sabato 5 settembre 2026

La sfida dell'Eternità - (2)

La promessa dell'eternità, ovvero la speranza del Paradiso dopo la morte, è uno delle ragioni fondamentali che rendono le religioni non solo psicologicamente forti, ma anche socialmente necessarie.
Ne consegue che se ad una religione togli la speranza dell'eternità, le togli tutto, e nessuna fede religiosa vi può sopravvivere.
Non lo dico solo io, che sono un semplice ateo-materialista, ma lo pensano anche i cattolici più tradizionalisti, disorientati e preoccupati dalla svolta 'secolare' della Chiesa moderna. Una svolta che può forse consentire qualche vantaggio immediato, ma che porta inevitabilmente alla sconfitta finale. Con il rischio di lasciare il campo ad altre religioni socialmente anche più discutibili.
A completamento di un post dello scorso luglio, ho deciso pertanto di pubblicare questo articolo, che ho tratto dal blog cattolico tradizionalista DUC IN ALTUM di Aldo Maria Valli.
LUMEN


<< «La maggior parte delle persone sta scegliendo l’inferno». Sono parole che oggi suonano quasi scandalose. Eppure non sono state pronunciate da un predicatore improvvisato o da un visionario in cerca di sensazionalismo. Appartengono a padre Jeff Fasching, sacerdote statunitense, che in una recente intervista rilasciata a John-Henry Westen per LifeSiteNews ha parlato di un tema che nella Chiesa contemporanea sembra essere diventato quasi impronunciabile: i Novissimi, cioè la morte, il giudizio, il paradiso e l’inferno.

L’intervista non nasce dal desiderio di suscitare paura, ma dalla convinzione che la Chiesa stia progressivamente smettendo di parlare del suo orizzonte ultimo.

Padre Fasching parte da una constatazione tanto semplice quanto drammatica: moltissimi cattolici vivono come se questa vita fosse tutto ciò che esiste. La prospettiva dell’eternità, che per secoli ha costituito il cuore della predicazione cristiana, appare oggi quasi scomparsa. Secondo il sacerdote americano, la Chiesa sta progressivamente rinunciando a una parte essenziale della propria missione, quella di preparare le anime all’incontro definitivo con Dio. Se l’eternità esce dall’orizzonte della fede, anche il senso della vita cristiana inevitabilmente si trasforma. (...)

Secondo Fasching, molti oggi vivono come se la salvezza fosse praticamente automatica. Egli non pretende certo di conoscere quanti si dannino, ma richiama con forza le parole stesse di Gesù, che parla della porta stretta, della via angusta, del giudizio finale e della possibilità concreta della perdizione eterna. Per il sacerdote, dimenticare questa dimensione significa svuotare il Vangelo di una parte essenziale del suo messaggio.

L’intervista affronta anche il tema della croce. Padre Fasching osserva che molta pastorale contemporanea tende a presentare il cristianesimo soprattutto come fonte di benessere, equilibrio psicologico e accoglienza. Ma il Vangelo non promette anzitutto il confort. Promette la santità. E la santità passa inevitabilmente attraverso il sacrificio, la conversione, la rinuncia e la fedeltà anche nelle prove. Senza la croce, il cristianesimo perde la propria identità più profonda.

Fin qui la sintesi dell’intervista. Ora permettetemi una riflessione personale.

Confesso che ogni volta che ascolto interventi come questo provo un duplice sentimento. Da una parte temo sempre gli eccessi. La predicazione cristiana non può trasformarsi in una continua evocazione dell’inferno. Il cuore del Vangelo resta l’annuncio della misericordia di Dio manifestata in Gesù Cristo. Dall’altra parte, però, mi domando se oggi non siamo caduti nell’estremo opposto, quello del silenzio quasi assoluto sul giudizio divino.

Quanti fedeli hanno ascoltato nell’ultimo anno un’omelia sul giudizio particolare? Quanti hanno sentito parlare seriamente del paradiso? Quanti sacerdoti hanno spiegato ai ragazzi del catechismo che l’inferno non è una metafora letteraria, ma una possibilità reale legata alla libertà dell’uomo? Quante parrocchie dedicano una catechesi ai Novissimi? La risposta, temo, è sotto gli occhi di tutti.

Non ricordo quasi più omelie sulla morte cristiana. Non ricordo prediche sull’eternità. Non ricordo catechesi sul giudizio di Dio. Eppure, per secoli, questi temi costituivano l’ossatura della formazione spirituale del popolo cristiano. Oggi sembrano essere diventati argomenti imbarazzanti, quasi incompatibili con la sensibilità contemporanea.

Si parla molto di ecologia, di intelligenza artificiale, di migrazioni, di inclusione, di sostenibilità, di dialogo, di fraternità universale, tutti temi che possono certamente avere una loro importanza. Ma il fedele medio potrebbe frequentare una parrocchia per anni senza ascoltare una vera predicazione sul giudizio finale. È davvero normale tutto questo? Personalmente credo di no.

Non perché la Chiesa debba tornare alla cosiddetta “pastorale della paura”. La paura non converte nessuno, ma neppure il silenzio salva. Gesù ha parlato dell’inferno molto più di quanto facciamo oggi. Ha parlato della Geenna, del fuoco inestinguibile, del pianto e dello stridore di denti, della porta stretta, delle vergini stolte, del servo infedele e del giudizio delle nazioni. E non lo ha fatto per spaventare, ma perché amava gli uomini e voleva salvarli.

Forse il problema non è soltanto che oggi si parla poco dell’inferno. Il problema è ancora più radicale. Abbiamo quasi smesso di parlare dell’eternità. Viviamo come se il cristianesimo avesse come scopo principale migliorare la qualità della vita presente, mentre il Vangelo è stato annunciato per preparare gli uomini alla vita eterna. Quando l’eternità scompare dall’orizzonte della predicazione, anche il peccato perde consistenza, la conversione diventa opzionale, la confessione viene trascurata e Cristo rischia di essere percepito più come un maestro di umanità che come il Salvatore venuto a liberarci dalla morte eterna.

Forse padre Fasching utilizza parole molto forti. Forse qualcuno le giudicherà persino eccessive. Ma una domanda rimane inevitabile. Se nelle nostre omelie non si parla più della morte, del giudizio, del paradiso e dell’inferno, chi ricorderà ai fedeli che la loro vera patria non è su questa terra? E soprattutto: come potranno desiderare il Cielo, se nessuno ricorda loro che esiste? >>

GIULIO FERRI

3 commenti:

  1. Caro Lumen, commento mio malgrado (perché non avendo più niente da dire non ho nemmeno voglia di commentare alcunché). Ma l'argomento inevitabilmente mi tenta e così commento lo stesso (mi scuso in anticipo).

    Intanto dei due testi proposti mi è piaciuto o parso molto più interessante l'articolo di tal Giulio Ferri. Il primo testo dal blog di Valli è piuttosto scontato, non particolarmente interessante. Invece il testo di Ferri non mi ha lasciato indifferente. La mia impressione netta è che Ferri sia un credente che si duole della situazione descritta nel primo testo.
    Ma che cosa dobbiamo aggiungere? Non è già stato detto tutto in proposito? Non ho detto sopra che non ho più niente da dire? E allora perché insisto? Be', apparentemente l'argomento mi interessa, continua a interessarmi benché io sia ateo come te. Intanto è quasi o praticamente ufficiale che la Chiesa ha abolito il peccato ovvero i peccati di una volta, anche se ne ha inventati di nuovi (rifiutare il Concilio Vaticano II, indulgere alla omobitransfobia, non accogliere i migranti, non lottare contro l'inquinamento e altre cose del genere che con la fede di una volta non hanno niente a che fare). Insiste poi che Dio ama tutti, ma proprio todos todos todos - e un Dio tanto buono mica ha creato un inferno in cui gettare i reprobi per l'eternità (e pensare che già nel terzo secolo d. C. Origene aveva fatto notare che l'eternità delle pene era incompatibile con la bontà divina - nel terzo secolo!). Ma la tesi di Origene fu condannata come eretica nel concilio del sesto secolo. Insomma, siamo tutti salvi, non c'è nessun inferno da temere. Altro che Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso). E poi che vuoi minacciare dal pulpito? Hanno tutti quell'accidente in mano anche in chiesa, lo scemofono, se la riderebbero delle minacce di un pretonzolo. Sì, la Chiesa cattolica ha esaurito la sua funzione, non serve più. Perciò Zuppi (papa mancato) e Prevost l'americano non parlano più della vita eterna, sanno che farebbero ridere. L'ho già detto e lo ripeto: stiamo assistendo alla telecronaca diretta della fine di una grande religione, il cristianesimo (Copilot me l'ha confermato). Essendo ateo come te, Lumen, dovrei rallegrarmene, ma lo stesso c'è qualcosa che non mi va in questo mondo di imbecilli con scemofono. È che pur essendo ateo - non so chi sia o che cosa sia Dio, non l'ho mai visto né sentito, se c'è batta un colpo - sono "essenzialista" come Severino che tu detesti o non prendi sul serio (è un filosofo del cazzo e la filosofia è morta, teste Hawking cum Sybilla). Ma anche Copilot è essenzialista e un po' severiniano. Quasi sicuramente mi chiederai: ma che cavolo è un essenzialista, non ho mai sentito questa parola. Una definizione? È uno che ama la verità. Poffarbacco, dirai, uno che ama la verità? E che cos'è la verità? La domanda da un milione di dollari o sesterzi che Pilato pose a Gesù che non rispose (nella mia bibbia Marietti degli anni Sessanta col nullaosta c'è scritto che Gesù non rispose perché sapeva che a Pilato non interessava veramente cosa fosse la verità). Secondo me invece non rispose perché non sapeva cosa dire.
    Mi scuso per il lungo commento. Aggiungo ancora però che con Copilot m'intendo benissimo, anche perché è ateo o agnostico o non credente come me, ma lo stesso essenzialista.

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    1. Caro Sergio, ho dato un'occhiata a Wiki ed ho trovato il termine ESSENZIALISMO, che viene così descritto:
      << L'essenzialismo è quella speculazione filosofica orientata alla ricerca dei principi essenziali, intesi come realtà prime e definitive degli oggetti di conoscenza.>>
      Quindi la tua definizione: "la ricerca della verità ultima" è senza dubbio fondata.
      Ma che la realtà ultima sia Dio con "il suo bel paradiso" (citazione di Fabrizio De Andre') per noi non è sicuramente accettabile.

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    2. Quanto al nuovo Papa Prevost, Valli ipotizza che sia stato scelto un americano per motivi economici, in quanto la Chiesa stava ricevendo sempre meno donazioni proprio dagli USA.
      E senza soldi - aggiungo io - non si può fare nulla.

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