mercoledì 27 dicembre 2017

Omero e il manoscritto

Dal “Diario Minimo” di Umberto Eco, un piccolo pezzo di bravura del professore, che prova ad immaginare il grande Omero alle prese con le idiosincrasie dell’editoria moderna. Paradossale, ma irresistibile. Lumen


Dolenti declinare (rapporti di lettura all'editore).
Omero. Odissea.

 

<< A me personalmente il libro piace. La storia è bella, appassionante, piena di avventure. C'è quel tanto di amore che basta, la fedeltà coniugale e le scappatelle adulterine (buona la figura di Calipso, una vera divoratrice d'uomini), c'è persino il momento "lolitistico" con la ragazzina Nausicaa, in cui l'autore dice e non dice, ma tutto sommato eccita.
 
Ci sono colpi di scena, giganti monocoli, cannibali, e persino un po' di droga, abbastanza per non incorrere nei rigori della legge, perché a quanto ne so il loto non è proibito dal Narcotics Bureau. Le scene finali sono della migliore tradizione western, la scazzottatura è robusta, la scena dell'arco è tenuta da maestro sul filo della suspense.
 
Che dire? si legge di un fiato meglio del primo libro dello stesso autore, troppo statico col suo insistere sull'unità di luogo, noioso per eccesso di avvenimenti – perché alla terza battaglia e al decimo duello il lettore ha già capito il meccanismo. E poi abbiamo visto che la storia di Achille e Patroclo, con quel filo di omosessualità nemmeno troppo latente, ci ha dato grane col pretore di Lodi.
 
In questo secondo libro invece no, tutto marcia che è una meraviglia, persino il tono è più calmo, pensato se non pensoso. E poi il montaggio, il gioco dei flash back, le storie ad incastro... Insomma, alta scuola, questo Omero è veramente molto bravo.
 
Troppo bravo direi... Mi chiedo se sia tutta farina del suo sacco. Certo, certo, scrivendo si migliora (e chissà che il terzo libro non sia addirittura una cannonata), ma quello che mi insospettisce – e in ogni caso mi induce a dare parere negativo – è il caos che ne conseguirà sul piano dei diritti. Ne ho parlato con Eric Linder e ho capito che non ne usciremo facilmente.
 
Anzitutto, l'autore non si trova più. Chi lo aveva conosciuto dice che in ogni caso era una fatica discutere con lui sulle piccole modifiche da apportare al testo, perché è orbo come una talpa, non segue il manoscritto, e dava persino l'impressione di non conoscerlo bene. Citava a memoria, non era sicuro di avere scritto proprio così, dice che la copista aveva interpolato. Lo aveva scritto lui o era solo un prestanome?
 
Sin qui niente di male, l'editing è diventato un'arte e molti libri confezionati direttamente in redazione o scritti a più mani (vedi Fruttero e Lucentini) diventano ottimi affari editoriali.
 
Ma per questo secondo libro le ambiguità sono troppe. Linder dice che i diritti non sono di Omero perché bisogna sentire anche certi aedi eolici che avrebbero una percentuale su alcune parti.
 
Secondo un agente letterario di Chio, i diritti andrebbero a dei rapsodi locali, che praticamente avrebbero fatto un lavoro da "negri", ma non si sa se abbiano registrato il loro lavoro presso la locale società autori. Un agente di Smirne invece dice che i diritti vanno tutti a Omero, tranne che è morto e quindi la città ha diritto a incamerare i proventi. Ma non è la sola città ad avanzare queste pretese.
 
L'impossibilità di stabilire se e quando il nostro uomo sia morto, impedisce di avvalersi della legge del '43 sulle opere pubblicate dopo cinquant'anni dalla morte dell'autore.
 
Ora si fa vivo un tale Callino che pretende di detenere tutti i diritti ma vuole che con l'Odissea si comprino anche La Tebaide, Gli Epigoni e Le Ciprie: e a parte che non valgono gran che, molti dicono che non sono affatto di Omero. E poi, in che collana li mettiamo?
 
Questa gente ormai tira al soldo e ci specula. Ho provato a chiedere una prefazione ad Aristarco di Samotracia, che ha autorità e ci sa anche fare, perché mettesse a posto le cose, ma è peggio che andar di notte: lui vuole addirittura stabilire, all'interno del libro, cosa sia autentico e cosa no, così facciamo l'edizione critica, e ti saluto la tiratura popolare.
 
Allora è meglio lasciare tutto a Ricciardi, che ci mette vent'anni e poi fa una cosina da dodicimila lire e la manda omaggio ai direttori di banca.
 
Insomma, se ci buttiamo nell'avventura entriamo in un ginepraio giuridico che non ne usciamo più, il libro va sotto sequestro ma non è uno di quei sequestri sessuali che poi fanno vendere sottobanco, è sequestro puro e semplice. Magari tra dieci anni te lo compra Mondadori per gli Oscar, ma per intanto i soldi li hai spesi e non sono tornati a casa subito.
 
Mi spiace molto, perché il libro merita. Ma non possiamo metterci a fare anche i poliziotti. Io quindi lascerei perdere. >>

 UMBERTO ECO

mercoledì 20 dicembre 2017

Classe Alfa – 4

Si conclude qui il pezzo del sito Oilproject sulla teoria delle “elites politiche” ed i suoi esponenti. Lumen


(seconda parte)
 
<< L’uso del termine “élite” risale a Vilfredo Pareto, che alcuni anni dopo la pubblicazione degli “Elementi di scienza politica” di Mosca pubblica “Systèmes socialistes” (1902). Inizialmente Pareto non ambisce a elaborare un’analisi del potere politico come quella di Mosca: il suo campo di interesse primario è quello economico. 

Due questioni, tuttavia, lo conducono allo studio politologico, anzi più in generale alla sociologia: l’impossibilità di spiegare, a partire dal modello di azione economica razionale, in primo luogo i comportamenti sociali in generale ed, in secondo luogo, la distribuzione ineguale del potere tra i gruppi in particolare. Pareto affronta la prima questione separando le azioni razionali da quelle non-razionali; la seconda elaborando la sua teoria delle élites. 

La questione dell’irrazionalità dell’agire era un tema di moda nei primi anni del Novecento: oltre all’emergente psicanalisi di Sigmund Freud, le teorie di Gustave Le Bon, George Sorel e prima di loro Marx e Nietzsche rivelavano il ruolo delle emozioni e dell’irrazionalità nella politica. Anche l’economista Pareto si confronta con i limiti della teoria razionale dell’agire e li supera, categorizzando i comportamenti irrazionali come devianti rispetto al modello economico, ma, al contempo, riconoscendo loro una enorme importanza negli effettivi processi sociali. 

Pareto dedica il suo pensiero, non più di economista ma di sociologo, al compito (d’ispirazione illuministica) di elaborare un’analisi “razionale” della componente dell’agire umano rappresentata dalle azioni irrazionali, che non sono orientate da conoscenze simili a quelle proprie delle scienze logico-sperimentali. 

Le azioni irrazionali generalmente esprimono una visione fallace del rapporto tra i mezzi e i fini dell’agire, anche se generalmente gli uomini le giustificano e le rielaborano tramite ragionamenti più o meno espliciti (che Pareto chiama “derivazioni”). Le derivazioni sono estremamente variate, ma una loro analisi permette di individuare, dietro quella varietà, alcune classi di “residui” che costituiscono invece i moventi autentici (anche se spesso non consapevoli o confessati) dell’agire. (…) 

Pareto esplora questo fenomeno non solo nell’ambito, per quanto importante, del potere politico, ma più in generale dalla marcata e inevitabile diseguaglianza che caratterizza tutti gli ambiti sociali significativi, tra la minoranza dominante, costituita dalle élite, e la maggioranza dominata. L’esercizio del potere è, in altre parole, fondato sullo sfruttamento di sentimenti e atteggiamenti irrazionali – magici, rituali, non logici – da parte di minoranze dotate di abilità superiori. 

A tal proposito la teoria di Pareto si discosta da quella della classe politica di Mosca. Nella concezione antropologica da cui prende avvio la teoria paretiana, la diversità degli individui non è data dalla loro organizzazione, ma da un dato naturale che si rispecchia nella loro posizione sociale. 

In tutti i campi e in tutte le situazioni storiche esistono, allora, gerarchie sociali al vertice delle quali stanno le élite, cioè coloro che dimostrano, attraverso il loro successo, le loro superiori capacità nei rispettivi campi di attività. È anche per questo che generalmente si forma una distinzione fra élite le politiche, quelle economiche e quelle intellettuali. Le élite governanti, inoltre, si distinguono in “volpi” e “leoni”, a seconda che utilizzino il consenso o la forza per esercitare il potere. 

Benché il dominio dei pochi sui molti sia una realtà politica immodificabile, le élites devono rinnovarsi per poter conservare il potere. La regola della “circolazione delle élites”, secondo cui le classi elette devono alternarsi o modificarsi internamente ammettendo l’ingresso di elementi delle classi dominate, permette alla società di mantenere un equilibrio dinamico e di non andare incontro a un processo di decadenza. 

Questo principio svolge un ruolo centrale nell’intera dinamica storica; secondo Pareto, infatti, la storia tutta intera può essere considerata come un “cimitero di aristocrazie”. 

Robert Michels rielabora in modo originale la teoria della classe politica di Mosca conducendo uno studio empirico esemplare sulle strutture organizzative di partiti e sindacati, nonché (come risulta da molteplici studi successivi) su altre organizzazioni “volontarie”. Amico e allievo di Max Weber, con cui scambia una fitta corrispondenza, egli rivela i meccanismi che trasformano qualsiasi organizzazione in una macchina burocratica al servizio delle finalità del gruppo dirigente. 

Per testare la sua ipotesi, secondo cui l’organizzazione crea fatalmente l’oligarchia – la cosiddetta “legge ferrea dell’oligarchia” –, lo studioso di Colonia analizza uno dei più famosi e grandi partiti socialdemocratici europei, la SPD tedesca. È significativa la sua scelta, sia perché Michels all’inizio della sua carriera, è un attivo militante di quel partito, sia per la dottrina egualitaria che caratterizza l’SPD. 

Nella sua “Sociologia del partito politico” (1911) Michels dimostra la sua tesi secondo la quale “chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia”, indicando le ragioni di questo complesso fenomeno e delineando le fasi del processo in cui avvengono l’instaurazione e il consolidamento dell’élite dirigente. La necessità di ricorrere all’organizzazione, insieme con la particolare “psicologia delle masse” e la psicologia dei leaders politici, determina il processo di trasformazione del partito in una struttura verticistica, nella quale pochi comandano sulla maggioranza. 

L’organizzazione [però] muta la sua funzione solo gradualmente. Nella prima fase la canalizzazione e definizione degli interessi degli elettori dà origine alla formazione di un’élite interna, la quale, in un secondo momento, si articola selezionando un corpo più o meno ampio di personale amministrativo, e assegnandogli compiti e risorse che progressivamente lo distingue dai politici eletti dalla base. 

Questo processo di burocratizzazione e la formazione di un gruppo dirigente inamovibile, che si appropria della delega conferita dagli elettori e gestisce le risorse materiali e simboliche del partito, conducono alla terza fase della trasformazione. In essa il gruppo dirigente si isola dagli elettori e conduce il partito a deviare dai propri scopi: sostituzione dei fini. 

A questo punto l’effettiva finalità del Partito (SPD), per quanto mascherata dal richiamo retorico al suo messaggio ideologico, è la realizzazione non più degli interessi dei suoi membri, bensì di quelli dell’élite gelosa del proprio potere. In questo modo “l’organizzazione, da mezzo per raggiungere uno scopo, diviene fine a se stessa. L’organo finisce per prevalere sull’organismo [...] Suprema legge del partito diviene la tendenza a eliminare tutto ciò che potrebbe fermare il meccanismo e minacciare così la sua forma esteriore, l’organizzazione”. 

Insomma, anche un partito rivoluzionario e fondato idealmente sulla partecipazione dei militanti si trasforma in una grande macchina burocratica, il cui scopo è la conservazione e l’accrescimento del potere del suo gruppo dominante. >>
 

(Link:http://www.oilproject.org/lezione/politica-classi-sociali-ed-elite-19764.html)

mercoledì 13 dicembre 2017

Classe Alfa – 3

Torno a parlare della “teoria delle elites politiche” – dopo i 2 post dedicati a Michels - con questo lungo articolo che traccia una panoramica d’assieme di questa scuola di pensiero, con riferimento a tutti i suoi tre principali esponenti: Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e, appunto, Robert Michels. Il testo, chiaro ed interessante, è tratto dal sito Oilproject. Lumen  


(prima parte)  

<< Emersa sul finire dell’Ottocento, la cosiddetta “teoria delle élites” ottenne una certa risonanza nel dibattito scientifico e pubblico, per poi giungere a imporsi in modo rilevante nel secolo successivo.

Secondo tale teoria, l’analisi scientifica di tutte le società rivela un fenomeno fondamentale per quanto generalmente ignorato o giustificato ideologicamente: entro ogni società, una minoranza, comunemente assai piccola ma organizzata, esercita il proprio dominio sul resto della popolazione, derivando dalla subordinazione di questa m tutti i privilegi di cui gode.

La teoria viene espressamente formulata per la prima volta nel 1896 a proposito dei rapporti politici – con riferimento ad autori del passato, a partire da Machiavelli – da uno studioso italiano: Gaetano Mosca nei suoi ‘Elementi di scienza politica’ (1896). In seguito, essa viene variamente ampliata e elaborata da un altro italiano, l’economista Vilfredo Pareto e da Robert Michels, studioso tedesco a lungo attivo in Italia.
Gli “elitisti” sono accomunati dall’intento di rivelare una realtà “effettuale” (per riprendere un’espressione di Machiavelli), che la stessa minoranza dominante nasconde e giustifica nel nome di principi e valori che evocano il consenso anche della maggioranza dominata. Si impegnano particolarmente nella critica di due ideologie contemporanee.

 Per la prima, le istituzioni liberal-democratiche (a cominciare dalla rappresentanza parlamentare) escludono che anche in società moderne abbia luogo il dominio della minoranza sulla maggioranza. L’ideologia socialista a sua volta critica quella liberale, ma argomenta che la vittoriosa lotta della classe operaia contro l’ordine esistente ne produrrà uno nuovo, caratterizzato dall’eguaglianza universale e privato da ogni rapporto di dominio.
 
Lo scetticismo degli elitisti nei confronti di tali teorie politiche deve essere inquadrato nell’ambito delle trasformazioni del contesto europeo alla fine dell’Ottocento. La rapida diffusione delle idee socialiste tra le masse urbanizzate di operai industriali, divenute sempre più numerose e organizzate, l’allargamento del suffragio e la crescita del capitalismo internazionale conducono a un’esacerbata conflittualità politica in Europa.

Le basi su cui si fonda lo stato liberale e le monarchie ottocentesche si sgretolano. L’emergere delle masse come protagoniste della vita politica provoca un radicale cambiamento nell’equilibrio delle istituzioni. Da allora la politica si svolge prevalentemente fuori dai parlamenti: nelle piazze dove si radunano le masse, nelle fabbriche dove si organizzano gli scioperi e le serrate, e nelle organizzazioni di partito, in cui vengono selezionati i leader e i temi per le campagne politiche.
 

Gli elitisti italiani, il liberale Gaetano Mosca e il liberista e poi fascista Vilfredo Pareto, risentono del clima di crisi che serpeggia nell’Italia di fine secolo: essi condividono un sentimento di scetticismo riguardo sia alla democrazia, sia al socialismo. Al contrario l’elaborazione teorica di Robert Michels (1876-1936) emerge dal terreno della militanza e poi della delusione politica all’interno del Partito socialista europeo più forte e organizzato: il Partito Social Democratico tedesco (SPD).
 
La teoria delle élites ha avuto e ha un ruolo fondamentale nelle scienze politologiche sia da un punto di vista metodologico, sia nell’ambito della critica delle ideologie. Sono notevoli gli spunti che essa ha fornito agli studi della scienza politica e della sociologia delle organizzazioni. Inoltre, secondo Bobbio, essa “contribuisce tuttora a scoprire e mettere a nudo la finzione della ‘democrazia manipolata’”.

 La teoria della classe di governo è esplicitamente fondata da Gaetano Mosca nel 1896 sull’osservazione che “fra le tendenze e i fatti costanti, che si trovano in tutti gli organismi politici, uno ve n’è la cui evidenza può essere facilmente a tutti manifesta: in tutte le società [… ] esistono due classi di persone: quella dei governati e quella dei governanti” (…). La ragione del dominio dei pochi sulle maggioranze risiede nella loro capacità di organizzazione e cioè nell’abilità di formare un gruppo che sia più o meno internamente coeso.
 
Mosca distingue nettamente il suo approccio scientifico realistico da quello proprio delle teorie e ideologie a lui contemporanee. In altre parole, decreta l’inadeguatezza delle dottrine politiche democratiche e socialiste e delle teorizzazioni sulle forme di governo a descrivere i modi effettivi di esercizio del potere, e cioè a descrivere la struttura oligarchica di qualsiasi sistema politico. I precursori di tale approccio sono indicati esclusivamente in Machiavelli, Saint-Simon, Comte, Marx ed Engels e Hyppolite Taine.

 Mosca definisce generalmente il principio organizzativo come il criterio decisivo per la costituzione della classe politica e per il suo dominio, ma non chiarisce le relazioni di potere fra i diversi ambiti di azione, e cioè fra l’economia, la politica e la cultura. L’organizzazione è pertanto un principio interno che regola la costituzione della classe politica, mentre il modo in cui essa esercita il suo potere “all’esterno” è individuato nell’elaborazione delle “formule politiche”.
 
Queste ultime legittimano la classe dominante, permettendole di economizzare l’uso della forza e far leva sul consenso della maggioranza. Le formule politiche non sono, però, mere mistificazioni, ma rispondono a un bisogno insito nell’uomo ed esprimono i valori fondamentali su cui si basa la società.

 Mosca, malgrado la sua idea dell’ineluttabilità del principio oligarchico, prende sul serio la distinzione tra “classi politiche autocratiche”, legittimate dal principio secondo cui il potere procede dall’alto della società e [quindi] chiuse, e “classi politiche liberali”, legittimate dal basso e relativamente aperte. Queste ultime sono proprie degli assetti e processi politici moderni e li rendono ampiamente preferibili come risposta al problema del reclutamento dell’élite dominante. 

Tale valutazione, tuttavia, non contraddice la tesi centrale del pensiero elitista. La classificazione di vari regimi in base alla loro apertura permette al liberale Mosca di sottrarsi a una concezione esclusivamente pessimistica del governo liberale e di reinserire nel suo modello teorico una differenziazione più articolata per descrivere i modi di esercizio del potere. >>

 (continua)  


(Link:http://www.oilproject.org/lezione/politica-classi-sociali-ed-elite-19764.html)


mercoledì 6 dicembre 2017

Il figlio dell'uomo

Ma l’uomo è davvero il figlio (prediletto) di Dio, come affermano le religioni, o non è piuttosto “dio” (o meglio il suo concetto) ad essere figlio dell’uomo ? 
I biologi evoluzionisti non hanno molti dubbi al riguardo e l’antropologo Pascal Boyer ha scritto, sull’argomento, un libro molto interessante, intitolato proprio “E l’uomo creò gli dei. Come spiegare la religione”. 
Riporto qui di seguito la recensione dell’editore (Odoya) ed, a seguire, un breve estratto del testo. Lumen  


<< In questo libro fondamentale, tradotto per la prima volta in italiano, Boyer spiega come gli esseri umani abbiano formato i loro concetti religiosi e i motivi della loro diffusione culturale. 
Con un approccio che unisce antropologia culturale, scienze cognitive, psicologia e biologia evoluzionista, l'autore giunge a una spiegazione naturalista della religione senza tralasciare nessun aspetto: il sovrannaturale, gli spiriti e gli dèi, il rapporto tra religione, morale e sentimenti negativi, il culto dei morti, l'importanza dei rituali, la formulazione di dottrine e l'esclusione dei non aderenti dal tessuto sociale. 
Attraverso esempi provenienti dalle civiltà di tutto il mondo, Boyer cerca di dimostrare la sua ipotesi secondo cui le credenze religiose esisterebbero a prescindere dall'utilità che esse conservano storicamente nei fenomeni di coesione sociale e in quelli della trasmissione culturale.
Le forme di credenza, molto più semplicemente, appartengono a un insieme di sistemi concettuali alla base degli stessi processi cognitivi grazie ai quali il nostro cervello si è evoluto nel corso dei millenni. 
Da questo punto di vista, la religione smette gli abiti dell'oggetto di devozione per essere finalmente indagato nelle sue ragioni evolutive e nelle sue potenzialità pervasive di influenza sulle comunità umane. >>  


<< Come si può spiegare una cosa così variabile (la religione) ricorrendo a una cosa che è uguale dappertutto (il cervello) ? Per capire come ciò sia possibile, occorre prima di tutto descrivere esattamente come funziona la mente, ossia come il cervello organizza ed elabora le informazioni.
 
Per molto tempo, il cervello è stato considerato un organo abbastanza semplice, visto come un ampio spazio vergine riempito poco a poco da educazione, cultura ed esperienze personali. Ma questa visione del cervello non è mai stata molto plausibile.
 
La nostra mente non è predisposta all’acquisizione di qualunque tipo di nozione purché sia “parte della cultura”. Non ci limitiamo solo ad “apprendere ciò che c’è nell’ambiente”, nessuna mente al mondo è in grado di apprendere alcunché se non dispone di un apparato mentale di base sofisticatissimo che le permetta di identificare le informazioni pertinenti al proprio ambiente.
 
Le menti umane hanno questa predisposizione perché la selezione naturale ci ha dotati di un tipo di mente particolare. Essa essendo predisposta alla comprensione di alcuni concetti ha un’inclinazione naturale anche per le varianti dei concetti in questione. Ciò significa che ogni essere umano può agevolmente acquisire un dato ventaglio di concetti religiosi e comunicarli ad altri.
 
Tutte le teorie sull’origine della religione sono riconducibili a una delle seguenti ipotesi: le menti umane sono assetate di spiegazioni; il cuore umano ha bisogno di consolazione; l’intelletto umano è incline all’illusione.
 
La religione fornisce spiegazioni. 
1--Essa è stata creata per spiegare fenomeni naturali misteriosi. Qual è la causa dei temporali, tuoni, inondazioni e siccità? Gli dei e gli spiriti assolvono questa funzione esplicativa.
 
2--E’ stata creata per spiegare fenomeni mentali misteriosi. I sogni e la sensazione che i morti siano intorno a noi sono tutti fenomeni difficili da spiegare in modo soddisfacente, ricorrendo a normali concetti. La nozione di spirito può renderne conto perché essi sono entità incorporee con le sembianze di persone viste in sogno o nelle allucinazioni
 
3--La religione spiega l’origine delle cose. Il mondo nel suo insieme nasce da un Dio increato
 
4--La religione spiega il male e la sofferenza. Perché esistono il male e la sofferenza in generale? I concetti di destino, Dio, demoni e antenati forniscono una risposta, ci spiegano come e perché il male è apparso sulla terra.
 
La religione dà conforto.
La psiche umana sembra progettata per avere bisogno della rassicurazione e del conforto che le idee soprannaturali sembrano offrire. Di seguito due possibili versioni di questa diffusa convinzione:
 
5--Le spiegazioni proposte dalla religione rendono la mortalità meno insopportabile. Noi esseri umani possiamo essere considerati gli unici ad avere la consapevolezza che, accada quel che accada, moriremo. A questa angoscia, molti sistemi religiosi sembrano offrire un palliativo.
 
6--La religione allevia l’angoscia e contribuisce a rendere il mondo meno angosciante. I concetti religiosi alleviano l’angoscia fornendo un contesto in cui la natura dell’esistenza viene sia spiegata sia compensata dalla promessa di una vita migliore o della salvezza.
 
La religione è una cosa buona per la società. 
La religione molto spesso regola la vita sociale. Il comportamento delle persone è fortemente influenzato dalle nozioni relative all’esistenza e ai poteri di antenati, divinità o spiriti. Deve perciò esserci un collegamento tra vita sociale e concetti religiosi.
 
7--La religione cementa i gruppi sociali. Come affermò Voltaire “se Dio non esistesse bisognerebbe inventarlo”. I gruppi sociali si sgretolerebbero se i rispettivi membri non condividessero quella serie di credenze che li mantiene uniti e che permette ai gruppi sociali di funzionare come insiemi organici.
 
8--La religione è stata inventata solo per perpetuare un dato ordine sociale. Le credenze religiose esistono per convincere i popoli oppressi che non è possibile migliorare il loro destino e che non resta niente di meglio da fare che aspettare la ricompensa promessa che si riceverà in un altro modo.
 
9--La religione fonda la morale. Nessun tipo di società può funzionare in assenza di regole morali che siano condivise da tutti i componenti.
 
La religione come illusione della religione. 
10--Gli individui sono superstiziosi e crederebbero a qualsiasi cosa. Gli individui sono inclini per natura a credere a ogni tipo di storie su fenomeni strani.
 
11--I concetti religiosi sono inconfutabili. Infatti descrivono invariabilmente processi e agenti la cui esistenza non potrebbe mai essere verificata sicché finiscono col non essere mai confutate. In assenza di prove contro la fondatezza della maggior parte delle nozioni religiose, gli individui non hanno ragioni plausibili per smettere di credervi.
 
12--Confutare è più difficile che credere. Le credenze e i concetti religiosi che ognuno di noi ha sono stati acquisiti da altri.
 
La religione ci viene trasmessa dagli altri membri del gruppo sociale di appartenenza. Inoltre, non esiste un unico modo di acquisire tutto ciò che serve a renderci membri componenti di una data cultura, ma esiste una pluralità di modi per acquisire l’informazione culturale perché le disposizioni del cervello umano per l’apprendimento si differenziano a seconda dell’ambito culturale. >> 

PASCAL BOYER


(Link: https://www.docsity.com/it/e-l-uomo-creo-gli-dei-pascal-boyer/727826/)

mercoledì 29 novembre 2017

L’elmo di Scipio

L’Italia unita, come noto, nacque da una serie di guerre e di battaglie (le famose guerre d’indipendenza), ma le virtù belliche degli italiani erano e rimanevano molto modeste. Ce ne parla lo storico Giordano Bruno Guerri, in questo breve passo tratto da un suo libro. Lumen


<< Il nuovo Regno d'Italia usciva dalle tre guerre d' indipendenza (nelle quali morirono «appena» 6000 uomini) con una totale mancanza di prestigio militare. I comandanti si erano rivelati divisi e incompetenti, le truppe indisciplinate e poco sensibili ai grandi appelli del patriottismo. Non era una novità.

Gli italiani avevano avuto la loro prima coscrizione obbligatoria sotto Napoleone, e non l'avevano presa bene: le diserzioni, gli imboscamenti, le richieste di esonero per i più svariati motivi erano stati moltissimi, e non si trattava solo di scarso entusiasmo per l'esercito straniero. Fino ad allora solo nel Regno di Napoli e in quello di Piemonte c'era una tradizione marziale e gli italiani non amavano il servizio militare, inteso appunto come servizio allo Stato, entità misteriosa ed estranea.
 
Di questo atteggiamento si videro gli effetti durante il Risorgimento e dopo, nelle tragiche battaglie coloniali di fine secolo e nella guerra di Libia del 1911 : «Ho sempre dovuto falsificare i bollettini degli scontri in Libia», confidò privatamente Giolitti, «per non dimostrare che si vinceva solo quando si era in dieci contro uno». Giolitti disse anche che «per due generazioni nelle famiglie italiane non si sono avviati alla carriera militate che i ragazzi di cui non si sapeva che cosa fare, i discoli e i deficienti».
 
Era in gran parte vero: per la borghesia e la nobiltà l'esercito aveva sostituito la Chiesa come sistemazione sicura e prestigiosa, ma non impegnativa. Gli ufficiali tendevano a considerare la vita militare una elegante sinecura o al più un servizio da svolgere burocraticamente, senza passione, come molti sacerdoti fino a tutto il Settecento.
 
Un altro grave problema era il disprezzo reciproco fra gli alti gradi militari e il mondo politico, che si vantavano di non sapere niente l'uno dell'altro, per «non contaminarsi». La prima guerra mondiale fece risaltare questa tragica divisione, e l'altra ancora più grave tra ufficiali e popolo.
 
Chiamati per la prima volta alla leva di massa e a un grande sforzo collettivo, gli italiani mostrarono tutta la loro debolezza militare: alle deficienze organizzative e alla mancanza di armamenti moderni e di rifornimenti si aggiunse lo scarso entusiasmo dei soldati nel battersi per uno Stato che veniva identificato con «i padroni».
 
Gli episodi di valore individuale e collettivo (poi enfatizzati fino alla nausea nella storia patria) non mancarono mai, però gli italiani hanno confermato in ogni conflitto la loro antica fama di mediocrissimi guerrieri. L'italiano è negato per la guerra, e lo si potrebbe finalmente ammettere, oggi che un lungo periodo di pace e il progresso della ragione permettono di non considerare più le guerre come un esercizio ammirevole e virile.
 
Ma, curiosamente, il valore militare viene ancora considerato patrimonio prezioso dell'onore nazionale. Grava su di noi il giudizio, tante volte ripetuto nei secoli dagli stranieri, che gli italiani «non si battono», e se lo fanno non ne sono capaci. E se avessero ragione loro?
 
Non che gli italiani siano vili o deboli - per carità - o incapaci di sacrifici, tutt'altro. La guerra però richiede organizzazione, disciplina, solidarietà. Richiede anche ferocia, fede in un ideale di Stato, certezza cieca di avere ragione e genuina capacità di odio verso altri popoli: tutte caratteristiche - buone e cattive - che ci mancano.
 
Il fenomeno ha origini antiche, si potrebbe addirittura partire dall'editto con il quale Caracalla, nel 212 e.v., affidava ai barbari la difesa della penisola. E i barbari sottomisero l'Italia.
 
La successiva civiltà comunale, se sviluppò straordinari fenomeni di cultura ed economia, non era la più idonea a creare lo spirito cavalleresco dell'onore e del sacrificio tipico delle società feudali. Per combattere, umile lavoro da barbari, Comuni e Signorie arruolavano mercenari stranieri: tutto sommato, era meglio delegare ad altri la morte in battaglia.
 
Questo atteggiamento, di per sé lodevole, nasceva da una totale mancanza di senso della collettività e la aumentava. Già Machiavelli sosteneva che solo chi sa essere un buon soldato può essere anche un buon cittadino: oggi è più giusto dire che solo un buon cittadino può essere anche un buon soldato; ma il risultato non cambia.
 
Alla mancanza di senso dello Stato si aggiunse il particolare rapporto italiani-Chiesa. Non si può dire che la Chiesa non abbia mai menato le mani (anzi fu una delle sue attività prevalenti fra il IX e il XVI secolo), però anche il papato preferiva ricorrere all'appoggio di eserciti stranieri o di mercenari.

Nel Medioevo ci fu una diatriba interminabile per decidere se la Chiesa, portatrice evangelica di pace, potesse fare o approvare guerre. Si decise che c'erano guerre «giuste» e guerre «ingiuste». Erano guerre giuste quelle approvate dal papa, ingiuste tutte le altre. Per il resto il clero diffondeva gli insegnamenti del Vangelo: uccidere non è bene; meglio porgere l'altra guancia e perdonare.
 
Fu un'educazione alla mitezza costante e idealmente meritoria, ma poco pratica in secoli nei quali la fortuna dei cittadini e degli Stati si otteneva con le armi. Per la Chiesa tutte le guerre risorgimentali furono «ingiuste». Ne derivò la mancata partecipazione al Risorgimento di tanti cattolici, l'incertezza di altri. >>

 GIORDANO BRUNO GUERRI

mercoledì 22 novembre 2017

Sogni d'oro

Il post di oggi è dedicato al sonno ed alla sua funzione, uno dei misteri scientifici più affascinanti, che continua ad impegnare strenuamente gli antropologi (ed i biologi in generale). 
In termini tecnici, il sonno può essere definito come “una temporanea, reversibile e alternante sospensione dei processi percettivi coscienti con la persistenza, a livello ridotto, degli automatismi che presiedono alla vita vegetativa”. 
Gli stadi fondamentali del sonno sono 4: leggero, medio, profondo e “paradosso”, così definito perché molto più somigliante allo stato di veglia che non a quello del sonno profondo. 
Il sonno paradosso prevede movimenti oculari rapidi (c.d. fase REM: Rapid Eye Movement) ed indica nell’uomo (ma anche in alcuni animali) lo svolgimento della fase onirica, ovvero del sogno.
Questa fase, che si ripete ad intervalli diverse volte lungo il periodo del sonno, riveste un ruolo essenziale sul benessere e sull’equilibrio psichico della persona, ed è oggetto di studi molto approfonditi da parte dei neuro-scienziati. 
Il pezzo che segue, tratto dal sito della rivista “Focus”, ci racconta le ultime novità sull’argomento.
LUMEN 

 
<< Dimenticare: [ecco] lo scopo del sonno. Dormire è il prezzo che paghiamo per avere un cervello plastico e in grado di imparare nuove cose ogni giorno: la conferma in uno studio quadriennale compiuto sui topi.
 
Di giorno le sinapsi, ossia i punti di contatto tra i neuroni, sono rafforzate da stimoli che ne aumentano numero e volume: facciamo nuove esperienze, accumuliamo ricordi e competenze. Di notte, parte di questo groviglio si disfa: le sinapsi si assottigliano di circa il 20%, i ricordi inutili sono eliminati e si fa posto a quelli del giorno che verrà.
 
La conferma del fatto che il sonno è essenziale per "fare pulizia" nella memoria umana arriva da uno studio quadriennale pubblicato su Science. La ricerca di Chiara Cirelli e Giulio Tononi, che si occupano di ricerca sul sonno presso il Wisconsin Center for Sleep and Consciousness (USA), supporta la teoria della omeostasi sinaptica, secondo la quale il sonno servirebbe a mantenere un equilibrio funzionale tra le sinapsi.
 
Quando una connessione cerebrale è ripetutamente stimolata durante la veglia, si rafforza e cresce: quella traccia di memoria si consolida, ma questa espansione deve essere a un certo punto bilanciata per evitare una saturazione dei ricordi possibili. Il processo di smaltimento può avvenire nel sonno, quando prestiamo meno attenzione al mondo esterno.
 
Per misurare i cambiamenti nelle dimensioni delle sinapsi tra il sonno e la veglia i ricercatori sono ricorsi a una tecnica chiamata microscopia elettronica in 3D. Per 4 anni hanno analizzato due aree della corteccia cerebrale di una popolazione di topi, ricostruendo 6.920 sinapsi e misurandone le dimensioni. (…)
 
Al termine della sperimentazione, quando hanno messo in relazione le misurazioni al numero di ore di riposo, gli scienziati hanno visto che un sonno di 6-8 ore era in grado di assottigliare le dimensioni delle sinapsi del 18%, in entrambe le aree analizzate e in modo proporzionale alle dimensioni delle connessioni. 

Il processo ha riguardato l'80% delle sinapsi e ha risparmiato le più grosse, coincidenti forse con i ricordi più stabili. Trasferendo il discorso all'uomo, significherebbe che ogni notte trilioni (migliaia di miliardi) di sinapsi si riducono del 20%, per lasciare spazio bianco ai nuovi ricordi.


P.S. - Il sonno perso peggiora l’umore, rallenta il pensiero, diminuisce la memoria, rende più ansiosi. 
C’è una lunga lista di conseguenze negative attribuibili alla mancanza di sonno. 
Per rendere al meglio e stare meglio, l’unica è rendersi conto che il nostro corpo ha bisogno del riposo necessario. 
Dal momento che la maggior parte di noi non può alzarsi quando vuole, l’unica soluzione è andare a letto prima la sera. 
Cosa più facile a dirsi che a farsi. 
Spesso le ore prima di coricarsi sono le uniche che possiamo dedicare a noi stessi o a fare cose per cui non c’è altro tempo durante la giornata. >>
 
FOCUS


(Link:https://www.focus.it/comportamento/psicologia/dimenticare-lo-scopo-del-sonno)

mercoledì 15 novembre 2017

Come nasce una Costituzione

La Costituzione della Repubblica Italiana, come ci raccontano i libri di storia, venne approvata dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, fu promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre ed entrò in vigore il 1º gennaio 1948. 
La sua gestazione, però, fu difficile e complicata, ed il risultato finale, per molti aspetti, criticabile. Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull’argomento del grande storico e giornalista Indro Montanelli.
Lumen 


<< Questa Costituzione porta male gli anni da quando aveva un giorno, perché fu subito chiaro quali erano i suoi difetti. Del resto furono anche denunciati da uomini come, per esempio, Calamandrei, o come Mario Paggi.

I difetti furono soprattutto due.  

Il primo difetto fu di ripartizione dei lavori. La Costituente era formata da 600 membri eletti di passaggio. Voglio [far] notare che quella fu la prima elezione che si tenne in Italia – per la Costituente, non per il Parlamento – ma dove ci fu lo spiegamento dei partiti. Ogni partito portò i suoi candidati, cioè dei giuristi che facevano capo alla propria ideologia.

Bene, in quella prima elezione il 35% dei voti andò ai democristiani, il 21% andò ai socialisti di Nenni, il 19% ai comunisti. Quindi in quel momento... non c'era ancora il Fronte ma in quel momento i socialisti facevano premio sui comunisti. Erano di poco, ma un po' più forti dei comunisti. [...]
 
Questi 600 costituenti non potevano lavorare tutti insieme, era impossibile mandare avanti 600 persone a dibattere all'infinto le stesse cose, e allora i lavori furono devoluti a una commissione che si chiamò la Commissione dei Settantacinque, perché erano 75 membri della Costituente che venivano incaricati per le loro competenze specifiche di redigere il testo. 

 Ma anche 75 erano troppi, e allora anche i 75 si frazionarono in sotto-commissioni, ognuna delle quali lavorò per conto suo. Non ci fu un piano di insieme. Non fu un vero lavoro collettivo. Calamandrei lo disse subito: «Noi stiamo montando una macchina, che magari pezzo per pezzo sarà anche ben fatta, ma le cui giunture non coincidono con le giunture di altri pezzi». [...]
 
Fu lasciata così perché nessuno volle rinunziare al proprio elaborato, e questo è tipico degli italiani.
 
Il secondo motivo che rese questa Costituzione veramente impalatabile e nociva per il regime che ne doveva nascere, fu che i nostri costituenti partirono dal punto di vista opposto a quello da cui sarebbero partiti i costituenti tedeschi quando la Germania fu libera di elaborare una sua Costituzione. 

 Da che cosa partirono i costituenti tedeschi? Da questo ragionamento: il nazismo fu il frutto della Repubblica di Weimar. Cos'era la Repubblica di Weimar? Era l'impotenza del potere esecutivo, cioè del Governo. [...] La Germania rimase nel disordine, nel caos, nella Babele dei partiti che non riuscivano a trovare mai delle maggioranze stabili, quindi dei governi efficaci. Ecco perché Hitler vinse, perché il nazismo vinse.
 
I costituenti nostri partirono dal presupposto contrario, cioè dissero: «Cos'era il fascismo? Il fascismo era il premio dato a un potere esecutivo che governava senza i partiti, senza controlli eccetera. Quindi noi dobbiamo esautorare completamente il potere esecutivo, [negando] la possibilità di dare ai governi una stabilità, eccetera».

Per rifare che cosa? Weimar.
 

Cioè, mentre i tedeschi partivano dalla negazione di Weimar, noi arrivavamo [a Weimar] senza dirlo. Nessuno lo disse, ma questo fu il risultato. [...]
 
Non fu possibile nemmeno introdurre quella solita linea di sbarramento che invece fu introdotta in Germania, per cui i partiti che non raggiungevano non ricordo se il 5 o il 3%, non avevano diritto a una rappresentanza. No, tutti i partiti dovevano esserci e tutti avevano un potere di ricatto sulle maggioranze, che erano per forza di cose di coalizioni.

 Gli italiani non imparano niente dalla Storia, anche perché non la sanno. Non la amano, non la leggono, non se ne interessano, ma questo [fanno] anche le classi dirigenti: sono uguali, intendiamoci. (…)

Tutte le volte che si diceva «Ma qui bisogna restituire un po' di autorità al potere esecutivo, bisogna mettere i governi in condizione di governare» si diceva: «Fascista! Fascista!». Con questo ricatto qui abbiamo fatto le più grosse scempiaggini che si potesse immaginare. >>

 INDRO MONTANELLI

mercoledì 8 novembre 2017

A Sua immagine

Il vero aspetto fisico di Gesù Cristo, ovviamente, nessuno lo può conoscere. La sua attuale immagine iconografica, invece, è ben viva nella mente di tutti.
Ecco un breve excursus di Federica Senigagliesi sulla nascita e l’evoluzione di questa immagine. Lumen


<< A Roma, nelle Catacombe di Commodilla del IV secolo e.v., (…) compare una delle prime immagini del volto di Gesù. Racchiuso tra un'Alfa e un'Omega ("Io sono l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine", libro dell'Apocalisse, 22:13), ecco rappresentato il volto che ha segnato l'iconografia cristiana occidentale: il busto di un uomo con capelli lunghi e barba folta.

Per noi contemporanei, questa è un'immagine familiare, automatica, dogmatica: come potrebbe essere il volto di Gesù, se non così?

Quella di Commodilla [però] non è una soluzione figurativa di qualche artista particolarmente ispirato, bensì ricalca la descrizione presente in un testo apocrifo di un funzionario romano in Giudea, tale Lentulo, all'epoca della predicazione del Nazareno.

Lentulo scrive in maniera precisa e dettagliata: "E' un uomo dalla statura alta, ben proporzionata, dallo sguardo improntato a severità. I suoi capelli hanno i colori delle noci di Sorrento molto mature e discendono dritti quasi fino alle orecchie, dalle orecchie in poi sono increspati e a ricci alquanto più chiari e lucenti ondeggianti sulle spalle. La sua fronte è liscia e serenissima, il suo viso non ha né rughe né macchie ed è abbellito da un rossore. Il naso e la bocca sono perfettamente regolari. Ha la barba abbondante, dello stesso colore dei capelli: non è lunga e sul mento è biforcuta. Il suo aspetto è semplice e maturo. I suoi occhi sono azzurri, vivaci e brillanti".
 
Questo "Gesù barbuto" dall'aria seria e ieratica, si imporrà sempre di più nella cristianità fino, appunto, a diventarne l'icona definitiva. Ma il percorso e le ragioni che hanno determinato questa scelta si dipanano lungo i secoli e le vicende storiche che hanno fatto del Cristianesimo una delle religioni monoteistiche più diffuse al mondo. 

Alle origini, il linguaggio figurativo delle prime sette cristiane – che professavano il culto di nascosto, poiché gli appartenenti erano perseguitati con la condanna a morte - si affida ai simboli, proprio perchè deve restare comprensibile solo agli adepti. Cristo viene quindi espresso tramite il monogramma greco XP, o con l'uso di metafore (ad esempio, quella del pesce o dell'agnello).
 
Dopo il 313, anno dell'editto di Milano, che concede la libertà di culto anche ai cristiani e segna la fine della loro persecuzione, nasce l'esigenza di un linguaggio meno criptico e capace di condensare in sé la natura umana e quella divina di Gesù-Cristo, uomo-Dio.
 
Durante i primi secoli del Cristianesimo, quindi, si sviluppano in parallelo due differenti modi di rappresentare il Messia: quello del "divin fanciullo" e quello dell'uomo barbuto. Il primo si rifà al dio Apollo della tradizione classica pagana: pensate ai mosaici ravennati di San Vitale o di Sant'Apollinare, dove Cristo è raffigurato come un giovinetto senza barba, vestito di rosso imperiale, con le braccia allargate in atto di benedire i pani e i pesci.
 
Il secondo, invece, è la diretta traduzione del testo apocrifo, e prevarrà sul "divin fanciullo", per lo meno nel mondo occidentale, anche se ci vorranno secoli prima che ad esso si aggiunga la componente della sofferenza. Ed è proprio questo elemento – l'introduzione della passione - che farà la differenza sostanziale tra l'arte orientale e quella occidentale.
 
In linea generale, si può infatti dire che la cultura orientale-bizantina abbia privilegiato l'astrazione: pose frontali, sguardi fissi verso l'infinito, ori brillanti e rossi porpora servivano per rendere la sacralità di Cristo (sacralità che è passata per la lunga battaglia iconoclasta, che ha segnato le sorti del mondo, non solo in senso artistico). L'arte orientale è, fondamentalmente, "rivelativa", cioè rivela, tramite lo sguardo, l'essenza di Cristo come Uomo-Dio; quella occidentale è invece "narrativa", cioè è interessata a raccontare le storie di Gesù come uomo.
 
Dall'843 – con la fine dell'iconoclastia e il ripristino del culto delle immagini in Oriente – l'arte bizantina si stabilisce definitivamente sui binari dell'ortodossia: una pittura simbolica, sacra, soggetta a rigide regole figurative, che deve sollecitare la venerazione in chi le osserva. L'Oriente fa suo l'aspetto divino di Cristo, mentre l'Occidente adotta quello umano, corporeo, sensibile.
 
Quando nel Medioevo si inizia a rappresentare il tema della crocifissione - cioè quando la croce diventa simbolo non più della vittoria sulla morte (la Resurrezione) ma della Passione - il senso del tragico dirompe con tutta la sua forza: del resto, poteva la religione cristiana ignorare la morte violenta, tormentata, sofferta del suo Dio? La "Croce di Gerone" (967-976), opera lignea conservata nel Duomo di Colonia, è la prima immagine che abbiamo del nuovo Gesù sofferente: un Gesù barbuto, coi capelli lunghi e arricciolati, dal corpo stremato e appesantito.
 
Non a caso, è in periodo medievale che si diffonde la convinzione che le stigmate siano segno della grazia divina (pensiamo a San Francesco) e nascono le prime confraternite di flagellanti – ne esistono numerose sparse in tutto il mondo, ancora oggi- che si fustigano in pubblico per riviver la stessa passione del Cristo in croce. Il dolore, in definitiva, diventa il protagonista dell'arte e della cultura occidentale.
 
D'ora in poi, da Giotto a Cimabue, da Piero della Francesca a Mantegna, dai Caracci a Gauguin, Picasso e Warhol, la "divinità umanata" del Gesù barbuto diventa la chiave interpretativa dell'esperienza umana di Dio in terra. L'idealizzazione bizantina viene quasi dimenticata: il corpo è carne straziata dal dolore e così va rappresentato. La violenza, il senso del tragico – nonché del macabro - sono state espresse con tale vigoria soltanto dall'arte occidentale, coerentemente con il credo cristiano. "Non si troverà una testa mozzata in tutta la pittura non dico islamica o ebraica, ma neppure buddhista, taoista o scintonista", ha osservato Flavio Caroli (…).
 
La barba, insomma, nel nostro immaginario collettivo, appartiene, si può dire inevitabilmente, a Gesù. Non solo richiama i tratti mediorientali tipici dell'etnia cui il Gesù storicamente esistito apparteneva, ma, al contempo, denuncia la sofferenza, l'autorevolezza, il sacrificio dell'uomo più ritratto al mondo. >>  

FEDERICA SENIGAGLIESI


(link: http://www.unimc.it/cittateneo/cultura-e-spettacolo/perche-questo-e-il-volto-di-gesu)



mercoledì 1 novembre 2017

Criminal minds

Un interessante articolo di Melissa Palumbo sulle complesse relazioni che si sono create tra diritto e neuro-scienze, con alcune considerazioni sui possibili sviluppi futuri. Lumen


<< Non è la prima volta che il “diritto” si trova ad affrontare le risultanze della ricerca scientifica: già la teoria dell’evoluzione di Darwin prima, la psicoanalisi di Freud dopo, avevano ribaltato le convinzioni comuni sulla natura e le ragioni della condotta umana. Nessuno sconvolgimento, però, ne era derivato per la costruzione giuridica. Al contrario, il sapere neuro-scientifico contemporaneo pone in crisi assunti fondamentali per l’ordinamento giuridico. (…)
 
“L’uomo scientifico” viene spiegato in base al funzionamento cerebrale, in cui la mente coincide con il substrato materiale. La coscienza come centro uniforme ed unico viene definita un’illusione, a fronte di un modello del sé frammentato, incoerente e mutevole: ne deriva una soggettività indebolita. Azioni e decisioni non sono “attribuibili” con certezza ad un individuo, dato che la maggior parte di esse è frutto di processi non controllabili.
 
Molte posizioni scientifiche riprendono e affermano un rigido nesso di causalità fisica, in cui svanisce ogni spazio di autonomia; l’individuo viene ridotto e studiato nei suoi minimi termini, esaminando patrimonio genetico e correlati neurali. La stessa “lucidità” del processo decisionale viene messa in dubbio, a causa del forte ruolo delle emozioni, risposte innate, spontanee e preriflessive. (…)
 
“L’uomo giuridico”, al contrario, ha tra i suoi presupposti la presenza di una mente autonoma (in senso funzionale) dal cervello, pur essendo questo necessario per la sua sussistenza e potendola influenzare. Ogni persona è dotata di un sé unitario e stabile, capace di discernere e guidare il suo agire. Tipicamente, il diritto concepisce le decisioni e le azioni di un soggetto come il prodotto di una rappresentazione mentale razionale, anteriore al loro compimento, e sulle quali manteniamo il controllo: in altre parole, un modello di agentività cosciente. (…)
 
Perciò, il diritto presume che ogni individuo adulto sano di mente sia libero, o meglio abbia la possibilità di scegliere tra differenti corsi di azione. La presunzione giuridica si estende anche al possesso di capacità razionali critiche verso le proprie decisioni in ogni essere umano maggiorenne. Da ciò, deriva la responsabilità personale per la propria condotta. Infine, il diritto ha la funzione caratteristica di non fermarsi a mere descrizioni dei comportamenti umani, bensì di valutarli alla luce di ciò che è lecito o illecito. (…)
 
[E’ facile] evidenziare come molti assunti del modello giuridico siano falsi e infondati, soprattutto oggi di fronte alle più recenti scoperte neuro-scientifiche. In molti, tra neuro-scienziati e giuristi, auspicano un’introduzione massiccia delle neuroscienze nel diritto ed una conseguente rivisitazione di categorie ed istituti giuridici (se non addirittura una rivoluzione dell’intero ordinamento). Il rischio, però, è di giungere a conclusioni non sufficientemente ponderate. (…)
 
Un’altra differenza fondamentale tra modello scientifico e modello giuridico dell’uomo la si trova sul piano “lessicale” e “concettuale”. Il diritto opera con concetti, quali responsabilità e imputabilità, che non appartengono alla realtà scientifica: sono costrutti strumentali di un procedimento conoscitivo volto a stabilire l’innocenza o la colpevolezza di un individuo. Un procedimento che spetta unicamente alla valutazione del giudice.
 
Il concetto di “responsabilità”, per esempio, sfugge alla comprensione delle neuro-scienze e delle scienze naturali in generale. Esse conoscono la nozione di “responsabilità” solo nell’accezione di “causazione” (ad esempio, il fattore genetico x è responsabile della predisposizione y). Tale categoria in senso giuridico, invece, va oltre; ha un’ampiezza di significato molto più vasta. (…) Il diritto richiede responsabilità in termini di “appartenenza” di certe azioni ad un determinato individuo, non solo in un senso naturalistico, ma anche in un orizzonte etico. (…)
 
Il diritto è forgiato da uomini ed è diretto a uomini, sia come singoli, sia come gruppi. Non solo: il suo scopo ultimo è e deve essere l’avvicinarsi il più possibile a “ciò che è giusto” e non fermarsi semplicemente a “ciò che è lecito”. Uno scopo, la Giustizia, che richiede inevitabilmente un ragionamento etico. (…)
 
Forse è proprio questo il punto che segna il confine invalicabile per le neuroscienze: esse non possono scoprire la sede cerebrale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Possono descriverci cosa succede a livello neurologico quando assistiamo ad un’ingiustizia o quando la commettiamo, oppure quale regione cerebrale si attiva mentre formuliamo un giudizio. Ma sfugge dal loro orizzonte conoscitivo, dalla loro stessa terminologia, la Giustizia.
 
Un meccanismo neuronale non è giusto o sbagliato: semplicemente avviene. Sono le azioni ad essere predicabili in termini simili (teoricamente, anche i pensieri, ma il diritto deve essere rivolto ai comportamenti esterni, realizzati o anche solo tentati) (…). E il diritto possiede l’apparato terminologico e le categorie per poter esprimere un giudizio in tal senso.
 
Inoltre, proprio nell’ambito delle scienze cognitive sono state avanzate diverse ipotesi a favore di un’origine “evoluzionistica” del diritto e di un suo radicamento a livello cerebrale, (…) in una prospettiva neo-darwiniana della natura umana: le norme e i valori accolti emergono all’esito di un processo di adattamento all’ambiente naturale e, soprattutto, sociale. (…)
 
A dimostrazione di questo assunto, in biologia e in psicologia evoluzionistica si afferma che gli esseri umani, in quanto animali sociali, avrebbero la predisposizione naturale a tre regole fondamentali di comportamento: il dovere di mantenere promesse reciproche (un concetto primordiale di “contratto”); la necessaria volontarietà degli scambi reciproci (una base grezza per il diritto civile e il diritto penale); il desiderio di punire le violazioni dei due principi precedenti (una sorta di “istinto sanzionatorio”). (…)
 
I sistemi legali, [com’è noto], si sviluppano a partire da intuizioni morali generali condivise. L’inclinazione umana alla cooperazione e alla reciprocità avrebbe un'origine evoluzionistica come risposta all’ambiente: chi coopera trae vantaggio in un contesto ostile. La cooperazione, pur nascendo come mezzo, è diventata un fine in sé, a seguito della sua interiorizzazione dovuta alla forte pressione selettiva verso l’interazione sociale.
 
Anche il concetto di “sanzione” deriverebbe da meccanismi evolutivi dovuti alla selezione. Essa nasce come “punizione moralistica”, provocando un peggioramento della posizione sociale di chi viola la legge. Dapprima esercitata da singoli individui, viene poi istituzionalizzata, affidando la coercizione ai capi prima e allo Stato poi, al fine di impedirne l’utilizzo privilegiato da parte di sottogruppi.
 
Molte ricerche neuro-scientifiche sembrano indicare la naturale disponibilità delle persone a punire le violazioni di leggi (pur non ottenendone alcun vantaggio personale), ed hanno anche mostrato, con l’uso della risonanza magnetica funzionale, le regioni del cervello che si attivano quando si giudicano le punizioni per diverse violazioni.
 
È emerso che la corteccia prefrontale dorso-laterale destra, [legata alla razionalità], è l’area maggiormente coinvolta nell’assegnazione di responsabilità per i crimini; invece, l’amigdala e altre zone subcorticali, legate alle emozioni, sono correlate al grado di punizione assegnato (curiosamente, maggiore è l’attivazione, più severa è la sanzione).
 
Tuttavia, la regione corticale opera un controllo sull’amigdala, in modo tale che ad una prima risposta emotiva intervenga poi una seconda valutazione [razionale]. (…) Si può ipotizzare, dunque, che la concezione retributiva sia un istinto interiorizzato, un comportamento adattativo verso il rispetto delle norme, prodotto da meccanismi darwiniani, poi modellato dall’ambiente socio-culturale.
 
Tra le diverse linee di pensiero che si stanno formando nell’ambito del neuro-diritto, si scontrano da una parte i promotori di una modificazione dell’assetto del diritto, dall’altra coloro che sostengono fermamente che sarebbe un azzardo o, più semplicemente, una proposta irrealizzabile.
 
Tra i primi, troviamo gli scienziati cognitivi Joshua Greene e Jonathan Cohen, fermi assertori del determinismo radicale, secondo i quali ogni scelta individuale non è nient’altro che il risultato di processi cerebrali, a loro volta determinati, ed ogni azione è l’inevitabile prodotto finale dell’interazione tra geni e ambiente. A loro dire, il diritto retributivo dovrebbe lasciare il posto al “consequenzialismo”.
 
Mentre il retribuzionismo concepisce l’uomo come dotato di libero arbitrio e quindi meritevole di essere punito quando realizza un crimine, il consequenzialismo parte da presupposti contrari. Nella sua forma “pura”, di matrice utilitaristica, la prospettiva consequenzialista (…) ritiene che il criminale è privo di autonomia, razionalità e libertà di scelta, perciò la pena trova la sua giustificazione nel mero raggiungimento del suo fine, qualunque esso sia.
 
L’obiettivo devono essere gli effetti benefici futuri: la prevenzione con il deterrente della pena, la sicurezza e il conforto della società con il contenimento dei soggetti pericolosi, l’emenda del reo tramite la sanzione e la soddisfazione delle vittime. > >

MELISSA PALUMBO


(Link:http://www.academia.edu/3261276/Neuroscienze_e_libero_arbitrio_riflessioni_filosofico-giuridiche )

mercoledì 25 ottobre 2017

Abbasso la squola - 2

Torno a parlare dei problemi della scuola, perché il continuo degrado di quella italiana è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. 
Quali le cause ? Si tratta solo dell’incapacità dei nostri governanti o vi è dell’altro ? 
Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull’argomento di Alberto Bagnai e di due lettori del suo blog. Lumen
 

<< [Appare] evidente la volontà dei nostri governi, da quello dove si distinse Luigi Berlinguer in giù, di distruggere il nostro sistema di istruzione. 
I nostri politici si lamentano, con lacrime di coccodrillo, del fatto che i nostri giovani migliori sono costretti ad andare all'estero, ecc. 
A parte che chi li costringe sono loro, i politici, con le loro scelte dissennate, (…) il punto è che fra un po' giovani migliori non ce ne saranno più: un anno di istruzione superiore in meno, niente compiti a casa, presidi sceriffo e precariato diffuso, programmi infestati dalla propaganda (si inizia studiando l'identità europea!) e scritti dai pedagoghi dell'OCSE (…). 
Questa è una aggressione coordinata e continuativa a un modello che funzionava, perché insegnava a pensare, e perché portava i nostri studiosi in posizioni di eccellenza non solo scientifica, ma anche accademica in tutto il mondo. 
Perché la sinistra vuole distruggere la nostra cultura ? (…) 
Per gli stessi motivi per i quali è passata da una giusta, vibrante difesa dell'indipendenza nazionale, a una squallida, gesuitica subalternità a potenze straniere. 
Essere indipendenti significa in primo luogo pensare con la propria testa: e per poterlo fare, occorre essere avviati all'uso di quello strumento critico che il capitalismo massimamente teme: “il libro senza figure”. >> 
ALBERTO BAGNAI
 

<< Oggi su Amazon ho letto un commento di uno studente universitario, tale Rob, che recensiva un testo di storia che ha acquistato, indicatogli come testo di studio dal proprio professore. 
E leggendo ho capito. Ho finalmente capito l'insistenza di Alberto Bagnai sui " libri senza figure". 
Lo studente nella sua recensione ha assegnato un giudizio pessimo al testo d'esame soprattutto perché «E' quasi assente un qualsiasi tipo di aiuto mnemonico(riassunti, schemi, linee del tempo, esercizi)e le cartine sono poche e in toni di grigio (!)» (…). 
E ha ribadito che tale libro «come manuale è decisamente sconsigliabile (opinione condivisa da tutti gli studenti universitari con cui mi è capitato di parlarne)», ma che «il libro non è pensato come manuale, ma per come testo per lettori interessati alla materia» (…). 
Capite?! Non si tratta di un testo idoneo allo studio, dato che è scritto per lettori "interessati"!
Questi poveri ragazzi sono talmente abituati ai libri scolastici odierni, pieni zeppi di premasticati "aiuti mnemonici", che si abituano alla presenza di tali "aiuti". 
E senza tali "aiuti" fanno fatica ad approcciare un libro "senza figure".
Arrivano a considerare tali aggiunte un supporto INDISPENSABILE al "proprio" pensiero, non accorgendosi che di "proprio" nella loro testa rischia di non esserci più nulla.
Non si rendono conto di aver studiato per anni su riassunti, schemi, mappe, ecc. elaborati da altre teste, non dalla propria. 
Infatti i riassunti, gli schemi, le mappe concettuali già a disposizione, oltre ad effettuare una selezione del materiale secondo i criteri di chi li crea, inibiscono la capacità di ragionare con la propria testa, proprio perché esternalizzano il pensiero, e quindi dispensano dallo scegliere ciò che è importante ricordare e collegare. 
Senza individuare autonomamente i concetti chiave, senza evidenziare da sé le relazioni che li legano, e quindi senza produrre in proprio i supporti alla memorizzazione (ed alla comprensione), il pensiero critico, semplicemente, non c'è. >> 
S. LONGAGNANI (commento)
 

<< Nei secoli passati, la classe lavoratrice ha lottato, faticato, sudato, ..., è morta, per dare ai propri figli la possibilità di istruirsi e di scegliere il proprio percorso di vita. 
Oggi, quella stessa classe lavoratrice lotta solo per una cosa: essere promossi e avere il titolo. Faticando il meno possibile. 
Su Facebook ci sono gruppi come "Basta compiti" (fondato da un preside scolastico!). 
Molti plaudono alla riduzione di un anno scolastico alle Superiori, cioè, praticamente alla fortissima riduzione di un servizio pubblico (offerto alle classi più deboli, perché chi può pagare, la scuola buona - e non la "buona scuola" - ce l'ha). 
Se si legge di un professore punito perché ha rimproverato un alunno per un comportamento gravemente scorretto o perché ha messo voti «troppo bassi», tutti sono lì a gioire. 
L'importante è colpire l'insegnante, cioè la scuola, cioè l'istruzione. In fondo, a scuola ci si deve andare per divertirsi. 
Io ho avuto una preside che ci rimproverava continuamente - urlando e sbraitando - perché usavamo i libri di testo! 
Niente più lezioni! I ragazzi devono divertirsi! Lezioni capovolte, brainstorming, ecc. E così via.
Insomma, anche in questo campo la classe dominante sta vincendo. E questo sta avvenendo con il supporto ed il consenso dei lavoratori. 
Così, come avviene per l'eurismo, il jobs act, ecc. 
Ogni volta che si toglie un diritto, politici, media, tv, ecc., riescono a far passare la cosa come un miglioramento, un regalo. E i lavoratori purtroppo ci cascano. >> 
E. CARDILLO (commento)
 

(Link: http://goofynomics.blogspot.it/2017/09/la-sinistra-e-listruzione.html )