venerdì 17 gennaio 2020

Tra violenza ed empatia

Quando, nel 1886, Robert L. Stevenson pubblicò il suo fortunato romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, l’antropologia era ancora una scienza giovane e incompleta, ma era già ben chiaro a tutti che nella mente umana si agitano, scontrandosi e sopraffacendosi secondo le circostanze, il principio dell’empatia e quello della violenza.
Oggi abbiamo sicuramente le idee più chiare, grazie anche agli sviluppi delle neuro-scienze, ma l’argomento continua a meritare riflessioni ed approfondimenti, come quello di Marco Pierfranceschi, a cui è dedicato il post di oggi e che ho tratto dal suo eccellente blog, Mammifero Bipede.
LUMEN


<< Di tanto in tanto, inciampo in questioni che non riesco a gestire con le chiavi di lettura fornite dalla narrazione corrente. Nel caso specifico, le esplosioni di violenza incontrollata. E l’esercizio della violenza appare vieppiù biasimevole ed incomprensibile quando avviene nei confronti di soggetti deboli, di norma donne e bambini. (…).

Ancora una volta mi sono rifatto al pensiero di Darwin: cosa è un vantaggio, e cosa uno svantaggio, in termini evolutivi? Il comportamento sociale, quindi l’empatia, la capacità di comprendere, interpretare e fare proprie le emozioni altrui, è evidentemente un vantaggio: consente di formare gruppi, la cui efficacia in termini di sopravvivenza e riproduzione è superiore a quella del singolo individuo.

Ma se la cooperazione è un fattore chiave del nostro successo come specie, la competizione lo è altrettanto perché consente, all’individuo ed al gruppo, di difendersi dalle aggressioni, di sottomettere i ‘competitors’ ed in ultima istanza di accedere ad una maggior quantità di risorse.

Ma, e qui è il punto, come gestire queste due necessità tra loro conflittuali? Come passare dalla cura e l’affetto per il proprio gruppo/tribù alla necessità di combattere senza pietà tribù rivali e potenziali aggressori? Come passare dal ruolo di genitore affettuoso a quella di guerriero spietato?

La spiegazione che mi sono dato è che queste due nature fanno entrambe parte del nostro essere umani, separate da un confine che può essere, a volte, molto sottile. Sia la capacità di provare empatia che quella di non provarne fanno parte del successo evolutivo della nostra specie. E la gestione di questa profonda contraddizione risiede in meccanismi mentali, sviluppati ad-hoc, che possono occasionalmente incepparsi.

Così, per fare un esempio, possiamo essere profondamente empatici con alcune specie animali ‘da compagnia’, e parimenti non-empatici con altre specie animali di cui invece ci nutriamo. Non è raro, nel mondo contadino, che la stessa persona che al mattino gioca con il proprio cane, il pomeriggio sgozzi a mani nude un maiale: entrambi questi comportamenti sono funzionali al suo benessere ed alla sua sopravvivenza.

Se, pertanto, entrambi i comportamenti, empatico e psicopatico, sono vantaggiosi per la specie (o lo sono stati in un passato non troppo lontano, dato che il genoma umano è sostanzialmente immutato da diverse decine di migliaia di anni), la mia personale conclusione è che disporre della capacità di passare dall’uno all’altro rappresenti anch’essa un vantaggio.

Quindi dobbiamo abituarci a ragionare gli esseri umani come individui necessariamente dotati di questa doppia natura, empatica ed an-empatica, in grado di passare senza soluzione di continuità dall’una all’altra se posti in condizioni di forte stress.

Questo significa che chiunque di noi può, in un determinato momento, ‘perdere il lume della ragione’. Perdere, cioè, la capacità di percepire gli altri come simili a sé, finendo col comportarsi da perfetto psicopatico per un ristretto arco temporale. L’assunzione di sostanze psicotrope (droghe o alcol) facilita questa transizione di stato mentale.

Essendo tale capacità, nel contesto odierno caratterizzato da una diffusa socialità, potenzialmente dannoso non solo per l’oggetto della violenza ma anche per il soggetto che la esprima, l’unico suggerimento che si può dare ai singoli è quello di evitare, ove possibile, le situazioni capaci di generare stress elevati. Obiettivo che, di fondo, rappresenta la finalità di molte antiche filosofie orientali, in cui la ricerca della pace interiore attraverso forme di meditazione non ha altro intento se non la riduzione dell’accumulo di stress psicologico.

Dal punto di vista della collettività, se la tesi suesposta dovesse essere confermata da evidenze sperimentali, dovremmo darci modo di diagnosticare la potenziale fragilità di questo confine psichico in specifici individui, per indirizzarli verso stili di vita ‘a basso rischio’. Allo stesso modo i partner dovrebbero poter accedere a queste informazioni cliniche, in modo da poter agire di conseguenza.

Purtroppo la società attuale va in direzione diametralmente opposta, promuovendo forme di insoddisfazione (e quindi di stress) come motore dello sviluppo sociale, alimentando bisogni indotti e generando in forma diffusa situazioni esasperanti, non ultima la guida prolungata di veicoli a motore. Queste condizioni di ‘stress sociale’ si scaricano, in ultima istanza, all’interno dell’unità minima, la coppia o la famiglia.

Non è un caso se le culture a capitalismo avanzato, che più spingono sull’accelerazione di questi fattori di stress, siano anche quelle dove l’uso di sostanze psicotrope sia più elevato, e le esplosioni di violenza irragionevole avvengano su più larga scala.

L’esperimento sociale in cui viviamo immersi da decenni ormai, consistente nell’inurbazione forzata di masse crescenti di individui e nella competizione economica tra diverse nazioni pur in assenza di conflitti espliciti tra le stesse (le guerre), finisce con lo scaricare la distruttività accumulata ed inespressa sugli elementi più deboli della catena: i singoli individui, finendo con l’innescare esplosioni di violenza incontrollata ed insensata proprio in virtù di un meccanismo che, in un lontano passato, ci ha invece aiutato a sopravvivere. >>

MARCO PIERFRANCESCHI

8 commenti:

  1. L'impostazione dell'autore (che condivido) mi pare importante anche sotto il profilo pratico-giuridico.

    Mi pare infatti evidente che impostare il nostro diritto penale sulla razionalità dell'agente, che può decidere o non decidere, in totale autonomia, di compiere un certo reato, è abbastanza puerile.
    E' vero che sono previste delle eccezioni per i casi di droga ed alcolismo, ma i condizionamenti (genetici e sociali) a cui siamo soggetti mi paiono molto più ampi.

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  2. Può essere utile ricordare che secondo K.Lorenz (in partic.re ne "Gli otto peccati capitali della ns. civiltà") uno dei fattori scatenanti quegli (apparentemente) improvvisi/inspiegabili 'scoppi di violenza' trattati nell'interessante Art.lo è costituito dal SOVRAFFOLLAMENTO, (ovv.te) presente soprattutto nelle moderne Metropoli; aggiungiamo che quando L. esprimeva queste assennate ma solitamente ignorate/censurate considerazioni (1970 ca.) la popolazione umana globale era ben al di sotto dell'attuale quota di 7.5 mld... Saluti

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    1. Lorenz è un grande ed a lui ho anche dedicato un paio di post in passato.
      (Se interessano, li trovate qui: https://ilfenotipoconsapevole.blogspot.com/2015/10/meno-siamo-meglio-stiamo.html
      https://ilfenotipoconsapevole.blogspot.com/2014/01/tra-inferno-e-paradiso-poscritto.html),

      Certo è che quasi tutti i problemi della civiltà moderna sono strettamente collegati al sovraffollamento o alla sovrappopolazione.

      Mi spigerei quasi a dire che la tecnologia, da sola, (anche quella verde), non potrà mai risovere nessuno dei problemi ambientali che ci angustiano senza una drastica riduzione della popolazione.
      E invece siamo ancora lì a baloccarci con il nuovo piano verde della UE da mille miliardi (encomiabile nelle intenzioni, ma con un'efficacia tutta da dimostrare), mentre della demografia non parla nessuno.

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  3. "(...) Mentre della demografia non parla nessuno"

    Di più: (almeno in Italia) quando se ne parla, lo si fa solo ed esclusivamente per agitare lo spettro (davvero fantasmatico!) del c.d. 'inverno demografico' prox venturo e per invocare a gran voce misure nataliste stile-Ventennio per ... aumentare il numero di disoccupati, poveri, infelici, ecc. indigeni nei prox anni/decenni, ignorando viceversa (in)consapevolmente i disastri ambientali e socio-economici (dalla perdita di biodiversità all'aumento delle emissioni climalteranti e dalle migrazioni di massa alle sanguinose rivolte politiche locali) provocati in primis dalla tuttora galoppante CRESCITA demografica umana in ancora troppo numerose aree del c.d. Terzo Mondo...:(

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    1. Perfetto, almeno su questo punto. Che è il problema alla base di tutti gli altri problemi, ma di cui stranamente a Davos non hanno parlato. Era anche l'opinione di Giovanni Sartori: la Terra non può sostenere a lungo una tale massa di umani. Forse accontendandoci tutti d 200 g di pasta al giorno e una ciotola di riso e di due dl di acqua (per cucinare, lavarsi, innaffiare l'orto ecc. - possibile col sistema a goccia forse ...).

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    2. Credo che il degrado ambientale (e le conseguenti turbolenze socio-politiche) incomincerà presto a far diminuire la popolazione con mezzi cruenti.
      D'altra parte se non siamo capaci di farlo da soli, ci deve pensare la sorte.

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  4. Lorenz sembra ormai preistoria. E poi era una razzista e nazista per cui gli hanno tolto non so quale benemerenza o cittadinanza. Ma erano razzisti e fascisti anche Giorgio Bocca e Eugenio Scalfari, e lo sarebbe quasi sicuramente stato anche Flores d'Arcais.
    Ma io ho letto con grande piacere i libri di Lorenz e anche quelli di Bocca.
    E i loro trascorsi di gioventù? Mah, chi è senza colpa scagli la prima pietra (disse un tale molto apprezzato).
    Gli imbecilli vogliono cancellare tutto il passato (Dante omofobo e sadico, Shakespeare idem ecc.).

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    1. Lorenz era uno scenziato (un grande scienziato) e, come tale, non era condizionato dal politicamente corretto, ma solo dalla ricerca della verità.
      Amicus Plato, sed magis amicus veritas.

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