LUMEN
Come non si capiscono i libri che scrivono, composti in genere pensando ai colleghi. Direi che questo è un vezzo davvero italiano: scrivere per i colleghi, per far bella figura con loro. Tanto il pubblico è una manica di 'coglioni' (che però li foraggiano).
Prendete la prestigiosa collana francese di classici (della letteratura, dell’arte, del pensiero, compresi alcuni dei maggiori filosofi). Ogni volume della Pléiade ha naturalmente la sua brava presentazione, chiara, comprensibile, utile, fruibile.
Prendete un classico qualsiasi in edizione italiana con la sua brava prefazione: una noia mortale, non ci si capisce quasi niente. Il prefatore pensava ai colleghi, non agli acquirenti del libro. La cosa è tanto vera che Italo Calvino consigliava di saltare a piè pari le prefazioni!
Una delle più belle prefazioni che abbia letto è stata quella di Natalia Ginzburg a uno dei capolavori della letteratura, “Anna Karenina”. È una prefazione di due paginette, sì, due pagine due: un semplice saluto al lettore, prendi e leggi. Ed effettivamente di più non c’è bisogno. Brevissima anche la prefazione di Thomas Mann a “Guerra e pace”: di nuove due sole paginette, o cari!
Ma la Ginzburg e Mann non erano filosofi, erano solo dei romanzieri, scrittori di favole, non persone serie come i filosofi o gli intellettuali italiani capaci di ammorbarvi per decine e decine di pagine, persino cento, per spiegarvi cosa leggerete (le famose chiavi di lettura tanto di moda in Italia). Ma non spiegano nulla, confondono solo le idee. Ma i colleghi apprezzano (o fanno finta).
¿Qué es filosofía?
Circa cento anni fa, Ortega y Gasset, brillante saggista, scrittore e filosofo, nonché docente di filosofia, ebbe l’idea di avvicinare la gente comune alla filosofia. Tenne una serie di conferenze nella più grande sala cinematografica di Madrid. Un successone, cinema gremitissimo. La gente voleva apparentemente sapere che cosa fosse questa benedetta filosofia.
Ortega raccolse le conferenze in un volume che è oggi disponibile anche in italiano, segno che c’è ancora una richiesta. Io l’ho letto, credo due volte, ma non saprei dire su due piedi cosa contenesse quel libro, né se la gente apprendesse davvero che cosa fosse la filosofia.
Una volta Tolstoi si espresse negativamente sui filosofi, al che Ortega osservò che Tolstoi non aveva la più pallida idea di cosa fosse la filosofia. Invece io trovo Tolstoi molto profondo, se leggo la sua Confessione. Nel secondo epilogo di “Guerra e Pace”, che stranamente manca in tutte le edizioni del romanzo (tranne che nell’edizione Einaudi dei 'Millenni'), Tolstoi si pone il problema della libertà, in modo assolutamente razionale e convincente.
Il giudizio di Ortega su Tolstoi è, secondo me, avventato, stizzito: Ortega difende la sua casta e il suo modo di ragionare (era pur sempre un docente di filosofia, uno statale – al contrario di Schopenhauer, che Ortega non apprezzava, secondo lui un “pensador malo”). Mah: la lettura di Ortega è per me sempre un piacere, però anche lui prese colossali abbagli.
Mi permetto di dire che cosa intendo io per filosofia: pensare in modo rigoroso, logico, razionale. È lecito prendere in prestito pensieri di altri filosofi o semplicemente attingere a quel patrimonio di saggezza che chiamiamo filosofia perenne.
È chiaro che si commettono, si commetteranno sempre errori nel pensare, per quanto rigorosi desideriamo essere. Ma errare è umano, solo perserverare nell’errore è diabolico. Se filosofare significa pensare, pensare bene, la filosofia ha ancora un bell’avvenire davanti a sé: perché la vita pone sempre nuovi problemi per risolvere i quali ci vuole intelligenza e anche un po’ di cultura (ma l’erudizione da sola non basta).
In questo senso la filosofia ha ancora un futuro, visto che dovremo sempre pensare per adattarci a nuove situazioni, per risolvere problemi. La storia della filosofia invece è sempre meno interessante, è ingombrante, noiosa, ormai inutile.
Kant e Hegel? Oddìo, teneteveli, voi filosofici palloni gonfiati incapaci di un pensiero semplice, chiaro e utile. Non vi capiamo non perché siamo dei deficienti: i deficienti siete piuttosto voi, coi vostri arzigogoli mentali, con cui vi intrattenete fra di voi filosofi di professione, sprezzanti del ridicolo.
Schopenhauer sosteneva che un vero filosofo – ovvero il libero pensatore - non può fare il professore, non può essere uno statale: in quanto tale dovrebbe per forza dire ciò che il potere – in questo caso lo Stato – vuole, al massimo con qualche variante accattivante. Il che è anche logico: lo Stato non può mantenere un professore che attacca lo Stato, la democrazia (ieri l’esistenza di Dio). La rivoluzione non può farsi all’università.
«Povera, e nuda vai, Filosofia …
… dice la turba, al vil guadagno intesa.» (Petrarca)
Oggi, chi volesse sapere o cercar di sapere come funzioni questa gigantesca macchina che è l’universo non lo chiederà ai teologi e ai filosofi, ma piuttosto agli scienziati. Ascoltare e seguire chi dimostra di avere buone conoscenze del funzionamento della macchina è cosa saggia.
Possiamo chiedere la sorte ad una fattucchiera (o ai teologi), ma se vogliamo davvero conoscere qualcosa del mondo e di noi stessi dobbiamo rivolgerci a chi davvero sa qualcosa, e lo dimostra. Solo così possiamo sperare di migliorare la nostra sorte.
Un autore russo (probabilmente anche lui un po’ filosofo) sosteneva che la disgrazia della Russia è la sua letteratura, i suoi grandi classici (Tolstoi, Dostoevskij, Puskin, Turgenev ecc.). Le loro opere sono sature di erotismo e filosofia, ma gli autori non hanno saputo inventare qualcosa che migliorasse le condizioni del popolo russo, qualcosa di veramente pratico e utile.
Grandi discorsi, profonde visioni ed eterna miseria. Un giudizio sorprendente che istintivamente rifiutiamo perché anche noi abbiamo amato quegli autori e le loro opere, ma che contiene un grano di verità. Dostoevskij era un gran reazionario, credeva davvero che la Russia avrebbe riscattato l’umanità depravata …
E tuttavia: viva la filosofia!
Ovviamente, se per filosofia intendiamo “l’onesto e il retto pensiero” (La ginestra).
Il mio insegnante di filosofia al liceo (che ho già citato sopra) sosteneva che la filosofia era la regina delle scienze, in quanto poteva fare la sintesi delle conoscenze delle varie scienze. Be’, ciò era forse possibile ai tempi di Aristotele e magari anche di Kant, che era ben informato su quanto avveniva e si pensava in Europa e nel mondo (Kant lesse anche “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria che stroncò impietosamente).
Ma la rivoluzione scientifica dei tempi moderni è di un’ampiezza tale che l’idea o persino la pretesa di una sintesi è non solo azzardata, ma ridicola.
Massimo Cacciari, di professione filosofo e sembra persino teologo, ha pubblicato un libro dal titolo reboante: “La cosa ultima”. Non l’ho letto, me ne guardo bene, mi basta il titolo. Cacciari, che passa per valente intellettuale, non sa probabilmente niente di fisica, matematica, astronomia, chimica ecc. ecc.
Come dice il proverbio? “Ne sutor ultra crepidam”. All’incirca: ciabattino, fa’ il tuo mestiere. Signori filosofi: un po’ di modestia e soprattutto di chiarezza. In gergo potete parlare fra di voi per darvi delle arie. Ma, visto che vi paghiamo e vi manteniamo, non vogliamo essere presi in giro. >>
SERGIO PASTORE