mercoledì 13 settembre 2017

Italians

Considerazioni varie, lette qua e là, sul carattere, le virtù ed i vizi degli italiani (vizi che, ovviamente, sono sempre gli altri, e quindi esclusi i presenti). Lumen


 
BIANCO, NERO E GRIGIO 
<< Gli italiani litigano volentieri. Come tutte le persone intelligenti hanno gusto a discutere, a schierarsi, a contrapporsi, e sono anche graziosamente civili nell'ascoltare ragioni e motivazioni altrui. 
Solo che di queste opinioni non tengono conto, e capita raramente che qualcuno, alla fine di una discussione, cambi idea, convinto dalle ragioni dell'avversario. 
Ciò è tanto più vero quando - ed è un caso frequentissimo - il dibattito avviene fra una metà degli italiani e un'altra metà. 
Se c'è un processo clamoroso, agli «innocentisti» si contrappongono subito i «colpevolisti», se c'è uno stormo di colombe subito verrà aggredito da una schiera di falchi, e se qualcuno grida «bianco!», dall'altra sponda gli verrà sicuramente risposto «nero!». 
Però c'è un tacito trucco che permette agli italiani di tirare avanti senza scannarsi davvero: in teoria il grigio non c'è, ma nella pratica sì. 
Alla fine «tutto si aggiusta»: è un modo di dire molto caro agli italiani e perennemente applicato.
Quando i contrasti arrivano a un punto tale da portare a rotture definitive, si trova sempre una soluzione conciliante, di cui tutti sono contenti fingendo di essere scontenti. 
Una volta prodotto - senza parere - questo grigio, ci si ridivide in bianchi e neri e la rissa può continuare fino al prossimo grigio. 
Tutto si aggiusta perché quasi mai si arriva a rompere qualcosa, a cambiare davvero. (…) 
Queste soluzioni mediane sono il segreto (incomprensibile agli stranieri) del perché un paese così litigioso, diviso in partiti inconciliabili fra loro, continua ad andare avanti, spesso bene, senza essere cosparso del sangue dei propri cittadini. 
Non potrebbe essere altrimenti per un popolo costretto, per oltre mille anni, a sopravvivere fra un Dio e un Cesare, perennemente nemici quanto saldamente legati fra di loro.>> 
GIORDANO BRUNO GUERRI


GENIO ITALICO 
<< Quando Mussolini gettò l’Italia in una guerra per la quale non era per nulla preparata, non si comportò forse da perfetto italiano, sentendosi furbo e capace di vincere una guerra senza combatterla ? 
Il Duce non fece nulla di diverso di ciò che fanno i nostri connazionali quando copiano agli esami, barano negli appalti, si fanno raccomandare, evadono le tasse e, in ogni campo, confermano l’infame costume nazionale di bassa moralità. 
Fra l’altro non ce lo nascondiamo: se Mussolini avesse vinto la guerra, sarebbe stato osannato nei secoli come una sorta di genio machiavellico. 
Perché dopo tutto aveva seguito il “genio” italico. 
Quando invece, in contrasto col carattere nazionale, volle risvegliare lo spirito combattivo degli antichi romani, ottenne soltanto di rendere ridicolo sé stesso e la nazione intera. >> 
GIANNI PARDO


POLITICA E MORALE 
<< In Italia si affaccia precocemente, proprio in questo periodo [il Rinascimento], un orientamento dell'opinione pubblica che resterà poi fondamentale nella vita nazionale: la politica è forza e astuzia; ogni tensione morale ne è esclusa, e portarvela è da ingenui. 
Coloro che fanno la politica e ruotano intorno al potere, ad ogni livello di esso, esercitano un'attività che si traduce in arbitrio, prepotenza e occasione di illecita fortuna; tenersene lontani è prudente e opportuno. 
I mutamenti di signoria frequentissimi, non accompagnati da nessun vero sussulto dell'opinione pubblica; la scettica speranza (se così si può dire) che il nuovo signore sia migliore del precedente; la desolata rassegnazione espressa nell'adagio «Franza o Spagna - purché se magna». 
Questi, ed altri tratti consimili della storia italiana sono paralleli, nel loro determinarsi, all'apparizione assai tempestiva di quello che Burckhardt definiva «l'uomo privato, indifferente alla politica e dedito tutto alle sue occupazioni in parte professionali, in parte accessorie. >> GIUSEPPE GALASSO


DIFFAMAZIONE CATTOLICA 
<< C’è [qui da noi] l'abitudine - che è solo italiana - dell'auto-diffamazione nazionale. (…) 
Ma la polemica antitaliana è in realtà polemica anti-cattolica, nasce con Lutero e diventa poi - dilagando alla grande sino ai nostri giorni - uno dei capisaldi della propaganda protestante. 
E, al suo seguito e sul suo esempio, di ogni propaganda anticlericale, illuminista, massonica; e chi più ne ha più ne metta. 
Il cattolico è, con sprezzo, il «papista»; ma il papa - che è l'Anticristo per la teologia dei «riformatori» ed è l'Oscurantista, il Repressore per ogni «progressista» -, il papa è quasi sempre italiano, sta comunque a Roma. 
E l'Italia, di cui è Primate, è la sua super-diocesi, da cui viene la maggioranza dei santi, dei fondatori, dei teologi. 
Denigrare cultura e costumi italiani, così profondamente forgiati dal cattolicesimo, diffamare questo Paese che da sempre dà il nerbo della classe dirigente della Chiesa, vuol dire polemizzare con il cattolicesimo. (…) 
Sino ai primi decenni del Cinquecento, il nostro prestigio è altissimo e senza discussioni, in Europa. «Italiano» è sinonimo di colto, di civile, di ammirevole. (…)  
Sino all'esplodere della furibonda propaganda di quel tedesco (Lutero) e degli altri riformatori contro «la Bestia romana», in nessuna lingua troverete mai espressioni come «all'italiana» in senso negativo; al contrario ! 
[Purtroppo] è una diffamazione che ha fatto fortuna, sino al punto di convincere gli stessi diffamati. >> 
VITTORIO MESSORI

mercoledì 6 settembre 2017

Vox Populi

Qualunque regime, anche il più tirannico e dittatoriale, ha bisogno di un certo consenso popolare, ma la democrazia, sicuramente, ne ha bisogno più di tutti. 
Quelle che seguono sono le considerazione di Aldo Giannuli sullo stato attuale dei rapporti tra popolo ed élite nell’occidente democratico.  
Lumen


<< Tutto lascia pensare che [in Europa] si aprirà una stagione di forti conflitti sociali e politici sia fra i ceti dominanti e quelli popolari, sia all’interno delle classi dominanti per la redistribuzione delle quote di potere.
 
La prima linea di frattura, in ordine di importanza, è certamente quella fra classi dominanti e classi subalterne. Per quanto un regime possa essere elitario, per quanto una democrazia possa celare un contenuto oligarchico dietro una maschera, tuttavia le classi popolari hanno pur sempre una quota di potere che le consocia e ne giustifica il consenso. Se questo non ci fosse, il sistema crollerebbe (che è poi quello che sta accadendo un po’ dappertutto in occidente) perché non esiste sistema politico (fosse anche dittatoriale) che può reggersi a lungo senza il consenso popolare.
 
Magari può trattarsi di un consenso meramente passivo di un popolo che si comporta secondo le norme del sistema, influenzato da inganni ideologico-propagandistici, ma pur sempre deve esserci una forma di consenso, senza della quale la disapplicazione delle regole diverrebbe automatica e con essa la fine del regime. E, da questo punto di vista, la democrazia è più fragile degli altri sistemi, perché basata ideologicamente sul fondamento del consenso popolare.
 
Costruendo lo spettro magnetico che tiene unita una compagine sociale, occorre concedere alle classi “dominate” una quota di ricchezza attraverso forme di redistribuzione di essa ed una quota di potere attraverso i meccanismi rappresentativi. Nelle democrazie europee questo è stato il compromesso social-democratico (e negli Usa il compromesso new-dealista) che ha concesso il welfare-state e la contrattazione collettiva e una quota di potere sociale attraverso il suffragio universale, integrato da specifici strumenti di trasmissione della domanda politica, quali i partiti di massa ed i sindacati.
 
Questa formula è stata distrutta dall’ondata neo-liberista, che ha demolito, in tutto o in parte, il welfare e la contrattazione collettiva ed ha emarginato o distrutto i partiti di massa ed i sindacati. La nuova formula di compromesso sociale – che ha sostituito quella del compromesso social-democratico - prevedeva concessioni come l’offerta low-cost di beni e servizi (basata sui bassi salari e la precarizzazione, sia all’interno interno sia, molto di più, nei paesi dove la produzione era delocalizzata), quote residue di assistenza sociale e, soprattutto, la creazione di denaro bancario generosamente dispensato.
 
Il “denaro bancario” ha creato per un certo periodo una liquidità aggiuntiva attraverso la concessione di carte di credito (che, di fatto, hanno procurato un mese in più di retribuzione), di più facili mutui (negli Usa soprattutto per l’acquisto della casa, e dappertutto per l’acquisto auto).
 
In Italia, peraltro, ha sopperito, alla falcidia dei posti di lavoro ed al crollo dei salari, il “welfare familiare” basato sulle retribuzioni dei quaranta-cinquantenni che ancora godevano dei frutti dell’avanzata salariale degli anni settanta, sulla “pensione del nonno” e sui risparmi consentiti dall’epoca d’oro della contrattazione salariale.
 
Sul piano politico si è accentuata la nota video-cratica a tutto danno della partecipazione politica reale e si è data l’ingannevole sensazione di un maggiore potere decisionale attraverso la scelta dell’uomo al comando, che, in realtà blindava il ceto politico attraverso il meccanismo del “voto utile” e mascherava la marginalizzazione del Parlamento, a vantaggio dell’esecutivo e del suo capo. L’Italia è stata un importante laboratorio in questo senso.
 
Con la crisi finanziaria il meccanismo si è rotto: il denaro bancario si è rivelato un meccanismo ingannevole, che “mangiava” le risorse delle generazioni future. In concreto ha rimandato il problema dei bassi redditi di una dozzina di anni, ma solo a costo di una crisi finanziaria devastante e non ancora risolta; i margini assicurati dai resti del welfare e della contrattazione collettiva si vanno consumando e le nuove generazioni sono del tutto scoperte.
 
Di conseguenza anche la truffa della “democrazia plebiscitaria” dove il popolo sceglie solo il semi-dittatore temporaneo, si è dissolta ed i ceti popolari hanno rivolto la loro rabbia contro i rispettivi ceti politici, avidi, incapaci, corrotti.
 
Sin qui la rivolta popolare ha avuto tre aspetti centrali: una rivolta fiscale contro una pressione ormai poco sostenibile, che sta condannando molti paesi ad una recessione permanente, una rivolta contro l’Europa identificata con la cupola “tecnocratico-bancaria” che sta dissanguando le economie nazionali, la richiesta di nuove forme di democrazia (come dappertutto accade con la richiesta di referendum).
 
Su tutto questo si è sovrapposta la reazione anti immigrazione, determinata da un insieme di cause: la sensazione che questa gente sottragga risorse ed occasioni di lavoro ai nativi, il timore per la sicurezza che indica negli immigrati una massa di criminali, ma soprattutto una reazione identitaria che teme di vedere sopraffatta la propria cultura. (…)
 
La globalizzazione, al contrario delle aspettative che immaginavano una crescente convergenza delle diverse identità culturali verso un modello unico, ha avuto, per ora, l’effetto opposto di una generale rivolta identitaria di ciascuno dei soggetti coinvolti. (…) E’ difficile dire che evoluzioni avrà il fenomeno, ma è evidente che è uno dei principali terreni di scontro nel prossimo futuro.
 
La proposta dei poteri finanziari per spegnere la protesta è quella del “reddito di cittadinanza” o, se si preferisce ”di sussistenza”, in cambio dell’accettazione dell’attuale ordinamento da parte delle classi subalterne. Si concede qualche briciola dei profitti della de-localizzazione, della speculazione finanziaria, del sotto salario generalizzato, in cambio della rinuncia a mettere in discussione gli aspetti di potere esistenti, ma si sbaglia chi pensa che si tratti del classico “piatto di lenticchie”, questo è meno di un piatto di lenticchie.
 
E’ interessante notare come questa proposta sia tanto popolare anche a sinistra (e parlo della sinistra radicale): trenta anni di diseducazione politica e di svalutazione culturale del lavoro hanno generosamente posto le premesse di questo naufragio politico ed ideale della sinistra.
 
Realisticamente, il cuore dello scontro sarà un altro e riguarderà la qualità del sistema democratico. Sbaglia chi pensa che gli equilibri istituzionali attuali di democrazia più o meno basata sullo Stato di diritto, sulla rappresentanza e sulle libertà di espressione, sciopero ecc. possa restare come è. Dopo i brividi procurati dalla Brexit, dall’elezione di Trump, eccetera, non è realistico pensare che le classi dominanti accettino di mantenere questi margini di partecipazione popolare: la prima misura da mettere in conto è la limitazione crescente dell’istituto referendario.
 
Dopo verranno, in un modo o nell’altro, misure di ridimensionamento del suffragio universale: c’è chi propone una ulteriore riduzione di potere dei parlamenti a tutto vantaggio delle élite tecnocratiche, (…) chi vorrebbe una seconda camera tutta di nomina dall’alto, chi progetta riforme del sistema elettorale pensate per blindare il blocco tecnocratico di centro. (…)
 
Dall’altro lato, la protesta popolare ormai chiede maggiore potere decisionale e, soprattutto, di controllo. Non si tratta solo della rabbia contro la cupola tecno-finanziaria della Ue, ma dell’esigenza di garantire la domanda politica dei ceti subalterni attraverso meccanismi che vadano oltre la democrazia rappresentativa.
 
Si tratta di innestare sul tronco delle nostre democrazie forti elementi di democrazia diretta che lo rivitalizzino, si tratta di estendere la democrazia oltre la sfera politica, facendola penetrare anche nella produzione, nella cultura, nella ricerca, nell’informazione.
 
E si tratta anche di “mettere al guinzaglio” i poteri extrapolitici, a cominciare dai poteri finanziari che godono oggi di una libertà inconciliabile con il bene comune, di una impunità penale e di una franchigia fiscale ormai intollerabili. Ed insieme ai poteri finanziari occorre mettere “sotto controllo” anche la classe politica troppo spesso incline ad entrare il rotta di collusione con i poteri finanziari e con la borghesia mafiosa, e troppo facile a corrompersi.  

Dunque, delle due l’una: o i nostri regimi prenderanno la strada di una trasformazione in senso partecipativo e democratico, oppure l’involuzione elitaria, finanziaria e para-criminale del sistema finirà per compiersi. >>
 
ALDO GIANNULI


(Link: http://www.aldogiannuli.it/populismo-europa-terza-repubblica/)

mercoledì 30 agosto 2017

Varie ed eventuali – XXXIV

TRIBALITA’ 
Molti sostengono che lo Stato-Nazione sia in declino irreversibile e che il futuro sia un ritorno alla tribalità, sul modello tipico del mondo arabo, che non l’ha mai abbandonato. 
La cosa non mi sorprende, perché quello della tribù è l'unico tipo di aggregazione umana che si accordi con la nostra natura biologica, essendo fondata sull'altruismo genetico. 
Lo stato-nazione, invece, è esclusivamente una sovrastruttura culturale, in quanto presuppone un altruismo sociale di tipo ideologico. 
E’ abbastanza logico quindi che, in un momento di grave crisi come quella che ci attende (economica, ambientale e demografica), lo stato-nazione possa andare in frantumi, mancando totalmente di coesione biologica. 
Staremo a vedere. 
LUMEN
 

SINGAPORE 
Secondo il demografo Massimo Livi-Bacci, l’aumento della popolazione non deve preoccupare, in quanto l’uomo si è ormai abituato a vivere in numerosa vicinanza: lo conferma il fatto che Singapore, che ha la più alta densità di popolazione al mondo, è anche il posto dove si ha la maggiore speranza di vita. 
Tutto bene, quindi ? Forse no. 
Come ha osservato giustamente Luca Pardi, il nostro demografo ha esposto solo una parte del problema, dimenticandosi che l’homo sapiens, nell’occupare ogni possibile nicchia del pianeta, ha progressivamente accresciuto il tasso di prelievo dall’ambiente che lo sostenta. 
La questione, quindi, non è rilevare quanto stanno bene gli abitanti di Singapore, pur ristretti in uno spazio minimo, ma vedere da quante risorse esterne dipendono i suoi abitanti, cioè stimare la loro Impronta Ecologica. 
Ed allora ci si accorge che Singapore consuma risorse ad un tasso tale che se tutti i cittadini della Terra facessero lo stesso, ci vorrebbero circa 4 pianeti come il nostro. 
Quindi, felici (forse) sì, ma a quale prezzo ! 
LUMEN
 

VOTO SEGRETO 
L’unico tipo di “voto” che può - anzi deve ! - essere segreto, in una democrazia rappresentativa, è quello dei cittadini elettori. 
Ed invece la nostra Costituzione prevede espressamente lo scrutinio segreto anche per i membri del Parlamento, in caso di votazione su alcune materie e circostanze (art. 49 e segg.). 
Il principio mi appare inaccettabile. 
In una democrazia rappresentativa, il cittadino-elettore è costretto a decidere sulle faccende dello Stato per interposta persona, tramite i parlamentari da lui eletti. 
Se costoro possono trincerarsi dietro un voto segreto, negando all’elettorato di conoscere le proprie decisioni in “ogni” circostanza, il rapporto di fiducia è finito, e così anche il principio di rappresentanza. 
Non so come funzionino le cose all’estero, ma qui in Italia il voto segreto in parlamento è diventato una prassi non marginale. 
E questa è la negazione della democrazia. 
LUMEN
 

BASTA LA PAROLA 
Pare che nell’editoria scientifica divulgativa – un campo non facile, per il modesto numero di lettori - vengano applicati dagli editori due principi molto pratici: 
1 -ogni formula (matematica o fisica) contenuta nel testo dimezza i lettori. 
2 –la parola “dio” nel titolo del libro li raddoppia. 
Non so se sia tutto vero, però nei saggi che mi è capitato di leggere le formule erano sempre ridotte al minimo. 
Per contro, la parola “dio” nel titolo è stata usata anche da molti scienziati dichiaratamente atei o agnostici, come Edoardo Boncinelli, per cui sono abituato a non prenderla “alla lettera”. 
L’unico caso in cui sono rimasto “fregato” è stato con il fisico Paul Davies, il cui libro “La mente di Dio”, parla proprio (più o meno)… di quello. Succede. 
LUMEN
 

SCUOLA DI VITA 
<< Il bambino piccolo ha una doppia esperienza esistenziale: il contatto con i genitori e il contatto con i coetanei. 
Dai genitori avrà sempre protezione, carezze, perdono. 
Mentre dai coetanei riceverà il peggio dell’umanità: percosse, vessazioni e perfino atti di crudeltà di cui gli adulti si vergognerebbero. Infatti i bambini non hanno ancora una coscienza morale. 
I genitori danno spesso ai piccoli una certezza d’impunità che gli altri bambini gli tolgono immediatamente. 
Addirittura, il ragazzino avrà modo di accorgersi che con i genitori a volte non era punito neanche se si comportava male, con gli altri bambini gli può capitare di essere maltrattato per semplice capriccio. 
È questa una delle ragioni per le quali i bambini devono assolutamente avere un contatto con i coetanei: perché soltanto questo contatto darà loro un’idea del rapporto col prossimo. 
E infatti crescono più maturi i figli delle famiglie numerose. >> 
GIANNI PARDO


IDEOLOGIA 
 << Sulla questione dell’ideologia c’è scarsa chiarezza e si confonde l’ideologia in quanto tale con il suo cattivo uso. 
L’ideologia non è altro che un sistema di idee organizzato, per il quale i vari pezzi si sostengono a vicenda e si integrano. 
Anche la scienza è un sistema ideologico, anzi, ospita nel suo interno molteplici ideologie che spesso assumono la forma di paradigmi scientifici. 
Il suo cattivo uso è la pretesa che ci siano dogmi indiscutibili, ma una visione di insieme, un modello di società cui ispirarsi, un sistema valoriale sono cose di cui non si può fare a meno. 
Ovviamente le ideologie, al pari dei paradigmi scientifici, non sono eterne e, dopo un periodo più o meno lungo, sono destinate ad essere superate, abbandonate o trasformate in nuove sintesi. 
E possono anche ibridarsi fra loro, dando risultati più o meno riusciti. >> 
ALDO GIANNULI

mercoledì 23 agosto 2017

Storie di confini - 3

Ma la difesa dei confini, non era una cosa di “destra” ? 
Credo che moltissime persone, di fronte a questa domanda, risponderebbero di sì. 
Eppure, il rispetto e la tutela dei confini nazionali può essere invocata anche da un personaggio dichiaratamente “di sinistra” come Alberto Bagnai. 
Ecco il suo pensiero sull’argomento. LUMEN


<< La cosiddetta "crisi" dei cosiddettissimi "migranti" possiamo anche vederla come un segnale: un segnale importantissimo e utilissimo per capire in che modo il capitale arma i suoi sicari (i media) per uccidere la democrazia. Già parlare di "migranti", come sapete, è una lieve forzatura del linguaggio. Queste persone per l'Italia non sono "migranti", e infatti nelle statistiche ufficiali di "migranti" non si parla, ma di "immigrati".
 
L'uso di un termine tecnicamente scorretto, quando non lessicalmente improprio, dovrebbe suscitare sospetto: sospetto che diventa certezza quando si veda, come non vogliono farci vedere (e quindi non vediamo), che negare l'uso del termine "immigrati" significa negare la legittimità del nostro punto di vista, il punto di vista di un paese in cui la disoccupazione è raddoppiata e la povertà triplicata in pochi anni come risultato di precise scelte politiche, dettate da regole adottate per precisi motivi di distribuzione del reddito.
 
Il nigeriano con il quale ho parlato venendo in ufficio non è un migrante: è un emigrato (dalla Nigeria, per motivi da approfondire) ed è un immigrato (in Italia, con conseguenze da approfondire). Così figura (se figura) nelle statistiche del suo e del mio paese: questo è il dato. Ma il dato è amico della verità, quindi nemico del capitale e della sua simpatica favoletta. Basterebbe questo (…) per far capire come stanno le cose. Ma forse qualche elemento di riflessione in più occorre darlo, tanto per portare elementi di verità nel discorso (…).
 
Intanto, torniamo all'inciso: cioè, se il simpatico nigeriano figura nelle statistiche. Ecco, forse dovremmo ricordarci che se ci sono delle leggi, sia nazionali che internazionali, a disciplinare l'ingresso di esseri umani (come di qualsiasi altra cosa, peraltro) in una data polity, in una data comunità, chi le viola è per definizione un criminale, un delinquente (e chi lo aiuta, come le ONG, concorre al delitto, e chi non se ne distanzia con vigore, come nessuna delle ONG asseritamente "nobili" ha fatto, purtroppo, si merita il sospetto nel quale incorre) (…).
 
Poi, si può discutere delle motivazioni per le quali si è spinti a delinquere, e naturalmente c'è chi è chiamato a valutarle. In un ordinamento democratico, però, questo "qualcuno" è l'ordine giudiziario, che lo fa secondo le norme che la polity in questione si è data. Non dovrebbero farlo i giornali. Ma lo fanno. Quando un giornale si rifiuta di chiamare clandestino chi è clandestino, o quando emette in prima pagina su cinque colonne una sentenza di condanna verso chi magari non ha nemmeno ancora ricevuto un avviso di garanzia, sta facendo esattamente la stessa operazione (anche se in un caso né noi né lui ce ne rendiamo conto): si sta sostituendo alla magistratura.
 
Perché, vedete, è un dato di fatto: un conto sono i rifugiati, e un conto gli immigrati. Se ci sono due parole diverse, un motivo ci sarà. E un conto sono i naufraghi, e un altro conto sono i passeggeri (per quanto pericoloso sia il mezzo che sono stati criminalmente indotti a scegliere). Anche qui, se ci sono due parole, un motivo ci sarà.
 
Riflettiamo sui rifugiati: persone i cui diritti politici o civili (o, in generale, umani) sono gravemente lesi nel paese in cui risiedono. Anche qui, la mia definizione è sbrigativa. Quella corretta esiste, ed è data dalla Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Ora, si potrebbe andare sul tecnico, sul difficile, ma andrò sul semplice, dove non vogliono che andiate perché potreste capire cosa sta succedendo.
 
Il semplice fatto che esistano dei rifugiati, cioè persone delle quali è ufficialmente riconosciuto che devono abbandonare una polity e muoversi in un'altra per potersi realizzare come esseri umani, per potersi esprimere, ci fa capire quanto sia essenziale, in termini di promozione umana e di protezione dei diritti universali dell'uomo, che esistano polity diverse. E in cosa si traduce, concretamente, l'esistenza di diverse polity? Nei confini che le separano.
 
A me fa tenerezza, ma anche un po' paura e molto schifo, che ci sia chi, sdilinquendosi ostentatamente per il debole e l'oppresso (rigorosamente altrui), propugna l'abolizione delle frontiere. Un mondo senza confini è come un corpo senza membrane cellulari: un simpatico lago di citoplasma, che il sole di questi giorni farebbe evaporare nel giro di un quarto d'ora.
 
I rifugiati sono persone che hanno necessità di superare un confine per pensare diversamente, e questo semplice dato strutturale ci fa comprendere che chi è sinceramente amico della diversità e della possibilità di esprimerla deve difendere le frontiere (non mi addentro sul fatto che questo sarebbe anche un obbligo imposto dal Trattato di Schengen - basta leggere il Capo II dell'Accordo di Schengen).
 
Ma per qualche strano motivo, gli amici della "diversità" sessuale, culturale, e via dicendo, sono anche quelli che lottano strenuamente insieme al capitale perché venga abolito il presupposto della diversità politica, che poi è il presupposto fondamentale perché le altre diversità vengano riconosciute e disciplinate. (…) Ma riflettiamo anche sugli immigrati, volete? Immigrare è un diritto? La risposta è un sonoro (ma taciuto dalla nostra stampa serva e vile, e quindi inascoltato dai suoi lettori boccaloni): no !
 
E non è la risposta mia: è la risposta dell'ordinamento (come stiamo capendo ora che Franza e Spagna ci stanno prendendo a pesci in faccia, e noi scopriamo di non potergli dire niente perché loro stanno semplicemente applicando le regole), ma è anche la risposta di filosofi, che si sono interrogati sul concetto di giustizia nel loro lavoro di ricerca, e che quindi si presuppone ne sappiano un tantino di più dei giornalisti, scherani del capitale, squadristi del fascismo dell'opinione, cancro della democrazia.
 
Mi riferisco in particolare a David Miller, che si pone esplicitamente la domanda se esista un diritto umano ad immigrare, e si risponde: no; fra l'altro, sollevando un tema del quale concretamente nessuno parla, ovvero quello di come tutelare i diritti umani di chi invece ha diritto a rifugiarsi altrove: perché i cosiddetti "migranti economici", cioè gli immigrati - clandestini o meno - non solo si appropriano liberamente del capitale sociale di una comunità (…), ma compromettono seriamente il sacro diritto dei rifugiati di trovare asilo politico, rendendone l'esercizio ulteriormente penoso, o magari vedendoselo rifiutare, come sta succedendo ai tibetani, che sono "meno migranti" degli altri.
 
Andrebbe anche detto, ma sono pochi a farlo, che un conto è un paese in crescita, e un conto un paese in recessione (e mantenuto in questo stato per precise scelte politiche !) Riflessione che abbiamo fatto spesso (…) e che travalica la sfera dei diritti umani per coinvolgere quella della prassi politica. Alla fine, se mi permettete di allargare l'obiettivo, il problema dei nostri politici è tutto qui: non aver capito che non solo il moltiplicatore keynesiano, ma l'intera logica politica è diversa in “bad times” e in “good times”. (…)
 
[Perché] un conto è la politica quando il PIL cresce, e un conto quando il PIL cala, e questo perché nel primo caso l'accresciuta disuguaglianza relativa, che tutti i politici hanno voluto per decenni - dai comunisti (…) ai conservatori - ed alla quale tutti hanno attivamente cooperato, nel primo caso non comporta necessariamente una diminuzione dei redditi assoluti, nel secondo [invece] sì, e quindi viene percepita dagli elettori (ed infatti ora tutti i politici ipocriti e cialtroni devono correre ai ripari versando una affrettata lacrimuccia di circostanza) (…).
 
Quando il PIL cresce, la mediazione su come spartirsi la torta può anche andare bene: ma quando il PIL cala, solo strategie politiche radicali sono vincenti: e questo spiega sia i recenti fallimenti di alcune forze che pretendevano di essere antisistema (qui come altrove), sia perché dalle grandi recessioni emergano, come stanno emergendo, regimi totalitari (la UE lo è a modo suo, ma verrà spazzata via da qualcosa di peggio). >>
 
ALBERTO BAGNAI


(Link: http://goofynomics.blogspot.it/2017/07/aiutiamoci-casa-nostra.html )

martedì 15 agosto 2017

Tengo famiglia

LUMEN – Abbiamo oggi qui con noi, tanto nomini, Papa PIO X, che ringraziamo per la sua cortesia.
PIO X – Pace e bene a tutti.
 
LUMEN - Santità, voi siete passato alla storia, tra le altre cose, anche per il famoso “Giuramento antimodernista” elaborato ed emanato nel 1910 per tenere sotto controllo le elités culturali dell’epoca. 
PIO X – Sì, è vero, e ne sono molto orgoglioso. E’ stato un provvedimento indispensabile, che ci ha dato tante soddisfazioni.
 
LUMEN – Voi sapete però che molti effettuavano il giuramento per compiacenza, ma senza esserne assolutamente convinti ? 
PIO X – Non mi risulta proprio. Sembravano tutti molto consapevoli e coinvolti nella loro decisione.
 
LUMEN – Sembravano, appunto. Ma in cuor loro la pensavano in modo molto diverso ed accettavano il testo ufficiale solo perché non potevano farne a meno. 
PIO X – Ma non è possibile ! Non ci posso credere.
 
LUMEN – Lo immagino. Se volete vi posso riportare il testo alternativo che molte persone recitavano in cuor loro. 
PIO X – Beh sì, sono curioso.
 
LUMEN – Allora cominciate voi con il testo ufficiale ed io vi seguo con l’altro.
 
PIO X - Io N.N. fermamente accetto e credo in tutte e in ciascuna delle verità definite, affermate e dichiarate dal magistero infallibile della Chiesa, soprattutto quei principi dottrinali che contraddicono direttamente gli errori del tempo presente. 
LUMEN – «Io N.N. fermamente credo che sia pericoloso contestare le verità definite, affermate e dichiarate dal magistero della Chiesa, soprattutto in quei principi dottrinali che contraddicono le conquiste del tempo presente.»
 
PIO X - Primo: credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e può anche essere dimostrato con i lumi della ragione naturale nelle opere da lui compiute, cioè nelle creature visibili, come causa dai suoi effetti. 
LUMEN - «Primo: credo che Dio, se anche esiste, non può essere conosciuto con certezza e non può essere dimostrato con i lumi della ragione naturale.»
 
PIO X - Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell'origine soprannaturale della religione cristiana, e li ritengo perfettamente adatti a tutti gli uomini di tutti i tempi, compreso quello in cui viviamo. 
LUMEN – «Secondo: non riconosco come valide le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, i miracoli e le profezie, che ritengo adatti solo agli uomini più ignoranti dei tempi antichi.»
 
PIO X - Terzo: con la stessa fede incrollabile credo che la Chiesa, custode e maestra del verbo rivelato, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso vero e storico mentre viveva fra noi, e che è stata edificata su Pietro, capo della gerarchia ecclesiastica, e sui suoi successori attraverso i secoli. 
LUMEN - «Terzo: sono consapevole che la Chiesa, custode del verbo rivelato, non è stata istituita direttamente dal Cristo storico, mentre viveva fra noi, e che solo per una finzione appare edificata su Pietro, capo ideale della gerarchia ecclesiastica.»
 
PIO X - Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della fede trasmessa a noi dagli apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, e respingo del tutto la, fantasiosa eresia dell'evoluzione dei dogmi da un significato all'altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava; condanno similmente ogni errore che pretende sostituire il deposito divino, affidato da Cristo alla Chiesa perché lo custodisse fedelmente, con una ipotesi filosofica o una creazione della coscienza che si è andata lentamente formando mediante sforzi umani e continua a perfezionarsi con un progresso indefinito. 
LUMEN - «Quarto: respingo la dottrina secondo cui la fede è stata trasmessa a noi dai padri apostoli tramite i padri ortodossi, sempre con lo stesso senso e uguale contenuto, essendo evidente l'evoluzione dei dogmi da un significato all'altro, diverso da quello che prima la Chiesa professava.»
 
PIO X - Quinto: sono assolutamente convinto e sinceramente dichiaro che la fede non è un cieco sentimento religioso che emerge dall'oscurità del subcosciente per impulso del cuore e inclinazione della volontà moralmente educata, ma un vero assenso dell'intelletto a una verità ricevuta dal di fuori con la predicazione, per il quale, fiduciosi nella sua autorità supremamente verace, noi crediamo tutto quello che il Dio personale, creatore e signore nostro, ha detto, attestato e rivelato. 
LUMEN - «Quinto: sono assolutamente convinto che la fede cattolica è un cieco sentimento religioso che emerge dall’ignoranza e da una volontà malamente educata, per le false verità ricevute con la predicazione.»
 
PIO X - Mi sottometto anche con il dovuto rispetto e di tutto cuore aderisco a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell'enciclica ‘Pascendi’ e del decreto ‘Lamentabili’, particolarmente circa la cosiddetta storia dei dogmi. 
LUMEN - «Mi sottometto formalmente, per quanto possa servire, a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni dell'enciclica ‘Pascendi’ e del decreto ‘Lamentabili’, qualunque cosa dicano, visto che non le ho mai lette.»
 
PIO X - Riprovo altresì l'errore di chi sostiene che la fede proposta dalla Chiesa può essere contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana. 
LUMEN – «Sono consapevole che la fede proposta dalla Chiesa è contraria alla storia, e che i dogmi cattolici, nel senso che oggi viene loro attribuito, sono inconciliabili con le reali origini della religione cristiana.»
 
PIO X - Disapprovo pure e respingo l'opinione di chi pensa che l'uomo cristiano più istruito si riveste della doppia personalità del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito difendere tesi che contraddicono alla fede del credente o fissare delle premesse dalle quali si conclude che i dogmi sono falsi o dubbi, purché non siano positivamente negati. 
LUMEN - «Respingo l'opinione che l'uomo cristiano più istruito possa rivestirsi della doppia personalità del credente e dello storico, in quanto allo storico deve essere lecito proporre e difendere tesi che contraddicono alla fede del credente.»
 
PIO X - Condanno parimenti quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, l'analogia della fede e le norme della Sede apostolica, ricorre al metodo dei razionalisti e con non minore disinvoltura che audacia applica la critica testuale come regola unica e suprema. 
LUMEN - «Apprezzo quel sistema di giudicare e di interpretare la sacra Scrittura che, disdegnando la tradizione della Chiesa, ricorre al metodo dei razionalisti ed applica la critica testuale come regola unica e suprema.»
 
PIO X - Rifiuto inoltre la sentenza di chi ritiene che l'insegnamento di discipline storico-teologiche o chi ne tratta per iscritto deve inizialmente prescindere da ogni idea preconcetta sia sull'origine soprannaturale della tradizione cattolica sia dell'aiuto promesso da Dio per la perenne salvaguardia delle singole verità rivelate, e poi interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa e con la stessa autonomia critica ammessa per l'esame di qualsiasi altro documento profano. 
LUMEN – «Sono convinto che l'insegnamento di discipline storico-teologiche deve prescindere da ogni idea preconcetta della tradizione cattolica, ma interpretare i testi patristici solo su basi scientifiche, estromettendo ogni autorità religiosa, con la stessa autonomia critica ammessa per l'esame di qualsiasi altro documento profano.»
 
PIO X - Mi dichiaro infine del tutto estraneo ad ogni errore dei modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c'è niente di divino o peggio ancora lo ammettono ma in senso panteistico, riducendolo ad un evento puro e semplice analogo a quelli ricorrenti nella storia, per cui gli uomini con il proprio impegno, l'abilità e l'ingegno prolungano nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo e dagli apostoli. 
LUMEN - «Mi dichiaro del tutto d’accordo con i modernisti, secondo cui nella sacra tradizione non c'è niente di divino.»
 
PIO X - Mantengo pertanto e fino all'ultimo respiro manterrò la fede dei padri nel carisma certo della verità, che è stato, è e sempre sarà nella successione dell'episcopato agli apostoli, non perché si assuma quel che sembra migliore e più consono alla cultura propria e particolare di ogni epoca, ma perché la verità assoluta e immutabile predicata in principio dagli apostoli non sia mai creduta in modo diverso né in altro modo intesa. 
LUMEN - «Mantengo pertanto fede nella forza della verità, assumendo quella che sembra migliore e più consona alla cultura propria e particolare di ogni epoca, perché la verità assoluta ed immutabile predicata in principio dagli apostoli, non potendo essere creduta in modo diverso, è del tutto inaffidabile.»
 
PIO X - Mi impegno ad osservare tutto questo fedelmente, integralmente e sinceramente e di custodirlo inviolabilmente senza mai discostarmene né nell'insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti. 
LUMEN - «Mi impegno ad osservare tutte queste regole pubblicamente, ma non sinceramente, senza mai discostarmene né nell'insegnamento né in nessun genere di discorsi o di scritti, ove possano recarmi danno.»
 
PIO X - Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio. LUMEN – «Così prometto a voce, e formalmente giuro, basta che facciamo in fretta, perché tengo famiglia e non posso permettermi di perdere lo stipendio per quattro sciocchezze dottrinali.»
 
PIO X – Oh, cielo ! Ma io non immaginavo una cosa simile ! 
LUMEN – Che volete, santità ? I papi saranno anche infallibili, ma vivono la chiesa dall’interno, in una specie di nicchia dorata, e ci sono un mucchio di cose del mondo esterno che non conoscono.

mercoledì 9 agosto 2017

Quando la crescita non c’era

Immaginare un’economia senza crescita, al giorno d’oggi, ci appare quasi impossibile, come un ossimoro.
Eppure non è sempre stato così: per molto, molto tempo l’economia è stata praticamente stazionaria e ci si arricchiva depredando il prossimo. 
La crescita continua è arrivata solo di recente, con il “re petrolio, ma anche la monarchia dell’oro nero sembra ormai in pericolo. 
Quale sarà il nuovo punto di equilibrio ? 
Prova a raccontarcelo Eugene Marner, in questo breve passo, tratto da un post di Effetto Risorse. LUMEN


<< Anche se nessuno di noi che è vivo oggi può ricordare un tempo in cui la crescita economica non fosse parte delle nostre aspettative per il futuro, tale crescita è stata concepita soltanto negli ultimi 200 anni circa. Finché i combustibili fossili non sono diventati l'energia che ha alimentato la Rivoluzione Industriale, le economie crescevano facendo la guerra ai propri vicini e appropriandosi della loro ricchezza.
 
La storia era fatta di questo: gli imperi sorgevano sul principio del conquistare un territorio, esigere da questo dei tributi e alla fine collassare sotto il peso dei costi militari e delle spese del trasporto di tutto il bottino a casa.
 
Gli europei avevano quasi esaurito le risorse del loro angolo di continente eurasiatico quando Colombo giunse in quello che veniva chiamato Nuovo Mondo. Naturalmente, era vecchio quanto qualsiasi altro posto e, al contrario della persistente mitologia, non era vuoto ma pieno zeppo di animali, piante e, sì, molti milioni di esseri umani che vivevano in culture complesse.
 
Nei tre secoli successivi, prima gli spagnoli e i portoghesi e, subito dopo, olandesi francesi ed inglesi, hanno attraversato l'Atlantico per sottomettere, conquistare e sterminare gli abitanti per rubare, nel modo imperiale tradizionale, le loro cose. L'Europa è tornata ad essere ricca. Ecco come veniva fatta la crescita prima del 1800 circa e dell'inizio dell'era dei combustibili fossili.
 
Dall'inizio del XIX secolo, la Rivoluzione Industriale è stata alimentata dal carbone fossile, che era sporco, ma aveva un contenuto energetico molto più alto della legna e della carbonella, i principali combustibili che gli esseri umani avevano usato fino ad allora.
 
Nel 1859, un imbroglione che si definiva “Colonnello” Edwin Drake ha trivellato il primo pozzo a Titusville, in Pennsylvania, così è iniziata l'era del petrolio. Il petrolio è un combustibile senza confronti: all'inizio veniva estratto facilmente, trasportato facilmente e, cosa migliore di tutte, un singolo gallone di petrolio contiene tanta energia quanta quella prodotta da un uomo sano che lavora duramente per tre mesi o circa 700 uomini che lavorano per un'ora. Un gallone.
 
Quella enorme quantità di energia improvvisamente a disposizione è ciò che ha dato origine a quella che ora chiamiamo “crescita economica”. Più produzione e consumo richiedono più ingressi di energia e il petrolio lo ha reso possibile. Ma, su un pianeta finito, niente può andare avanti per sempre e, dagli anni 60, le società petrolifere trovano meno nuovo petrolio ogni anno di quello che bruciamo.
 
Quindi, circa 40 anni dopo, ecco il picco del petrolio. Il carbone e il gas continueranno ad essere disponibili per un po', ma entrambi cominceranno a declinare entro un decennio o due. Entrambi hanno già problemi finanziari seri e nessuno dei due può fare quello che fa il petrolio. (…)
 
Senza l'aumento del consumo di energia, non può esserci alcuna crescita economica e, senza aumento di forniture, non può esserci alcun aumento del consumo di energia. Le cosiddette rinnovabili dipendono disperatamente dai combustibili fossili per la produzione, installazione e manutenzione e sono molto meno concentrate dei combustibili fossili.
 
Il fatto è che siccome la produzione di petrolio non può essere aumentate, la crescita economica ora è finita. Le promesse di Donald Trump di riportare la produzione di carbone, aumentare l'estrazione di combustibili fossili e ricostruire il comparto manifatturiero semplicemente non si realizzeranno, non per colpa di Trump, ma perché la politica non comanda più.
 
Da ora in avanti sono geologia e fisica che decidono. Il petrolio che rimane è troppo costoso da ottenere ed estrarre. Le società petrolifere non possono fare profitti ad un prezzo che i consumatori in un'economia in contrazione non possono permettersi di pagare. Il gioco della crescita è finito come presto lo saranno la moltitudine di frodi finanziarie che, a partire dal picco di produzione del petrolio degli Stati Uniti del 1970, sono arrivate a includere gran parte della nostra economia.
 
Ci serve un nuovo tipo di politica e di economia: locale, cooperativa, su base comunitaria, a basso tenore di energia, conservazionista, non inquinante, un'economia che supporti sostenibilmente i bisogni biologici e la salute, piuttosto che perseguire la ricchezza. Non penso che ci sia qualche politico che lo farà per noi, dobbiamo farlo da soli.
 
Nella “Genesi 3:19”, Dio informa Adamo che la sua punizione sarà “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Apparentemente, agli esseri umani questo non è piaciuto molto, visto che tutta la storia rivela gli stessi a cercare di aggirare quell'ordine con qualsiasi mezzo possibile: costringendo gli altri a fare il lavoro (schiavitù), diventando ricchi ad assumendo altri per fare il lavoro (schiavitù salariata) o bruciando petrolio.
 
E' di nuovo il tempo della cooperazione comunitaria, di soluzioni low-tech come la forza di buoi, cavalli e muli, per tecnologie semplici e relativamente non costose che possano essere costruite localmente, come zappe, falci e forconi e per il sudore sulle nostre facce. Non è questione di virtù ma di necessità; sta arrivando una vita più semplice, che noi scegliamo di abbracciarla o no. >>

EUGENE MARNER


(Link: http://ugobardi.blogspot.it/2017/01/le-elezioni-americane-il-dibattito-che.html)

lunedì 31 luglio 2017

Dawkins e il castoro – 2

(Si conclude qui l’articolo di Lorenzo Casaccia sul “Fenotipo esteso” di Richard Dawkins ed i suoi sviluppi. Lumen) 

(seconda parte)
 
<< Sempre nel 2003, Eva Jablonka dell’Università di Tel Aviv propone una vasta estensione della teoria di Dawkins, in un saggio dal significativo titolo “The Extended Phenotype Revisited”. In esso, non si contesta il fatto che la selezione si basata sui geni, ma si cerca di erodere l’assunto che sia basata solo sui geni come unità singole.
 
In particolare, secondo Jablonka, Dawkins ha usato il gene in maniera ambigua, sia come “ciò che è selezionato” che “ciò che beneficia della selezione”. Per prima cosa, Jablonka sostiene che le mutazioni fenotipiche sono per lo più il risultato di mutazioni di un “set” di geni, non di uno solo. (…) Tutte le micro-varianti genetiche [infatti] vengano canalizzate e risolte in fenotipi di “senso compiuto”. Il singolo gene non può quindi essere l’unità del cambiamento.
 
Jablonka sostiene che negli ultimi venti anni si è ormai accettato che anche altri elementi possono essere trasmessi per generazioni senza essere basati sui geni. Tra questi Jablonka include i “memi”, unità di evoluzione e selezione culturale introdotti dallo stesso Dawkins  ( sebbene probabilmente Dawkins non sarebbe d’accordo con l’uso che Jablonka fa del concetto) e altri tratti “epigenetici”.
 
I tratti “epigenetici” sono quelli che fanno sì che diverse cellule negli organi interni dei mammiferi contengano lo stesso DNA, ma svolgano funzioni diverse. E’ questo il caso, ad esempio, di reni e fegato. Esisterebbe quindi un meccanismo di trasmissione epigenetica che fa trasmettere un certo comportamento di generazione in generazione, indipendentemente dal genotipo.
 
Sulla scorta di Lewontin, Jablonka, considera la nicchia ecologica che si auto-perpetua (per continua ricostruzione) come un meccanismo trasmissivo. Vale a dire che la nicchia ecologica trasmette informazione di generazione in generazione senza che ciò’ debba corrispondere a un rinnovamento del DNA.
 
L’autrice riconosce che questa teoria, che sostanzialmente propone una evoluzione del fenotipo che non passa attraverso variazione del genotipo, “odorava di Lamarckismo” negli anni ’80 ed allora era inaccettabile. Ma, osserva, i tempi sono cambiati. Jablonka quindi propone di abbandonare il concetto di “replicatore” di Dawkins e di adottare il concetto di “tratti visibili ereditari” (hereditary visible traits).
 
L’autrice sostiene che non vi sono problemi nell’effettuare questa sostituzione. Anzi, adottare tale modello più ampio include tutte le “proprietà” più’ efficaci del modello del replicatore.
 
Ad esempio, il modello dawkinsiano che utilizza il gene come unità ultima della selezione naturale può spiegare i comportamenti “altruistici” che risultavano inspiegabili quando si utilizzava l’individuo come replicatore. Difatti l’altruismo è apparentemente irrazionale siccome sembra “danneggiare” l’individuo; tuttavia, porta beneficio ai geni nel loro complesso, anche se sono in un altro individuo.
 
Estendere il “fenotipo esteso”, come fa Jablonka, fa sì che l’impianto di questa spiegazione si possa mantenere invariato. Ma ora possiamo includere nella spiegazione anche comportamenti sociali ereditari (ma non genetici), quali ad es.: “comportati in modo altruistico con chi si comporta in modo altruistico con te”.
 
Dawkins commenta e replica a questi saggi in un articolo del 2004 su Biology And Philosohy. L’obiezione di Dawkins è che in molti degli esempi di cui sopra il fenotipo è “troppo esteso“, sicché, a suo dire, viola una delle basi della filosofia della selezione naturale.
 
Infatti Dawkins vuole rimanere fedele a Darwin nell’affermare che la pressione selettiva si applica solo a “replicatori”, cioè a entità che siano in grado di copiare se stesse con altissima fedeltà’ da una generazione all’altra. Secondo Dawkins, un ambiente naturale nel suo complesso non è un replicatore e questa è una differenza concettuale negli assunti di importanza fondamentale. (…) Per Dawkins [infatti], solo geni e memi sono i replicatori a noi noti.
 
Il fenotipo esteso va quindi “esteso con disciplina”. La disciplina di cui parla Dawkins vuole che il fenotipo si possa considerare esteso solo se la sua estensione di manifesta in forme che influenzano la selezione naturale sui geni che hanno provocato il fenotipo esteso stesso. La diga del castoro è un fenotipo esteso, un edificio costruito da un architetto non lo è.
 
Inoltre, perché’ si possa parlare di selezione devono poter esserci alternative. Ad esempio, per i castori ci sono: esistono dighe migliori e peggiori, che presumiamo vengano da apparati genetici diversi. Su questa diversità si esercita la selezione naturale. (…).
 
C’è confusione, secondo Dawkins, tra “costruzione della nicchia” e “alterazione della nicchia”. La presenza dell’ossigeno nell’atmosfera è un controesempio. Tale presenza è una conseguenza della chimica vegetale, e gli organismi vi si devono adattare. Ma non è una costruzione intenzionale di una nicchia: l’ossigeno non è il fenotipo esteso di nulla.
 
Sulla base dell’analisi concettuale di “presenza delle alternative”, Dawkins cerca quindi di smontare l’intera filosofia biologica di Lewontin, Laland e della “niche construction theory”. Quest’ultima è ridotta da Dawkins (…) a un mero fenomeno biologico, senza rilevanza sulla selezione naturale.
 
Dawkins si sofferma sulla teoria della Jablonka e la invita ad una [maggiore] “disciplina” scientifica. Se si dimostreranno che esistono meccanismi comportamentali ereditari che non dipendono dal DNA e che si replicano fedelmente, allora potranno essere considerati come alternativi ai geni. Ma, finché ciò non viene dimostrato, e Dawkins ritiene che non lo sia, dobbiamo assumere che ci sia un qualche coinvolgimento dei geni.
 
Il coinvolgimento dei geni deve quindi essere considerato lo ‘status quo’, il punto di partenza (mentre la Jablonka non considerava sostanzialmente alcun ‘status quo’). La disciplina che Dawkins chiede è che qualsiasi altro “replicatore” che non siano i geni deve soddisfare gli stessi due principi:
- Riproduzione con copia esatta o con altissima fedeltà’
- Possibilità’ di ripetere tale copia attraverso un numero indefinito di generazioni
 
In linea di principio, quindi, Dawkins si dichiara aperto all’idea di replicatori diversi dai geni, ma, sostiene, ancora non se ne sono visti con tali caratteristiche. Dawkins non ammette che la “persistenza” di caratteristiche ambientali si possa mettere sullo stesso piano del gene/replicatore. (…)
 
I due punti di vista sono stati parzialmente riconciliati nel mondo accademico in un workshop del 2008 della European Science Foundation. Il valore esplicativo (ma non predittivo) della teoria del fenotipo esteso è stato fermamente riconosciuto, e allo stesso tempo, anche in contraddizione con le affermazioni dello stesso Dawkins, sono stati accettate le argomentazioni dei costruttivisti . (…)
 
Il dibattito filosofico resta aperto. La teoria del fenotipo esteso rimane uno dei concetti più’ influenti nella biologia e filosofia moderni. Al momento, l’ambiente come sistema è probabilmente compreso solo a livello parziale e una “grand theory”, che unisca in modo soddisfacente la selezione genetica darwiniana degli individui e le varie teorie dell’ambiente, ancora non esiste. >>
 
LORENZO CASACCIA


(Link: https://medium.com/@casaccia/il-dibattito-filosofico-sul-concetto-di-fenotipo-esteso-918e644d83be)


mercoledì 26 luglio 2017

Dawkins e il castoro – 1

La teoria del “Fenotipo esteso” è stato elaborata dal grande biologo evoluzionista Richard Dawkins ed ha ricevuto notevoli apprezzamenti, ma anche critiche e discussioni. Ce ne parla Lorenzo Casaccia in questo lungo articolo, dedicato agli appassionati di evoluzionismo e dintorni. LUMEN 
 
 
<< Il concetto di “fenotipo esteso” viene esposto da Richard Dawkins nel 1982. Dawkins era già noto, anche al grande pubblico, per una visione del darwinismo incentrata sul ruolo del gene (si vedano “L’orologiaio cieco” e “Il Gene egoista”). L’idea del fenotipo esteso si appoggia sostanzialmente su due principi:

1) La selezione naturale, nel senso più generale, si applica a “replicatori”, vale a dire entità che sono in grado di copiare se stesse con grandissima precisione. Per gli organismi del mondo che conosciamo, questa entità è il gene. Il gene è quindi, per Dawkins, l’unità principe su cui si esercita l’evoluzione.

2) Il “fenotipo esteso” è la manifestazione dell’organismo al di fuori dell’immediato confine fisico dell’organismo stesso. Ad esempio: la diga è parte del fenotipo esteso del castoro, la ragnatela è parte del fenotipo esteso del ragno, e così via.

Il fenotipo esteso è quindi una delle espressioni del replicatore (cioè del gene). Come noto, i replicatori non vengono selezionati direttamente, ma vengono selezionati sulla base del loro effetto fenotipico. Dawkins quindi mostra come la pressione selettiva agisce sul fenotipo esteso (e non solo sul fenotipo), così da influenzare la scelta del genotipo. La qualità della diga, per tornare all’esempio di cui sopra, è un fattore che influenza la selezione naturale dei castori. Il fenotipo esteso diventa quindi un esempio di azione genetica a distanza.

Il dibattito filosofico/biologico più interessante tra la teoria del fenotipo esteso e le altre branche del darwinismo si è avuto riguardo alla relazione di esso con la teoria della “niche construction” anche detta NCT.

Tale teoria prese le mosse da Richard Lewontin che già dagli anni Settanta poneva l’attenzione sul fatto che gli organismi influenzano l’ambiente circostante, ognuno in modo specifico, così che ogni specie finisce per costruire una sorta di “nicchia” per se stessa. Non esiste quindi un ambiente “fisso”, che filtra gli organismi secondo i meccanismi della selezione naturale. Al contrario, organismi e ambiente co-evolvono: (…) l’evoluzione dell’organismo è una funzione dell’ambiente e dell’organismo stesso; l’evoluzione dell’ambiente è una funzione degli organismi e dell’ambiente stesso. (…)

Siccome, per ammissione stessa di Dawkins, la parte della teoria del fenotipo esteso che è stata più’ studiata e osservata è quella che riguarda la costruzione di artefatti animali (come appunto le dighe dei castori), c’è stata accesa discussione rispetto a “quanto si estende il fenotipo esteso”. Quest’ultima domanda, lungi dall’essere un gioco di parole, è la chiave interpretativa per il dibattito biologico-filosofico di questi ultimi venti anni.

In opposizione alla versione “classica” o “sintetica” della teoria dell’evoluzione, che prevede un ambiente sostanzialmente statico, i fautori della NCT sostengono che gli organismi possono modificare l’ambiente in maniera collettiva, e così’ facendo modificare la pressione selettiva sia su di sé che sugli altri organismi che non hanno partecipato a tale modificazione. Le dighe dei castori, quindi, eserciterebbero una influenza indiretta di più lungo raggio, andando a modificare i meccanismi selettivi di specie “altre” dai castori, secondo meccanismi che sarebbero ancora da comprendere pienamente.

I promotori della NCT sostengono che questi meccanismi affiancano “alla pari” la selezione naturale su base genetica. L’assunto concettuale alla base di questa visione è che esista anche una selezione naturale degli ambienti, cioè che il meccanismo darwiniano si applichi ad un ambiente nella sua globalità. Questo indirettamente significherebbe che esistono altri replicatori oltre ai geni, e questo è l’aspetto più profondamente controverso rispetto a Dawkins.

Nel 2003, Scott Turner (…) pubblica un saggio dal titolo “Extended Phenotypes e Extended Organisms”. Turner sostiene una visione profondamente opposta a Dawkins (pur sempre nell’ambito del darwinismo). Considerare solo il gene come unità riproduttiva sarebbe un grave errore. Si dovrebbe invece risalire alle basi concettuali della teoria di Darwin e da lì ripensare la natura dei replicatori.

Ad esempio, Turner discute nel dettaglio il caso delle macro-termiti e del loro termitaio come fenotipo esteso di un pool di geni che viene sia dalle termiti, che dai funghi presenti nel termitaio (i quali garantiscono l’equilibrio metabolico). Si ha quindi un fenotipo esteso (il termitaio) che deriva da un genotipo “misto” (termiti più funghi). Abbiamo quindi una relazione complessa: il successo del termitaio sembra influenzare nella stessa misura due specie differenti, e quindi due pool di geni differenti.

Turner poi si chiede “perché i geni sono i replicatori ?”. La risposta che si da’ è che sono le entità nel “sistema” che durano di più, vale a dire conservano la stessa informazione per più’ tempo degli altri elementi. Egli però trova dei contro-esempi per indicare che alcune modifiche del fenotipo, in certi casi, possono “durare di più” (ad es. certe modifiche indotte nelle ciglia di alcuni batteri che poi si propagano). In tal caso il meccanismo di selezione si sposterebbe, secondo Turner, sul fenotipo, il che costituirebbe una nozione a suo modo rivoluzionaria (…). 

In sostanza, Turner sostiene che la teoria del fenotipo esteso, se sviluppata, porta a risultati opposti a quelli desiderati da Dawkins. Anziché sancire la centralità del gene, riporta l’attenzione su fatto che in natura esista un meccanismo di selezione “variabile”. A seconda dell’elemento che “dura di più” (nel genotipo o fenotipo), si ha selezione basata sui geni, mista o sull’omeostasi [fenotipo]. Ciò facendo, Turner ritiene di avere “riportato l’organismo sulla scena”, dopo settanta anni di centralità del gene. 

Nello stesso anno, Kevin Laland pubblica un altro saggio fondamentale “Extending the Extended Phenotype”, dove ribadisce che la NCT (niche construction theory) è essa stessa parte del processo di selezione naturale, non una conseguenza. 

Per iniziare, Laland scardina la rigidità della relazione dawkinsiana tra genotipo e fenotipo: l’influenza genetica su un fenotipo è diffusa, siccome non esiste un gene singolo che caratterizza un aspetto del fenotipo, e ancor meno del fenotipo esteso. Ancor più importante è il fatto che alcuni aspetti del fenotipo esteso non sono di natura genetico-ereditaria, ma sono “appresi” e di natura “sociale”.

Laland poi torna al noto esempio dello studio di Darwin sui lombrichi: i lombrichi modificano il suolo e questo ambiente modificato si riproduce e si perpetua per ripetizione e per ereditarietà ecologica. Tale ereditarietà ecologica, in questo caso, dipende semplicemente dalla persistenza del terreno, non da una pressione selettiva su un qualche replicatore.

Un secondo esempio di Laland, altrettanto fondamentale, è quello del consumo di latticini e della capacità di alcuni uomini di tollerare il lattosio in età adulta. E’ ormai assodato che tale tolleranza è di natura genetica. Si sa anche che la prevalenza della capacità di digerire il lattosio si ha in società dove, tradizionalmente, si producono latticini. Ma i documenti storici e l’analisi genetica hanno dimostrato che l’atto di fare latticini ha preceduto la selezione di questo apparato genetico che permette di digerire il lattosio.

In questo caso quindi, alcune società hanno creato un ambiente specifico (ad esempio una organizzazione alimentare incentrata sulla pastorizia), e così facendo hanno creato una nicchia ecologica che ha poi effettuato una pressione selettiva sugli individui stessi. Questo è quindi un esempio di adattamento (o selezione naturale) dove vi è una più’ complessa interazione con l’ambiente, mediata dalle “abitudini sociali”. (…)

Kevin Laland accoglie quindi in pieno la teoria del fenotipo esteso di Dawkins, ma la sviluppa “oltre”, e la considera quindi come una sorta di “resa” di Dawkins stesso a Lewontin (NCT). >>

LORENZO CASACCIA

(continua)


(Link: https://medium.com/@casaccia/il-dibattito-filosofico-sul-concetto-di-fenotipo-esteso-918e644d83be)