Il
post di oggi ha per oggetto un argomento di particolare interesse,
ovvero il progressivo declino delle religioni, intese in senso lato e
globale, e la loro ipotetica scomparsa (o irrilevanza) in un prossimo
futuro.
Per
chi considera la religione un prodotto dell'evoluzione darwiniana
(quorum ego) l'ipotesi appare abbastanza remota, ma per chi la
considera un semplice costrutto culturale, il suo progressivo declino
appare del tutto verosimile.
Ce
ne parla (citando dati e statistiche) Emanuel
Pietrobon in questo articolo tratto da 'Il Giornale'.
LUMEN
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Spesso si dipinge, a ragione, l’Occidente come la culla della
secolarizzazione e dell’ateizzazione, il faro della cristianità
divenuto bastione del relativismo culturale e del nichilismo, luogo
in cui scienza e fede non possono coesistere e dove la seconda occupa
una posizione sempre meno rilevante negli affari pubblici e
nell’intimità delle persone.
La
tendenza, in effetti, sembra inevitabile e irreversibile e
ha colpito indistintamente ogni Paese occidentale, comportando
l’entrata in una “fase post-cristiana”
di numerose nazioni, fra le quali Paeesi Bassi e Germania, e la
caduta di baluardi storici del cattolicesimo, come l'Irlanda.
Soltanto in alcuni teatri, come ad esempio nello spazio
post-comunista, si è assistito ad un ritrno del sacro nella poitica e
nella società che, comunque, non è privo di tensioni, e quanto
sta accadendo in Polonia è il migliore specchio di questa realtà.
Contrariamente
al quadro comune che viene dipinto non è soltanto l’Occidente che
sta diventando “senza Dio”: è
il mondo intero.
Questo è, almeno, il risultato di una lunga inchiesta recentemente
pubblicata da
Foreign Affairs,
dettagliata, ricca di fonti e supportata dai numeri.
Il
mondo sta diventando ateo
Il
titolo dell’indagine, pubblicata l'11 agosto di quest'anno, è
eloquente e rispecchia fedelmente il contenuto e i risultati finali
emersi dalla raccolta dei dati: “Giving
Up
on God. The Global Decline of Religion”
(ndr. Abbandonando Dio: il declino globale della religione). Gli
autori del lavoro hanno deciso di tornare su 43 casi-studio,
comprendenti il 60% della popolazione mondiale, di cui era stata
analizzata la situazione religiosa nel periodo 1981-2007,
monitorandone l’evoluzione dal 2007 al 2019.
Nel
primo periodo selezionato in 33 Paesi su 49 era stato registrato un
aumento
della religiosità
da parte degli abitanti, soprattutto nello spazio post-comunista e nel
mondo in via sviluppo e, in misura minore, in alcuni Paesi avanzati.
I risultati sembravano convergere verso una spiegazione
controcorrente: “l’industrializzazione e la diffusione della
conoscenza scientifica non provocano la scomparsa della religione”.
Ma
dal 2007 ad oggi 43
Paesi su 49
sono stati travolti da una tendenza inversa a quella precedente,
ovvero la perdita di religiosità; e ad un ritmo più veloce. La
secolarizzazione sta colpendo in egual misura Paesi sviluppati, in
via di sviluppo e sottosviluppati, e sebbene i motivi siano diversi,
a volte indipendenti e a volte correlati tra loro, uno sembra essere
particolarmente incisivo e ricorrente: l’emancipazione
sessuale.
In breve, “le società moderne sono diventate meno religiose
perché, in parte, non supportano più la difesa di quelle categorie
di genere e di norme sessuali che le maggiori religioni mondiali
hanno instillato per secoli”.
La
scoperta di nuove norme comportamentali nei confronti del sesso e del
genere sarebbe, quindi, il primo passo verso l’allontanamento dalla
fede di appartenenza. Ma altri fattori entrano in gioco: lo sviluppo
comporta benessere e sicurezza, perciò i fedeli che non appartengono
ad una confessione per reale credo, ma per approfittare dei possibili
benefici derivanti dal far parte di una comunità, se ne distanziano,
trovando in altre istituzioni sociali ciò che cercano, liberi dagli
obblighi e dalle costrizioni morali delle religioni.
Non
sarebbe quindi la diffusione del progresso scientifico, e della
mentalità ad esso correlata, la causa prima della perdita della
fede, quanto la diffusione del benessere. Essere parte di una
comunità significa godere di uno scudo
protettivo,
e questo era vero soprattutto nei secoli scorsi, quando i pericoli di
carestie e guerre civili erano frequenti anche in quei Paesi che oggi
compongono il cosiddetto Occidente. Infatti, la religione non ha mai
svolto un ruolo puramente metafisico, ovvero fornire agli esseri
umani gli strumenti per affrontare dei quesiti esistenziali per i
quali la scienza non possiede risposte, ma ha anche protetto
fisicamente, ha fornito aiuto materiale e morale, ha fatto politica.
Nell’ordine
degli Stati contemporaneo, però, in cui vige una rigida separazione
tra dimensione religiosa e sfera pubblica, e dove è quest’ultima a
fornire (quasi) tutto ciò di cui una persona ha bisogno, la fede
finisce per rivestire un’importanza centrale soltanto per coloro
che appartengono ad una confessione per reale convinzione.
Il
caso degli Stati Uniti
Dall’analisi
dei casi-studio è emerso un fatto curioso: le società sperimentano
un tipo di polarizzazione che si conclude a
detrimento delle confessioni
ogni qualvolta il potere politico si serva della religione per
mobilitare i fedeli nell’aspettativa di ottenerne i voti. Questo
evento, secondo gli autori della ricerca, sarebbe una delle cause
principali della drammatica scristianizzazione degli Stati Uniti.
Nel
caso specifico il riferimento è alle guerre culturali
(omosessualità, aborto, ideologia di genere, pena di morte, e molto
altro) che dagli anni ’90 dividono la destra religiosa e la
sinistra liberal: la strumentalizzazione della religione a scopo
politico avrebbe spinto i fedeli secolarizzati ad abbandonare le
chiese di appartenenza, comportando al tempo stesso una
radicalizzazione di coloro che hanno deciso di restare e di coloro
che, invece, non ne fanno parte perché atei. Il risultato è sotto
gli occhi dell’opinione pubblica mondiale: la società americana
non è mai stata così divisa come nell’era Trump in due opposti
estremismi impegnati a combattere le guerre culturali di stampo etico
con tanto livore.
Dio
sta scomparendo dall’orizzonte degli americani, questa è la
drammatica conclusione alla quale è giunto Foreign
Affairs
basandosi, anche, sul modo radicale in cui sono cambiate le risposte
ad una domanda sulla centralità di Dio nella quotidianità del
vivere dal 2007 al 2017. Nel primo caso gli intervistati avevano
risposto che, su una scala da uno dieci, Dio era importante “8.2”;
dieci anni dopo lo stesso campione ha risposto “4.6”.
Le
eccezioni
Nella
stragrande maggioranza dei casi-studio presi in esame da Foreign
Affairs la religiosità ha registrato un grave crollo, ma si
segnalano alcune curiose eccezioni. Per quanto riguarda lo spazio
post-sovietico, la fine del comunismo ha effettivamente comportato un
ritorno del sacro, ma non
in maniera uniforme.
La riscoperta della fede è avvenuta laddove essa è stata
storicamente percepita come un elemento inseparabile dall’identità
nazionale e vissuta genuinamente e profondamente, come ad esempio in
Russia e in Bulgaria. In questi due Paesi la religiosità è
aumentata costantemente dal 1981 al 2019.
L’aumento
della religiosità è stato riscontrato anche in Brasile, in Messico
e in Sud Africa; Paesi caratterizzati dal fatto di essere stati
attraversati simultaneamente da tre eventi: l’attecchimento della
secolarizzazione, la ritirata del cattolicesimo e l'avanzata
preponderante del protestantesimo evangelico e neo-pentecostale. In
breve, secolarizzazione e de-cattolicizzazione, insieme, hanno avuto
un effetto sulle suscritte società meno considerevole di quello
esercitato dalla “rivoluzione protestante”.
Ad
ogni modo, l’eccezione più significativa è l’India.
Qui è stato registrato l’aumento di religiosità più
ragguardevole: su una scala da 0 a 1, l’incremento è stato pari a
1. L’ascesa di Narendra Modi e la trasformazione del nazionalismo
indù in una forza motrice della cultura e della politica di Nuova
Delhi sarebbero le manifestazioni più iconiche di questa
risurrezione identitaria che sta caratterizzando in egual misura
induisti e musulmani.
Un
caso a parte: il mondo islamico
Per
via della difficoltà di condurre sondaggi approfonditi nelle realtà
islamiche, gli autori dell’inchiesta si sono limitati a raccogliere
dati e informazioni su temi come l’accettazione del divorzio,
dell’aborto e dell’omosessualità ovunque fossero disponibili.
Presso il World
Values Survey,
il centro dati al quale è stato fatto riferimento per la ricerca,
erano presenti dei numeri utili per ricostruire parzialmente le
dinamiche religiose di 18 Paesi musulmani, e i risultati sono
sorprendenti.
Mentre
il mondo intero si è diretto verso la graduale accettazione di nuovi
valori e sistemi, come la tolleranza e l’accettazione
dell’omosessualità, dell’aborto e la de-strutturazione delle
famiglie di tipo patriarcale – che a loro volta sono un riflesso
della secolarizzazione – nel mondo musulmano questa tendenza non
ha
attecchito.
L’analisi
dei dati dei 18 Paesi presi in esame parla chiaro: “[essi]
rimangono fortemente religiosi e impegnati a preservare le norme
tradizionali riguardanti il genere e la fertilità. Pur in presenza
di sviluppo economico, i Paesi a maggioranza islamica tendono ad
essere, in qualche modo, più religiosi e culturalmente conservatori
della media [mondiale]”.
Se
le tendenze catturate e misurate da Foreign Affairs dovessero
cristallizzarsi, e la rinascita identitaria di Paesi come Russia e
Turchia sembra confermare questa ipotesi, un domani la religione e la
fede potrebbero continuare ad esistere soltanto in alcune e precise
regioni del pianeta, come il mondo islamico e una parte dello spazio
post-comunista, e anche all’interno di alcuni Paesi post-cristiani –
ma in questi ultimi sarebbero vissute nel più stretto riserbo da
minoranze esigue di credenti, irrilevanti dal punto di vista politico
e dell’ordinamento morale delle società. >>
EMANUEL
PIETROBON