sabato 28 maggio 2011

Baby Boom - 2

A completamento del precedente post "Baby Boom" riporto qui di seguito la recensione di Antonio Trovato al libro Sonhe und Weltmacht, Terror im Auftieg und Fall der Nationen, di Gunnar Heinsohn.
Resta il rammarico di non poter leggere il libro in edizione italiana. 
LUMEN


<< Il testo dello studioso tedesco, la traduzione italiana del cui titolo può suonare “Figli e potere mondiale. Terrore nell’ascesa e nella decadenza delle nazioni”, pubblicato nel 2003, propone un’originale analisi dello scatenarsi di disordini sociali, guerre e terrorismo, individuandone la causa principale nell’evoluzione demografica dei singoli popoli e attribuendo per ciò stesso, nel contesto della genesi di tali fenomeni, un’importanza secondaria alla mancanza di risorse economiche e alle diverse ideologie politiche e religiose. 

Tale tesi, proprio in quanto riesce a giungere alla radice del problema, si rivela tanto radicale da suscitare stupore quando non indignazione nel lettore cui più caro è il primato dello spirito sui fattori biologici (e qui si ardisce di considerare all’interno della sfera spirituale perfino l’elemento economico). 

In particolare, l’elemento decisivo per il sorgere di violenze che possono manifestarsi all’interno come all’esterno dei confini di una nazione viene individuato nella presenza, in seno alla popolazione di un singolo paese, di un tasso percentuale pari almeno al 20% di giovani tra i 15 e i 24 anni (il che dà luogo ad uno youth bulge) o di un tasso percentuale corrispondente almeno al 30% di bambini con meno di 15 anni (situazione in cui si produce un children bulge). In entrambi i casi, come si può vedere, il fattore determinante è un eccesso di individui giovani, per l’appunto un rigonfiamento (bulge) della piramide demografica. 

In forza di questa tesi l’autore ridimensiona tanto l’efficacia esplicativa delle teorie malthusiane sulle crisi di popolamento, basate su un disequilibrio tra la quantità di mezzi di sussistenza e il numero degli abitanti di una determinata regione, quanto il valore di tutta l’ampia libellistica che vede nelle guerre americane da una parte e nel terrorismo islamico dall’altra il segno inequivocabile di uno scontro di civiltà tra culture reciprocamente incompatibili.

La linea argomentativa che sostiene questa innovativa ipotesi, che tra le pagine del testo tradisce il proprio debito nei confronti degli studi di Fuller e di Bouthoul, procede talvolta in maniera non del tutto lineare, cedendo a divagazioni di cui peraltro qui non si vuole sottovalutare l’interesse visto che esse contribuiscono ad arricchire il saggio, ma nel complesso la sua esposizione è chiara e non lascia spazio ad equivoci interpretativi. 
Inoltre, particolarmente apprezzabile risulta essere la prudenza dell’autore, il quale, per sfuggire alle prevedibili critiche che si muovono contro un modello esplicativo monocausale, precisa in più di un luogo della sua opera che l’ipotesi relativa allo youth bulge non vuole annullare il valore di tutte le altre spiegazioni della genesi di guerre e terrore, bensì solo affermarne, nella maggior parte dei casi, la subalternità rispetto ad essa. 

Ad esempio, Heinsohn chiarisce che, sì, i primi quindici anni del Ventesimo secolo furono caratterizzati da uno youth bulge tedesco e russo, il che lascia asserire che i disordini della repubblica di Weimar, che culminarono nella dittatura nazista, come quelli che portarono alla rivoluzione bolscevica furono generati da un eccesso di figli maschi, nondimeno precisa che quanto accadde in seguito negli anni del potere nazista e della guerra da una parte e delle crudeltà leniniane e staliniane dall’altra non fu sostenuto da alcuno youth bulge

Per questa via sembrano eccessive le critiche di sociologi come Klingholz, i quali rilevano che paesi con una situazione demografica analoga a quella in cui si trovano le nazioni che promuovono il terrorismo non si trovano in una condizione di conflitto interno o esterno, mentre nazioni come gli Stati Uniti sono perennemente in guerra senza che il loro profilo demografico sia caratterizzato dallo youth bulge; Heinsohn afferma che dei 67 paesi con un eccesso di figli maschi ben 60 versano in situazioni conflittuali: quanto basta per dire legittimamente che egli non sia convinto di aver trovato una condizione necessaria e sufficiente. 

In tale contesto è da collocarsi anche la puntualizzazione dello studioso tedesco quando sottolinea che l’analisi demografica deve accompagnarsi allo studio dei doveri morali, delle limitazioni legislative e di tutte le altre pressioni che una società esercita per assicurarsi un’esistenza futura attraverso le nuove generazioni, pena il rischio di cadere in una unidimensionalità biologistica.

Procedendo più dettagliatamente nella disamina del testo, l’idea che può forse maggiormente stupire il lettore è il tentativo di spiegare il terrorismo islamico attribuendo alla violenta ideologia che lo sostiene un ruolo marginale rispetto a quello rivestito dalla notevole percentuale di giovani maschi che nei paesi interessati dall’estremismo religioso, visto il loro numero esorbitante, non riescono a trovare adeguato sfogo alla propria ambizione sociale: «La religione offre una dose aggiuntiva di olio per un fuoco il cui combustibile originario non deriva da essa»

L’origine dell’odierna violenza islamica come dell’aggressività espansionistica delle potenze coloniali europee che a partire dalla fine del quindicesimo secolo volsero alla conquista del mondo, senza dimenticare gli episodi di crisi interne che riguardarono sempre i paesi del Vecchio Continente e che furono rappresentati ad esempio dalle rivoluzioni inglesi del diciassettesimo secolo e dalle guerre sul territorio germanico di tutta l’età moderna, avrebbero un’analoga spiegazione: «Già laddove per parecchie generazioni due milioni di padri lasciano tre milioni di figli maschi sorgono delle difficoltà. Dove due milioni di padri ne mettono al mondo perfino sei o nove milioni la situazione diventa molto seria»

 A ciò, continua nell’argomentazione Heinsohn, occorre aggiungere una distinzione netta tra la morte per fame e la morte da eroi. I paesi origine di instabilità e violenza non sono tanto da individuare in quelli con una gioventù denutrita, bensì in quelli in cui i giovani sono almeno discretamente nutriti e perfino sufficientemente istruiti: «Il pane lo si mendica. Si uccide per lo status e il potere».
Coerentemente con queste dichiarazioni, l’autore non teme di andare controcorrente e nemmeno di essere accusato di cinismo e chiarisce con coraggio che «quanto maggiore successo sarà conseguito dalla lotta contro la fame e l’analfabetismo tanto più i giovani uomini che mirano verso posizioni di rango elevato diventano bellicosi».

Da quanto fin qui detto apparirà giustificato il quadro geopolitico delineato dall’autore, che lungi dal considerare la Cina il pericolo maggiore per l’Occidente, con cui invece starebbe venendo a patti per una suddivisione delle sfere di influenza planetarie, addita nei paesi con uno numero assoluto di giovani inferiore a quello cinese ma con uno youth bulge ben superiore anche al 30%, quali la Striscia di Gaza, l’Afghanistan, lo Yemen, l’Arabia Saudita o il Pakistan, la sfida maggiore dei prossimi due decenni. 

Infatti, secondo le stime proposte dallo studioso tedesco, a partire dal 2020-25, la bomba demografica innescata dai paesi islamici e dell’Africa subsahariana dovrebbe cominciare a venire disinnescata, se così si può dire di una bomba che esploderà proprio nei prossimi anni; in altri termini, il mondo islamico, che nell’ultimo secolo ha moltiplicato di otto volte la propria popolazione, sarebbe destinato a seguire un destino analogo a quello vissuto dall’America latina, che – dopo una crescita demografica non di molto inferiore a quella dei paesi islamici e dopo le guerre e le violenze che ne sono derivate – si è avviata negli ultimi decenni ad un superamento dell’instabilità politica e sociale, portato di uno sgonfiamento dello youth bulge.

Il testo propone un numero notevole di altre interessanti considerazioni, tuttavia ci limiteremo qui ad accennare solo a quelle che abbiamo ritenuto più significative e perciò prendiamo le mosse da quanto detto dall’autore in merito all’improvvisa crescita demografica dell’Europa a partire dal quindicesimo secolo, la cui spiegazione viene individuata nello sterminio delle cosiddette streghe, da considerarsi le levatrici dell’epoca e le uniche in grado di esercitare un controllo delle nascite (che a dispetto dei luoghi comuni fu inequivocabilmente presente già prima dell’età moderna). 

L’incremento della percentuale di giovani sull’intera popolazione che ne derivò sarebbe stata la ragione principale dell’espansionismo coloniale delle potenze europee, ma ci sembra utile sottolineare che l’autore, coerentemente con l’assunto secondo cui il modello teorico dello youth bulge non esaurisce ogni spiegazione delle dinamiche di potenza, nel quarto capitolo del suo libro indica diffusamente nelle strutture di proprietà della nuova economia europea un elemento fondamentale della conquista europea del mondo. 

Su un diverso piano segnaliamo i frequenti riferimenti presenti nel testo al futuro quadro geopolitico globale, all’interno del quale Heinsohn vede ancora alcuni decenni di dominio per gli Usa, potenza che sta già attraversando una parabola discendente ma che anche grazie ad una maggiore dinamicità demografica rispetto alla sua sfidante più credibile, vale a dire la Cina, potrà ritardare per almeno un altro mezzo secolo l’abbandono della scena. 

Ciò che tuttavia, in questo contesto, suscita le nostre maggiori perplessità è il ruolo che l’autore attribuisce agli Stati Uniti nell’ambito della difesa delle democrazie e della stabilità internazionale. 

A nostro parere, troppa fiducia viene riposta nell’intelligenza dei fenomeni legati allo youth bulge da parte dell’amministrazione Bush, che, a detta di Heinsohn, avrebbe proceduto nell’impegno militare in Afghanistan e in Iraq seguendo i consigli degli strateghi dello youth bulge; mentre contemporaneamente viene rimproverato agli europei di ignorare, a rischio della loro stessa sicurezza, le dinamiche demografiche che invece detterebbero l’agenda politica d’oltreoceano.
A riguardo lo studioso tedesco sembra trascurare i progetti economici di approvvigionamento energetico degli Americani. >>

ANTONIO TROVATO

domenica 22 maggio 2011

Geni egoisti e Uomini consapevoli

Il libro fondamentale  per capire veramente cosa è la vita e quindi l'uomo, è senza dubbio IL GENE EGOISTA di Richard Dawkins.
Il libro non è facile, ma il punto focale dell'autore non è difficile da comprendere: un uomo (un essere vivente) è SOLO ED ESCLUSIVAMENTE il mezzo attraverso cui un pool genico riproduce se stesso.
Non c'è missione, non c'è destino, non c'è scopo che  questo.
E, a sua volta, il pool genico fa questo SENZA NESSUNA INTENZIONE COSCIENTE, solo per necessità fisico-chimica.

Non stupisce che una teoria come questa abbia poco seguito nella società: non perchè non sia vera (è una conseguenza inevitabile del darwuinismo genetico), ma perchè è DEPRIMENTE per il nostro orgoglio (noi, secondo la religione, saremmo addirittura lo scopo finale della creazione di Dio: si può essere più superbi di così ?)  e quindi viene scartata in quanto sgradevole.
Ma è illuminante e una volta scoperta, tutti quei comportamenti umani che prima lasciavano sbalorditi per la loro apparente stupidità ed insensatezza, diventano chiari e facimente interpretabili.

Facendo un parallelo: come quando uno diventa ateo, tutte le cose che prima non capiva sulla religione diventano  chiare e ovvie (in effetti, il concetto di Dio crea molti più problemi di quanti ne risolva), così dopo aver fatto propria la teoria di Dawkins si incomincia a capire molto meglio la società umana in cui viviamo.

Consiglio vivamente a tutti di comprare il libro, leggerlo con calma e poi, con molto coraggio, e senza preclusioni ideologiche, cercare davvero di penetrare la sua semplice ma sconvolgente visione del mondo.
Ne sarete conquistato anche voi.
La nostra dipendenza dal gene egoista, infatti, è fondamentale e guida il comportamento DI TUTTI QUELLI CHE NON LO SANNO.
Ecco l'utilità di questa teoria: ci aiuta a capire che siamo degli schiavi, ci consente di sapere perchè abbiamo  certi pensieri, stimoli/e tendenze e quindi, entro certi limiti, ci consente di ribellarci.

Si tratta in pratica di vivere la nostra vita realmente PER NOI  e non per il nostro padrone genetico.
Se non sei consapevole della tua schiavitù profonda, non puoi nulla.
Se ne sei consapevole, puoi fare qualcosa, di più e di meglio, per te e per gli altri.

Un campo classico di appicazione di questo concetto è il rapporto con i propri figli.
Avete mai notato quanta pervicacia gli uomini mettono nel fare figli (possibilmente tanti) salvo poi passare gran parte della loro vita in angoscie, dispiaceri, preoccupazioni, contrasti, litigi, violenze, per causa di questi stessi figli ?
E' qui che il gene egoista lavora sotto traccia contro di noi:, USANDOCI per i suoi fini.
Un altro campo è la violenza tra i gruppi e le nazioni, la sopraffazione come sistema sociale.
Un altro ancora è la corsa dissennata verso l'esteriorità ed i beni superflui.

Tutti i comportamenti dell'umanità, visti alla luce della sua schiavitù genetica, acquistano un altro significato, un'altra chiarezza.
E ci possono mostrare anche una possibile via d'uscita, un modo di evitare o almeno limitare gli aspetti più deteriori della convivenza sociale.
In fondo tutte le altre soluzioni proposte sino ad ora dalla religione e dalla filosofia, di fatto, non hanno funzionato,  altrimenti non saremmo ancora qui a discuterne.
Quindi, cosa abbiamo da perdere ?

sabato 21 maggio 2011

Razzista sarà Lei !

Riguardo al termine Razzismo vi è purtroppo molta confusione, che non aiuta a capire i problemi.

Anzitutto va premesso che il razzismo va respinto non perchè sgradevole (una cosa non cessa di essere vera solo perchè è sgradevole), ma perchè non ha base scientifica.
Premesso questo, sono convinto che molte persone tacciate di razzismo in realtà non lo sono, ma sono soltanto CULTURALISTE ( orrido neologismo mio, che però credo che renda l'idea).
Sono persone, voglio dire, che non sono ostili alle altre RAZZE in senso antropologico, ma alle altre CULTURE  in senso valoriale.

Ora, se la scienza ha dimostrato che, a parte irrilevanti dettagli fisici, l'uomo è una specie unica senza differenza strutturali, è innegabile che esistono molte diverse culture con differenze valoriali molto profonde.
Questo giustifica, secondo me, il desiderio dei vari popoli di non essere contaminati dalle culture troppo diverse da loro, il che mi pare una aspirazione perfettamente legittima e condivisibile.

Quindi, secondo me, molti presunti razzisti non sono tali, ma vogliono semplicemente difendere la propria cultura.
Purtroppo ormai i termini sono mescolati e fare discorsi seri in materia è praticamente impossibile.

LUMEN

Il non-senso della vita

Certo, la vita umana, in senso globale, non ha nessun senso specifico, nemmeno, direi, come miglioramento evolutivo, vista la povera cosa che è l'essere umano come forma di vita (a parte il suo grande cervello).
 
Però esiste sicuramente il senso che CIASCUNO DI NOI da alla propria vita e che è la ricerca della propria, individuale (e pertanto sempre diversa) FELICITA'.
C'è chi ci riesce (seppure con alti e bassi), ed è una persona fortunata. E chi invece continua a cercare il senso della propria esistenza fuori di sè, restando alla fine SEMPRE, inevitabilmente deluso.

Questo spiega molto bene il disagio esistenziale di tante persone, anche importanti e speciali (letterati, artisti, scienziati, filosofi, statisti, ecc.).
Persone che, grazie al proprio dramma interiore (la ricerca insoddisfatta di un senso), ci hanno lasciato magari grandi capolavori o grandi scoperte, ma al prezzo di una infelicità personale che non può certamente essere invidiata.

Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull'argomento da parte di pesonaggi famosi, che la pensano più o meno come me.

PIERGIORGIO ODIFREDDI: << Guardandosi attorno, ci si accorge che la grandiosità delle domande che la gente si pone è inversamente proporzionale alla loro capacità di capire le eventuali risposte. Le cosiddette “domande di senso” costituiscono l’esempio tipico: invece di domandarsi come funziona un telefonino, ci si chiede qual è il senso della vita.
E non ci si accontenta della risposta che non solo il senso non c’è, ma che non ha neppure senso chiedersi se ci sia. >>
 
EMIL CIORAN : << Di certo la vita non ha alcun senso. Ma questo non ha la minima importanza quando si è giovani. Ben diverso è quando si ha una certa età. Allora si comincia a preoccuparsene. L'inquietudine diventa problema, e i vecchi, che non hanno più niente da fare, cercano di risolverlo, senza averne il tempo o le capacità. >>  
<< Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che cercano il senso della vita senza trovarlo e quelli che l'hanno trovato senza cercarlo. >> 

OSCAR WILDE: << Lo scopo della vita è l'auto-sviluppo. Sviluppare pienamente la nostra individualità, ecco la missione che ciascuno di noi deve compiere. >>

sabato 14 maggio 2011

Hiroshima mon amour

IL NUCLEARE IN ITALIA
dI Eugenio Saraceno

La notizia è ancora fresca, il programma nucleare italiano è sospeso.
Tralascio le analisi riguardanti l’opportunità di sospendere una legge sulla quale è stato indetto un referendum e che in tal caso verrebbe a cadere e le polemiche sulla possibilità che tale sospensione sia funzionale allo svuotamento di alcuni referendum su leggi di particolare interesse per il governo che avrebbero potuto raggiungere il quorum trainati dalla pubblicità sul quesito nucleare e preferisco focalizzare l’attenzione sull’aspetto riguardante la politica energetica.

E’noto che l’attuale governo, pur non avendo inserito esplicitamente la rinascita del nucleare nel proprio programma, inserì le norme appena sospese tra le prime leggi promulgate dopo aver vinto le elezioni. 
Pertanto la compagine governativa è stata definita “nuclearista”. Il precedente programma nucleare italiano, pur avendo raggiunto rapidamente degli obbiettivi notevoli per l’epoca in termini di potenza installata e di avanzamento tecnologico, rallentò e si arenò già prima che il referendum dell’87 sancisse la moratoria per gli impianti in costruzione (Montalto di Castro - VT). Il referendum non imponeva la chiusura degli impianti esistenti ma questi furono comunque fermati poco dopo per decisione del governo, compreso l’allora recentissimo impianto di Caorso da 800 MW entrato in esercizio solo nel 1980.

Le ragioni per tale solerzia del governo di allora nell’assecondare l’opinione pubblica sul tema dell’uscita dal nucleare ben oltre gli effetti del quesito referendario, a posteriori, sono comprensibili. 
A parte i motivi di consenso elettorale, a mio avviso, il governo era consapevole che il programma nucleare italiano non poteva proseguire perché mancava di alcuni aspetti fondamentali presenti in altri paesi, come ad esempio la Francia, che ancor oggi consentono di mantenere salda una strategia energetica basata sull’energia nucleare:

1) Mancanza di una filiera nazionale o almeno di una scelta chiara su una filiera commercialmente disponibile: In Italia, a parte alcune aziende subappaltatrici e di supporto, non è mai esistita una filiera nazionale nucleare. Il vecchio programma nucleare italiano, contrariamente ad altri paesi, prevedeva di sperimentare più filiere disponibili sul mercato.
I quattro impianti erano tutti di tecnologie diverse e quindi con procedure , operazioni, manutenzioni e gestioni specifiche, non standardizzabili e dunque portatrici di diseconomie notevoli. I paesi che dispongono di una o più filiere nazionali hanno minori costi di gestione ed inoltre sviluppano una larga piattaforma di imprese domestiche legate al programma nucleare. 
Maggiore è il numero di operatori economici interessati allo sviluppo di un programma nucleare e maggiormente tale interesse si riverbera sui media che assumono posizioni tali da favorire l’immagine dell’industria nucleare presso l’opinione pubblica. In mancanza di tale convergenza di interessi un programma nucleare è vulnerabile e molto soggetto alle vicende elettorali.

2) Mancanza di un programma atomico militare: La visione che aveva fatto nascere il primo programma nucleare italiano era completa, nel senso che ricalcava l’esperienza dei grandi paesi che nel dopoguerra si impegnarono in programmi analoghi; si prevedeva infatti di portare avanti anche un programma nucleare militare, così come agirono la maggioranza dei paesi allora impegnati nello sviluppo del nucleare, sia civile che militare. 
In primis le due superpotenze, ma anche l’Inghilterra che sviluppava il suo arsenale e fu anche uno dei primi paesi ad avere una filiera civile. Nel dopoguerra, tra il 1957 ed il 1958, si ipotizzò un programma atomico militare che impegnasse congiuntamente Francia, Italia e Germania.
Tale programma fu interrotto nel 1958 per scelta del nuovo presidente francese De Gaulle, che preferì portarlo avanti per conto proprio mentre Italia e Germania in quanto paesi sconfitti non avrebbero potuto procedere autonomamente. Ciò lasciò il programma nucleare italiano menomato del supporto militare che avrebbe potuto creare condizioni molto favorevoli in quanto le scorie dei reattori civili erano una fonte ben remunerata di plutonio per il programma militare. Supporto che invece vi fu in Francia e favorì l’ampio sviluppo del settore atomico civile, sgravato della gestione delle scorie che passavano in carico ai militari e venivano anche pagate.

3) Forte influenza dei competitori dell’industria elettronucleare: L’Italia, anche per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, nel dopoguerra sviluppò in modo abnorme l’industria del downstream petrolifero. I raffinatori disponevano di capacità in eccesso e raffinavano anche per l’esportazione. Questa attività aveva come sottoprodotto molto olio pesante, poco richiesto dal mercato, ma che poteva essere bruciato per la produzione di energia elettrica. Ovviamente l’ampliamento massivo della produzione nucleare poteva essere contrastato da tali gruppi di interesse.

4) Mancata creazione di attività relative al riprocessamento delle scorie. Tale attività, che i maggiori paesi dotati di energia atomica (USA, Francia, Inghilterra, Russia, Giappone) svolgono autonomamente e per conto terzi in propri impianti non era prevista in Italia, ciò introduceva costi aggiuntivi ed una dipendenza da aziende e istituzioni straniere nella delicata fase della gestione delle scorie.

L’attuale rinuncia alle attività di sviluppo del nuovo programma nucleare ricalcano in qualche modo quella passata vicenda, con alcuni elementi nuovi. Ugualmente il nuovo programma nasceva già indebolito dalla mancanza di una filiera nazionale e dalla presenza di un parallelo programma militare.
Entrambe in ogni caso sarebbero oggi inattuali per i ritardi tecnologici pluridecennali accumulati sui temi della progettazione di impianti nucleari e per il panorama internazionale che è ben diverso da quello del dopoguerra in cui era ancora plausibile ma non scontato che l’Italia, pur sotto la tutela della Francia, potesse avere un arsenale nucleare.

Oggi tale eventualità suonerebbe come una pericolosa sfida. Parimenti le attività di gestione delle scorie non erano state ancora chiarite ed ai competitori tradizionali dell’industria elettronucleare come i gestori degli impianti termoelettrici a gas naturale, si affiancano i gestori degli impianti ad energie rinnovabili i quali hanno buone argomentazioni a convincere l’opinione pubblica che se ingenti investimenti devono essere impiegati sul settore nucleare, sarebbe meglio impiegarli sulle rinnovabili che hanno minore complessità nella gestione del rischio e non producono scorie o situazioni pericolose. 
Al contrario della filiera nucleare, su cui ormai si è accumulato un ritardo irrecuperabile, le filiere della green economy sono ancora relativamente giovani e la possibilità di creazione di filiere nazionali non è da escludere.

E’apparso evidente che l’atteggiamento del governo sul tema del nuovo programma nucleare si sia basato più su parole che su fatti, superata la fase iniziale di attivismo, complici probabilmente le difficoltà di bilancio, si era raffreddato molto. La lentezza con cui le varie normative ed istituzioni previste dalla legislazione venivano attuate strideva con la rapidità e la compattezza con cui solitamente lo stesso governo tratta i temi che sono considerati vitali per gli interessi del premier, quali la giustizia o le comunicazioni.

A livello di enti locali, che pure sarebbero coinvolti come attori primari nel processo autorizzativo, si registrava la puntuale defezione di molti governatori regionali in quota ai partiti della maggioranza, nessuno dei quali si dichiarava contrario al nucleare purché, per varie ragioni, non basato nella regione di propria competenza.
Le aziende di produzione dell’energia elettrica erano state designate quali attori principali che avrebbero attuato operativamente il programma, ad esse il governo avrebbe dovuto offrire un quadro normativo chiaro, tale che detti operatori potessero coinvolgere risorse tecnologiche e finanziarie. Pertanto i maggiori player avevano già trovato dei partner internazionali autorevoli come EDF accordatasi con ENEL.
Tuttavia le risorse finanziarie non potevano essere impiegate in mancanza di tasselli chiave ancora mancanti nella normativa e di indirizzi da parte della costituenda Agenzia. Ma ancor più i finanziatori avrebbero voluto garanzie ed impegni onerosi che il Governo si è ben guardato dal prendere. Già il Ministro Tremonti si era espresso contro l’impiego di ingenti risorse pubbliche per il programma nucleare.

Ma è evidente che dal punto di vista degli investitori privati interessati alla realizzazione delle centrali è fondamentale proprio l’impegno di risorse pubbliche mediante la concessione di privilegi, garanzie ed incentivi che riducano il profilo di rischio molto alto degli investimenti nucleari. Profilo di rischio dovuto alla lunghezza dei tempi di ritorno dell’investimento e dalla notevole entità dello stesso, distribuita principalmente nella prima fase del progetto e con un lungo periodo (anche oltre 15 anni) tra l’inizio dell’investimento ed i primi ritorni economici.
Questo tipo di problematica ha ridotto fortemente lo sviluppo del nucleare in tutti i paesi che non prevedono sussidi pubblici agli investitori privati del settore elettronucleare. E’noto, ad esempio, che dal 1977, anno in cui gli Stati Uniti ritirarono gli incentivi agli impianti atomici, nessun nuovo reattore è stato costruito in quel paese. La precedente politica di sussidi e supporto da parte del programma atomico militare avevano consentito fino ad allora di installare oltre 100 reattori.

Per le ragioni sopra espresse il programma atomico italiano era sostanzialmente fermo quando sono intervenuti due avvenimenti che hanno fornito al governo stesso una comoda exit strategy.Il più evidente è la tragedia di Fukushima. Questa ha avuto ripercussioni sui programmi nucleari più deboli perché mancanti delle 4 caratteristiche sopra descritte.
 La Germania ne ha subito approfittato per abrogare la normativa che prolungava la vita degli impianti più datati. Successivamente si ferma anche il programma italiano. Nello stesso Giappone, dove è ben presente una filiera tecnologica, il ritrattamento delle scorie ed una serie di vincoli che rendono deboli le alternative alla produzione elettronucleare (ad es. la difficoltà ad approvvigionarsi di gas naturale), non si è arrivati ad una così profonda revisione.

Il secondo avvenimento è il grave vulnus inflitto alla sicurezza energetica italiana con l’intervento armato internazionale contro la Libia, intervento che renderà tale paese, da cui provenivano notevoli percentuali del fabbisogno italiano di petrolio e gas, incapace per un tempo indefinito di onorare i propri contratti di fornitura.
Uno dei maggiori protagonisti di tale iniziativa bellica è senz’altro la Francia. L’ipotesi che la politica attuata verso la Libia sia dettata da motivi meramente umanitari è risibile. La Francia, con l’importante appoggio dell’Inghilterra ed il supporto un po’ tiepido ma non certo ostile degli USA ha utilizzato l’opzione militare contro un paese in cui un vicino ed alleato ha importanti interessi energetici. La Francia è anche uno dei maggiori fornitori di energia elettrica per l’Italia tramite le numerose linee elettriche transfrontaliere. La filiera francese EPR è inoltre la candidata più accreditata per il nuovo programma nucleare italiano.

La mia interpretazione è che la mossa internazionale contro la Libia fosse, oltre un tentativo di controllarne le risorse petrolifere, anche un messaggio minaccioso volto a far capire all’Italia che è molto vulnerabile in merito alla sicurezza energetica e che farebbe meglio ad accelerare il proprio programma nucleare, magari facendo una scelta mirata sull’EPR. L’atteggiamento ostile della Francia si è palesato anche nella vicenda dei profughi in fuga dagli stessi eventi sociopolitici.
L’Italia ha invece risposto abbandonando l’ex amico libico Gheddafi, con il quale aveva stipulato un patto di non aggressione, partecipando alla missione internazionale (tentando di non essere estromessa completamente dai propri interessi energetici ed economici) e bloccando il programma nucleare, cosa che può danneggiare molto anche la Francia ed altri potenziali fornitori.

Le recenti “rivelazioni” di Wikileaks (che rivelazioni non sono per chi si occupa del settore) hanno messo in evidenza come la politica energetica italiana, basata su una forte dipendenza dagli idrocarburi provenienti da paesi non graditi o considerati nemici da Washington, come la Russia, la Libia e l’Iran, preoccupi gli Stati Uniti e molti alleati. Il timore è ovviamente che l’Italia sia testa di ponte per gli interessi di questi paesi , usi ad utilizzare la leva energetica come arma politica, e diffonda in Europa questo ‘contagio’. 
Pesante palesamento di questo timore si ebbe nell’estate 2008 quando il mancato appoggio di molti paesi europei alla Georgia contro la Russia per i fatti dell’Ossezia, supporto che non mancò da parte di Washington, fecero intravedere a quest’ultima la concreta possibilità della Russia di utilizzare ’arma energetica per rendere meno compatto il fronte degli alleati europei, che nella visione di Washington devono privilegiare gli interessi americani anche a detrimento dei propri.

Per ragioni politiche contingenti questo atteggiamento destabilizzante degli equilibri energetici europei , nei cablo di WikiLeaks è attribuito a Berlusconi, ma è noto che i rapporti di ENI con i russi di Gazprom, con gli iraniani di NIOC ed i libici è ben precedente alla carriera politica di questi, che semmai vi ha sommato altri interessi personali. 
La preoccupazione per gli alleati è quindi la ‘politica’ dell’ENI ed è proprio l’ENI che deve essere indebolita per poter evitare il rischio che paesi potenziali antagonisti degli USA aumentino la propria influenza in Europa usando l’arma energetica. In Libia gli interessi ENI vengono fortemente scossi.

Pertanto se l’Italia, nella visione dei suoi principali alleati, deve ridurre la dipendenza energetica ed economica dai paesi ‘non graditi’ il nuovo programma nucleare italiano doveva essere intrapreso per compensare i minori flussi energetici ‘sgraditi’ a Washington. Tra l’altro tale programma, appunto per la mancanza di una filiera completa nazionale italiana, avrebbe interessato come fornitori, importanti settori industriali di alcuni nostri alleati. 
E’realistica la possibilità che, come nel precedente programma nucleare, l’Italia non decidesse di focalizzarsi su una filiera opportunamente selezionata in base a criteri tecnici ed economici, ma facesse contenti un po’ tutti i principali fornitori, francesi, americani, inglesi assegnando appalti un po’ a tutti per non scontentare nessuno. Un flusso di denaro dirottato dalle casse delle aziende energetiche di russi o libici verso le multinazionali dell’energia atomica.

Il programma nucleare del centrodestra doveva essere dunque un rassicurante impegno verso gli alleati. Anche il centrosinistra, pur contrario al nucleare, aveva appoggiato iniziative energetiche volte a rassicurare gli alleati, si tratta dei numerosi progetti di rigasificatori, che consentirebbero di ridurre o diluire le importazioni di gas dai soliti Russia e Libia.
Ma entrambi i programmi sembrano essere in una fase morta. Di una dozzina dei previsti rigasificatori uno solo è stato effettivamente realizzato. 
Anche i rigasificatori, aprendo il mercato ad una più effettiva concorrenza, così come il programma nucleare (che ridurrebbe il consumo di gas per il settore termoelettrico) cozzano con gli interessi dell’ENI, maggior importatore di gas in Italia. Data la profonda influenza di ENI sulla politica italiana lo stop del programma nucleare potrebbe essere una delle contromosse dell’ENI? 
La partita è ancora in corso.

Varie ed eventuali - V

BENEDETTO IL GRANDE
Pare che in un recente dialogo televisivo, una bambina giapponese abbia chiesto conto al Papa del terremoto.
«Perché i bambini devono avere tanta tristezza ?», ha domandato la piccola.
Papa Benedetto se n’è uscito con un’ammissione di impotenza, che mi appare assolutamente spudorata: «Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto».
E tutti ad applaudire per la profondità dell' (inesistente) concetto. Mah...
LUMEN


 

POCO CLEMENTE
Si racconta che il famoso filosofo Giordano Bruno, riferendosi al nuovo Papa Clemente VIII, avesse affermato: << Questo Papa è un galant'huomo perché favorisce i filosofi e posso ancora io sperare d'essere favorito. >>
Peccato che Clemente VIII fosse poi proprio il papa che decise di condannare il povero Bruno ad ardere sul rogo come eretico.
Quando si dice la preveggenza....
Per la cronaca, ci vollero ben 400 anni perchè un altro papa (Giovanni Paolo II) decidesse di esprimere "profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno", senza però riabilitarne la dottrina.
Le tipiche lacrime da coccodrillo, di cui la Chiesa Cattolica è sempre stata maestra.
LUMEN

 

L'ALTRA GUANCIA
Il problema di come reagire alla violenza è di difficilissima soluzione per un credente, visto che nella stessa Bibbia si passa dall'"occhio per occhio" al "porgi l'altra guancia" e la confusione è enorme.
In realtà la differenza è puramente storica e di contesto.
La prima è la prescrizione "cattivista" dell'Antico Testamento, il cui Dio era crudele, violento e vendicativo.
La seconda è la prescrizione "buonista" del Nuovo Testamento, il cui Dio è buono, amorevole e pieno di compassione.
Sono due testi (la Bibbia Ebraica e il Vangelo) che sono stati appiccicati insieme per motivi storico-religiosi, ma che non hanno quasi nulla in comune.
LUMEN

 

JESUS DIXIT
Molte persone, anche tra i non credenti, sono convinte che Gesù sia stato uno tra i più grandi pensatori dell'antichità.
Io mi permetto di avere qualche dubbio al riguardo. Ci sono talmente tante frasi di significato opposto, nei vangeli, che si può far dire a Gesù quasi qualsiasi cosa.
Perchè un conto è il Gesù dei vangeli (per non parlare di quello storico) e un conto è il Gesù dell'immaginario collettivo, buono, umile e perdonista. Non sono sempre la stessa persona.
E tra i pensatori del passato c'è sicuramente di meglio.
LUMEN 




PASSIONI
<< Perciò gli uomini si immergono nelle passioni e, una volta che ne hanno fatto un'abitudine, non possono più farne a meno; e sono veramente infelici, poiché giungono a sentire come necessarie le cose prima superflue.
Non godono dei piaceri, ma ne rimangono schiavi e, quella che è la peggiore disgrazia, amano anche il proprio male.
Si raggiunge il colmo dell'infelicità quando le cose turpi non solo sono gradite, ma procurano un intimo compiacimento; e non c'è rimedio quando quelli che erano sentiti come vizi diventano abitudine quotidiana. >>
SENECA