mercoledì 22 febbraio 2017

Il borghese e l’intellettuale: istruzioni per l’uso

La mentalità borghese alle prese con gli intellettuali di sinistra, raccontata dalla penna di Sergio Ricossa, con la sua garbata, ma sempre pungente ironia (dal libro Straborghese). Lumen


<< Riconoscere un tipico intellettuale di “sinistra” non costa alcuna fatica, perché egli si proclama tale ai quattro venti e fa lega solo con chi si proclama tale. Ogni altro intellettuale è per lui un essere inferiore, anzi non è un intellettuale affatto: è un “servo dei padroni” o peggio. Benché facciano mazzo fra loro, gli intellettuali di “sinistra” non mostrano di amarsi.

Si premiano a vicenda, ma è un ‘do ut des’, solo uno scambio di decorazioni nobiliari: “Dammi la gran croce del merito sociale, e ti darò il collare dell’ordine della giustizia egualitaria”. Questo poi non impedisce loro di insultarsi. Così pure i nobili si sfidavano continuamente a duello; però rifiutavano di battersi con un plebeo, lo ritenevano indecoroso, e similmente gli intellettuali di “sinistra” non scendono a singolar tenzone con un uomo bollato di “destra”.

Essi sembrano amare praticamente nessuno se non il proprio io, alla Narciso (fors’anche un po’ alla borghese ?). Amano il popolo come astrazione, lo detestano probabilmente come insieme di persone vive, e cioè rumorose, sudate, invadenti, volgari. Il popolo vivo sembra sopportabile solo se lo si guarda dall’alto di un palco ben isolato ed elevato.

Irreggimentare il popolo, metterlo in fila, comandarlo, tutelarlo anche, ma come si tutelano i minori, finalmente farsi applaudire dal popolo: ecco le seduzioni di chi sta a “sinistra”. Seduzioni a cui è tanto più difficile resistere quanto più gl’intellettuali hanno origini lontane dal popolo. In tal caso, ci si può interessare al popolo come un socio della società per la protezione degli animali può interessarsi agli animali: con intensità e distacco. Il borghese generalmente non può: è ancora nel popolo o ne è appena “emerso” e non lo rinnega.

Il populismo dell’intellettuale di “sinistra” non è segno di origine popolare, è segno del contrario. Ben inteso, anche a “sinistra” c’è chi resiste a quelle seduzioni. Per quanto gl’intellettuali di “sinistra” si compiacciano di erigersi a circolo omogeno ed esclusivo (…), il borghese, a costo di scontentarli, deve distinguerli e separarli a uno a uno. Al solito, così facendo scoprirà, in mezzo a tanti collettivisti, qualche borghese autentico, che non sa di esserlo, o lo sa anche troppo e lo nasconde.

Fra chi inveisce contro la borghesia, scoprirà i sinceri e i truffaldini, i saputi e gl’ignoranti. Quel che mai il borghese deve concedere è che essi, gli intellettuali di “sinistra”, abbiano più autorità morale o scientifica o di qualunque altro genere per discutere di giustizia, democrazia, elevazione degli umili, progresso sociale, libertà. Non ce l’hanno soprattutto quando pretendono di averla e peccano di orgoglio o ipocrisia.

Gli intellettuali di “sinistra”, questo sì, hanno messo a punto un loro linguaggio speciale, oscuro e suggestivo, per sentenziare su quei temi. Il “sinistrese” ne è la riduzione a gergo corrotto e ridicolo. Ma nelle forme superiori, il linguaggio di “sinistra” è uno strumento pericolosamente, subdolamente efficace. (…)

I termini astratti [per loro] sono preferibili a quelli concreti: i primi ammettono la perfezione, i secondi no. Le contraddizioni sono lecite in nome della dialettica. Il modo migliore per non essere smentiti è affermare quanto non può essere sottoposto a verifica. L’insensato, ciò che manca di significato, è una delle cose più inoppugnabili dell’intellettualità.

Naturalmente, l’arte di imbrogliare con le parole è antichissima e onorata dall’umanità in generale. Invero, non c’è ragione per non ammirare i grandi artisti in qualunque campo, purché non si spaccino per grandi scienziati, grandi filosofi. I trucchi retorici dei sofisti dilettavano i greci purché fossero onesti e dichiarati o sottintesi, innocenti come quelli degli illusionisti o prestigiatori a teatro.

Protagora chiedeva ai suoi allievi di pronunciare l’elogio di una cosa qualsiasi e immediatamente dopo la denigrazione della stessa: insegnava perciò a vaccinarsi contro la credulità, la seduzione verbale tanto simile alla seduzione musicale, ma assai più rischiosa. (…)

“Il cretino di sinistra ha una spiccata tendenza verso tutto ciò che è difficile. Crede che la difficoltà sia profondità” (Sciascia). Il non-cretino di “sinistra” ama farlo credere, e ci guadagna. Come tutti i dogmatici, ama la ‘cavillatio’. Il borghese, che voglia difendersi o meglio attaccare, farà bene a lasciare agli avversari l’arte del bla-bla-bla. Non è arte per lui. Nel carattere borghese c’è un gusto insopprimibile per la concretezza, che è poi quanto gli fa prendere sul serio l’individuo (la realtà) e non il collettivo (l’astrazione).

Eserciti questo gusto e non prenda sul serio la logorrea degli intellettuali di “sinistra”, non se ne lasci invischiare. Ne rida, la collezioni negli stupidari, quando ne incontra un campione ragguardevole. La studi col solo scopo di esprimersi nello stile opposto il più possibile. Miri alla chiarezza, e le sacrifichi i fronzoli; miri alla semplicità, a costo della semplificazione. (…)

La quadratura mentale porta spesso il borghese alla quadratura dei conti. (…) Si possono perciò amare i numeri più delle parole, ma che siano dati contabili verificati, non invenzioni della fantasia. La borghesia non inventa i numeri, le basta di avere inventato il concetto di numero tanti secoli fa, in Mesopotamia, per commerciare meglio il bestiame e il grano.

Da allora, le grandi epoche borghesi sono state epoche di contabilità e di statistica, di matematica e di scienza. Misurare per conoscere è obiettivo comune del borghese e dello scienziato. L’Italia e la Gran Bretagna forniscono ottimi esempi. Nel XIII secolo il mercante pisano Leonardo Fibonacci introduceva in Occidente la numerazione decimale e iscriveva il suo nome nella storia della matematica con alcuni ingegnosi giochi numerici.

La contabilità moderna fu illustrata dai mercanti italiani del Rinascimento, quelli che l’Alberti consigliava di “sempre avere le mani tincte d’inchiostro”, e teorizzata da Luca Pacioli nel 1494 quale parte dell’aritmetica e della geometria. Leonardo da Vinci, amico di Pacioli, si scomodò a disegnargli le figure: lo ricordino coloro che oggi disprezzano la ragioneria.

Più tardi, dal Seicento al Settecento, la Gran Bretagna dei mercantilisti, covando la rivoluzione industriale, fu percorsa simultaneamente dalla mania degli affari e della matematica. Newton stesso, dopo aver ridotto in numeri l’universo, si diede a speculare in un altro senso, nel senso di giocare in borsa: una progetti inconsistenti, ma la libertà e l’opinione pubblica davano ampio spazio a tutti i progettisti.

Nessuno condannava l’inventiva e il senso degli affari, l’intraprendenza e la voglia di arricchire. Per confronto, sia concesso di dire che nell’Italia odierna, dove lo spirito borghese è avvilito, molti studenti delle facoltà di “economia e commercio” non sanno nemmeno più calcolare una percentuale.

Quanto agli imprenditori, si sa che la “sinistra” resiste male alla tentazione di sputacchiarli. Così pure, e peggio degli studenti di economia e commercio, certi intellettuali di “sinistra” tanto più disprezzano la matematica o la statistica quanto meno la conoscono. O se non la disprezzano, la usano slealmente ogni volta che si lasciano trascinare dal collettivismo in una lotta antiborghese senza escludere i colpi bassi.

La matematica, ahinoi, si presta ai colpi bassi. C’è un “terrorismo matematico”, che consiste nello spaventare l’avversario sparandogli contro raffiche di equazioni, derivate, integrali, logaritmi, matrici, teoremi e corollari. Gli economisti ne sanno qualcosa. Esecrabili errori e sofismi economici e politici si nascondono dietro fitte cortine di formule, che non si possono penetrare se il lettore non si arma di pazienza, tempo e competenza; ma chi ha imbrattato la carta di spauracchi matematici conta proprio sul fatto che il lettore non abbia pazienza, tempo e competenza, sicché “beva” le conclusioni meno potabili come se fosse Einstein a garantirle. (…)

Considerazioni analoghe valgono per la statistica, che alcuni giudicano peggio dello spergiuro. E’ indubbio che con le cifre si può mentire come con le parole, o se non mentire confondere nelle medie le varietà preziose alla borghesia. Per questo è bene diffidare della cosiddetta macro-economia, dove si fa di ogni erba un fascio: il buon borghese preferisce la micro-economia, che non dimentica mai l’individuo all’origine di ogni fatto sociale.

Ma il peggior uso della statistica è quando la si dedica a fini retorici o propagandistici, non per sapere, bensì per far credere ai semplicioni. Allora, le cifre si staccano dalla realtà e si agitano come fantasmi. Peggio per chi crede ai fantasmi: i borghesi non ci credono, vogliono sempre toccare. I borghesi hanno un tale interesse per la fisica, che non hanno quasi più tempo per la metafisica, a meno che sia eccellente. Al contrario, gl’intellettuali di “sinistra” fanno indigestione di metafisica, senza troppo badare alla qualità. (…)

Quel che più li avvince è precisamente lo stesso che ai borghesi ripugna in sommo grado: è il leggendario, il mitico, il magico. Mentre i borghesi sono per la vista, gli intellettuali essenzialisti sono per la visione. (…) La fabbrica del nulla produce scatole rigorosamente vuote, però difficili da aprire, di forma pretenziosa e artificiosa, e sovrapposte così da formare vaste architetture, che si estendono fino a occupare ogni angolo della cultura.

Il borghese che vi capiti in mezzo può sentirsi prigioniero fra mura di macigno, sulle quali legge la sua condanna. Ed invece, per poco che si attenga ai suoi principi senza tentennare, egli si accerta che è macigno di cartapesta, capace di imprigionare solo chi ama la prigione. (…) [Però] vi è una potente industria culturale di “sinistra” che sa difendere con abilità quell’architettura, certo con più abilità di quella mostrata dall’industria culturale borghese per attaccarla. > >

SERGIO RICOSSA

mercoledì 15 febbraio 2017

Cento anni da pecora

LUMEN – Ho esitato a lungo, prima di invitare il nostro ospite di oggi, perché si tratta di un personaggio sicuramente molto discusso. Ma, dato l’argomento, ho pensato che la sua esperienza professionale potesse esserci utile: si tratta di Joseph Paul Goebbels.
GOEBBELS – Guten Tag.

LUMEN - Herr Goebbels, voi siete sicuramente un esperto in materia di propaganda ideologica e di controllo della popolazione.
GOEBBELS – Ja!  Modestamente.

LUMEN – Secondo voi, perché tante persone seguono passivamente le idee e gli scenari proposti dall’autorità, senza porsi troppe domande ?
GOEBBELS – Io credo che vi siano sostanzialmente tre ragioni, per questa tendenza.

LUMEN – Sentiamo.
GOEBBELS - La prima ragione chiama in causa la naturale propensione dell’essere umano ad obbedire all’autorità. Si potrebbe obiettare che questa è un’ovvietà, perché (quasi) tutti rispettano le regole dettate dalle leggi promulgate dall’autorità politica, in quanto fa parte del patto sociale. La questione però è un po’ più sottile di così.

LUMEN – In che senso ?
GOEBBELS - Spesso non si tratta di seguire le regole o le leggi, ma di abbracciare e fare proprie certe “convinzioni” o “soluzioni” solo perché sono veicolate dalla politica su larga scala. Affermare – a livello mediatico - che la soluzione ad un certo problema sociale è X piuttosto che Y, non è una norma cogente, è solo un progetto politico, un’indicazione per un progetto politico, che il governo, l’autorità, veicola alla popolazione.

LUMEN – Quindi si rientra nel rapporto più generale tra autorità e popolazione.
GOEBBELS – Appunto. Ed il modo in cui si comporta la maggior parte delle persone di fronte all’autorità ce lo ha rivelato, in modo spettacolare e preoccupante, un famoso esperimento di Stanley Milgram.

LUMEN – Cosa accadde ?
GOEBBELS – Nell’esperimento, due persone vengono convocate per un test di simulazione, a cui decidono di partecipare volontariamente. Nel laboratorio ad una delle due viene dato il ruolo di insegnante, e all’altra di allievo, visto che lo scopo dell’esperimento è, racconta il ricercatore in camice bianco (l’autorità), vedere come le persone imparino dalle punizioni. La persona designata come insegnante deve quindi leggere delle liste di parole, che l’allievo, in un'altra stanza, deve ripetere. A ogni errore l’insegnante deve punirlo con una scossa elettrica, che aumenterà progressivamente.

LUMEN – Scosse vere ?
GOEBBELS - Ovviamente no. L’allievo è un collaboratore dello sperimentatore, e non riceve alcuna scossa. L’insegnante però non lo sa, e crede di dare delle scosse vere. E dall’altra parte a un certo punto iniziano i lamenti e poi le urla di dolore dell’allievo. Di fronte ai dubbi dell’insegnante in merito al fatto che fosse lecito proseguire, il dottore in camice bianco lo rassicura e gli dice di continuare, che è tutto sotto controllo, che non si può tornare indietro, e che c’è un preciso impegno preso una volta accettato di far parte dell’esperimento.

LUMEN – E loro, come reagirono ?
GOEBBELS - Molte persone ubbidirono, più o meno passivamente, e continuarono ad infliggere dolore ad un loro simile (così credevano) solo perché l’autorità glielo chiedeva, e tanto bastava per continuare nella loro azione illegale e poco etica, anche se la loro vittima li supplicava di smettere dicendo di sentirsi male.

LUMEN – Da non credere.
GOEBBELS - Questo esperimento dimostrò chiaramente che su molte persone l’autorità ha una presa incredibile, e sono pronte a seguire l'autorità in modo acritico ed irresponsabile. Se l’essere umano è capace di questo, e, si badi bene, non in guerra, ma in condizioni di normale vita quotidiana, forse non c’è da stupirsi che molto spesso sia disposto a seguire la scelta e la narrazione dell’autorità politica di turno, anche quando questo significa imporre condizioni di vita difficili ad altri cittadini.

LUMEN – Voglio sperare che l’adesione non fosse totale.
GOEBBELS - Ovviamente no. Milgram trovò infatti alcune persone che si rifiutarono di seguire le indicazioni dell’autorità, ed infatti c’è sempre chi sfida, a torto o a ragione, l’autorità costituita, il pensiero dominante. Ma si trattò di una minoranza.

LUMEN - Potrebbero esserci motivi di natura evoluzionistica che spiegano la naturale tendenza dell’essere umano a rispettare e seguire l’autorità ?
GOEBBELS - Certamente. Non è difficile capire che, per animali che vivono in gruppo, come l’homo sapiens (ma lo stesso vale per molte altre specie), è fondamentale che siano selezionati nel pool genico quei geni che favoriscono il rispetto del capo branco, cioè dell’autorità, altrimenti ci sarebbe una situazione anarchica, foriera di scontri continui tra gli individui. Ma dovrebbero esserci dei limiti.

LUMEN – Andiamo avanti.
GOEBBELS - Il secondo motivo chiama in causa il fenomeno del conformismo sociale, illustrato in un altro famoso esperimento condotto da Solomon Asch, che fu il maestro di Milgram.

LUMEN – Cosa fece ?
GOEBBELS - Asch presentò a gruppi di 8 soggetti tre linee, tra le quali una era visibilmente più corta delle altre. Chiedeva quindi alle persone di decidere quale fossa la più corta. Sette di queste persone erano dei collaboratori, e tutti d’accordo indicavano come più corta una linea che in realtà non lo era.

LUMEN – E gli altri ? Cosa fecero i soggetti ignari ?
GOEBBELS - Spesso conformavano il loro giudizio a quello della maggioranza del gruppo, indicando come più corta la linea che invece era più lunga. Attenzione: questi soggetti non stavano mentendo ! Non avevano alcuna ragione per farlo. Semplicemente la pressione sociale della maggioranza era così forte da influenzarli pesantemente.

LUMEN – Cioè, distorcevano la propria percezione.
GOEBBELS – Esatto: a pochi piace essere in disaccordo con la maggioranza. Se la linea scelta fosse veramente percepita come più corta è molto difficile da stabilire sperimentalmente, ma non ha importanza per il nostro argomento. Il fatto è che esiste un meccanismo cognitivo sensibile al conformismo, che porta le persone a sostenere le tesi della maggioranza.

LUMEN – Interessante. E passiamo ora al terzo argomento.
GOEBBELS – L’ultimo motivo fa riferimento all’effetto “by-stander” o “effetto spettatore”. Purtroppo questo meccanismo cognitivo non fu messo in luce tramite un esperimento, ma fu rivelato da un vero caso di omicidio avvenuto a New York.

LUMEN – Addirittura ?
GOEBBELS – Accadde che una ragazza, di nome Kitty Genovese, fu aggredita e accoltellata a morte in strada, senza che nessuno dalle case circostanti intervenisse o chiamasse tempestivamente la polizia, nonostante il trambusto e le urla. Perché? Perché, per semplificare, ognuno pensava che lo avrebbe fatto qualcun altro.

LUMEN – Alla faccia dell’empatia.
GOEBBELS - Non è difficile quindi immaginare che esistano nella società molte persone che, pur sapendo di assistere ad una “aggressione” politica e sociale, quale a volte viene proposto dal governo in carica, non agiscono, non si mobilitano, perché pensano che il problema lo risolverà qualcun altro. Stanno alla finestra, come coloro che lasciarono morire Kitty Genovese, non perché approvassero, non perché fossero cattive o stupide, ma perché a volte così funziona la nostra mente. Si chiama anche diluizione della responsabilità.

LUMEN – Ma tutto questo, le elites al potere, lo sanno benissimo.
GOEBBELS – Certo che lo sanno. Ed è proprio per questo, perché così funziona la mente umana, con i suoi limiti, che le élite culturali e politiche.

 LUMEN – E voi ne sapete qualcosa.
GOEBBELS – Ja!  Modestamente.



mercoledì 8 febbraio 2017

Magna cum laude

La crisi profonda dell’istruzione universitaria, soprattutto qui in Italia, è sotto gli occhi di tutti. Lo dimostra, al di là di ogni altra considerazione, la schiera dei giovani che, dopo un percorso di studi lungo, faticoso e spesso costoso, si ritrovano col più classico dei pezzi di carta, ma senza un lavoro adeguato, o, addirittura, senza un lavoro purchessia.
Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull’argomento di Aldo Giannuli (tratte dal suo sito), secondo il quale la migliore alternativa alla fallimentare Università Statale, non sarebbe comunque quella privata (elitaria per definizione), ma quella pubblica non-statale. Buona lettura.
LUMEN


<< Che l’università [italiana] sia in una crisi galoppante (…) è un dato ormai largamente condiviso. (…) Segnali di crisi [però] vengono anche dagli Usa, dove non c’è dubbio che si trovino le migliori università del mondo e, in massima parte, private. Anche lì le immatricolazioni calano costantemente da qualche anno, per qualche università inizia a profilarsi il default ed i tassi di produttività scientifica tendono a calare.

Il fatto è che affluisce decisamente meno denaro del passato, perché le iscrizioni calano (e lì il costo di un corso di studi può oscillare fra i 40.000 ed i 100.000 dollari), le contribuzioni dei privati (banche, fondazioni, imprese) ormai ci sono solo per progetti finalizzati a qualche brevetto, mentre deperiscono le donazioni per la ricerca di base e le borse di studio. (…)

Il problema è che l’università di massa come la abbiamo conosciuta (tanto nella versione pubblica europea, quanto in quella privata americana con il meccanismo dei prestiti d’onore e delle borse di studio e sponsorizzazioni) aveva dei presupposti che l’ondata neo liberista ha travolto.

L’università di massa trovava la sua ragion d’essere nel progetto americano della “great society” e nella sua traduzione “welfarista” europea. L’idea era quella di una società industriale in grande e costante crescita, con un bisogno sempre maggiore di quadri di livello medio-alto ed alto ed una conseguente accentuata mobilità sociale.

E una università con un numeroso corpo di ricercatori era pensata anche in funzione del continuo bisogno di innovazioni scientifiche e tecnologiche; anche le discipline umanistiche aumentavano di volume – per quanto ad un ritmo più lento delle altre - per fornire gli avvocati, i manager, gli economisti, i sociologi necessari, ed anche le facoltà di lettere, filosofia, storia crescevano sia per soddisfare la domanda scolastica di base sia per il necessario supporto culturale alle altre.

Ma l’emergere della crisi ambientale ha inferto un colpo molto duro all’idea di una società industriale in crescita infinita. Ovviamente si sarebbe potuto ugualmente pensare ad una rimodulazione dell’università di massa in funzione dei nuovi bisogni (ad esempio la crescente domanda di servizi, di industria culturale e dell’intrattenimento, la stessa ricerca in campo ecologico, ecc.).

A dare il colpo di grazia, indirizzando le cose su un ben diverso cammino è stata l’ondata neo liberista, il cui progetto non ha al suo centro l’industria, ma la finanza e, pertanto, produce una domanda meno pressante di innovazione tecnologica: è sintomatico che le contribuzioni private sono calate per le facoltà di fisica o di chimica e talvolta persino di informatica, ma non per quelle di economia. (…)

Ma, soprattutto, c’è un aspetto particolare del neo liberismo che non è abbastanza compreso. L’epoca keynesiana del Welfare aveva (pur con moderazione) il valore dell’eguaglianza ed in particolare dell’eguaglianza delle condizioni di partenza; il neo liberismo non si limita a non avere il valore dell’eguaglianza, ma celebra la diseguaglianza come valore.

La società neo liberista è per sua natura chiusa, oligarchica, e negata alla mobilità sociale. Ne consegue che l’alta formazione non può e non deve essere alla portata di tutti, perché deve funzionare come filtro, che riproduce le gerarchie sociali. In questo quadro non servono 100 università con centomila docenti, servono 10 università con 5.000 docenti. Tanto più se a finanziare le 100 università è lo Stato che ormai si ritrae dai suoi compiti sociali. >>


<< A sinistra c’è un dogma che è assolutamente tabù, per il quale “pubblico” è sinonimo di “statale”. Senza eccezioni e senza differenze. Per cui, ad esempio, la proprietà pubblica significa senza dubbio dello Stato, dopo di che, si capisce poco la differenza fra socialismo e capitalismo di stato. (…) Uno dei campi in cui la confusione fra pubblico e statale ha fatto più danni è quello dell’istruzione, includendo in essa scuola ed università.

Noi siamo certamente favorevoli alla scuola pubblica, ma esistono diversi modi di intendere il carattere pubblico dell’istruzione, oltre quello statale. Ad esempio c’è quello degli enti locali, diffuso soprattutto negli stati confederali come Svizzera e Stati Uniti. Oppure forme sostenute da soggetti sociali come sindacati, cooperative, associazioni ecc. O forme miste fra i vari tipi. (…)

La “statizzazione” dell’insegnamento [universitario] ha portato con sé effetti indesiderabili che sono andati via via crescendo:

a - ingerenza politica, con pericolose tentazioni verso una “verità di Stato” particolarmente evidenti nei regimi totalitari;

b - tendenza al dirigismo ministeriale nei regimi non totalitari come i quelli liberali, che garantiscono un limitato (insisto: limitato) pluralismo, per non dire dei casi in cui lo Stato si fa portatore di ingerenze religiose, che comporta un appiattimento della ricerca e, soprattutto della didattica, in ossequio ai “programmi o piani di studio ministeriali”;

c - tendenza ad attuare il principio di eguaglianza come uniformità, per cui tutto è regolato allo stesso modo, con le stesse procedure burocratiche, che si tratti di preparare un insegnante di lettere o un laureato in informatica, un medico o un architetto. Tutto è studiato per essere assolutamente uniforme, a cominciare dal calendario a finire all’arredo scolastico o al disegno delle aule. Ed ovviamente questo azzera ogni possibile sperimentazione;

d - Il principio di uniformità produce danni particolarmente gravi nella formazione del corpo docente, organizzato sul modello gerarchico dell’esercito, con precisi gradi cui corrispondono altrettanto precisi livelli retributivi, quale che sia la capacità didattica ed il carico di lavoro del docente, con il risultato finale di dar luogo ad una “corporazione irresponsabile”, (…) che attua selezione e promozioni con caratteri esclusivamente clientelari e nepotistici (diciamocelo una volta per tutte) ed ogni possibile riforma si infrange contro l’inattaccabile roccia della corporazione accademica;

e - La strutturazione corporativa della docenza, insieme all’ingerenza della politica ed all’invadenza degli indirizzi ministeriali, spinge verso il più piatto conformismo culturale e la riprova si è avuta con l’affermazione del pensiero unico neo liberista che ha ricevuto la pronta adesione dei docenti non solo di economia ma anche di ampie fasce di storici, politologi, sociologi e, soprattutto, giuristi in tutta Europa;

f - Il tutto garantito dal tabù del valore legale, per cui, se vuoi che il titolo che concede la tua università (statale o parificata che sia) sia spendibile per professioni e concorsi, devi fare quelle materie, con quei metodi di insegnamento, quel tipo di esami, quel tipo di tesi, ecc., e senza nessun “colpo di fantasia”.

Non si tratta di difetti di poco conto che, per di più tendono ad aggravarsi in una società con i caratteri di quella attuale. Si pensi ad un particolare: la (scellerata) riforma Berlinguer varò una infinità di corsi di laurea (circa 3.000 sulla carta) con un diluvio di nuove materie, con il fine di far corrispondere ciascuno di essi ad un profilo professionale preciso e fu una pioggia di scemenze esilaranti: da “Gattologia” a “Scienza dei fiori”, “Turismo lacustre”, ecc.

Ma, al di là degli aspetti più demenziali, la riforma è stata un fallimento completo, sia per quanto attiene al tentativo di ridurre sensibilmente la dispersione universitaria, sia sul piano della corrispondenza titolo/figura professionale, e questo sia per le deliranti trovate della commissione ministeriale, sia perché l’attuazione ha richiesto tempi abbastanza lenti, dopo dei quali le tendenze del mercato del lavoro sono mutate ed alcuni di quei profili sono scomparsi, mentre ne sono emersi di nuovi che non trovano soddisfazione nei corsi esistenti. (…)

Ed allora che si fa? (…) Dico subito dove voglio andare a parare: demolire pezzo per pezzo l’università statale, cominciando dal valore legale del titolo di studio, ma salvando il carattere pubblico dell’Università. >>

ALDO GIANNULI


(Link: http://www.aldogiannuli.it/ragioni-crisi-universita/ )
(Link: http://www.aldogiannuli.it/universita-pubblica/ )

mercoledì 1 febbraio 2017

Dura Lex, sed Lex - 2

Dopo l’intervista immaginaria del giugno 2016, torno ad ospitare il grande politologo Bruno Leoni con un breve passo tratto dal suo libro “La Libertà e la Legge”. L’argomento, sempre molto attuale, è quello della certezza del diritto e dei suoi limiti.
LUMEN


<< L’idea di una legge scritta, chiara e conoscibile da ogni cittadino delle piccole e gloriose città abitate da popoli di origine greca, è uno dei doni più preziosi dei padri della civiltà occidentale alla posterità. Aristotele conosceva bene il danno che una regola arbitraria, contingente e imprevedibile - un decreto approvato dalla plebaglia nell'agorà ateniese o l'ordine capriccioso di un tiranno siciliano – poteva causare alla popolazione del suo tempo.

Perciò, egli considerava le leggi, cioè le norme generali formulate in termini precisi e conoscibili a tutti, come una istituzione indispensabile per cittadini che si volessero dire "liberi", e Cicerone echeggiava questa concezione aristotelica nella sua famosa massima dell'Oratio pro Cluentio: «Omnes legum servi sumus, ut liberi esse possumus.»

L’ideale della certezza è stato inculcato e sviluppato nel continente europeo attraverso una lunga serie di vicende. Il Corpus ]uris-Civilis di Giustiniano fu per molti secoli il libro in cui sembrava incarnato l'ideale della certezza del diritto, inteso come diritto scritto, nei paesi latini e in quelli germanici.

Questo ideale non fu ripudiato, ma ancor più accentuato, durante il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, nell'Europa continentale, quando i governi assolutisti (…), volevano assicurarsi che i loro giudici non alterassero il significato delle loro norme.

Tutti sanno che cosa accadde sul continente europeo nel diciannovesimo secolo. Tutti i paesi europei adottarono codici e costituzioni scritte, accettando l'idea che formule articolate con precisione potevano proteggere la gente dagli abusi di tutti i tiranni possibili. Governi e tribunali accettarono questa interpretazione dell'idea di certezza del diritto, come precisione di formule scritte statuite dai corpi legislativi.

Questa non fu la sola ragione per la quale l'Europa continentale adottò codici e costituzioni, ma fu senza dubbio uno dei motivi principali. In breve, l'idea continentale della certezza del diritto equivaleva all'idea di formule scritte espresse con precisione. Questa idea di certezza era concepita in ampio grado come precisione. (…)

La nozione greca e continentale di certezza del diritto corrisponde, in realtà, all'idea di libertà individuale formulata dagli autori greci che parlano di governo delle leggi. Non c'è dubbio che il governo delle leggi sia preferibile al governo basato su decreti di tiranni o della folla.

Le leggi generali sono sempre più prevedibili di ordini particolari e improvvisi, e se la prevedibilità delle conseguenze è una delle premesse indispensabili delle decisioni umane, si deve concludere che più le regole generali rendono prevedibili, almeno dal punto di vista giuridico, le conseguenze delle azioni individuali, più queste azioni possono essere chiamate "libere" dall'interferenza di altre persone, comprese le autorità.

Da questo punto di vista, non possiamo fare a meno di ammettere che le regole generali, espresse . con precisione - come lo possono essere quando si adottano leggi scritte – sono un progresso rispetto agli ordini improvvisi e ai decreti imprevedibili dei tiranni.

Ma sfortunatamente tutto ciò non ci assicura che saremo veramente "liberi" dalla interferenza delle autorità. Possiamo accantonare per il momento le questioni derivanti dal fatto che le regole possono essere perfettamente "certe" nel senso descritto, cioè formulate con precisione, e, nello stesso tempo, così tiranniche che nessuno può dirsi "libero" seguendo le loro prescrizioni.

Ma c'è un'ulteriore difficoltà risultante dalla adozione di tali leggi generali scritte, anche qualora ci concedano una considerevole "libertà" nel comportamento individuale. Il processo normale di formazione del diritto in questi casi è la legislazione. Ma il processo legislativo non è qualcosa che avviene una volta per tutte, ha luogo ogni giorno ed è continuamente in corso.

Ciò è vero in particolare nel nostro tempo. Nel mio paese, il processo legislativo comporta circa duemila leggi all'anno [il libro è del 1961 - ndr], e ciascuna di esse può contenere numerosi articoli. Talvolta ci sono decine o anche centinaia di articoli in una legge sola, e spesso una legge confligge con un'altra.

Nel mio paese c'è una regola generale secondo cui quando due norme sono reciprocamente incompatibili per il loro contenuto contraddittorio, la più recente abroga la più vecchia. Ma, nel nostro sistema, nessuno può dire se una legge sarà vecchia di un anno, di un mese o di un giorno quando verrà abrogata da una nuova norma.

Tutte queste norme sono espresse con precisione in formule scritte, che lettori e interpreti non possono cambiare ad arbitrio. Nondimeno, tutte possono scomparire tanto in fretta e d'improvviso quanto sono apparse. Ne risulta che, se non si tiene conto delle ambiguità del testo, si è sempre "certi" per quanto riguarda il contenuto letterale di ogni norma in un dato momento, ma non si è mai certi che domani ci sarà ancora la stessa regola di oggi.

Questa è la "certezza del diritto" nel senso greco o continentale. [Ma non si può] dire che questa è "certezza" nel senso richiesto per prevedere che il risultato dell'azione lecita intrapresa oggi sarà libero da interferenze legali domani. Questo tipo di "certezza", tanto lodato da Aristotele e da Cicerone, non ha niente a che fare con la certezza di cui avremmo bisogno per essere veramente "liberi" nel senso inteso da questi antichi e gloriosi rappresentanti della nostra civiltà occidentale. > >

BRUNO LEONI


POSCRITTO

Per completezza, riporto qui di seguito la presentazione del libro pubblicata dal sito Liberilibri:
<< La libertà individuale può essere compatibile con gli ordinamenti contemporanei incentrati sulla legislazione e quasi completamente identificati con essa?
Se linguaggio, moda, mercato, arti, scienze sono il prodotto della convergenza di azioni spontanee individuali, non dovrebbe anche il diritto, allo stesso modo, prodursi da una simile spontanea convergenza?
E ancora: la codificazione legislativa, come punto terminale di un processo in cui è sempre l'autorità di maggioranze dispotiche a imporsi, non finisce per risolversi in un congegno liberticida?
E non è forse una sofisticata impostura la "democrazia rappresentativa"?
Può dirsi società di uomini liberi quella in cui una qualsiasi oligarchia contingente di "legislatori" può a suo arbitrio render nulli negozi giuridici liberamente sottoscritti fra adulti sani di mente e consenzienti?
Questi e altri "empi" interrogativi poneva nel 1961 Freedom and the Law, opera magistrale di Leoni, che tanta influenza eserciterà sulla scienza politica.
Leoni, preconizzando il delirio demiurgico e la metastasi normativa che avrebbero devastato gli ordinamenti contemporanei, tratteggia una teoria generale del diritto che scongiuri i rischi a cui un potere legislativo privo di limiti espone la libertà individuale. >>