mercoledì 22 novembre 2017

Sogni d'oro

Il post di oggi è dedicato al sonno ed alla sua funzione, uno dei misteri scientifici più affascinanti, che continua ad impegnare strenuamente gli antropologi (ed i biologi in generale). 
In termini tecnici, il sonno può essere definito come “una temporanea, reversibile e alternante sospensione dei processi percettivi coscienti con la persistenza, a livello ridotto, degli automatismi che presiedono alla vita vegetativa”. 
Gli stadi fondamentali del sonno sono 4: leggero, medio, profondo e “paradosso”, così definito perché molto più somigliante allo stato di veglia che non a quello del sonno profondo. 
Il sonno paradosso prevede movimenti oculari rapidi (c.d. fase REM: Rapid Eye Movement) ed indica nell’uomo (ma anche in alcuni animali) lo svolgimento della fase onirica, ovvero del sogno.
Questa fase, che si ripete ad intervalli diverse volte lungo il periodo del sonno, riveste un ruolo essenziale sul benessere e sull’equilibrio psichico della persona, ed è oggetto di studi molto approfonditi da parte dei neuro-scienziati. 
Il pezzo che segue, tratto dal sito della rivista “Focus”, ci racconta le ultime novità sull’argomento.
LUMEN 

 
<< Dimenticare: [ecco] lo scopo del sonno. Dormire è il prezzo che paghiamo per avere un cervello plastico e in grado di imparare nuove cose ogni giorno: la conferma in uno studio quadriennale compiuto sui topi.
 
Di giorno le sinapsi, ossia i punti di contatto tra i neuroni, sono rafforzate da stimoli che ne aumentano numero e volume: facciamo nuove esperienze, accumuliamo ricordi e competenze. Di notte, parte di questo groviglio si disfa: le sinapsi si assottigliano di circa il 20%, i ricordi inutili sono eliminati e si fa posto a quelli del giorno che verrà.
 
La conferma del fatto che il sonno è essenziale per "fare pulizia" nella memoria umana arriva da uno studio quadriennale pubblicato su Science. La ricerca di Chiara Cirelli e Giulio Tononi, che si occupano di ricerca sul sonno presso il Wisconsin Center for Sleep and Consciousness (USA), supporta la teoria della omeostasi sinaptica, secondo la quale il sonno servirebbe a mantenere un equilibrio funzionale tra le sinapsi.
 
Quando una connessione cerebrale è ripetutamente stimolata durante la veglia, si rafforza e cresce: quella traccia di memoria si consolida, ma questa espansione deve essere a un certo punto bilanciata per evitare una saturazione dei ricordi possibili. Il processo di smaltimento può avvenire nel sonno, quando prestiamo meno attenzione al mondo esterno.
 
Per misurare i cambiamenti nelle dimensioni delle sinapsi tra il sonno e la veglia i ricercatori sono ricorsi a una tecnica chiamata microscopia elettronica in 3D. Per 4 anni hanno analizzato due aree della corteccia cerebrale di una popolazione di topi, ricostruendo 6.920 sinapsi e misurandone le dimensioni. (…)
 
Al termine della sperimentazione, quando hanno messo in relazione le misurazioni al numero di ore di riposo, gli scienziati hanno visto che un sonno di 6-8 ore era in grado di assottigliare le dimensioni delle sinapsi del 18%, in entrambe le aree analizzate e in modo proporzionale alle dimensioni delle connessioni. 

Il processo ha riguardato l'80% delle sinapsi e ha risparmiato le più grosse, coincidenti forse con i ricordi più stabili. Trasferendo il discorso all'uomo, significherebbe che ogni notte trilioni (migliaia di miliardi) di sinapsi si riducono del 20%, per lasciare spazio bianco ai nuovi ricordi.


P.S. - Il sonno perso peggiora l’umore, rallenta il pensiero, diminuisce la memoria, rende più ansiosi. 
C’è una lunga lista di conseguenze negative attribuibili alla mancanza di sonno. 
Per rendere al meglio e stare meglio, l’unica è rendersi conto che il nostro corpo ha bisogno del riposo necessario. 
Dal momento che la maggior parte di noi non può alzarsi quando vuole, l’unica soluzione è andare a letto prima la sera. 
Cosa più facile a dirsi che a farsi. 
Spesso le ore prima di coricarsi sono le uniche che possiamo dedicare a noi stessi o a fare cose per cui non c’è altro tempo durante la giornata. >>
 
FOCUS


(Link:https://www.focus.it/comportamento/psicologia/dimenticare-lo-scopo-del-sonno)

mercoledì 15 novembre 2017

Come nasce una Costituzione

La Costituzione della Repubblica Italiana, come ci raccontano i libri di storia, venne approvata dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947, fu promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre ed entrò in vigore il 1º gennaio 1948. 
La sua gestazione, però, fu difficile e complicata, ed il risultato finale, per molti aspetti, criticabile. Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull’argomento del grande storico e giornalista Indro Montanelli.
Lumen 


<< Questa Costituzione porta male gli anni da quando aveva un giorno, perché fu subito chiaro quali erano i suoi difetti. Del resto furono anche denunciati da uomini come, per esempio, Calamandrei, o come Mario Paggi.

I difetti furono soprattutto due.  

Il primo difetto fu di ripartizione dei lavori. La Costituente era formata da 600 membri eletti di passaggio. Voglio [far] notare che quella fu la prima elezione che si tenne in Italia – per la Costituente, non per il Parlamento – ma dove ci fu lo spiegamento dei partiti. Ogni partito portò i suoi candidati, cioè dei giuristi che facevano capo alla propria ideologia.

Bene, in quella prima elezione il 35% dei voti andò ai democristiani, il 21% andò ai socialisti di Nenni, il 19% ai comunisti. Quindi in quel momento... non c'era ancora il Fronte ma in quel momento i socialisti facevano premio sui comunisti. Erano di poco, ma un po' più forti dei comunisti. [...]
 
Questi 600 costituenti non potevano lavorare tutti insieme, era impossibile mandare avanti 600 persone a dibattere all'infinto le stesse cose, e allora i lavori furono devoluti a una commissione che si chiamò la Commissione dei Settantacinque, perché erano 75 membri della Costituente che venivano incaricati per le loro competenze specifiche di redigere il testo. 

 Ma anche 75 erano troppi, e allora anche i 75 si frazionarono in sotto-commissioni, ognuna delle quali lavorò per conto suo. Non ci fu un piano di insieme. Non fu un vero lavoro collettivo. Calamandrei lo disse subito: «Noi stiamo montando una macchina, che magari pezzo per pezzo sarà anche ben fatta, ma le cui giunture non coincidono con le giunture di altri pezzi». [...]
 
Fu lasciata così perché nessuno volle rinunziare al proprio elaborato, e questo è tipico degli italiani.
 
Il secondo motivo che rese questa Costituzione veramente impalatabile e nociva per il regime che ne doveva nascere, fu che i nostri costituenti partirono dal punto di vista opposto a quello da cui sarebbero partiti i costituenti tedeschi quando la Germania fu libera di elaborare una sua Costituzione. 

 Da che cosa partirono i costituenti tedeschi? Da questo ragionamento: il nazismo fu il frutto della Repubblica di Weimar. Cos'era la Repubblica di Weimar? Era l'impotenza del potere esecutivo, cioè del Governo. [...] La Germania rimase nel disordine, nel caos, nella Babele dei partiti che non riuscivano a trovare mai delle maggioranze stabili, quindi dei governi efficaci. Ecco perché Hitler vinse, perché il nazismo vinse.
 
I costituenti nostri partirono dal presupposto contrario, cioè dissero: «Cos'era il fascismo? Il fascismo era il premio dato a un potere esecutivo che governava senza i partiti, senza controlli eccetera. Quindi noi dobbiamo esautorare completamente il potere esecutivo, [negando] la possibilità di dare ai governi una stabilità, eccetera».

Per rifare che cosa? Weimar.
 

Cioè, mentre i tedeschi partivano dalla negazione di Weimar, noi arrivavamo [a Weimar] senza dirlo. Nessuno lo disse, ma questo fu il risultato. [...]
 
Non fu possibile nemmeno introdurre quella solita linea di sbarramento che invece fu introdotta in Germania, per cui i partiti che non raggiungevano non ricordo se il 5 o il 3%, non avevano diritto a una rappresentanza. No, tutti i partiti dovevano esserci e tutti avevano un potere di ricatto sulle maggioranze, che erano per forza di cose di coalizioni.

 Gli italiani non imparano niente dalla Storia, anche perché non la sanno. Non la amano, non la leggono, non se ne interessano, ma questo [fanno] anche le classi dirigenti: sono uguali, intendiamoci. (…)

Tutte le volte che si diceva «Ma qui bisogna restituire un po' di autorità al potere esecutivo, bisogna mettere i governi in condizione di governare» si diceva: «Fascista! Fascista!». Con questo ricatto qui abbiamo fatto le più grosse scempiaggini che si potesse immaginare. >>

 INDRO MONTANELLI

mercoledì 8 novembre 2017

A Sua immagine

Il vero aspetto fisico di Gesù Cristo, ovviamente, nessuno lo può conoscere. La sua attuale immagine iconografica, invece, è ben viva nella mente di tutti.
Ecco un breve excursus di Federica Senigagliesi sulla nascita e l’evoluzione di questa immagine. Lumen


<< A Roma, nelle Catacombe di Commodilla del IV secolo e.v., (…) compare una delle prime immagini del volto di Gesù. Racchiuso tra un'Alfa e un'Omega ("Io sono l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine", libro dell'Apocalisse, 22:13), ecco rappresentato il volto che ha segnato l'iconografia cristiana occidentale: il busto di un uomo con capelli lunghi e barba folta.

Per noi contemporanei, questa è un'immagine familiare, automatica, dogmatica: come potrebbe essere il volto di Gesù, se non così?

Quella di Commodilla [però] non è una soluzione figurativa di qualche artista particolarmente ispirato, bensì ricalca la descrizione presente in un testo apocrifo di un funzionario romano in Giudea, tale Lentulo, all'epoca della predicazione del Nazareno.

Lentulo scrive in maniera precisa e dettagliata: "E' un uomo dalla statura alta, ben proporzionata, dallo sguardo improntato a severità. I suoi capelli hanno i colori delle noci di Sorrento molto mature e discendono dritti quasi fino alle orecchie, dalle orecchie in poi sono increspati e a ricci alquanto più chiari e lucenti ondeggianti sulle spalle. La sua fronte è liscia e serenissima, il suo viso non ha né rughe né macchie ed è abbellito da un rossore. Il naso e la bocca sono perfettamente regolari. Ha la barba abbondante, dello stesso colore dei capelli: non è lunga e sul mento è biforcuta. Il suo aspetto è semplice e maturo. I suoi occhi sono azzurri, vivaci e brillanti".
 
Questo "Gesù barbuto" dall'aria seria e ieratica, si imporrà sempre di più nella cristianità fino, appunto, a diventarne l'icona definitiva. Ma il percorso e le ragioni che hanno determinato questa scelta si dipanano lungo i secoli e le vicende storiche che hanno fatto del Cristianesimo una delle religioni monoteistiche più diffuse al mondo. 

Alle origini, il linguaggio figurativo delle prime sette cristiane – che professavano il culto di nascosto, poiché gli appartenenti erano perseguitati con la condanna a morte - si affida ai simboli, proprio perchè deve restare comprensibile solo agli adepti. Cristo viene quindi espresso tramite il monogramma greco XP, o con l'uso di metafore (ad esempio, quella del pesce o dell'agnello).
 
Dopo il 313, anno dell'editto di Milano, che concede la libertà di culto anche ai cristiani e segna la fine della loro persecuzione, nasce l'esigenza di un linguaggio meno criptico e capace di condensare in sé la natura umana e quella divina di Gesù-Cristo, uomo-Dio.
 
Durante i primi secoli del Cristianesimo, quindi, si sviluppano in parallelo due differenti modi di rappresentare il Messia: quello del "divin fanciullo" e quello dell'uomo barbuto. Il primo si rifà al dio Apollo della tradizione classica pagana: pensate ai mosaici ravennati di San Vitale o di Sant'Apollinare, dove Cristo è raffigurato come un giovinetto senza barba, vestito di rosso imperiale, con le braccia allargate in atto di benedire i pani e i pesci.
 
Il secondo, invece, è la diretta traduzione del testo apocrifo, e prevarrà sul "divin fanciullo", per lo meno nel mondo occidentale, anche se ci vorranno secoli prima che ad esso si aggiunga la componente della sofferenza. Ed è proprio questo elemento – l'introduzione della passione - che farà la differenza sostanziale tra l'arte orientale e quella occidentale.
 
In linea generale, si può infatti dire che la cultura orientale-bizantina abbia privilegiato l'astrazione: pose frontali, sguardi fissi verso l'infinito, ori brillanti e rossi porpora servivano per rendere la sacralità di Cristo (sacralità che è passata per la lunga battaglia iconoclasta, che ha segnato le sorti del mondo, non solo in senso artistico). L'arte orientale è, fondamentalmente, "rivelativa", cioè rivela, tramite lo sguardo, l'essenza di Cristo come Uomo-Dio; quella occidentale è invece "narrativa", cioè è interessata a raccontare le storie di Gesù come uomo.
 
Dall'843 – con la fine dell'iconoclastia e il ripristino del culto delle immagini in Oriente – l'arte bizantina si stabilisce definitivamente sui binari dell'ortodossia: una pittura simbolica, sacra, soggetta a rigide regole figurative, che deve sollecitare la venerazione in chi le osserva. L'Oriente fa suo l'aspetto divino di Cristo, mentre l'Occidente adotta quello umano, corporeo, sensibile.
 
Quando nel Medioevo si inizia a rappresentare il tema della crocifissione - cioè quando la croce diventa simbolo non più della vittoria sulla morte (la Resurrezione) ma della Passione - il senso del tragico dirompe con tutta la sua forza: del resto, poteva la religione cristiana ignorare la morte violenta, tormentata, sofferta del suo Dio? La "Croce di Gerone" (967-976), opera lignea conservata nel Duomo di Colonia, è la prima immagine che abbiamo del nuovo Gesù sofferente: un Gesù barbuto, coi capelli lunghi e arricciolati, dal corpo stremato e appesantito.
 
Non a caso, è in periodo medievale che si diffonde la convinzione che le stigmate siano segno della grazia divina (pensiamo a San Francesco) e nascono le prime confraternite di flagellanti – ne esistono numerose sparse in tutto il mondo, ancora oggi- che si fustigano in pubblico per riviver la stessa passione del Cristo in croce. Il dolore, in definitiva, diventa il protagonista dell'arte e della cultura occidentale.
 
D'ora in poi, da Giotto a Cimabue, da Piero della Francesca a Mantegna, dai Caracci a Gauguin, Picasso e Warhol, la "divinità umanata" del Gesù barbuto diventa la chiave interpretativa dell'esperienza umana di Dio in terra. L'idealizzazione bizantina viene quasi dimenticata: il corpo è carne straziata dal dolore e così va rappresentato. La violenza, il senso del tragico – nonché del macabro - sono state espresse con tale vigoria soltanto dall'arte occidentale, coerentemente con il credo cristiano. "Non si troverà una testa mozzata in tutta la pittura non dico islamica o ebraica, ma neppure buddhista, taoista o scintonista", ha osservato Flavio Caroli (…).
 
La barba, insomma, nel nostro immaginario collettivo, appartiene, si può dire inevitabilmente, a Gesù. Non solo richiama i tratti mediorientali tipici dell'etnia cui il Gesù storicamente esistito apparteneva, ma, al contempo, denuncia la sofferenza, l'autorevolezza, il sacrificio dell'uomo più ritratto al mondo. >>  

FEDERICA SENIGAGLIESI


(link: http://www.unimc.it/cittateneo/cultura-e-spettacolo/perche-questo-e-il-volto-di-gesu)



mercoledì 1 novembre 2017

Criminal minds

Un interessante articolo di Melissa Palumbo sulle complesse relazioni che si sono create tra diritto e neuro-scienze, con alcune considerazioni sui possibili sviluppi futuri. Lumen


<< Non è la prima volta che il “diritto” si trova ad affrontare le risultanze della ricerca scientifica: già la teoria dell’evoluzione di Darwin prima, la psicoanalisi di Freud dopo, avevano ribaltato le convinzioni comuni sulla natura e le ragioni della condotta umana. Nessuno sconvolgimento, però, ne era derivato per la costruzione giuridica. Al contrario, il sapere neuro-scientifico contemporaneo pone in crisi assunti fondamentali per l’ordinamento giuridico. (…)
 
“L’uomo scientifico” viene spiegato in base al funzionamento cerebrale, in cui la mente coincide con il substrato materiale. La coscienza come centro uniforme ed unico viene definita un’illusione, a fronte di un modello del sé frammentato, incoerente e mutevole: ne deriva una soggettività indebolita. Azioni e decisioni non sono “attribuibili” con certezza ad un individuo, dato che la maggior parte di esse è frutto di processi non controllabili.
 
Molte posizioni scientifiche riprendono e affermano un rigido nesso di causalità fisica, in cui svanisce ogni spazio di autonomia; l’individuo viene ridotto e studiato nei suoi minimi termini, esaminando patrimonio genetico e correlati neurali. La stessa “lucidità” del processo decisionale viene messa in dubbio, a causa del forte ruolo delle emozioni, risposte innate, spontanee e preriflessive. (…)
 
“L’uomo giuridico”, al contrario, ha tra i suoi presupposti la presenza di una mente autonoma (in senso funzionale) dal cervello, pur essendo questo necessario per la sua sussistenza e potendola influenzare. Ogni persona è dotata di un sé unitario e stabile, capace di discernere e guidare il suo agire. Tipicamente, il diritto concepisce le decisioni e le azioni di un soggetto come il prodotto di una rappresentazione mentale razionale, anteriore al loro compimento, e sulle quali manteniamo il controllo: in altre parole, un modello di agentività cosciente. (…)
 
Perciò, il diritto presume che ogni individuo adulto sano di mente sia libero, o meglio abbia la possibilità di scegliere tra differenti corsi di azione. La presunzione giuridica si estende anche al possesso di capacità razionali critiche verso le proprie decisioni in ogni essere umano maggiorenne. Da ciò, deriva la responsabilità personale per la propria condotta. Infine, il diritto ha la funzione caratteristica di non fermarsi a mere descrizioni dei comportamenti umani, bensì di valutarli alla luce di ciò che è lecito o illecito. (…)
 
[E’ facile] evidenziare come molti assunti del modello giuridico siano falsi e infondati, soprattutto oggi di fronte alle più recenti scoperte neuro-scientifiche. In molti, tra neuro-scienziati e giuristi, auspicano un’introduzione massiccia delle neuroscienze nel diritto ed una conseguente rivisitazione di categorie ed istituti giuridici (se non addirittura una rivoluzione dell’intero ordinamento). Il rischio, però, è di giungere a conclusioni non sufficientemente ponderate. (…)
 
Un’altra differenza fondamentale tra modello scientifico e modello giuridico dell’uomo la si trova sul piano “lessicale” e “concettuale”. Il diritto opera con concetti, quali responsabilità e imputabilità, che non appartengono alla realtà scientifica: sono costrutti strumentali di un procedimento conoscitivo volto a stabilire l’innocenza o la colpevolezza di un individuo. Un procedimento che spetta unicamente alla valutazione del giudice.
 
Il concetto di “responsabilità”, per esempio, sfugge alla comprensione delle neuro-scienze e delle scienze naturali in generale. Esse conoscono la nozione di “responsabilità” solo nell’accezione di “causazione” (ad esempio, il fattore genetico x è responsabile della predisposizione y). Tale categoria in senso giuridico, invece, va oltre; ha un’ampiezza di significato molto più vasta. (…) Il diritto richiede responsabilità in termini di “appartenenza” di certe azioni ad un determinato individuo, non solo in un senso naturalistico, ma anche in un orizzonte etico. (…)
 
Il diritto è forgiato da uomini ed è diretto a uomini, sia come singoli, sia come gruppi. Non solo: il suo scopo ultimo è e deve essere l’avvicinarsi il più possibile a “ciò che è giusto” e non fermarsi semplicemente a “ciò che è lecito”. Uno scopo, la Giustizia, che richiede inevitabilmente un ragionamento etico. (…)
 
Forse è proprio questo il punto che segna il confine invalicabile per le neuroscienze: esse non possono scoprire la sede cerebrale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Possono descriverci cosa succede a livello neurologico quando assistiamo ad un’ingiustizia o quando la commettiamo, oppure quale regione cerebrale si attiva mentre formuliamo un giudizio. Ma sfugge dal loro orizzonte conoscitivo, dalla loro stessa terminologia, la Giustizia.
 
Un meccanismo neuronale non è giusto o sbagliato: semplicemente avviene. Sono le azioni ad essere predicabili in termini simili (teoricamente, anche i pensieri, ma il diritto deve essere rivolto ai comportamenti esterni, realizzati o anche solo tentati) (…). E il diritto possiede l’apparato terminologico e le categorie per poter esprimere un giudizio in tal senso.
 
Inoltre, proprio nell’ambito delle scienze cognitive sono state avanzate diverse ipotesi a favore di un’origine “evoluzionistica” del diritto e di un suo radicamento a livello cerebrale, (…) in una prospettiva neo-darwiniana della natura umana: le norme e i valori accolti emergono all’esito di un processo di adattamento all’ambiente naturale e, soprattutto, sociale. (…)
 
A dimostrazione di questo assunto, in biologia e in psicologia evoluzionistica si afferma che gli esseri umani, in quanto animali sociali, avrebbero la predisposizione naturale a tre regole fondamentali di comportamento: il dovere di mantenere promesse reciproche (un concetto primordiale di “contratto”); la necessaria volontarietà degli scambi reciproci (una base grezza per il diritto civile e il diritto penale); il desiderio di punire le violazioni dei due principi precedenti (una sorta di “istinto sanzionatorio”). (…)
 
I sistemi legali, [com’è noto], si sviluppano a partire da intuizioni morali generali condivise. L’inclinazione umana alla cooperazione e alla reciprocità avrebbe un'origine evoluzionistica come risposta all’ambiente: chi coopera trae vantaggio in un contesto ostile. La cooperazione, pur nascendo come mezzo, è diventata un fine in sé, a seguito della sua interiorizzazione dovuta alla forte pressione selettiva verso l’interazione sociale.
 
Anche il concetto di “sanzione” deriverebbe da meccanismi evolutivi dovuti alla selezione. Essa nasce come “punizione moralistica”, provocando un peggioramento della posizione sociale di chi viola la legge. Dapprima esercitata da singoli individui, viene poi istituzionalizzata, affidando la coercizione ai capi prima e allo Stato poi, al fine di impedirne l’utilizzo privilegiato da parte di sottogruppi.
 
Molte ricerche neuro-scientifiche sembrano indicare la naturale disponibilità delle persone a punire le violazioni di leggi (pur non ottenendone alcun vantaggio personale), ed hanno anche mostrato, con l’uso della risonanza magnetica funzionale, le regioni del cervello che si attivano quando si giudicano le punizioni per diverse violazioni.
 
È emerso che la corteccia prefrontale dorso-laterale destra, [legata alla razionalità], è l’area maggiormente coinvolta nell’assegnazione di responsabilità per i crimini; invece, l’amigdala e altre zone subcorticali, legate alle emozioni, sono correlate al grado di punizione assegnato (curiosamente, maggiore è l’attivazione, più severa è la sanzione).
 
Tuttavia, la regione corticale opera un controllo sull’amigdala, in modo tale che ad una prima risposta emotiva intervenga poi una seconda valutazione [razionale]. (…) Si può ipotizzare, dunque, che la concezione retributiva sia un istinto interiorizzato, un comportamento adattativo verso il rispetto delle norme, prodotto da meccanismi darwiniani, poi modellato dall’ambiente socio-culturale.
 
Tra le diverse linee di pensiero che si stanno formando nell’ambito del neuro-diritto, si scontrano da una parte i promotori di una modificazione dell’assetto del diritto, dall’altra coloro che sostengono fermamente che sarebbe un azzardo o, più semplicemente, una proposta irrealizzabile.
 
Tra i primi, troviamo gli scienziati cognitivi Joshua Greene e Jonathan Cohen, fermi assertori del determinismo radicale, secondo i quali ogni scelta individuale non è nient’altro che il risultato di processi cerebrali, a loro volta determinati, ed ogni azione è l’inevitabile prodotto finale dell’interazione tra geni e ambiente. A loro dire, il diritto retributivo dovrebbe lasciare il posto al “consequenzialismo”.
 
Mentre il retribuzionismo concepisce l’uomo come dotato di libero arbitrio e quindi meritevole di essere punito quando realizza un crimine, il consequenzialismo parte da presupposti contrari. Nella sua forma “pura”, di matrice utilitaristica, la prospettiva consequenzialista (…) ritiene che il criminale è privo di autonomia, razionalità e libertà di scelta, perciò la pena trova la sua giustificazione nel mero raggiungimento del suo fine, qualunque esso sia.
 
L’obiettivo devono essere gli effetti benefici futuri: la prevenzione con il deterrente della pena, la sicurezza e il conforto della società con il contenimento dei soggetti pericolosi, l’emenda del reo tramite la sanzione e la soddisfazione delle vittime. > >

MELISSA PALUMBO


(Link:http://www.academia.edu/3261276/Neuroscienze_e_libero_arbitrio_riflessioni_filosofico-giuridiche )

mercoledì 25 ottobre 2017

Abbasso la squola - 2

Torno a parlare dei problemi della scuola, perché il continuo degrado di quella italiana è, purtroppo, sotto gli occhi di tutti. 
Quali le cause ? Si tratta solo dell’incapacità dei nostri governanti o vi è dell’altro ? 
Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull’argomento di Alberto Bagnai e di due lettori del suo blog. Lumen
 

<< [Appare] evidente la volontà dei nostri governi, da quello dove si distinse Luigi Berlinguer in giù, di distruggere il nostro sistema di istruzione. 
I nostri politici si lamentano, con lacrime di coccodrillo, del fatto che i nostri giovani migliori sono costretti ad andare all'estero, ecc. 
A parte che chi li costringe sono loro, i politici, con le loro scelte dissennate, (…) il punto è che fra un po' giovani migliori non ce ne saranno più: un anno di istruzione superiore in meno, niente compiti a casa, presidi sceriffo e precariato diffuso, programmi infestati dalla propaganda (si inizia studiando l'identità europea!) e scritti dai pedagoghi dell'OCSE (…). 
Questa è una aggressione coordinata e continuativa a un modello che funzionava, perché insegnava a pensare, e perché portava i nostri studiosi in posizioni di eccellenza non solo scientifica, ma anche accademica in tutto il mondo. 
Perché la sinistra vuole distruggere la nostra cultura ? (…) 
Per gli stessi motivi per i quali è passata da una giusta, vibrante difesa dell'indipendenza nazionale, a una squallida, gesuitica subalternità a potenze straniere. 
Essere indipendenti significa in primo luogo pensare con la propria testa: e per poterlo fare, occorre essere avviati all'uso di quello strumento critico che il capitalismo massimamente teme: “il libro senza figure”. >> 
ALBERTO BAGNAI
 

<< Oggi su Amazon ho letto un commento di uno studente universitario, tale Rob, che recensiva un testo di storia che ha acquistato, indicatogli come testo di studio dal proprio professore. 
E leggendo ho capito. Ho finalmente capito l'insistenza di Alberto Bagnai sui " libri senza figure". 
Lo studente nella sua recensione ha assegnato un giudizio pessimo al testo d'esame soprattutto perché «E' quasi assente un qualsiasi tipo di aiuto mnemonico(riassunti, schemi, linee del tempo, esercizi)e le cartine sono poche e in toni di grigio (!)» (…). 
E ha ribadito che tale libro «come manuale è decisamente sconsigliabile (opinione condivisa da tutti gli studenti universitari con cui mi è capitato di parlarne)», ma che «il libro non è pensato come manuale, ma per come testo per lettori interessati alla materia» (…). 
Capite?! Non si tratta di un testo idoneo allo studio, dato che è scritto per lettori "interessati"!
Questi poveri ragazzi sono talmente abituati ai libri scolastici odierni, pieni zeppi di premasticati "aiuti mnemonici", che si abituano alla presenza di tali "aiuti". 
E senza tali "aiuti" fanno fatica ad approcciare un libro "senza figure".
Arrivano a considerare tali aggiunte un supporto INDISPENSABILE al "proprio" pensiero, non accorgendosi che di "proprio" nella loro testa rischia di non esserci più nulla.
Non si rendono conto di aver studiato per anni su riassunti, schemi, mappe, ecc. elaborati da altre teste, non dalla propria. 
Infatti i riassunti, gli schemi, le mappe concettuali già a disposizione, oltre ad effettuare una selezione del materiale secondo i criteri di chi li crea, inibiscono la capacità di ragionare con la propria testa, proprio perché esternalizzano il pensiero, e quindi dispensano dallo scegliere ciò che è importante ricordare e collegare. 
Senza individuare autonomamente i concetti chiave, senza evidenziare da sé le relazioni che li legano, e quindi senza produrre in proprio i supporti alla memorizzazione (ed alla comprensione), il pensiero critico, semplicemente, non c'è. >> 
S. LONGAGNANI (commento)
 

<< Nei secoli passati, la classe lavoratrice ha lottato, faticato, sudato, ..., è morta, per dare ai propri figli la possibilità di istruirsi e di scegliere il proprio percorso di vita. 
Oggi, quella stessa classe lavoratrice lotta solo per una cosa: essere promossi e avere il titolo. Faticando il meno possibile. 
Su Facebook ci sono gruppi come "Basta compiti" (fondato da un preside scolastico!). 
Molti plaudono alla riduzione di un anno scolastico alle Superiori, cioè, praticamente alla fortissima riduzione di un servizio pubblico (offerto alle classi più deboli, perché chi può pagare, la scuola buona - e non la "buona scuola" - ce l'ha). 
Se si legge di un professore punito perché ha rimproverato un alunno per un comportamento gravemente scorretto o perché ha messo voti «troppo bassi», tutti sono lì a gioire. 
L'importante è colpire l'insegnante, cioè la scuola, cioè l'istruzione. In fondo, a scuola ci si deve andare per divertirsi. 
Io ho avuto una preside che ci rimproverava continuamente - urlando e sbraitando - perché usavamo i libri di testo! 
Niente più lezioni! I ragazzi devono divertirsi! Lezioni capovolte, brainstorming, ecc. E così via.
Insomma, anche in questo campo la classe dominante sta vincendo. E questo sta avvenendo con il supporto ed il consenso dei lavoratori. 
Così, come avviene per l'eurismo, il jobs act, ecc. 
Ogni volta che si toglie un diritto, politici, media, tv, ecc., riescono a far passare la cosa come un miglioramento, un regalo. E i lavoratori purtroppo ci cascano. >> 
E. CARDILLO (commento)
 

(Link: http://goofynomics.blogspot.it/2017/09/la-sinistra-e-listruzione.html )

mercoledì 18 ottobre 2017

Varie ed eventuali – XXXV

CORRISPONDENTE DI GUERRA 
Una delle cose che ho imparato con l'età è che le atrocità commessa dagli uomini in guerra sono sempre le stesse, tutte tragicamente intollerabili.
Cambiano i tempi, cambiano le ideologie, cambiano i popoli, ma la guerra resta sempre l’abisso dell’umanità.
E se è vero che la storia la scrivono i vincitori - i quali cercano di convincerti che loro hanno vinto perché erano buoni, etici e giusti, mentre gli altri erano stupidi e cattivi, ed hanno perso anche per questo - semplicemente non bisogna MAI crederci.
Purtroppo, la gran parte delle persone conosce quelle quattro vicende imparate sui libri di scuola (scritti per definizione dai vincitori) e si ferma lì.
E quindi parla, con sincera convinzione, di guerre giuste e di guerre sbagliate, di guerre sante e di guerre ignobili; ma sono differenze che non esistono.
A volte penso che uno dei mestieri più inutili al mondo sia quello del giornalista “corrispondente di guerra”: perché in guerra succedono sempre le stesse, vergognose, identiche cose.
Raccontata una, raccontate tutte.
LUMEN


SINISTRA ITALIANA
Il socialismo italiano si è sempre portato dietro, pesante come un macigno, il caustico e famoso giudizio storico espresso a suo tempo da Engels (dopo i suoi viaggi in Italia), e condiviso anche da Marx:
«Una combriccola di spostati, il rifiuto della borghesia, avvocati senza clienti, medici senza ammalati e senza cognizione, studenti assidui al biliardo, giornalisti della piccola stampa, dalla fama più o meno dubbia. Borghesi decaduti, che altro non vedono nell’Internazionale che una carriera e una via di scampo».
La frase, riletta oggi, può fare sorridere, ma appare ancora condivisibile.
D'altra parte la sinistra, in Italia, ha fatto cose importanti, serie, "di sinistra", solo ai tempi di Berlinguer, e questo per il semplice motivo che i finanziamenti li riceveva dall'estero (ovvero dai fratelli dell'URSS),
Quando, dopo la fine dell’imperialismo sovietico, i soldi hanno cominciato ad arrivare dall'interno, anche i partiti di sinistra hanno dovuto cedere alla logica delle elites, che se accettavano di finanziarli era, ovviamente, solo per avere qualcosa in cambio.
LUMEN


ALIENI
Alcuni film di fantascienza di stampo buonista ipotizzano l’arrivo di visitatori alieni che, colmi di amore, di saggezza e di tolleranza, vengono a portarci la buona novella della fratellanza universale, convincendo anche noi umani a rinunciare per sempre alla violenza e alla sopraffazione.
L’ipotesi è assurda e può funzionare solo come forma di intrattenimento, come soggetto di un film o di un libro.
In realtà, se mai entrassimo in contatto con altre forme viventi, queste cercherebbero sicuramente di aggredirci e di distruggerci.
Perché anche loro, per il solo fatto di essere delle forme viventi, sarebbero necessariamente soggetti alle leggi generali della riproduzione e del darwinismo, le quali non richiedono la fratellanza universale, ma la sopraffazione.
Quindi, forse è meglio che smettiamo di cercarli e ci limitiamo a sperare di non incontrarli mai.
LUMEN


DONNE
Frederick Forsyth è uno scrittore inglese molto noto ed apprezzato, specializzato in romanzi e racconti di spionaggio.
La sua cultura e la sua intelligenza, però, gli consentono di inserire qua e là alcune considerazioni psicologiche degne di uno scrittore classico.
Questo pensiero sulle donne, per esempio, l’ho trovato delizioso e, al tempo stesso, ineccepibile:
<< Le donne amano essere amate, desiderano essere desiderate e adorano essere adorate. Ma soprattutto hanno la necessità di essere necessarie >>
Come si vede, anche in questo caso, la genetica ci mette lo zampino.
Perché il fenotipo, con i suoi legittimi desideri, è importante; ma il genotipo, con le sue superiori esigenze, lo è ancora di più
LUMEN


BUDDHA
Molte sono le massime e le citazioni attribuite al grande Buddha, che sono giunte sino a noi e che appaiono valide ancora oggi.
Come queste tre:
1-Non rispondere quando sei arrabbiato
2-Non assumere impegni quando sei euforico
3-Non prendere decisioni quando sei depresso.
Si tratta di tre regole eccellenti, che qualsiasi individuo razionale, cioè che desideri seguire la ragione più dell’istinto, dovrebbe fare proprie, e che io stesso ho applicato più volte, con successo.
Che anche il buon Buddha fosse un “fenotipo consapevole” senza saperlo ? 
LUMEN

mercoledì 11 ottobre 2017

Il Fascio e l’Altare – 2

Si conclude qui l’intervista virtuale con Giordano Bruno Guerri sui rapporti tra il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica (seconda parte). Lumen


LUMEN – Dunque, Mussolini nel maggio 1931 decise di sciogliere tutti i circoli giovanili religiosi, che non facevano parte dell'Opera Balilla. Come reagì la Chiesa ? 
GUERRI - Il papa rispose con straordinaria rapidità e decisione. Prima lamentò «irriverenze e calunnie, sopraffazioni e violenze», poi ricordò la sua «benevola attenzione agli ordinamenti sindacali e corporativi italiani»; infine, ai primi di luglio, pubblicò un' enciclica in italiano: “Non abbiamo bisogno”. Pio XI riconosceva i benefici ricevuti dal fascismo ma riaffermava che non avrebbe ceduto l'educazione dei giovani «a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana». Arrivò a proclamare che il giuramento di fedeltà al regime era in contrasto con la fedeltà alla Chiesa. La formula del giuramento infatti era: «Giuro di seguire senza discutere gli ordini del Duce e di difendere con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista».
 
LUMEN – Chi era soggetto a questo giuramento ? 
GUERRI - Doveva giurare chiunque avesse un lavoro statale, andasse a scuola, facesse parte di qualsiasi organizzazione. Pio XI, però, si rendeva conto che proibire ai cattolici il giuramento sarebbe stato come dichiarare guerra, per cui nella stessa enciclica precisò: «Conoscendo le difficoltà molteplici dell'ora presente e sapendo come tessera e giuramento sono per moltissimi condizione per la carriera, per il pane e per la vita, abbiamo cercato un mezzo che ridoni tranquillità alle coscienze riducendo al minimo possibile le difficoltà esteriori» .
 
LUMEN – E qual era questo mezzo? 
GUERRI - Lo stesso indicato ai cattolici decenni prima, nel caso venissero eletti in Parlamento: bisognava aggiungere al giuramento le espressioni «salve le leggi di Dio e della Chiesa», oppure «salvi i doveri di buon cristiano». Stavolta però la formula non doveva essere pronunciata ad alta voce ma «davanti a Dio ed alla propria coscienza».
 
LUMEN - Era l'ennesimo compromesso che la Chiesa offriva agli italiani, già così disponibili alla doppia morale. 
GUERRI - L'enciclica condannava il totalitarismo, ma solo quando e in quanto nuoceva agli interessi cattolici. E si concludeva con parole più che concilianti: Noi non abbiamo voluto condannare il partito e il regime come tale. Abbiamo inteso segnalare e condannare quanto nel programma e nell'azione di essi abbiamo veduto e constatato contrario alla dottrina ed alla pratica cattolica e quindi inconciliabile col nome e con la professione di cattolici. Crediamo poi di avere contemporaneamente fatto buona opera al partito stesso e al regime. Perché quale interesse ed utilità possono essi avere, mantenendo in programma, in un paese cattolico come l'Italia, idee, massime e pratiche inconciliabili con la coscienza cattolica?
 
LUMEN – Anche questa, era un’affermazione che Mussolini non poteva sopportare: il «suo» italiano doveva essere prima di tutto un buon fascista. 
GUERRI - Ancora una volta si arrivò ad un compromesso equivoco, che alla lunga avrebbe danneggiato sia il fascismo sia il cattolicesimo, per non dire degli italiani e dei credenti: gli ex popolari e gli antifascisti non avrebbero avuto posti direttivi nell'Azione cattolica; le varie organizzazioni sarebbero state decentrate e messe alla dipendenza dei vescovi in ogni diocesi, perdendo così unità; la bandiera dell'Azione cattolica sarebbe stata il tricolore. E da allora Pio Xl non fece più cenno alla questione del giuramento.
 
LUMEN – Una piccola vittoria per il regime. 
GUERRI - In apparenza Mussolini aveva vinto. E aveva avuto anche la prova che la maggioranza dei cattolici non era disposta a seguire in tutto e per tutto, anche politicamente, le indicazioni del papa. Anzi, come risultò dai rapporti dei prefetti, gran parte dei credenti fascisti non avevano accolto con favore l'enciclica: pensavano che la Chiesa godesse comunque di grandi vantaggi.
 
LUMEN – Quindi una vittoria di facciata. 
GUERRI – Direi di sì. Il duce potè certamente cantare vittoria, ma in prospettiva storica aveva perso, in quanto non riuscì mai a controllare l'Azione cattolica, nonostante il decentramento formale. L'importante per il Vaticano era mantenere la sua condizione di privilegio nella società ed essere l'unica possibile alternativa al regime: la Chiesa, che è paziente, poteva prestare una o due generazioni di italiani al fascismo, pur di controllare quelle successive. La sfida veniva rinviata nei tempi lunghi, e il regime era fatalmente destinato a perdere.
 
LUMEN – Nei tempi lunghi la Chiesa è insuperabile. 
GUERRI – Comunque, la pace venne suggellata l'11 febbraio 1932 in una cerimonia dove il papa insignì Mussolini dello Speron d'oro, la massima onorificenza civile dello Stato pontificio. Da quella data Chiesa e fascismo proseguirono felicemente solidali per tutti gli anni della pienezza del regime: parroci, vescovi, cardinali benedirono sia l'aggressione all'Etiopia sia l'intervento nella guerra di Spagna.
 
LUMEN – Ma nuovi contrasti erano alle porte. 
GUERRI – Una nuova crisi ci fu nel 1937-38 per svariati motivi: di nuovo l'Azione cattolica, che il papa aveva fatto rientrare sotto il controllo centrale del Vaticano, le leggi razziali e l'alleanza con la Germania nazista. Hitler era formalmente cattolico e andava fiero di esserlo perché - diceva – conoscendo il nemico non avrebbe ripetuto gli errori di Bismarck nel combatterlo, ovvero non sarebbe sceso a compromessi, come aveva fatto anche Mussolini. Il Vaticano aveva sperato a lungo in una specie di barriera contrapposta al nazismo e costituita da Portogallo, Spagna, Italia, Austria e Ungheria, tutti paesi cattolici e tutti controllati da dittature di destra. L'annessione alla Germania della cattolicissima Austria e la promulgazione delle leggi razziali in Italia fecero svanire la prospettiva e decisero il papa a sfidare nuovamente il regime.
 
LUMEN – Come reagì la Chiesa di fronte al problema razziale ? 
GUERRI - Anche rispetto al razzismo, la Chiesa si batté in difesa delle proprie prerogative e non per la libertà e la dignità di tutti: il motivo del contendere fu infatti un articolo delle leggi razziali che annullava la validità dei matrimoni religiosi fra ebrei convertiti e cattolici. Per la Chiesa quei matrimoni erano validi e ottenne che venissero riconosciuti. In sostanza la differenza era che la Chiesa voleva discriminare gli ebrei per la loro religione e il fascismo per la loro razza. Come afferma Renzo De Felice nel suo saggio sulla Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Pio XI «avallò, se non nel diritto certo nelle coscienze di molti cattolici, il principio della persecuzione degli ebrei».
 
LUMEN – Il fascismo, quindi, non venne ostacolato su questo punto. 
GUERRI - A Mussolini sembrò ancora una volta di avere vinto, ma non fu così. Durante la Seconda guerra mondiale gli italiani guardarono al nuovo papa, Pio XII, come all'unico uomo di pace. Si notò subito che venivano bombardate tutte le città tranne Roma, perché c'era il papa.
 
LUMEN – Una differenza di grande importanza. 
GUERRI - Questo accrebbe immensamente la speranza nella Chiesa. Alla vigilia di Natale del 1942 il pontefice lanciò un «radiomessaggio». Mussolini, ascoltandolo, disse a Galeazzo Ciano che «Il Vicario di Dio - cioè il rappresentante in terra del regolatore dell'universo - non dovrebbe mai parlare: dovrebbe restarsene fra le nuvole. Questo è un discorso di luoghi comuni che potrebbe agevolmente essere fatto anche dal Parroco di Predappio». Il duce era accecato dalle sconfitte militari, perché altrimenti si sarebbe accorto che il discorso del «parroco di Predappio» era il richiamo a raccolta di quelli che sarebbero diventati gli elettori della Democrazia cristiana: «Non lamento, ma l'azione è precetto dell'ora, non lamento su ciò che è o fu, ma ricostruzione di ciò che sorgerà: Dio lo vuole! ». Come gli antichi crociati.
 
LUMEN – Quali furono le conseguenze di questo discorso ? 
GUERRI - Il papa trovò orecchie attente: peggio si mettevano le cose e più la religiosità degli italiani aumentava. Le chiese erano piene e l'Azione cattolica fece un balzo straordinario raggiungendo 2 milioni e mezzo di «ascritti» nell'agosto del 1943. Un dato da non credersi, tanto la Chiesa si era compromessa con il fascismo. Ma proprio grazie a quel compromesso aveva mantenuto, organizzato e moltiplicato le sue forze, mentre i partiti antifascisti erano sbaragliati e ignoti.
 
LUMEN – Vennero quindi poste le basi per la futura Democrazia Cristiana, che dominò la politica italiana del dopoguerra. 
GUERRI – D’altra parte, erano anni che De Gasperi, rifugiato in Vaticano, stava progettando il nuovo partito cattolico.
 
LUMEN – La Chiesa, quindi, aveva vinto ancora. 
GUERRI – Esattamente. Non era riuscita a impedire la nascita di uno Stato italiano ma in pochi decenni l'aveva trasformato in uno Stato guelfo. E una responsabilità che non viene contestata quasi mai a Mussolini, fra le tante che gli si addebitano, ma che gli spetta in pieno.

mercoledì 4 ottobre 2017

Il Fascio e l'Altare - 1

Vittima di questa intervista virtuale (divisa in due parti) è l’eccellente storico e saggista Giordano Bruno Guerri, con cui parleremo dei rapporti, spesso difficili ma sempre molto stretti, tra il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica (le risposte di GBG sono tratte dal suo libro: “Fascisti”). Lumen


LUMEN – Dottor Guerri, anzitutto benvenuto. 
GUERRI – Grazie.
 
LUMEN - Come possiamo spiegare la lunga e fattiva collaborazione tra due istituzioni così diverse come il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica ? 
GUERRI - La solidarietà Fascismo-Vaticano non deve stupire troppo, anche se, in effetti, Mussolini e il fascismo originario erano anti-cattolici e anti-clericali perché consideravano se stessi una religione.
 
LUMEN – Appunto. 
GUERRI - La Chiesa però aveva in comune con il fascismo tutti i nemici: la democrazia, il liberalismo, il comunismo, la massoneria. Con il fascismo condivideva inoltre il bisogno di ordine, di disciplina, di autorità, di gerarchia, il sostanziale disprezzo e pessimismo sull' uomo come essere sociale, sempre da guidare, da correggere, da costringere e da limitare, la sfiducia quindi per ogni forma di discussione e di ricerca, per ogni atteggiamento che non fosse di obbedienza e di sottomissione. Il modello autoritario e misticheggiante voluto da Mussolini per il fascismo corrispondeva a quello della Chiesa e sembrava il più idoneo a riportare l'Italia a una restaurazione pre-rivoluzione francese. Gli scontri sui problemi specifici erano inevitabili ed in effetti si verificarono, ma in sostanza la Chiesa ed il regime si sfruttarono e si rafforzarono a vicenda.
 
LUMEN – L’evento culminante fu, senza dubbio, il Concordato del 1929. 
GUERRI - La mossa costituì un enorme vantaggio per il Vaticano e un trionfo per Mussolini, determinante nel successivo consenso degli anni Trenta. II lavoro preparatorio, però, fu lungo e complesso. Già nel 1926 Rocco aveva preparato una riforma della legislazione ecclesiastica nel senso più favorevole alla Chiesa. Il progetto venne inviato, con una procedura insolita, a tutti gli alti prelati: 10 cardinali e 127 vescovi risposero dichiarando piena soddisfazione e gratitudine. Ciò nonostante e benché nella commissione di studio ci fossero 3 monsignori in qualità di «consiglieri tecnici», il papa non accettò le leggi «unilateralmente stabilite» dallo Stato: voleva di più, un vero e proprio accordo che dopo settant'anni rimettesse la Chiesa al centro della vita italiana, per instaurare “omnia in Christo”.
 
LUMEN – Come venne superata la questione ? 
GUERRI - Mussolini accontentò il pontefice. Le principali richieste della Chiesa erano l'assoluta sovranità dello Stato pontificio e, problema più delicato, l'abrogazione delle «Guarentigie», la legge che dal 1871 regolava i rapporti tra Stato e Chiesa e della quale tutti i governi precedenti, di destra e di sinistra, erano andati fieri come attuazione perfetta del principio «libera Chiesa in libero Stato» : ma che non era mai stata riconosciuta dal Vaticano.
 
LUMEN – Ci furono però dei problemi. 
GUERRI - Il problema più grave sorse nel 1928, quando un decreto legge impose che le organizzazioni giovanili di qualunque tipo, ovvero anche quelle dell'Azione cattolica, facessero capo all'Opera nazionale balilla. La reazione di Pio XI fu decisissima: interruppe le trattative e fece sapere a Mussolini di considerare la questione del giovani più importante di tutte le altre. Il duce si irritò ma dovette limitare il decreto solo ai 28.000 boy scout (sugli oltre 200.000 membri giovanili dell'Azione cattolica) in quanto organizzazione di tipo semi-militare. Non poteva permettersi, né lo potrà mai, uno scontro frontale con il papa. La Chiesa aveva dunque vinto, ma aveva preferito difendere la propria libertà, invece della libertà.
 
LUMEN – Qual era il contenuto complessivo degli accordi ? 
GUERRI - I Patti vennero firmati l'11 febbraio 1929 nel palazzo del Laterano: era una serie di accordi che comprendeva un trattato per chiudere il problema del riconoscimento fra Stato italiano e Stato del Vaticano (la «questione romana»), la relativa convenzione finanziaria e il Concordato vero e proprio. Il trattato era formato da 27 articoli e il primo dichiarava la religione cattolica come religione di Stato. L'Italia riconosceva l'esistenza e la totale indipendenza dello Stato pontificio, che a sua volta riconosceva il Regno d'Italia con Roma capitale. I cardinali erano equiparati ai «prìncipi del sangue» e le offese fatte al papa sarebbero state punite come quelle fatte al re. C'erano poi una serie di benefici e garanzie.
 
LUMEN – Una concessione che non poteva mancare. 
GUERRI - I 45 articoli del Concordato regolavano i nuovi rapporti tra Stato e Chiesa: agli ecclesiastici erano garantiti vantaggi giuridici, economici, penali, militari, civili; il placet e l'exequatur (ovvero l'assenso dello Stato agli atti dell'autorità ecclesiastica nazionale, il primo, e a quelli della Santa Sede, il secondo) venivano aboliti ma in compenso i vescovi avrebbero dovuto giurare «di rispettare e far rispettare dal clero il re ed il governo»; il matrimonio religioso assumeva valore civile e l'insegnamento della religione veniva reso obbligatorio nonché considerato «fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica» nelle scuole elementari e medie. In conclusione, il fascismo ribaltava tutta la legislazione liberale e riconosceva alla Chiesa un potere sulle vite dei cittadini.
 
LUMEN – E per gli aspetti più specificamente economici ? 
GUERRI - In passato il Vaticano non aveva mai voluto incassare gli oltre 3 milioni l'anno previsti dalla legge delle Guarentigie. Adesso però chiedeva al regime fascista tutti gli arretrati, con gli interessi, per l'esorbitante cifra di oltre 3 miliardi di lire. Alla fine la trattativa venne chiusa con un miliardo in titoli al portatore e 750 milioni in contanti ma lo Stato dovette concedere una serie di vantaggi fiscali che alla lunga si riveleranno ben più onerosi. Per farsi un'idea della cifra basta considerare che i depositi raccolti in tutte le 2.500 banche e casse rurali cattoliche ammontavano a circa un miliardo.
 
LUMEN – La Chiesa, pertanto, ne ricavò una notevole forza finanziaria. 
GUERRI – In effetti la convenzione consentì alla Chiesa di potenziare ed estendere il suo apparato di intervento economico nella società italiana e anche a livello internazionale, mantenendosi su di un piano non secondario nel sistema finanziario italiano. Il Vaticano era ormai uno dei principali creditori dello Stato, in grado di condizionarlo anche economicamente: nel dopoguerra non esiterà a fare pesare questo potere per favorire la vittoria della Democrazia cristiana. Non stupisce che il papa abbia definito Mussolini l'uomo «che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare» .
 
LUMEN – Il tornaconto però fu notevole anche per Mussolini. 
GUERRI - Anche il duce ottenne un vantaggio enorme dal pontefice: veniva investito di un alone sacro, messianico e sovrannaturale, benedetto dalla Chiesa, e si presentava al mondo come statista capace di risolvere problemi insolubili per i suoi predecessori. Il Concordato sancì il passaggio dal culto del fascismo al culto di Mussolini. Il duce in realtà mirava a soppiantare la religione tradizionale con il nuovo culto laico: «Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola» (1931) . Gli scontri di quell'anno fra regime e Chiesa indicano quale fosse la vera posta in gioco del braccio di ferro: il controllo della vita del cittadino dalla nascita alla morte.
 
LUMEN – Uno scontro inevitabile. 
GUERRI - Mussolini non aveva affatto rinunciato ad avere il monopolio delle organizzazioni giovanili (fra l'altro, anche per effetto del Concordato, i giovani dell'Azione cattolica erano passati da 206.000 a 246.000) e il papa non aveva alcuna intenzione di cedere su questo punto. Il duce avviò dunque una campagna di stampa contro l'Azione cattolica. Alcuni giornali fascisti scrissero che era strutturata come un partito, con tessere, bandiere, distintivi, relazioni internazionali e «spirito di opposizione al Regime».
 
LUMEN – E il Papa, come reagì ? 
GUERRI - Quando le accuse vennero confermate dal segretario del partito, Giovanni Giuriati, Pio XI gli rispose personalmente; il papa negò gli addebiti, lamentò che il fascismo esponesse la gioventù a «ispirazioni d'odio e di irriverenza» e li costringesse a troppe attività fisiche e di partito che rendevano «quasi impossibile la pratica dei doveri religiosi». Non mancò di rinfacciare al regime i «pubblici concorsi di atletismo femminile, dei quali anche il paganesimo mostrò di sentire le sconvenienze e i pericoli». Pio XI concludeva: «Il fascismo si dice e vuoi essere cattolico: orbene, per essere cattolici non di solo nome ma di fatto, per essere cattolici veri e buoni, e non cattolici di falso nome, non c'è che un mezzo, uno solo, ma indispensabile e insurrogabile: ubbidire alla Chiesa e al Suo Capo e sentire con la Chiesa e col suo Capo».
 
LUMEN – Una affermazione che il duce non poteva certo accettare. 
GUERRI – Infatti per Mussolini era troppo. E quindi il 29 maggio 1931, con un telegramma ai prefetti, sciolse la FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) e tutti i circoli giovanili che non facessero parte dell'Opera nazionale balilla.
 
(continua)

mercoledì 27 settembre 2017

Specchio delle mie brame

La scoperta dei Neuroni Specchio è stato uno dei grandi successi delle neuro-scienze, ed ha portato notevoli conseguenze nell’interpretazione dei rapporti sociali. Quelle che seguono sono le considerazioni sull’argomento di Cristina Cecchi, tratte da un più lungo articolo di MIcroMega. Lumen
 

<< Con la scoperta dei neuroni specchio, le neuro-scienze hanno penetrato il tempio delle scienze sociali, rivoluzionando il modo in cui pensiamo i rapporti interpersonali.

All’inizio degli anni novanta, Giacomo Rizzolatti è stato protagonista delle ricerche che hanno condotto alla scoperta dei neuroni specchio in alcune aree della corteccia cerebrale – una scoperta ampiamente discussa e infine accettata dalla comunità scientifica, per portata rivoluzionaria paragonata da alcuni a quella del Dna.
 
Individuati nell’uomo nelle aree pre-motorie, inclusa l’area di Broca (quella che presiede all’attività del linguaggio), hanno la funzione di attivare le relazioni intersoggettive; per la precisione, hanno la caratteristica di attivarsi sia quando compiamo un’azione sia quando osserviamo altri compierla: sono i neuroni dell’empatia, e ci dicono che siamo neuro-biologicamente costruiti per provare le emozioni degli altri.
 
Si può immaginare che alle origini del percorso evolutivo siano sorte pratiche da cui l’uomo, procedendo per imitazione dell’azione altrui, ha iniziato l’apprendimento; tali processi imitativi sono regolati da neuroni particolari e hanno garantito lo sviluppo cognitivo della specie umana: grazie all’imitazione si sono diffusi gli strumenti, le tecniche, i rituali, le strategie di difesa, il linguaggio, divenendo parte della cultura del gruppo.
 
La trasmissione della cultura, con la possibilità di migliorare quel che il proprio predecessore ha trovato, è alla base dell’avanzamento della nostra specie. Senza l’imitazione la creatività serve a poco; e l’imitazione comporta la comprensione dell’agire dell’altro da sé. La comprensione biologicamente certificata, tuttavia, di per sé non è sufficiente a rivoluzionare l’idea di socialità.
 
L’uomo è neurofisiologicamente predisposto per imparare a compiere certe azioni (a questo ci si riferisce quando si parla di «neuroni pre-motori»); sta poi anche agli stimoli esterni far sì che tale sviluppo avvenga, che l’apprendimento si verifichi, e che quelle azioni entrino dunque nel patrimonio delle capacità di un individuo. Il che avviene per l’apprendimento delle funzioni motorie, ma si può considerare che avvenga anche per le funzioni empatiche.
 
Attraverso lo studio del sistema motorio della scimmia in situazioni di interazione sociale, Rizzolatti e la sua équipe hanno scoperto dei neuroni che si attivavano sia quando la scimmia compiva un’azione sia quando osservava lo sperimentatore compierla. «Abbiamo chiamato questi neuroni mirror, in italiano “neuroni specchio”», accertandoli poi anche per l’uomo: capiamo l’azione dell’altro proprio come se l’avessimo agita in prima persona.
 
Dopo la scoperta dei neuroni specchio Rizzolatti e colleghi si sono chiesti se ci siano neuroni specchio anche per le emozioni e hanno scoperto che nelle mappe di risonanza magnetica funzionale gli stessi punti si attivavano sia quando un’emozione era evocata da stimoli naturali (per esempio l’odore di uova marce) sia quando il soggetto vedeva – o meglio leggeva – la stessa emozione (il disgusto) in un altro.
 
In sostanza, l’uomo fa esperienza mentale delle stesse emozioni che prova un altro; le emozioni dell’altro non vengono capite cognitivamente, con l’intelligenza, ma sentite direttamente, come se fossero proprie: non si tratta solo di imitazione e comprensione, ma proprio di sentire se stessi come se si fosse l’altro.
 
In questo modo i neuroni specchio ci danno la facoltà dell’immedesimazione, della partecipazione, dell’empatia – il cui deficit sarebbe invece alla base di patologie come autismo, narcisismo, disturbo borderline della personalità.
 
L’evoluzione ha selezionato l’empatia come risorsa biologica indispensabile per la sopravvivenza della specie e degli individui che la compongono. L’empatia non è il vagheggiamento di un animo contemplativo e fiducioso: è una componente fondamentale inscritta nel tessuto cognitivo umano. Sta poi alla società esaltarla o deprimerla.  

Quando Hobbes descrive l’uomo dei primordi che cerca di accaparrarsi le risorse naturali per la propria sopravvivenza coglie senz’altro una verità antropologica: nessuno vuole negarlo. Tuttavia, se esiste un egoismo originario e ineliminabile nella natura umana, senza dubbio esiste un altro egoismo, un prodotto storico dell’organizzazione sociale individualistico-possessiva, la quale accentua l’egoismo naturale, fa leva su di esso e lo esaspera.  

Ma storia non è “fato”: il suo corso è in parte plasmabile. Scommettere sull’empatia anziché sull’egoismo significa pensare una società solidale anziché antagonistica, dare fiducia alla fratellanza che precede la legge, alla cooperazione che precede l’utile. Decidere una diversa evoluzione della specie. Modellare un’umanità nuova. >>

CRISTINA CECCHI


(Link: http://temi.repubblica.it/micromega-online/egoista-o-altruista-la-natura-umana-da-hobbes-ai-neuroni-specchio/?refresh_ce )