mercoledì 19 luglio 2017

I giganti della fede – Il padre Provinciale

Il capitolo XIX dei “Promessi sposi” si apre con uno dei dialoghi più famosi dell’opera: quello tra il Conte zio ed il Padre provinciale dei frati Cappuccini.
Argomento della discussione è lo scomodo padre Cristoforo, che, per aiutare Renzo e Lucia, ha osato mettersi in urto con l’arrogante Don Rodrigo.
Il confronto ci mostra, meglio di mille dissertazioni, a quali patetiche ipocrisie può abbassarsi la pratica religiosa.
LUMEN

 
<< Due potestà, due canizie, due esperienze consumate si trovavano a fronte. Il magnifico signore fece sedere il padre molto reverendo, sedette anche lui, e cominciò: - stante l'amicizia che passa tra di noi, ho creduto di far parola a vostra paternità d'un affare di comune interesse, da concluder tra di noi, senz'andar per altre strade, che potrebbero... E perciò, alla buona, col cuore in mano, le dirò di che si tratta; e in due parole son certo che anderemo d'accordo. Mi dica: nel loro convento di Pescarenico c'è un padre Cristoforo da ***?

Il provinciale fece cenno di sì.
 
- Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico... questo soggetto... questo padre... Di persona io non lo conosco; e sì che de' padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d'oro, zelanti, prudenti, umili: sono stato amico dell'ordine fin da ragazzo... Ma in tutte le famiglie un po' numerose... c'è sempre qualche individuo, qualche testa... E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che è un uomo... un po' amico de' contrasti... che non ha tutta quella prudenza, tutti que' riguardi... Scommetterei che ha dovuto dar più d'una volta da pensare a vostra paternità.
«Ho inteso: è un impegno, - pensava intanto il provinciale: - colpa mia; lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo girare di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare mesi in un luogo, specialmente in conventi di campagna».
 
- Oh! - disse poi: - mi dispiace davvero di sentire che vostra magnificenza abbia in un tal concetto il padre Cristoforo; mentre, per quanto ne so io, è un religioso... esemplare in convento, e tenuto in molta stima anche di fuori.
 
- Intendo benissimo; vostra paternità deve... Però, però, da amico sincero, voglio avvertirla d'una cosa che le sarà utile di sapere; e se anche ne fosse già informata, posso, senza mancare ai miei doveri, metterle sott'occhio certe conseguenze... possibili: non dico di più. Questo padre Cristoforo, sappiamo che proteggeva un uomo di quelle parti, un uomo... vostra paternità n'avrà sentito parlare; quello che, con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia, dopo aver fatto, in quella terribile giornata di san Martino, cose... cose... Lorenzo Tramaglino!
 
«Ahi!» pensò il provinciale; e disse: - questa circostanza mi riesce nuova; ma vostra magnificenza sa bene che una parte del nostro ufizio è appunto d'andare in cerca de' traviati, per ridurli...

- Va bene; ma la protezione de' traviati d'una certa specie...! Son cose spinose, affari delicati... - E qui, in vece di gonfiar le gote e di soffiare, strinse le labbra, e tirò dentro tant'aria quanta ne soleva mandar fuori, soffiando. E riprese: - ho creduto bene di darle un cenno su questa circostanza, perché se mai sua eccellenza... Potrebbe esser fatto qualche passo a Roma... non so niente... e da Roma venirle...
 
- Son ben tenuto a vostra magnificenza di codesto avviso; però son certo che, se si prenderanno informazioni su questo proposito, si troverà che il padre Cristoforo non avrà avuto che fare con l'uomo che lei dice, se non a fine di mettergli il cervello a partito. Il padre Cristoforo, lo conosco.
 
- Già lei sa meglio di me che soggetto fosse al secolo, le cosette che ha fatte in gioventù.
 

- È la gloria dell'abito questa, signor conte, che un uomo, il quale al secolo ha potuto far dir di sé, con questo indosso, diventi un altro. E da che il padre Cristoforo porta quest'abito...
 
- Vorrei crederlo: lo dico di cuore: vorrei crederlo; ma alle volte, come dice il proverbio... l'abito non fa il monaco.
 
Il proverbio non veniva in taglio esattamente; ma il conte l'aveva sostituito in fretta a un altro che gli era venuto sulla punta della lingua: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio.
 
- Ho de' riscontri, - continuava, - ho de' contrassegni...

- Se lei sa positivamente, - disse il provinciale, - che questo religioso abbia commesso qualche errore (tutti si può mancare), avrò per un vero favore l'esserne informato. Son superiore: indegnamente; ma lo sono appunto per correggere, per rimediare.
 
- Le dirò: insieme con questa circostanza dispiacevole della protezione aperta di questo padre per chi le ho detto, c'è un'altra cosa disgustosa, e che potrebbe... Ma, tra di noi, accomoderemo tutto in una volta. C'è, dico, che lo stesso padre Cristoforo ha preso a cozzare con mio nipote, don Rodrigo ***.
 
- Oh! questo mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace davvero.

- Mio nipote è giovine, vivo, si sente quello che è, non è avvezzo a esser provocato...
 
- Sarà mio dovere di prender buone informazioni d'un fatto simile. Come ho già detto a vostra magnificenza, e parlo con un signore che non ha meno giustizia che pratica di mondo, tutti siamo di carne, soggetti a sbagliare... tanto da una parte, quanto dall'altra: e se il padre Cristoforo avrà mancato...
 
- Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo... si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest'urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent'altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire. Mio nipote è giovine; il religioso, da quel che sento, ha ancora tutto lo spirito, le... inclinazioni d'un giovine: e tocca a noi, che abbiamo i nostri anni... pur troppo eh, padre molto reverendo?... (…)
 
Tocca a noi, - continuò, - a aver giudizio per i giovani, e a rassettar le loro malefatte. Per buona sorte, siamo ancora a tempo; la cosa non ha fatto chiasso; è ancora il caso d'un buon principiis obsta. Allontanare il fuoco dalla paglia. Alle volte un soggetto che, in un luogo, non fa bene, o che può esser causa di qualche inconveniente, riesce a maraviglia in un altro. Vostra paternità saprà ben trovare la nicchia conveniente a questo religioso. C'è giusto anche l'altra circostanza, che possa esser caduto in sospetto di chi... potrebbe desiderare che fosse rimosso: e, collocandolo in qualche posto un po' lontanetto, facciamo un viaggio e due servizi; tutto s'accomoda da sé, o per dir meglio, non c'è nulla di guasto.
 
Questa conclusione, il padre provinciale se l'aspettava fino dal principio del discorso. «Eh già! - pensava tra sé: - vedo dove vuoi andar a parare: delle solite; quando un povero frate è preso a noia da voi altri, o da uno di voi altri, o vi dà ombra, subito, senza cercar se abbia torto o ragione, il superiore deve farlo sgomberare».
 
E quando il conte ebbe finito, e messo un lungo soffio, che equivaleva a un punto fermo, - intendo benissimo, - disse il provinciale, - quel che il signor conte vuol dire; ma prima di fare un passo...
 
- È un passo e non è un passo, padre molto reverendo: è una cosa naturale, una cosa ordinaria; e se non si prende questo ripiego, e subito, prevedo un monte di disordini, un'iliade di guai. Uno sproposito... mio nipote non crederei... ci son io, per questo... Ma, al punto a cui la cosa è arrivata, se non la tronchiamo noi, senza perder tempo, con un colpo netto, non è possibile che si fermi, che resti segreta... e allora non è più solamente mio nipote... Si stuzzica un vespaio, padre molto reverendo. Lei vede; siamo una casa, abbiamo attinenze...
 
- Cospicue.
 
- Lei m'intende: tutta gente che ha sangue nelle vene, e che, a questo mondo... è qualche cosa. C'entra il puntiglio; diviene un affare comune; e allora... anche chi è amico della pace... Sarebbe un vero crepacuore per me, di dovere... di trovarmi... io che ho sempre avuta tanta propensione per i padri cappuccini...! Loro padri, per far del bene, come fanno con tanta edificazione del pubblico, hanno bisogno di pace, di non aver contese, di stare in buona armonia con chi... E poi, hanno de' parenti al secolo... e questi affaracci di puntiglio, per poco che vadano in lungo, s'estendono, si ramificano, tiran dentro... mezzo mondo. Io mi trovo in questa benedetta carica, che m'obbliga a sostenere un certo decoro... Sua eccellenza... i miei signori colleghi... tutto diviene affar di corpo... tanto più con quell'altra circostanza... Lei sa come vanno queste cose.
 
- Veramente, - disse il padre provinciale, - il padre Cristoforo è predicatore; e avevo già qualche pensiero... Mi si richiede appunto... Ma in questo momento, in tali circostanze, potrebbe parere una punizione; e una punizione prima d'aver ben messo in chiaro...
 
- No punizione, no: un provvedimento prudenziale, un ripiego di comune convenienza, per impedire i sinistri che potrebbero... mi sono spiegato.
 
- Tra il signor conte e me, la cosa rimane in questi termini; intendo. Ma, stando il fatto come fu riferito a vostra magnificenza, è impossibile, mi pare, che nel paese non sia traspirato qualcosa. Per tutto c'è degli aizzatori, de' mettimale, o almeno de' curiosi maligni che, se posson vedere alle prese signori e religiosi, ci hanno un gusto matto; e fiutano, interpretano, ciarlano... Ognuno ha il suo decoro da conservare; e io poi, come superiore (indegno), ho un dovere espresso... L'onor dell'abito... non è cosa mia... è un deposito del quale... Il suo signor nipote, giacché è così alterato, come dice vostra magnificenza, potrebbe prender la cosa come una soddisfazione data a lui, e... non dico vantarsene, trionfarne, ma...
 
- Le pare, padre molto reverendo? Mio nipote è un cavaliere che nel mondo è considerato... secondo il suo grado e il dovere: ma davanti a me è un ragazzo; e non farà né più né meno di quello che gli prescriverò io. Le dirò di più: mio nipote non ne saprà nulla. Che bisogno abbiamo noi di render conto? Son cose che facciamo tra di noi, da buoni amici; e tra di noi hanno da rimanere. Non si dia pensiero di ciò. Devo essere avvezzo a non parlare. - E soffiò. - In quanto ai cicaloni, - riprese, - che vuol che dicano? Un religioso che vada a predicare in un altro paese, è cosa così ordinaria! E poi, noi che vediamo... noi che prevediamo... noi che ci tocca... non dobbiamo poi curarci delle ciarle.
 
- Però, affine di prevenirle, sarebbe bene che, in quest'occasione, il suo signor nipote facesse qualche dimostrazione, desse qualche segno palese d'amicizia, di riguardo... non per noi, ma per l'abito...
 
- Sicuro, sicuro; quest'è giusto... Però non c'è bisogno: so che i cappuccini son sempre accolti come si deve da mio nipote. Lo fa per inclinazione: è un genio in famiglia: e poi sa di far cosa grata a me. Del resto, in questo caso... qualcosa di straordinario... è troppo giusto. Lasci fare a me, padre molto reverendo; che comanderò a mio nipote... Cioè bisognerà insinuargli con prudenza, affinché non s'avveda di quel che è passato tra di noi. Perché non vorrei alle volte che mettessimo un impiastro dove non c'è ferita. E per quel che abbiamo concluso, quanto più presto sarà, meglio. E se si trovasse qualche nicchia un po' lontana... per levar proprio ogni occasione...
 
- Mi vien chiesto per l'appunto un predicatore da Rimini; e fors'anche, senz'altro motivo, avrei potuto metter gli occhi...

- Molto a proposito, molto a proposito. E quando...?
 

- Giacché la cosa si deve fare, si farà presto.
 

- Presto, presto, padre molto reverendo: meglio oggi che domani. E, - continuava poi, alzandosi da sedere, - se posso qualche cosa, tanto io, come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini...
 
- Conosciamo per prova la bontà della casa, - disse il padre provinciale, alzatosi anche lui, e avviandosi verso l'uscio, dietro al suo vincitore.

- Abbiamo spento una favilla, - disse questo, soffermandosi, - una favilla, padre molto reverendo, che poteva destare un grand'incendio. Tra buoni amici, con due parole s'accomodano di gran cose. >>

ALESSANDRO MANZONI

mercoledì 12 luglio 2017

Hiroshima mon amour - 2

Torno a parlare dell’energia nucleare, approfittando di un lungo articolo pubblicato da Effetto Risorse, dal quale ho estratto le considerazioni più prettamente economiche. La sensazione è che questo tipo di energia, nonostante i suoi passati splendori, abbia intrapreso un declino irreversibile, lasciando un vuoto che non sarà facile colmare. Lumen


<< Le centrali nucleari statunitensi sono vecchie e in declino. Per il 2030, la generazione di energia nucleare potrebbe essere fonte di solo il 10% dell'energia elettrica, metà della produzione attuale, perché 38 reattori che producono un terzo dell'energia nucleare hanno superato i 40 anni di vita ed altri 33 reattori che producono un altro terzo di energia nucleare hanno più di 30 anni.

Anche se ad alcuni verranno rinnovati i permessi, 37 reattori che producono metà dell'energia nucleare sono a rischio di chiusura per cause economiche, guasti, inaffidabilità, lunghe interruzioni, sicurezza e costosi aggiornamenti post Fukushima (...).

Non vengono costruiti nuovi reattori perché ci vogliono anni per ottenere i permessi e devono essere raccolti dagli 8,5 ai 20 miliardi di dollari di capitale per una nuova centrale nucleare da 3.400 MW. Questo è praticamente impossibile visto che una più sicura centrale a gas da 3.400 MW può essere costruita con 2,5 miliardi di dollari in metà tempo. Quale società di servizi vuole spendere miliardi di dollari ed aspettare un decennio prima di ottenere un centesimo di introito e che venga generato un watt di elettricità ?

Negli Stati Uniti ci sono 104 centrali nucleari (in gran parte costruite negli anni 70 e 80) che contribuiscono al 19% della nostra elettricità. Anche se tutte le centrali over 40 ottenessero il rinnovo per operare per 60 anni, a partire dal 2020 è improbabile che possano ottenere il rinnovo per altri 20 anni, quindi per il 2050 quasi tutte le centrali nucleari saranno fuori mercato. (…)

I nuovi reattori nucleari sono [molto] costosi. Le recenti stime dei costi per le nuove singole centrali hanno superato i 5 miliardi. I nuovi reattori sono intrinsecamente costosi perché devono essere in grado di sopportare praticamente ogni rischio che si possa immaginare, compreso l'errore umano e i grandi disastri. (…) E dovremmo aggiungere una media di 17 centrali ogni anno, costruendo una media di 9 centrali all'anno per sostituire quelli che verranno messi in pensione, per un totale di una centrale nucleare ogni due settimane per quattro decenni; più 10 Yucca Mountain per stoccare le scorie. (…)

In generale, più si accumula energia con una data tecnologia, meno costa costruirla. Ciò è stato illustrato drammaticamente dal crollo dei costi di energia eolica e solare. Il nucleare, tuttavia, è andato in controtendenza, dimostrando invece una specie di “curva di apprendimento negativa” nel tempo.

Secondo la Union of Concerned Scientists (UCS), il costo reale di 75 dei primi reattori nucleari costruiti negli Stati Uniti hanno superato le stime iniziali di più del 200%. Più di recente, i costi hanno continuato a gonfiarsi. Sempre secondo la UCS, il prezzo di una centrale nucleare è balzato dai circa 2-4 miliardi di dollari del 2002 ai 9 miliardi di dollari nel 2008. Detto in un altro modo, il prezzo è schizzato da meno di 2.000 dollari statunitensi per kilowatt all'inizio del 2000 agli 8.000 dollari statunitensi a kilowatt nel 2008. (…)

In Europa la situazione è analoga, con un paio di esempi particolarmente clamorosi che gettano una cappa sull'industria. La costruzione di un nuovo reattore della centrale finlandese di Olkiluoto 3 è iniziata nel 2005, ma non finirà prima del 2018, nove anni in ritardo e più di 5 miliardi di dollari americani oltre il preventivo. Un reattore in Francia, dove il nucleare è la fonte principale di energia elettrica, è sei anni in ritardo rispetto al programma e più del doppio più costosa di quanto preventivato.

La storia di 60 anni o più di costruzione di reattori non offre prove che i costi scenderanno (…) Man mano che la tecnologia nucleare è maturata, i costi sono aumentati e tutte le indicazioni attuali sono che questa tendenza continuerà. Le centrali nucleari richiedono sistemi di rete enormi, visto che sono lontane dai consumatori di energia. Il Financial Times stima che questo richiederebbe l'investimento di 10.000 miliardi di dollari in tutto il mondo in sistemi elettrici nei prossimi 30 anni.

In sintesi, gli investitori non investiranno in nuovi reattori perché:

1 - Ci sono miliardi in gioco in responsabilità in caso di fusione o incidente;
2 -Potrebbe esserci uranio sufficiente soltanto per alimentari le centrali esistenti;
3 -Il costo per centrale lega il capitale troppo a lungo (possono servire 10 miliardi di dollari in 10 anni per costruire una centrale nucleare);
4 -I costi di smantellamento sono molto alti;
5 -Trattare in modo appropriato le scorie è costoso;
6 -Non c'è luogo in cui mettere le scorie (nel 2009 il Segretario all'Energia ha chiuso il sito di Yucca Mountain e non c'è sostituto in vista).

Né il governo statunitense pagherà per i reattori nucleari, dato che l'opinione pubblica è contraria: il 72% (…) non era favorevole al fatto che il governo pagasse i reattori nucleari tramite garanzie per miliardi di dollari di nuovi prestiti federali per i nuovi reattori. (…)

Ci vogliono spesso più di 10 anni per costruire una centrale nucleare perché ci vogliono anni per avere i permessi, fabbricare i componenti ed altri 4-7 anni per costruire materialmente. Questo è un tempo d'attesa troppo lungo per gli investitori, che vogliono dei ritorni molto più rapidi di questi. I tecno ottimisti possono obiettare che qualche tipo di reattore moderno potrebbe essere costruito più rapidamente.

Ma l'opinione pubblica ha paura dei reattori (giustamente), quindi è destinato a procedere lentamente, in quanto le proteste delle persone chiederanno ispezioni più severe ad ogni passo del percorso. L'opinione pubblica è preoccupata anche dai problemi di stoccaggio a lungo termine delle scorie. Quindi anche un reattore piccolo e semplice avrebbe diversi ostacoli da superare.

I mercati finanziari sono cauti ad investire in nuove centrali nucleari finché non sarà dimostrato che possano essere costruite secondo i preventivi e nei tempi stabiliti. Non sono state costruite centrali nucleari per decenni negli Stati Uniti, ma ci sono ricordi spiacevoli, perché la costruzione di alcune delle attuali centrali in opera è stata associata al superamento dei costi e a ritardi consistenti. C'è anche un divario significativo fra quando inizia la costruzione e quando si realizzano ritorni sugli investimenti.

L'energia per costruire, smantellare, trattare le scorie, ecc. potrebbe essere di più di quella che l'impianto genererà mai, un EROEI negativo. (…) Una delle principali ragioni per cui l'EROEI è basso, è a causa delle enormi quantità di energia usata per costruire le centrali nucleari, cosa che crea una grande quantità di emissioni di gas serra.

Per produrre energia nucleare sufficiente ad uguagliare l'energia che otteniamo attualmente dai combustibili fossili, si dovrebbero costruire 10.000 delle più grandi centrali nucleari possibili. Si tratta di un'iniziativi enorme e probabilmente non fattibile e a quel tasso di combustione le nostre riserve conosciute di uranio durerebbero soltanto 10 o venti anni”.

Ci sono abbastanza siti per 10.000 centrali vicino all'acqua per il raffreddamento ma non troppo in basso per evitare che l'aumento del livello dei mari le distrugga o che le siccità rimuovano le disponibilità di acqua per il raffreddamento ? >>

ALICE FRIEDMANN


(Link: http://ugobardi.blogspot.it/2017/04/perche-lenergia-nucleare-non-e.html

mercoledì 5 luglio 2017

Avanti Savoia !

I chiaroscuri del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, in questo provocatorio (ma interessante) articolo di Giuliano Guzzo (tratto dal suo sito). Lumen
 

<< [Nelle scuole] si continua a propagandare la storia dell’Unità d’Italia come plebiscito, come gioiosa ed applaudita passerella di garibaldini e compagni lungo la Penisola. Cosa totalmente inventata, come dimostra tutta una serie di eventi realmente accaduti durante il Risorgimento e tutt’altro che allegri.
 
Come la resistenza armata, durata sei mesi, di Federico II di Borbone. Di quei mesi molti testi scolastici riferiscono poco o nulla, ma vi furono scontri che costarono alle truppe borboniche qualcosa come 2.700 morti, 20.000 feriti e migliaia di dispersi. Un massacro dovuto – dicono gli storici – non già alla volontà del popolo italiano di unificarsi, come spesso si vuol far credere, bensì al comune rifiuto di un progetto politico che interessava, a quel tempo, appena il 2% della popolazione.
 
L’Unità d’Italia come idea estremamente elitaria, dunque, almeno all’inizio. I plebisciti di cui, in proposito, tanti libri scolatici parlano, sono pertanto colossali frottole.
 
Ma cominciamo dal principio. Tutto ebbe inizio nell’incontro segreto che, nel 1858, ebbero, a Plombières, Camillo Benso di Cavour e Napoleone III. Cavour portò con sé tre foglietti di memorie sulle questioni più urgenti da affrontare; principalmente, questioni di guerre d’annessione.
 
L’idea allora discussa, in estrema sintesi, era quella della futura tripartizione, sulla scia del modello germanico, dell’Italia: Alta Italia, Regno dell’Italia centrale e Regno di Napoli e Roma. Un’idea piuttosto interessante anche se, come sappiamo, rispetto a quelle iniziali intese le cose poi andarono molto diversamente.
 
Ma l’aspetto più inquietante, in tutto questo, fu l’atteggiamento del governo italiano o aspirante tale, disposto a cedere pezzi del proprio territorio – Nizza e Savoia – alla Francia, e a patrocinare matrimoni combinati – quello della figlia di Vittorio Emanuele II col cugino di Napoleone II – pur di farsi sostenere nel proprio progetto bellico. Progetto contrassegnato da episodi di gravità inaudita. Come quando, nell’ottobre 1860, la guerra d’invasione del Mezzogiorno e della conquista del Regno delle Due Sicilie iniziò senza nemmeno una dichiarazione formale, calpestando in pieno il diritto internazionale,
 
Il peggio, tuttavia, fu riservato alla Chiesa. E non fu un caso. Sin dal 1848, infatti, all’indomani dell’approvazione dello Statuto di Carlo Alberto, Parlamento e governo subalpino si mobilitano per ostacolare la vita ai gesuiti e agli ordini religiosi. Fanno testo, a questo riguardo, gli interventi del deputato Cesare Leopoldo Bixio, dichiarato anticlericale. Risultato: il ’48 si concluse col domicilio coatto imposto ai gesuiti e con la conversione dei loro collegi che diventarono caserme, ospedali, manicomi.
 
E quello non fu l’inizio di una persecuzione che sarebbe durata molti anni. Toccò infatti a Cavour, pochi anni dopo, attaccare le festività religiose, a suoi dire troppo numerose.
 
E solo quattro anni più tardi fu presentato in Parlamento un progetto di legge per privare di personalità giuridica gli ordini contemplativi e mendicanti. Una disposizione che coinvolse 335 case per un totale di 5.489 persone, che si ritrovarono – apparentemente senza una motivazione – bersagliati da una legge che tolse loro le proprietà donate dai fedeli, archivi e biblioteche.
 
E pensare che ancora oggi molti considerano Cavour un liberale. Con ogni probabilità senza sapere che proibì la circolazione delle encicliche di Pio IX. Chi avesse dubbi non dovrebbe fare altro che consultare quello che era il Codice penale piemontese che, all’articolo 269, puniva «severamente i sacerdoti pei peccati di parole, d’opere e di omissioni» contro il dogma liberale. Alla faccia del liberalismo.
 
Ma il personaggio che, nella memoria collettiva, gode più immeritatamente di onore e gloria è lui, Giuseppe Garibaldi. Anti-clericale d’assalto, noto massone, corsaro, trafficante di schiavi, ambientalista ante-litteram, nonché esempio per Mussolini – che riconobbe in lui il primo dittatore d’Italia -, Garibaldi gode ancora di una fama dorata.
 
Eppure ebbe una vita tormentata al punto che, per scrivere la sua storia fino a conferirgli parvenza eroica, Cavour chiamò ben quattro scrittori tra cui Alexander Dumas. Lo stesso sbarco dei Mille a Marsala fu una farsa, perché non sarebbe mai stato possibile senza il favore di due navi inglesi, “Intrepid” e “H.M.S. Argus”, lì ormeggiate.
 
Del resto, fu lo stesso Vittorio Emanuele II a ritenere Garibaldi un pericoloso criminale. Sentiamo cosa scrisse di lui a Cavour dopo lo storico “incontro di Teano”: «Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi […] questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete […] Il suo talento militare è modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s’è circondato di canaglie».
 
Ovviamente, il cosiddetto ”eroe dei due mondi” odiava a morte il Papa, che arrivò a definire «un metro cubo di letame». E provò, con un sonoro fallimento, ad invadere Roma. Era il settembre del 1867 e, alla guida di ottomila uomini, dopo aver espugnato Monterotondo, Garibaldi era al ponte Nomentano dove, raggiunto dalla notizia dell’arrivo di un corpo di spedizione francese, se la fece sotto e fece dietro-front.
 
Lo scontro, tuttavia, ci fu. Avvenne a Mentana e fu una catastrofe: ben 1.600 garibaldini furono fatti prigionieri ed entrarono a Roma coi francesi, acclamati dalla città come eroi e vincitori. Un episodio, questo, che la disse lunga sulla volontà dei romani di diventare italiani. Non per nulla Hübner, ambasciatore austriaco fresco di nomina, in una lettera del 5 ottobre 1867 scrisse: «I giornali italiani, moderati e rivoluzionari, mentono sfrontatamente quando parlando d’insurrezione e di insorti negli Stati del Papa. Non si vede l’ombra di un movimento. Non una città, non un villaggio si è mosso».
 
Esistono fondate ragioni per supporre che anche i veneti ed i lombardi, in realtà, fossero [poco] desiderosi di diventare subito italiani, visto e considerato che, già a quel tempo, rappresentavano un’area economicamente produttiva.
 
Per non parlare del Meridione. Il Regno delle Due Sicilie in campo economico era al primo posto in Italia e al terzo in Europa e disponeva di una eccellente marina mercantile. La Campania, poi, era addirittura la regione più industrializzata d’Europa: poteva vantare l’Opificio di Pietrarsa – dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari – e cantieri navali all’avanguardia e perennemente sommersi di ordinazioni.
 
Ma torniamo alla conquista di Roma. Che non fu affatto una pagina allegra: i bersaglieri entrarono nella Città Eterna con una cannonata, e ci furono 49 morti italiani e 19 papalini. Chi dunque pensa la Breccia di Porta Pia una marcia felice sappia che ha in mente un’immagine falsa. Come falsa è l’ormai celebre fotografia – presente in tutti i sussidiari delle elementari – che immortala i bersaglieri col fucile spianato intenti ad entrare a Roma. Fu scattata il giorno dopo, il 21 settembre, coi bersaglieri in posa propagandistica.
 
Beninteso: con queste rapide e per forza di cose imprecise incursioni storiche, non si ha certo la pretesa – né tanto meno l’intenzione – di infangare l’Italia. Tuttavia, se si considerano gli episodi sopra richiamati, forse si capiscono meglio le ragioni dell’odierna difficoltà, per gli italiani, di sentirsi nazione. >>
 
GIULIANO GUZZO


(Link: https://giulianoguzzo.com/2012/11/09/brevi-appunti-per-una-controstoria-dellunita-ditalia/)

mercoledì 28 giugno 2017

Nemo dixit

C’era una volta, lontano nel tempo, il regno dell’ipse dixit. Le presunte “verità” erano poche, chiare, semplici e soprattutto, indiscutibili.
Ma le cose, pian piano, cambiarono e si finì per passare al relativismo, cioè a quello che potremmo definire un “nemo dixit”, con i suoi pro ed i suoi contro.
Una storia lunga e difficile, piena di dubbi e di ripensamenti, ma che potremmo definire, tutto sommato, a lieto fine.
Ce la racconta Alessandro Gilioli in questo breve, ma chiarissimo, excursus.
Lumen
 

<< Per un paio di millenni o quasi, nessuno in Europa aveva dubbi sulla fonte oggettiva di ciò che era giusto e ciò che era sbagliato. La fonte che stabiliva giusto e ingiusto era Dio. Qualcosa di ontologico, appunto: in sé e per sé, oltre l'opinabile umano. Le leggi di cui le società si dotavano derivavano da una fonte etica e valoriale indubitabile, oggettiva, immutabile ed eterna.
 
Come noto - ma questa è divagazione - la legittimazione ontologica e religiosa della legge finì per attribuire un potere al papato che andava molto oltre i territori controllati dalla Chiesa. Il Papa che nel Medioevo incoronava gli imperatori o i re era il simbolo di questo passaggio di legittimazione: da Dio al Papa, dal Papa al monarca, il quale poi esercita questo potere derivante da Dio.
 
Nel corso della lotta per le investiture, nell'XI secolo, diversi pensatori vicini al papato arrivarono a teorizzare che, senza il placet pontificio, il re non avesse quindi alcuna legittimazione a governare, e che il popolo avesse nel caso diritto a ribellarsi.
 
Questo - al netto delle questioni di interesse - perché il potere e le sue leggi derivavano da Dio, il Papa ne era l'intermediario in terra e il re ne era solo il provvisorio depositario finale. Ne conseguiva, sostanzialmente, una società teocratica, come ovvio se tutti i valori e le leggi derivano da Dio.
 
Questa cosa, tuttavia, a un certo punto si è incrinata. Non la faccio lunga, che è cosa nota: l'Illuminismo, la Ragione, il vaglio critico della mente umana. Frutto, si sa, di una borghesia che voleva spezzare l'ordine antico del rapporto di potere esclusivo tra aristocrazia a Chiesa.
 
Ma al di là delle questioni di classe, fu anche una rivoluzione culturale: si iniziò a dubitare che la fonte del giusto e dell'ingiusto - e delle leggi che vi si conformavano - fosse Dio. Si iniziò a pensare che fosse, invece, l'uomo.
 
Quindi che il giusto e l'ingiusto fossero qualcosa di soggettivo, opinabile e non eterno. Privo di una fonte oggettiva, di un aggancio ontologico. Era nato il relativismo.
 
Il relativismo poneva diversi problemi. Ad esempio, Dostoevskij si chiedeva se in assenza di Dio fosse tutto lecito. Cioè se l'assenza di una fonte oggettiva non determinasse la fine dell'etica. Bel problema, se senza Dio ognuno poteva fare quel che gli pareva, perché tanto nessuna legge aveva più un aggancio ontologico.
 
I relativisti invece partorirono la democrazia. Cioè l'idea che in termini etici ognuno avesse i paradigmi valoriali che voleva, ma in termini pratici la legge con cui regolare la convivenza sociale doveva essere il frutto della volontà della maggioranza.
 
In altre parole, non è che morto Dio fosse tutto lecito. Semplicemente, morto Dio era la maggioranza delle persone a decidere cos'era lecito e che cosa no. Per regolare la convivenza civile, la società non ha più bisogno di Dio: fa da sé.
 
E la questione etico-valoriale viene staccata da quella pratica-legislativa: la prima è libera e soggettiva, ma all'interno delle regole poste dalla seconda la cui unica fonte è la maggioranza. Ovviamente anche questa soluzione ha i suoi punti deboli.
 
Ad esempio, in termini logici contiene un paradosso: si stabilisce che non esiste un valore etico oggettivo e assoluto, se non il fatto che non esiste alcun valore etico oggettivo e assoluto (quindi si fa a maggioranza). Un paradosso logico, appunto.
 
Ma finora non si è ancora trovata una soluzione migliore se non quella di proclamare come oggettiva e assoluta un'opinione valoriale soggettiva e di minoranza. E quest'ultima è una soluzione peggiore (come ho cercato di dimostrare qualche tempo fa sfottendo chi si oppone al suffragio universale).
 
Il secondo punto debole della relativizzazione di ogni norma a ciò che vuole la maggioranza (senza alcun aggancio ontologico valoriale) è che la maggioranza può fare cazzate gigantesche, dal "Crucifige!" che salvò Barabba alle elezioni che diedero la vittoria a Hitler.
 
Non che invece le decisioni prese da pochi potenti nella storia non abbiano provocato altrettante ingiustizie, ma insomma non è detto che le democrazie la imbrocchino sempre.
 
Per questo sono nate le Costituzioni. Che hanno mura più solide di leggi ordinarie, esigono più riflessioni e più passaggi per essere modificate, per alcuni punti si stabilisce perfino che non siano modificabili (es.: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale»), quindi - nuovo paradosso - se ne presume una seppur parziale eternità ontologica.
 
Insomma un discreto casino. Non è tutto semplice e chiaro come quando le leggi provenivano da Dio. Ma finora non si è appunto riusciti a fare di meglio - e tutto sommato la cosa funziona. Se qualcuno ha proposte alternative, dica pure. >>
 
ALESSANDRO GILIOLI


(Link: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/05/16/la-cassazione-e-la-teocrazia/)

mercoledì 21 giugno 2017

Facciamo cifra tonda

E’ ben noto che gli esseri umani sono affascinati dalle “cifre tonde”, probabilmente perché sono più facili da memorizzazione.
Ma ci sono casi in cui le cifre tonde possono essere una trappola o addirittura un errore da evitare.
Ecco tre brevi considerazioni sull’argomento, liberamente tratte dal web (con poscritto personale).
LUMEN


 
INDICI DI BORSA
<< Spesso le cifre tonde, per gli indici di borsa, ma anche per i singoli titoli, rappresentano obiettivi psicologici di una certa importanza.
Non c’è nessuna ragione razionale in questo, ma è una ricorrenza empirica che consente di individuare le cifre tonde come aree di resistenza.
Di fatto, spesso lo sforzo dei mercati si orienta a raggiungere questi traguardi e, una volta fatto, scattano “prese” di beneficio.
Ciò è in parte legato al fatto che chi si posiziona al rialzo su un trend, spesso mette ordini di vendita, per “accontentarsi”, proprio in coincidenza di cifre tonde.
Questo comportamento è dovuto alla semplificazione percettiva del nostro cervello, che, abituandosi a ragionare sui numeri col sistema decimale, vede inconsapevolmente il raggiungimento della cifra tonda come un obiettivo che precede la ripartenza del conteggio da 1 (ovviamente sulla decina, centinaio o migliaio superiore).
Per questo se dobbiamo scegliere un numero tendiamo istintivamente a scegliere una cifra tonda. >>
dal sito TREND-ONLINE.COM


 
GIOCO D’AZZARDO
<< Perché non ci si ferma quando è il momento di fermarsi e si insegue la “cifra tonda”?
Sappiamo che il cervello è una macchina perfetta e tra le sue peculiarità c'è quella di elaborare i segnali che riceve per renderci più semplice l'interpretazione.
I numeri sono informazioni da gestire ed è più facile gestirli in blocchi e le cifre tonde fanno parte degli schemi base con cui ragioniamo.
Che sia identificare anniversari, mettere scadenze, o ricevere il resto dal negoziante, la cifra tonda è quella che ci mette più a nostro agio.
Al casinò la cifra tonda è un pericolo per chi non ha un obiettivo ragionevole preciso, sia in vincita che in perdita.
Facciamo un esempio pratico:
Ad un giocatore la serata ha già dato soddisfazioni, tra alti e bassi dopo l'ultima puntata vinta si ritrova con un saldo parziale di +195 € che fare?
Quanti si fermano e chiudono bottega ? I più fanno il ragionamento: "arrivo a 200 e chiudo".
Il giocatore perde 5 € e poi ancora 10 € e a quel punto la cifra tonda del 200 € si allontana: "Ok 150 € li metto via e mi gioco questi" il suo è il comportamento tipico.
Così arriva a 150 e, se è un giocatore intelligente, si ferma e si mangia le mani per aver buttato via 45 €.
Oppure si può fissare su 100 €, come cifra tonda, e continuare a giocare inseguendo la vittoria, rischiando di vedere la cifra tonda scendere a 50 € e poi a 0.
La cifra tonda del pareggio è la peggiore di tutte, se si è in vincita, perchè è quella che vanifica tutti gli sforzi fatti.
C'è chi sostiene che tornare a casa con 20 € dopo essere stati quasi a 200 € non ha senso, tanto vale provare il colpo della fortuna.
Beh il colpo della fortuna nella maggior parte dei casi è un regalo al casinò e tornare a casa pareggiando fa crescere il rammarico meglio avere in tasca quei 20 € o anche 15 € o addirittura 5 €, per quanto piccola la cifra è un segno + sulla cassa della serata.
Ma soprattutto è la somma di quei 20 € che con il passare del tempo diventano una bella cifra, tonda o non tonda che sia. >>
dal sito LA ROULETTE.IT



TRUCCHI DEL MARKETING
<< Vediamo sempre più spesso proposte di prezzi a cifre ricche di decimali.
Offerte a 9.90 anziché a 10 euro, oppure appartamenti a 398.450 euro e non a 400.000, [e sin qui, la cosa appare ovvia - NdL], ma anche biglietti a 71,50 anziché 70 euro: i prezzi che non presentano “cifra tonda” sono ritenuti più affidabili.
Quando si deve vendere, il potenziale acquirente tende a ritenere una valutazione del prezzo più efficace quando questa presenta una cifra non tonda, perché si ha l’impressione che questi sia stato proposto dopo una valutazione più precisa.
Le persone, infatti, tendono a considerare una cifra più “dettagliata” maggiormente affidabile, in quanto esito di un processo di valutazione minuzioso, mentre la cifra tonda genera un senso di approssimazione.
Nel campo della negoziazione si è notato che le proposte con cifre tonde sono più facilmente non accettate, come se la controparte, percependo approssimazione nella valutazione da cui è stato generato il prezzo, pensi di poter esercitare un maggior diritto di negoziazione.
Se invece la stima appare (si sottolinea il verbo “appare”) più accurata, l’idea è che ci sia meno spazio per poter contrattare. >>
dal sito PSICOLOGO-MELZO.COM



UNO, NESSUNO E CENTOMILA (Poscritto)
A proposito di cifre tonde, anche il sottoscritto vorrebbe dire la sua.
Mi sono accorto infatti che - clicca oggi, clicca domani - il mio piccolo blog ha raggiunto il traguardo simbolico delle 100.000 visualizzazioni.
Mai avrei immaginato nel 2010, quando ho incominciato (quasi per caso) a condividere le mie riflessioni sul web, di arrivare a tanto.
E di questo devo ringraziare soltanto voi, amici lettori.
Da parte mia, posso solo confermare la minaccia (ehm, volevo dire l’impegno) di continuare ad annoiarvi ancora per un po’, magari con ritmi un po’ più blandi.
In fondo, tutti coloro che amano scrivere, dovrebbero essere soggetti alle 4 regole auree di Beppe Severgnini: avere qualcosa da dire / dirlo / dirlo brevemente / non ridirlo.
Ecco: io avevo qualcosa da dire, l’ho detto e, grazie alla mia innata pigrizia, l’ho detto brevemente; ora devo evitare di ridirlo troppo spesso.
Alla prossima.
LUMEN

mercoledì 14 giugno 2017

Top Secret

Le bugie e le omissioni “a fin di bene” sono sempre esistite e non si può negare che a volte risultino utili. Ma che succede quando vengono utilizzate in politica, nei confronti del popolo ? Ce ne parla Elena Giorza, in questo articolo tratto da Micromega. Lumen


<< Il popolo, inconfessabilmente rappresentato come massa informe, disomogenea, ignorante e credulona, può essere, ma soprattutto, deve essere “illuminato”? La questione se sia opportuno e conveniente rivelare al popolo certe “verità” o se, invece, sia legittimo ingannarlo attraverso il ricorso a “errori utili” di natura religiosa, ha origini antiche, ma la sua presenza si rivela costante nel dibattito filosofico moderno e contemporaneo.
 
Per comprendere – con lo scopo di condividere o discostarsene criticamente – la posizione di chi oggi, in contesti liberal-democratici, mette in luce la pericolosità rappresentata dal completo svelamento, a livello popolare, di alcune dinamiche politiche, culturali e sociali, e la conseguente esigenza di individuare strumenti decettivi in grado di celarle, sembra utile rintracciare alcune tappe fondamentali nell’elaborazione teorica del concetto di “inganno salutare”. (…)
 
Tutti i tentativi - nel contesto delle democrazie liberali - di legittimare il ricorso a “errori utili” in ambito politico, in quanto mezzi necessari per la conservazione della democrazia stessa, possono essere riletti, e compresi nei loro aspetti più problematici, alla luce di due testi [famosi] e, più in particolare, di due concetti presenti in questi testi.
 
Da una parte la “nobile menzogna”, protagonista del III° libro della Repubblica di Platone; dall’altra le “pie frodi”, così come vengono delineate da Voltaire in alcune voci del suo Dizionario filosofico. Tale rilettura, pur istituendo un’analogia tra questi concetti, per risultare efficace non può evidentemente non tener conto dei contesti radicalmente diversi in cui le riflessioni degli autori appena citati si collocano.
 
Una chiara legittimazione dell’uso dell’impostura (…) è rappresentata dalla nozione platonica di “nobile menzogna”, esemplificata dal mito teologico-politico elaborato nel III° libro della Repubblica: « […] il dio, quando vi ha plasmato, nella generazione di quelli tra voi che sono capaci di esercitare il potere ha mescolato dell’oro, perciò sono i più pregevoli; in quella delle guardie, argento; ferro e bronzo nei contadini e negli artigiani. In quanto dunque siete tutti congeneri, per lo più genererete una discendenza simile a voi, tuttavia può accadere che dall’oro nasca prole d’argento e dall’argento dell’oro, e così via secondo tutte le possibilità. […] la città perirà, quando sarà protetta da un difensore di ferro o di bronzo»
 
In un orizzonte di tipo aristocratico e gerarchico, come quello che caratterizza la città ideale di Platone, l’utilizzo strumentale della religione – che si manifesta attraverso l’elaborazione di un mito falso, ma utile – assume un ruolo fondamentale. Nascondendo il carattere arbitrario e artificiale della gerarchia sociale e del progetto educativo platonico, la “nobile menzogna”, pur ammettendo un qualche tipo di mobilità sociale, garantisce la conservazione dell’ordine politico e, in particolare, dell’aristocrazia dei filosofi nei confronti della moltitudine (guardie e produttori).
 
È interessare notare come il concetto stesso di “nobile menzogna” in Platone assuma caratteristiche ben definite: è un inganno di natura retorica, “solo nelle parole”, e quindi diverso dalla menzogna in senso proprio che, in quanto forma di ignoranza, va rifiutata in modo netto; è una prerogativa dei governanti-filosofi che la devono prescrivere come “pharmakon” alla moltitudine, al fine di perseguire il bene comune; ha valore pedagogico, morale e politico; si serve della religione come “instrumentum regni”.
 
Analoga, sotto molteplici aspetti, alla “nobile menzogna” platonica è la nozione di “pie frodi” che emerge nella riflessione di Voltaire, in particolare in alcune voci del Dizionario filosofico: Ateismo, Fanatismo, Frode – in cui si domanda se si debbano usare pie frodi per il popolo e conclude affermando: «Pensiamo innanzitutto che un filosofo debba annunciare un Dio, se vuole essere utile alla società umana» – e Superstizione.
 
La così detta tesi “dell’utilità sociale” della religione nei confronti dei ceti più umili, significativamente giudicata da Sergio Landucci «l’aspetto più ripugnante della riflessione volteriana», implica l’idea che i principi religiosi siano considerati mezzi necessari dal punto di vista politico per evitare la ribellione dei sudditi, “non degni” di conoscere la verità e di essere istruiti: « […] il volgo non è fatto per simili conoscenze; la filosofia non sarà mai affar suo. Quanti dicono che esistono verità che devono essere celate al popolo non si devono minimamente allarmare; il popolo non legge; esso lavora sei giorni alla settimana e il settimo va all’osteria».
 
Rifiutando la possibilità di una morale “umana e di natura” indipendente dalla religione – e ritenendo impossibile, in polemica con Bayle, il darsi di una società di atei, in quanto la religione, alla base della moralità, costituisce un elemento essenziale di qualsiasi società stabile, tranne che di una ipotetica società di filosofi - Voltaire afferma che: «È indubbio che, in una città organizzata, è infinitamente più utile avere una religione, anche falsa, che non averne alcuna».
 
Significativo è il duplice carattere della religiosità che Voltaire propone: per quanto riguarda l’élite intellettuale è sufficiente il deismo, una religione primitiva, naturale e razionale, frutto della “purificazione” delle religioni positive, incentrata sul rispetto di alcuni principi morali fondamentali e basata sull’idea di un Dio garante dell’ordine naturale, razionale e morale.
 
Nei confronti del popolo incolto e povero, invece, l’autore arriva a teorizzare e a legittimare (…) una religione “falsa”, ma in grado di fungere da freno morale e sociale e di mantenere l’ordine politico. In tal senso, quindi, Voltaire si mostra convinto della necessità e dell’utilità di ingannare il popolo, evitando di “illuminarlo” su alcune verità scomode, in primis la falsità delle religioni positive, il cui Dio vendicatore e rimuneratore, e la cui credenza nell’immortalità dell’anima, si rivelano errori utili.
 
Dietro alla legittimazione delle “pie frodi” sembra celarsi la paura del demos da parte dell’ordine castale e la volontà di preservare il sistema sociale e politico: «Non credo che ci sia al mondo un sindaco o un podestà con soli quattrocento cavalli chiamati uomini da governare, il quale non comprenda la necessità di porre dio nelle loro bocche, acciocché serva da morso e da briglia».
 
La necessità, evidente in Voltaire, di una duplice soluzione del “problema politico” (…) che tenga conto di una netta e incolmabile disuguaglianza a livello intellettuale e culturale fra gli individui, riemerge prepotentemente in Leo Strauss. (…) Strauss, facendo propria una prospettiva anti-egualitaria e aristocratica, in polemica con la modernità e con concezioni di tipo democratico e liberale, recupera esplicitamente la “nobile menzogna” platonica affermando l’esigenza dell’uso strumentale delle religione da parte dell’élite politica in ambito pedagogico.
 
Evidentemente influenzato dalle riflessioni filosofiche di stampo platonico - e presupponendo una differenza radicale, dal punto di vista intellettuale e morale, tra il popolo e i “filosofi” - Strauss ritiene necessario nascondere a livello pubblico e politico gli esiti scettici cui la critica filosofica conduce. Per realizzare questo obiettivo egli propone il ricorso al mito religioso, in quanto strumento retorico di manipolazione e dominio sulla massa.
 
Rispetto al “problema politico” – inteso come urgenza di conciliare ordine e libertà senza cadere nei rispettivi eccessi – Strauss si mostra convinto del fatto che l’unica soluzione possibile sia, non tanto di natura economica o giuridica, come sostenuto all’interno della prospettiva moderna e liberale, ma di carattere comunicativo. L’aspetto più interessante della riflessione straussiana è la duplicità della sua proposta; duplicità che, mantenendo come riferimento principale Platone e la filosofia classica, richiama da vicino l’elaborazione volteriana (…) di una religione per il popolo (le “pie frodi”) distinta dal deismo elitario.
 
In “Liberalismo antico e moderno”, Strauss individua due forme alternative di educazione applicabili nella sua contemporaneità politica e alternative al modello laico e secolare proprio della modernità, destinata a degenerare, dal suo punto di vista, nel nichilismo o nel materialismo radicale.
 
La prima, di tipo “esoterico”, è quella destinata a una ristretta élite politica (i gentiluomini che devono governare) e ai filosofi (che si dedicano alla vita teoretica), considerati intellettualmente e moralmente superiori. L’educazione detta “liberale”, nel senso antico del termine: è l’educazione degna dell’uomo libero.
 
La seconda, di tipo “essoterico”, è riservata alla massa ed è l’educazione “religiosa”. Quest’ultima, elaborata sul paradigma della “nobile menzogna” platonica, si basa sull’utilizzo funzionale, da parte di chi detiene il potere, della religione – e, in particolare dell’idea di un Dio vendicatore e rimuneratore – come freno morale, sociale e politico utile per garantire il controllo e il soggiogamento del popolo incolto e “inferiore”.
 
A parere di Strauss, qualora la massa popolare venisse “illuminata” circa il carattere convenzionale della moralità e circa la falsità delle credenze e dei dogmi religiosi – ai quali la moralità stessa, nella prospettiva della “nobile menzogna”, è strettamente legata – l’opportunismo e l’irresponsabilità prenderebbero il sopravvento, spezzando i legami sociali. In tal senso chi governa, facendo propri il disincanto e lo scetticismo propri dell’autentica filosofia, ha non solo la possibilità, ma il dovere di ingannare, senza essere ingannato.
 
La reinterpretazione della menzogna platonica elaborata da Strauss, all’interno di una concezione aristocratica e paternalistica – ma legata a un rigido realismo e alla consapevolezza dell’impossibilità di un’aristocrazia universale – che mira a svuotare le istituzioni liberali e democratiche, fino a ridurle a pure formalità – per riempirle di contenuti nuovi attraverso il progetto educativo e politico a cui si è accennato – è, quindi, una dimostrazione evidente di come l’attuazione di una “politica del velo” possa arrivare (…) alla pericolosa negazione “de facto” delle democrazie moderne. >>

ELENA GIORZA


(Link: http://temi.repubblica.it/micromega-online/dalle-pie-frodi-alla-nobile-menzogna-platone-voltaire-e-la-%E2%80%9Cpolitica-del-velo%E2%80%9D/)

mercoledì 7 giugno 2017

Pensione "Italia"

Demografia, pensioni ed immigrazione incontrollata nel mondo occidentale, secondo il "grande" Luigi De Marchi. Il testo risale a quasi 20 anni fa, ma - purtroppo - appare attualissimo ancora oggi (dal libro: “O noi o loro”). LUMEN
 
<< Il Segretariato delle Nazioni Unite ha pubblicato recentemente uno studio [il libro è del 2000 - NdL] sui possibili scenari demografici dell'Italia e di altri sette paesi a bassa natalità (Francia, Germania, Regno Unito, Russia, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti) che merita d'essere segnalato perché sembra condensare in ogni sua pagina tutti i luoghi comuni della nostra sapienza (o insipienza) accademica e burocratica in campo demografico, economico e sociologico .

Può essere utile esporre anzitutto i dati "oggettivi" presentati dallo studio, che si propone di esaminare la probabile evoluzione della popolazione italiana nei primi cinquant'anni di questo secolo.
 
Secondo lo studio, se dovessero continuare gli andamenti attuali della natalità e della mortalità, la popolazione italiana calerebbe tra il 1995 ed il 2050, da 57 a 41 milioni. Va detto subito che questa riduzione, tutt'altro che imponente, viene vista dagli estensori del rapporto, conforme alle mode correnti, come un 'autentica calamità.
 
Per quanto mi riguarda, credo che invece ogni persona di buon senso dovrebbe considerarla un’autentica fortuna. Ricordo benissimo, tra l'altro, che l'Italia contava, durante il regime fascista, all'incirca quel numero di abitanti (42 milioni) e che nessuno riteneva quella popolazione insufficiente. Al contrario, già allora i luminari della nostra demografia la ritenevano troppo numerosa in rapporto al territorio nazionale (…).
 
A quei tempi, inoltre, nessuno si poneva il problema ecologico, anche perché i quattro/quinti della popolazione vivevano ancora in campagna ed i tassi d'inquinamento e consumo pro-capite erano un decimo di quelli attuali. Oggi, invece, la questione ambientale è diventata addirittura drammatica, per cui gli attuali 57 milioni di italiani, dati i loro tassi pro-capite di consumo e inquinamento, hanno un "peso ecologico", equivalente a quello d'oltre 2 miliardi di cinesi, di indiani o di africani stipati sulla nostra piccola penisola.
 
Una riduzione di 16 milioni di abitanti appare dunque, sotto il profilo ecologico, una vera benedizione. Ma stranamente, come tutti sappiamo, nessuno dei nostri verdissimi e zelanti apostoli della difesa ambientale si sogna mai di evidenziare i vantaggi enormi che la riduzione della popolazione assicurerebbe in campo ambientale.
 
Perché, dunque, tanta angoscia al pensiero di un calo demografico ? Perché, ci dicono, solo un radicale riequilibrio tra la popolazione attiva ed i pensionati può salvare l'Italia dalla bancarotta previdenziale. Ma, di grazia , dove sta scritto che agli attuali trattamenti pensionistici dobbiamo sacrificare la nostra libertà, la nostra pace sociale, la nostra identità culturale, la difesa delle nostre bellezze naturali e artistiche ed il futuro dei nostri figli ? Perché di questo si tratta, anche se nessuno, naturalmente, osa dirlo.
 
Vediamo dunque quali sono i rimedi alle "calamità pensionistiche" proposti dal rapporto delle Nazioni Unite. Sono tutti "rimedi", si fa per dire, imperniati su un'autentica alluvione immigratoria. Il rapporto dunque rivela che, per mantenere la popolazione residente in Italia ai livelli del 1995, sarebbe necessario l'insediamento di 13 milioni di immigrati sul nostro territorio con una triplicazione dei flussi migratori annui attuali e col risultato che, nel 2050, un terzo della popolazione italiana sarebbe costituito da immigrati e da loro discendenti.
 
Se però, precisa il rapporto, si volesse mantenere agli stessi livelli del '95 la popolazione in età lavorativa, ciò comporterebbe un aumento a 66 milioni e mezzo della popolazione complessiva, con una quintuplicazione dei flussi immigratori annui attuali, con un flusso totale di quasi venti milioni d'immigrati e col risultato che, nel 2050, 4 su 10 abitanti dell'Italia sarebbero immigrati o discendenti d'immigrati.
 
E se infine si volesse mantenere inalterato il rapporto del 1995 tra popolazione attiva e pensionati, nel prossimo cinquantennio dovremmo "accogliere" (come amano dire i nostri prelati, bene arroccati nelle loro principesche e inaccessibili residenze) la bazzecola di 120 milioni di immigrati, con una media di due milioni e duecentomila immigrati l'anno e col risultato che, nel fatidico 2050, l'80% della popolazione italiana (anzi, ex italiana) sarebbe costituito da immigrati o loro discendenti e l 'Italia avrebbe cessato d'esistere da tempo.
 
Tutto questo suona già assurdo sul piano intuitivo ed aritmetico, ma se pensiamo che la maggioranza di questi immigrati sarebbe (per motivi di contiguità geografica) di religione islamica, possiamo facilmente immaginare i disastri che ciò comporterebbe in termini di conflittualità sociale e interculturale, di criminalità, di arretramento socio-culturale delle donne italiane e di degenerazione autoritaria della nostra società, già oggi tutt'altro che liberale.
 
Ma quali sono, dinanzi a questi scenari apocalittici, le vere contromisure che nessuno sembra prendere in considerazione ? Anzitutto, data la gravità drammatica della minaccia, dovrà essere detto a tutti, e soprattutto ai giovani, che in un paese ove l'attesa di vita delle donne e degli uomini è aumentata di oltre 10 anni, anche l'età del pensionamento deve essere parimenti posposta.
 
Non è di certo una tragedia: al contrario, il pensionamento attuale delle donne a 55 anni, e degli uomini a 60 , porta spesso all'annientamento delle loro esistenze e alla perdita di un patrimonio prezioso di esperienza e diligenza professionale. Per parte mia, ho quasi 68 anni, lavoro da mezzo secolo e se dovessi smettere di lavorare piomberei in uno stato di depressione miserevole. E ricordo che mio padre fu ridotto, dal suo pensionamento, a una condizione quasi vegetale.
 
E poi, chi ha mai prospettato agli anziani la vera scelta: preferiscono vivere in un paese sconvolto dal caos di un'immigrazione annua quintupla rispetto a quella attuale, con tutto quanto ciò comporta in termini di moltiplicazione del degrado urbano e della criminalità o addirittura di guerra interetnica o preferiscono invece lavorare qualche anno di più ? Questa è la vera scelta, che peraltro nessuno prospetta ai diretti interessati: cioè né agli anziani, né ai giovani.
 
Già, perché è tempo di dire anche ai giovani che la razza padrona della demagogia statalista e sindacale, con la sua politica immigratoria paradossalmente avallata da certi liberisti d'accademia, sta svendendo il loro futuro e la civiltà occidentale, col suo retaggio di libertà e le sue conquiste democratiche, per assicurare a se stessa i propri vergognosi ed inutili privilegi: le pensioni miliardarie o semi-miliardarie [in Lire, ovviamente - NdL] dei mandarini della classe politico-burocratica dominante.
 
Ed è tempo di dire agli esperti nostrani e stranieri che la loro non è demografia, ma “buro-grafia”, cioè demografia da burocrati, decisi a godersi pensioni da nababbi alle spalle delle giovani generazioni. Insomma, per non perdere qualche anno di pensione o non farlo perdere ai nostri super-burocrati, vogliamo davvero ridurre l'Italia come la Bosnia o il Kossovo ? >>

LUIGI DE MARCHI


mercoledì 31 maggio 2017

Elogio del Proporzionale

Due interessanti riflessioni in favore del sistema elettorale “proporzionale”, considerato il sistema migliore per l’Italia, sia perché più legato alla nostra storia recente, sia perché più congeniale alla nostra mentalità. Lumen


<< La nostra Costituzione ha sempre difeso il paese dall’autoritarismo e continuerà a farlo, se rimane così com’è. L’esempio più chiaro che possiamo prendere è la legge elettorale, quel proporzionale puro tanto vituperato che garantiva la piena rappresentanza del popolo nelle istituzioni.
 
Prendete il 1976. In Italia vige il proporzionale puro, un sistema semplice e collaudato. Ai partiti che raggiungono il quoziente per eleggere, in almeno una circoscrizione, vengono assegnati dei seggi. In base poi al numero delle preferenze ottenute (3 per ogni elettore) si eleggevano i deputati, che andavo a formare il parlamento. Senza alcun sbarramento nazionale, senza premi di maggioranza.
 
Per avere la maggioranza assoluta bisognava prendere il 51% dei voti. Non essendo prevista la formazione di coalizioni, doveva essere il singolo partito a prendere i voti per arrivare al 51%; molto difficile quindi governare da soli, ma questa difficoltà non è un caso.
 
I padri costituenti, reduci da una guerra sanguinaria contro il fascismo, per eliminare ogni pericolo di svolte autoritarie, scelsero un sistema che favoriva la rappresentanza del popolo nelle istituzioni. In questo modo i partiti dovevano mettersi d’accordo sui programmi e le proposte, confrontarsi, trattare, dialogare per poi governare. Questo sistema ha garantito uno sviluppo economico e sociale nel paese senza eguali per decenni.
 
Alla fine della Prima Repubblica, una delle critiche maggiori fu contro la legge elettorale, che, secondo i “nuovi” partiti che stavano nascendo, produceva solo l’inciucio perenne, il ricatto continuo dei piccoli partiti e continue cadute dei governi. Bisognava far fuori i partiti piccoli e garantire la governabilità.
 
Ma torniamo indietro al 1976. (…) L’affluenza è altissima, più del 93%. Da soli la DC e il PCI rappresentavano 26.824.169 cittadini, gli altri partiti che entrarono in parlamento raccolsero in tutto 9.796.395 voti. I cittadini rappresentati nel parlamento della Repubblica erano 36.620.564 suddivisi in 11 partiti. (…) Solo 1.154.526 di cittadini rimasero senza rappresentanza, appena il 3,05%.
 
Questa possiamo tranquillamente chiamarla democrazia parlamentare, dove governabilità e rappresentanza sono garantite, e garantita allo stesso modo è la stabilità politica e istituzionale del nostro paese, senza alcun pericolo di derive autoritarie, che eppure sono state tentate, ma senza alcun successo (finora). (…)
 
Il messaggio è questo: i padri costituenti, nello scrivere la costituzione, avevano la mente proiettata a 50, 100 anni. La legge elettorale proporzionale pura, il bicameralismo perfetto e l’allontanamento di ogni idea di presidenzialismo hanno avuto ed hanno tutt’ora il compito di frenare ogni deriva autoritaria, un vero e proprio meccanismo di auto difesa della democrazia. (…)
 
Se invece la politica nostrana continuerà sulla strada della mitica “governabilità”, vorrà dire che la paura di un premier autoritario, uomo solo al comando, è pura menzogna e quindi una volontà politica ben precisa. >>
 
NICCOLO’ MONTI


 
<< [Sono convinto] che il sistema tedesco (cioè proporzionale – NdL) sarebbe il più adatto a gestire la complicata situazione italiana, (…) anche per ragioni che definirei «antropologiche», oltre che «storiche».
 
 «Storiche» perché mezzo secolo di proporzionalismo (che ha pur sempre accompagnato la trasformazione dell’Italia in un Paese democratico) non si cancella facilmente. «Antropologiche» perché in una materia come questa l’italianità non è una variabile indipendente. E gli italiani sono tutto meno che un popolo che abbia il gusto di ragionare in termini di alternative secche (destra/sinistra, giusto/sbagliato, bene/male, ecc.) e che di conseguenza sia incline a compiere scelte altrettanto nette.
 
Mi rendo conto che il discorso, posto in questi termini, è un tantino generico (starei per dire: meta-politico). Però, non posso proprio fare a meno di pensare che, per il modo di ragionare e di essere dei popoli anglosassoni, (…) un sistema politico imperniato sul maggioritario rifletta abbastanza (non totalmente) quel mondo, quella mentalità, e molto poco, o per niente, il nostro modo di sentire profondo ed anche la nostra mentalità spicciola.
 
Basti pensare, a puro titolo esemplificativo, alle differenze tra i sistemi giudiziari italiano e americano: negli States, dopo un processo, si riesce sempre a capire se, a giudizio di chi pronuncia la sentenza, uno è colpevole o innocente, in Italia no: sei innocente, ma sei un po’ colpevole, e viceversa. (…) Qualcosa di inconcepibile in America.
 
Perché, da noi, è così ? Per tanti motivi (…) In testa al lungo elenco metterei il fatto che siamo gente «sottile», perché affondiamo le radici in un passato che è troppo complesso, che ci ha insegnato a pensare che la nettezza delle posizioni e degli atteggiamenti non solo è “pericolosa”, è (quasi sempre) sbagliata, perché smentita da una realtà troppo spesso contraddittoria, di cui siamo stati testimoni, protagonisti e vittime.
 
Alla fin fine non siamo forse il popolo che ha avuto il più grande Partito comunista dell’Occidente, che però era comunista soltanto un po’? Un partito che era alleato dell’Unione Sovietica, ma non auspicava per l’Italia quel tipo di comunismo, bensì un altro, purché però mantenesse il logo e non contraddicesse (almeno formalmente) i “sacri testi”.
 
Non siamo forse un Paese in cui quasi tutti i partiti, l’Assindustria, ecc., sono “per il libero mercato” purché la cosa non riguardi la Fiat, e purché nessuno di quelli che contano abbia a rimetterci qualcosa ?
 
Non siamo forse un Paese in cui nessuno è in grado di capire come stiano effettivamente le cose in questo o quel settore dell’economia, dal momento che leggendo i giornali troviamo non soltanto interpretazioni diverse, come è giusto che sia, ma dati diversi e addirittura opposti, cifre diverse, per cui al cittadino non resta che fidarsi del proprio naso o ricorrere a scelte fideistiche ? (…)
 
Su niente, da noi, ci sono ragionevoli certezze, tutto è avvolto in una nebbia in cui si fa fatica a distinguere non solo i dettagli, magari anche rilevanti, ma la sostanza stessa delle cose. E in un Paese del genere - che Dio lo benedica, malgrado tutto -uno, ogni cinque anni, dovrebbe recarsi al seggio elettorale e fare una scelta di campo secca, irrevocabile, chiara ? Ma mi facciano il piacere, direbbe Totò.
 
Tornando al punto, se il problema principale del nostro sistema politico è la «stabilità» dei governi, credo che la storia della Germania dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi dimostri che quel modello, preso nel complesso (cancellierato, sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento e "sfiducia costruttiva") ha funzionato egregiamente, salvaguardando identità e governabilità nel contempo.
 
Che bisogno abbiamo di costringerci ad essere (o a far finta di essere) ciò non siamo mai stati e che non saremo mai ? >>
 
S. ROBERTO PICCOLI


(Link:https://fattodavoi.ilfattoquotidiano.it/contributo/la-costituzione-e-un-elogio-al-proporzionale-che-ci-ha-difeso-dai-trump-italiani/ + https://windrosehotel2.wordpress.com/2005/04/13/elogio-del-proporzionale/)

mercoledì 24 maggio 2017

Alta velocità

Il libro “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman è un testo davvero interessante, che consiglio a tutti, perché ci aiuta a capire meglio come funzionano i nostri processi mentali. Quella che segue è una delle migliori recensioni trovate sul web (dal sito Matitaverde). Lumen


<< David Kahneman, autore di questo “Pensieri lenti e veloci”, è uno scienziato israelo-americano a dir poco versatile. Ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 2002, ma i suoi studi (nonché le sue deduzioni) sono risultati validi, o più che validi, in settori che spaziano dalla statistica, alla sociologia, alle neuro-scienze.
 
Spesso, i saggi sulla mente umana fanno poco altro che riproporre con lessico scientifico teorie intuibili – se non già note - sul modo in cui ci formiamo le opinioni, senza comprovare tali teorie con studi statistici consistenti e convincenti. Kahneman si dà una compito diverso, nel libro oggetto di questa recensione.
 
La sua trattazione sul pensiero umano, e su certe cattive abitudini che noi umani possediamo e di cui non ci rendiamo conto, ha un fine pratico. Dopo aver spiegato, con la forza della statistica, quali errori spesso commettiamo nel prendere decisioni importanti durante le nostre esistenze, Daniel Kahneman suggerisce pragmaticamente alcuni stratagemmi per ridurre il più possibile le scelte sbagliate e vivere (o almeno capirci) meglio.
 
“Pensieri lenti e veloci” si propone di mostrare che raramente le scelte umane sono dettate esclusivamente dalla razionalità, anche quando sembrano molto, molto ben ponderate. Difatti, una grossa e ben celata componente delle decisioni che prendiamo tutti i giorni deriva dagli stimoli dettati del cosiddetto "sistema 1" della mente, quello primordiale, istintivo e "veloce" (come da titolo del libro), piuttosto che dal "sistema 2", quello "lento" che dà suggerimenti migliori, perché fondati su fatti concreti elaborati con criterio.
 
Un esempio pratico di questa dicotomia, supportato da uno studio statistico esteso: i giudici più esperti del tribunale della libertà vigilata israeliano sono fortemente influenzati dal proprio livello di appetito nel momento in cui prendono la decisione se garantire la libertà o no a un condannato. Per quanto la cosa appaia crudele e assurda, o kafkiana, un ampio campione statistico ha dimostrato che, nei momenti più lontani dai pasti, i giudici concedono la libertà vigilata in percentuali molto più basse rispetto a quando hanno lo stomaco pieno.
 
Questo è solo un esempio che dimostra come i circuiti primordiali del cervello influenzino pure le decisioni che necessitano di maggiore meditazione. Non solo il "sistema 2" (la nostra parte intelligente) ha molta meno voce in capitolo di quanto si pensi, ma tende anche a nascondere e giustificare l’intervento del "sistema 1".
 
Difficile, per esempio, che il "sistema 2" ammetta di non ricordare un particolare di un evento cui ha preso parte. La mente umana riesce a ricordare solo alcuni momenti salienti degli avvenimenti cui assiste. Piuttosto che riconoscere la propria fallacia, però, il "sistema 2" inventa dettagli di cui di dice convinto ma che in realtà non ha mai visto o ascoltato, e che gli servono solo per creare una storia integra e credibile per sé e per gli altri (la mente umana ama la coerenza nelle storie).
 
Il “Sistema 1” (o “veloce”) e il “Sistema 2” (o “lento”) sono i due antagonisti che dirigono le nostre decisioni, secondo Daniel Kahneman. Nello svolgersi del libro, si rincorrono, si prendono a pugni, infine si alleano. Kahneman introduce poi un terzo protagonista: il fato, inteso come un risultato inatteso dovuto alla natura caotica del nostro mondo.
 
Il sistema “2”, quello razionale e lento, odia il fato. Il pensiero “lento” è convinto di poter controllare ogni fenomeno e non solo non tollera intromissioni del sistema “1”, che tende a nascondere con grandissime panzane, ma anche della casualità, che non riesce proprio ad accettare, perché genera dubbi e incoerenze. A noi esseri umani piace pensare che il fato giochi un ruolo marginale nella nostra vita, convinti di poter dirigere le nostre esistenze dove vogliamo.
 
E' il nostro amore per le storie coerenti che ci porta ad attribuire grandi qualità alle persone di successo, mentre svalutiamo le capacità di chi rimane nell’anonimato, magari perché palesemente meno fortunato in certe circostanze. Noi umani non siamo predisposti a dare la giusta importanza al fato, nelle nostre valutazioni.
 
Questo è riscontrabile in molti ambiti, compreso (tristemente per le nostre tasche) quello della finanza. Kahneman riesce a dimostrare, dati alla mano, che non esistono “esperti di finanza”: le decisioni azzeccate sui mercati un certo anno da un certo gruppo di “guru” vengono puntualmente sconfessate l’anno successivo, data la natura totalmente erratica dei valori finanziari.
 
Ciononostante, a noi umani piace pensare che ci siano persone che hanno talento, anche dove il talento non può giocare alcun ruolo, e compriamo libri di "auto-miglioramento" scritti da gente che ha ottenuto successo, grazie a un po’ di intelligenza e probabilmente molta fortuna. Libri che, intima Daniel Kahneman, non ci serviranno assolutamente a nulla.
 
“Pensieri lenti e veloci” fa presa perché, a differenza di altri saggi sui comportamenti umani, cerca di (e spesso riesce a) rafforzare le teorie con analisi statistiche ben estese. Quest’approccio riflette uno degli argomenti di cui si fa paladino Kahneman: l’invalidità degli studi statistici compiuti su campioni poco rappresentativi della popolazione.
 
L’autore scrive: siccome il cervello umano ama avere ragione, dà grande significato a studi chiaramente poco significativi, in cui il caso gioca un ruolo importante, purché provino le proprie convinzioni superficiali. Una statistica calcolata su piccoli gruppi (esistono formule precise per decidere se un gruppo è valido o no, rispetto alla popolazione totale) può distorcere totalmente la realtà dei fatti che vuole spiegare, eppure spesso la accettiamo, perché fa comodo all'ostinazione della mente di ricevere conferme per le proprie impressioni. (…)
 
Un altro elemento originale di questo tomo è che, a differenza - per esempio - dello studio sul cervello di Leonard Mlodinow, esso non rimane lettera morta, ma suggerisce azioni concrete che si possono intraprendere per cercare di migliorare la qualità della propria vita.
 
Nello specifico, alla fine di ogni capitolo Kahneman propone di “cambiare gli argomenti alla macchinetta del caffè”. Al posto delle chiacchiere dettate dal “sistema 1” (il quale è molto attratto dall’errore e dal gossip sull’errore), la persona addomesticata dalle tesi di “Pensieri lenti e veloci” può dare una prospettiva diversa a quello che ascolta, ponendo l’interpretazione razionale (“sistema 2”) a un livello superiore rispetto all’istinto.
 
E’ pretenzioso immaginare che questo atteggiamento possa migliorare il mondo, ma è apprezzabilissimo che il nostro premio Nobel voglia dare una mano.
 
Nelle classifiche internazionali di vendita libri, questo saggio occupa le prime posizioni da mesi: è innovativo e dà consigli davvero utili nei processi decisionali a tutti i livelli (non solo aziendali: anche quando si compra l’auto, si vota, si sceglie il fidanzato, si prendono cantonate evitabilissime).
 
E’ uno dei pochi saggi che riguardano la mente di cui ci siamo ricordati (o meglio, cui il nostro sistema “2” fa riferimento aggiungendo dettagli a scelta) in occasioni di vita vissuta. Non ci lanceremmo a dire che si tratta di un testo illuminante, ma spenderemo l’aggettivo di utile. >>


(Link: http://matitaverde.it/Pensieri-lenti-e-veloci-recensione-del-libro-di-Daniel-Kahneman.html)