sabato 25 agosto 2012

Tainter, o della complessità - 1

Lo storico americano Joseph Tainter ha scritto un libro molto interessante, intitolato “The Collapse of Complex Societies” (Il Collasso delle Società Complesse), in cui avanza l’idea che il crollo delle civiltà sia dovuto principalmente alle conseguenze della loro complessità, in quanto, con l’aumentare della complessità sociale, i rendimenti (economici) marginali diventano sempre più decrescenti, sino a risultare negativi.
Il libro, purtroppo, non è reperibile in italiano, in quanto nessuno dei nostri editori ha ritenuto opportuno tradurlo (!?!).
Ci dobbiamo pertanto accontentare di alcuni commenti del prof. Ugo Bardi (dal suo ottimo blog “Effetto Cassandra”), che riporto qui di seguito in sintesi. Una lettura molto interessante.
LUMEN


<< Nel suo libro, Tainter esamina studi precedenti ed elenca almeno undici cause (o "concause") dei collassi che sono state proposte dagli storici. L'esaurimento delle risorse, le catastrofi, gli invasori, il conflitto sociale ed altre ancora. Ma esiste una singola causa del collasso? O ce ne sono diverse?

Tainter cerca un'unica, comune radice del problema e la trova in quello che lui chiama "i rendimenti decrescenti della complessità".
Partendo da un concetto ben noto nella teoria economica, quella dei rendimenti decrescenti, Tainter costruisce il suo caso su esempi storici. E' chiaro che numerose società hanno continuato a costruire e gestire strutture complesse e costose, anche in condizioni nelle quali era molto difficile trovare le risorse necessarie.

Un esempio è quello delle fortificazioni a protezione dell’Impero Romano di Occidente, che devono essere state un tale fardello che possiamo considerarle fattori che abbatterono l'Impero.
E, in generale, effettivamente vediamo che le società, compresa la nostra, erigono burocrazie complesse ed ipertrofiche che appaiono del tutto inutili; un aumento di complessità che genera solo uno spreco di risorse. >>


<< Per gli storici romani, che lo vivevano, il collasso [della loro società] era completamente invisibile. Anche molti secoli dopo, storici moderni come Edward Gibbon, erano incapaci di vedere il crollo dell'Impero Romano come qualcosa di più complesso che il semplice risultato dell'invasione militare dei barbari.

Soltanto oggi, con il collasso della nostra stessa società imminente, o già in corso, riusciamo a vedere il parallelismo fra i nostri antenati del tardo impero romano e la nostra situazione. Lo storico moderno che ha analizzato in dettaglio questa analogia è [come detto] Joseph Tainter e i risultati non sono forieri di ottimismo.

Tainter parte dal concetto di "complessità." Pur senza definirlo in modo esatto, lo intende come la somma di tutte quelle strutture economiche, sociali, burocratiche e militari che fanno parte di quella cosa che chiamiamo "civiltà". Il concetto di fondo che Tainter propone è che la civiltà reagisce a ogni crisi aumentando la propria complessità. Ovvero, crea delle strutture burocratiche, militari, o quant'altro, destinate a risolvere la crisi.

Ovviamente la complessità ha un costo. Più strutture complesse si creano, più si mette sotto stress l'economia della società che deve supportare queste strutture. Il punto cruciale della faccenda, secondo Tainter, è la contraddizione che si crea quando il problema da risolvere è la scarsità di risorse.

La società cerca di risolvere il problema della scarsità creando strutture che lo aggravano. A lungo andare, è questa contraddizione che genera il collasso - un destino comune a tutte le società che conosciamo nella storia umana.

Pensiamo all'Impero Romano, il punto di partenza dell'analisi di Tainter.
Nel terzo secolo a.d. l'Impero aveva un grosso problema: insufficienti risorse per mantenere sotto controllo tutto il territorio. La soluzione pensata da Diocleziano fu di aumentare le tasse e con quelle pagare più legioni. In pratica, Diocleziano raddoppiò le dimensioni dell'esercito e allo stesso tempo creò una pesante burocrazia per strizzare quanti più soldi possibile dai cittadini romani.

Questa complessa struttura riuscì a risolvere il problema - per un po' - tenendo fuori i barbari dai confini dell'Impero. Ma, a lungo andare, ebbe l'effetto di strangolare l'economia dell'Impero di Occidente che finì per scomparire completamente un paio di secoli dopo.

Se ci pensiamo sopra, vediamo che la nostra società sta facendo qualcosa di simile. Non abbiamo un problema militare, abbiamo un problema di risorse (intese anche come la capacità dell'atmosfera di assorbire i prodotti della combustione dei fossili senza surriscaldarsi). La risposta che diamo al problema è di creare strutture sempre più complesse.

Pensiamo a come il problema energetico veda come soluzioni proposte, per esempio, quella di strutture enormemente complesse come le centrali nucleari. Il problema climatico vede come soluzione proposta la creazione di una complessa burocrazia di "crediti di carbonio" e - anche quello - le centrali nucleari.

Ci sono molti altri esempi che mostrano come, di fronte al problema di scarsità di risorse la società risponda con un aumento della propria complessità; ovvero creando strutture che lo dovrebbero risolvere ma che, in pratica, sono costose e lo aggravano.
L'interessante della faccenda è che per supportare queste nuove strutture la società fa del suo meglio per diventare più "efficiente".

Per esempio, in Italia abbiamo deciso che una struttura come l'educazione superiore, ovvero le università, deve essere resa più efficiente. In pratica la stiamo smantellando, ma probabilmente ne rimarrà in piedi una versione molto snella e efficiente (talmente snella e efficiente da rischiare di fare la fine dell'asino il cui padrone gli insegnava a non mangiare).

Ora, si può discutere sull'opportunità o meno di mandare i baroni universitari a lavorare nei campi, come si faceva al tempo della rivoluzione culturale in Cina. Ma, indipendentemente da questo, il punto da considerare è che le risorse risparmiate smantellando l'università non vengono veramente "risparmiate".

No, sono semplicemente spostate in aree che il governo (o, più esattamente, le lobby economiche che lo controllano) giudica più interessanti: centrali nucleari, la tratta ad alta velocità, il ponte sullo stretto, eccetera. In pratica, la società continua a consumare risorse al massimo ritmo possibile. >>

(continua)

sabato 18 agosto 2012

Varie ed eventuali - XVI

POPOLAZIONE
L'occidente avrebbe in sè (per sua inconscia fortuna) il trend giusto per ridurre la popolazione, in quanto le giovani famiglie (pur desiderando magari il terzo figlio) di fatto ne fanno uno, massimo due.
Quindi noi saremmo anche sulla strada giusta per rientrare, prima o poi, in un carico ecologico sostenibile. E invece cosa facciamo ?
Andiamo a coprire ogni piccola riduzione di popolazione con l'importazione dall'estero (leggi immigrazione).
Io non sono nè razzista nè xenofobo, sia chiaro, per cui il mio è solo un discorso di NUMERI. Ma continuando così, il sovraccarico ecologico continua. E come ci potremo mai salvare di questo passo ?
LUMEN


TENORE DI VITA
Qualcuno pensa che sia possibile mantenere l’attuale livello di popolazione solo riducendo il tenore di vita delle nazioni più ricche, ma è una pia illusione, perché ormai il dentifricio (del consumismo iper-tecnologico) è uscito dal tubetto e non può più ritornare dentro.
L'uomo può vivere bene senza un mucchio di cose, ma solo a condizione che non ne conosca l'esistenza  (quanto meno nel suo mondo).
Se invece una cosa è disponibile nella società intorno a lui, ma lui non ce l'ha, allora dà fuori di matto.
LUMEN 


MIGRAZIONI
Sono convinto che la NON-politica dei flussi migratori, in Italia, sia stata una scelta dettata da tre diverse visioni, che, per nostra sfortuna, si sono sovrapposte e cumulate:
1 - quella cinica della Chiesa Cattolica, che nella povertà e nell'ignoranza diffusa ci sguazza, perchè vede aumentare il proprio potere e la propria influenza. 
2 - quella miope del capitalismo, che vede solo le braccia da lavoro a buon mercato, senza pensare che ci sarà poi un prezzo da pagare.
3 - quella infantile della sinistra buonista, tanto brava a combattere per i diritti, quanto totalmente incapace di fare analisi realistiche a lungo termine.
E contro questa una "santissima trinità" di questo tipo, che in Italia dispone di una maggioranza bulgara, non credo che ci sia molto da fare.
LUMEN


TRAPPOLA DEMOGRAFICA
<< Una bassa crescita demografica permette di allocare più prodotto per alimentare la crescita economica e meno per soddisfare i bisogni di sanità e di istruzione, come accadrebbe se la popolazione fosse in rapido aumento.
Nei paesi poveri, invece, la crescita del capitale fa fatica a tener dietro alla crescita della popolazione.  Il prodotto che avrebbe potuto essere reinvestito serve piuttosto per costruire scuole e ospedali e per soddisfare le necessità di una economia di sussistenza. 
Siccome i bisogni immediati sottraggono prodotto agli investimenti industriali, la crescita dell'economia è lenta...
Se le donne non vedono nello studio o nell'attività economica un'alternativa attraente rispetto all'allevamento dei figli, questi ultimi vengono ad essere una delle poche forme di investimento a disposizione., e la popolazione diventa più numerosa senza diventare più ricca...
In realtà tutti gli elementi di questo anello di retroazione positivo esercitano una forte influenza sul comportamento delle popolazioni dei paesi più poveri.
Essi originano una "trappola sistemica", un anello che aggiunge disgrazia a disgrazia: mantiene povero il povero e continua a far crescere la popolazione. Sottraendo prodotto dagli investimenti a favore dei consumi, la crescita della popolazione rallenta la crescita del capitale.
La povertà a sua volta perpetua la crescita della popolazione tenendo le persone in condizioni per cui non hanno istruzione, né assistenza sanitaria, né pianificazione familiare, nessuna possibilità di scelta e nessun potere: l'unico modo per cavarsela è fare figli e sperare che possano apportare reddito o dare una mano nel lavoro dei familiari. >>
MEADOWS & RANDERS


sabato 11 agosto 2012

Alta società

Agosto, tempo di pigro relax; di letture piacevoli, ma non impegnative.
Come questo breve, ma delizioso racconto di Achille Campanile, sul fascino sottile dell’apparenza.
Buon divertimento.


IL BIGLIETTO DA VISITA
di Achille Campanile

Il viandante scalcagnato entrò col figlioletto nel vestibolo del sontuoso albergo, si diresse verso la cattedra del portiere e, dopo aver a lungo frugato nella rigonfia borsa spelacchiata che mai lo abbandonava, ne trasse un biglietto da visita e lo porse all'uomo gallonato.
«Mi annunzi al direttore» disse.
Il portiere, che intanto aveva squadrato dall'alto in basso lo strano personaggio, le sue scarpe malridotte e il nodoso bastone che a costui serviva per tener lontano i cani da pastore nelle sue lunghe peregrinazioni, dié un'occhiata al cartoncino. Di colpo, sbalordito, fece una riverenza al nuovo venuto e corse ad annunziarlo.
Sul biglietto si leggeva:
«S.E. prof. ing. avv. comm. Pasini».

Dopo poco dall'alto della scalea si precipitava giù il direttore dell'albergo in persona che, chiamato mentre stava per andare a letto, stava terminando di infilarsi il tight. Col biglietto in mano fece un profondo inchino al visitatore e: «In che posso servirla, eccellenza?» disse.
Il viandante scalcagnato si schermì.
«Non sono eccellenza» fece, modesto.
«Ma sul suo biglietto è stampato S.E.» osservò l'altro.
«Sono le iniziali del mio nome: Silvio Enea.»
Il direttore era rimasto un po' smontato.
«Bene professore,» fece «dica pure.»
Nuovamente l'altro ebbe un cortese gesto di protesta come chi non ambisca i titoli.
«Non sono professore» disse.
«Ma questo "prof."?»
«Abbreviazione di profugo» spiegò il nuovo venuto. «Sono profugo d'un campo di concentramento.»
«Mi dispiace molto ingegnere» fece il direttore, dopo aver data un'altra occhiata al biglietto da visita.
«Non sono ingegnere» mormorò il visitatore.
«Eppure,» disse l'altro «qui c'è un "ing.". Non vorrà dirmi» aggiunse in tono rispettosamente scherzoso «ch'ella sia un ingenuo o un ingiusto, e tanto meno un ingeneroso.»
«Ingegnoso,» precisò il viandante «nient'altro che ingegnoso. E gliela prova fra l'altro il fatto d'indicare questa mia virtù con un' abbreviazione che talvolta mi procura dei vantaggi.»
«Ah,» fece il direttore, con una certa freddezza «allora la chiamerò soltanto col suo titolo di avvocato.»
Il nuovo venuto fece spallucce.
«Quale titolo?» esclamò tra stupito e divertito per l'equivoco. «Quale avvocato? Quando feci fare i biglietti da visita non ero in pianta stabile nel posto che occupavo. Ciò le spiega quell'"avv." che tanto l'ha impressionato e che sta per avventizio.»
«E qual era questo posto, commendatore?» domandò l'uomo in tight con deferenza; ché anche il titolo di commendatore, per quanto svalutato, merita qualche considerazione.
L'altro si fece serio.
«Non sono commendatore» precisò. «Non mi piace attribuirmi titoli che non ho. E ai quali non tengo.»
«Eppure qui dice "comm."» scattò il direttore. «Oh, perdio santissimo, non sono mica cieco. Leggete anche voi.» E sventolava il biglietto sotto gli occhi del portiere ammutolito.
Il viandante scalcagnato non si scompose.
«Abbreviazione di "commissionario"» disse con cortese fermezza. «Ero commissionario d'albergo.»
S'udì un tonfo.
Il portiere gallonato, che aveva assistito alla scena, cadde lungo disteso. Il fatto che colui ch'egli aveva ritenuto, non soltanto commendatore, ma addirittura eccellenza, fosse invece un semplice commissionario fu per il brav'uomo il crollo di un'illusione. Tanto più che, tratto in inganno da quella sfilza di presunti titoli, egli aveva elargito al personaggio parecchi rispettosi inchini. Non si risollevò più dal colpo. Colto da un febbrone, in breve volger di tempo morì. Ma per fortuna la catastrofe avvenne dopo la fine della scena che è oggetto del presente racconto.
Quindi non saremo tenuti a rattristare i lettori con la descrizione d'una degenza complicata da un doloroso delirio.

Per il direttore dell'albergo, intanto, la notizia che il presunto commendatore altri non fosse che un commissionario fu una doccia fredda sul suo entusiasmo di poc'anzi.
«Dica, Pasini» mormorò seccamente.
L'altro scosse il capo.
«Che?» urlò il direttore. «Scuote il capo? Non sarebbe per caso nemmeno Pasini? Questo è troppo.»
Ma l'altro lo tranquillizzò.
«Scuoto il capo per passatempo» disse.
«Bene, brav'uomo» borbottò il direttore; e dovette far forza a se stesso, ché non gli era facile dar del brav'uomo a uno che pochi istanti prima egli aveva creduto un commendatore. «Che cosa desidera?»
«Vorrei essere assunto come facchino.»
«E mi fa anche alzare dal letto?» urlò il direttore. «Siamo al completo! »
Gli voltò le spalle piantandolo in asso.
Il viandante scalcagnato affondò il biglietto nella borsa e col figlioletto per mano si allontanò nella notte.

sabato 4 agosto 2012

Memento mori (omaggio a Luigi De Marchi)

Questi brani sono tratti dall'introduzione del libro “Scimmietta ti amo” dello psicologo ed antropologo italiano Luigi De Marchi; un saggio bellissimo, nonostante il pessimo titolo.
Da leggere con molto interesse. 
LUMEN


<< La realtà storica e l'analisi psicopolitica ci obbligano a riconoscere che le teorie marxiste e leniniste non possono più essere considerate valide. (…)

È tempo di capire che le rivoluzioni economiche, cui sono state sacrificate tante energie, tanti diritti e tante vite umane, non sono riuscite e non riusciranno mai, nonostante il chiasso dei politicanti marxisti, a risolvere i problemi fondamentali dell'uomo e della società proprio in quanto trascurano i cruciali fattori psicologici della dinamica sociale.  (…)

L'assunto culturalista o ambientalista (…) è che alla base della tragedia sociale contemporanea (e, del resto, della millenaria catena di sofferenze e soprusi della storia umana), stiano soltanto strutture sociali oppressive e metodi educativi repressivi, insomma una ''società malata'' che distorce e avvelena l'essere umano, per natura sano, sereno, pacifico, collaborativo e gioioso, trasformandolo a volta a volta in carnefice o vittima docile, in sfruttatore o sfruttato, ma sempre in complice e continuatore più o meno consapevole della tragedia umana. (…)

Come ogni interpretazione solo ambientale della conflittualità umana, la psicopolitica culturalistica non riesce a spiegare come si fossero originariamente prodotte le personalità e le società malate.

Senza dubbio, una volta sviluppatasi in individui e gruppi egemoni una struttura caratteriale distruttiva (fanatica, oppressiva, sfruttatrice) non è difficile comprendere come essa abbia potuto riprodursi e perpetuarsi attraverso i condizionamenti educativi e le strutture sociali tossiche originariamente instaurate da quegli individui e da quei gruppi.
Ma la struttura caratteriale malata e distruttiva, come aveva potuto originarsi e prevedere e prelevare in epoca pre-culturale o perlomeno contemporanea alla nascita delle prime forme di cultura umana?

Se (…) l'uomo primordiale era buono e sano ed è stato successivamente gustato da strutture sociali patogene, da dove sono nate queste strutture sociali che l'hanno distorto e continuano a distorcerlo? Per schematizzare: se la natura umana era così buona e sana, come ha potuto generare un cultura umana così malvagia e malata?
Neppure il marxismo va molto in là quando tenta di spiegare con le “condizioni storiche” il passaggio dal comunismo felice delle origini all'inferno del patriarcato proprietario: se il primo era tanto più congeniale ai bisogni profondi dell'uomo, come aveva potuto affermarsi il secondo e diffondersi su scala planetaria? (…)

Se, viceversa, rimuoviamo la nostra più antica rimozione [la consapevolezza della morte], se sfidiamo il nostro ultimo (e primo) tabù, se riconosciamo che caratteristica psichica essenziale dell’uomo, sia come individuo sia come specie, è di vivere in modo infinitamente più tormentoso e immanente di ogni altro organismo l’attesa e l’esperienza della morte propria e altrui, possiamo facilmente intuire (…) le fitte continue di angoscia che la coscienza della morte, coeva nell’uomo alla coscienza di se stesso, deve aver provocato negli uomini dei primordi, possiamo ben capire quante difese psichiche e somatiche (…) l’essere umano abbia dovuto innalzare, già in epoca pre-culturale, contro tale angoscia ricorrente.

E allora la nascita stessa d’una cultura umana già originariamente nevrotizzata e angosciata in quanto nata dalla coscienza della morte e finalizzata ad esorcizzare un destino ineluttabile, appare non solo comprensibile ma necessaria, mentre le istituzioni e i fenomeni culturali più diversi svelano, in quest’ottica esistenziale, dimensioni e significati insospettati. (…)

[Ne deriva] l’assunto centrale della psicopolitica: e cioè che il processo storico e sociale è governato, nelle sue grandi linee, da alcuni fattori e meccanismi psicologici relativamente semplici che restano sostanzialmente identici al di là, o al di qua, del turbinoso avvicendarsi dei vari e contingenti fattori economici, ideologici e istituzionali cui le scienze politiche tradizionali hanno attribuito finora, e continuano ad attribuire, importanza suprema e decisiva.>>
LUIGI DE MARCHI