venerdì 15 febbraio 2019

Le Elites e la storia – 3

Si conclude qui il post di Andrea Scarabelli, tratto dal suo blog, sul tema dell “elitismo”. (Terza e ultima parte). LUMEN


<< Ad aver descritto questo scollamento [tra le èlites e la realtà - NdL] è stato il filosofo francese Alain de Benoist, “teorico delle nuove sintesi”, che nel corso della sua sterminata produzione ha fatto più volte appello alla necessità di elaborare un pensiero situato oltre la destra e la sinistra, per come tradizionalmente – e, talvolta, quasi calcisticamente – intese.

Lo ha fatto anche ne Il populismo, pubblicato da Arianna lo scorso luglio con il sottotitolo programmatico La fine della destra e della sinistra. Di questo si parla, in realtà: il “fenomeno populista” viene utilizzato per sondare la fine di queste categorie politiche (…). Uno scandaglio utilissimo, se è vero che sono esistiti ed esistono populismi di destra e di sinistra, insieme ad altri che uniscono elementi “tradizionalmente” di destra e sinistra, seminando il panico tra chi ancora difende l’una o l’altra ideologia. Ebbene, anche le pagine di de Benoist si confrontano – naturalmente – con le nuove élites, verso cui i popoli cominciano ad avvertire una certa allergia. Quali sono le loro caratteristiche?

«Un’irreprensibile vocazione al nomadismo, al cambiamento perpetuo, al rifiuto delle radici, al disprezzo dei valori comunitari e popolari, alla fuga in avanti nella frenetica ricerca del profitto, a una permissività senza limiti, a una fascinazione per i “vincenti”».

Caratteristiche, d’altronde, evocate anche da Costanzo Preve (cui de Benoist ha dedicato il suo libro), che sulle colonne di «Krisis» descrisse così le fattezze della global middle class: «La facilità di viaggiare, l’inglese turistico, l’uso moderato delle droghe, una nuova estetica androgino-transessuale, un umanesimo terzomondista, un multiculturalismo senza una vera curiosità culturale».

Cosa diventa la filosofia in mano alle nuove élites? «Una terapia psicologica di gruppo e una ginnastica di relativismo comunicazionale, il chiacchiericcio di persone semicolte».

È questo il quadro antropologico entro cui crollano i principi di destra e sinistra, tra l’altro in sincrono con la chiusura del Novecento, il “secolo delle ideologie”, che ha seppellito le dottrine della modernità sotto un cumulo di macerie – come messo a fuoco anche da Aleksandr Dugin (altro punto di riferimento e “compagno di viaggio” di de Benoist) nel suo magnifico La Quarta Teoria Politica, appena uscito in edizione italiana grazie all’impegno di NovaEuropa. Le categorie politiche che hanno infiammato il Novecento sono crollate come castelli di carte. Lo stesso dicasi dell’antica dicotomia tra conservatorismo e progressismo, categorie che raccolgono una pluralità di idee difficilmente accorpabili entro una sola definizione. D’altronde, non stiamo parlando di valori eterni, ma – come già ricordato – di concetti generati e sviluppatisi all’interno di un preciso momento storico:

«Nata dalla modernità, la divisione destra/sinistra si cancella con essa. Vi restano ancora abbarbicati soltanto coloro i quali – per ragioni di abitudine, comodità, pigrizia o interesse – non hanno compreso che il mondo è cambiato e che strumenti concettuali obsoleti non permettono di farne l’analisi».

Dopo la chiusura del “secolo breve”, è sempre più evidente l’impossibilità di affibbiare un patentino politico a idee che nel corso dei decenni sono transitate da destra a sinistra e viceversa. Il populismo è la mappatura di questa geografia ideale, che contraddice quella utilizzata da certi giornalisti: imperialismo e colonialismo, cristianesimo e laicismo, americanismo e antiamericanismo, europeismo e antieuropeismo, conservatorismo e progressismo, autoritarismo e liberalismo, fino a temi scabrosi come razzismo e antisemitismo, sfuggono completamente alla dicotomia destra/sinistra. Per poi non parlare del fatto che, secondo de Benoist, è assai ingenuo parlare di destra e sinistra al singolare, poiché queste etichette raccolgono una pluralità di orientamenti, spesso reciprocamente incompatibili, nonché legati a contesti storici e geografici differenti.

Nel clima di autentica follia che ha accompagnato negli ultimi mesi la cronaca italiana, forse la sua testimonianza sarebbe risultata utile – peccato che le sue conferenze siano state sospese a seguito di proteste indignate, che hanno livellato il filosofo francese a pedina elettorale del Front National (per il quale, come lui stesso ha dichiarato, nemmeno ha mai votato, così come non ha mai incontrato Florian Philippot). Eppure, nella sua sterminata produzione legata a questi argomenti, basterebbe leggere proprio il libro di cui stiamo parlando per comprendere come i giudizi forniti dai suoi detrattori non siano di alcuna pertinenza (in particolare, il saggio La destra e il denaro, che demolisce praticamente tutte le tipologie di destra degli ultimi duecento anni!). Ma tant’è.

Spauracchi agitati da certo giornalismo culturale, destra e sinistra non sono (più), secondo de Benoist, chiavi di lettura per comprendere il nuovo che avanza. Né per affrontare le sfide del futuro. Valga come esempio l’idea stessa di capitale e progresso, secondo analisi mutuate dall’intellettuale eretico Jean-Claude Michéa: «Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del “progresso” corrisponde l’imbecillità delle persone di destra, che ritengono possibile difendere al contempo i valori “tradizionali” e un’economia di mercato che non smette di distruggerli».

Modulati secondo variazioni assai differenti, i tre testi di cui abbiamo parlato puntano sempre sul nostro mondo, che sta affrontando un periodo di transizione ma rimane legato a punti di riferimento logori, a cartografie ormai superate, ad élite la cui forza propulsiva sta lentamente esaurendosi. Segni dei tempi: ad ogni modo, i giganti hanno sempre piedi d’argilla. >>

ANDREA SCARABELLI

sabato 9 febbraio 2019

Le Elites e la storia – 2

Prosegue il post di Andrea Scarabelli, tratto dal suo blog, sulla teoria politica dell’ “elitismo”. (Seconda parte). LUMEN


<< Questo ci dicono, in fin dei conti, gli autori di cui abbiamo parlato: le élites non vanno demonizzate, ma studiate. Per comprendere in maniera laica quel che siamo stati e quel che siamo, è meglio farci i conti. La storia è una “circolazione di élites”? Benissimo. Ma questo non toglie ci siano élites ed élites. Chiediamoci, dunque, a questo punto: di che stoffa sono le nostre? Per rispondere partiamo da un altro libro di recente (ri)pubblicazione, vale a dire La rivolta delle élite di Cristopher Lasch, scritto nel 1995 e riedito da Neri Pozza lo scorso agosto. Anche il sottotitolo è simile a quello del volumetto di Gog: Il tradimento della democrazia.

Se Pareto, Mosca e Michels setacciano la storia passata, Lasch si tuffa invece nell’attualità, offrendoci un ritratto spietato delle nostre élites. Lo fa partendo dall’arcinoto saggio di José Ortega y Gassett La ribellione delle masse (1930). Assieme agli studi di Le Bon, Canetti e Mosse, è uno dei migliori strumenti per comprendere il fenomeno – tutto moderno – della massificazione. Sennonché, scrive Lasch, a essersi ribellate non sono le masse, quanto piuttosto le élites stesse, «che controllano il flusso internazionale del denaro e dell’informazione, dirigono le fondazioni filantropiche e le istituzioni di ordini superiori, controllano gli strumenti della produzione culturale e definiscono i termini del dibattito pubblico». Ebbene, conclude Lasch, sono loro, e non i popoli, «ad aver perso la fede nei valori dell’Occidente, o in quanto ne rimane». È un tradimento a tutti gli effetti, che sottende l’isolazionismo descritto prima, preludio del crollo degli ordinamenti.

La realtà è che le élites, scrive Lasch, non sono mai state tanto distanti dai popoli come oggi. I gruppi che tengono le redini del nostro mondo globale agiscono tutti all’insegna del consumo e non della produzione, hanno una visione turistica del mondo. Quando si battono per le minoranze (le quali, secondo Lasch, a loro volta non ambiscono a un reale cambiamento ma solo a un posto al sole nello status quo, che andrebbe piuttosto rivoluzionato) lo fanno per catalogarle, brandizzarle, targettizzarle in maniera sempre più capillare. Dividono e segmentano per poi diversificare la produzione, vendendo a ciascuno la propria particolarità, la propria individualità («Tutto intorno a te», «Tu vali» sono i cinguettii del capitalismo creativo), la propria appartenenza a una minoranza. Dietro a velleità umanitarie spesso si cela una sorta di glocalizzazione (Bauman) realizzata su scala antropologica.

Queste classi superiori non sono connotate da un’ideologia specifica ma da uno stile di vita. Il loro è un intellettualismo vuoto e circonvoluto, che tradisce una mancata comprensione di quella stessa realtà che vorrebbero trasformare. A condire il tutto è un nomadismo apolide, conforme a quello del capitale, che sradica e trasferisce da un capo all’altro del mondo popoli e merci, «svuotando le democrazie», come scrisse Giano Accame in un suo famoso – e, ad oggi, purtroppo introvabile – libretto.

Una visione segmentata, dimentica dell’insieme e finalizzata al perfezionamento tecnico delle parti. I membri di questa New Class (la supersocietà di cui ha parlato Aleksandr Zinov’ev) sono giovanilisti e sbarazzini, il loro rapporto col mondo è di natura ludica; sono orgogliosi, ma la loro boria è piuttosto differente dall’orgoglio delle antiche aristocrazie. È l’arroganza di una self-made élite che crede di dover tutto ai propri sforzi. Parlano utilizzando un proprio gergo, comprensibile solo agli “iniziati”, dileggiando quello “volgare”.

A caratterizzare le nuove élites è anche un peculiare rapporto con il tempo. Se la natura dinastica ed ereditaria delle aristocrazie era aperta al passato e al futuro, i membri della New Class sono incapaci di percepire il trascorrere del tempo, che tentano di esorcizzare inseguendo le mode del momento, nonché a suon di lifting e viagra. Un periodico restauro di una giovinezza ormai perduta cui fa da contraltare un “presentismo” intransigente, che incontra enormi «difficoltà a immaginare una comunità prolungata tanto nel passato quanto nel futuro e che comporti una consapevolezza degli obblighi intergenerazionali».

Avulse dallo spazio (apolidia) e dal tempo (presentismo), sono loro ad aver creato quelle “zone” e “reti” tanto osannate da Robert Reich: ma queste realtà, scrive Lasch, «popolate da nomadi, mancano della continuità che deriva dal senso di appartenenza a un luogo e da standard di condotta coscientemente coltivati e trasmessi da una generazione all’altra». Insomma, stando a Lasch la tanto declamata Upper Class odierna, il conclave di quelli “che si sono fatti da sé”, si rivela essere un coacervo di modaioli à la page, avulsi da passato e presente – forever young in doppiopetto, con il moccolo al naso. Si sentono a casa propria ovunque. Cosmopoliti, si immaginano citizens of the world, «ma senza accettare nessuno degli obblighi che la cittadinanza normalmente comporta». Alla concretezza del genius loci preferiscono l’astrattezza di un mondo privo di particolarità ed asperità.

Un mondo, tuttavia, che al di sotto della patina tutta basic english e creativity pullula di particolarismi e regionalismi, comunità che al disgregarsi dello Stato nazionale scelgono altri principi di individuazione, di natura etnica, religiosa o linguistica – con effetti che sono sotto gli occhi di tutti. Due tendenze del tutto correlate, come nota lucidamente Lasch (non dimentichiamoci che il suo libro è del 1995!): «Il revival del tribalismo, a sua volta, rafforza per reazione il cosmopolitismo delle élite». Trincerate nelle loro torri d’avorio, non riescono a comprendere i cambiamenti di un mondo che semplicemente ha voltato loro le spalle.

Ma quest’alienazione dalla sfera del “pubblico” ha anche ripercussioni sulle categorie che fino a ieri hanno racchiuso lo spettro politico della modernità: «La condizione di crescente “insularità” delle élite significa che le ideologie politiche tendono a perdere i contatti con la realtà». A venir minata è l’antica contrapposizione tra destra e sinistra, la quale «ha esaurito la propria capacità di chiarire i problemi e di fornire una mappa fedele della realtà». Se tale sfaldamento è ben noto alle masse, non si può dire lo stesso per i membri delle élite: «Gli ideologi di destra e sinistra, invece di affrontare gli sviluppi politici e sociali che tendono a mettere in discussione le verità rivelate tradizionali, preferiscono scambiarsi reciproche accuse di fascismo e comunismo», negando l’ovvietà che nessuna di queste due forme rappresenti propriamente il futuro. >>

ANDREA SCARABELLI

(continua)

venerdì 1 febbraio 2019

Le Elites e la storia – 1

Gli “elitisti” sono convinti che la storia della civiltà umana non sia altro che la storia delle loro élites – molto diverse tra loro a seconda dei tempi, ma sempre presenti ed ineliminabili - e che quindi il resto della truppa, cioè il popolo composto dalla gente comune, si limiti a seguirle, anche quando, come nel caso delle rivoluzioni, abbia l’impressione di precederle.
Io, nel mio piccolo, la penso esattamente come loro ed ho quindi apprezzato in modo particolare il (lungo) post di Andrea Scarabelli (tratto dal suo blog) che recensisce alcuni interessanti libri sull’argomento. (Prima parte). 
LUMEN


<< “Elites”. (…) Questa parolina, tanto odiata e vilipesa, costituisce il titolo di un libro pubblicato nel 2016 da Circolo Proudhon, poi ristampato da Gog, sua metamorfosi editoriale. Il sottotitolo di Élites – che contiene scritti di Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels e Antonio Gramsci – è Le illusioni della democrazia. Più che un’antologia è una doccia fredda di realpolitik, se è vero – ed è vero – che «i popoli, salvo brevi intervalli di tempo, sono sempre governati da un’aristocrazia», composta dai «più forti, energici e capaci, nel bene e nel male».

Tuttavia, continua Vilfredo Pareto, «le aristo­crazie non durano, onde la storia umana è la storia dell’avvicendarsi di quelle aristocrazie, mentre una gente sale e l’altra cala». Tradotto: la storia altro non è che il continuo avvicendarsi di gruppi dominanti, «un cimitero di aristocrazie» che si succedono nel tempo. Quando una di esse perde presa sul reale ne subentra un’altra, che ne occupa il posto. Punto.

Un luogo comune, si dirà. Fino a un certo punto: ragionare in questi termini vuol dire negare qualsiasi finalità alla storia diversa dalla “circolazione delle élite”. La storia non procede né verso il meglio né verso il peggio, non ha ragion d’essere al di fuori di quella pattuita dalle élites di turno. Il senso della storia non è “naturale” ma è sempre deciso da qualcuno. È sempre una élite a far capolino dietro rivoluzioni e democratizzazioni, a dettare il tempo ai giri di boa della storia: e l’ambizione di questa “casta” (per usare un termine piuttosto di moda) non è filantropica o quant’altro, ma semplicemente egemonica; non mira a migliorare l’uomo, il mondo o la società, ma più semplicemente a perpetuarsi.

Come scrive Lorenzo Vitelli, curatore del volume, nella sua ricca introduzione, l’obiettivo è «garantirsi la conservazione del po­tere e la stabilità dei rapporti di forza in gioco. È un conformismo nei confronti delle forze che dominano il mondo. La domanda che si pongono le élites non è “cosa voglio?”, ma piuttosto, “cosa devo fare per conservare il potere?”».

Per penetrare nel tessuto sociale, tali gruppi operano mimeticamente, assorbendo i leitmotiv del tempo e facendoli coincidere con i propri. I loro membri si riciclano all’occorrenza operai o migranti, difensori dei valori “tradizionali” (sic!) o moderni, amanti di maggioranze o minoranze, servi o padroni, sempre in ossequio al qui e ora. Ma questa facoltà mimetica non esaurisce il fenomeno delle élites, le quali, nota ancora Vitelli, «operano in bilico tra la libertà e la necessità, sono vittime e detentrici del potere, gli strumenti e i controllori, incarnano le forze vive della storia per diriger­le. E tanto più gli strumenti di esercizio diventano totalizzanti e centralizzati nelle mani di pochissimi, tanto più si allarga lo spazio di libertà delle élites».

La loro posizione è mediana: da un lato partecipano alla storia – che appunto è il gioco del loro alternarsi – dall’altro se ne vorrebbero astrarre. Ebbene, quando la seconda tendenza ha la meglio sulla prima, il secolo è pronto per un ricambio di élite.

Un’inclinazione, come ha scritto Gaetano Mosca, connaturata all’élite stessa, che per natura è dinastica, ereditaria ed entropica: «Tutte le forze politiche hanno quella qualità, che in fisica si chiama forza d’inerzia, cioè la tendenza a restare nel punto e nello stato in cui si trovano». La propensione ad accentrare il potere è insomma connaturata a ogni gruppo politico in quanto tale. Ed è una tendenza che non si esercita per via morale, filosofica, culturale e via dicendo: «Quando vediamo in un Paese stabilita una casta ere­ditaria che monopolizza il potere politico, si può es­ser sicuri che un simile stato di diritto fu preceduto dallo stato di fatto. Prima di affermare il loro diritto esclusivo ed ereditario al potere, le famiglie o le caste potenti dovettero tenere ben saldo nelle loro mani il bastone del comando, dovettero monopolizzare as­solutamente tutte le forze politiche di quell’epoca e di quel popolo in cui si affermarono».

Prima dello stato di diritto c’è sempre uno stato di fatto. Ecco svelato l’arcano: prima si prende il potere, poi lo si legittima. Prima si occupano gli scranni della società, poi si elaborano filosofie, utopie, teologie politiche e altre sciocchezze del genere. È un passaggio fondamentale, ben noto ai positivisti giuridici: ogniqualvolta sentite parlare di principi “assoluti”, diritti “inalienabili” o “naturali”, validi per tutti e per sempre, ricordatevi che essi non sono caduti dal cielo, ma sono stati formulati da qualcuno. Sono sempre figli di un certo tempo (e di un certo luogo). In sostanza, se qualcuno vi propone di aderire a ideologie universalistiche, è molto probabile che vi stia fregando. Anche i princìpi che vorrebbero essere universali sono in realtà particolari. Particolarissimi. Cinismo? È la Storia, bellezza.

E la storia dell’umanità, continua Mosca, si risolve nella lotta fra due forze, una centripeta e l’altra centrifuga: da un lato, la volontà propria agli «elementi do­minatori di monopolizzare le forze politiche e trasmetterne ereditariamente il possesso», dall’altro la deriva «verso lo spostamento di queste forze e l’affermazione di forze nuove». Le vecchie élites decadono quando «non possono più esercitare le qualità per le quali arrivarono al potere, o queste perdono ogni importanza nell’ambiente sociale in cui vivono». Guai se le élites perdono forza, isolandosi dal mondo circostante e impedendone il ricambio: «Le classi superiori divengono deficienti di caratteri arditi e pugnaci e ricche di individui molli e passivi».

Nascono allora fenomeni singolari, che ricordano da vicino la fase storica che stiamo vivendo: «Una specie di cultura tutta astratta e convenzionale» prende il posto «del senso della realtà e della vera ed esatta conoscenza della vita umana»; gli uomini perdono ogni forza e dilagano copiosamente buonismi, «teorie sentimentali ed esageratamente umanitarie sulla bontà innata della specie umana, specialmente quando non è guasta dalla civiltà, e sulla preferenza assoluta da darsi, nelle arti di governo, ai mezzi dolci e persuasivi piuttosto che a quelli rigidi ed imperiosi».

Dietro a quest’umanitarismo zuccheroso e stucchevole – sovente esercitato, tra l’altro, da individui ben poco rousseauiani – si cela dunque il logorio di una élite. Nemmeno il democratismo sfugge a quest’analisi. Nell’antologia edita da Gog è Roberto Michels l’“élitista” incaricato a smascherarlo, ne La legge ferrea dell’oligarchia: «Per fare atto di presenza in parlamento non c’è, per il ceto dei signori, che un mezzo solo: atteggiarsi a democratico nell’arena elettorale, chia­mare fratelli e compagni i contadini ed i lavoratori del suolo, e cercar di persuaderli che i loro interessi economici e sociali concordano coi suoi».

Una truffa bella e buona, insomma, che vede l’aristocratico farsi simile a quel popolo che non ama, che in fondo disprezza e ha sempre disprezzato: «Tutto il suo essere reclama autorità, mante­nimento di suffragi ristretti e, ove esso sia in vigore, abolizione del suffragio universale». Eppure, vedendo che lo spirito dei tempi è cambiato, si ricicla in democrat, «fa di necessità virtù ed implora la massa plebea di dargli la maggioranza. Lo spirito conservativo dell’antica casta dei signori ha bisogno d’avvilupparsi in un ampio manto dalle pieghe democratiche». Anche il sistema democratico, secondo Michels, è organizzato su base aristocratica: la tendenza all’oligarchia sembra in qualche modo connaturata allo stesso divenire storico. >>

ANDREA SCARABELLI

(continua)

venerdì 25 gennaio 2019

Punti di vista - 3

COSTI DELLA POLITICA
<< La spesa politica [in Italia] non è riducibile [soltanto] (…) alle indennità e vitalizi di parlamentari e consiglieri regionali, retribuzioni sicuramente molto alte, ma che riguardano poche migliaia di persone, quindi, voce di spesa in complesso non molto alta.
Il problema più serio è stato il massiccio aumento dei gettoni per i consiglieri degli enti locali, retribuendo stabilmente persino i consiglieri di municipi e quartieri.
Poi c’è la voce delle profumatissime retribuzioni dei consiglieri di amministrazione delle 1.760 società collegate o controllate da enti pubblici locali e nazionali.
Qui si tratta di circa 30.000 persone che percepiscono spesso compensi maggiori di quelli dei parlamentari, cui vanno sommati i compensi per le aziende comunali (…) ed i non miseri compensi della pletora di consulenti a vario livello, di cui dicevamo prima.
Infine le retribuzioni di segretarie, portaborse, dipendenti di basso livello a vario titolo collegati all’indotto della spesa politica.
Complessivamente, lo Stato retribuisce in forma diretta o indiretta fra le 300. 000 e le 500.000 persone (si tratta di stime, non di dati precisi) e con retribuzioni in genere più alte della media a corrispondente livello. >>
ALDO GIANNULI


MARXISMO
<< Marx, che molti considerano un filosofo ed un economista, è stato in realtà un profeta.
Non è una battuta, è la tesi di Paul Johnson.
La teoria marxista tendeva all’utopia. Basti dire che il suo programma era: “da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i loro bisogni”.
E forse quel pensatore, quando scrisse questo, non aveva considerato che per alcuni l’asserito bisogno è quello di non essere obbligati a lavorare.
Comunque, che di utopia si trattasse, la storia l’ha così ben dimostrarlo, che oggi del comunismo si parla al passato. >>
GIANNI PARDO


IPER-MOBILITA’
<< Uno dei grandi problemi del nostro tempo è l'iper-mobilità: ci muoviamo continuamente, rapidamente, ovunque.
Andiamo in vacanza letteralmente dall'altra parte del mondo (beh, quelli che possono permetterselo), ma anche per andare al lavoro e per il resto delle attività quotidiane ci spostiamo a dozzine, a volte anche a centinaia di chilometri.
I lavoratori sono espulsi dal centro delle città a causa degli alti prezzi degli alloggi, specialmente in quelli che soffrono di questo processo chiamato "gentrificazione".
E sono costretti a vivere ai margini e aumentare il loro tempo di pendolarismo (si sa, il ricco paga con i soldi e il povero con il tempo).
I lavoratori poco qualificati sono, sopra, perso il lavoro, come le fabbriche si sono trasferiti in manodopera a basso costo in altri paesi del lavoro e dei prodotti pronti vengono portati da lì in grandi navi da carico.
È un flusso veloce e costante di persone e materiali.
Tutta questa dissolutezza è stata possibile grazie ai combustibili fossili, all'enorme quantità di energia a basso costo che avevamo.
Ma questo è esattamente ciò che sta finendo.
Negli anni a venire, nei prossimi decenni, la produzione di qualsiasi bene che si vuole vendere qui dovrà essere localizzata da qualche parte nelle vicinanze, perché il trasporto di merci e persone non sarà così economico - a volte non sarà nemmeno possibile. >>
ANTONIO TURIEL


ELITES APOLIDI
<< Le Elites Apolidi non sono malvagie, sono indifferenti come lo sarebbero degli invasori alieni o un computer.
Per loro le persone comuni sono insetti fastidiosi o una materia prima da sfruttare. >>
LORENZO CELSI


TOTEM E TABU’
<< Ogni civiltà ha i suoi tabù, perché di ogni civiltà è il sacro. Ciò che è sacro è intoccabile, inavvicinabile, perché in origine maledetto.
Scrive Pompeo Festo che l'homo sacer è «quem populus iudicavit ob maleficium... quivis homo malus atque improbus». (…)
In una comunità di persone il sacro postula l'indiscutibile, i riferimenti invalicabili dell'identità e dei valori comuni di norma rappresentati nella sintesi di un simbolo o di una formula rituale.
L'ambivalenza del sacro è prospettica: nel tracciare un confine inviolabile discrimina ciò che deve restare fuori - il tabù - da ciò che sta dentro e attorno a cui ci si deve raccogliere - il totem.
Il binomio freudiano svela così i due volti del sacro: dove c'è un totem c'è un tabù, e viceversa. (…)
Non si ha notizia di civiltà senza tabù, perché il sacro soddisfa un fabbisogno spirituale che si riscontra ovunque.
Sarebbe perciò sciocco credere che i tempi laici in cui viviamo si siano emancipati dal sacro e quindi dai tabù. >>
IL PEDANTE

sabato 19 gennaio 2019

Le contraddizioni degli Italiani

Tra i tanti neologismi che la politica italiana ci ha regalato in questi ultimi decenni, i miei preferiti, per la loro icastica concisione, sono tre: il “cerchiobottismo” (un colpo al cerchio e uno alla botte), il “benaltrismo” (ben altri sono i problemi) ed il “doppiopesismo” (due pesi e due misure).
A quest’ultimo termine, che può vantare comunque una lunga storia che risale alle civiltà antiche (dalle due bisacce di Giove, alla pagliuzza del Vangelo) è dedicato il breve post che segue, tratto dal blog di Gianni Pardo, sempre molto lucido ed attento nel cogliere le caratteristiche (ed i difetti) di noi poveri italiani.
LUMEN


<< Noi italiani abbiamo un mare di difetti. Siamo pressapochisti, menefreghisti, incuranti, egoisti, e infine né la morale né il civismo rischiano di soffocarci. In un mondo così ci si aspetterebbe una sorta di universale tolleranza. “Vedo che fai male il tuo dovere, ma poiché anch’io faccio male il mio, ti perdono”.

E chi si indigna per la corruzione dovrebbe ricordarsi che recentemente ha raccomandato suo figlio, perché temeva che lo bocciassero. E con ciò stesso ha promesso a quel professore, di ricambiare il favore, cioè di mancare a sua volta ai doveri d’ufficio. Se ognuno riconoscesse di essere peccatore, l’Italia dovrebbe essere la Mecca del perdono universale.

In realtà, le cose vanno all’opposto. Da noi imperano il moralismo e l’intolleranza. L’impiegato comunale che ha timbrato il cartellino, ed ha abbandonato il posto di lavoro, si arrabbia con l’autobus che non passa o con la spazzatura che ingombra il marciapiede. E non si rende conto che sta chiedendo all’autista dell’autobus e al servizio di nettezza urbana di essere migliori di lui. Si direbbe che tutti si lamentino, e pressoché tutti siano colpevoli.

E c’è di peggio. Non soltanto un po’ tutti vorrebbero che gli altri fossero migliori di loro, ma persino i peggiori cittadini non chiedono prestazioni normali, un’onestà accettabile e un livello di lavoro medio: al contrario nessuno si accontenta di meno della perfezione.

A nessun medico si perdona una diagnosi sbagliata, nemmeno nella bolgia di un pronto soccorso congestionato, come se i sanitari avessero il dovere di essere infallibili mentre tutti gli altri sono campioni di approssimazione e menefreghismo. Mentre viviamo male, chiediamo di vivere come forse non si vive nemmeno nelle nazioni meglio amministrate del mondo.

Il nostro “irrealismo” tocca vette drammatiche. In un mondo in cui quasi nessuno ha rispetto delle leggi, tutti credono scioccamente di risolvere i problemi con nuove norme o inasprendo le pene previste. dimenticando è più efficace una legge mite ma sempre applicata, di una legge draconiana, applicata saltuariamente e quasi a caso, magari infierendo su un singolo malcapitato. Neanche Ercole potrebbe mettere rimedio a una situazione del genere.

Il perfezionismo a spese dei terzi giunge a livelli mitologici. Da un lato siamo costretti a convivere con la spazzatura, dall’altro poi non vorremmo una discarica nemmeno a venti chilometri. Siamo contro gli inceneritori, perché fanno fumo e puzzano; siamo contro i termovalorizzatori che non inquinano e forse si ripagano da sé, ma è sicuro che non provochino guai? Dite che li hanno anche a Copenhagen, praticamente in città? E che vuol dire? Forse i danesi sono imprudenti.

E così siamo arrivati a spedire la spazzatura in Germania, dove si fanno pagare per accettarla e la usano per alimentare i termovalorizzatori, guadagnandoci. E poi ci stupiamo che siamo in crisi economica?

Ecco la sintesi. Il Paese soffre di atteggiamenti contraddittori. Abbiamo un insufficiente senso del dovere, servizi pubblici pietosi, una Pubblica Amministrazione deplorevole, un’amministrazione della giustizia catalettica, e invece di lottare efficacemente contro questo andazzo, o rassegnarci, ce ne meravigliamo e ce ne scandalizziamo, come se fosse la cosa più imprevista del mondo. >>

GIANNI PARDO

sabato 12 gennaio 2019

Perché non fare figli

I miei 25 lettori (da intendersi nel senso letterale del termine e non come figura retorica Manzoniana) sanno benissimo che a me piace andare controcorrente, e cosa c’è di più controcorrente al giorno d’oggi che mettere in discussione l’imperativo categorico della figliolanza a tutti i costi ?
Per questo ho deciso di pubblicare questo pezzo di Sezin Koehler (tratto dall’Huffington Post), che prova a mettere in evidenza, con molta chiarezza e molta sfrontatezza, i tanti buoni motivi che possono giustificare una scelta contraria.
Il problema è visto principalmente dal punto di vista dell’autrice (che ha avuto, a quanto pare, una vita un po’ movimentata), ma ci sono buoni spunti di riflessione per tutti. Buona lettura e buona meditazione. 
LUMEN


<< "Perderai un'occasione" "Non capirai mai il significato della vita" "Sarai incompleta" "Te ne pentirai quando sarai anziana" "Cambierai idea" "Non sarai mai una donna vera" "Non capirai mai veramente l'amore". [Queste frasi] me le sono sentita ripetere un sacco di volte, perché ho deciso di non avere figli. Le mie ragioni per rimanere senza sono diverse (e non sono affari di nessun altro). Nonostante questo mi viene continuamente chiesto di giustificare la mia scelta.

Ecco una selezione di motivazioni:

1. Economica: i figli costano. Nel 2013, crescere un figlio fino ai 18 anni costa mediamente a una famiglia benestante 304.480 dollari. Dare alla luce può costare tra i 3.296 e i 37.227 dollari. Mandare un figlio al college negli Stati Uniti costa tra gli 8.893 e i 22.203 dollari all'anno, a figlio. Mi ci vuole un drink; quei numeri mi fanno girare la testa.

2. Logistica: nonostante tutti gli avanzamenti sociali e culturali, le donne sono sempre quelle che devono prendersi cura dei figli, soprattutto negli anni formativi del bambino. Crescere un figlio prima che vada a scuola è più di un lavoro a tempo pieno. È h.24, sette giorni alla settimana, senza sconti per buona condotta. Non sono in grado di stare in compagnia di altri esseri umani quando ho sonno, figuriamoci cosa farei con un figlio che dipende da me per Ogni Singola Cosa.

3. Ambientale: ci sono circa 153 milioni di orfani al mondo. Perché aggiungere un'altra bocca a un pianeta sovraffollato per seguire un imperativo biologico ed egocentrico che non provo? Se proprio dovrò, adotterò.

4. Fisica: il mio corpo ha già sofferto abbastanza nei suoi 35 anni di permanenza su questa terra. Lo stress post-traumatico dato dall'essere sopravvissuta a un attacco d'arma ha dato il colpo definitivo al mio sistema nervoso. Sono anche cresciuta all'estero e non sono stata bombardata dagli additivi e ai conservanti del cibo americano. Aggiungere un membro alla mia famiglia significherebbe smettere di mangiare cibo biologico e sano, perché non potremmo più permettercelo. Beh, non possiamo permetterci nemmeno un cancro.

5. Emotiva: ogni giorno lotto per gestire il disturbo post traumatico da stress. Avere la libertà di non dormire quando l'onda di panico mi colpisce è una manna dal cielo. Poter dormire per 12 ore ininterrottamente per recuperare è stata la mia salvezza. Lavoro da casa e decido da sola i miei orari, una situazione ideale. Mettici un bambino e cosa succederà quando mi sentirò depressa e non avrò la forza di uscire dal letto? O piangerò per una settimana intera? O nel bel mezzo delle sfuriate di rabbia che mi fanno totalmente perdere il controllo?

6. Sociale: l'ultima volta che ho controllato, il mondo era sottosopra. C'è una sparatoria in una scuola diversa ogni settimana in questo paese. E c'è pure questa cosa chiamata "cultura dello stupro" che permea ogni aspetto della società. Molti dei bambini di oggi probabilmente ne saranno o vittime o esecutori in un futuro non così distante. Andrò a farmi un altro drink, questa volta bello forte.

7. Culturale: sono una ‘third culture kid’ mezza americana, mezza singalese - una persona che ha passato i suoi anni di sviluppo al di fuori dei paesi dei propri genitori - addossandosi problemi identitari a volontà giorno dopo giorno. Vivo con il pensiero della diversità anche quando sono negli Stati Uniti. "Da dove vieni?" è la domanda che mi viene fatta più spesso. (Seguita dalla domanda a capo di questo articolo). E dovrei scaricare questo peso culturale su un innocente?

8. Di interesse: semplicemente, non mi interessano la miriade di cose spaventose che comportano il parto e la crescita di un figlio. Dolori vaginali, emorroidi, costipazione, doglie, congiuntivite, muco, vomito, diarrea, tracolli nervosi in pubblico, la fase dei due anni, ribellione adolescenziale, dire addio alla mia identità individuale. No. Grazie.

"Ma perché, Sezin, non ti interessa avere il figlio più intelligente, bello, talentuoso e speciale al mondo? Perché mai?!" Perché amo dormire. Amo decidere i miei orari. Amo passare del tempo da sola, scrivere, amo il tempo che passo a sognare. Amo mangiare quasi 100% biologico. Amo farmi tatuaggi. Amo avere periodi di calma, un intero weekend per fare quello che mi pare. Amo la mia libertà. Con il mio lavoro creativo, un impiego che amo e un marito, adoro quelli che sono d'accordo con quello che ho scritto e sono felice, sana, soddisfatta come mai nella mia vita.

Tutto questo andrebbe a friggersi con l'arrivo di un figlio, perché beh, è la natura dei bambini. Un esserino che arriva nel tuo mondo e che dipende interamente e solamente da te. Il tuo universo si ridimensiona a misura sua e si muove con lui. Preferisco avere accesso pieno a TUTTO quando voglio, non solo nei momenti in cui i miei figli si sono finalmente addormentati o in quei miseri minuti di tempo che avrei per fare una doccia. Ho aiutato degli amici con i loro figli. So di cosa stiamo parlando.

Perché mi viene sempre chiesto di giustificare la mia scelta? E perché mio marito - che ha fatto la stessa scelta - non è questionato quanto me? Ecco perché abbiamo ancora bisogno del femminismo: nonostante tutti i progressi tecnologici, sociali e culturali, fare figli sembra ancora essere la tappa obbligata nella traiettoria di vita di una donna.

Ed ecco la mia risposta: non do per scontato che le mie personali scelte di vita siano così fondamentali e giuste da rendere meno umane o meno soddisfatte quelli che la pensano diversamente. Ho deciso di rimanere senza figli. E quindi? Non ho bisogno di partorire per essere una vera donna. Non ho bisogno di un figlio per sperimentare l'amore incondizionato e il sacrificio. Non ho bisogno di un bambino per essere felice. Decisamente non ho bisogno di un figlio per quando sarò anziana. E non cambierò idea; ho più di otto buone ragioni per non farlo.

Come disse Anaïs Nin: "La maternità è una vocazione come tante altre. Dovrebbe essere scelta liberamente, non imposta alle donne". Le critiche sono già abbastanza. >>

SEZIN KOEHLER