sabato 29 marzo 2014

Novissimo Dizionario dei termini Religiosi


ANGEOLOGIA – La branca della medicina che studia le malattie del cuore.
 
APOSTOLATO – Fastidiosa malattia della pelle, con rigonfiamenti cutanei.

ASCENSIONE – Processione religiosa che si svolge in alta montagna.

BASILICA – Pianta aromatica molto usata in cucina.

BATTISTA – Musicista che si occupa delle percussioni.

BOLLETTINO PARROCCHIALE – Modulo pre-compilato per il pagamento degli oboli religiosi.

CALVINISTA – Persona rimasta senza capelli.

CAMERLENGO – Paese del Piemonte, noto per l’omonimo formaggio.

CANONICA – Ridente valle della Lombardia.

CAPPELLA – Copricapo femminile.

CATECUMENO – Chi cerca di diffondere il Vangelo in modo troppo aggressivo.

CISTERCENSE – Monaco addetto alle cisterne e all’approvvigionamento idrico.

CLERGYMAN – Super criminale nemico dell’Uomo Ragno.

COMUNIONE E LIBERAZIONE – Antica cerimonia in cui gli schiavi cristiani venivano liberati tramite l’Eucarestia.

CONCILIO – Verbale di infrazione al codice della strada.

CRESIMA – Cerimonia nella quale viene incenerita la salma del defunto.

CROCEFISSO – Pronostico del Totocalcio col pareggio fisso.

DIOCESI – L’urlo di incitamento che veniva lanciato dai crociati prima della battaglia: DIO C’E’ ? SI !

EMPIREO – Città e porto della Grecia.

ENCICLICA – Cerimonia religiosa che viene ripetuta ad intervalli regolari.

ESCATOLOGIA – Tecnica di archiviazione.

ESTREMA UNZIONE – Crema solare a protezione massima.

EUCARESTIA – Grave scarsità di cibo.

EX VOTO – Timbro che viene apposto al seggio sul certificato elettorale.

INCARNAZIONE – La complessa attività di farcitura dell’arrosto.

INQUISIZIONE – Gioco da tavolo in cui bisogna rispondere ad una serie di domande.

KERIGMA – Gioco enigmistico di particolare difficoltà.

LIMBO – Parte inferiore di un vestito.

METROPOLITA – Mezzo di trasporto sotterraneo su rotaie.

OFFERTORIO – Cassetta per le elemosine.

OMELIA – Piatto francese simile alla frittata.

OPUS DEI – Prestigioso profumo femminile.

ORATORIO – Piccolo contrassegno da esporre sul cruscotto dell’auto, che indica l’ora di arrivo nel parcheggio.

PISSIDE – Servizio igienico mobile, che viene installato nelle chiese ad uso dei turisti.

PREDESTINAZIONE – Acquisto anticipato di un biglietto aereo o ferroviario.

PRESBITERO – Che ha un difetto di vista.

PRIMATE DI COSTANTINOPOLI – Scimmia antropomorfa originaria della Turchia.

PROPAGANDA FIDE – Pubblicazione promozionale della F.I.D.E. (Federazione Internazionale degli Scacchi).

PROTESTANTE – Chi si rivolge all’ufficio reclami.

PURGATORIO -  Centro termale per la depurazione dell’organismo.

SACRA ROTA – La ruota di scorta dell’automobile del Papa.

SCOLASTICA – Donna addetta alla pulizia delle aule.

SEMINARISTI – Monaci assegnati alla coltivazione dei campi.

TEODICEA – Raccolta dei “detti” del Signore.

TERRASANTA – Pigmento usato dai pittori medioevali per i soggetti sacri.

TABERNACOLO – Veicolo malconcio e mal funzionante.

TIARA – Il valore che si toglie dal peso lordo per ottenere il peso netto.

TOMISMO – Passione per i vecchi libri.

TRANSUSTANZIAZIONE – Migrazione stagionale delle greggi.

TRASFIGURAZIONE – Il ritocco delle immagini tramite computer.

TRIDUO – Tipica offerta speciale dei supermercati (3 x 2).

TURIBOLO – Luogo di malaffare.

VETEROTESTAMENTARIO – Medico specialista degli animali.
 

sabato 22 marzo 2014

Unlimited

“Io posso resistere a tutto, tranne che alle tentazioni” diceva Oscar Wilde con il suo consueto sarcasmo, riferendosi alla inevitabile fragilità dei nostri limiti etici e morali.
Ma non ci sono solo i limiti culturali, ci sono anche quelli fisici, che di fragile non hanno proprio nulla, anzi...
E proprio sul concetto di “limiti”, sulla loro esistenza, la loro natura ed il loro eventuale superamento è incentrato l'articolo di Graeme Maxton che riporto qui sotto (da Effetto Cassandra, ora Effetto Risorse). Un articolo interessante e che fa riflettere.
LUMEN


<< [Noi] non possiamo gestire i limiti della natura perché sono limiti.
Vogliamo vivere in un mondo senza limiti. Come corridori su lunga distanza o piloti di automobili, la razza umana cerca sempre di superare i limiti, di ottenere di più. Nel momento in cui otteniamo delle conquiste, è facile pensare che viviamo già in un mondo simile.
Anche così, c'è una velocità massima alla quale possiamo correre, persino se dopati. C'è una velocità massima alla quale le automobili possono andare, prima di iniziare a volare. Noi non capiamo dove si trovano questi limiti, semplicemente perché non li abbiamo ancora raggiunti. Un giorno li raggiungeremo, comunque, e allora capiremo che non possiamo superarli.

Quando parliamo di oceani sconfinati, orizzonti senza fine e di infinite possibilità, è una cosa meramente poetica. Gli oceani e l'orizzonte non sono affatto senza limiti. Il loro confine è il pianeta. Mentre le possibilità possono essere tante, non sono mai infinite. Persino il nostro universo ha dei limiti. Ciò che sta nella nostra testa ha a sua volta dei limiti. La nostra immaginazione è limitata da qualsiasi cosa comprendiamo attualmente. E' impossibile concepire qualsiasi cosa in più.
Quando raggiungiamo i limiti naturali, anche le migliori tecnologie non possono superarli. Pensiamo che possano essere superati solo perché ne abbiamo incontrati tanti finora e perché i limiti che abbiamo infranto finora erano creati dall'uomo o non erano affatto dei limiti.

Alcuni dei limiti della natura sono conosciuti. La luce non può viaggiare a più di 300.000 km/s nello spazio. Niente può essere più freddo di -273°C. Il ghiaccio non può essere riscaldato oltre gli 0°C nel caso di una pressione normale. Questo è il limite della sua propria esistenza in forma di ghiaccio.
Se ci pensate, tutto è definito dai limiti propri – persino gli elementi creati dall'uomo. Una casa è delimitata dalle mura e da un tetto, i limiti della sua presenza fisica. Bottiglie, serbatoi di combustibile e scafi delle navi sono progettati per limitare l'influenza di qualsiasi cosa si trovi all'esterno. La dimensione della nostra società, dai tempi preistorici ad oggi, è limitata dalle regole che imponiamo.

Queste, tuttavia, non sono limiti naturali, ma artificiali.
La differenza fra i limiti creati dall'uomo e quelli naturali è che essi si possono cambiare. Possono essere superati. Possiamo abbattere muri e rompere le bottiglie che abbiamo costruito. Possiamo cambiare le leggi.
I nostri avanzamenti tecnologici supportano l'idea che possiamo dominare ciò che si trova intorno a noi, che possiamo spingere in avanti anche i limiti della natura. Possiamo prendere energia dal vento, modificare i contenuti delle cellule e dividere gli atomi. Ma questa comprensione del mondo e la nostra capacità di manipolarlo ci ha anche resi sciocchi.

Sciocchi, perché le nostre scoperte sono davvero piuttosto modeste. Quando prendiamo energia dal vento, catturiamo semplicemente ciò che è già lì. Quando cambiamo i contenuti delle cellule, stiamo solo copiando la natura. E quando dividiamo l'atomo, stiamo in realtà solo guardando dentro.
Quando si tratta di mondo naturale, c'è davvero tanto che non comprendiamo.
Non conosciamo i limiti della consapevolezza, o persino che cosa sia. Non abbiamo esplorato gran parte degli oceani, la parte più ampia del pianeta. Non sappiamo nemmeno di quale sostanza o forza è costituito l'80% dell'universo e lo abbiamo scoperto solo di recente.

Continuiamo anche a cambiare le nostre idee. Le nostre teorie sull'origine della vita e la nascita dell'universo sono cambiate completamente negli ultimi 150 anni. Nonostante questo, ora pensiamo di avere tutte le risposte, o almeno quelle più importanti.
Questo potrebbe essere naturale, ovviamente. Siamo ambiziosi e capiamo già i limiti di gran parte delle strutture che usiamo ogni giorno, perché le abbiamo fatte noi. Sappiamo quando è probabile che le cose vadano male.
In natura, tuttavia, i segnali di avvertimento appaiono spesso solo quando il cambiamento è inevitabile. Quando si forma un tifone, non c'è nulla che chiunque possa fare per fermare il processo, o cambiare il suo percorso.

Possiamo solo aspettare e vedere quale danno scatena. Analogamente, le calotte glaciali dell'Artico che si fondono, i ghiacciai che si ritirano e l'aumento dei livelli del mare non sono segnali di avvertimento, segni del fatto che dobbiamo cambiare. Sono l'inizio di una trasformazione di cui saremo testimoni.
I cambiamenti che abbiamo scatenato sono già inarrestabili, sicuramente in qualsiasi quadro temporale che siamo in grado di capire. Gli effetti del nostro pompaggio di grandi quantità di carbonio nell'atmosfera sono diventati visibili nel giro di un secolo, un lampo di tempo terrestre. Ci vorranno molte centinaia di anni prima che i suoi effetti siano passati.

La natura è facilmente il sistema più complicato che conosciamo. Non possiamo sopravvivere senza di essa. Non ci sono altri posti, a quello che sappiamo finora, dove l'acidità degli oceani e i gas nell'atmosfera sono esattamente creature come noi richiedono. Sappiamo anche che l'aumento della temperatura media di anche solo pochi gradi cambierà tutto questo.
Abbiamo messo in moto un processo. Ora dobbiamo fare qualsiasi cosa possiamo per fermare quel processo e in fretta. >>

GRAEME MAXTON
 

sabato 15 marzo 2014

Giochi senza frontiere

“Giochi senza frontiere” era il nome di un fortunato gioco televisivo di qualche decennio fa, che vedeva sfidarsi – in buffe gare di varia abilità - paesi e cittadine di tutta l’Europa.
Sicuramente, finchè si tratta di giocare e divertirsi, si può anche fare a meno delle frontiere. Ma nella realtà vera, quella sociale, politica ed economica di tutti i giorni, è davvero possibile ?
Quelle che seguono sono le riflessioni sull’argomento che mi ha inviato dalla Svizzera l’amico Sergio Pastore; una lettura molto interessante.
LUMEN
 
 
<< La sera del 9 febbraio 2014 in varie città della Svizzera sono sfilati gruppi di sinistra che protestavano contro il risultato della votazione sull’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”. Le scritte dei loro striscioni dicevano: “No border – no nation”, “Nessuna persona è illegale”, “La vostra Svizzera – ci fa schifo”.
La libertà di espressione e di manifestazione è da noi garantita, ma non si può non osservare che alcuni fanno fatica ad accettare il risultato di una libera votazione non offuscata da alcun broglio. Ma vediamo un po’ da vicino cosa davvero significhino certi slogan.
 
“Niente frontiere – niente nazioni”. È possibile l’abolizione delle frontiere e degli Stati ? E’ auspicabile? Ciò significherebbe davvero la fine di scontri, guerre, ingiustizie e una più grande felicità dei singoli e d’interi gruppi, persino dell’umanità intera?
È noto che l’Unione Europea ha adottato il regime della libera circolazione – ma solo all’interno dell’Unione, non esiste ancora un regime di libera circolazione con l’Africa e l’Asia (e si capisce bene perché).
 
Ogni cittadino della comunità europea può stabilirsi, vivere e lavorare dove gli pare. A prima vista ciò può sembrare uno straordinario ampliamento della libertà individuale: non siamo più legati al paese di nascita, ma possiamo espatriare senza alcun vincolo e permesso.
A dir la verità si poteva espatriare anche prima che nascesse l’Unione Europea: in ogni tempo singoli e gruppi hanno cercato di rifarsi altrove un’esistenza, sia per necessità per le ristrettezze del proprio paese che per desiderio di avventura.
 
Bisognava però essere accolti in altri paesi: nessun italiano emigrato in Svizzera o in America ci è entrato da clandestino e ha avanzato pretese, dovevano anzi sottoporsi a visite talora umilianti.
Occorrevano permessi di soggiorno e residenza, col tempo poi si poteva chiedere persino la cittadinanza – o emigrare di nuovo se la nuova patria aveva deluso per qualche motivo.
Quanti non si trovano bene in un paese, di nascita o di adozione, e sognano altre mete, gente diversa, più aperta e simpatica, luoghi più ameni, climi più miti! Ma esistono questi posti? E gli abitanti di questi paradisi mi accoglieranno? Non è detto, non è sicuro: dipenderà da varie circostanze.
 
Gli esodi individuali o di gruppo sono stati però in genere fenomeni circoscritti e sottostavano a precise regole – sia del paese di espatrio che in quello d’immigrazione. A nessuna regola dovevano invece conformarsi i popoli dell’antichità che cercavano nuovi territori per vivere.
I tedeschi indicano questo fenomeno con l’espressione quasi poetica di “Völkerwanderungen” (trasmigrazioni di popoli) mentre i latini usano l’espressione più consona di invasioni barbare.
 
Roma infatti doveva subire queste incursioni: non poteva opporsi perché ormai troppo debole – e troppo vasta (l’eccessiva estensione  è ritenuta una delle principali concause della caduta dell’impero romano).
Teniamo però presente che questi popoli invasori erano costituiti spesso da poche migliaia di persone: non si pensi a centinaia di migliaia di Goti, Visigoti e Vandali o addirittura a milioni: erano gruppuscoli di poche migliaia d’individui, al massimo diecimila. E avanzavano praticamente in terre vergini o scarsamente popolate, per non dire disabitate.
 
Per quanto labili siano stati spesso i confini nell’antichità, lo stesso questi confini esistevano e  all’interno dei confini vivevano popoli con ordini e leggi proprie, che parlavano una lingua diversa, con usi e costumi propri,  un’altra religione.
Persino il cristianesimo che ha dichiarato la sostanziale uguaglianza di tutti gli esseri umani non ha potuto impedire la formazione di nuovi Stati che si combattevano aspramente fra loro.
E uno Stato è tale innanzi tutto se ha un territorio in cui vigono le sue leggi. E non c’è territorio senza confini.
 
Uno Stato che non ha più un territorio e leggi proprie ha cessato di essere: è stato cancellato dalla carta geografica e incorporato in un altro Stato.
Il processo di integrazione e unificazione degli antichi Stati nazionali europei dovrebbe sfociare negli Stati Uniti d’Europa, simili agli Stati Uniti d’America o – si parva licet – alla Confederazione Elvetica che non è semplicemente una federazione di Stati (cantoni), ma effettivamente dal 1848 una confederazione, uno Stato unitario, che ha però lasciato ai singoli cantoni una notevole autonomia (che si rispecchia, fra l’altro, nel peso che essi hanno per l’approvazione di modifiche costituzionali per cui è richiesta la doppia maggioranza di popolo e cantoni).
 
Non sappiamo se il progetto dell’UE – la creazione di una effettiva confederazione, di un Superstato – andrà davvero in porto.  Troppo grandi appaiono le differenze e le divergenze dei singoli Stati che hanno tutti una ricca storia alle spalle e una propria lingua.
Il belga Juncker, ex commissario dell’UE, escludeva alcune settimane fa che si potesse giungere alla formazione di un tale Superstato o Confederazione, gli Stati Uniti d’Europa. Lo stesso Juncker ha però deplorato il risultato della votazione del 9 febbraio in Svizzera che ha allarmato Bruxelles.
Infatti la libera circolazione, una delle quattro libertà fondamentali, è il cavallo di Troia dell’UE: la libera circolazione e tutto ciò che essa comporta (residenza, lavoro, prestazioni sociali) svuoterà ogni Stato delle sue prerogative più importanti, per cui non sarà più sovrano. Se la libera circolazione s’imponesse e dilagasse, avremo alla fine gli Stati Uniti d’Europa, governati da Bruxelles (o altra sede, poco importa).
 
Si era sperato che la moneta unica – l’euro – e la libera circolazione potessero accelerare il processo di unificazione. Purtroppo le cose non vanno come auspicato dalle élite europee: l’UE versa in gravi difficoltà, acuite dalla crisi economica mondiale, e si assiste persino a un ripiego degli Stati su se stessi.
C’è chi pensa che la crisi possa essere superata soltanto con un atto di coraggio accelerando l’effettiva integrazione politica e l’unificazione europea; altri invece sono scettici e preferirebbero tornare alla sovranità nazionale e monetaria. Eurofili ed euroscettici si contrappongono e non si risparmiano colpi bassi.
 
Gli “euroscettici” vengono definiti nazionalisti, conservatori, xenofobi, razzisti, isolazionisti, estremisti (di destra). Anzi c’è chi li chiama fascisti e nazisti. Chi si oppone alla forzata fusione dei vecchi Stati europei è nel migliore dei casi un “minchione”, ma più probabilmente un fascista o populista, uno dei termini offensivi più di moda oggi.
Questo è il linguaggio delle anime belle di sinistra, che come tutti sanno sono o si ritengono moralmente superiori a tutte le altre formazioni politiche perché esse mettono il bene comune al centro delle loro battaglie, mentre gli altri perseguono esclusivamente i propri egoistici scopi e interessi.
 
I confini, le frontiere, i limiti, le barriere danno a molti fastidio. Leggevo tempo fa della profonda avversione di Hermann Hesse per i confini e il recentemente scomparso Claudio Abbado ha detto in televisione: “Dio, come odio i confini di qualsiasi genere: la musica li supera tutti!” Certo, possiamo intonare anche noi l’Inno alla gioia di Schiller: la gioia, scintilla divina abbatte ogni barriera, ci fa sentire tutti fratelli. Ma per un attimo.
Poi torniamo alle nostre faccende, al tran tran quotidiano in cui sentiamo tutti un vivo bisogno di sicurezza. Non c’è essere vivente che non disponga di mezzi di difesa, non conosca strategie difensive, non abbia un proprio territorio in cui sia o si senta al sicuro. La diffidenza per il diverso è iscritta nei nostri geni, è un’arma di difesa.
 
 
Questo naturalissimo e non censurabile bisogno può trasformarsi in ossessione, paranoia: molti cercano di assicurarsi contro tutte le spiacevoli eventualità dell’esistenza, ma si tratta di comportamenti patologici, per quanto diffusi, e non possono essere confusi con il semplice bisogno di sentirsi al sicuro, di non correre rischi eccessivi, di poter far fronte ai problemi dell’esistenza.
Ognuno di noi ha dunque bisogno di un territorio, per quanto esiguo, in cui sia padrone e sovrano. L’ambizione o il desiderio di possesso è la più naturale delle inclinazioni. Chi non possiede nulla al di fuori della sua nuda esistenza è in una situazione ben difficile nella lotta per l’esistenza e ha pochi motivi di rallegrarsi.
 
Dante esalta l’amore di Francesco per Madonna Povertà: “Poscia di dì in dì l’amò più forte.” Ma ben pochi seguirono allora le orme di San Francesco e nessuno desidera oggi vivere in povertà o nella miseria. Non si confonda però la povertà con una vita semplice, frugale, che può essere più soddisfacente di una vita nel lusso (semplicità e frugalità a cui saremo del resto ben presto tutti costretti dalle prossime e più gravi crisi). 
 
Dunque non è peccato desiderare, voler possedere qualcosa. L’etimologia di possedere è  potis ‘capace’ (da potere) e sedere ‘stare seduto’: dunque molto concretamente ‘occupare uno spazio come proprietario’. Si veda anche il corrispondente termine tedesco: be-sitzen (essere seduto su).
In senso esteso si possiedono poi tutte le altre cose: non ci siamo seduti sopra ma sono nostre e disponibili per i nostri bisogni e necessità. Un bambino impara subito a dire “mio” e “tuo”, ed elementare e fondamentale è anche la distinzione tra me e te. Il bambino esplora il mondo in cui si trova inspiegabilmente a vivere e apprende, riconosce le persone, gli oggetti.
 
Anche l’uomo adulto fa sempre nuove conoscenze e scoperte, persino nella vecchiaia. Ma cosa significa conoscere, riconoscere? Ebbene, significa isolare un oggetto o un fenomeno dal suo contorno, metterlo a fuoco. Prima avevamo una massa indistinta davanti a noi, ma poi guardando meglio scopriamo delle differenze tra un oggetto e l’altro, a volte minime, ma reali.
Gli oggetti, le persone (e più tardi le idee, le teorie, i paesi, i mondi, le stelle, le galassie) sono riconoscibili in quanto hanno dei limiti, dei confini (altrimenti non potremmo distinguerli). Conoscere significa dunque distinguere, vedere le differenze, osservare i limiti di una cosa o di un fenomeno.
 
Se le cose e i fenomeni tutti non avessero dei limiti precisi e osservabili (o una sfera d’influenza anch’essa limitata: gli effetti della bomba atomica non si estendono all’intero pianeta ma solo per alcuni chilometri) non sarebbero riconoscibili. Dunque il limite, il confine, la frontiera sono necessità o dati ineludibili dell’esistenza. Senza il limite non si dà conoscenza.
Noi stessi, il nostro essere, è ben delimitato: individuo significa indivisibile, ognuno di noi è racchiuso in una guaina di pelle e ha dei tratti inconfondibili che lo distinguono da tutti gli altri, per quanto apparentemente secondari e insignificanti come il colore dei capelli, il timbro di voce, la statura, le impronte digitali, le capacità individuali.
 
Ma gli individui non sono monadi, possono comunicare tra di loro con vantaggio reciproco: grazie a questa capacità possiamo evolvere culturalmente, ampliare il nostro raggio di azione, migliorare la nostra vita, approfondire le nostre conoscenze – ma restando sempre noi stessi, individui unici e inconfondibili.
Se non lo fossimo saremmo “fungibili” come i lingotti d’oro che affidiamo a una banca. La banca è tenuta a restituirci un lingotto di pari peso e valore, ma non proprio quello che le abbiamo consegnato: un lingotto vale l’altro, ciò che non si può dire di una persona.
 
Pretendere che le frontiere e gli Stati debbano essere abbattuti è un non senso, cozza contro le più elementari aspirazioni di ogni essere umano. L’uomo ha cercato e cerca sempre di superare i limiti imposti dalla natura.
Quel che era impensabile cento anni fa è oggi realtà: siamo andati sulla Luna, andremo su Marte, lo colonizzeremo addirittura (sarà una necessità quando la temperatura salirà eccessivamente sulla Terra per l’evoluzione del sole). 
Nella storia dell’uomo si sono formati tanti Stati poi spariti, inglobati da Stati più potenti. Le frontiere sono state spostate, ma non sono sparite.
Nella nostra vita associata i beni sono divisi in modo ineguale: alcuni hanno troppo, altri poco o persino niente: una situazione ingiusta e intollerabile, foriera di malcontento, rivolte, rivoluzioni.
 
Perché tutti hanno bisogno per vivere di mezzi e di spazio. Spazio in cui possa dispiegarsi pienamente la sovranità individuale. Per molti, forse la maggioranza degli esseri umani questo spazio di assoluta sovranità è per finire la propria casa. My home is my castle, dicono gli inglesi (la mia casa è il mio castello, la mia fortezza, il mio rifugio, la mia salvezza).
La casa è il sancta sanctorum di ognuno di noi, il luogo inviolabile, tanto che la violazione di domicilio è ancora oggi reato grave. Scoprire la casa svaligiata costituisce un trauma, non tanto o non solo per la scomparsa di oggetti di valore, venale o affettivo, ma soprattutto perché qualcuno ha rotto il patto, ha dissacrato il nostro domicilio, annullato la nostra sovranità.
 
La casa, il quartiere, la città, la regione, la provincia, il Paese: sono in una certa misura i luoghi a cui si estende – per quanto sempre più attenuata – la nostra sovranità.
Ci muoviamo in questo spazio con relativa sicurezza e agio perché capiamo la lingua, conosciamo in parte anche tanti angoli del paese, usi e costumi: è il nostro paese, la nostra … Che cosa?
Oggi sembra una parolaccia, ma diciamola lo stesso: la nostra patria.
 
Che è unica, diversa da tante altre patrie, patria a cui siamo legati e apparteniamo per nascita prima e poi per tutte le esperienze che vi abbiamo vissuto e che ce l’hanno resa cara, più delle altre che magari conosciamo, rispettiamo e magari anche amiamo per le loro innegabili bellezze.
Ma la nostra patria – di nascita o anche d’elezione – è il nostro rifugio, il paradiso. E ha dei confini. Perché volerli cancellare? Ci sentiremo poi davvero meglio, a nostro agio ovunque, non più provinciali di vedute ristrette ma “cittadini del mondo”?
 
Oggi esistono 194 Stati indipendenti e sovrani, anche se l’interdipendenza economica di molti di essi è una realtà, peraltro positiva: lo scambio di beni è un’assoluta necessità. Tuttavia e nonostante questi scambi tali paesi hanno confini ed eserciti per difenderli.
Dire che gli Stati – le individualità statali – rappresentino il Male, siano all’origine di tutte le nefandezze e ingiustizie è un’opinione molto “opinabile”. Se abolissimo tutte le frontiere e adottassimo il principio della libera circolazione universale – come ha stabilito, unico paese al mondo, l’Ecuador – temo che invece di un minimo di ordine pace e benessere avremmo il caos.
È poi possibile sentirsi bene, a proprio agio, in una massa anonima di miliardi d’individui o ignorando da quale lontano e oscuro potere dipenda la nostra esistenza?
 
Ma lo slogan di certa sinistra pseudo-rivoluzionaria – no border  no nation – significa a ben riflettere anche altro: no alla proprietà privata, tutto è di tutti. Un’evidente assurdità: per assicurarsi una fettina di quel tutto saremo costretti a batterci alla morte ogni giorno.
Il buon Rousseau formulò la celebre frase: “La proprieté, c’est le vol.” La proprietà è un furto. Il principio di proprietà s’impose - dice Rousseau - perché chi aveva recintato un terreno, dichiarandolo suo trovò, degli sciocchi che gli credettero.
Però è un fatto che anche i dimostranti coi loro striscioni dalle scritte esaltanti – in realtà sciocche - sognano anche loro di possedere qualcosa.
 
Ciò è comprensibile perché per vivere dobbiamo tutti appropriarci qualcosa, innanzi tutto il cibo, e ovviamente possedere un territorio dove trovare più facilmente questo cibo.
No, cari Hesse e Abbado, grandi poeti e musicisti, i confini sono necessari, dati assoluti. Possiamo solo rivederli, spostarli, anche ampliarli, ma solo fin qui e non oltre: non puoi superare la soglia della mia casa contro la mia volontà, è un delitto. E se ci provi lo stesso dovrò difendermi, mi appellerò alle leggi ancora vigenti che tutelano la proprietà. In casa mia, mi dispiace, comando io.
Ma se non hai intenzioni ostili puoi entrare, converseremo piacevolmente, ci scambieremo anche dei regali – e poi ti congederai. >>
 
SERGIO PASTORE

sabato 8 marzo 2014

Lettere moderne

L’intervista virtuale di oggi ha come vittima Alessandro Gilioli, l’ottimo giornalista de L’Espresso, il cui blog “Piovono rane”  è una delle lettura più interessanti (e piacevoli) per chi vuole seguire l’attualità politica. Con lui parleremo dell’evoluzione subita dal mondo del giornalismo dopo l’esplosione di Internet. LUMEN


LUMEN – Signor Gilioli, voi fate il giornalista da quasi trent’anni e siete ormai un veterano. Com’era la situazione all’epoca ?
GILIOLI - Quando ho iniziato a fare questo mestiere, noi venivamo educati all’idea che i giornalisti giudicano ma tendenzialmente non devono essere giudicati. Era una sorta di immunità presunta, derivata dal postulato secondo il quale il giornalista raccontava fatti e/o esprimeva opinioni sempre in buona fede, senza cointeressenze personali, senz’altre ambizioni che non fossero quelle di fare il cronista o di contribuire al dibattito politico, culturale, economico, etc.

LUMEN – Ed era proprio così ?
GILIOLI - Era una balla, naturalmente. I giornalisti – in buona parte – non sono mai stati così, almeno in Italia. Siamo sempre stati una categoria in cui alle non moltissime schiene diritte si mescolavano le penne a zerbino: per conformismo, convenienza, ambizione personale, fedeltà di partito, subalternità ai poteri, complicità, privilegi piccoli o grandi e altre ragioni ancora. Ed occorre smontare l’idea che ci sia stata un’epoca in cui in questo Paese i professionisti dell’informazione facevano i cani da guardia del potere (con le dovute eccezioni, naturalmente). Poi, per fortuna, a poco a poco, questa immunità e questa finzione scenica hanno iniziato a sgretolarsi.

LUMEN – Come è successo ?
GILIOLI – Io l’ho visto con i miei occhi, questo processo. È iniziato con un’invenzione tecnologica: la mail. Prima, quando un giornalista scriveva una sciocchezza (o comunque qualcosa di contestabile) al massimo arrivavano in redazione un paio di lettere cartacee che finivano rapidamente nel cestino. Con la posta elettronica, ecco che le contestazioni, le rettifiche, le correzioni (ma anche le prese per i fondelli) hanno iniziato a moltiplicarsi a dismisura. Poi sono arrivati i blog, il web 2.0, i social network : insomma qualsiasi cittadino è diventato potenzialmente produttore di contenuti accessibili in qualsiasi luogo del pianeta. E la fessura nella diga è diventata un’alluvione: di verifiche, analisi, attacchi, debunking etc etc su quello che il giornalista scriveva. Il tutto, appunto, in pubblico.

LUMEN – Un cambiamento epocale.
GILIOLI - Io me lo ricordo, il trauma, nelle redazioni. La brusca discesa dal piedistallo. Cacchio: se sparavi balle adesso ti beccavano. Se scopiazzavi in giro, venivi ridicolizzato in un quarto d’ora. E quanto stupore nello scoprire che spesso il crowd, su un determinato tema, ne sapeva più di te! Diciamo la verità: non è stato indolore, il passaggio. Pochi colleghi l’hanno colto come strumento per migliorarsi. Molti l’hanno sofferto come la fine di un’epoca felice. È umano, è normale: per quanto fosse sbagliato.

LUMEN - Ma non c’è stato solo quello, vero ?
GILIOLI – No, perché in Italia la ‘caduta dal piedistallo’ della categoria è coincisa con un cambiamento storico di umore diffuso, di “sentiment”. E con una fase economica in cui il Paese si è diviso tra sommersi e salvati. Con l’odio crescente dei primi verso i secondi. E i giornalisti – tutti, più o meno – sono stati identificati con i salvati, con la “Casta”, con l’establishment, con la vicinanza al potere. Ma  anche questa era una percezione solo in parte fedele della realtà fattuale.

LUMEN – In che senso ?
GILIOLI - Prima di tutto perché proprio mentre cresceva il disprezzo per i giornalisti, questi perdevano non solo la loro precedente immunità, ma anche gli stipendi che ne avevano fatto, per decenni, una categoria di privilegiati. Lo sanno bene quelli entrati nella professione di recente, quasi sempre precari e spesso con redditi da “call center”. Ma tant’è, ormai la frittata era fatta. I giornalisti hanno iniziato non solo a essere giudicati per quello che scrivevano (e giustamente messi ai raggi X parola per parola), ma sono diventati obiettivo conflittuale nella lotta alla Casta e all’establishment, proprio come i politici.

LUMEN – Una specie di legge del contrappasso.
GILIOLI – Che ci può anche stare, diciamo. Nel senso che se guardiamo quello che abbiamo fatto, come categoria, per tanti decenni, probabilmente questa condanna ce la meritiamo. Anche se spesso poi a pagarne il fio non sono quelli che hanno fatto i danni, ma quelli che non c’entrano niente. Forse però sarebbe ora di arrivare a una sintesi, superando sia la fase in cui i giornalisti erano tutti immuni sul piedistallo sia quella in cui invece sono tutti casta cui sputare in faccia.

LUMEN – E come ci si arriva ?
GILIOLI – Con la buona pratica dell’onestà intellettuale e della trasparenza:  cioè della verifica e del confronto tra le persone per quello che le persone fanno e scrivono anziché per la categoria a cui appartengono. Abbiamo tutti il dovere di essere giudicati. Giornalisti e no. Politici e no. Tutti quelli che scrivono, sui giornali o sui social network o in qualsiasi altro posto. Perché l’informazione migliora solo quando chi la fa viene sottoposto ogni giorno a un check – anche feroce – su quello che scrive, che fa o che dice. Ma che sia un controllo concreto, fattuale, puntuale, onesto, autentico, con una contrapposizione di argomenti, di visioni, di idee, di fatti; non di “partito preso” o di categorie.

LUMEN – L’esplosione del web ha anche ingigantito il problema del precariato. Chi sono, oggi, i precari del giornalismo ?
GILIOLI - Bisogna prima di tutto distinguere tra collaboratori esterni e abusivi. I primi sono colleghi – con o senza il tesserino in tasca - che non lavorano in redazione, non hanno una scrivania abituale, un telefono fisso o una casellina mail fornitagli dalla testata etc. Una volta venivano in redazione «a consegnare il pezzo», da almeno 10-15 anni ovviamente lo mandano per mail e se si fanno vedere in redazione è per una chiacchierata alla macchinetta del caffè, da cui possono scaturire idee, collaborazioni future e magari a volte anche rapporti professionali e umani di stima. In tutto ciò, ci mancherebbe, non c’è nulla di eticamente o deontologicamente scorretto: anzi, per ogni testata è indispensabile avere un polmone di free lance (magari specializzati su qualcosa).

LUMEN – E gli “abusivi” ?
GILIOLI - Altra cosa, completamente diversa, sono gli abusivi in redazione, quelli che svolgono mansioni interne da una scrivania interna: e che sono illegali, anche se fanno mezza giornata o due giorni alla settimana. Per quel che ne so – anche grazie alle ispezioni – la pratica di tenere esterni in redazione è calata negli ultimi vent’anni, almeno nei gruppi maggiori e nei giornali nazionali. Non so nelle piccole realtà editoriali e nei gruppi locali. Ad ogni modo, come sempre, per quanto riguarda l’abusivato bisogna uscire dal ricatto del «meglio così che niente».

LUMEN - Quanto sono pagati i collaboratori esterni ?
GILIOLI - Qui il casino è enorme e c’è di tutto, perché a decidere è ovviamente il mercato (non l’etica) e, come noto, quello dei giornali è un declining market che porta a compensi altrettanto declinanti. A tutto ciò si aggiunge il fatto che molti collaboratori lavorano per siti web che non hanno mai visto un bilancio in utile: e come si fa a spiegare al CEO di un grande gruppo editoriale che deve aumentare i compensi per un sito in “rosso” ? Quindi, VIP a parte, c’è chi per un pezzo (sul cartaceo) arriva a prendere 500 lordi e chi (per un sito di solito, ma a quanto leggo non solo) si ferma a 10 euro o poco più.

LUMEN - Ma è giusto che si paghi un pezzo pochi euro ?
GILIOLI - No, è una porcheria, ma soprattutto è un autogol per il giornale (o sito che sia). Una porcheria per evidenti motivi, ma soprattutto un autogol perché se una testata valuta un suo articolo dieci euro, vuol dire che valuta pochissimo se stessa, il prodotto che offre (e fa pagare ai suoi lettori, direttamente o con la pubblicità). Vuol dire quindi che se ne frega della sua qualità e che decide di affogarsi nel mare della comunicazione scadente anziché cercare le ragioni della sua sopravvivenza e del suo successo emergendo per qualità, originalità e merito dal rumore di fondo. Insomma, si vota al suicidio.

LUMEN - Ma perché, un articolo pagato poco dev’essere per forza scarso qualitativamente?
GILIOLI - Non per forza, ma è probabile. Intanto per una questione di tempo: se a un collaboratore vengono dati dieci euro lordi per un pezzo, difficilmente ci investirà molto tempo. Anche perché altrimenti – al netto delle telefonate che deve fare etc – finisce per prendere quasi nulla. Quindi sará il più delle volte un pezzo frettoloso e ‘tirato giù in qualche modo’. Poi c’è ovviamente una questione di investimento emotivo: che incentivazione può avere un collega pagato così poco? ‘Tirerà giú’ il minimo indispensabile, appunto. Terzo: paghe cosí basse riempiono le testate anche di gente che viene illusa di poter fare questo mestiere pur non avendone le capacità.

LUMEN – State dicendo che i precari sono scarsi ?
GILIOLI - No, c’è di tutto, è ovvio. Ce ne sono di ottimi e a volte mi viene il sangue caldo a vedere in giro collaboratori più bravi e creativi di molti mediocri che invece hanno il sedere al caldo. All’estremo opposto ci sono quelli convinti di poter fare i giornalisti senza averne minimamente le capacità. In mezzo c’è un po’ di tutto. Comunque il dumping salariale non è certo una dinamica meritocratica. A pagare pochissimo difficilmente si attraggono e si conservano i collaboratori più bravi.

LUMEN – E poi c’è il problema dell’illusione personale.
GILIOLI – Certo, perché continuare a far lavorare collaboratori scarsi – solo perché si crede che convengano economicamente – significa illuderli, far credere loro che potranno fare un mestiere che sognano ma che non hanno le capacità di fare. Quindi si creeranno infelici e sottopagati a vita. Molto meglio rendersi conto a 25 anni che a 40 di aver preso la strada sbagliata.

LUMEN - Nei giornali c’è pure chi lavora gratis, vero ?
GILIOLI - Non solo: vedo che cresce il numero di quanti si propongono di lavorare gratis per ‘far girare la firma’ per ‘mettere un piede in una redazione’ etc. Il che ovviamente non ha nulla a che fare con casi molto diversi di giornalisti ‘inseriti’ che decidono di fare pezzi gratis per motivi etico-politici-culturali-ideali etc.

LUMEN – Comunque gli editori non sono tutti uguali.
GILIOLI – No di certo, e lo dico anche per esperienza personale. Essendo imprenditori, è ovvio che hanno come obiettivo l’utile in bilancio, non sono  l’Opera Pia. Ma c’è chi lo fa in modo corretto e chi in modo banditesco. Nella vita ho lavorato anche con un editore che un bel giorno ha deciso che tutti i borderò del mese di agosto non andavano pagati. Tutti. Una bella letterina ai collaboratori, «scusate, c’è la crisi etc etc questo mese non si paga, confidiamo nella vostra comprensione». Risultato: una buona metà dei collaboratori ha fatto buon viso a cattivo gioco pur di continuare a collaborare; un quarto ha semplicemente smesso di collaborare; un altro quarto ha fatto causa. Con questi ultimi l’editore ha mediato prima di andare per avvocati, versando circa metà di quanto loro dovuto. Alla fine era tutto orgoglioso che il mese di agosto, a conti fatti, gli era costato un decimo della media. Da vomitare.

LUMEN – Avete qualche idea per migliorare la situazione ?
GILILIOLI - Sì, tante. Prima di tutto bisognerebbe polverizzare il 90 per cento delle scuole di giornalismo che ci sono in Italia, il cui unico scopo è riempire il portafogli dei loro proprietari e ‘insegnanti’, illudendo tanti ragazzi di poter entrare in una professione in crisi. Piacerebbe che sparisse anche un’altra sovrastruttura che serve solo a imporre gabelle e a dare una segretaria a chi ne occupa le poltrone, cioè l’Ordine. Sarebbe poi utile che chi vuole fare questo mestiere cercasse di mettere in luce la propria bravura con un blog o in altro modo autonomo e creativo piuttosto che andando ad arruffianarsi caporedattori che poi potranno pagarli dieci euro lordi.

LUMEN – Grazie per la chiacchierata, dottor Gilioli, e tanti auguri per il vostro lavoro.