venerdì 13 marzo 2020

Punti di vista – 17

POTERI COSTITUZIONALI
La teoria della separazione dei poteri subisce in Italia uno sfalsamento caratteristico, al quale si dovrà prima o poi porre rimedio in qualche modo.
A noi hanno raccontato che il Parlamento esercita la funzione legislativa (art. 70 Cost.), che il Presidente del Consiglio mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo (art. 95 Cost.), e che il Presidente della Repubblica svolge una serie di funzioni di garanzia descritte dagli art. 87 e seguenti.
Visto da dentro, [oggi] diciamo che il potere legislativo ce l'ha il Governo (di fatto, si legifera pressoché esclusivamente per decreto legge, art. 77 Cost., o per decreto legislativo, art. 76 Cost., nel caso di recepimento di norme UE), quello di indirizzo politico tende ad assumerlo la Presidenza della Repubblica (…), e al Parlamento viene di fatto ritagliato, dal debordamento altrui, un ruolo quasi notarile.
ALBERTO BAGNAI


CRIPTOVALUTE
La massima attenzione in materia [di criminalità] dovrebbe essere orientata alle cripto-valute, strumenti digitali impiegati per effettuare acquisti e vendite tramite la crittografia, che stanno consentendo la creazione nel web di paradisi fiscali virtuali.
La DNA, direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, ha recentemente lanciato un allarme senza precedenti sulle cripto-valute.
Mentre, come visto, i grandi giri di affari loschi non possono avvalersi significativamente dei contanti per la lentezza delle operazioni e l’esposizione ai sequestri, trovano nelle cripto-valute uno strumento digitale velocissimo e agile nell’aggirare i vincoli, che al contempo fornisce un sostanziale anonimato nelle transazioni.
La DNA rileva grandi difficoltà investigative per identificare gli indagati, acquisire le movimentazioni di valuta virtuale e soprattutto l’impossibilità di sequestrare le valute virtuali. Insomma le organizzazioni criminali si internazionalizzano e digitalizzano, abbandonando il fardello del contante.
VADIM BOTTONI


PROGRESSISMO
Il progressismo è la volontà di imporre un progresso che, per il fatto di dover essere imposto, non è riconosciuto come tale dai suoi presunti beneficiari.
Il suo momento propositivo è perciò eternamente posposto e schiacciato dall'urgenza preliminare di forzare le resistenze sociali al cambiamento e i sedimenti pregressi di costume e pensiero, tanto che finisce quasi sempre per identificarsi con la sola ‘pars destruens’, con una guerra al vecchio, di cui il nuovo non è più il fine, ma il pretesto.
IL PEDANTE


POLITICA E SUCCESSO
La persona di qualità non si abbassa a mentire per avere successo. Non pone la propria ambizione al di sopra di ogni altro valore.
Il suo buon gusto la tiene lontana dalla demagogia, quasi quanto dal disonore. In conclusione, pur vedendo gente di livello inferiore avere successo, fama e perfino onori pubblici, non per questo riesce ad invidiarli o a voler competere con loro. Ciò che prevale è il disprezzo.
Né si tratta di una fisima. Se i politici sono rozzi, superficiali e faziosi, è perché soltanto così, in democrazia, potranno farsi capire dal popolo e ottenerne il voto.
Non soltanto non devono essere raffinati intellettuali, ma il loro genio consiste nel distorcere qualunque problema, per quanto complesso, riducendolo ad uno slogan. Poi devono essere bugiardi e prodighi di promesse, perché il popolo ama sognare.
E se loro non mentissero più dei concorrenti, perderebbero la partita. Ciò fa sì che, paradossalmente, i politici di successo siano incolpevoli.
È il sistema che non premia i migliori. È il sistema che tiene i migliori lontani dalla politica.
GIANNI PARDO


PLASTICA
L’analisi condotta da alcuni ricercatori tedeschi mostra che il 90 per cento della plastica negli oceani proviene dai dieci fiumi più grandi al mondo, 8 in Asia e 2 in Africa.
Ne intuiamo il motivo: milioni di persone, che fino a pochi anni fa vivevano in completa povertà, oggi possono indossare vestiti di fibre sintetiche, usare detergenti, mangiare cibo conservato, bere acqua in bottiglia; in altre parole, possono godere di uno stile di vita simile al nostro.
Ma sulle sponde di questi fiumi non esistono ancora sistemi di raccolta e di gestione dei rifiuti, perciò buona parte delle materie plastiche finisce dispersa nell’ambiente, nei corsi d’acqua e, infine, in mare.
STEFANIA MIGLIAVACCA

venerdì 6 marzo 2020

Guerre ed eserciti

Poche cose hanno scandito l‘evoluzione della civiltà umana come lo sviluppo delle tecniche di guerra. Si inventava qualcosa per combattere in modo più efficace, per cercare di vincere la prossima guerra, ed ecco che quella nuova invenzione trovava applicazioni anche nella vita civile, aumentando l’efficienza economica della nazione anche in tempo di pace.
Ma può avvenire anche l’inverso. Così, per esempio, la scienza dei sistemi complessi, moderna disciplina che – tra le altre cose - ci aiuta a comprendere meglio la sostenibilità ambientale, può essere utilizzata anche in campo bellico, per uno studio innovativo della struttura degli eserciti.
Quelle che seguono sono le interessanti riflessioni sul tema di Ugo Bardi, tratte da Effetto Cassandra.
LUMEN


<< Lo storico e teorico militare cinese Sun Tzu, nel suo “L’arte della guerra” (5° secolo a.C.), enfatizzava il concetto di vincere le battaglie sfruttando la debolezza del nemico piuttosto che la forza bruta.

È normale che in guerra il conflitto si concluda con il crollo di una delle due parti ma, in alcuni casi, il collasso avviene senza grossi combattimenti o addirittura nessuno. Un esempio particolarmente rappresentativo è quello del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, arrivato dopo diversi decenni di “Guerra Fredda” che non era mai sfociata in un conflitto aperto.

Come aveva già notato Sun Tzu, la capacità di innescare il collasso della struttura militare o socio-economica del nemico è probabilmente la strategia di risoluzione dei conflitti più efficace. Ma come raggiungere questo risultato? La moderna scienza dei sistemi complessi può dirci molte cose sui fattori coinvolti nel collasso di tali sistemi, sebbene non possa fornire ricette valide per tutte le situazioni.

Il collasso è una caratteristica dei sistemi caratterizzati da una rete di relazioni interne che comportano un feedback: società, economie, gruppi, aziende, eserciti ed altro ancora, sistemi che definiamo appunto “complessi.” Il feedback può smorzare o esaltare l’effetto delle perturbazioni sui vari elementi del sistema e può arrivare a generare un tipo di collasso chiamato “Collasso di Seneca” o “Scogliera di Seneca.” Questo collasso si verifica quando i diversi elementi del sistema agiscono in sinergia, intensificando gli effetti di una perturbazione che, alla fine, fa crollare l’intero sistema.

Dopotutto, la guerra è principalmente un problema di feedback tra entità combattenti. Gli eserciti manovrano, si scontrano tra loro, si ritirano o avanzano, ma il risultato finale è sempre lo stesso: la lotta termina quando i feedback si accumulano in modo tale che una delle due parti collassa. A quel punto, la battaglia è finita.

Possiamo considerare gli eserciti come reti di soldati, ognuno connesso ai soldati vicini. In uno scontro militare, la perdita di un singolo nodo, cioè di un singolo soldato, ha di per sé un effetto limitato sulle prestazioni del sistema. Ma può essere devastante se entra in azione il mortale meccanismo del feedback. Un soldato scappa, un altro soldato lo vede correre e fa lo stesso. Altri seguono l’esempio. Questo potrebbe causare la dissoluzione dell’intero esercito, un tipico esempio di collasso generato dal feedback e anche l’incubo dei comandanti militari di tutta la storia.

Certo, negli eserciti reali le cose non sono così semplici, ma è anche vero che gli eserciti dell’antichità avevano spesso una catena di comando mal definita e questo li rendeva particolarmente esposti al crollo repentino. Ad esempio, nella battaglia di Manzikert, nel 1071 d.C., i Bizantini erano stati sconfitti dai Turchi perché, tra gli altri fattori, alcuni settori dell’esercito erano stati presi dal panico e si erano dati alla fuga.

Una volta che iniziamo a considerare la guerra in termini di sistemi complessi che interagiscono tra loro, possiamo capire come la selezione naturale sul campo di battaglia abbia portato gli eserciti ad evolversi in strutture più resistenti al collasso. Nel 1800, i Prussiani avevano sviluppato un esercito in cui ogni soldato avrebbe dovuto continuare a ricaricare e a sparare, indifferente a tutto ciò che accadeva intorno a lui. Idealmente, avrebbe dovuto continuare a sparare anche se fosse stato l’ultimo a rimanere in piedi.

In pratica, i Prussiani avevano interrotto le connessioni orizzontali della rete dell’esercito, lasciando solo quelle “verticali” che collegavano i soldati ai loro ufficiali. Era il concetto, attribuito a Federico il Grande, che i soldati comuni avrebbero dovuto temere i propri ufficiali più del nemico. Questo aveva reso la rete resiliente al collasso: perdere un nodo non avrebbe comportato una valanga di perdite di nodi a causa del feedback.

L’idea prussiana si era dimostrata vincente ed è ancora il modo in cui sono organizzati gli eserciti moderni. Ma, se ha reso più difficile il collasso “dal basso,” ha aumentato le possibilità di un collasso “dall’alto” verso il basso. Un esercito strutturato verticalmente è vulnerabile ad un “attacco di decapitazione,” un concetto già noto a quelli che, molto tempo fa, avevano inventato il gioco degli scacchi.

Un caso moderno di questo tipo di collasso si era verificato in Italia nel settembre del 1943. Dopo l’improvvisa rimozione del carismatico leader italiano, Benito Mussolini, le forze armate italiane si erano praticamente disintegrate quando il re d’Italia era fuggito dalla capitale, Roma, lasciando l’esercito senza comando e senza chiare istruzioni. (…)

Alcuni casi di attacchi di decapitazione falliti. Un esempio è il tentativo di alcuni ufficiali tedeschi di uccidere Adolf Hitler nel 1944. Non erano riusciti nel loro intento, quindi non sapremo mai che cosa sarebbe successo se Hitler fosse morto quel giorno. Un altro esempio è stato l’attacco contro l’Iraq nel 2003, che mirava ad uccidere la maggior parte dei membri del governo iracheno. Anche quel tentativo era fallito.

Il problema insito nell’idea di distruggere una struttura militare per decapitazione è duplice: il primo è che anche il nemico sa benissimo che i sui leader sono un obiettivo di valore e quindi fa di tutto per proteggerli il meglio possibile. Bisogna ricordare qui la figura del kagemusha, il “guerriero ombra” della storia militare giapponese, il cui compito era quello di impersonare un leader militare per indurre il nemico a concentrare i propri sforzi su di lui, piuttosto che sul vero bersaglio.

E’ anche vero però che in tempi moderni gli eserciti hanno sviluppato una struttura meno rigida, in cui le piccole unità possono continuare a combattere anche se perdono il contatto con il loro centro di comando. È un modo di combattere che era stato introdotto da Edwin Rommel durante la Prima Guerra Mondiale ed ampiamente utilizzato da Heinz Guderian durante la Seconda.

Un altro esempio recente di resilienza in un conflitto armato è stato lo scontro del 2006 tra Israele ed Hezbollah, in Libano. L’apparato bellico di Hezbollah è ben lungi dall’essere un esercito tradizionale: è un sistema altamente resiliente basato su piccole unità con pochissimi collegamenti tra loro. Alla fine, [questo sistema] ha avuto la meglio contro un avversario teoricamente molto più potente.

Dare un certo grado di libertà alle piccole unità è rischioso, poiché queste unità potrebbero non comportarsi secondo gli ordini del comando centrale. Ma sembra essere molto efficace nei tempi moderni, anche a causa dello sviluppo delle moderne tecniche di propaganda. Oggi, i soldati normalmente non combattono per denaro, sono fortemente condizionati dalla propaganda o dalle credenze religiose.

Alla fine, condurre una guerra è praticamente una questione di comando e controllo ed esistono molte possibili interpretazioni su come controllare un esercito in modo da renderlo resistente al collasso. Fino ad oggi, la propaganda rimane il principale strumento motivazionale per indurre i soldati a combattere, ma (…) la guerra moderna sembra affidarsi sempre più ad armi robotizzate, telecomandate o addirittura autonome.

Un concetto legato alla nascita dei robot militari è quello del “Network Centered Warfare” chiamato anche, talvolta, “Effect based operations.” L’idea è di trasformare un esercito in una singola arma usando sofisticate tecniche di comunicazione. La domanda, quindi, è chi controllerebbe quell’arma? Se esiste un unico sistema di controllo centrale, l’intero sistema diventa nuovamente vulnerabile ad un attacco per decapitazione. Un attacco al centro operativo potrebbe renderlo inutile, proprio come i pezzi sulla scacchiera quando il re è sotto scacco.

Ma è anche perfettamente possibile organizzare i robot militari in unità piccole e relativamente indipendenti. Non cambia però la domanda principale: chi controllerà i robot militari? È una domanda che, finora, non ha trovato una risposta semplice. Ovviamente, i robot non sono sensibili alla propaganda, ma i loro controllori sono ancora esseri umani.

La propaganda è uno strumento che era stato sviluppato per controllare i fanti schierati in trincea di fronte al nemico, ora abbiamo bisogno di strumenti per controllare i controllori dei robot, professionisti specializzati che operano in sicurezza da postazioni remote. Tecniche appropriate non sono ancora state sviluppate e non sappiamo quale forma potrebbero prendere e in che modo influenzerebbero il modo di condurre una guerra. >>

UGO BARDI

venerdì 28 febbraio 2020

Un falso d'autore

Si dice che la quota di arte falsa esposta nei musei del mondo sia incredibilmente alta, di gran lunga superiore ai casi manifesti.
Spesso lo si scopre per caso, in seguito a restauri o grazie ad un’indagine condotta da un curatore. Altre volte per via giudiziaria, in quanto i musei sono stati ingannati volutamente da qualcuno.
Ma nella maggioranza dei casi è possibile che nessuno si accorga mai di nulla.
Ovviamente, e per fortuna, a volte accade il contrario ed alcuni dipinti considerati di autori minori, vengono riconosciuti come grandi opere. Ma ci sono anche dei casi limite, in cui la realtà supera la fantasia, come nella complicata vicenda di De Chirico “falsario di se stesso”. 
Il testo è tratto dal sito del Corriere della Sera. Buona lettura.
LUMEN


<< La vicenda [del quadro ‘Piazza d’Italia’ di Giorgio de Chirico] è assai nota nell’ambiente dell’arte.

All’epoca ebbe una risonanza internazionale, vuoi per la notorietà delle persone coinvolte, vuoi perché su di essa pesava l’ipotesi di un complotto. Il principale attore le dedicò ampio spazio nelle sue memorie, uno spazio pari a quello che riservò agli anni cruciali della sua vita, gli anni compresi tra il 1911 e il 1915, quelli che Giorgio De Chirico (giacché di lui parliamo) trascorse per lo più a Parigi, dipingendo opere destinate ad avere un’incidenza fondamentale sugli sviluppi dell’arte contemporanea.

Il fatto in questione risale però all’immediato secondo dopoguerra. Era un pomeriggio d’aprile del 1947 quando una signora si presentò nello studio dell’artista per mostrargli una Piazza d’Italia, ossia un tipico esempio della pittura metafisica che egli era andato elaborando proprio nel suo periodo parigino. La firma datata sulla tela diceva infatti: «1913».

Appena vide il quadro, De Chirico comprese però che si trattava di un falso e, d’imperio, lo sequestrò: «Il meno che potevo fare era di fermarlo onde non circolasse più. Non l’avessi mai detto: quella signora cominciò a strillare e a dire che quello che volevo fare era una cosa gravissima, che il quadro era stato affidato a lei, che lei ne era responsabile, che il quadro aveva un valore enorme, ecc. ecc.».

Per chi compra arte o se ne fa garante, per chi colleziona o si dichiara esperto, quel che De Chirico liquida con un «ecc. ecc.» è l’insidia peggiore. E non sono tanto i danni materiali, ai quali in fondo si può trovare rimedio, quanto quelli morali, il vero problema. Lo smacco, l’umiliazione, la perdita di credibilità.

Diceva Friedrich Winkler, storico dell’arte, che per affinare la propria capacità di distinguere ciò che è autentico, il migliore esercizio è riconoscere ciò che è falso. Ed è così. Disquisendo attorno alle opere autentiche si corrono rischi scarsissimi. Sull’effettiva bellezza di un’opera autentica si può bisticciare all’infinito, come pure sul suo significato, su quel che l’artista ha inteso comunicare. Ma quando ci si imbatte in un falso, le opinioni contano poco o nulla. Un’opera o è buona o non lo è. Non riconoscere un falso significa annientare d’un colpo la propria reputazione di intenditore, di ‘connoisseur’ a vario titolo.

Ferite che lasciano cicatrici. Il grande pubblico ancora sghignazza se ripensa alla sicumera con cui certi critici insigni scorsero la mano di Modigliani in tre false sculture riemerse dalle acque di un canale livornese. Meno noto, ma ancor più sconcertante, è l’infortunio capitato al Victoria Museum di Melbourne; soltanto nel 2007 si è scoperto che un Van Gogh orgogliosamente esposto nelle sue sale per ben 67 anni era un falso.

In realtà, si dovrebbe essere più comprensivi. Riconoscere un’opera d’arte contraffatta è a sua volta un’arte. Un’arte difficile per di più. Persino più difficile dell’arte della falsificazione stessa, che pure richiede abilità non indifferenti.

Non per nulla Eric Hebborn, leggendario contraffattore inglese scomparso nel 1996, ricorda che in passato «non soltanto gli artisti si formavano eseguendo copie e imitazioni, ma anche gli studiosi e tutti coloro che volevano diventare esperti». Tirando per i capelli il principio di Aristotele per cui l’arte è in primo luogo imitazione, il famigerato Hebborn cercò di nobilitare il proprio mestiere sostenendo che la sola differenza tra artisti e falsari è che i primi imitano la natura, mentre i secondi imitano l’arte.

Il caso De Chirico è tuttavia più ingarbugliato. L’eccetera eccetera ebbe un lungo strascico fatto di carte bollate, tribunali e verdetti contrastanti. L’artista sbandierò ai quattro venti la sentenza della Cassazione per avvalorare il teorema che l’ossessionava da tempo: erano i surrealisti a invadere il mercato di sue tele apocrife e ciò allo scopo di screditarlo. In prima istanza, però, i giudici si erano espressi diversamente, stabilendo che il pittore aveva mentito. Ma, se così stavano davvero le cose, perché mai l’artista avrebbe negato l’autenticità del dipinto? E soprattutto: perché mai gli premeva tanto toglierlo dalla circolazione?

Domande cui danno risposta definitiva Paolo Baldacci e Gerd Roos, profondi conoscitori del maestro, che hanno ricostruito la vicenda in Piazza d’Italia. Con un piglio da ‘legal thriller’, il loro libro [“Giorgio de Chirico, Piazza d'Italia”] risolve un mistero dell’arte moderna e fa luce sul lato oscuro di un genio. Racconta la storia di un uomo dal carattere fragile e irriflessivo che per turlupinare galleristi e collezionisti divenne il principale falsario di se stesso. Ai «veri» falsi che già inquinavano il mercato, si aggiunsero quindi i falsi veri realizzati da de Chirico stesso.

Da un certo momento in poi, il pittore cominciò infatti a realizzare copie del periodo metafisico delle Piazze d’Italia. Copie spesso mal dipinte che retrodatava per venderle a un prezzo più alto, perché il periodo metafisico era quello che tutti volevano. Lo fece sia per lucro, ovvio, sia per vendicarsi del mondo, della modernità che detestava. Così facendo si screditò, ma dimostrò al contempo che il falso può avere un suo doppio, qualcosa di autentico che, alla maniera di un lapsus, lo rende più rivelatore del vero. >>

TOMMASO PINCIO

venerdì 21 febbraio 2020

Controllare la popolazione

Ho parlato spesso, in questo blog, di argomenti demografici, ma il tema della riduzione della popolazione mondiale ha caratteristiche che rasentano il paradosso.
Infatti, da un lato rappresenterebbe il sistema più sicuro e meno costoso per risolvere il problema, ormai drammatico, del degrado ambientale; dall’altro si tratta di un obbiettivo praticamente impossibile da raggiungere, per i ben noti condizionamenti genetici e culturali.
Quindi per il momento, in attesa che accada un miracolo, possiamo solo discuterci sopra e quelle che seguono sono proprio le riflessioni sul tema del sempre ottimo Marco Pierfranceschi (tratte dal suo blog “Mammifero Bipede”).
LUMEN


<< Gli esempi di popolazioni umane che abbiano praticato un controllo demografico non mancano, in particolare tra le popolazioni adattate a vivere in piccole isole con risorse limitate. I metodi adottati per tale gestione, tuttavia, rientrano nel novero di quelli che la nostra cultura etichetterebbe come disumani e lesivi delle libertà individuali.

Generalizzando si può affermare che l’unica forzante in grado di condurre a politiche di contenimento e stabilizzazione delle popolazioni sia la limitatezza delle risorse disponibili. Limitatezza che funziona anche in assenza di tali politiche, provvedendo da sé a ridurre la percentuale di popolazione in eccesso attraverso la morte per fame. Le popolazioni delle aree isolate vissute nei secoli scorsi conoscevano bene questo tipo di problema.

Quello che sta accadendo adesso, tuttavia, è qualcosa di mai visto prima nella storia dell’umanità, quantomeno su scala così vasta. La movimentazione globale di merci e derrate alimentari ha raggiunto volumi tali da slegare completamente le popolazioni residenti sui territori dalla necessità di una produzione alimentare di prossimità. Non c’è più correlazione, su scala globale, tra i luoghi dove il cibo viene prodotto e quelli dove viene consumato.

Ciò ha condotto da un lato alla crescita esponenziale delle megalopoli ed all’inurbazione di gran parte della popolazione mondiale, dall’altro all’aggressione sconsiderata agli habitat naturali fin qui preservati. Quest’ultima, aiutata dalla distanza, fisica ed emotiva, tra esecutori (i grandi latifondisti agricoli) e mandanti (i consumatori). (…)

Nella preistoria, esseri umani ed animali d’allevamento occupavano una dimensione molto piccola nel complesso delle forme viventi. Nel 1900 eravamo già i quattro quinti del totale, a spese dell’80% della fauna selvatica annientata nel frattempo. (…) Nel 2015, [la situazione] è impressionante, perché il totale della biomassa, costante nei millenni precedenti, appare moltiplicato per sei volte. Come può essere successo?

Semplicemente l’effetto dell’impennata esponenziale generata dalla disponibilità e messa a regime di energia fossile derivante dal petrolio. Fino al 1900 (circa) l’umanità aveva avuto a disposizione la sola energia radiante proveniente dal sole, ed aveva dovuto fare i conti con quel limite. Con lo sfruttamento delle risorse petrolifere quel limite è saltato, e si è potuto produrre quantità via via crescenti di cibo per alimentare una popolazione anch’essa in crescita.

Tuttavia sappiamo bene che le risorse di petrolio non sono inesauribili (e nonostante ciò continuiamo a sprecarle per attività sostanzialmente inutili, come lo spostare tonnellate di ferro e gomma, le automobili, solo per muoverci individualmente da un posto all’altro). Cosa accadrà quando questa risorsa comincerà a declinare? (…) È altamente improbabile che un’economia basata unicamente su fonti rinnovabili possa continuare a garantire l’attuale livello di tecnologia e complessità.

Pertanto, (…) è verosimile che il meccanismo che ha prodotto l’inurbazione di milioni (se non miliardi) di individui finisca con l’incepparsi, ed il processo cominci ad invertirsi. Possiamo facilmente immaginare un flusso massiccio di abitanti, che abbandoneranno città divenute invivibili perché inadeguate a funzionare senza una massiccia dissipazione energetica, riversarsi nelle campagne alla ricerca di cibo, o per provare a produrselo da sé. Possiamo anche immaginare l’escalation di conflitti che questo comporterà, nel momento in cui tutti comprenderanno che cibo per tutti non ce n’è.

Un’altra possibilità, già oggetto di studio, in grado di produrre un contenimento e finanche una riduzione della popolazione, è offerta dal calo diffuso della fertilità registrato nei paesi tecnologicamente avanzati. Esso appare determinato in parte dagli stili di vita (l’età a cui si decide di avere un figlio si sposta sempre più avanti), in parte dal vivere in ambienti insalubri ed inquinati, in parte all’assunzione massiccia di cibi chimicamente alterati da aromi artificiali, coloranti e conservanti, sui cui effetti di accumulo nei tessuti organici non esistono studi su larga scala.

Questo calo della fertilità, almeno nell’immediato, non sta interessando i paesi del ‘sud del mondo’, che stanno anzi andando incontro ad un boom demografico senza precedenti, soprattutto nell’Africa sub-sahariana. Il risultato sono flussi migratori incessanti che, a partire dai paesi poveri, vanno a colmare i ‘vuoti’ prodotti dalla denatalità nelle nazioni più ricche.

Un recente esperimento di controllo demografico su larga scala è rappresentato dalla ‘politica del figlio unico’, in vigore nella Repubblica Popolare Cinese dalla fine degli anni ‘70 ai primi anni 2000, ed attualmente sostituita dalla possibilità di averne due per far fronte all’esponenziale crescita economica del paese.

Se da un lato un simile notevole risultato si è dimostrato possibile, dall’altro non possiamo non rilevare che solo un governo autoritario è stato in grado di imporre un provvedimento tanto impopolare ad una popolazione numerosissima e riluttante. È molto dubbio, tuttavia, che un intervento di tale portata possa essere condotto con successo all’interno di un regime democratico, come quello vigente nel nostro paese (ed in molti altri).

La pressione antropica causata sugli ecosistemi globali dalla sovrappopolazione è un problema ancora più drammatico del surriscaldamento globale, eppure, probabilmente per un tabù culturale, nessuno ne vuole parlare. Nella prospettiva più ottimistica, finiremo col cancellare dal pianeta la maggior parte delle specie viventi, dando luogo alla famosa sesta estinzione di massa. (…)

Nella prospettiva più pessimista, ci renderemo conto troppo tardi di aver generato un tale squilibrio nella catena alimentare globale da diventare del tutto incapaci di produrre ulteriore cibo (p.e. avendo causato inavvertitamente l’estinzione di massa di specie di insetti, o lombrichi, fondamentali per la sopravvivenza delle piante di cui ci nutriamo), e finiremo con l’estinguerci lasciando il pianeta in eredità a qualche forma di invertebrati, come i ragni, o a microrganismi ancora più piccoli. >>

MARCO PIERFRANCESCHI

venerdì 14 febbraio 2020

Punti di vista - 16

CULTURA UNICA
Quello che appare evidente agli occhi del viaggiatore è l'oscena identità ripetitiva di quello che una volta sarebbe apparso come la varietà delle culture, dei costumi, delle città e dei paesaggi del mondo.
Un unico grande proliferare di caseggiati e di infrastrutture, tutte assolutamente simili, un crescere di grattacieli assolutamente indistinguibili e simili nei vari luoghi e megalopoli, strade, aeroporti, apparati di illuminazione, centri commerciali, tunnel, ferrovie, ponti, tralicci.
Un identico movimento e attività di milioni di umani che brulicano affannosamente in un fare che non conclude nulla, ma è perennemente fine a se stesso, sradicati e lontani dalle vecchie appartenenze, senza più una cultura se non quella del valore della moneta e della merce.
Tutti si adoperano per un interesse che gira intorno al proprio presente, al proprio utile, al proprio sussistere. La vita diviene ovunque uguale, uniforme nei tempi e nei modi di fruizione. (…)
Questo dramma, anziché denunciato viene quasi osannato dai media controllati dall'apparato produttivo e finanziario: con la definizione di multiculturalismo si cerca di far passare la scomparsa di ogni cultura, definendola paradossalmente come integrazione tra culture diverse.
AGOBIT


STATI UNITI D’EUROPA
Noi non crediamo affatto alla realizzabilità degli Stati Uniti d'Europa.
Ma qualora questa distopia si realizzasse essa sarebbe un incubo, la democrazia ne risulterebbe azzerata, mentre il dominio ordo-liberale avrebbe così la sua definitiva consacrazione. (…)
Ed aumentare il bilancio federale della UE va esattamente in quella direzione: meno risorse per gli Stati nazionali (dove la democrazia conta ancora qualcosa, ed è comunque un terreno di lotta), più risorse ad una tecnocrazia a-democratica priva di ogni controllo.
LEONARDO MAZZEI


CONDOTTIERI  E BATTAGLIE
Quando si dice che il tale condottiero vinse la tale battaglia, si dà l’impressione che non avrebbe potuto che vincerla e che l’abbia vinta soltanto per proprio merito.
In realtà, la maggior parte delle battaglie vinte si sarebbero potute perdere, e la vittoria è certo dipesa dai meriti di chi ha guidato l’esercito, ma anche dalla fortuna, dal caso e dagli errori degli avversari.
La conclusione è che, se possiamo dire che Cesare è stato uno straordinario genio militare, è per ragioni statistiche, per la quantità di battaglie vinte.
E tuttavia, guardando a quelle vicende con la lente d’ingrandimento, si vede che perfino Cesare è stato spesso ad un pelo dal perdere la battaglia ed anche la vita.
Tanto che, se per sfortuna gli fosse andata male una delle prime battaglie, di lui non avremmo nemmeno sentito parlare.
GIANNI PARDO


PRODUZIONE INDUSTRIALE
La produzione industriale ha sovvertito il precedente paradigma basato sul lavoro manuale, dove le uniche possibilità di arricchimento rapido potevano essere lo sfruttamento della schiavitù o i bottini di guerra, aprendo la strada al mondo moderno in cui la ricchezza può essere prodotta in copiose quantità partendo dalla disponibilità di manodopera, dalle materie prime e dall’energia.
Ricchezza che richiede comunque di essere in parte redistribuita per motivare la manodopera asservita alle macchine utensili.
MARCO PIERFRANCESCHI


LA BELLA ETA’
A cinquant’anni non si è le stesse persone che si è a quindici!
Ed è giusto e bello che sia così! Se no che viviamo a fare? Come i pesci rossi?
Perché tutti dicono: ho quarant’anni, ma me ne sento venti?
No, cavolo. Io a quarant’anni voglio essere sana e in forze, ma voglio sentirmene quaranta, perché, se ci arrivo, la vita mi avrà insegnato qualcosa, sarò più prudente su alcune cose e più esperta su altre, o no?
O sarò l’oca che ero a diciotto?
GAIA BARACETTI

venerdì 7 febbraio 2020

In ricchezza e in povertà

L’esistenza della povertà ha sempre accompagnato tutte le società umane, almeno sin da quando le civiltà hanno incominciato a lasciare traccia della propria storia.
Un fatto certo non casuale, che dovrebbe essere sufficiente da solo (anche senza scomodare gli studi antropologici e demografici) per concludere che la povertà è ineliminabile. Persino Gesù, in un ben noto (e giustamente controverso) passo del Vangelo si lascia scappare la famosa affermazione: “ i poveri infatti li avete sempre con voi” (Matteo - 14,7).
Eppure pochi argomenti sono stati dibattuti e sviscerati, nel corso dei secoli, come questo. Quelli che seguono sono due contributi sull’argomento, molto diversi tra loro, sia come prospettiva che come impostazione di fondo, ma entrambi molto interessanti, scritti rispettivamente da Gianni Pardo (per il suo Blog) e da Sergio Belardinelli (per Il Foglio).
LUMEN


CRISTIANESIMO E SOCIALISMO

<< Intorno alla metà del XX Secolo, gli italiani sono arrivati alla democrazia moderna con un doppio bagaglio culturale: il Cristianesimo e il Socialismo. Due ideologie sostanzialmente gemelle. Il Socialismo (poi divenuto anche comunismo) è stato la faccia laica del Cristianesimo e politicamente ne ha sposato la maggior parte delle idee.

Per esempio, come la Chiesa, si è dichiarato paladino degli umili e degli ultimi, a prescindere dal fatto che essi avessero ragione o torto. Il Cristianesimo comanda di dare ai poveri in base all’amore fraterno, il Socialismo dichiara che i poveri hanno diritto ad essere aiutati dallo Stato, cioè dai contribuenti, senza fornire per questo giustificazioni migliori dell’amore fraterno. Il meccanismo è diverso, ma molla e risultati sono gli stessi.

Altro elemento in comune, l’assenza della meritocrazia nel panorama mentale. Per la Chiesa il povero non va aiutato perché “lo merita”, ma “perché soffre”. Il Socialismo, facendo finta di essere scientifico, per la miseria del povero inventa alla Rousseau una colpa della società e trasforma la carità che intende dargli in risarcimento. Non gli chiede che cosa ha fatto per guadagnare di più, gli chiede soltanto se è povero. E in questo raggiunge il Cristianesimo. E fa tutto ciò senza chiedersi se lo Stato se lo possa permettere economicamente. È così che si sono moltiplicate le spese morali e caritatevoli. (…)

In linea col Vangelo, reputa che i ricchi siano tali perché hanno rubato qualcosa ai poveri. Inoltre il popolo – sempre in linea col Vangelo – disprezza l’economia. Non soltanto è notevolmente ignorante, in materia, ma ne contesta i risultati. Lo Stato deve finanziare i disoccupati, quale che sia il loro numero. Deve indennizzare i terremotati, e magari ricostruirgli la casa, come se il terremoto fosse colpa sua. Deve “Mettere in sicurezza il territorio”, come se fosse in grado di spianare le montagne. E ovviamente deve tenere in vita tutte le grandi imprese decotte (…) che divorano miliardi e miliardi senza mai riuscire a guarire. >>

GIANNI PARDO


DISEGUAGLIANZA ED INIQUITA’

<< L’ultimo rapporto della Banca Mondiale ci dice che “in generale la povertà può essere ridotta grazie a una maggiore crescita media, grazie a una diminuzione delle disuguaglianze oppure a una combinazione di entrambe. Raggiungere la stessa riduzione di povertà in tempi di crisi economica richiede quindi una maggiore equità nella distribuzione dei redditi”. Senza entrare nel merito di questa proposta, anzi, prendendola per buona, non sono tuttavia sicuro (…) che, da un punto di vista morale, la semplice disuguaglianza economica sia di per sé l’aspetto più rilevante.

A tal proposito, il 7 aprile 2017 la celebre rivista “Nature Human Behaviour” ha pubblicato un articolo molto interessante, dove si cerca di mostrare come “nonostante le apparenze contrarie, non ci sia nessuna evidenza che dica che le persone sono disturbate dalla disuguaglianza economica. Piuttosto esse sono disturbate da qualcosa che viene spesso confuso con la disuguaglianza, e cioè dall’iniquità economica”.

Basandosi su una mole incredibile di ricerche condotte su persone di ogni fascia di età, a cominciare da bambini di tre anni, gli autori concludono che gli uomini sono per una “distribuzione equa”, non per una “distribuzione uguale”; inoltre, quando equità e uguaglianza confliggono, essi preferiscono una “disuguaglianza equa” a una “uguaglianza iniqua” (…).

Il fatto che le ricerche empiriche ci dicano che la gente non ha un’avversione per la disuguaglianza in sé, bensì per l’iniquità, è un motivo incoraggiante, affinché, anche sul piano della riflessione morale, se ne tenga conto. Pur con tutto il disgusto che può essere provocato da certi consumi da parte dei ricchi, il problema morale dei poveri non è dato dal fatto che essi non hanno gli stessi gioielli o le stese automobili dei partecipanti alle feste del Grande Gatsby; questo semmai dovrebbe essere un problema morale per i ricchi stessi.

Il principale dovere morale che una comunità politica ha nei confronti dei poveri è quello di garantire a tutti le stesse opportunità di sviluppare alcune “capacità” che riteniamo indispensabili per una vita decente e senza le quali diventerebbero una parvenza gli stessi diritti politici e l’uguaglianza politica. Questa è l’uguaglianza di cui dovrebbe preoccuparsi la comunità, non l’uguaglianza economica. I poveri non hanno diritto agli stessi gioielli dei ricchi, ma hanno diritto di imparare a leggere e a scrivere, di avere una casa, di poter mandare i figli a scuola e via dicendo secondo i parametri di Eurostat.

La storia di questi ultimi due secoli ci insegna che il modo migliore di garantire questi sacrosanti diritti è quello di aumentare la ricchezza, l’ampiezza della torta, investendo risorse sull’innovazione e, soprattutto, sul “capitale umano”, la ricchezza più grande di tutte le nazioni, unitamente alle istituzioni dello stato di diritto liberale e democratico. Questo ovviamente non vuol dire che nel contrasto alla povertà ci si debba affidare esclusivamente alla logica del mercato. Tale contrasto rimane principalmente un dovere politico. Ma non credo che per assolvere tale dovere, la politica debba diventare un protagonista del mercato o sbaraccarlo, sostituendolo con un’economia pianificata.

La politica deve garantire le condizioni istituzionali per lo sviluppo della libera imprenditoria, a cominciare dalla tutela della proprietà privata; deve porre dei limiti a ciò che può essere fatto oggetto di libero scambio; deve, ecco il punto, destinare risorse al fine di garantire a tutti i cittadini le stesse opportunità di sviluppo delle proprie “capacità”.Spetta alla politica garantire la libera concorrenza; (...) spetta alla politica soddisfare quel bisogno di giustizia, da non confondere con l’uguaglianza economica, che pare essere molto diffusa tra i cittadini. >>

SERGIO BELARDINELLI