Ho
già parlato in passato (luglio 2017) della storiografia
alternativa sul Risorgimento italiano, che re-interpreta questo
periodo in una prospettiva molto diversa da quella ufficiale.
Il
pezzo di oggi, scritto da Enrico Montermini (e tratto dal sito Pocobello), tenta un provocatorio
parallelismo tra l’annessione del centro-sud da parte del Regno del
Piemonte e le conquiste coloniali delle altre potenze europee.
Vi
è inoltre un ben preciso riferimento all’intervento (dietro le
quinte, ma fondamentale) dei grandi centri finanziari dell’epoca,
che, data la loro natura internazionale, sembrano già prefigurare le
élites apolidi del globalismo moderno.
LUMEN
<<
La storiografia più recente [sul Risorgimento] ammette che tra gli
obbiettivi di Cavour c’era quello di garantire alla nascente
industria del Nord i capitali per il suo sviluppo e un mercato per i
suoi prodotti. A questo punto, se vogliamo chiamare le cose col loro
nome, si deve parlare di una guerra coloniale: un’espressione che
gli storici si rifiutano di usare per una sorta di riserva mentale,
che del resto è facilmente comprensibile.
Parlare
di guerra coloniale impone l’uso di determinate categorie di
analisi, che risultano politicamente scomode ancora oggi. Per
convincersene basta constatare che i più importanti documenti
governativi sul Risorgimento sono tuttora coperti da segreto di
Stato. Nell’epoca dell’imperialismo il capitale monopolistico
ruppe gli argini ristretti dello Stato nazionale per espandersi
all’Estero. È questo il filo rosso che lega il colonialismo al
neo-colonialismo.
Nella
fase coloniale
la potenza imperialista interviene direttamente per garantire la
sicurezza degli investimenti e lo sfruttamento del territorio. Nella
fase successiva dell'emancipazione nazionale [post-coloniale],
il grande capitale arruola tra gli indigeni il personale di cui ha
bisogno: tecnici, amministratori, sbirri.
Sebbene
in modo più sfumato, la potenza imperialista continua anche in
questa fase a condizionare la ex colonia ora indipendente: attraverso
i programmi di assistenza economica, militare e culturale, ma
ricorrendo anche alla corruzione, all’intimidazione, al colpo di
stato e all’intervento militare diretto. Il tutto nell’interesse
del grande capitale, che nel frattempo è diventato cosmopolita.
Nel
caso italiano il Regno del Piemonte si sostituì, semplicemente,
all’Austria come potenza coloniale. L’unità d’Italia segnò il
punto di transizione dall’epoca coloniale al neo-colonialismo.
Abbiamo infatti la fine di una dominazione straniera – piemontese,
in questo caso – e il sorgere di uno Stato unitario e formalmente
indipendente sul piano politico, ma pur sempre aggiogato al carro del
grande capitale.
La
resistenza delle strutture ‘tribali’ alle strutture del
capitalismo avanzato hanno provocato un fenomeno di reazione, che è
possibile osservare nella storia di ogni Paese toccato dal
colonialismo. Questa situazione si può trovare anche nel Mezzogiorno
italiano e prende il nome di brigantaggio.
Le
strutture economiche del capitalismo hanno prodotto, nei Paesi di
recente indipendenza, anche nuove strutture sociali che si sono
sovrapposte a quelle tradizionali. Mi riferisco ad una particolare
classe sociale, chiamata borghesia compradora. Essa non è la
borghesia produttiva che fa impresa. Non è la piccola borghesia
cittadina dedita al commercio spiccio né quella rurale dei piccoli
proprietari terrieri.
La
borghesia compradora può essere descritta come l’agente del grande
capitale nei Paesi in via di sviluppo oppure come l’intermediario
tra il capitalismo cosmopolita e la popolazione indigena. E’ la
classe sociale degli amministratori, degli ufficiali dell’esercito,
degli impiegati di banche straniere e multinazionali, dei liberi
professionisti.
L’unica
ragion d’essere della borghesia compradora è la difesa degli
investimenti stranieri sul territorio minacciati dalle rivendicazioni
sociali delle masse indigene oppresse. Da ciò i suoi membri traggono
una rendita di posizione, che si esprime nelle forme del potere
personale, del prestigio e della ricchezza.
La
borghesia compradora comparve in Italia alla vigilia dell’unità
nazionale col preciso compito di saccheggiare il Paese per sé e per
i propri padroni: i potenti banchieri (…) di Parigi, Londra e
Ginevra guidati dai Rothschild. Furono costoro, infatti, che
finanziarono le guerre d’indipendenza e il processo di
modernizzazione del Paese. Considerati gli interessi che la borghesia
compradora difende, non sorprende che governi di diverso colore
politico si alternino tra loro senza che nulla cambi. (…)
Fu
la grande finanza (…) a spingere i governi europei a intraprendere
le iniziative coloniali dell’Ottocento. Ciò accadde perché il
grande capitale non trovava più sufficientemente remunerativi gli
investimenti nelle loro nazioni d’origine. Il caso italiano non fa
eccezione. Furono i Rothschild di Parigi e i loro agenti a Parigi,
Londra e Ginevra a finanziare le guerre d’indipendenza, la
costruzione di cantieri navali, ferrovie e fabbriche di armi,
l’allestimento di una moderna flotta.
Re
Vittorio Emanuele II e Cavour contrassero con la finanza (…) debiti
di tali proporzioni da rendere necessario il saccheggio sistematico
del resto della Penisola. Questo fu il meccanismo criminale che portò
all’unificazione della Penisola. L’Italia è sempre stata una
terra ricca grazie ai suoi porti, alla sua collocazione geografica,
alla fertilità della pianura padana, all’ingegnosità dei suoi
abitanti: c’era tanto da predare in Italia, allora come oggi.
Il
sacco d’Italia iniziò accentrando in un’unica mano la leva della
fiscalità a partire dal 1861 [l’anno dell’unità - NdL] e fu
condotto per mezzo di un esercito di amministratori corrotti, sbirri
e soldati. Così, servendosi della borghesia compradora selezionata e
arruolata dalla massoneria, il grande capitale instaurava le sue
strutture economiche nella Penisola. Il risultato fu un’ondata di
miseria quale non se ne ricordava da secoli: fu a quel punto che
milioni di compatrioti iniziarono a emigrare in America con le famose
valige di cartone. (…)
Dal
1861 la borghesia compradora che governava il Paese impose al Sud la
pesante tassazione che già gravava sul Nord, aggiunse nuovi balzelli
come l’odiosa tassa sul macinato, confiscò i palazzi e le tenute
fondiarie della Chiesa, che i soliti faccendieri si accaparrarono a
prezzi stracciati.
Tutto
ciò serviva ad alimentare la corruzione, la speculazione e il
clientelismo mentre prestiti sempre crescenti venivano richiesti sui
mercati alimentando la spirale del debito pubblico. Fu così l’Italia
si configurò, fin dall’inizio, come una cleptocrazia ossia un
governo basato sul malaffare.
Sia
ben chiaro, dove c’è la politica vi è sempre corruzione, in
qualunque Paese: tuttavia, tra tutti i Paesi più evoluti, solo in
Italia si è affermato un sistema democratico basato sulla corruzione
sistematica e il clientelismo gestito dai partiti. Se infatti
venissero meno gli aspetti corruttivi e clientelari del sistema, i
partiti imploderebbero su sé stessi perché non hanno alcun seguito
popolare e la democrazia in Italia collasserebbe. (…)
Date
queste premesse, occorrerebbe rivedere la storia del fascismo come
una [semplice] fase di un processo storico di lungo periodo, che ha
certe caratteristiche consolidate nel tempo. Si dovrebbe ammettere,
ad esempio, che i governi dell’Italia liberale non hanno esitato a
usare l’esercito per reprimere gli scioperi, che le carceri sabaude
erano piene di oppositori politici chiamati briganti e che la lotta
al brigantaggio si combatteva anche bruciando i villaggi e deportando
la popolazione.
Si
dovrebbe ammettere, ad esempio, che la polizia ai tempi di Scelba non
agiva in modo diverso dalle camicie nere nel periodo 1921-22 per
reprimere il dissenso, che, in questi casi, aveva un colore politico:
quello del comunismo. L’intera storia di questo Paese andrebbe
riscritta per smascherare il sistematico ricorso alla coercizione
armata degli apparati dello Stato per perpetuare il potere della
borghesia compradora asservita al grande capitale cosmopolita. >>
ENRICO
MONTERMINI
COMMENTO DI SERGIO (inserito da me per motivi tecnici)
RispondiEliminaEssendo a digiuno di storia la lettura di questo testo mi lascia esterrefatto e depresso: non si vede come questo sistema di corruzione possa essere emendato o sostituito.
"Furono i Rothschild di Parigi e i loro agenti a Parigi, Londra e Ginevra a finanziare le guerre d’indipendenza, la costruzione di cantieri navali, ferrovie e fabbriche di armi, l’allestimento di una moderna flotta."
Dunque dietro l'epopea dei Mille c'era il grande capitale estero?! Che delusione, che disincanto.
"i più importanti documenti governativi sul Risorgimento sono tuttora coperti da segreto di Stato"
Ma com'è possibile a quasi due secoli degli eventi? Semplicemente pazzesco (se è vero).
"Sia ben chiaro, dove c’è la politica vi è sempre corruzione, in qualunque Paese."
Dunque la corruzione è ineliminabile. Deprimente. Pero dobbiamo ammettere che siamo tutti corruttibili, ovviamente in misura diversa. Negarlo è impossibile. Un'indimenticabile scena del "Portaborse": all'insegnante brillante e scelto dal politico per scrivergli i discorsi gli emissari del politico infilano in tasca un bel po' di soldi. L'insegnante, che è un idealista, è visibilmente "turbato", ma deve accettare (mica può mettersi a fare il moralista ora che fa un salto di qualità, da professorucolo a ghost writer di un politico). Però alla fine si riscatta ... (nei romanzi, in letteratura - o nella fiction, come dicono oggi - vince sempre il bene, o quasi sempre).
Ma Cavour è stato un grande uomo di Stato, un padre della patria, o un corrotto pure lui? Rosario Romeo, storico, ha dedicato a Cavour un monumentale studio: tre grossi volumi di ottocento pagine l'uno (li ho persino comprati, ma non li ho letti). Ne ha fatto poi un sunto in un volume di cinquecento pagine per la gente comune, cioè noi (dopo le reprimende dello storico e italianista inglese McSmith - chi legge mai opere di questa mole, a parte i colleghi e gli studenti?).
Ma se Cavour era un corrotto, cioè un gran figlio di puttana, meritava tante attenzioni da parte di Romeo?
Caro Sergio, può darsi che l'autore abbia un pochino esagerato, ma per un elitista come me certi concetti e certi collegamenti sono abbastanza ovvii.
EliminaL'ottocento è stato un secolo cruciale in questo senso, perchè ha segnato il passaggio dalle elites terriere, rappresentate dalle corti reali che ostentavano le proprie ricchezze, alle elites finanziarie e industriali, che preferivano invece restare dietro le quinte, lasciando ai politici di mestiere il compito di guidare (formalmente) la nazione.
Il che non vuol dire assolutamente che Cavour fosse uno sprovveduto o un bandito: era semplicemente un abile politico che cercava di fare, anche sporcandosi le mani se necessario, gli interessi del suo Sovrano.
E che questi interessi li abbia perseguiti al meglio, mi sembra innegabile.
A proposito di Cavour, sul web ho trovato questo gustoso aneddoto che può essere interpretato in vari modi, ma che, in fondo, non è incompatibile con le ipotesi del post.
Elimina<< Una degli aneddoti più curiosi e che danno il senso delle qualità di Camillo Benso riguarda il periodo in cui ricoprì l’incarico di Ministro delle Finanze.
All’epoca il Regno di Sardegna e quindi il Piemonte era praticamente una sorta di colonia dell’Austria.
Il motivo che non consentiva al piccolo stato italiano di riuscire a spezzare le catene era la dipendenza economica che aveva nei confronti del Governo Austriaco ed in particolare aveva un debito talmente alto che non consentiva nemmeno di pensare di potere iniziare una guerra per ottenere l’indipendenza.
Cavour da grande stratega quale era, cercò di mettere rimedio e grazie ad un abile tessitura politica nonostante non avesse alcuna forma di garanzia, riuscì ad ottenere un prestito dalla Bank of Hambro dell’importo complessivo di ben 3 milioni e 600 mila sterline.
La cosa incredibile è che nessuna altra banca d’Europa era disposta a tale operazione finanziaria tant’è che racconti e leggende dell’epoca ipotizzano di come probabilmente sia riuscito ad ottenere ciò attraverso una donna che pare abbia sedotto i funzionari della banca.
La cosa certa è che quel grande risultato contribuì e non poco alla futura nascita del Regno d’Italia. >>