venerdì 14 agosto 2020

In memoria di Don Ferrante

Alzi la mano chi, nel primo infuriare dell'epidemia di Corona-virus, non ha rivolto il suo pensiero alla famosa peste del '600, magistralmente descritta da Alessandro Manzoni nei Primessi Sposi.
E chi conosce più a fondo la trama ed i personaggi del romanzo, avrà fatto un inevitabile parallelo tra le solide conoscenze medico-scientifiche di oggi, e l'ignoranza travestita da cultura che regnava a quell'epoca, così ben rappresentata dall'irresistibile personaggio di Don Ferrante.
Il quale alla fine, come ben sappiamo, non trovò nulla di meglio che morire di peste 'a sua insaputa'.
LUMEN


<< Don Ferrante passava di grand’ore nel suo studio, dove aveva una raccolta di libri considerabile, poco meno di trecento volumi: tutta roba scelta, tutte opere delle più riputate, in varie materie; in ognuna delle quali era più o meno versato.

Nell’astrologia, era tenuto, e con ragione, per più che un dilettante; perché non ne possedeva soltanto quelle nozioni generiche, e quel vocabolario comune, d’influssi, d’aspetti, di congiunzioni; ma sapeva parlare a proposito, e come dalla cattedra, delle dodici case del cielo, de’ circoli massimi, de’ gradi lucidi e tenebrosi, d’esaltazione e di deiezione, di transiti e di rivoluzioni, de’ princìpi in somma più certi e più reconditi della scienza.

Ed eran forse vent’anni che, in dispute frequenti e lunghe, sosteneva la domificazione del Cardano contro un altro dotto attaccato ferocemente a quella dell’Alcabizio, per mera ostinazione, diceva don Ferrante; il quale, riconoscendo volentieri la superiorità degli antichi, non poteva però soffrire quel non voler dar ragione a’ moderni, anche dove l’hanno chiara che la vedrebbe ognuno.

Conosceva anche, più che mediocremente, la storia della scienza; sapeva a un bisogno citare le più celebri predizioni avverate, e ragionar sottilmente ed eruditamente sopra altre celebri predizioni andate a vòto, per dimostrar che la colpa non era della scienza, ma di chi non l’aveva saputa adoprar bene. >>


<< Al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.

In rerum natura,” diceva, “non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser nè l’uno nè l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicchè è inutile parlarne.

Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perchè, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all’altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perchè bagnerebbe, e verrebbe asciugata da’ venti. Non è ignea; perchè brucerebbe. Non è terrea; perchè sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perchè a ogni modo dovrebbe esser sensibile all’occhio o al tatto; e questo contagio, chi l’ha veduto? chi l’ha toccato?

Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all’altro; chè questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all’altro.

Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi: perchè, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d’esantemi, d’antraci...?”
Tutte corbellerie,” scappò fuori una volta un tale.

No, no,” riprese don Ferrante: “non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell’e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.”

Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all’opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perchè non si può spiegare quanto sia grande l’autorità d’un dotto di professione, allorchè vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi.

Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l’errore di que’ medici non consisteva già nell’affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell’assegnarne la cagione; allora (parlo de’ primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d’orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.

La c’è pur troppo la vera cagione,” diceva; “e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell’altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s’è sentito dire che l’influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l’influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?...

Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de’ corpi terreni, potesse impedir l’effetto virtuale de’ corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de’ cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?”

His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle. >>

ALESSANDRO MANZONI

sabato 8 agosto 2020

Punti di vista – 21

RINUNCE
Mettiamoci il cuore in pace: a qualcosa dovremo sempre rinunciare. È la vita.
Se vogliamo la carriera, dovremo passare meno tempo con i figli. Se vogliamo lavorare tutti a tempo pieno, la vita sarà pesante e la famiglia il luogo in cui scaricheremo il nostro stress.
Se vogliamo fare figli, il tempo a disposizione per le altre cose si ridurrà. Se vogliamo che la famiglia ci aiuti con i bambini, dobbiamo rinunciare alla libertà di vivere dove ci pare.
Se vogliamo che i nostri genitori vadano in pensione presto e bene, dopo dobbiamo lavorare per pagargliela questa pensione; se vogliamo pagare poche tasse, dobbiamo accettare meno servizi e meno pensioni.
Non c’è niente di terribile in questo: le soluzioni si possono trovare. (…)
È il fatto di credere di aver diritto ad avere tutto contemporaneamente, e l’arrabbiarsi perché pensiamo che c’è qualcuno che non sta facendo quello che dovrebbe per rendercelo possibile, che ci fa vivere scontenti e arrabbiati, non solo come singoli, ma anche come società.
Accettare le rinunce fa parte della vita, ma nessuno ha il coraggio di dirlo.
GAIA BARACETTI


ANALFABETISMO FUNZIONALE
Viviamo in un sistema mondiale formalmente democratico, dove tuttavia la maggioranza dei votanti è composta in parte da analfabeti funzionali, incapaci di comprendere un ragionamento complesso, ed in parte da analfabeti critici, incapaci di validare la correttezza di ciò che gli viene raccontato e pronti ad accettare qualunque opinione, purché convincente ed adeguatamente argomentata.
Una democrazia sostanzialmente succube di chi disponga di risorse sufficienti per orientare, stravolgere e deformare la pubblica percezione dei fatti.
MARCO PIERFRANCESCHI


SOLUZIONI ECONOMICHE
Ogni insieme di diritti nasce da un conflitto che si crea quando qualcuno compie o vuole compiere qualcosa che ha delle conseguenze su altre persone, con il favore di alcune di queste e l’opposizione di altre.
Con o senza una lotta, si giunge ad un accordo o a un compromesso con il quale si definiscono i rispettivi diritti.
Quello che voglio evidenziare in modo particolare è che la soluzione è essenzialmente la trasformazione del conflitto da un problema politico a una transazione economica. Una transazione economica è un problema politico risolto.
L’economia ha conquistato il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo come suo dominio quello dei problemi politici risolti.
ABBA P. LERNER


DITTATURE
Tutti gli Stati sono sottoposti agli imperativi della realtà, ma questa sensibilità ai fatti è caratteristica della salute mentale, e non tutti i governanti sono sani di mente.
E mentre in democrazia esiste un sistema di pesi e contrappesi, che limita i danni, il rischio è grande nelle dittature.
Qui, l’uomo solo al comando può essere pazzo e nessuno può detronizzarlo.
Inoltre, quando la dittatura è teocratica, i governanti rispondono più ad imperativi metafisici che economici o di sicurezza.
Ed è questo che li rende tremendamente pericolosi. Perché hanno scopi più importanti della stessa vita umana.
GIANNI PARDO


DIBATTITO SUL CLIMA
Il dibattito scientifico sul clima è ormai completamente sparito. Si è completamente trasformato in un dibattito politico.
Questo vuol dire che per quanto possiate schiacciare il vostro avversario con argomenti scientifici, il pubblico si dividerà comunque in fazioni a seconda della loro posizione ideologica.
Questo è normale: quando uno va alla partita, tifa per la propria squadra, non per la squadra che gioca meglio.
E quindi non vi fate illusioni di poter convincere nessuno. (…)
Così è la vita. Il dibattito politico segue delle regole molto diverse dal dibattito scientifico. In politica sono ammessi colpi bassi, insulti, attacchi personali, bugie e mezze verità, e cose del genere.
Dovete starci molto attenti ed essere preparati a rispondere e non è ovvio che uno che non fa di mestiere il politico o il giornalista sia in grado di reggere il confronto con i professionisti.
UGO BARDI

sabato 1 agosto 2020

I limiti biologici della cultura

Come noto, nell'evoluzione biologica, di fronte a situazioni completamente nuove e rischiose, l'unica speranza di sopravvivenza è data dalla comparsa di una mutazione vantaggiosa che aiuti l'essere vivente a risolvere il problema. Ma la mutazione genetica è rara e casuale, e l'attesa può essere lunga.
Con l'evoluzione culturale invece, l'uomo ha ottenuto una sorgente di novità in più: un meccanismo che risulta rapido, non casuale, e che può essere trasmesso non solo verticalmente (dai genitori ai figli), ma anche orizzontalmente (tra i componenti del gruppo).
La fortissima capacità culturale della nostra specie non ci ha aperto però i cancelli dell'Eden, perché ogni cambiamento, anche se utile a risolvere un problema, non è mai privo di aspetti negativi, ed inoltre non può superare del tutto i limiti genetici che ci condizionano.
Di questi limiti ci parla Luca Pardi nel post che segue, tratto dal sito di Aspo Italia.
LUMEN 


<< L’azione umana, che definisce la dinamica dell’antropo-sfera e dei suoi effetti planetari, si esprime attraverso un metabolismo che ha nella componente sociale la sua manifestazione specifica più saliente. “Società”, parola magica, da cui ne derivano molte altre: socialità, sociologia, socialismo, sociopatia. L’uomo è un animale sociale. Ipersociale, dicono alcuni, più simile alle api e alle formiche che al branco primordiale di ominidi.

Le relazioni di potere sono quelle che plasmano la struttura della società. In tutte le società animali, inclusa la nostra, si stabilisce una gerarchia. Mio padre determinò sia l’esistenza che il determinismo di fenomeni specifici, come l’instaurarsi della gerarchia, nelle vespe sociali. Fenomeni che erano allora noti solo fra i vertebrati. A lui devo la costante osservazione di tutto ciò che è umano come una manifestazione dell’etologia della specie come si è sviluppata nel corso dell’evoluzione.

Edward O. Wilson ha creato un possente apparato teorico che formalizza, per quanto possibile e non senza controversie, la genesi del fenomeno sociale nel mondo animale nel quadro del paradigma evoluzionista, l’unico che ha senso in biologia, fino ad arrivare a ipotesi innovative sulla socialità umana.

Secondo Wilson, detto in soldoni, siamo il prodotto sia del meccanismo egoistico del gene dato dalla selezione individuale sia del meccanismo altruistico di gruppo. L’interazione fra questi due meccanismi ci ha portati ad essere una “chimera evolutiva”. Sapere chi siamo non è un fattore secondario nello studio dei nostri rapporti con l’ambiente in cui viviamo.

Scrive Telmo Pievani nella prefazione del testo di Wilson: […] “circa l’impatto di Homo sapiens sulle altre specie ominine e sulla biodiversità, l’evoluzione umana per Wilson è stata una campagna di invasione, una marcia rischiosa per una ragione profonda, che costituisce il nucleo antropologico del libro: la radicale ambiguità della natura umana. Proprio a causa del paradosso insito nella selezione di gruppo (la dialettica fra cameratismo dentro il gruppo e conflitto fra gruppi di estranei), le sorgenti della più sublime cooperazione sono anche quelle del tribalismo, della guerra tra bande, del conformismo sociale, di identità collettive settarie e irrazionali.” 

Personalmente penso che non ci sia nulla di più utile, e necessario, di sapere chi siamo. I grandi tentativi di indagine scientifica della psiche umana hanno dato vita ad una congerie di scuole psicanalitiche di pensiero e a qualche psicofarmaco che, usato con giudizio, può migliorare la condizione in caso di patologie. Ma non è andata a fondo del problema. Per far questo ci voleva molto di più che sdraiare una persona su un lettino e interpretare i suoi sogni.

Sarebbe molto, troppo, ambizioso tentare di (o fingere di saper) maneggiare la gamma di strumenti che le neuroscienze ci hanno dato per indagare la mente, e la sua base fisica. E non solo la mente umana, infatti accanto all’anatomia comparata, disciplina fondamentale per capire l’evoluzione, esiste una neurofisiologia comparata che non è, da questo punto di vista, meno importante. Altri strumenti sono stati forniti anche dalla psicologia empirica e da quella evoluzionistica che hanno permesso di indagare, ad esempio, i meccanismi di formazione delle risposte morali. (...)

Per sapere chi siamo non basta studiare la società umana e la sua evoluzione storica con gli strumenti delle scienze sociali ed economiche, bisogna capire la nostra storia naturale. Nulla ha senso in biologia se non alla luce della teoria dell’evoluzione. Noi siamo il prodotto di un percorso evolutivo e ne dobbiamo tener conto.

Alla fine, ad esempio, si tratta di riconoscere l’origine delle resistenze che rendono così difficile la cooperazione internazionale sul tema dell’ambiente e della contrapposta facilità con cui i difensori del paradigma fossile dell’energia sono riusciti a ritardare la transizione. Purtroppo questo tipo di affermazione manda su tutte le furie molte persone. Il fatto che possa esistere un hardware (natura) che interagisce con un software (cultura) che si è a sua volta adattato alla struttura fisica sottostante, è per alcuni inaccettabile.

Il mio problema non è dimostrare alcuni grandi pensatori e ispiratori di movimenti di massa, abbiano sbagliato tutto. Nessuno riesce a sbagliare tutto. (…) [Ma] nel guardare l’uomo, nella sua eccezionalità, da un punto di vista etologico, sociobiologico, evoluzionista, non si lascia da parte la tensione morale per una società più giusta e per l’instaurazione di un rapporto non distruttivo con l’ambiente che ci circonda. Al contrario, si dà una base biofisica, perciò realistica, a questa tensione.

Fino ad ora le religioni private e pubbliche, che sono spesso le detentrici della morale, hanno sempre predicato bene e, spesso, razzolato male. Le religioni pubbliche 'non teiste' del secolo scorso, come socialismo, comunismo, fascismo, sono state quasi interamente soppiantate dalla dottrina economica neo-liberale oggi dominante. Queste religioni pubbliche hanno rappresentato e rappresentano sé stesse come scienza, ma non lo sono, e innervando con la propria morale il comportamento delle società umane attraverso la politica, hanno dato vita a vari tipi di sistemi oppressivi, totalitari e/o distruttivi sia nei confronti dei rapporti sociali che dell’ambiente.

A dispetto della incrollabile fede di alcuni miei amici liberali, non c’è nulla di laico nella dottrina economica oggi dominante. Al contrario essa di configura proprio come una religione pubblica. A questo proposito Mauro Gallegati scrive: «nonostante esteriormente assomigli alla fisica, e nonostante il presunto equipaggiamento di molte leggi, l’economia non è una scienza», e anzi «assomiglia a una religione».

Ma prima di Gallegati il fisico Norbert Wiener aveva espresso un concetto simile in modo più colorito:
«Il successo della fisica matematica portò lo scienziato sociale ad essere geloso della sua potenza senza la completa comprensione dell’atteggiamento intellettuale che aveva contribuito a questa potenza.
L’uso delle formule matematiche aveva accompagnato lo sviluppo delle scienze naturali, ed era diventato di moda nelle scienze sociali.
Proprio come i popoli primitivi adottano le mode occidentali di vestire e il parlamentarismo, con un vago sentimento che queste vesti o questi riti magici li metteranno immediatamente in linea con la cultura e le tecniche moderne, così gli economisti hanno sviluppato l’uso di rivestire le loro idee imprecise del linguaggio del calcolo infinitesimale ….
Stabilire che cosa significano valori precisi per tali quantità, essenzialmente vaghe, non è né utile né onesto e ogni pretesa di applicare formule precise a queste quantità vagamente definite, è un artificio e una perdita di tempo»

Ad alcuni scienziati sociali e ad alcuni neo-adepti dell’econo-fisica o della dinamica dei sistemi, questo giudizio apparirà oltraggiosamente ingeneroso e perfino contraddittorio per uno che predica la collaborazione fra scienze naturali e scienze sociali. Collaborazione appunto, non dominio di una sull’altra. Non adozione di metodi di una nell’altra senza reciprocità.

Le cose che sto scrivendo sono l’approdo, sicuramente non definitivo, di molti anni di tentativi e interazioni con persone con una base culturale diversa dalla mia. In questi anni ho raramente incontrato persone che fossero disposte a lasciare, anche per un attimo, il loro punto di vista e abbracciarne un altro. Da questo punto di vista mi ha colpito (...) l’insegnamento di Marianella Sclavi con le sue “regole dell’ascolto attivo” applicando le quali si apprende un metodo di ricerca e, soprattutto, ad apprezzare il proprio punto di vista prima di quello altrui. 

Le scienze sociali ed economiche avevano, ed hanno bisogno, di un bagno di bio-fisica e bio-sociologia, ma questo non deve essere visto come un processo di conquista delle scienze sociali da parte di quelle naturali. Non è così. Le scienze naturali, non sono pure verginelle, ma rappresentano oggi uno degli strumenti essenziali della religione pubblica dominante. Quella appunto, dell’economia neoliberale, ma non erano meno importanti nei regimi del socialismo reale.

La retorica del progresso tecnologico e delle 'magnifiche sorti e progressive' della scienza sono una delle componenti delle ideologie dominanti da due secoli. Le scienze dure, in particolare, si sono rese ancelle del mercato capitalistico in modo quasi totale.

La confusione fra sviluppo tecnologico al servizio del sistema dei consumi e indagine scientifica è un fatto che si può riscontrare ogni giorno seguendo i mezzi di comunicazione, e che si vive quotidianamente nel mondo della ricerca. La scienza al servizio del mercato capitalistico è una regola da sempre. (...) [Ma] come sempre possiamo e dobbiamo separare il grano dalla pula. (...)

Per questa crisi ecologica e sociale in cui ci siamo trovati ci sono possibili risposte, ma non ci sono soluzioni. Noi, intendo quelli con più di cinquant’anni, diciamo, lasciamo molti problemi seri alle generazioni più giovani e a quelle future, il nostro impegno può essere solo quello di affrontarli insieme a loro finché ci saremo e di lasciargli in eredità degli strumenti pratici e teorici per affrontarli. >>

LUCA PARDI

sabato 25 luglio 2020

Il sincretismo di Papa Francesco

Si parla di “sincretismo” per indicare l'incontro fra culture diverse che genera mescolanze, interazioni e fusioni fra elementi culturali diversi, sopratto in campo religioso.
E siccome tutti i popoli hanno sperimentato forme di contatto e scambio culturale (in senso lato), non è esagerato dire che ogni grande religione storica è – nel suo complesso – il prodotto di un sincretismo.
Questo però non garantisce che certi fenomeni, nel momento in cui si verificano, siano sempre bene accetti dai fedeli.
Come ci dimostra il giornalista cattolico Aldo Maria Valli, che, in un pezzo del suo blog 'Duc in Altum', appare piuttosto preoccupato per l'eccessivo sincretismo di Papa Francesco.
LUMEN

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<< Alla fine della preghiera del Regina Caeli di domenica scorsa [3 maggio 2020 - NdL], Bergoglio, davanti alla piazza San Pietro deserta, ha annunciato che, avendo “accolto la proposta dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana”, il prossimo 14 maggio “i credenti di tutte le religioni” si uniranno “in una giornata di preghiera e digiuno e opere di carità, per implorare Dio di aiutare l’umanità a superare la pandemia di coronavirus”. Ed ha aggiunto: “Ricordatevi: il 14 maggio, tutti i credenti insieme, credenti di diverse tradizioni, per pregare, digiunare e fare opere di carità”.

Ci troviamo di nuovo di fronte a un’iniziativa ispirata al sincretismo che nasce dalla Dichiarazione di Abu Dhabi del febbraio 2019, sottoscritta dal papa e dal grande imam Ahmed Al-Tayyeb. Documento, occorre ricordarlo, dai contenuti oggettivamente eretici, dal momento che vi si legge che Dio vuole la diversità fra le religioni.

Quella dichiarazione, da cui è nato l’alto comitato al quale fa riferimento Bergoglio, è diventata la piattaforma della nuova religione globale che professa l’umanitarismo di tipo massonico. Presentata come “fede abramitica”, la nuova religione eleva a concetto supremo la Fratellanza e ovviamente toglie di mezzo ogni peculiarità cristiana e cattolica.

Nato nell’agosto 2019, l’Alto Comitato per la Fratellanza Umana è composto da leader di diverse religioni e ha lo scopo di promuovere questa nuova religione globale. Un mese dopo è stata presentata la Abrahamic Faith House, la Casa della fede abramitica, sede della nuova religione. È un “complesso multi-religioso” in costruzione su un’isola, a pochi minuti dal centro di Abu Dhabi, comprendente una moschea, una sinagoga e una chiesa che sorgeranno su fondamenta comuni.

Ogni religione ha bisogno di un suo centro di riferimento, e la nuova religione globale avrà dunque questo complesso nel quale tutto il design è ispirato all’uniformità: niente più differenze, ma solo appiattimento e omologazione. Nel dicembre dell’anno scorso il Vaticano ha chiesto alle Nazioni Unite, diventate partner privilegiato sotto il pontificato di Bergoglio, di dichiarare il 4 febbraio Giornata Mondiale della Fraternità Umana per celebrare la data dell’anniversario della firma della Dichiarazione di Abu Dhabi.

Ogni religione, oltre che di un centro di riferimento, ha bisogno di una sua festa, e ora la nuova religione globale ha anche una festa. Per il maggio di quest’anno era stato programmato dal Vaticano un incontro a Roma, la Global Education Alliance, ma la pandemia lo ha fatto rinviare a ottobre. Sarà una grande celebrazione della nuova religione globale, del nuovo umanesimo e della fratellanza globale.

Nel suo messaggio in vista dell’incontro, il papa dice che l’iniziativa “ravviverà l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione”.

Come si può vedere, siamo di fronte a un tipico esempio di langue de bois, lingua di legno. Potremmo definirlo, alla buona, menare il can per l’aia: parole seducenti per le orecchie dei moderni, ma che non dicono nulla, perché nulla devono dire. Perché devono solo produrre suoni gradevoli per il pensiero dominante, che in questo modo viene rafforzato.

Colpisce il fatto che tali parole starebbero benissimo sulla bocca dei capi dell’Onu o delle logge massoniche. Non c’è neppure bisogno di cambiare una virgola. È il linguaggio globalista standard.

Da notare che il papa usa le stesse espressioni, come “patto di educazione globale”, che appartengono al repertorio, per esempio, di Hillary Clinton, che del globalismo è una fiera sostenitrice e rappresentante. Non per nulla, d’altra parte, nel gennaio 2019 una loggia massonica spagnola, in un messaggio di ammirazione per Bergoglio, scriveva: “Tutti i massoni del mondo si uniscono alla richiesta del papa per la fraternità tra persone di diverse religioni”.

Non è neppure il caso di aggiungere che in tutti questi documenti e in tutte queste iniziative globaliste il nome di Gesù Cristo non compare mai. Perché non deve comparire. Se l’obiettivo è arrivare a una nuova religione mondiale, che ingloba tutto, Gesù diviene un ostacolo, e dunque va tolto di mezzo.

Colpisce anche il fatto che, nel dare appuntamento per il 14 maggio, Bergoglio si sia rivolto ai “credenti di diverse tradizioni”. Ormai perfino la parola religione è di troppo. Meglio ridurre il tutto a tradizione, cioè a qualcosa di semplicemente umano e terreno, eliminando ogni riferimento alla trascendenza.

Nel prossimo novembre il Vaticano sponsorizzerà ad Assisi l’evento denominato Economia di Francesco. Era stato programmato per marzo, ma è stato anch’esso rinviato a causa della pandemia. L’economia di Francesco, qualunque cosa significhi questa espressione, dovrà servire come base per la nuova dottrina sociale ed economica mondiale, le cui linee si trovano in Evangelii gaudium e nella Laudato si’: un “un modello economico nuovo”, come si dice nella presentazione dell’evento di Assisi, ma nel quale di nuovo sembra esserci ben poco visto che appare in tutto e per tutto una nuova edizione del vecchio egualitarismo di matrice marxista, con una spruzzata di ecologismo.

La nuova religione globale ha poi un suo dogma, che è il Dialogo. Poiché la Fratellanza è l’idolo, il Dialogo è ciò che lo deve nutrire e tenere in vita.  E poi c’è l’altro dogma, l’Ecologia. Visto che non abbiamo più un dio ma la Madre Terra, l’impegno ecologico è ciò che deve accomunare tutti.

Nel messaggio per il lancio del patto educativo Bergoglio raccomanda il “coraggio di investire le migliori energie con creatività e responsabilità. L’azione propositiva e fiduciosa apre l’educazione a una progettualità di lunga durata, che non si arena nella staticità delle condizioni”.

Che vuol dire? Nulla. Ma suona tanto bene. Insomma, la nuova religione ha un suo centro, ha una sua festa, ha una sua lingua, ha la sua dottrina sociale, ha i suoi dogmi. Ora si tratta di trovare i fedeli, di formarli passo dopo passo. E vediamo che nulla viene lasciato al caso. (…) Tutto dimostra che l’operazione sta andando avanti speditamente. >>

ALDO MARIA VALLI

sabato 18 luglio 2020

La scienza economica e il mito della crescita

E' molto difficile indicare con precisione quando, e ad opera di chi, nacque la scienza economica in senso moderno.
Si ritiene comunque che occorra arrivare sino ad Adamo Smith ed a Ricardo (fine '700 / inizi '800) per avere le prime riflessioni economiche approfondite sulla via migliore per assicurare la floridezza degli Stati; la cui ricchezza, a sua volta, derivava dall'interazione delle tre classi sociali che lo componevano: i proprietari terrieri, i capitalisti (o imprenditori) ed i lavoratori.
Da allora, la scienza economica ha incominciato a correre e non si è più fermata.
A questa “disciplina”, e soprattutto ai suoi presupposti impliciti, è dedicato questo post di Marco Pierfranceschi, tratto dal su blog “Mammifero Bipede”. 
LUMEN


<< In una cultura come la nostra, che si pretende razionale, esistono dei concetti in qualche modo “totemici”, il principale dei quali è probabilmente l’idea della “crescita indefinita dell’economia”. Di certo in questi mesi di crisi l’avrete sentita evocare innumerevoli volte, dal politico o dall’economista di turno a mo’ di mantra, penso sia ora di andargli a fare un po’ “le pulci”.

Tutto nasce dall’invenzione, nel recente passato, delle “scienze economiche”, la cui funzione sta nel cercare di comprendere e descrivere, ed in ultima istanza prevedere, lo sviluppo delle economie planetarie, a livello di stati prima ancora che al livello dei singoli. Appare immediatamente evidente come i termini in gioco siano talmente tanti da non poter fare dell’economia una scienza deterministica.

L’economia si adattò perciò a diventare una disciplina non deterministica, basando le proprie analisi sul metodo statistico e cercando, a mio parere con scarsa efficacia, di dare una descrizione plausibile ed attendibile di sistemi troppo complessi per sottostare ad un’analisi puntuale. La scienza economica effettua quindi proiezioni di trend senza poter realmente spiegare quali sono i termini in gioco, se non per sommi capi.

La questione non assumerebbe aspetti drammatici se lo sviluppo di questa disciplina non fosse avvenuto in concomitanza con una fase del tutto atipica nella storia dell’uomo, caratterizzata da uno sfruttamento senza precedenti delle risorse energetiche fossili e da un’impennata drammatica del progresso tecnologico.

In mancanza della comprensione capillare dei moventi primi, l’unica possibilità per la neonata scienza dell’economia è stata di analizzare e descrivere questa singola fase, caratterizzata appunto da una crescita della ricchezza collettiva e pro-capite.

Il salto logico successivo, tuttavia, è venuto a mancare. L’idea che un modello che si è basato su una continua crescita per più di due secoli potesse essere un unicum del tutto atipico nella storia dell’umanità non ha trovato posto nelle teorie economiche, che a furia di descrivere un’economia in crescita non sono state in grado di immaginarne altre.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nonostante tutti gli indicatori mondiali raccontino del progressivo esaurimento di materie prime e fonti energetiche fossili, gli economisti continuano ad aggrapparsi a modelli matematici astratti, privi di collegamenti col mondo reale, ed a proporre soluzioni tutte interne al modello della “crescita indefinita”.

Una fra tutte l’idea che ad un indebitamento possa (debba?) seguire una successiva fase di arricchimento tale da compensare il debito e lasciare della ricchezza aggiuntiva (in particolar modo sulla scala di intere nazioni).

Ma possiamo davvero crescere indefinitamente? Ragioniamoci un po’ su. Ai tempi dei miei nonni le famiglie con tanti figli convivevano in un’unica casa, dividendosi tra i vari ambienti. Al crescere della ricchezza abbiamo costruito altre case, tanto che al momento la norma per le abitazioni attuali è che per ognuno di noi siano disponibili diversi ambienti. Molti ormai possiedono più case, una per l’abitazione nel corso dell’anno e le altre per la villeggiatura.

Dove ci stia portando tutto ciò è chiaro a chiunque abbia occhi per vedere: consumo del territorio, cementificazione, degrado paesaggistico. Meno evidente è il fatto che la semplice manutenzione e fruizione di tutte queste abitazioni ha un costo notevole, compatibile con un’economia basata su energia largamente diffusa ed a basso costo (la fase precedente), e progressivamente meno compatibile con una fase come l’attuale di costi crescenti per l’energia e riduzione dei margini di guadagno per ogni tipo di attività.

Nel pradigma della crescita, se in Italia ci sono attualmente due case a testa, più in là ce ne saranno tre, poi quattro, ed il tutto considerando una popolazione anch’essa crescente. Anche ammesso che ciò possa accadere che senso avrebbe tutto ciò? L’espansione urbanistica dei piccoli centri e la progressiva “villettizzazione” del territorio non farebbe altro che rendere tali luoghi via via meno appetibili e desiderabili, esattamente il contrario di quella che potrebbe essere una previsione di crescita del valore degli immobili stessi!

Parliamo allora di altri beni di consumo, come l’automobile. Al momento in Italia abbiamo 60 automobili ogni 100 abitanti. È il valore più alto in Europa. Cosa può significare una crescita in questo senso? Dovremmo arrivare ad un’automobile a testa, compresi neonati, anziani, disabili e non patentati? Due automobili a testa? Le nostre città già scoppiano per il numero di auto parcheggiate, tutte le altre in più (ammesso che mai ce le potremo permettere) dove le andremmo a mettere? E per farci cosa, poi?

Per questo ogni volta che sento parlare di “crescita dell’economia” in termini totalmente astratti non posso non provare il brivido tipico del passeggero dell’autobus coi freni rotti che viaggia in direzione di un burrone. Cos’è che dovrebbe “crescere” nel concreto, ovvero al di fuori dei freddi numeri e di indicatori come il PIL che tutto ci raccontano tranne quale sia il nostro reale benessere?

L’aumento del numero di automobili e dei chilometri percorsi ha comportato nel tempo un aumento di morti e feriti per l’incidentalità stradale, del numero di ore perse per ingorghi nel traffico, nel numero di patologie polmonari e neoplastiche, dell’indebitamento individuale e collettivo, dello stress e della congestione dei centri storici, della cementificazione e del danneggiamento del territorio. Davvero vogliamo che tutto questo “cresca” ulteriormente?

La cultura del consumismo ha prodotto negli anni un numero crescente di rifiuti da smaltire, che sono finiti a danneggiare il territorio, inquinare fiumi e falde acquifere, sporcare ed intossicarci. Crescita dell’economia, fin qui, ha significato anche questo: davvero ci interessa che tale processo progredisca senza alcun controllo o siamo in grado, scientemente e razionalmente, di decidere cosa è desiderabile e cosa no?

Quantomeno dovremmo essere capaci di fermarci un attimo e riconsiderare questo totem della crescita senza limiti, a cui stiamo sacrificando le nostre vite e la speranza di felicità delle future generazioni. Possiamo fermarci e ragionare su cosa realmente ci serve e cosa è invece superfluo.

Allo stesso modo in cui le popolazioni più povere del mondo antico venivano spogliate di oro e ricchezze in cambio di perline colorate, noi stiamo ora regalando le nostre vite e la nostra felicità in cambio di automobili, smart-phones, abiti firmati ed oggetti variamente inutili. Forse è il momento di cominciare a crescere, sì, ma in termini umani e non economici, e di provare a diventare degli adulti consapevoli e responsabili. >>

MARCO PIERFRANCESCHI

sabato 11 luglio 2020

Punti di vista – 20

MENTALITA’ SCIENTIFICA
Tra due possibili modi di pensare, di ragionare e di guardare al mondo, l'uno istintivo, rapido, emotivo, superficiale, facile, e l'altro riflessivo, razionale, critico, esigente, spesso difficile e contro-intuitivo, tipico della scienza, si continua a preferire prevalentemente il primo e a ignorare il secondo.
Ecco qual è il problema. La cultura che si respira e che si insegna nel nostro Paese infatti non aiuta molto.
Famiglia, scuola e società, continuano a galleggiare, senza nemmeno rendersene conto, al di sopra di un pericoloso substrato di anti-scientificità che genera incoscienza, e l'incoscienza si sa, conduce spesso verso i disastri.
Viviamo nel mito del passato con una tale ossessione e spreco di energie intellettuali, da non preoccuparci nemmeno troppo per il presente e soprattutto per il futuro, come ci ricorda saggiamente anche l'architetto Renzo Piano quando afferma che «Il passato è un ottimo rifugio, ma il futuro è l'unico posto dove possiamo andare».
FABIO VOMIERO


SOCIALISMO REALE
Si può dire che paradossalmente il socialismo reale non ha funzionato dove c’era, ma ha funzionato benissimo dove non c’era.
Il capitalismo liberale per affrontare la minaccia comunista ha dovuto, per emulazione o per paura, riformarsi, dando vita a quel modello keynesiano e social-democratico che ha assicurato progresso e benessere diffuso nei “trent’anni gloriosi”. (…)
Venuta meno la concorrenza del socialismo reale, il capitalismo ha dismesso i panni civili, mostrando nuovamente il suo vero volto, feroce.
ALCESTE DE AMBRIS


VENDETTA
La vendetta è simile alla legittima difesa e ne rappresenta una sorta di esecuzione differita.
Malgrado duemila anni di predicazione del perdono, essa è talmente incontestabile che lo Stato, non che vietarla, se ne assume l’esclusiva.
E l’esercita anche in assenza di richiesta da parte della vittima (reati “ad azione pubblica”) per ragioni di ordine pubblico; per evitare la violenza fra privati cittadini; per essere sicuro che la sanzione sia applicata al vero colpevole e sia proporzionata all’offesa.
Cosa, quest’ultima, di cui si preoccupava già la Bibbia, quando imponeva “dente per dente, occhio per occhio”, e non “vita per dente, vita per occhio”.
Ecco perché sono ridicoli i parenti dell’ucciso quando chiedono giustizia e non vendetta. Perché sono la stessa cosa.
La giustizia è “vendetta di Stato”. E non si vede perché dovrebbero vergognarsene.
GIANNI PARDO


TOLLERANZA RELIGIOSA
La storia ci mostra che le religioni vengono interpretate in vari modi a seconda delle condizioni culturali e materiali del popolo o del regime che le professa.
Ci sono stati momenti, secoli fa, in cui l’Islam è stato più tollerante del cristianesimo; altri in cui l’ateismo di stato, nella forma del comunismo, è stato molto più repressivo della religione.
Lo stesso Illuminismo che ho nominato nacque in un’Europa fortemente, violentemente e coercitivamente cristiana, in cui si poteva venire torturati e condannati a morte per blasfemia – e dallo Stato, non dalla Chiesa.
GAIA BARACETTI


SCUOLA-LAVORO
Mi sembra evidente (...) l'assurdità del sistema di cosiddetta "alternanza scuola-lavoro".
La scuola non deve preparare al "mondo del lavoro". La scuola deve preparare alla vita. Chi è pronto alla vita, sarà poi pronto anche a lavorare.
Questo, attenzione, vale tanto più quando, come oggi, il lavoro non c'è: perché se il lavoro non c'è devi inventarlo, e se sei stato programmato per fare l'utile idiota esecutore passivo di compiti meramente tecnici, è difficile che tu sia in grado di mettere a frutto la tua creatività, la tua scintilla di umanità.
Quindi la retorica del "prepariamo al lavoro perché non c'è lavoro" è intrinsecamente fallace, come dimostra il fatto che la si realizza distruggendo il lavoro degli insegnanti.
La scuola deve aprire orizzonti culturali, che significa, poi, dare chiavi interpretative della realtà, aiutare a leggere (cominciando dai libri e dalle carte geografiche), aiutare a pensare (cominciando dall'analisi logica, e arrivando, magari, alla logica), aiutare quindi a conoscere per deliberare, aiutare a organizzare il mondo.
ALBERTO BAGNAI