Tutti
coloro che amano, leggono o – quanto meno - conoscono i cosiddetti
“classici”, si saranno posti, almeno una volta nella vita,
l’inevitabile domanda di come possa essere definita la categoria, e
credo che molti non siano mai riusciti a darsi una risposta
definitiva.
Dell’argomento
si è occupato anche il grande scrittore italiano Italo Calvino, che
vi ha dedicato un saggio intitolato “Perché leggere i Classici“,
nel quale, tra le altre cose, cerca appunto di rispondere alla
domanda di cui sopra.
Al
libro di Calvino, nonché ovviamente ai “libri classici” ed a
tutti i loro appassionati, è dedicato il post che segue, tratto dal
sito “Athenae Noctua“.
Ogni
commento, critica o contributo alla discussione sarà più che
gradito.
LUMEN
<<
“Classico” è, nella sensibilità comune, un equivalente di
'tradizionale', 'canonico'. Quando si parla di un autore o di un
testo del passato che ha avuto una grande risonanza in letteratura,
nel pensiero o nella cultura generale, ci riferiamo in qualche modo
ad un elemento sentito come autorevole. Etimologicamente, il termine
'classicus' si riferisce alla classe di cittadini più elevata;
applicato agli autori, indica la percezione di un primato, di un
ruolo-chiave nella storia letteraria. Nel tempo, 'classico' è
diventato sinonimo di 'antico', 'tipico' e, nell'abbigliamento, di
tendenze che sopravvivono a qualsiasi moda.
Ma
quando ci riferiamo ad un libro, precisamente, cosa intendiamo
definendolo un 'classico'? Ebbene, nessuno avrebbe potuto rispondere
in maniera più competente e brillante di Italo Calvino che, oltre
che autore di primo piano nella narrativa italiana, è stato anche un
critico e un teorico della letteratura. Il suo saggio “Perché
leggere i classici”, una raccolta di articoli scritti
separatamente, si apre con una premessa, anzi, con una proposta di
definizione.
1-I
classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto
rileggendo...» e mai «Sto leggendo...»
2-Si
dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li
ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi
si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni
migliori per gustarli.
3-I
classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia
quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono
nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o
individuale.
4-Dʹun
classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.
5-Dʹun
classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.
6-Un
classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da
dire.
7-I
classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la
traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé
la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno
attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).
8-Un
classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di
discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.
9-I
classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per
sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi,
inaspettati, inediti.
10-Chiamasi
classico un libro che si configura come equivalente dell’universo,
al pari degli antichi talismani.
11-Il
«tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti
serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con
lui.
12-Un
classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha
letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo
posto nella genealogia.
13-È
classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore
di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può
fare a meno.
14-È
classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove
l’attualità più incompatibile fa da padrona.
Il
dato di maggiore evidenza nelle definizioni di Calvino (inserite in
una trattazione organica che vi invito a leggere) è, a mio avviso,
la risonanza: un classico si riconosce in quanto persiste in un
immaginario pregresso e, nel momento in cui viene conosciuto, si
carica di nuovi significati che cambiano a seconda delle esperienze
personali e del tempo in cui si colloca il lettore. Possiamo
sorprenderci a riconoscere in un classico che leggiamo per la prima
volta un pensiero che abitava già nella nostra mente e sentirci come
stupiti di questo nuovo incontro (che è un po'la sensazione del
sublime):
Non
necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo;
alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto
di sapere) ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo [...] E
anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre
la scoperta d’una origine, d’una relazione, d’una appartenenza.
Nel
nostro dialogo con l'opera, possiamo individuare un senso che
scaturisce dalla nostra sensibilità oppure che era già insito nelle
intenzioni dell'autore. Nella rilettura possiamo scoprire particolari
del tutto nuovi, che si svelano perché è cambiato il nostro punto
di osservazione, la prospettiva attraverso la quale scorriamo le
parole. Insomma, il classico è ciò che, anche se lontano del tempo,
non smette mai di comunicare con noi, senza per questo imporsi
prepotentemente rispetto al moderno e al contemporaneo, anzi,
rimarcando quanto anche l'attualità e il progresso servano ad
alimentare un rumore di fondo che non disturba ma arricchisce quella
stessa comunicazione.
Questa
comunicazione, tuttavia, deve avere come premessa una passione, una
ricerca spontanea e disinteressata, perché la 'scintilla' deve
scoccare da sola, non può essere forzata. Bando all'affanno del
dover leggere, alla vergogna del non aver letto un determinato
titolo: «È solo nelle letture disinteressate che può accadere
d’imbatterti nel libro che diventa il 'tuo' libro».
Leggere
un classico, dunque, non è né indispensabile né imprescindibile,
anzi, in chiusura al suo intervento, Calvino suggerisce che l'unica,
vera ragione per leggere i classici vada oltre (perché,
evidentemente, le riassume tutte) le sue quattordici note: «La sola
ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che
non leggere i classici».
La
comunicazione, la cultura, l'esperienza non sono mai eccessive,
sceglierle non è una fatica vana, perché una conoscenza in più è
sempre una dote, anche se non sfruttabile nella pratica, anche se non
numericamente quantificabile. Ecco perché Calvino chiude la sua
proposta di definizione citando Emil Cioran: Mentre veniva preparata
la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. «A cosa ti
servirà?» gli fu chiesto. «A sapere quest’aria prima di morire».
>>
CRISTINA
M.