile, e molti preferiscono categorie più nette.

= La teoria è “troppo politica” per essere accolta serenamente
Uno dei contributi più potenti di Haidt è mostrare che progressisti e conservatori non litigano perché uno ha ragione e l’altro torto, ma perché attivano in modo diverso le stesse fondamenta morali innate.
È una tesi che disinnesca la retorica del “noi moralmente superiori”. E questo, nel clima polarizzato attuale, è quasi un atto sovversivo.

Molti studiosi — e molti attivisti — preferiscono teorie che confermino la bontà del proprio campo. Haidt, invece, chiede di guardare l’avversario politico come un essere umano dotato di un diverso profilo morale, non come un nemico.
È una richiesta intellettualmente elegante, ma emotivamente difficile.

= La teoria è interdisciplinare, e l’accademia non ama i confini sfumati
La MFT vive in un territorio ibrido: psicologia evoluzionistica, antropologia culturale, neuroscienze, scienze politiche, filosofia morale.
Le accademie, però, funzionano per compartimenti stagni. Una teoria che attraversa i confini tende a non essere “adottata” da nessuno, pur essendo utile a tutti.
È come un ponte: fondamentale, ma non appartiene a nessuna delle due rive.

= La teoria è giovane, e le idee giovani hanno bisogno di tempo
La Moral Foundations Theory nasce nei primi anni 2000. In termini accademici, è ieri.
Le teorie che oggi consideriamo “classiche” — Piaget, Kohlberg, Rawls — hanno avuto decenni per sedimentarsi. Haidt sta ancora attraversando la fase in cui: viene discusso, criticato, frainteso, integrato, riformulato.
È il destino di ogni teoria viva.

= La teoria è troppo semplice per gli specialisti, troppo complessa per il grande pubblico. Un altro paradosso.
> Per gli specialisti
Sei fondamenta morali? Troppo poche per gli antropologi, troppo 'molte' per i neuroscienziati, troppo “modulari” per i sociologi.
> Per il grande pubblico
La teoria è intuitiva, ma non banale. Richiede di accettare che: la moralità non è solo ragione, non è solo cultura, non è solo biologia, non è solo politica.
È un sistema complesso. E la complessità, fuori dai contesti specialistici, non è mai popolare.

= La teoria non offre soluzioni semplici, ma invita a un lavoro interiore. Questo è forse il punto più profondo.
Haidt non dice: “Ecco la morale giusta.” Dice: “Ecco perché giudichiamo come giudichiamo. Ecco perché gli altri giudicano diversamente.”
È una teoria che chiede umiltà cognitiva, curiosità morale, ascolto dell’altro. Non offre ricette, non offre slogan, non offre identità. Offre strumenti per capire.
E gli strumenti per capire, spesso, arrivano al grande pubblico molto più lentamente delle ideologie che promettono certezze.

= In fondo, la MFT è una teoria che cresce nel tempo
L'impressione che sia una teoria importante, ma ancora poco diffusa, è esatta. Ma è anche il segno che siamo davanti a un’idea che sta ancora maturando, che non ha ancora trovato la sua forma definitiva.
Le teorie che durano non esplodono: si insinuano, lentamente, e cambiano il modo in cui pensiamo senza che ce ne accorgiamo. Haidt, in questo senso, è già più influente di quanto sembri. >>

COPILOT

giovedì 21 maggio 2026

Le basi genetiche della Morale

Secondo lo psicologo americano JONATHAN HAIDT esistono delle regole morali fondamentali, che, essendo di origine genetica, sono uguali per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalle differenze culturali. Alle teorie di Haidt è dedicato il post di oggi, elaborato da Copilot sulla base delle mie indicazioni.
LUMEN


<< L’idea che la moralità abbia una radice innata non è nuova: attraversa la storia del pensiero da Aristotele a Hume, da Darwin a Piaget. Ma Jonathan Haidt, psicologo sociale statunitense, ha riportato questa intuizione al centro del dibattito contemporaneo con una forza nuova, grazie a tre elementi: un impianto empirico solido, un linguaggio accessibile, un modello teorico capace di integrare biologia, cultura e politica.

Per Haidt, la moralità non è un prodotto esclusivo della ragione, né un costrutto culturale arbitrario. È piuttosto un sistema di intuizioni rapide, automatiche, universali, che emergono da predisposizioni evolutive condivise da tutta la specie umana. La cultura non crea la morale: la modula, la colora, la espande. Ma il telaio è biologico. Questa tesi — che potremmo chiamare “innatismo modulare” — è il cuore del suo contributo.

Il primo passo per comprendere la base innata della morale in Haidt è capire il suo modello socio intuizionista, formulato nei primi anni 2000. L’idea centrale è semplice e radicale: i giudizi morali non nascono dal ragionamento, ma da intuizioni emotive immediate. Il ragionamento arriva dopo, come giustificazione post hoc.

Haidt usa una metafora efficace: l’intuizione è l’elefante, grande, potente, lento a cambiare direzione; la ragione è il guidatore, piccolo, brillante, ma incapace di spostare l’elefante se questo non vuole. Questa immagine non è solo retorica: è un modo per dire che la moralità è 'pre' riflessiva, rapida, viscerale. E soprattutto: è universale, perché radicata in meccanismi psicologici che l’evoluzione ha selezionato per favorire la cooperazione nei gruppi umani. Se la moralità fosse solo cultura, non sarebbe così veloce, né così simile in società lontanissime tra loro.

Haidt parte da una domanda darwiniana: perché la selezione naturale avrebbe favorito la comparsa di meccanismi morali? La risposta è duplice.

= La cooperazione come vantaggio evolutivo
Gli esseri umani sono animali iper sociali. La sopravvivenza dei nostri antenati dipendeva dalla capacità di: cooperare, punire i trasgressori, riconoscere gli affidabili, mantenere la coesione del gruppo.
La moralità, in questa prospettiva, è un sistema di regolazione sociale che permette a gruppi di individui di vivere insieme senza disintegrarsi.

= La moralità come “tecnologia evolutiva”
Per Haidt, i moduli morali sono come “applicazioni” installate nel cervello umano attraverso milioni di anni di selezione naturale. Non sono rigidi, non determinano comportamenti specifici, ma predispongono l’individuo a reagire in certi modi a certi stimoli. È qui che entra in gioco la nozione di predisposizione genetica: non geni che “codificano” la morale, ma geni che rendono possibile lo sviluppo di certi moduli psicologici.

La teoria più nota di Haidt è la Moral Foundations Theory (MFT), sviluppata con Craig Joseph e Jesse Graham. Secondo questa teoria, la moralità umana si basa su 6 sistemi psicologici innati, presenti in tutte le culture, ma sviluppati in modo diverso.

= Cura / Danno: Predisposizione a proteggere i vulnerabili, evitare la sofferenza, reagire alla crudeltà. Radice evolutiva: la cura parentale nei mammiferi.
= Equità / Reciprocità: Sensibilità alla cooperazione, alla reciprocità, alla punizione dei free rider. Radice evolutiva: scambi cooperativi tra individui non imparentati.
= Lealtà / Tradimento: Tendenza a favorire il proprio gruppo, a difenderlo, a punire i traditori. Radice evolutiva: conflitti tra gruppi.
= Autorità / Sovversione: Rispetto per gerarchie legittime, ruoli, ordine sociale. Radice evolutiva: organizzazione dei gruppi primati.
= Purezza / Degradazione: Reazioni di disgusto verso ciò che è percepito come contaminante, impuro, degradante. Radice evolutiva: evitare patogeni e comportamenti rischiosi.
= Libertà / Oppressione: Sensibilità alla coercizione, alla dominazione, alla tirannia. Radice evolutiva: difesa contro maschi dominanti o coalizioni oppressive.

Queste fondamenta non sono “valori culturali”: sono moduli psicologici universali, che la cultura attiva, rafforza o reprime. Haidt insiste su un punto cruciale: innato non significa determinato. La sua posizione è simile a quella di Chomsky per il linguaggio: esiste una predisposizione universale, ma la forma concreta dipende dall’ambiente.

Per questo la sua MFT parla di “prepared learning”: gli esseri umani sono predisposti a sviluppare certe sensibilità morali, ma il modo in cui queste si manifestano dipende dalla cultura, dall’educazione, dalle esperienze. Un esempio: tutte le culture hanno tabù legati alla purezza, ma ciò che è considerato “impuro” varia enormemente.

La tesi innatista di Haidt non è speculativa: si basa su tre tipi di evidenze.
= Studi cross culturali: Le stesse intuizioni morali emergono in: società occidentali e non occidentali, culture individualiste e collettiviste, gruppi religiosi e laici. La variabilità culturale esiste, ma si appoggia su un telaio comune.
= Studi di psicologia evoluzionistica: Molti comportamenti morali hanno analoghi in altre specie sociali: altruismo reciproco, punizione dei trasgressori, gerarchie, cooperazione tra non imparentati. Questo suggerisce radici evolutive profonde.
= Studi genetici e gemellari: Le ricerche su gemelli monozigoti mostrano che circa il 30–50% della variabilità nei giudizi morali è ereditabile e che le differenze politiche (liberali/conservatori) hanno una componente genetica significativa. Haidt non dice che “la politica è nei geni”, ma che le predisposizioni morali che orientano la politica lo sono in parte.

Per spiegare il rapporto tra genetica e cultura, Haidt usa una metafora efficace: la cultura è come un mixer audio con sei cursori (le sei fondamenta morali). Ogni società regola i cursori in modo diverso.
> Le società liberali occidentali enfatizzano cura, equità e libertà.
> Le società tradizionali enfatizzano lealtà, autorità e purezza.
> Le società collettiviste alzano il volume della lealtà.
> Le società religiose alzano quello della purezza.
Ma il mixer è lo stesso per tutti: ciò che cambia è la regolazione.

Uno dei contributi più originali di Haidt è mostrare come le differenze politiche derivino da diverse configurazioni delle fondamenta morali.
> I progressisti tendono a basarsi su 2–3 fondamenta (cura, equità, libertà).
> I conservatori ne attivano 5–6.
> I libertari enfatizzano quasi esclusivamente la libertà.

Queste differenze non sono solo culturali: riflettono predisposizioni psicologiche innate, che rendono alcuni individui più sensibili a certe minacce (es. contaminazione, caos, ingiustizia) e altri ad altre. La politica, in questa prospettiva, non è un dibattito razionale, ma un conflitto tra intuizioni morali diverse.

La forza della teoria di Haidt sta nel proporre una visione ibrida, capace di superare la sterile opposizione tra natura e cultura. La moralità, per Haidt, è:
> innata nelle sue predisposizioni,
> culturale nelle sue espressioni,
> politica nelle sue applicazioni,
> emotiva nelle sue radici,
> razionale solo in un secondo momento.

È un sistema complesso, stratificato, che nasce dall’evoluzione ma si sviluppa nella storia. In questo senso, la teoria di Haidt non è solo una spiegazione della moralità: è una mappa per comprendere i conflitti contemporanei, le incomprensioni politiche, le tensioni culturali. E soprattutto è un invito a riconoscere che, sotto le differenze, esiste un terreno comune: un insieme di predisposizioni morali che ci rendono umani. >>

COPILOT

giovedì 14 maggio 2026

Ultima chiamata per la Svizzera

E' da un po' di tempo che non parlo più di demografia, ed è un peccato perchè il problema della sovrappopolazione rimane grave.
Ho deciso pertanto di rimediare con questo pezzo sulla Svizzera, che mi è stato mandato dall'amico Sergio Pastore. Buona lettura.
LUMEN


<< Il prossimo 14 giugno 2026 si voterà in Svizzera per l’iniziativa popolare “Sì alla sostenibilità - No a una Svizzera di 10 milioni di abitanti” (attualmente siamo poco più di 9 milioni - dall’introduzione nel 2003 della libera circolazione, uno dei quattro pilastri dell’UE, la popolazione in Svizzera è aumentata di ben 2 milioni, una cosa semplicemente pazzesca - il paese può mantenere al massimo 6 milioni di abitanti, tutto il resto necessario deve essere importato).

L’iniziativa è stata lanciata dall’UDC (unione democratica di centro) che raccoglie circa il 30% dei suffragi ed è considerata un partito di destra, da alcuni di estrema destra (ma non viene mai citata come potenziale alleata del Rassemblement national della Le Pen o dell’AfD tedesca). L’UDC è un partito liberale conservatore, ma si distingue dal PL (partito liberale, il padre fondatore della moderna Svizzera nel 1848).

Una volta il PL deteneva tutti i 7 ministeri svizzeri, era padrone assoluto della situazione, i socialisti sono sempre stati in netta minoranza e solo nel XX secolo hanno ottenuto uno o due ministeri nel governo. L’UDC è diventato il primo partito svizzero perché è anche conservatore, patriottico, anti-UE, fa dunque leva sul conservatorismo degli svizzeri (soprattutto gli svizzeri tedeschi, gli svizzeri francesi sono più aperti, filo-europeisti, socialisti, statalisti).

Il PL è in caduta libera, raccoglie circa il 14% dei suffragi e l’anno prossimo rischia di perdere uno dei due seggi nel governo (ti ricordo che in Svizzera abbiamo da oltre mezzo secolo una Grosse Koalition - i sette ministeri sono assegnati ai quattro maggiori partiti - Liberali (2), Socialisti (2), Democentristi (2) e ex Democristiani (1). I democristiani si sono ribattezzati come Centro, il loro cattolicesimo non tirava più.

L’UDC è dunque anti-UE, conservatore e patriottardo, ma in economia è liberale come i Liberali tradizionali. E adesso arriva questa “scandalosa” iniziativa sul No a una Svizzera di 10 milioni di abitanti. Una Svizzera con 10 o più milioni di abitanti non è più sostenibile, chiaramente, o non sarà più la Svizzera, già adesso i Vecchi Confederati (si chiamano in tedesco Eidgenossen - i soci del giuramento, letteralmente, con allusione al giuramento del 1291 tra i tre cantoni della Svizzera interna e tedesca contro Asburgo).

Nei giorni scorsi è stato comunicato che l’iniziativa ha delle chances reali (attualmente raccoglierebbe il 52% dei suffragi). Io - che non posso votare - sono naturalmente a favore dell’iniziativa che vorrebbe limitare il numero massimo di abitanti nel paese - è dunque un’iniziativa contro la sovrappopolazione e mi sta bene. Per tutti gli altri partiti, liberali compresi, e il governo il successo dell’iniziativa creerebbe il caos e la fine delle relazioni con l’UE.

L’iniziativa porrebbe fine alla libera circolazione che l’UE non potrebbe accettare. La Svizzera ha sottoscritto la libera circolazione, essa è dunque un trattato internazionale che secondo le massime autorità è superiore alla costituzione, una cosa semplicemente assurda. Un trattato internazionale non può essere in contrasto con la costituzione - se lo è va respinto o deve essere modificata la costituzione prima di approvarlo.

[Si parla però di] ambiguità dell’UDC. Come detto l’UDC è chiaramente liberale in economia e sa benissimo che la Svizzera è diventata uno dei paesi più ricchi del mondo grazie alla manodopera straniera. Senza stranieri la Svizzera sarebbe oggi paralizzata. Nel settore ospedaliero il 40% dei medici sono stranieri, soprattutto tedeschi attirati dalle paghe elevatissime in questo paese (di almeno un terzo superiori a quelle tedesche).

Uno degli argomenti principali degli avversari dell’iniziativa - tutti gli altri partiti e il governo - è che l’accettazione dell’iniziativa metterebbe a repentaglio il benessere del nostro paese. Tutti vogliono il benessere economico, socialisti compresi, ovvio. Il benessere si chiama in tedesco WOHLSTAND. Nessuno vuole rinunciare anche solo a uno spicchio di questo fottuto WOHLSTAND, anche se il paese va o andrà in malora perché decisamente sovraffollato. La Svizzera ha una superficie di circa 43’000 km2. Ma la superficie abitabile e coltivabile è naturalmente molto inferiore.

Una volta la Svizzera era un paese agrario e povero (ancora nella prima metà del XX secolo). Adesso è uno dei più ricchi grazie soprattutto alla manodopera straniera, mai avrebbe potuto arricchirsi tanto senza di essa. Ma la Svizzera sta cambiando pelle: gli Eidgenossen sono in ritirata demografica come in tutti i paesi dell’UE gli ex nativi saranno sempre più in minoranza - cosa chiaramente voluta dalle elite, la sostituzione etnica è un fatto innegabile, come pure la diffusione dell’islamismo a cui la Chiesa cattolica si allea per sopravvivere.

Perché ho alluso all’ambiguità dell’UDC? Perché invoca una sostenibilità che nei fatti nega, essendo un partito liberale e favorevole agli investimenti stranieri nel nostro paese. La Svizzera attira capitali e manodopera straniera perché ne ha bisogno per salvaguardare il tenore di vita degli svizzeri, il fottuto Wohlstand.

Insomma, anche l’UDC vuole la botte piena e la moglie ubriaca: sì agli investimenti, Wohlstand über alles, però lo stesso vuole (almeno a parole) salvaguardare il carattere del paese, fa leva sul patriottismo perché sa che la gente è insofferente all’invasione degli stranieri e si preoccupa per il futuro.

Continuando di questo passo la Svizzera diventerebbe una sola città, cementificata da Ginevra al Lago di Costanza nel nord-est, Alpi escluse. C’è un malessere reale e diffuso e l’iniziativa ha effettivamente qualche chance, il 52% degli attuali sostenitori è ben superiore alla percentuale di sostenitori dell’UDC (circa il 30%).

Penso di avere fatto un quadro abbastanza preciso e completo della situazione. Il convitato di pietra dell’intera discussione resta comunque sottotraccia: la sovrappopolazione, a cui nessuno accenna o vuole accennare, nemmeno l’UDC in fondo. Ormai la sola parola che conta, sia in Svizzera che nel mondo intero, è la CRESCITA economica. Io ormai non la posso più soffrifre questa parola, la crescita (Wachstum in tedesco).

Dalla mattina alla sera non si parla che di Wirtschaftswachstum, crescita economica. E nemmeno l’UDC è contraria alla crescita economica, non può esserlo per evidenti motivi (chi invoca una decrescita, felice o meno infelice, o anche solo un rallentamento dello sviluppo economico, raccoglierebbe lo 0% dei voti o poco più). Sono, siamo tutti drogati dalla rincorsa al benessere. Ma appunto, la botte piena e la moglie ubriaca non sono possibili (...).

Un’ultima osservazione. Quando fu introdotta nel 2003 la libera circolazione il governo disse o previde che la popolazione sarebbe aumentata di circa 8000-10’000 persone all’anno. In realtà la popolazione cresce di 100’000 unità all’anno (la grandezza di città come Berna e San Gallo). Se il governo avesse detto chiaramente che sarebbero immigrate ben 100’000 persone all’anno, mai e poi mai la libera circolazione sarebbe stata approvata dalla popolazione, che ha votato due o tre volte a favore.

Per l’UE la libera circolazione delle persone è fondamentale. Ma grazie alla libera circolazione la Romania ha perso circa tre milioni di abitanti e adesso deve reclutare personale in Asia, Africa, India. È chiaro che negli Stati Uniti d’Europa la libera circolazione dovrebbe essere naturale, la norma, come negli USA, e favorirebbe la coesione continentale e forse anche - mannaggia - la sacrosanta crescita da tutti invocata, anche da Leone XIV.

Fra un mese [dunque] - il 14 giugno - la Svizzera deciderà se dissolversi o autodistruggersi per continuare a crescere oppure se prevarrà il buon senso, cioè “adelante Pedro, con juicio”. Crescita sì e benessere, ma non a ogni costo, anche a costo dell’identità, della vita stessa (la Svizzera non può nutrire 9 o 10 milioni di abitanti, deve importare e al momento può ancora farlo perché è ricca, ma domani chissà - la Svizzera aveva cinquant’anni fa ben 5 grandi banche, ne è rimasta solo una, l’UBS capitanata dal ticinese Sergio Ermotti (paga annua 15 milioni di franchi). >>

SERGIO PASTORE

giovedì 7 maggio 2026

Generazione Z

Con il termine 'Generazione Z' si indicano le persone nate tra l'ultimo quinquennio del secolo scorso (1995) ed il primo decennio del 2000 (2010).
Si tratta della prima generazione ad essersi sviluppata potendo godere dell'accesso ad Internet sin dall'infanzia, e perciò i suoi membri sono particolarmente avvezzi all'uso della tecnologia moderna e dei Social Media; per questo sono definiti anche “nativi digitali,
La generazione Z segue quella dei 'Millennials' (detta anche generazione Y), che indica le persone diventate maggiorenni dopo l'anno 2000.
Alla generazione Z ed ai suoi problemi cognitivi – emersi da uno studio del neuroscienziato Jared Cooney Horvat - è dedicato il post di oggi, scritto da Antonio Lombardi per il sito METEOGIORNALE.IT.
A seguire una breve nota esplicativa (tratta dal web) sui metodi utilizzati dal Dott. Horvath per la sua ricerca.
LUMEN


<< Per due secoli, la traiettoria è sembrata inarrestabile: ogni nuova generazione era, in media, un po' più sveglia di quella che l'aveva preceduta. Un trend di sviluppo umano che davamo quasi per scontato, insomma. E invece, quel filo storico si è spezzato.

Per la prima volta nella storia documentata, gli scienziati hanno individuato una generazione che risulta meno intelligente di quella precedente. Non è esattamente una notizia rassicurante, diciamolo.

A suonare questo campanello d'allarme non è un passante qualsiasi, ma il neuroscienziato Dr. Jared Cooney Horvath. Durante una recente testimonianza davanti a una commissione del Senato degli Stati Uniti, Horvath è stato piuttosto diretto: la Generazione Z è diventata "cognitivamente stentata" rispetto ai Millennial e a chi è venuto prima di loro.

Questo declino interrompe un modello di crescita che ha tenuto banco per almeno duecento anni.

Ma qual è il colpevole? Sorprendentemente, non si tratta di una mancanza di scolarizzazione. Anzi, i giovani d'oggi passano più tempo che mai seduti tra i banchi o in aule virtuali. Il problema, secondo la tesi di Horvath, è lo strumento principale che stiamo usando per insegnare loro: lo schermo.

Siamo animali sociali, biologicamente programmati per imparare dagli altri esseri umani attraverso una concentrazione profonda e l'interazione faccia a faccia. I nostri cervelli si sono evoluti per masticare idee complesse, non per fare lo slalom tra elenchi puntati su un display luminoso.

Horvath sostiene che l'introduzione rapida, quasi violenta, di smartphone e tablet nelle aule abbia interrotto il modo stesso in cui il nostro cervello elabora le informazioni.

"Più della metà del tempo che un adolescente passa da sveglio, lo passa a fissare uno schermo", ha detto Horvath alla commissione. È un dato che fa riflettere. I dispositivi digitali incoraggiano una lettura superficiale, lo "skimming", piuttosto che un'immersione profonda nel testo. E questo degrada abilità critiche fondamentali come il problem-solving, la memoria e persino la matematica.

I dati, in effetti, sono piuttosto impietosi: una volta che i paesi adottano ampiamente la tecnologia digitale nelle scuole, le prestazioni accademiche tendono a calare in modo significativo.

Horvath definisce questo cambiamento una "resa". Invece di usare gli strumenti per aiutare i bambini a imparare, stiamo ridefinendo l'istruzione per adattarla ai limiti dello strumento stesso. Stiamo barattando la comprensione profonda con la comodità digitale, e il costo è la prima generazione della storia a fare un passo indietro. >>

ANTONIO LOMBARDI



LA RICERCA DEL DR.HORVATH
Lo studio del dr. Horvath non si basa solo sul classico QI (Quoziente Intellettivo), ma su un insieme di diversi parametri cognitivi.
Si tratta di test standardizzati elaborati da decenni, che vengono utilizzati per confrontare le generazioni e che danno un confronto longitudinale su larga scala.
I principali strumenti utilizzati sono stati:
= Test di QI: misurano ragionamento, problem solving, memoria di lavoro. Gen Z mostra punteggi inferiori rispetto ai Millennials .
= Test di attenzione e memoria: calo significativo nella capacità di mantenere il focus e trattenere informazioni .
= Test di alfabetizzazione e comprensione del testo: peggioramento nella lettura profonda e nella capacità di analisi .
= Test di matematica e numeracy: risultati inferiori rispetto alle generazioni precedenti, dopo oltre un secolo di miglioramenti continui .
= Misure di “funzioni esecutive”: pianificazione, controllo degli impulsi, gestione delle informazioni. Anche qui si registra un declino .
Horvath attribuisce il declino soprattutto a un cambiamento nell’ambiente cognitivo, non a fattori genetici.
Le cause principali sarebbero:
= esposizione massiccia agli schermi fin dall’infanzia, che riduce la pratica della lettura profonda e dell’attenzione sostenuta ;
= apprendimento digitale frammentato, che favorisce lo “skimming” invece dell’elaborazione profonda;
= riduzione del tempo dedicato a memoria, calcolo mentale e lettura lineare;
= distrazioni costanti che impediscono la costruzione di competenze cognitive complesse.
Le fonti indicano inoltre che il declino è un fenomeno globale, in quanto è stato osservato in più Paesi, non solo negli Stati Uniti o in Europa.

giovedì 30 aprile 2026

Appunti di Geo-Politica - (8)

LA GUERRA DEI SOLDI
Tutte le guerre sono orribili senza eccezioni. Quella tra Stati Uniti e Iran del 2026 non sarà mai la più orribile della storia americana, né la più lunga, la più distruttiva, ecc. E questa è una buona cosa.
Ciò nonostante, qualcosa di davvero raccapricciante sta capitando sotto i nostri occhi. Il governo degli Stati Uniti viene usato come strumento per arricchire in modo illecito alcune persone, per miliardi di dollari.
Questo significa che il personale militare statunitense e i civili iraniani (le persone che soffrono di più della guerra) vengono sacrificati affinché altri, che si sono arricchiti a spese loro, possano arricchirsi ulteriormente.
Per le forze armate statunitensi deve essere una situazione devastante. I soldati si arruolano per difendere la Costituzione degli Stati Uniti, partendo dal presupposto che, quando vengono esposti al pericolo, lo facciano per il bene superiore del Paese. 
Capire di essere diventati strumenti della corruzione dei loro padroni, e non più al servizio della nazione nel suo complesso, deve distruggere l’intera idea di servire la nazione.
Per il popolo iraniano, che Trump ha incoraggiato a insorgere per la propria libertà senza alcuna reale intenzione di aiutarlo, l’effetto è pressoché identico. Forse, nonostante il passato di Trump, nutrivano la speranza che gli Stati Uniti li avrebbero aiutati.
Ora sanno che non gliene importa nulla di loro, che Trump li ha usati confidando in un vantaggio politico e ora sono stati abbandonati a una versione peggiore del loro governo originario.
Quindi chi serve la patria o desidera la libertà non ottiene alcunché. Tuttavia, i corrotti ai vertici sembrano sfruttare ogni opportunità, persino manipolando il corso della guerra, per arricchirsi in qualsiasi modo e ovunque possibile.
PHILLIPS O'BRIEN (da Apocalottimismo)


DUE PESI E DUE MISURE
L’Unione Europea nel 2012 ha messo sotto severe sanzioni l’Iran, seguendo la scia delle sanzioni statunitensi che risalgono alla nascita della Rivoluzione islamica (1979). 
Le sanzioni includono il divieto di importazione, acquisto e trasporto di petrolio greggio e prodotti petroliferi iraniani. Le motivazioni ufficiali per le sanzioni sono sempre altamente umanitarie: le violazioni dei diritti umani.
Dal 2022 l’Unione Europea ha avviato una serie di sanzioni di pesantezza crescente nei confronti della Russia, primo fornitore energetico dell’Europa.
Anche qui, di fronte alle osservazioni di schietto buon senso, che osservavano come un’area di trasformazione industriale come quella europea, priva di rilevanti risorse energetiche, avrebbe dovuto operare per una rapida chiusura del contenzioso e non per un muro contro muro, la risposta ufficiale ha percorso le usuali linee di alta inflessibile idealità. Non si poteva transigere perché la libertà, la difesa della sovranità ucraina, la violazione del diritto internazionale...
Poco dopo – nel 2023 – a fronte dell’aiuto iraniano alla Russia, con la fornitura di droni, l’UE ha esacerbato le sanzioni verso l’Iran. Non era tollerabile un aiuto militare ad uno stato che aveva violato il diritto internazionale!
Si potrebbe a questo punto concludere che l’Unione Europea sia guidata da anime belle, incapaci di qualunque ragionamento in termini di realismo politico, tragicamente disinformati su ciò che avviene in paesi terzi, ma almeno vigorosamente mossi da una moralità integerrima e restia ad ogni compromesso.
Poi, però il quadro si confonde un tantino. (...)
Oggi a primavera 2026 l’Europa riceve il grosso del suo fabbisogno energetico dagli USA (che hanno violato ogni forma di diritto internazionale e ogni espressione di diritti umani) e da quel che ancora arriva dai paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita (la cui documentazione in termini di diritti umani, secondo tutte le agenzie internazionali - per lo più con sede negli USA - è ampiamente peggiore di quella iraniana.)
ANDREA ZHOK (da Termometro Geopolitico)


ARABIA INFELIX
Gli arabi hanno accettato le numerose basi statunitensi sul loro territorio soprattutto in quanto garanzia contro un eventuale attacco dell’Iran sciita, nemico tradizionale delle monarchie sunnite.
Ma l’essere state coinvolti in una guerra di vasta portata senza la minima consultazione non ha contribuito a cementare i buoni rapporti con gli americani. Tanto più che i danni economici maggiori a livello mondiale sono proprio per loro, oltre che per l’Iran stesso.
Per giunta, Israele ha bombardato i pozzi di metano iraniani al confine con il Qatar, provocando un’analoga ritorsione da parte di Teheran e causando un disastro economico di lungo periodo forse irreparabile.
Se riaprire il traffico attraverso lo stretto di Hormuz potrebbe infatti essere questione di settimane o mesi, serviranno invece anni per rimettere in servizio installazioni di questo genere, dopo distruzione ed abbandono.
Questo nella migliore delle ipotesi perché, visto il contesto economico generale, è probabile che i danni odierni e futuri siano almeno in parte irreparabili. Pare proprio che Trump abbia trovato il modo per ridurre i consumi globali di idrocarburi, cosa che gli sta creando molte antipatie e non solo nella penisola arabica.
Finora gli arabi hanno sparato solo per difesa, senza contrattaccare, ma la sempre maggiore aggressività iraniana li pone di fronte ad un dilemma terribile: partecipare attivamente all’attacco israelo-americano contro un altro paese musulmano (sia pure sciita) oppure dare lo sfratto agli americani.
Entrambe le opzioni sono cariche di conseguenze gravissime e forse fatali. Una sola cosa è certa: superata la fase acuta, gli stati arabi cercheranno altri accordi e alleanze al posto della Zio Sam.
Tanto per cominciare, hanno accolto Zelensky in pompa magna, siglando con lui accordi di collaborazione militare ed economica che, fra qualche mese, dovrebbero produrre qualche risultato per entrambi. Un colpo durissimo alla reputazione degli USA ed allo smisurato ego del loro presidente.
JACOPO SIMONETTA (da Apocalottimismo)

giovedì 23 aprile 2026

Vita da Cani

Il post di oggi è dedicato alla socialità tra gli animali superiori, con particolare riferimento ai nostri amici cani ed ai loro antenati lupi. I testi sono tratti dalla pagina Facebook SCIENZIATI, FILOSOFI E ALTRI ANIMALI.
LUMEN


<< I primi studi sulla socialità sono stati fatti in psicologia, guardando agli altri primati per confrontare e vedere se c'erano somiglianze e quindi basi genetiche comuni. C'erano.
Nel frattempo gli etologi studiavano alacremente la socialità negli altri animali, cani in testa (pensate a Lorenz, cioè all'incipit dell'etologia). 

Ad un certo punto gli psicologi si sono resi conto di alcune cose:
= Che era utile studiare la socialità dal punto di vista etologico (la radice genetica, il comportamento innato).
= Che era altrettanto utile studiare altre specie, non solo i primati, per capire i meccanismi mentali della socialità.

La mente sociale dei canidi, cioè il loro comportamento, per moltissimi aspetti "ricalca" la nostra, e sono animali già ben conosciuti dal punto di vista etologico.
Il cane (Canis lupus familiaris) è osservabile in condizioni naturali (diverse da quelle di laboratorio) con comodo, dato che per lui la vita con l'uomo è naturale, grazie alla domesticazione. Quindi è ad oggi la specie forse più studiata per quanto concerne la "comparative social cognition" (concedetemi l'inglese, la traduzione è orripilante).

Gli aspetti comportamentali innati tipici della mente sociale del cane, quelli comuni a tutti gli animali sociali appunto, sono ereditati dal lupo; infatti la simbiosi mutualistica e la coevoluzione sono state possibili ed hanno avuto un enorme successo proprio grazie alla mente sociale comune.
Ma nel cane ne sono presenti altri che mancano nell'antenato e viceversa: il cane ha perso delle capacità sociali che nel lupo sono presenti.

L'effetto principale della domesticazione (...) è stato quello di trasferire sull'uomo la mente sociale. I cani sono abilissimi nel comprendere il comportamento sociale e la comunicazione dell'uomo (volontaria e non), sia verbale che mimica; perfino più dotati, in questo, degli scimpanzé (!).
Ad esempio gli scimpanzé interpretano la risata umana come manifestazione di aggressività, i cani no. Ci sono tanti altri casi ma questo è un classico.

Inutile dire che loro sono molto più abili nel capire noi di quanto noi siamo nel capire loro, anche perché noi spesso manco ci proviamo, da qualche tempo in qua. Ma per molte migliaia di anni Homo sapiens si impegnava invece parecchio, e certi tratti della mente sociale del cane (e non del lupo e degli altri canidi) sono talmente simili ai nostri da far pensare che si tratti di coevoluzione.

Non è il caso di ricordare quanto bene i cani leggano, letteralmente, la paura nelle persone, ma forse non tutti sanno che comprendono lo sguardo al punto che se si nasconde qualcosa in un barattolo [facente parte di un gruppo] di quattro e poi si fa entrare il cane, lui invariabilmente andrà al barattolo che stiamo guardando.

Queste sono caratteristiche della mente sociale, e sono tali che i cani spesso fregano i ricercatori e certi test si devono fare in doppio cieco. Infine, sono enormemente empatici nei confronti dell'uomo, con tanto di comportamenti consolatori. >>


<< Concludiamo la carrellata con le differenze emerse da vari studi tra il cane ed il suo antenato selvatico, certamente a base genetica e frutto del processo di domesticazione. Che i cani leggono molto meglio la comunicazione non verbale umana rispetto ai lupi è già stato detto.

Tutti i canidi prosociali (lupi, cani, licaoni) hanno il senso di giustizia come i primati, ma i cani sono più tolleranti e concilianti, i lupi molto meno, arrivando a rifiutarsi di collaborare con chi è sleale con loro; quindi la tolleranza (verso le ingiustizie subite dall'uomo) è frutto della domesticazione, ma non il senso di giustizia, come si pensava.

Però la domesticazione ha in parte rovinato la capacità di lavorare in gruppo e di collaborare, nel cane; in pratica ha attenuato l'"istinto di branco". (…) La cattura di un animale richiede azioni molto sincronizzate, delle quali i lupi sono effettivamente capaci.

Se nel cane questa perdita sia dovuta a mancanza di selezione degli individui incapaci di lavorare in team, o ci sia stata una selezione da parte dell'uomo degli animali che non facevano di testa loro ma aspettavano un comando, non si sa.
I lupi sono risultati essere più prosociali dei cani anche nello "sharing", cioè dividono tra loro le risorse più dei cani.

Nel lavoro [di ricerca] si è fatto più o meno quello che De Waal ha fatto con gli scimpanzé: due animali in vista tra loro, di cui uno aveva accesso a due pulsanti, uno [dei pulsanti] faceva ottenere cibo a lui, l'altro ad entrambi. In presenza dell'altro individuo, il pulsante dello "sharing" veniva premuto molto più dell'altro. Dai lupi, dai cani meno.

Sono del resto arcinoti casi di sharing tra lupi (e licaoni) in natura: gli animali feriti o impossibilitati a cacciare vengono nutriti dagli altri. E se si dà ad un gruppo di cuccioli di cane del cibo, i più grossi e forti tendono a cercare di accaparrarsi tutto, mentre tra i lupi, fin da cuccioli, si divide. Anche la capacità di dividere quindi, che si riteneva nel cane frutto della domesticazione, non solo non lo è affatto, ma anzi il cane è meno prosociale del lupo.

Nel gioco, tra i cuccioli di lupo, i più forti tendono a giocare alla pari. Esempio per capirci: chi strangola e chi è strangolato, chi scappa e chi rincorre; giochi molto comuni che chiunque abbia due cani ha visto di sicuro; i cuccioli di lupo fanno un po' per uno più dei cani.
Infine, come chicca finale, dopo una lite i lupi fanno pace, cioè cercano la riconciliazione, i cani risolvono evitandosi a vicenda.

I comportamenti elencati qui sopra sono tutti tipici degli animali prosociali, fanno parte di quell'insieme di caratteristiche che fanno parte della cosiddetta social cognition. In Canis lupus familiaris sono presenti ma generalmente più debolmente rispetto al lupo, o meglio sono rivolti molto più all'uomo che ai conspecifici: il processo di domesticazione. >>

SCIENZIATI, FILOSOFI E ALTRI ANIMALI.

giovedì 16 aprile 2026

Pensierini - XCIII

IL MISTERO DEL LIBERO ARBITRIO
Nel criticare il libro “Determinati” del biologo americano Robert Sapolsky, che nega l'esistenza del libero arbitrio portandone le prove scientifiche, l'U.C.C.R. (Unione Cristiani Cattolici Razionalisti) conclude con questa sorprendente affermazione:
<< Il punto è sempre quello, chi si affatica a minare la grandezza dell’uomo (la sua libertà in questo caso), è sempre dettato dal voler ridurre la creatura per negare il Creatore. Il libero arbitrio è inaccettabile [per quelli come Sapolsky – NdL] perché resta un mistero ed è proprio ciò che ci aspetteremmo di trovare se un Dio buono avesse creato l’umanità. >>
Quindi, se ben ho compreso, siccome esiste un Dio creatore buono, fonte di ogni verità e di ogni luce, è giusto ed inevitabile che le cose del mondo ci appaiano come un mistero e che non le possiamo capirle.
A voi il ragionamento sembra logico ? A me no.
Chi meglio di un Dio onnisciente (se davvero esistesse) potrebbe spiegarci le cose con chiarezza e toglierci dall'oscurità ?
Comunque, per tornare al presunto mistero del Libero Arbitrio, la sua inesistenza è ormai talmente ovvia da non meritare altre discussioni.
Nel momento in cui la scienza ha accertato l'inesistenza, dentro di noi, del famoso Homunculus, la mitica entità che prenderebbe le decisioni per noi, il discorso mi sembra definitivamente chiuso.
LUMEN


IL FASCINO DEL DENARO
Ci sono persone che amano il denaro ed altre che lo detestano; nessuno però può negare la sua importanza fondamentale nella società moderna e neppure il suo fascino.
Da cosa dipende ?
Secondo me, il fascino del denaro è connesso con la spinta genetica alla superiorità tipica degli esseri umani e deriva dal fatto che il denaro – in linea di principio - è accessibile a tutti.
Perchè non tutti possono superare gli altri nella bellezza, o nell'abilità, o nella forza, o nell'intelligenza o nel rango sociale, ma tutti possono diventare più ricchi, superando gli altri nel possesso del denaro.
Inoltre si può diventare ricchi in tanti modi diversi, leciti e meno leciti: ci si può arrivare con l'impegno o con la violenza, con il talento o con l'inganno, oppure anche solo con la fortuna.
Ma nessuno è escluso a priori, e tutti – almeno in teoria - possono superare gli altri nella ricchezza. E questo conferisce al denaro un fascino ineguagliabile.
LUMEN


RIVEDERE UN FILM
Dietro ai nostri film preferiti, quelli che ci hanno affascinato sin dalla prima volta che li abbiamo visti, ci sono mille cose che si possono vedere solo DOPO.
Sia in senso cronologico che di consapevolezza. Perché succede questo?
Perché i film davvero grandi hanno più livelli: il livello narrativo (la storia che viene raccontata); il livello emotivo (le sensazioni che ci colpiscono); il livello simbolico (le immagini ed i significati); il livello registico (le inquadrature, le scene, il montaggio); il livello culturale (il contesto storico e sociale del tempo).
La prima volta vedi la storia. La seconda vedi la regia. La terza vedi te stesso. 
I film importanti cambiano insieme a noi perchè ogni volta che li rivediamo, siamo una persona diversa. E quindi vediamo un film diverso.
I film importanti non ti dicono cosa pensare. Ti mettono davanti a uno specchio. E quello specchio cambia con te.
Ci sono film che a vent’anni sembrano romantici, a trenta sembrano tragici, a cinquanta sembrano veri. E questo non perché il film sia ambiguo, ma perché la vita è ambigua.
Perché certe cose non si capiscono da giovani; non si capiscono da semplici spettatori; non si capiscono senza aver perso qualcosa; non si capiscono senza aver vissuto certe esperienze. 
Il cinema è un’arte che cresce con noi. E noi cresciamo attraverso il cinema.
LUMEN


LO STUDIO DELLA FILOSOFIA
La Storia della Filosofia è ancora oggi una materia importante a livello scolastico ed universitario.
Ma il suo studio, che oltretutto è lungo ed impegnativo perchè si sviluppa su quasi 3 millenni, ha ancora un senso ?
Certo, i Filosofi sono delle menti eccelse, su questo non ho dubbi, ma commettono un errore di metodo.
Elaborano le loro teorie sulla base delle loro esperienze e convincimenti personali, mentre la scienza si basa su misurazioni oggettive ed esperimenti collettivi ripetuti.
La differenza è tutta lì.
I filosofi quindi sono eccellenti per sollevare le domande, ma non sono attrezzati per dare le risposte.
Di conseguenza, la storia della filosofia dovrebbe essere studiata come semplice curiosità: come un giurista può studiare la storia del diritto o un medico la storia della medicina.
Può essere interessante vedere come si è evoluto il pensiero umano, perchè i problemi che la filosofia affronta e che tenta di spiegare, in fondo, sono sempre gli stessi.
Ma le soluzioni proposte dai filosofi non servono per capire come stanno le cose, se non in alcuni casi marginali in cui, comunque, la correttezza dell'intuizione filosofica è tale solo perchè è stata confermata dalla scienza.
Quindi, parafrasando Manzoni: utile sì, ma con judicio.
LUMEN

giovedì 9 aprile 2026

Stabat Mater

Da qualche tempo si nota, nelle varie nazioni del mondo, un numero molto elevato di donne che hanno raggiunto il vertice della politica. A parte la novità, qualcuno ha rilevato che il potere al femminile ci sembra più dolce e materno, e quindi finisce per sembrare più accettabile.
A questo argomento è dedicato il post di oggi, con un interessante testo di Aldo Erik tratto dalla pagina Facebook TERMOMETRO GEOPOLITICO. A seguire un breve riepilogo, tratto dal web, sul potere femminile nella storia.
LUMEN


<< Ogni struttura di potere deve risolvere un problema fondamentale: come esercitare decisioni dure senza apparire pura coercizione. La forza genera obbedienza temporanea; la legittimazione emotiva genera consenso duraturo. È in questo spazio che l’archetipo materno diventa uno degli strumenti simbolici più potenti della storia.

La madre è la prima esperienza di protezione, nutrimento e dipendenza. È una figura pre-politica, pre-ideologica, radicata nella biologia e stratificata nella cultura. Quando il potere si associa a quell’archetipo, beneficia di un riflesso condizionato di fiducia. Non deve dichiararsi benevolo: viene percepito come tale.

Il cristianesimo lo comprende presto. Con la proclamazione di Maria come Theotokos al Concilio di Efeso, la figura materna diventa parte strutturale dell’architettura teologica. Dio può essere giudice; la madre è intercessione. L’ordine può essere severo; la maternità lo rende umanamente sopportabile.

Nel Medioevo, in un’Europa attraversata da guerre e pestilenze, la devozione mariana esplode. Non è folklore. È un dispositivo di stabilizzazione emotiva. La trascendenza viene filtrata attraverso la cura. Il potere si ammorbidisce nel simbolo.

Nell’Ottocento, con la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione tramite Ineffabilis Deus, il rafforzamento mariano avviene in un momento di crisi dell’autorità temporale. Non si inventa Maria. Si consolida il suo ruolo simbolico mentre il potere politico vacilla. Quando la struttura trema, l’archetipo materno offre continuità.

Questo schema non è esclusivamente occidentale. La “Madre Russia”, Marianne in Francia, figure di compassione come Guanyin nell’Asia orientale: culture diverse, stesso meccanismo. Il potere si presenta attraverso il volto che disarma.

Il punto centrale non è morale ma strutturale: l’innocenza percepita è uno scudo. La maternità produce una presunzione di bontà. Criticare ciò che si presenta come cura è più difficile che criticare ciò che si presenta come forza.

Ed è qui che il discorso entra nel presente. Non è una questione di singoli nomi — Ursula, Giorgia, Sanna, Kristine. Non è un giudizio sulle persone né una tesi sul genere. È un’osservazione sul dispositivo simbolico: quando il potere contemporaneo assume un volto femminile, soprattutto in contesti di crisi o di decisioni controverse, beneficia di una protezione narrativa supplementare.

L’opposizione [al potere femminile] appare più aggressiva. La critica rischia di essere percepita come attacco personale. La durezza delle decisioni viene filtrata attraverso un’immagine di responsabilità, cura, stabilità.

Non si tratta di sostenere che le donne siano più inclini all’abiezione. La storia dimostra che brutalità e competenza non sono variabili di genere. Si tratta di riconoscere che l’archetipo materno – anche quando non esplicitamente evocato – opera sotto traccia nelle percezioni collettive.

Il potere non crea l’archetipo. Lo eredita. Ma può utilizzarlo. Quando il volto è materno, il sistema appare meno minaccioso. Quando la narrazione è di protezione, la disciplina diventa necessità. Quando la figura è rassicurante, la struttura che rappresenta diventa più difficile da mettere in discussione. Se dovessi rendere accettabile l’inaccettabile, non lo presenterei come imposizione. Lo vestirei da cura. >>

ALDO ERIK


DONNE E POTERE
L’impressione che oggi ci sia un numero inedito di donne ai vertici è comprensibile - e in parte vera - ma non è la prima volta che il mondo vive qualcosa di simile. La novità sta più nella scala globale e nella visibilità, non nell’esistenza del fenomeno.
= L’antichità: potere femminile come eccezione carismatica
Non era un’epoca di leadership femminile diffusa, ma esistevano figure che dominavano interi imperi: Hatshepsut in Egitto, un grande faraone; Cleopatra VII, sovrana e diplomatica di livello assoluto; Zenobia di Palmira, che sfidò Roma; Wu Zetian in Cina, unica imperatrice regnante nella storia cinese.
Qui il potere femminile non è “di massa”, ma è legittimato dal carisma, dalla religione o dall’eccezionalità. Non è un’epoca simile alla nostra, ma è un precedente di donne al vertice di grandi strutture politiche.
= Medioevo e prima età moderna: un’inaspettata concentrazione di regine
Tra il XII e il XVII secolo, in Europa si verifica qualcosa di sorprendente: un numero insolitamente alto di donne regnanti, spesso molto potenti.
Esempi: Eleonora d’Aquitania, forse la donna più influente del Medioevo europeo; Isabella di Castiglia, che unificò la Spagna; Maria Tudor e Elisabetta I in Inghilterra; Caterina de’ Medici in Francia; Cristina di Svezia, figura intellettuale e politica di primo piano; Anna d’Austria, reggente di Francia.
In alcuni decenni del Cinquecento, tre dei principali regni europei erano guidati da donne contemporaneamente. È forse il periodo più simile al nostro, anche se limitato geograficamente.
= Il Novecento: l’inizio della normalizzazione
Il XX secolo vede le prime donne elette o nominate capi di governo in sistemi moderni: Sirimavo Bandaranaike (Sri Lanka), prima premier donna al mondo; Indira Gandhi in India; Golda Meir in Israele; Margaret Thatcher nel Regno Unito.
È l’inizio della transizione verso la situazione attuale, ma ancora con numeri bassi.
= Il XXI secolo: la vera discontinuità
La differenza del nuovo millennio non è che ci siano donne al vertice — è che: sono molte contemporaneamente, in continenti diversi, in democrazie consolidate e organizzazioni internazionali, con visibilità globale.
È la prima volta nella storia in cui la leadership femminile diventa strutturale, non episodica.