giovedì 19 febbraio 2026

Confucio e il Capitalismo Cinese

La Cina di Mao Tze Tung era sicuramente socialista (nel senso marxista del termine), ma era una nazione povera ed arretrata. Oggi la Cina è una nazione ricca e progredita, ma è ancora socialista ?
A questo argomento è dedicato il post di oggi, che riporta alcuni stralci di un più lungo articolo scritto da Ernesto Screpanti per il sito TRANSFORM ITALIA.
LUMEN


<< Recentemente mi è capitato di leggere e ascoltare diverse favole sulla natura sociale e politica della Cina, compresa quella secondo cui si tratterebbe di un socialismo e una democrazia con caratteristiche cinesi. Sono favole fuorvianti che è necessario sfatare, anche se sono pochi quelli che ci credono. (…)

Alcune osservazioni colte e raffinate partono dalla costatazione che la diversità della Cina rispetto al resto del mondo è dovuta alla sua eredità confuciana, e che questa eredità favorirebbe il socialismo. Perché? Perché il confucianesimo esalta i valori collettivi e l’armonia sociale a discapito dell’individualismo.

Effettivamente il confucianesimo favoriva la virtù 'ren', la benevolenza verso i propri simili esercitata in conformità alla collocazione degli individui nella gerarchia politica e famigliare – gerarchia che si sviluppa entro cinque rapporti fondamentali: sovrano-suddito, padre-figlio, marito-moglie, fratello maggiore-fratello minore, amico-amico. Quanto alla struttura sociale come la concepisce il confucianesimo, è basata su una scala dei gradi di perfezione umana.

Gli uomini si dividono in tre gruppi: quelli perfetti, quelli superiori e quelli comuni. Così la collettività si articola in tre strati: l’imperatore con la sua corte, i nobili e la massa popolare. Devo aggiungere altro per far capire perché il confucianesimo fu osteggiato dopo la proclamazione della Repubblica Popolare e fortemente contestato durante la rivoluzione culturale?

Per i comunisti rivoluzionari cinesi il confucianesimo era una religione di stato elitaria, autoritaria e classista. Era la base religiosa del vecchio sistema imperiale, e in quanto tale era accusato di sostenere il rigido ordinamento tradizionale e una morale centrata sull’obbedienza e la deferenza all’autorità. Era visto come uno strumento ideologico usato dalle classi dominanti per giustificare la sottomissione del popolo e perpetuare i rapporti di sfruttamento.

Dunque ci deve fare riflettere il fatto che dopo la morte di Mao e le riforme di Deng Xiaoping il confucianesimo è stato progressivamente riabilitato, fino a essere oggi promosso come parte essenziale dell’identità culturale cinese. Il governo attuale lo usa proprio per sostenere i valori di disciplina e armonia sociale. (…)

Credo che nessuno neghi che in Cina c’è il capitalismo. Non lo negano neanche quelli che sostengono che c’è il socialismo – potenza della logica dialettica! E qui raggiungiamo il massimo di virtuosismo. Sentite questa: “In Cina c’è il capitalismo, ma è usato per aumentare il benessere sociale” – una frase che troverei esilarante, se non fosse agghiacciante.

È agghiacciante perché nella sua apparente semplicità enuncia due postulati che nessun socialista può accettare: 1) che il socialismo di per sé non è in grado di assicurare il benessere sociale, ma ha bisogno del capitalismo per farlo; 2) che il capitalismo è in grado di farlo. (…)

Per capire cos’è il capitalismo di Stato basta Lenin. Il quale prima della rivoluzione aveva teorizzato il capitalismo di stato come forma di potere monopolistico dello stato borghese, dopo la rivoluzione aveva teorizzato la proprietà pubblica come una forma di capitalismo di stato, durante la Nep aveva sostenuto che il capitalismo di stato è più efficiente della piccola produzione privata dispersa e può essere usato per preparare il passaggio al socialismo.

L’argomento centrale è che il capitalismo di stato sarà anche proprietà pubblica, ma è pur sempre capitalismo. Si noti en passant che né Lenin né Stalin hanno mai preteso che in Urss ci fosse il socialismo. Pensavano che ci fosse un’economia in transizione verso il socialismo. (…)

E comunque Marx potrebbe fare due domande molto semplici per capire se la proprietà pubblica è capitalismo o socialismo: ha abolito il lavoro salariato? Garantisce il controllo della produzione da parte dei produttori? Domande che potremmo articolare nelle seguenti: La classe operaia è sfruttata? È oppressa? Ha il potere?

La risposta a queste domande è semplice: in Cina i lavoratori sono assunti dalle imprese con il contratto di lavoro subordinato, che siano imprese private o pubbliche. Le imprese fanno profitti e usano i profitti per valorizzare e accumulare il capitale. Le decisioni d’investimento, di produzione e d’organizzazione del lavoro sono prese dai consigli d’amministrazione non dai consigli di fabbrica. (…)

In Cina c’è un’organizzazione sindacale ufficialmente riconosciuta: la Federazione sindacale di tutta la Cina (All-China Federation of Trade Unions, Acftu). È controllata dal Pcc, che la usa soprattutto per assicurare la stabilità politica e assecondare lo sviluppo economico.

Per dirlo eufemisticamente: “Nello svolgere il suo duplice ruolo di difensore degli interessi dei lavoratori e dello stato l’Acftu spesso manca dell’autonomia necessaria per opporsi alle politiche governative e alle decisioni manageriali che violano i diritti dei lavoratori” (Everycrsreport, 2006).

E neanche le sue strutture di base hanno l’autonomia necessaria per organizzare scioperi e altre azioni industriali a livello locale. Gli operai che danno vita a forme autogestite di rappresentanza e azioni industriali spontanee subiscono arresti e intimidazioni. (…)

Per capire la Cina contemporanea non bisogna dimenticare che la trasformazione e l’accumulazione capitalistiche governate dal Pcc dopo le riforme di Deng non sarebbero state possibili se non in virtù di una vittoria della “linea nera” sulla “linea rossa” nelle lotte degli anni ’70, cioè di una drammatica sconfitta della rivoluzione culturale.

In estrema sintesi: La “linea rossa” sosteneva la centralità della lotta di classe e della mobilitazione di massa, il primato della politica sull’economia, la critica ai differenziali salariali, la lotta contro un’inamovibile oligarchia di partito che aveva occupato lo stato; la “linea nera” invece puntava sulla crescita economica forzata, sull’uso degli incentivi materiali, dei salari diversificati e della disciplina di fabbrica, sulla preminenza del ruolo di esperti e tecnici, sul ritorno a un modello sovietico di pianificazione centralizzata. >>

ERNESTO SCREPANTI

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