venerdì 24 dicembre 2021

Scontro fra Elites

Per chi segue la teoria 'elitista' (come me) è pacifico che siano sempre le elites a guidare le società umane; non è però scontato che si tratti sempre di gruppi coesi, essendo possibile che si creino dei contrasti tra le loro diverse componenti.

Così per esempio, secondo alcuni, sarebbe attualmente in corso un contrasto molto serrato tra le elites globaliste e quelle nazionaliste.

A questa ipotesi è dedicato il post di oggi, tratto da un più lungo articolo di 'Liberiamo l'Italia' per il sito di Sollevazione.

LUMEN



<< Con il crollo dell’Unione Sovietica, l’élite americana (sia neo-con che clintoniana) scatenò un’offensiva a tutto campo per trasformare l’indiscussa preminenza degli U.S.A. nei diversi campi — economico, finanziario, militare, scientifico, culturale — in supremazia geopolitica assoluta. L’offensiva si risolse in un fiasco. Invece del nuovo ordine monopolare, sorse un disordinato e instabile multilateralismo.

La grande recessione economica che colpì l’Occidente, innescata dal disastro finanziario americano del 2006-2008, fu un punto di svolta dalle molteplici conseguenze.

Indichiamo le principali: (1) il “capitalismo casinò” — contraddistinto dalla centralità della finanzia predatoria: accumulazione di denaro attraverso denaro saltando la fase della produzione di merci e di valore — dimostrava di essere una mina vagante per il sistema capitalistico mondiale; (2) il modello economico neoliberista, quello che aveva consentito la metastasi della iper-finanziarizzazione, esauriva la sua spinta propulsiva ; (3) la globalizzazione liberoscambista a guida americana giungeva al capolinea sostituita da una “regionalizzazione” delle relazioni economiche mondiali e dalla rinascita di politiche protezionistiche; (4) la Cina, uscita dallo sconquasso come principale motore del ciclo economico mondiale, occupava il ruolo di nuovo alfiere della globalizzazione; (5) una profonda scissione maturava in senso alle élite occidentali: la crisi di egemonia delle frazioni mondialiste alimentava il fenomeno del populismo. Così ci spieghiamo la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, l’avanzata dirompente di nuove forze politiche “sovraniste” in diversi paesi europei (Italia in primis), la Brexit.

Le élite mondialiste non si arresero, prepararono una controffensiva su larga scala. Raccolti attorno al World Economic Forum e ad altri think tank, guru visionari e falangi di intellettuali ispirarono all’élite un piano strategico di contrattacco.

Il piano prese forma: (1) riprendere prima possibile le postazioni governative e istituzionali in mano agli avversari ad ai populisti; (2) riconquistare egemonia etico-politica e il consenso perduti con una nuova e penetrante narrazione ideologica ultra-progressista: l’idea di una svolta di civiltà grazie alla potenza della scienza e della tecnica; (3) spingere fino alle estreme conseguenze la radicale trasformazione sistemica interna già in atto grazie alla “Quarta Rivoluzione Industriale” ed alla digitalizzazione della vita; (4) proporre una nuova versione consociativa non conflittiva della globalizzazione, non più basata sulla preminenza americana e liberata dalla metastasi della iper-finanziarizzazione; (5) per spianare la strada ad una simile palingenesi, vincere le resistenze e far accettare a grandi masse il salto nel buio della nuova civiltà tecnocratica e cibernetica, occorreva tuttavia un evento traumatico globale, occorreva “il grande reset”.

La pandemia influenzale Sars-CoV-2 è stata, per l’establishment mondialista occidentale, provvidenziale. Una volta spacciata come una catastrofe epocale — “Siamo in guerra, nulla sarà come prima” —, seminati terrore e paura, la pandemia è stata utilizzata come uno rullo compressore per spianare la strada all’ambizioso piano strategico.

L’Operazione Covid ottiene presto un doppio e grande successo. Negli U.S.A. l’élite neo-globalista, pur grazie ad un blocco alquanto eterogeneo, riesce a cacciare Trump ed a riconquistare la Casa Bianca. In seno all’Unione Europea, addomesticati i populisti e costruita una coalizione ancor più eterogenea, un corifeo della confraternita mondialista come Mario Draghi diviene addirittura Presidente del consiglio. (...)

Il “Grande reset” anticipa e spiana la strada a questo nuovo stadio del sistema capitalistico. Si deve parlare di passaggio da uno stadio ad un altro ove si tratti non di mutamenti epidermici ma di avvento di un nuovo modello sociale: diversa divisione del lavoro, diversa composizione delle classi, diversi blocchi sociali, diversa ideologia, diversi assetti statuali, diversi equilibri geopolitici.

Quando dunque, dal conflitto in seno ai dominanti, emerge come egemone la frazione che meglio asseconda le forze oggettive e intrinseche del mutamento.

Il capitalismo, per sua stessa natura, è un sistema condannato a crisi economiche ricorrenti. Esso ha tuttavia mostrato una straordinaria capacità di superare anche quelle più catastrofiche che si rivelano dunque come fasi necessarie di ristrutturazione, rilancio e trapasso da un assetto sistemico ad un altro.

La tesi secondo la quale il capitalismo avrebbe definitivamente cessato di sviluppare le forze produttive, si è dimostrata, ad oggi, priva di fondamento. Esso, proprio per superare le crisi, deve invece sviluppare le forze produttive anche grazie alle innovazioni scientifiche e tecniche. Abbiamo infatti che ogni rivoluzione industriale è stata concausa di relative trasformazioni sistemiche.

La “Quarta Rivoluzione Industriale” (digitalizzazione dispiegata, intelligenza artificiale, internet delle cose) scatena forze potenti destinate a riplasmare in tempi brevi l’intero sistema sociale. Cyber-capitalismo è il nome che diamo a questo nuovo stadio evolutivo del sistema capitalistico. >>

LIBERIAMO L'ITALIA

giovedì 16 dicembre 2021

Il piacere della Poesia

Questo post è dedicato alla poesia ed al piacere impareggiabile che essa ci regala quando leggiamo dei versi che ci toccano nel cuore.
Diceva Goethe che: “Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole.”
E, come precisava la scrittrice Michela Stefani: “Non c'è bisogno di aver studiato per leggere le poesie. Basta sentirle. Amarle. Io le leggo perché mi aiutano a vivere. Perché, come ha detto lei, parlano di noi e come noi. Anzi, come vorremmo parlare noi.”
Purtroppo la poesia non è più molto di moda, anche per colpa del modernismo che ha reso (apparentemente) inutile la bravura tecnica dell'artista. Ma il sentimento poetico è dentro di noi e, pertanto, non morirà mai.
Le considerazioni che seguono sono di Gaia Baracetti, blogger e scrittrice eclettica, autrice non solo di saggi e di romanzi, ma anche di libri di poesie.
LUMEN


<< Come accade a molti altri che scrivono poesie, ho la sensazione di non esserne completamente in controllo e di essere letteralmente investita da un’ispirazione che potrebbe venire come non venire (infatti può benissimo darsi che non ne scriva mai più), per cui potrei anche dirvi con sincerità che il merito di queste poesie che vengono da non so dove e non del tutto da me è della Musa e non mio, e che quindi non mi sto nemmeno vantando se non di aver avuto l’onore temporaneo di un dono misterioso. (...)

Un sacco di gente, quando dico che ho scritto poesie, mi risponde: “non mi piace la poesia.” Io non ci credo. Se c’è una cosa che non può non piacere in toto, questa è la poesia.

È come dire “non mi piace la musica” – quello che stai dicendo è che non stai tutto il tempo a seguire le nuove uscite, ad andare a concerti o a scaricare canzoni, ma non ci credo che non hai mai ballato, mai cantato una ninna nanna o un coro da stadio o uno slogan a una manifestazione o un inno in chiesa o qualsiasi altra cosa. È impossibile.

Stessa cosa per la poesia. Il problema è la definizione. Se per poesia si intendono quelle poche frasi incomprensibili e palesemente autocompiaciute di sconosciuti autori del dopoguerra e adolescenti presuntuosi, bè, quella roba lì non piace neanche a me.

Ma la poesia è uno dei metodi fondamentali dell’espressione linguistica umana. Il rap è poesia. Le canzoni di De Andrè sono poesia. I cartelloni della laurea nelle cerimonie del Nord Italia [usanza che personamente non conosco - NdL] sono poesia. Buona parte dei testi sacri sono poesia.

La poesia è un modo di usare la lingua al tempo stesso concentrato e infinitamente espandibile. Una parola ne contiene infinite. Una metafora può essere interpretata in tanti modi. Questa è la forza della poesia.

La poesia migliore, come secondo me l’arte migliore, ha un suo significato, una sua bellezza, immediati. Non serve essere un professore di letteratura o storia dell’arte per emozionarsi nel leggere Dante o nel vedere un quadro di Caravaggio. C’è poi, però, una possibilità senza fine di interpretazione di ciò che va oltre la prima impressione che rende queste opere veramente grandiose.

Possiamo parlare della “selva oscura” come immagine immediata e potente che suggerisce sgomento, smarrimento e paura, ma anche scrivere un intero libro sul significato culturale della foresta nell’immaginario occidentale (tra l’altro questo libro esiste ed è meraviglioso).

Il fatto che gran parte della poesia e dell’arte figurativa contemporanea non siano immediatamente comprensibili, ma richiedano sin da subito una spiegazione critica, è una gran tragedia e uno dei motivi per cui la gente non le apprezza più. Ma l’arte che piace al popolo resta, nella forma ad esempio dei testi delle canzoni o dei film o serie.

La poesia fa uso non solo delle ambiguità e stratificazioni di una lingua, ma anche dei suoi suoni. Per quanto mi riguarda, una poesia senza assonanze, consonanze, rime e allitterazioni è come una canzone senza melodia (cioè, non una canzone).

Ogni tanto leggo a voce alta i miei poeti preferiti, e mi ritrovo a cantare. Le loro poesie sono come degli spartiti, in cui al posto delle note (per cui serve uno strumento) ci sono le lettere (per cui basta una voce umana), e io leggendo le lettere così come loro hanno inteso mi ritrovo a imitare il canto degli uccelli, creo atmosfere, mi allargo o rimbalzo o rallento e alle volte infine scoppio a piangere.

Per questo io credo che la poesia sia fondamentalmente intraducibile. Andrebbe letta nella lingua originale, altrimenti se ne perde almeno metà.

Quando uno che non sa il polacco mi dice che “gli piace” una poetessa polacca, io penso che quello che sta veramente dicendo é: mi piace come quel traduttore cerca di rendere in prosa spezzettata le poesie di quell’autrice, o: se queste poesie sono così belle tradotte, chissà cosa dev’essere l’originale!

Ma se davvero tu sei convinto di aver letto le poesie di quella poetessa non conoscendo la lingua in cui sono scritte, mi dispiace, non hai capito cos’è la poesia. >>

GAIA BARACETTI

venerdì 10 dicembre 2021

Il selvaggio sotto la maschera

Le considerazioni di Gianni Pardo sulle eterne contraddizioni del comportamento umano, perennemente sballottato tra gi istinti della natura, i freni della cultura e le potenzialità della tecnica.

Il testo, acuto e disincantato, è tratto dal suo blog.

LUMEN.


<< L’uomo è un primate molto evoluto. Il suo cervello, come anche la sua mano, sono capolavori della natura, macchine capaci di prestazioni straordinarie.

Ma per centinaia di migliaia di anni, forse milioni, queste dotazioni non sono servite a differenziarci molto dagli scimpanzé, anche se rispetto a loro avremo incredibilmente migliorato le capacità di comunicazione verbale. Insomma avevamo le ruote, i freni, il motore ma ci mancava una piccola cosa essenziale, la benzina, che nel nostro caso è stata l’invenzione della scrittura.

Con la scrittura è cominciata quell’accumulazione di sapere che oggi è alta come una montagna. Noi sediamo sulla sua cima e forse l’abbiamo elevata un po’, ma certo la montagna l’hanno fatta i secoli. E tutto questo lo dobbiamo alla scrittura. Senza di essa l’accumulazione del sapere, ed anche dei “saperi” (nel senso di tecniche) non sarebbe stata possibile. Era necessaria una memoria esterna più longeva e più grande di quella degli uomini: con la scrittura il passato non è più morto.

Dopo una stagnazione di centinaia di migliaia di anni, forse milioni, in pochi millenni l’umanità è passata dall’età della pietra a società evolute come quella egiziana, quella greca o quella romana. Ad uomini che, se fosse possibile incontrarli, ci sorprenderebbero per quanto sono uguali a noi.

Naturalmente, quando si dice questo non si intende che tutti gli abitanti dell’impero romano avessero la cultura di Cicerone o di Mecenate. Le grandi masse erano analfabete e vivevano più o meno come erano sempre vissute, per non parlare dei popoli estranei all’Impero Romano. Ma le élite, per molti versi, erano già nostre contemporanee.

Purtroppo la scrittura ha cambiato il sapere, ha perfino fatto nascere quelle alte riflessioni che si chiamano filosofia, ma non ha mutato la mentalità corrente. E a lungo non ha cambiato neanche il livello economico corrente. Ancora agli inizi del Novecento, nel Sud Italia, la maggior parte della popolazione era analfabeta e aveva un’economia di pura sussistenza o poco più. Non molto diversamente da come vivevano gli egiziani al tempo dei Faraoni.

L’invenzione della scrittura ha cambiato la cultura dell’umanità ma ciò che ha cambiato la sua vita quotidiana è stato altro. Non la scienza, come si potrebbe credere - perché la mentalità dell’uomo normale è incapace di capirne il metodo - ma l’applicazione della scienza. La tecnologia.

L’uomo medio non capisce le regole del metodo scientifico ma capisce al volo l’utilità del telefonino. Non sa come funziona ma lo adotta. E a forza di adottare tutte le comodità che ha offerto la Rivoluzione Industriale ne ha anche, un po’, adottato la mentalità. L’uomo contemporaneo – soprattutto l’uomo colto - crede meno ai fantasmi e alle streghe e più al principio di causalità; meno a Dio e più alla medicina; meno alla religione e più alla chimica. Ma è veramente cambiato?

A mio parere no. La scienza è stata adottata da tutti in quanto cassetta degli attrezzi, non in quanto dottrina. Gli uomini dispongono di nuovi mezzi di trasporto, ma non di nuove mete. Di nuovo mezzi di comunicazione, ma non di nuove idee. Di una nuova potenza di azione, con i motori, ma non di un maggiore buon senso nell’usarli. Soprattutto non hanno perduto la loro affettività che da un lato a volte li rende stupidi come bambini (“Mussolini ha sempre ragione”) dall’altro li rende capaci di massacri non meno atroci di quelli del passato.

Noi ci vergogniamo della Shoah e nessuno, nei primi anni del Novecento, l’avrebbe creduta possibile. E invece era possibile perché, per questo aspetto, l’umanità non è cambiata. Nelle infinite guerre intestine della Grecia classica avveniva che l’esercito vincitore passasse a fil di spada tutti gli uomini della città conquistata, risparmiando soltanto le donne e i bambini: ma non per pietà, semplicemente perché ci guadagnava vendendoli come schiavi.

Date all’uomo contemporaneo l’occasione di comportarsi come un selvaggio e si comporterà come un selvaggio. Poco importano le armi di cui disporrà, identico è il piacere di uccidere. Inoltre, dal momento che l’analfabetismo non è stato sradicato, è facile installare nella testa degli incolti teorie in linea con la loro mentalità.

Infatti l’idea di Dio è coerente con la natura umana, l’idea di cieca causalità no, e tendenzialmente l’uomo la rifiuta. Perché è abituato a vivere teleologicamente, e altrettanto attribuisce ad un potere superiore che guiderebbe la realtà verso qualcosa. Così, per lo scienziato il magico è per ciò stesso falso, per l’uomo comune il magico, essendo suggestivo, è per ciò stesso vero.

Se poi qualcuno riesce a convincere noi selvaggi che un certo comportamento è voluto da Dio, siamo capaci assolutamente di tutto. Basti pensare alla crociata contro gli Albigesi o agli orrori dei terroristi islamici. Tutta gente che non ha orecchie per la razionalità, ma le ha – e spalancate – per una mitologia a misura d’uomo.

Così arriviamo all’Afghanistan [di oggi]. Non dobbiamo meravigliarci che esistano ancora nazioni medievali o peggio che medievali, con un assurdo livello di intolleranza. Dovremmo piuttosto stupirci delle eccezioni costituite da quei Paesi in cui, come si sosteneva centocinquant’anni fa in Inghilterra, “tutto è permesso, salvo spaventare i cavalli e dir male della Regina”.

Può darsi che l’Afghanistan, fra cent’anni, somigli all’Inghilterra vittoriana, ma speriamo che non sia l’Inghilterra che, fra cent’anni, somiglierà all’Afghanistan di oggi. Il cambiamento non è sempre per il meglio. I tedeschi degli Anni Quaranta non rappresentavano un progresso rispetto a quelli di cent’anni prima. L’uomo è una cara bestia, ma non dimentichiamo di mettergli la museruola. >>

GIANNI PARDO

venerdì 3 dicembre 2021

La scelta Svedese

Dice (giustamente) Gianni Pardo, in uno dei suoi post, che “il carcere è un’istituzione tremenda che tira fuori il peggio dagli uomini. Da tutti gli uomini.”.

Eppure in Svezia stanno provando, ormai da decenni, ad impostare le cose in un modo molto diverso. Ce ne parla Domenico Celi in questo interessantissimo articolo tratto dal sito Trasgressione.net.

LUMEN.


<< La Svezia a partire dagli anni trenta ha adottato un sistema punitivo basato sulla “filosofia del trattamento”, con l’intento di ridurre al massimo l’area della pena detentiva e di ampliare le forme alternative alla stessa. In particolare, in Svezia lo Stato si è impegnato nella definizione di una serie di leggi in materia penale e penitenziaria che offrono ai condannati l’opportunità di astenersi dal commettere qualsiasi infrazione per incamminarsi sulla via della dignità e del recupero sociale.

Obiettivo questo che deve essere realizzato, secondo l’ordinamento svedese, tenendo bene a mente che:

= la perdita della libertà è di per sé un intervento afflittivo di tale entità da non richiedere alcun aggravamento per puntualizzarne il valore intimidatorio;

= il detenuto deve essere trattato con fermezza, con premura e con tutta la considerazione dovuta alla sua persona.

Dopo aver conosciuto i principi su cui si fonda il sistema punitivo svedese passiamo ad analizzarne i contenuti. Le pene previste in caso dell’accertamento di un reato sono:

= L’ammenda o pena pecuniaria. Essa viene calcolata col metodo dei “ tassi giornalieri” ed è ampliamente praticata;

= Il Probation, che consiste nella sospensione dell’esecuzione della condanna per la durata di tre anni, prorogabile ad un massimo di cinque. Tale misura obbliga il soggetto ad osservare determinate regole di condotta. La loro inosservanza può determinare la revoca del probation;

= Il Parole, che consente la liberazione condizionale quando è scontata una parte della pena che varia dai 5/6 alla metà della medesima. Il parole può essere concesso anche prima di tale termine; in questo caso tale misura è adottata da una commissione amministrativa;

= La detenzione, semplice o a vita. La prima va da un mese a dieci anni elevabile a 12 nel caso di concorso di reati. La seconda è per consuetudine convertita, mediante un provvedimento di grazia, in detenzione da 10 a 15 anni;

= L’internamento. Si tratta di una misura adottata nei confronti di criminali pericolosi o recidivi e consiste nel carcere per un tempo minimo fissato dal giudice e a durata massima illimitata;

= La sentenza condizionale, che consiste nel non infliggere la pena e nella concessione di un periodo di prova di due anni, a condizione che non siano commessi altri reati. Detta misura viene adottata solamente nei casi in cui la recidiva risulti altamente improbabile;

= La sorveglianza intensiva. Si tratta di una misura che sostituisce la pena detentiva, adottata in via sperimentale nel 1994, nei confronti di soggetti condannati a non più di tre mesi di reclusione. In questo caso, il condannato può scontare la pena nella sua abitazione sotto controllo elettronico. Inoltre la misura comporta frequenti visite del personale del servizio sociale, controlli relativi all’uso di alcool o droghe e la partecipazione del condannato ad un programma personalizzato di rieducazione. (…)

Il trattamento a cui viene sottoposto il colpevole (…) è progressivo. Ciò significa che diviene meno afflittivo, fino in alcuni casi a scomparire, quando il soggetto mostra chiari segni di potersi inserire nella società. Sono previsti istituti chiusi ed istituti aperti. I primi sono complessi edilizi muniti di difese sicure contro l’evasione, i secondi non sono circondati da mura o da altre difese, non hanno sbarre alle finestre e dispongono di ampi spazi.

Nelle istituzioni aperte è assente ogni tipo di autoritarismo e viene lasciato largo margine di libertà e iniziativa al soggetto. Egli può ricevere le visite della moglie, dei figli e di altre persone che gli sono vicine. Di norma la corrispondenza non è sottoposta a censura. Il sistema, come abbiamo detto, è progressivo, sino al punto che i detenuti stessi fanno i turni di guardia durante la notte e il personale di sorveglianza giunge al mattino quando la giornata lavorativa è già iniziata. In altri istituti aperti i detenuti lavorano in libertà e trascorrono all’interno solo il tempo libero e la notte. Durante il fine settimana si recano alle proprie case.

Nell’insieme, gli istituti aperti raccolgono un terzo della popolazione carceraria. L’accesso ad un istituto aperto piuttosto che ad uno chiuso è stabilito da giudice nella sentenza: se la condanna è ad una pena detentiva superiore ai tre mesi, almeno la prima parte della condanna è scontata in un istituto chiuso. Le persone condannate ad una pena inferiore ai tre mesi, invece vengono affidate direttamente a istituti aperti. Quando il detenuto assegnato ad un carcere chiuso tiene un comportamento che dimostri un acquisito senso di responsabilità, può essere trasferito ad uno aperto. (...)

Il detenuto svolge, a fianco delle attività del tempo libero, di svago, di studio e al trattamento psicologico propriamente detto, un lavoro retribuito, volto a far acquistare dimestichezza professionale e autodisciplina. Il lavoro è organizzato, con attrezzature moderne, anche di eccezionale perfezione tecnica e, comunque, secondo criteri non diversi da quelli che si applicano all’esterno. (…)

Quando il detenuto ha scontato la pena non è abbandonato a se stesso: alla scarcerazione definitiva, i sindacati prestano un notevole aiuto per l’inserimento nel libero mercato del lavoro. La direzione del Mercato Nazionale del Lavoro, che è un organo della pubblica amministrazione, riserva ogni anno un certo numero di posti alle persone rimesse in libertà. Si tratta per lo più di lavoro forestale o di costruzione di strade.

Ricordiamo infine che il sistema punitivo svedese conta mediamente il 15% di evasioni. In caso di evasione, il soggetto viene di solito trasferito in istituzioni con un regime più rigoroso. Salvo casi di particolare gravità, l’evasione in sé non viene punita come reato. >>

DOMENICO CELI

venerdì 26 novembre 2021

Elogio del riciclaggio

Quando si parla di “riciclaggio” in senso giuridico, si intende una attività illecita, consistente nel recupero economico (”pulizia”, in inglese “laundry”) del denaro proveniente da attività criminose.

Ma, se utilizziamo il termine in senso meramente economico, cioè come attività di recupero e riutilizzo dei beni e dei materiali di consumo, ecco che abbiamo un comportamento altamente positivo ed encomiabile, che può rappresentare un freno importante (ed intelligente) al degrado ambientale.

Il testo che segue, scritto da Donato Berardi, è tratto dal sito LA VOCE INFO.

LUMEN


<< Ogni cittadino auropeo consuma in media 15 tonnellate di materie prime all’anno e produce circa 4,5 tonnellate di rifiuti. Un’economia in grado di massimizzare attività come il riuso e la preparazione al riutilizzo potrebbe abbattere contemporaneamente sia lo spreco di risorse sia la produzione di rifiuti.

E cosa c’è di più “circolare” di azioni come la riparazione, la rigenerazione e la preparazione al riutilizzo di materiali arrivati a fine vita? Di azioni capaci di evitare la produzione di scarti non recuperabili e quindi destinati alla distruzione e alla discarica? E di azioni in grado di generare vantaggi economici e ambientali? (...)

Eppure, benché siano al vertice della cosiddetta “gerarchia dei rifiuti” (e dunque tra le opzioni preferibili), riuso e preparazione al riutilizzo non hanno finora goduto di grande considerazione.

Collocandosi in una sorta di “terra di mezzo” tra il mondo dei rifiuti e quello dei non rifiuti, hanno sofferto la mancanza di regole chiare e la carenza di capacità organizzative e imprenditoriali, per finire relegate al ruolo di comprimarie. E, soprattutto, sia dal livello nazionale che locale non hanno attirato quegli investimenti o incentivi economici che avrebbe consentito il salto di qualità in questo ambito, professionalizzando e remunerando le risorse impiegate.

Rispetto alle altre opzioni, sia il riuso che la preparazione richiedono, certamente, qualcosa in più, ossia un vero cambio di approccio, dove l’attenzione si sposta su tutto il ciclo di vita del bene, dalla progettazione fino alla possibilità che attraverso processi di riparazione, rigenerazione, upgrading, disassemblaggio, il prodotto o parti del prodotto possano continuare a svolgere la stessa funzione, o funzioni differenti, all’interno di un nuovo prodotto.

Non è quindi un tema di quantità di beni immessi nel mercato, quanto piuttosto della loro qualità: i beni devono essere concepiti sin dall’inizio per favorirne riparazione, rigenerazione e riciclo.

Qualche passo in avanti si sta facendo. Nel caso degli imballaggi in plastica, ad esempio, il contributo ambientale pagato dai produttori è calibrato in modo da premiare quelli riciclabili. Ma si tratta di una eccezione.

Per le apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), ove chiaramente esiste un potenziale per rigenerazione e riciclo, gli incentivi alla riciclabilità previsti nel 2016 sono rimasti lettera morta, perché i costi del complesso iter amministrativo superano abbondantemente i benefici (abbattimento dei target di riciclaggio).

Ma vi è una differenza tra riutilizzo e preparazione per il riutilizzo? Sì, e riguarda quel confine che distingue un “prodotto” da un “rifiuto”. Se il primo è già pronto per l’impiego nella catena del valore, il secondo ha bisogno dell’avvio di un percorso di trattamento per tornare a far parte del ciclo produttivo.

Infatti, se il riutilizzo riguarda un prodotto o una componente che non è rifiuto e si colloca, dunque, nell’ambito della prevenzione, la preparazione per il riutilizzo si riferisce a un prodotto – o a una componente – diventata rifiuto, e pertanto necessita di una autorizzazione.

Diverso è il caso della riparazione e rigenerazione, che rientrano nelle attività di prevenzione rispetto alla produzione di rifiuti. Si tratta di operazioni che, come il riutilizzo, riguardano a tutti gli effetti prodotti, non rifiuti, e che pertanto dovrebbero essere preferibili a ogni altra forma di gestione del rifiuto, proprio perché orientate a prevenirne la produzione. (...)

In Italia, le attività di preparazione e riutilizzo interessano annualmente tra le 600 e le 700 mila tonnellate di rifiuti, circa il 2 per cento della produzione di rifiuti urbani e che potrebbero essere sottratti al trattamento e allo smaltimento. Da dati forniti dalla Rete degli operatori nazionali dell’usato, il mercato dell’usato in conto terzi muove circa 850 milioni di euro l’anno e riguarda circa 3mila iniziative stabili, mentre il segmento che impiega più persone è quello dell’ambulantato.

Una tendenza in forte crescita, che parzialmente rimpiazzerà i mercati “fisici”, è rappresentata dai mercatini per l’usato on-line. Oltre ad alcuni colossi dell’e-commerce come eBay, che già a metà degli anni Novanta aveva intuito il potenziale della compravendita online di prodotti nuovi e usati, e a Facebook, che dal 2016 ha introdotto un marketplace che coinvolge gli utenti del social network, si moltiplicano le aziende che consentono di vendere e acquistare prodotti usati sul web.

La tecnologia ha favorito negli anni lo sviluppo di questo segmento, consentendo attraverso app mobile di semplificare l’incontro tra domanda e offerta. (…) La sfida da vincere, invece, è quella di trasformare un settore ancora caratterizzato dall’economia informale in una gestione professionale, capace di produrre valore economico e sociale.

Complessivamente, infatti, con la rigenerazione ed il riuso si creano benefici economici, oltre che ambientali, almeno su altri tre fronti.

Primo, per i produttori, che ottengono risparmi sui costi di produzione, potendo erogare servizi ai clienti nelle fasi post-vendita e migliorando la fidelizzazione. Secondo, per i consumatori finali, visti i costi inferiori di un bene rigenerato rispetto al nuovo. Terzo, per l’occupazione in generale, considerato che “rigenerazione / riuso / preparazione al riuso” sono attività ad elevato tasso di manodopera, che può permettere di recuperare parte della disoccupazione originata dalla delocalizzazione produttiva e dall’automazione.

Puntare sempre più in alto, dritti verso il vertice della piramide rovesciata della gerarchia dei rifiuti, non è certo un pranzo di gala, ma un processo faticoso e articolato che richiede volontà, lungimiranza e capacità, fattori che vanno messi in rete e a servizio di una idea di economia circolare concreta e giusta. >>

DONATO BERARDI


venerdì 19 novembre 2021

Perchè il Cristianesimo ha conquistato Roma

E' noto che il Cristianesimo, da un punto di vista formale, “conquistò” l'Impero Romano per merito dell'imperatore Costantino e delle sue riforme. 

Da Wiki: << Quando, nel 306, Costantino divenne imperatore, la religione cristiana conobbe una legittimazione e a un'affermazione impensabili solamente fino a pochi anni prima, ricevendo prima diritti e poi addirittura privilegi. Era consuetudine che ogni nuovo imperatore proponesse il culto di una nuova divinità, la scelta di Costantino a favore del Dio dei cristiani fu da lui spiegata a seguito di un sogno premonitore prima della sua grande vittoria nella battaglia di Ponte Milvio.

Costantino avviò una sempre più sistematica integrazione della Chiesa all'interno delle strutture politico-amministrative dello Stato. Una serie di editti successivi restituirono alla Chiesa cristiana le proprietà precedentemente confiscate, sovvenzionando le sue attività e sollevando il clero dai pubblici uffici. >>

Ma i motivi profondi di quella conquista, che storicamente appare sorprendente e poco prevedibile, vanno molto al di là di quelli formali. 

Una ipotesi interessante è quella elaborata da Marco Pierfranceschi in questo breve testo, tratto dal suo blog Mammifero Bipede. 

LUMEN 

 

<< Perché una narrazione collettiva (costrutto culturale, ideologia o come vogliamo definirla) si affermi, essa deve soddisfare una serie di esigenze umane primarie: bisogni materiali (nutrimento, rifugio dalle intemperie, benessere materiale); bisogni emozionali (senso di sicurezza, appartenenza, relazione); bisogni irrazionali (sollievo dall’incertezza del futuro e dalla paura della morte).

Su questi tre pilastri poggia pressoché ogni forma di governo, o cultura complessa, apparsa sul pianeta.

L’organizzazione dei bisogni materiali è necessaria per garantire il benessere degli individui ed il successo della cultura, l’organizzazione dei bisogni emozionali è quello che fa da collante tra le moltitudini di sconosciuti che fanno parte della collettività, l’organizzazione dei bisogni irrazionali (...) gestisce il benessere psichico della popolazione.

Dall’equilibrio tra queste tre componenti deriva il successo della cultura stessa. Per meglio comprendere questo punto possiamo osservare i processi in atto nella transizione dal paganesimo al cristianesimo nell’impero romano, avvenuta nei primi secoli dopo Cristo.

La cultura romana imperiale aveva il proprio punto di forza nell’organizzazione dei bisogni materiali, il senso di sicurezza veniva soddisfatto, per una parte della popolazione, dalla potenza militare e dall’appartenenza alla casta privilegiata dei cittadini romani. Per contro i lavori pesanti venivano effettuata da schiavi che non godevano di alcun diritto.

Sul piano dei bisogni irrazionali la teologia pagana risultava parimenti ipertrofica e lacunosa, il numero e la varietà di divinità enorme e caotico, le aspettative post-mortem non particolarmente entusiasmanti: l’aldilà dei romani era un luogo tetro, in cui rimpiangere per l’eternità le gioie della vita. L’emergere di tale cultura in popolazioni guerriere ne dirige la collocazione più in prossimità delle categorie comportamentali legate alla competizione.

L’ideologia cristiana, per contro, emerge in una regione arida ed avara di risorse, la Palestina, come evoluzione della religione monoteista ebraica, in un’epoca in cui il suddetto territorio è occupato militarmente e governato dalle legioni romane. Per reazione a ciò, il baricentro di questa ideologia/teologia risulta spostato molto più in prossimità delle categorie comportamentali legate alla cooperazione.

Sul piano dei bisogni materiali il cristianesimo eredita, dalla religione ebraica, la fede in una singola divinità. Lega i bisogni emotivi a poche semplici regole di vita: uguaglianza tra gli uomini e fratellanza universale, e promette un aldilà di gioia e pienezza a compensare una vita di fatica e sofferenze. Tale prospettiva di vita viene facilmente accolta dalle fasce povere della popolazione, che in essa vedono meglio rappresentati i propri bisogni esistenziali.

L’ideologia cristiana di una fratellanza universale entra perciò in diretta contrapposizione con la politica economica imperiale, basata sull’occupazione manu-militari e sull’asservimento e riduzione in schiavitù di intere popolazioni. L’uguaglianza tra gli uomini non consente la riduzione in schiavitù, che è alla base della politica economica imperiale: per questo motivo il cristianesimo viene inizialmente perseguitato.

Tuttavia l’efficienza della macchina imperiale nel provvedere ai bisogni materiali, basata sul saccheggio e sullo sfruttamento delle popolazioni asservite, è un meccanismo che perde efficacia man mano che i confini imperiali si allargano verso l’esterno. Più l’impero si espande, meno ricchezza riesce a generare. Più la popolazione si impoverisce, più la teologia cristiana, egalitaria e solidale, tende a soppiantare la teologia pagana.

Nell’arco di pochi secoli l’impero romano d’occidente collassa definitivamente, ed una popolazione europea vasta ed impoverita finisce col convertirsi in massa al cristianesimo, in un processo che segna il passaggio dall’Età Antica al Medioevo.

Un percorso inverso appare quello che conduce dal Medioevo all’Età Moderna, segnato da due eventi concomitanti: l’avvio di una nuova fase di conquista e saccheggio iniziata con la scoperta del continente americano e lo sviluppo di un costrutto culturale radicalmente diverso dall’impostazione fideistica, il Metodo Scientifico, dalle cui scoperte deriverà la Rivoluzione Industriale.

La nuova era coloniale è caratterizzata da produzione (saccheggio) di beni e da un aumentato soddisfacimento dei bisogni materiali (ottenuti a spese di popolazioni meno tecnologicamente avanzate, che vengono espropriate delle proprie terre e possedimenti e ridotte in schiavitù). Le esigenze mercantili entrano in conflitto con il retaggio culturale cristiano, la cui filosofia di vita tende ad opporsi allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Come già argomentato, gli ideali di fratellanza universale vengono più facilmente accolti ed adottati da popolazioni in condizioni di generale scarsità, mentre la disponibilità di ricchezze va a braccetto con le pulsioni più egoistiche dell’animo umano. La nuova era mercantile e la rinascita degli imperi coloniali segna un progressivo distacco delle popolazioni europee dagli ideali di solidarietà propugnati dalla filosofia cristiana. >>

MARCO PIERFRANCESCHI