sabato 22 settembre 2018

Le due Germanie

Quando, circa 30 anni fa, i tedeschi occidentali corsero in aiuto dei cugini orientali, che, dopo la caduta del muro di Berlino, si erano appena liberati dal soffocante controllo sovietico, erano tutti contenti: gli occidentali perché finalmente avrebbero riabbracciato i loro “fratelli” più sfortunati, e gli orientali perché finalmente sarebbe arrivato il benessere.
Ma le cose non andarono proprio così, come racconta il bellissimo libro di Vladimiro Giacché intitolato (non casualmente) “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”.
Quella che segue è l’interessante recensione di Luca Cangianti, tratta dal sito Carmilla. 
LUMEN


<< La Repubblica democratica tedesca (RDT), [ovvero] la Germania Est, era un paese del blocco real-socialista. Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso la sua economia era decotta e presto sarebbe fallita sotto il peso dei debiti. La Repubblica federale tedesca (RFT), [ovvero] la Germania Ovest, tese generosamente la mano ai connazionali d’oltre muro con il “Trattato d’unione monetaria” che entrò in vigore il 1° luglio del 1990, permettendo ai cittadini tedesco-orientali di avere libero accesso alle merci occidentali. Dopo l’unione politica entrata in vigore il 3 ottobre dello stesso anno, il governo della Germania unificata avviò una politica di investimenti per ricostruire e integrare la disastrata economia dell’est.

È questa in sintesi la narrazione corrente e ufficiale dell’unificazione tedesca che Vladimiro Giacché mette radicalmente in discussione in “Anschluss” basandosi su una vasta documentazione per la maggior parte inaccessibile a chi non conosca il tedesco. Nonostante si tratti di un lavoro di storia economica, il focus del libro è immediatamente rivolto al presente politico. Secondo Giacché, infatti, rileggendo le vicende che portarono alla fine della RDT si può capire molto di quello che sta avvenendo oggi nell’eurozona. Basta mettere al posto della Germania Est i cosiddetti Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) (…).

Il dispositivo sperimentato nei confronti della RDT sta oggi lavorando nei paesi periferici dell’Unione europea mediante la spirale del debito, degli inutili e dannosi tentativi di porvi argine, delle privatizzazioni, delle politiche recessive dell’austerità, della distruzione dello stato sociale e del tessuto produttivo. Grazie al vincolo monetario è stato messo all’opera un meccanismo di esproprio che nella RDT ha svolto le funzioni sia di accumulazione originaria che di creazione di una zona interna di sottosviluppo funzionalizzata alle esigenze di valorizzazione del capitale. Qualcosa di simile avvenne con il Mezzogiorno d’Italia e ora rischia di accadere nuovamente con l’attuale processo di unificazione europea.

Ma veniamo ai fatti. Con l’unione monetaria del 1990 i marchi orientali furono cambiati con un rapporto 1 a 1 con quelli occidentali, mentre il loro rapporto reale era di 4,44 a 1. Ne conseguì un brutale e repentino apprezzamento della valuta usata all’est di quasi il 450%. Ciò fece lievitare surrettiziamente i debiti delle aziende nei confronti dello stato. In verità non si trattava di debiti veri e propri come nella contabilità di un’azienda privata, ma di somme che lo stato socialista riallocava dopo averle ricevute dalle aziende stesse. In quanto proprietario dell’intero patrimonio industriale, nella RDT lo stato incamerava i profitti per poi “prestarne” una parte alle stesse aziende che li avevano generati.

In soli due anni, inoltre, l’export orientale crollò del 56%, senza che fossero più possibili forme di svalutazione competitiva. Le imprese della Rdt persero immediatamente i mercati dell’Europa dell’est verso i quali si dirigevano gran parte delle loro esportazioni, che prima dell’unione monetaria ammontavano al 50% della produzione nazionale. La caduta del PIL non ebbe pari tra gli altri paesi europei del Comecon, con la particolarità che la RDT era l’economia più sviluppata del gruppo.

La disoccupazione, precedentemente assente e vietata per dettato costituzionale, raggiunse nel settembre del 1990 un milione e 800 mila di unità, rimanendo anche nei decenni a seguire tra le più alte dell’intera Unione europea. Il risultato è che ancora oggi il 44% della popolazione tedesco-orientale vive di sussidi, con un PIL pro capite inferiore del 27% rispetto a quella dell’ovest. Intere zone industriali sono state riassorbite dalla natura, molti centri urbani si sono spopolati e il tasso di natalità, prima superiore a quello della Rft, è caduto sotto la soglia della pura riproduzione.

Secondo le argomentazioni contenute in Anschluss, insomma, il disastro economico e sociale dell’est tedesco non fu tanto il punto di partenza del processo di unificazione monetaria, quanto il suo risultato. Alla vigilia di tale passaggio la RDT era sicuramente un’economia affetta da bassa produttività (45-55% di quella della RFT), invecchiamento dei macchinari e insufficienti investimenti infrastrutturali, tutti mali presenti anche nelle altre economie real-socialiste, in particolar modo a partire dagli anni settanta. Nel dopoguerra, inoltre, la RDT aveva dovuto farsi carico della gran parte del peso dei risarcimenti di guerra senza poter beneficiare del piano Marshall. Ciò nonostante era riuscita a svilupparsi industrialmente in molti settori e alla vigilia dell’unificazione non era certo prossima alla bancarotta.

Il valore dei suoi asset industriali era stimato infatti in 600 miliardi di marchi dal presidente della Treuhandanstalt, l’agenzia fiduciaria che fu preposta alla privatizzazione del patrimonio pubblico della RDT. Tale operazione si risolse con un colossale esproprio senza indennizzo ai danni dei cittadini tedesco-orientali e con una distruzione di ricchezza di dimensioni belliche. Gli acquirenti delle imprese della RDT furono per l’87% a tedeschi dell’ovest, per i 7% stranieri e solo per il 6% a cittadini dell’est.

La maggior parte delle aziende furono chiuse, smembrate, trasformate in succursali distributive di imprese dell’ovest o in aziende di subfornitura gerarchicamente subordinate. Il tutto avvenne senza che fossero organizzate aste, ma con trattative private, mentre agli esecutori di tali privatizzazioni fu concessa una garanzia di copertura legale e finanziaria sul loro operato. Gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta chiusasi al riguardo nel 1994 sono stati secretati per l’80%. (…)

Questi fatti ci riportano al titolo del libro. Anschluss significa annessione, ma in storia contemporanea con questo termine tedesco si indica la specifica inclusione violenta dell’Austria all’interno della Germania hitleriana avvenuta nel 1938. Ebbene l’unificazione del 1990 non è avvenuta mediante un esercito d’invasione, ma con il consenso indiretto degli elettori tedesco-orientali che, forse pensando di trasformarsi d’incanto in benestanti bavaresi, diedero la maggioranza ai partiti favorevoli a questa opzione. Tuttavia i nazisti apportarono al diritto austriaco solo alcune modifiche, anche se estremamente drammatiche (si pensi alle leggi razziali). Di contro alla RDT sono state estese, praticamente in toto, le leggi della Germania Ovest. Come in un processo di colonizzazione.

Ai margini di questa narrazione mi pongo un interrogativo: come è stato possibile che i cittadini dell’ex RDT che nel 1992 sentivano di aver subito una sorte di tipo coloniale fossero gli stessi che solo due anni prima votavano per i partiti favorevoli all’annessione? Come è stato possibile che la stragrande maggioranza dei tedeschi dell’est acconsentisse alla propria spoliazione?

Una risposta debole è che se le necessarie riforme economiche fossero state effettuate in tempo utile e fossero state introdotte iniezioni di democrazia, il bambino socialista non sarebbe stato gettato con l’acqua sporca burocratica mediante la grande truffa dell’unificazione. Eppure l’implosione dei paesi dell’est europeo è stata di una dimensione e di una profondità tali da non render più credibile e desiderabile un modo di produzione socialista accerchiato dal mare capitalistico. In condizioni simili, le pressioni esterne sono tali da poter essere sopportate, transitoriamente, qualora si riesca a ingenerare un processo espansivo – come quello cui puntavano i rivoluzionari russi nel 1917, senza che furono in grado di conseguirlo, o come quello che oggi, in una situazione molto diversa, sembrano portare avanti alcuni governi progressisti latinoamericani.

Di contro laddove si è pensato di stabilizzare il socialismo in un’area con tassi di produttività inferiori rispetto a quelli vigenti nei paesi capitalisti avanzati si è aperta la via a forme di degenerazione che hanno portato a regimi autoritari e a nuove stratificazioni sociali basate sul monopolio del potere politico. Ciò si è prodotto perché la resistenza al perdurante capitalismo egemone al livello planetario ha sottoposto le società postrivoluzionarie a pressioni tali che per esser arginate hanno portato a esercizi di forza e di disciplina defatiganti, mutageni e autodistruttivi.

La storia della RDT in fondo testimonia proprio questo. Lo scambio neo-corporativo tra il monopolio politico detenuto dall’élite dei funzionari e la garanzia dei diritti sociali assicurata ai cittadini, una volta finito il periodo di emergenza postbellica, ha contribuito al peggioramento dei tassi di produttività e di innovazione tecnologica, con particolare riferimento alla rivoluzione informatica avviata negli anni settanta. In queste condizioni il pervasivo controllo poliziesco della Stasi nulla ha potuto di fronte allo scintillio delle merci esibite nei grandi magazzini della KaDeWe di Berlino ovest.

In conclusione, l’utilità del libro di Vladimiro Giacché è doppia. Da una parte ci svela con grande chiarezza le modalità dell’esproprio e della “mezzogiornificazione” in corso in Europa attraverso l’esempio storico della RDT. Dall’altra aggiunge elementi oggettivi di riflessione per chi si proponga come obiettivo il superamento del capitalismo, dopo la disfatta del socialismo reale. >>

LUCA CANGIANTI

sabato 15 settembre 2018

Alla ricerca della Felicità

Tra i termini che hanno fatto versare nei secoli i classici ‘fiumi di inchiostro’ per la loro analisi e comprensione, c’è sicuramente “Felicità”, uno status di cui tutti abbiamo fatto esperienza diretta e di cui tutti abbiamo tentato una definizione profonda, in genere senza riuscirci.
L’enciclopedia Treccani la definisce così: “Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato“, ma si avverte subito una sorta di inadeguatezza di fronte alla descrizione formale di questo fenomeno così speciale.
Tra le tante riflessioni sull’argomento, il cui elenco è quasi sterminato, quella che mi ha colpito di più è stata quella che Massimo Gramellini ha esposto recentemente sul Corriere della Sera (nella sua rubrica quotidiana “Il caffè”) e che, guarda il caso, viene direttamente dal mondo della scienza, anziché da quello della filosofia (che sia una coincidenza ?). Buona lettura. 
LUMEN


<< C’è stato un tempo infelice in cui anch’io collezionavo definizioni sulla felicità. Da Epicuro a Seneca — gli «influencer» del mondo classico — fino a Oscar Wilde, nessun fabbricante di sentenze memorabili veniva risparmiato. Foglietti e foglietti gravidi di citazioni. Ne avevo le tasche talmente piene che a un certo punto ho cominciato a svuotarle. «La felicità è accontentarsi di quello che si ha» lo gettai nella pattumiera durante una giornata di particolare ingratitudine in cui mi sembrava di non avere più nulla.

Invece «la felicità non è il traguardo, ma la strada per raggiungerlo» lo accartocciai sul cruscotto dell’auto durante un ingorgo al casello di Imperia. A furia di alleggerirmi, di foglietti in tasca me ne sono rimasti soltanto due. Li hanno scritti James Hillman, psicanalista junghiano, e Albano Carrisi, cantante pugliese.

Per Hillman la felicità consiste nell’appagare il proprio «demone», cioè il proprio carattere, l’imprinting, il talento unico e irripetibile che viene consegnato a ciascuno di noi al momento della nascita. Purtroppo — lo spiega uno dei miti più intriganti di Platone — un attimo prima di incarnarsi, l’anima beve l’acqua del fiume della Dimenticanza e piomba nel mondo materiale senza ricordarsi che cosa ci è venuta a fare: scrivere poesie, amare i cani, giocare in Borsa o cucinare spaghetti al pomodoro? Se nel corso del tempo riuscirà a scoprirlo e a seguirne il richiamo, si sentirà felice, altrimenti condurrà una vita inutile. Non per niente in greco antico Felicità si dice Eudaimonia: fare stare bene il proprio demone.

La definizione di felicità di Al Bano è racchiusa nella canzone omonima e risulta meno centrata sull’individuo rispetto a quella di Hillman. Per lui e Romina Power la felicità «è tenersi per mano» (è anche «un bicchiere di vino con un panino», però non ci allarghiamo). Tenersi per mano. Vegani e carnivori, sovranisti e globalisti, bianchi e neri, o al verde.

Chiunque abbia mani da tenere, o da cui fare tenere la propria, è considerato una persona felice. Mentre chi ne è sprovvisto brancola nella tristezza. Vi sembra un’affermazione banale e buonista? Lo pensavo anch’io. Fino a quando non mi sono imbattuto nel discorso sulla felicità di Robert Waldinger. Lo trovate su Internet, con i sottotitoli o anche senza, per chi non sa l’italiano.

Il professor Waldinger lavora a Harvard ed è il quarto direttore di una ricerca unica al mondo, non fosse altro perché dura ininterrottamente dal 1938. Ottant’anni fa, il primo predecessore di Waldinger scelse 724 ragazzini di ogni ceto e classe sociale. E cominciò a tenerli d’occhio anno dopo anno, sottoponendoli a interviste, questionari, esami clinici e sedute psicologiche per scoprire che cosa li rendeva più o meno felici. 724 persone — ricche e povere, famose e anonime, cadute nella polvere o salite fino alle stelle — sono state analizzate per tutta la durata della loro vita.

Altre celebri ricerche sulla felicità hanno chiesto agli anziani di ripercorrere il proprio passato, ma la memoria è selettiva e nostalgica, tende a imbellettare i ricordi e a rimuovere i traumi. Invece seguire un’esistenza in tempo reale garantisce risultati molto più oggettivi.

Ebbene, quale verità si è dipanata sotto gli occhi dei ricercatori di Harvard? Che a rendere felici gli esseri umani non sono né la ricchezza né la fama, i feticci della modernità. È la qualità delle loro relazioni. Soltanto quella. La solitudine e le frequentazioni sbagliate atrofizzano il cuore, peggiorano la salute e fanno arrugginire precocemente il cervello.

Chi a cinquant’anni si comportava da orso o da animale in gabbia, e magari era un manager di successo in perfetta forma fisica, è invecchiato male oppure è morto. Mentre chi già allora coltivava buone relazioni con la famiglia, gli amici e la propria comunità è diventato un vegliardo felice, vispo e in salute, anche se aveva il colesterolo alto.

Il calore umano sarebbe dunque l’elisir di lunga e felice vita che l’uomo cerca da millenni senza sapere di averlo sotto il naso. Ovviamente non basta circondarsi di legami: si può essere soli anche in una folla o in un matrimonio sbagliato. Perché quei legami si scaldino e diventino affetti occorre investirci lo stesso tempo e le stesse energie che normalmente vengono dedicate a procacciarsi fama e ricchezza (quasi sempre senza riuscirci, oltretutto). >>

MASSIMO GRAMELLINI

sabato 8 settembre 2018

Il genio di Darwin - 8

(Dal libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” – Ottava parte. Lumen)


<< Quando si scende al livello dei geni e delle molecole il panorama cambia radicalmente e molti termini introdotti per l'analisi al livello degli organismi perdono parte del loro significato. Dobbiamo sbarazzarci quindi del tutto di questi termini? Direi di no. Sono ancora utili al livello descrittivo e illustrativo, allo stesso modo in cui si può parlare di febbre, anche se oramai si conoscono i meccanismi che la generano, o di prurito, anche se si sa con precisione che cosa c'è dietro.

Non c'è dubbio per esempio che nel quadro generale di una diversificazione degli organismi viventi si possono riconoscere innumerevoli esempi di strutture più o meno ben adattate ad alcuni aspetti dell'ambiente e dello stile di vita tipici delle singole specie. In questo contesto il concetto di adattamento è uno di quelli più usati e più presenti nella mente di chi parla, con professionalità o meno, di evoluzione.

Più o meno inconsciamente, molti sono portati a concepire le varie specie come statuine di plastilina che possono assumere varie forme e acquisire varie caratteristiche sotto la spinta della selezione naturale, che le modella sulle caratteristiche del loro ambiente.

Non si tratta di un'immagine del tutto campata in aria, a patto però che si consideri che l'evoluzione naturale plasma, col tempo, solo ciò che è di fatto plasmabile; cioè ciò che non è vietato dalle leggi della fisica e della chimica e, soprattutto, ciò che è compatibile con l'esistenza di un genoma che deve permanere non molto diverso da se stesso ed essere trasmesso da una generazione all'altra.

L'esistenza di un genoma attribuisce al blocco di plastilina un'anima di metallo all'interno. Queste limitazioni ineludibili – di natura fisica, chimica o biologica – che condizionano il processo evolutivo vero e proprio, effetto della variazione e della conseguente selezione, vengono dette vincoli evolutivi.

Per esempio, il fatto che le balene e i delfini non abbiano sviluppato strutture di tipo branchiale, certamente più adatte dei loro polmoni alla vita acquatica, deve essere considerato come effetto di qualche tipo di vincolo essenzialmente biologico, dovuto alla struttura del genoma o alle leggi dello sviluppo.

Va detto inoltre che il concetto di adattamento e la schiera di termini che lo accompagna trovano la loro più legittima utilizzazione quando si segue l'evoluzione di una specie o di un genere lungo una particolare linea evolutiva. In quel caso, poiché si sa già come va a finire la storia, almeno fino a un certo punto, i concetti di valore adattivo e selettivo coincidono e l'evoluzione acquista una sua plausibilità e un grado di persuasione psicologica di cui è difficile ignorare l'influenza.

Prendiamo la storia del cavallo. Negli ultimi cinquantacinque milioni di anni si è passati da un piccolo Mammifero che possedeva quattro zampe a cinque dita, terminanti con altrettanti piccoli zoccoli, e che si cibava di foglie a un animale un po' più grande che si cibava d'erba e infine al possente animale che conosciamo oggi, che si ciba sempre di erba ma possiede zampe dotate di un solo dito a forma di zoccolo.

Il cavallo che ci è familiare appartiene al genere Equus, che comprende al momento sei o sette specie più o meno rappresentate. Grazie ai resti fossili, la storia degli antenati del cavallo si può appunto delineare almeno a partire da circa cinquantacinque milioni di anni fa. A quell'epoca, dieci milioni di anni dopo l'estinzione in massa dei dinosauri e l'inizio del faticoso cammino dei Mammiferi, si fa risalire l'esistenza di un animale delle dimensioni di un grosso gatto chiamato oggi Hyracotherium, un tempo Eohippus.

Questo ungulato primitivo viveva in un ambiente caldo e umido. Con le sue svelte zampe (quelle davanti con quattro dita, e tre per quelle posteriori) si muoveva agevolmente sui terreni melmosi e si cibava delle foglie tenere dei rami bassi degli arbusti di latifoglie. Da questo proto-cavallo deriva direttamente il Mesohippus che popolò l'America Settentrionale venti milioni di anni dopo. Era leggermente più alto del suo antenato, le sue zampe possedevano tre dita (quella centrale più sviluppata delle altre due), aveva un muso più allungato e un cranio leggermente più voluminoso.

Quando il clima da caldo e umido divenne sempre più freddo e più arido, le foreste di latifoglie cedettero il posto a grandi estensioni di steppe erbose. Si osservò allora una radiazione di vari generi, alcuni dei quali continuarono a mantenere il loro stile di vita cercando sempre nuovi ambienti finché non si estinsero. Esaminando i resti fossili di questi generi estinti appartenenti a linee evolutive collaterali possiamo trovare le tracce degli esperimenti naturali più diversi che includono sia forme giganti (Megahippus) che forme nane (Archaeohippus).

Il genere destinato a perpetuarsi fino ad arrivare al cavallo dei giorni nostri è invece il Merychippus che quindici milioni di anni fa imparò a cibarsi di erba, grazie a una progressiva trasformazione della sua dentatura, e a correre sicuro sul terreno compatto delle praterie, grazie alle sue zampe che terminavano con uno zoccolo centrale, già preminente rispetto a quelli delle altre due dita. Nel periodo successivo seguirono molte altre radiazioni evolutive, tra le quali vale la pena di ricordare il genere Pliohippus, che visse meno di dieci milioni di anni fa e che mostra ormai quasi tutti i caratteri del cavallo moderno.

Percorrendo questa serie evolutiva dall'Hyracotherium all'Equus si possono osservare molte trasformazioni secolari come l'aumento delle dimensioni del cranio e di tutto il corpo e la progressiva trasformazione degli arti e della dentatura. Accanto a queste trasformazioni che col senno di poi ci sembrano condurre da qualche parte, si possono però osservare innumerevoli tentativi di percorrere altre vie.

Le specie di cui ci sono giunti i resti fossili, senza contare quelle delle quali non possediamo al momento alcuna documentazione concreta, testimoniano chiaramente di un continuo, quasi affannoso, tentativo di proporre nuove soluzioni evolutive. Solo pochissime di queste si sono rivelate valide, per pregi intrinseci o per puro caso, e hanno condotto al cavallo. Questo a sua volta non è l'unico mammifero di successo. È solo uno dei tanti che popolano il nostro pianeta.

La storia evolutiva del cavallo, una delle meglio costruite e probabilmente emblematica di molte altre, non è che una successione di eventi individuati dal naturalista e collocati da questi in un ordine temporale significativo. Come questa se ne potrebbero individuare miriadi di altre: la stragrande maggioranza di tali storie non avrebbe un lieto fine ma rappresenterebbe un ramo morto. L'unico dato certo è la continuità per discendenza diretta di un certo numero di individui e il fatto, innegabile, che ci sia qualcuno che li sta studiando.

Un'altra applicazione molto conveniente del concetto di adattamento si può riscontrare nell'analisi dell'evoluzione delle caratteristiche di un organo specifico lungo una particolare linea evolutiva. L'elefante, per esempio, non aveva probabilmente alcuna necessità di possedere una proboscide. Ma dal momento che gli è toccata, la selezione ha fatto in modo che questo organo fosse sempre più utile, anche se nessuno conosce ancora tutte le sue potenzialità.

Insomma, data una struttura o una funzione biologica, la selezione opera in modo da renderla sempre più adatta al suo ruolo. Ancora una volta possiamo dire che la selezione naturale rifinisce e perfeziona secondo criteri suoi propri ciò che il caso ha offerto e messo in campo. >>

EDOARDO BONCINELLI

(continua)

sabato 1 settembre 2018

Pensierini - XL

SOVRANISMO
I movimenti “sovranisti” che si stano affermando in questi anni nell’Europa occidentale, pur essendo per certi versi simili al nazionalismo storico, possiedono, a mio avviso, due caratteristiche particolari.
Anzitutto sono movimenti che vengono dal basso, cioè dai sentimenti effettivi della gente, e non dall’alto, in quanto si trovano ad essere osteggiati (soprattutto i Italia) dalla martellante propaganda congiunta di TUTTI i media principali (TV e grandi giornali).
Normalmente, la propaganda ufficiale risulta letale per i movimenti popolari contrari, ma in questo caso sembrano bastare le notizie del web per tenere vive le loro opinioni.
In secondo luogo (e per fortuna), l’attuale sovranismo è una forma di nazionalismo solo difensivo, per cui non vi sono rischi di militarismo aggressivo verso l'esterno, cioè dei singoli Stati fra loro.
Personalmente, ritengo che se l'Europa occidentale ha una possibilità di mantenere la propria cultura e la propria identità, può affidarsi solo a questi movimenti, ma le prospettive non sembrano molto incoraggianti.
LUMEN


PRIVACY
Qualcuno ha osservato che, nell’attuale regime di “privacy” onnipresente, persino il nome diviene segreto e sconveniente.
Nelle strutture pubbliche e private di servizi, infatti, si danno disposizioni per non chiamare più le persone con il loro nome, ma designarle con un numero o con un altro elemento anonimo (es. l'ora di accesso).
In questa scelta potrebbe anche esserci l’obbiettivo, neppure tanto recondito, di oggettivizzare le persone, togliendo loro il potere evocativo del proprio nome e quindi della propria storia e libertà individuale.
E’ probabile però che la motivazione principale risieda solo nei grandi numeri.
Se il gruppo umano in cui si vive ha una dimensione modesta (ed il pensiero corre subito al numero di Dumbar) l'utilizzo del nome è certamente il sistema ottimale per interagire con le altre persone.
Ma se le persone con cui si interagisce sono tantissime, l'utilizzo dei numeri diventa una scelta obbligata.
Purtroppo siamo diventati troppi e da questa premessa derivano quasi tutti i guai in cui ci troviamo.
LUMEN


ELITES APOLIDI
Ma da chi sono costituite le famose elites (apolidi) che guidano il mondo ?
Lasciando perdere le risposte più ingenue, come i ‘massoni’ o gli ‘ebrei’ (figuriamoci), le elites che guidano il mondo globalizzato sono, molto semplicemente, i ricchissimi (industriali e/o finanzieri), ai quali i politici fanno da aiutanti e i grandi media da valletti.
Le elites sono sempre esistite e hanno sempre mandato avanti la baracca secondo i propri interessi, e quindi contro gli interessi della popolazione comune, che però in genere nemmeno se ne accorgeva.
Adesso però, con la democrazia diffusa, hanno bisogno di una parvenza di consenso e di legalità ed ecco la loro contiguità con i politici (che devono fare le leggi più adatte a loro) e con i grandi media, che devono convincere la gente che gli interessi delle elites coincidono con le loro (e ci riescono !).
Inoltre c'è l'altra grande novità, ovvero la globalizzazione, ed allora le elites da nazionali si sono trasformate in trans-nazionali (giuridicamente cittadine di uno stato, ma sostanzialmente apolidi) il che, per fortuna, consente due significativi vantaggi per noi gente comune.
Anzitutto ottengono il nostro consenso e la nostra acquiescenza con le buone, ovvero con la propaganda dei media, anziché con le cattive (le manganellate della polizia).
In secondo luogo, mentre prima le elites delle varie nazioni potevano avere interesse ad una guerra tra di loro, oggi questo interesse non c'è più ed ecco spiegato il lungo periodo di pace sostanziale.
Purtroppo tutto questo è rovinato dal sostanziale superamento dei confini, con quel che ne consegue in tema di immigrazione incontrollata.
LUMEN


I QUATTRO SISTEMI
Se un essere umano desidera un oggetto che gli serve, poniamo un paio di scarpe, ci sono – in linea di massima - 4 diversi sistemi per ottenerlo:
1 - Può farlo lui stesso, se ne è capace (è l’approccio dell’homo faber).
2 - Può ottenerlo da qualcuno in cambio di qualcos’altro, che può essere anche del denaro (è l’approccio del mercante).
3 - Può sottrarlo con la violenza a chi ce l’ha (è l’approccio del bandito).
4 - Può farselo dare da un altro in cambio di nulla (è l’approccio del profittatore).
Quest’ultimo sistema – se escludiamo l’ambito strettamente familiare - sembra il più ridicolo e, pertanto, il più marginale.
Ed invece ha dominato e continua a dominare tutte le società umane: basti pensare al successo delle religioni e delle ideologie, che si approfittano facilmente delle persone più sprovvedute.
Quindi, se posso dare un consiglio, state molto attenti al quarto sistema !
LUMEN


FRANCOBOLLI
Non ho dati statistici al riguardo, ma da un semplice sguardo sulla realtà di oggi, la filatelia – un tempo passione quasi imprescindibile di tantissimi ragazzi - mi sembra proprio sul viale del tramonto.
I ragazzi di oggi non collezionano più i francobolli, sia per motivi soggettivi (legati alle loro diverse passioni), che per motivi oggetti, (derivanti dall’evoluzione tecnologica della corrispondenza), e le persone adulte che la praticano ancora, probabilmente, lo fanno solo per nostalgia o per abitudine,
Quelli messi peggio, a mio avviso, sono i collezionisti investitori che hanno pagato somme altissime per le rarità più quotate.
Se crolla tutta la baracca della filatelia, crolla anche il valore attribuito a quei “pezzi rari” visto che, in fondo, non sono altro che rettangolini di carta privi di valore intrinseco.
Se io avessi dei francobolli di valore elevato (che purtroppo non ho mai avuto, neppure da ragazzo), credo che cercherei di venderli al più presto possibile.
LUMEN


GIUSTO E SBAGLIATO
Ho letto una interessante disquisizione lessicale da parte del noto matematico Piergiorgio Odifreddi, a proposito del termine "Giusto".
<< L’equivoco di fondo in cui cadono molte persone disinformate - dice Odifreddi - è di contrapporre “giusto” a “sbagliato”, come se fossero termini antitetici.   Giusto”, infatti, è l’opposto di “ingiusto”, mentre “sbagliato” è l’opposto di “corretto”. >>
Ed aggiunge: << In particolare, “corretto” e “sbagliato” sono categorie di cui si occupa il pensiero scientifico, e riguardano i fatti oggettivi, mentre “giusto” e “ingiusto” sono categorie di cui si occupa il pensiero umanistico, e riguardano i valori soggettivi. >>
Purtroppo, la precisione scientifica ed il inguaggio comune non vanno molto di pari passo.
LUMEN 
 

sabato 25 agosto 2018

Forme di partito e sistemi elettorali

La struttura dei partiti politici dipende da vari fattori, ma è legata soprattutto al sistema elettorale vigente, che può essere, secondo una distinzione di massima, di tipo proporzionale o di tipo maggioritario.
Ce ne parla, con la consueta chiarezza e competenza, un grande esperto come Aldo Giannuli (dal suo sito). 
LUMEN


<< Un partito [che sia stato] “educato” da un sistema maggioritario, ha un modo di essere e di pensare completamente diverso da quello di un partito che agisce in regime proporzionale: cambiano le strategie comunicative, la cultura politica, il rapporto con l’elettorato, soprattutto il modello organizzativo. (…) Per capirlo vale la pena di analizzare la diversa logica dei due sistemi.

Nel sistema parlamentare-proporzionale non è affatto necessario ottenere la maggioranza assoluta o relativa di voti e seggi, quanto, piuttosto, il grado di “coalittività”, cioè la capacità di comporre una coalizione che abbia un numero sufficiente di seggi (…). Quello che garantì alla Dc 45 anni di governo fu la sua maggiore capacità di trovare alleati (di volta in volta Pli, Psdi, Pri, Psi, monarchici) rispetto al Pci che ebbe sempre pochissimi partiti disposti ad allearsi con lui (…).

Ne deriva che i partiti tendono ad un modello di comunicazione meno “generalista” e più mirato a raccogliere il consenso di gruppi particolaristici qualificati (coltivatori diretti, professionisti, insegnanti, artigiani, minoranze religiose, particolari aree culturali eccetera).

Ovviamente i partiti più grandi si orienteranno verso i gruppi sociali maggiori (ad es. pubblico impego in blocco, oppure commercianti o artigiani organizzati nelle rispettive formazioni di categoria) ed al maggior numero di gruppi sociali possibili, per cui essi riserveranno pur sempre una quota del proprio discorso politico ad un approccio generalista, ma coltivando rapporti privilegiati con questa o quella categoria.

Questo perché, per quanto l’ipotesi di ottenere il 51% sia molto remota, il partito maggiore si batte per ottenere il maggior numero di voti possibile che lo ponga in buona posizione per conquistare la guida del governo. Al contrario, il partito minore sa di non avere probabilità di conquistare la guida del governo (…) pertanto è meno attento al discorso generalista che coltiverà solo limitatamente, e punterà le sue carte sulla rappresentanza di un determinato gruppo sociale circoscritto e qualificato (ad esempio i professionisti o gli operatori di borsa o una particolare categoria di operai) o un particolare territorio.

Il partito minore sa di avere un ruolo ancillare, ma gioca sulla possibilità di essere il “partner marginale” cioè quello determinante per una particolare formula di maggioranza ed alzare il prezzo.

Ne consegue che tanto i partiti maggiori quanto quelli minori non puntano ad allargare il proprio seguito elettorale oltre misura e si concentrano sull’elettorato “simpatizzante”, meno distante e più facile da conquistare, destinando all’elettorato più lontano e difficile (antipatizzante) una attenzione residuale o magari lasciandolo a qualche alleato più digeribile da parte dell’elettorato ostile (la Dc sapeva di avere poche speranze di conquistare un elettore laico e delegava questo compito a repubblicani, liberali o socialdemocratici).

Pertanto, nella competizione proporzionale, ciascun partito curerà la maggiore precisione della sua comunicazione, cercando di realizzare il massimo di seduttività sull’elettorato ‘gardè’, mentre i messaggi diretti all’elettorato lontano saranno in secondo piano, meno efficaci e più generici.

Contrariamente a quanto la vulgata maggioritaria di questi anni ha sostenuto, i partiti minori, in un regime proporzionale, non sono meri elementi di frammentazione della rappresentanza, nicchie particolaristiche che ostacolano e rallentano la formazione di una maggioranza solida.

Al contrario, essi hanno la funzione di “fluidificare” la rappresentanza politica e creare più facilmente una coalizione di maggioranza. Infatti, tanto nei regimi proporzionali quanto in quelli maggioritari, la “regola” non è quella delle “grandi coalizioni”, per la banale ragione che i partiti maggiori, normalmente, sono alternativi fra loro ciascuno aspira all’egemonia nella coalizione e, dunque, sono più difficilmente alleabili.

Dunque, nel regime maggioritario la soluzione è quella di trasformare la maggioranza relativa (cioè la minoranza più grande) in maggioranza assoluta, mentre nel proporzionale la soluzione è quella della più efficace politica delle alleanze, attirando intorno al partito maggiore una quantità sufficiente di partiti minori. E’ per questo che il sistema proporzionale è più propenso a valorizzare il principio di rappresentanza, la positività del conflitto sociale e la mediazione politica.

Inoltre, nel regime proporzionale (normalmente accoppiato al sistema parlamentare) l’opposizione non è del tutto esclusa dal processo governativo: ci sono terreni di condivisione (spesso lo è la politica estera) ma, attraverso i regolamenti parlamentari e le commissioni, c’è una continua dialettica fra maggioranza ed opposizione che porta in diversi casi a testi di legge unificati o emendati. (…)

Questa esigenza di mediazione politica spinge i partiti a preparare progetti molto elaborati, che bilancino gli interessi particolaristici fra loro e rispetto al “progetto paese”, che ogni partito cerca di proporre in modo dettagliato, perché nella competizione proporzionale paga il progetto che appaia come il più concreto, preciso ed articolato, più capace di raggiungere i diversi strati sociali e sollecitarne il consenso.

Completamente diversa è la logica del sistema maggioritario, che si basa sull’idea di trasformare una maggioranza relativa in una maggioranza assoluta e, dunque, sacrifica una quota di rappresentanza per favorire la decisione, nel presupposto che una compagine governativa più coesa esprima un indirizzo politico più omogeneo e processi decisionali più rapidi.

Pertanto, il partito del maggioritario, al contrario di quello da competizione proporzionale, non può concentrarsi solo sull’elettorato più vicino, ma deve cercare di sfondare anche in quello “antipatizzante” che deve sottrarre nella maggior quantità possibile al suo avversario e, vice-versa, deve curarsi che il suo competitore non faccia breccia sul suo elettorato, magari perché una sua frangia è ostile a qualche proposta particolare del proprio programma.

Questo ha due conseguenze: in primo luogo il programma dovrà rivolgersi alla maggior parte dell’elettorato e dovrà evitare punte che possano urtare particolari nicchie elettorali. La soluzione sta in un programma prevalente mente generalista, assai vago e retto da uno “slogan di trascinamento” (il milione di posti di lavoro di Berlusconi, gli 80 euro di Renzi, la Flat Tax del centro destra o il reddito di cittadinanza dei 5 stelle eccetera).

La seconda conseguenza è che proprio la vaghezza del programma e il carattere composito degli esponenti del partito, spinge a cercare il punto di unificazione della figura del capo, cui è demandato il compito di “incarnare” lo spirito del partito, garantirne l’unità e sciogliere le ambiguità e vaghezze del programma con le sue decisioni dopo la vittoria.

Dunque lo spirito del maggioritario è quello di esaltare al massimo la delega ai governanti, l’esatto contrario della democrazia diretta ed una concezione molto restrittiva anche della democrazia rappresentativa, quasi una cosa a metà strada fra essa e la dittatura temporanea.

Per questo, la comunicazione politica, nel maggioritario, ha un ruolo preminente sull’ideazione politica: il suo compito è presentare il messaggio del partito nel modo più suggestivo, proprio per colmare “buchi” e vaghezze del programma e la risorsa estrema sarà quella della pubblicità negativa contro l’avversario costantemente demonizzato.

Il messaggio implicito sarà sempre “Anche se il mio programma non ti convince, votami perché l’altro è peggiore: votami per non far vincere il mio nemico che è in assoluto peggiore di me”. Dunque, il confronto politico gradualmente cederà il passo allo scontro sulle caratteristiche personali dei due capi coalizione, allo scandalismo eccetera.

Riassumendo: il sistema maggioritario (e la forma presidenziale del governo cui spesso sii accompagna) privilegia la decisione sulla mediazione, esalta l’autonomia del ceto politico rispetto alla rappresentanza del corpo elettorale, esalta il momento generalista rispetto al consenso sociale qualificato e, di riflesso, deprime la conflittualità sociale e il ruolo dei corpi intermedi (associazioni di categoria, sindacati, ecc.) rispetto alla comunicazione mediatica.

Ne derivano ulteriori differenze fondamentali. [Mentre] il sistema proporzionale privilegia il ruolo del partito come aggregatore della domanda politica e, pertanto produce partiti a gruppo dirigente collegiale, al contrario, il sistema maggioritario esalta il ruolo del singolo capo: l’”uomo forte” che incarna il progetto del partito e che “sa comunicarlo” meglio degli altri.

Pertanto lo stesso partito viene ridotto alla funzione di comitato elettorale di supporto al capo, attivo solo in campagna elettorale, e pertanto è incline ad una passivizzazione dei cittadini: la partecipazione politica è sempre più ridotta all’attimo in cui il cittadino deposita la sua scheda nell’urna. >>

ALDO GIANNULI

sabato 18 agosto 2018

Siamo soli nell’universo ?

Secondo i calcoli degli astronomi, ci sono oltre 300 miliardi di stelle nella nostra sola galassia, e forse 100 miliardi di galassie nell'Universo; è pertanto ragionevole pensare che là fuori, in un cosmo che ha 14 miliardi di anni, esista o sia esistita una civiltà avanzata almeno quanto la nostra.
Ma allora perché non ne abbiamo testimonianza ?
Stephen Webb, fisico e saggista inglese esperto di cosmologia, ha deciso di scrivere un libro su questo argomento, che ha intitolato (citando una celebre “battuta” del fisico italiano Enrico Fermi) "Se l'universo brulica di alieni, dove sono tutti quanti ?".
Il libro, divertente ma rigoroso, raccoglie, presenta ed approfondisce 50 diverse soluzioni al paradosso, fra le tante avanzate nel corso del tempo da scienziati, filosofi, storici ed anche autori di fantascienza.
Quella che segue è la recensione del libro scritta da Giovanni Dall’Orto (dal suo sito).
LUMEN


<< Il fatto che questo libro su un tema assolutamente astruso sia arrivato alla terza edizione, mostra come la divulgazione scientifica un suo pubblico ce l'abbia... se solo riesce a perdere la maledetta abitudine italiana di credere che ciò che non annoia il lettore non è vera cultura.

Questo libro non vi annoierà, e se è per questo non vi chiederà neppure d'essere adepti dei culti degli Ufo o ‘raeliani’, e nemmeno, onta suprema, d'essere appassionati di fantascienza (anche se, a dire il vero, qui esserlo aiuta).

Dietro la domanda sbarazzina del titolo (che però viene da uno scienziato del massimo calibro come Enrico Fermi) si cela infatti una riflessione rigorosissima sull'origine della Vita, e soprattutto sul cosiddetto Principio Antropico, che è il vero tema (occulto) del saggio: una di quelle robe che a metterle nel titolo avrebbero ammazzato le vendite prima ancora di uscire dalla tipografia. Invece, messa com'è messa, la cosa è perfettamente digeribile per tutti.

L'autore organizza il suo discorso attorno a 50 possibili risposte. Il numero tondo denuncia subito il carattere "artificiale" della costruzione, che serve fondamentalmente a dare ordine a una materia piuttosto vasta organizzandola in aree tematiche, o se preferite pillole di dimensioni abbastanza piccole per andare giù senza strozzare nessuno.

Ogni pillola sviscera un aspetto scientifico diverso, alcuni dei quali strettamente connessi al problema posto nel titolo ("Esistono e stanno comunicando, ma noi non siamo capaci di riconoscere il segnale come tale"; "Non abbiamo ascoltato abbastanza a lungo") oppure molto lontani, e più legati al discorso più ampio dell'origine della Vita (gli extraterrestri non esistono perché: "La transizione da procarioti e eucarioti non avviene spesso" - "La tettonica a zolle è un fenomeno raro" - "Le ecosfere continue sono troppo sottili" - "La Luna è un unicum"...).

E ovviamente, per ogni risposta è necessario spiegare i concetti sottesi, e così senza accorgercene ci si trova a discutere del ruolo della tettonica a zolle o della Luna sull'evoluzione della vita così come l'ha conosciuta la Terra. Affascinante.

L'autore, che è palesemente un appassionato di fantascienza (il Senso del Cosmico ce l'ha!) alleggerisce la narrazione mescolando alle ipotesi più serie alcune ipotesi spiritose e perfino strampalate (ma trattate con impeccabile approccio scientifico) che sono di casa in questo genere letterario: "Gli alieni non esistono perché sono stati sterminati da berseker", cioè macchinari da guerra sfuggiti al controllo dei creatori, oppure: "Esistono e... siamo noi!".

Questa mescolanza tra serio e faceto riesce a impacchettare una quantità di nozioni scientifiche di tutto rispetto, che il lettore manda giù senza accorgersene, come i bimbi a cui si dice "guarda l'uccellino che vola!" per distrarli e approfittarne per far loro ingollare le pappine più disgustose che la razza umana sia mai riuscita a escogitare. E anche qui: "Guarda il berseker che vola!"... e béccati questa digressione sulla possibilità teorica della "intelligenza artificiale".

La conclusione che dà l'autore, dopo la sua cavalcata tra le ipotesi scientifiche, è che lui personalmente crede che gli alieni non ci hanno mai contattato perché non esistono. La vita autocosciente (che, si noti, non è la stessa cosa della "la vita in sé", che invece potrebbe essere comunissima, ma sotto forma di fanghiglie rosse abbarbicate alle rocce di millanta pianeti alieni) è un evento troppo raro, troppo straordinario, soggetto a casi troppo bizzarri per essere comune.

Tuttavia, la quantità degli elementi esaminati nel libro garantisce che le rispose apodittiche non siano possibili. Le probabilità che la sequenza di eventi necessari alla nascita non solo della vita, ma anche dell'intelligenza, è talmente improbabile da essere in pratica nulla. Eppure abbiamo le prove del fatto che almeno una volta questa impossibilità è diventata realtà. Perché allora non due ? Già, perché no ?

Questo libro mi ha provocato spesso le vertigini, perché ragionare sulle grandezze cosmiche, e sulle scale temporali di miliardi di anni, fa sempre l'effetto di ricordare che razza di minuscole formiche noi siamo in questo smisurato Universo.
La concatenazione dei ragionamenti dell'autore fa anche nascere il dubbio che la risposta ai "perché" che ci poniamo sia fuori dalla portata delle nostre menti come lo sarebbe per una formica capire cosa sia un computer.

Non è che sia impossibile spiegare cosa sia, è solo che in quel cervello lì la spiegazione non entrerà mai. Forse la risposta a "Chi ha creato Dio?" (incidentalmente: Dio è la spiegazione numero 8) esiste, solo che noi non siamo in grado di capirla. E a leggere questo volume, il dubbio torna con una frequenza decisamente fastidiosa. (…)

Il libro, scritto da un fisico, è accessibile a chiunque ami il pensiero scientifico persino nel caso che sia, come lo sono io, un negato totale per la matematica.
È un ottimo lavoro di divulgazione, che per essere apprezzato richiede soltanto un lettore che alzando la testa verso le stelle si sia chiesto almeno una volta non solo cosa siano, ma anche "perché" siano. Certo, ammetto che resterebbe deluso chi lo leggesse perché crede negli Ufo e sta cercando la prova della loro esistenza (su cui il libro non ha nulla da dire, né a favore né contro).

Questo perché si troverebbe di fronte a un libro che alla fin fine non è davvero interessato a rispondere alla domanda: "Perché mai gli Ufo non dovrebbero esistere ?", ma solo a quella, che per me è infinitamente più intrigante, "Perché mai esistiamo noi ?". Se la domanda appassiona anche voi, questo libro non vi deluderà. >>

GIOVANNI DALL’ORTO