Quando
parliamo di sovrappopolazione, siamo abituati a concentrare la nostra
attenzione sul tasso di fertilità, ovvero sulle nuove nascite.
Ma
anche l’allungamento delle aspettative di vita ha la sua notevole
importanza e questo, a sua volta, è strettamente collegato con gli
sviluppi della medicina e delle cure
sanitarie.
Sul
complesso rapporto tra queste variabili, è incentrato questo breve ma
interessante commento dell’ambientalista Jacopo Simonetta (da Effetto
Risorse).
LUMEN
<< Per quasi 50 anni abbiamo ripetuto fino alla nausea che il nostro modello di sviluppo era intrinsecamente suicida e che, se non lo si fosse cambiato in tempo, avrebbe condotto l’umanità ad una catastrofe senza precedenti. Qualcuno ci ha creduto e molti no.
Di
fatto, siamo in orario sulla tabella di marcia. Ed ora che siamo
sommersi da notizie che confermano molte delle più funeste previsioni ci
pervade un’ansia crescente che
facilmente sfocia in angoscia, panico, depressione o ferocia, a seconda
dei casi. (…)
Ho
fatto alcune riflessioni sull'aspetto demografico della questione, per
la semplice ragione che all'atto pratico, sovrappopolazione significa:
disoccupazione, deterioramento del territorio
e delle risorse, crisi dello stato sociale. (…)
Fin da quando, negli anni ‘70, il problema divenne evidente, l’attenzione fu da subito concentrata sulla necessità di limitare le nascite.
In
questo modo, si pensava, la crisi di sovrappopolazione sarebbe stata
grave, ma passeggera e la fine della crescita demografica avrebbe
fermato anche la crescita economica, senza bisogno
di dichiararlo troppo apertamente. Magari verso la fine del XXI secolo
si sarebbe potuto raggiungere una situazione “sostenibile”. Ma non è
andata così.
Un po’ perché i tassi di natalità non sono scesi sufficientemente nella maggioranza dei paesi, ma soprattutto perché la strabiliante crescita demografica della seconda metà del XX secolo è stata dovuta solo in piccola parte alle nascite. In gran parte è dipesa, invece, da una spettacolare diminuzione della mortalità; a sua volta conseguenza di un’altrettanto spettacolare miglioramento nella qualità e quantità dei servizi sanitari.
E l’industria sanitaria è forse la più energivora ed inquinante che esista. Non solo per i servizi che eroga, ma anche per l’apparato di ricerca, sviluppo e produzione che coinvolge massicciamente l’intera società. Un immensa “macchina” che per vivere e progredire necessita di un substrato socio-economico capace di fornire un flusso continuamente crescente di risorse.
In altre parole, solo il tipo di crescita economica ed industriale che effettivamente c’è stato poteva consentire un tale progresso della medicina. Chi, onestamente, sarebbe stato disposto a rinunciarci ?
Passando
dal passato al futuro, può forse esserci di aiuto osservare ciò che è
accaduto in Europa orientale, ad esempio in Bulgaria.
A partire dai primi anni ’70, il progressivo peggioramento dell’economia e, di conseguenza, dei servizi socio-sanitari e dell’alimentazione, ha causato un progressivo incremento della mortalità, culminato con il collasso delle strutture statali negli anni ’90.
Nei
decenni successivi la situazione socio-economica è migliorata e la
mortalità diminuita. E’ interessante notare come vi sia una differenza
importante fra uomini e donne, causata dalla
molto maggiore incidenza che le morti per violenza, alcolismo,
incidenti e suicidio hanno fra i maschi.
Comunque, mentre la mortalità complessiva saliva, la natalità scendeva, per poi tornare a salire quando la situazione è migliorata, ma restando sotto il livello precedente il 1990. Inoltre, essendo un paese povero e guardingo delle sue frontiere, la Bulgaria ha un tasso di immigrazione negativo.
Ne
consegue che, dal 1990 ad oggi, la popolazione bulgara è in costante
diminuzione, contrariamente a quella italiana che, nello stesso periodo,
è aumentata di 4 milioni di persone.
Perché è interessante questo? Perché, man mano che la crisi economica peggiorerà e che lo stato taglierà i servizi socio-sanitari, è probabile che succeda qualcosa del genere in tutta Europa. Del resto, in Grecia abbiamo già un incremento della mortalità, associato ad un calo della natalità.
Non è bello dirlo, ma questo è uno dei pochi spunti all'ottimismo che la scienza odierna ci fornisce. Quando infatti una popolazione qualsiasi supera la capacità di carico del territorio, la sua crescita può ancora continuare, ma a costo di degradare progressivamente il territorio. In altre parole, più si rimanda la “resa dei conti”, più questa sarà salata.
E quando la popolazione comincia a diminuire, ci sono sostanzialmente due alternative possibili:
La prima, è che la popolazione diminuisca in modo parallelo o più lento, rispetto al degrado delle sue risorse vitali. In questo caso non si torna mai ad un equilibrio e si giunge alla distruzione delle risorse ed all’estinzione della popolazione.
La
seconda, è che la popolazione diminuisca più rapidamente delle risorse.
In questo caso, dopo un certo tempo, si ritrova un equilibrio.
Purtroppo, la prima ipotesi figura nel celebre modello “World3” che, finora, si è dimostrato spaventosamente affidabile. Ma World3 incorpora fra i suoi algoritmi la teoria della “transizione demografica” secondo la quale al peggiorare delle condizioni di vita dovrebbe far riscontro un aumento della natalità
L’esperienza
reale e recente dell’Europa orientale, ad oggi, è diversa e ci da
speranza, perlomeno per i nostri nipoti. >>
JACOPO SIMONETTA