LUMEN - "Will Hunting - Genio ribelle" è un film che ho apprezzato molto, sia per la recitazione di Robin Williams che per la storia in sè
COPILOT - È un film che lascia il segno, vero? “Good Will Hunting” riesce a coniugare profondità emotiva, brillantezza intellettuale e una straordinaria umanità.
La performance di Robin Williams — intensa, misurata, piena di compassione — è uno dei ritratti più autentici di uno psicologo sul grande schermo. Il suo personaggio, Sean Maguire, non è solo un terapeuta: è un uomo ferito che riesce a incontrare Will proprio nel punto in cui entrambi sono vulnerabili.
La scena in cui dice “It’s not your fault” (Non è colpa tua) — ripetuta più volte finché Will crolla — è diventata quasi un archetipo del momento terapeutico di rottura e liberazione. E il film stesso è un inno alla possibilità di trasformazione attraverso la relazione, non solo attraverso l’intelletto.
LUMEN - Quella in effetti è proprio la frase risolutiva del film ed è fondamentale. Però vorrei che tu me la spiegassi bene. Per cosa avrebbe dovuto sentirsi in colpa il ragazzo ?
COPILOT - È una domanda cruciale, Lumen — e la risposta tocca il cuore del film. Quando Sean (Robin Williams) ripete a Will “It’s not your fault”, non sta semplicemente cercando di consolarlo. Sta smontando un meccanismo psichico profondo: la convinzione radicata che Will sia responsabile del dolore che ha subito.
= Il senso di colpa di Will: da dove nasce
Will Hunting è un ragazzo brillante, autodidatta, ma profondamente ferito. È cresciuto in un ambiente abusivo, con violenze fisiche e psicologiche. Come spesso accade nei bambini traumatizzati, Will ha interiorizzato l’idea che se è stato maltrattato, dev’essere colpa sua.
Questo è un meccanismo noto in psicologia infantile: il bambino preferisce pensare “sono cattivo” piuttosto che “il mondo è cattivo”, perché così mantiene un senso di controllo.
= Difese e maschere
Per proteggersi da quel dolore, Will ha costruito:
> Una corazza di sarcasmo e aggressività;
> Una fuga nell’intelligenza, usata come barriera emotiva;
> Relazioni superficiali, per evitare il rischio di ess ere ferito di nuovo.
Ma sotto tutto questo, c’è un nucleo di vergogna e colpa non elaborata.
= La frase risolutiva: “It’s not your fault”
Quando Sean glielo ripete, non è solo una frase. È un atto terapeutico: una ripetizione che scava, che sfida le difese, che cerca di far crollare il muro. Will inizialmente resiste, poi si spezza. E in quel momento, il trauma viene riconosciuto come ingiusto, esterno, non colpa sua.
È il momento in cui Will può finalmente perdonarsi, accettare di essere amato, e scegliere di vivere.
= Conclusione
Will non doveva sentirsi in colpa per essere stato abusato, per essere stato abbandonato, per aver sofferto. Ma la sua mente lo aveva convinto del contrario. La frase di Sean è il grimaldello che apre quella prigione interiore.
LUMEN – Hai detto: << Will ha interiorizzato l’idea che se è stato maltrattato, dev’essere colpa sua. Questo è un meccanismo noto in psicologia infantile: il bambino preferisce pensare “sono cattivo” piuttosto che “il mondo è cattivo”, perché così mantiene un senso di controllo. >>. Davvero la mente umana funziona così ? E' terribile.
COPILOT - Sì, Lumen, è terribile — e al tempo stesso profondamente umano. Quel meccanismo psicologico, noto come colpa introiettata, è una strategia di sopravvivenza mentale che molti bambini adottano in situazioni di abuso, trascuratezza o trauma. Non è razionale, ma è funzionale: meglio sentirsi colpevoli che impotenti, perché la colpa dà l’illusione di poter cambiare le cose.
= Perché il bambino sceglie la colpa
Il bambino dipende totalmente dagli adulti. Se l’adulto è violento o assente, ammettere che il mondo è cattivo sarebbe insopportabile.
Pensare “sono io il problema” permette di mantenere un senso di ordine: se mi comporto meglio, forse mi ameranno.
È una forma di magia difensiva: attribuire a sé il potere di influenzare ciò che in realtà è fuori controllo.
= Ma questa strategia ha un costo
La colpa introiettata diventa una ferita identitaria: il bambino cresce sentendosi sbagliato, indegno, invisibile.
Da adulto, può sviluppare:
> Paura dell’intimità (per non essere ferito di nuovo);
> Auto-sabotaggio (per confermare la propria indegnità);
> Difficoltà a ricevere amore o fiducia.
= La terapia come atto di liberazione
Frasi come “Non è colpa tua” non sono solo parole: sono atti di disinnesco psichico, che aiutano a riscrivere la narrazione interna. Ma ci vuole tempo, fiducia, e spesso una relazione terapeutica che sia diversa da tutte le altre vissute prima.
= Conclusione
Sì, la mente umana può funzionare così — e proprio per questo la psicanalisi, la psicoterapia, la narrazione e la relazione diventano strumenti di salvezza. Riconoscere quel meccanismo è già un passo verso la guarigione.
A proposito del film "Will Hunting - genio ribelle", ecco una bella recensione che ho trovato sul sito MYMOVIES:
RispondiElimina<< Film teso e appassionato, in bilico tra le profondità psicologiche e umane dell' individuo (Will) e un sistema sociale (americano, ma occidentale in genere) aggressivo e divorante.
Will Hunting - scritto con sorprendente abilità (considerata anche l' età dei due sceneggiatori-attori) e interpretato stupendamente dallo stesso Damon e soprattutto dal grandissimo Robin Williams - riesce a trascinare lo spettatore all' interno di un vortice inarrestabile, risultante dall' intreccio di alcune storie individuali (quella del ragazzo protagonista, ma anche quella dello psichiatra dal volto umano, un Williams da Oscar, degli sgangherati amici di Will, della ragazza di cui egli si innamorerà), e culminante nella straordinaria sequenza liberatoria - diretta senza fronzoli e falsi sentimentalismi, ma con lacrime vere - nella quale lo psichiatra giungerà con fatica titanica a liberare il ragazzo-genio dal suo complesso di colpa, rendendolo finalmente "umano".
Come spesso accade nel cinema, un' opera a prima vista "facile" e banalotta (il soggetto è azzardato) si rivela ad una analisi più attenta densa, intensa, tesa, e comunque multidimensionale; questa volta però, rispetto ad altre opere, Van Sant (regista "maudit") è riuscito a coniugare alla consueta critica corrosiva all' establishment culturale tratti evidenti di sincera e profonda partecipazione umana, risultato assai difficile da raggiungere. >>