sabato 28 febbraio 2015

Il Vangelo secondo Melis

Il professor Pietro Melis, che ho già ospitato in passato, è un filosofo e saggista sanguigno e combattivo, di quelli che non hanno paura di nessuno e dicono sempre ciò che pensano, contro tutto e contro tutti.
Quello che segue è un piccolo florilegio delle sue opinioni in materia di religione. Buon divertimento. LUMEN

 
CONTRADDIZIONI

<< Un non credente può anche ammettere che un credente creda nei miracoli di Gesù, ma non può ammettere che creda nelle contraddizioni profonde e irrisolvibili dei Vangeli e delle Epistole di Paolo.

Se leggete l’Epistola ai Romani trovate tutto e il contrario di tutto. Il valore delle opere per la salvezza e la negazione delle opere ai fini della salvezza: Lutero e Calvino presero quest’ultimo corno per trascurare l’altro, mentre il cattolicesimo fece prevalere con S. Tomaso le opere. (…)
 
Gesù dice che bisogna perdonare 70 volte 7 e amare anche i nemici, ma prima di salire in cielo dopo la resurrezione dice: andate e predicate per le nazioni. Chi crederà e si farà battezzare sarà salvo, altrimenti sarà condannato. Un Gesù schizofrenico. >>


MIRACOLI

<< Visto che Gesù è [per i fedeli] Dio incarnato quale maggiore miracolo, maggiore anche della resurrezione, sarebbe stato per i posteri il suo dire la verità sull’universo ! Immaginatevi un Gesù che avesse detto: tutto ciò che sinora avete pensato sulla natura è sbagliato. La Terra non è al centro del mondo. Adamo ed Eva non sono mai esistiti. L’uomo è il risultato di un’evoluzione durata milioni di anni. Sarebbe stata una vera rivoluzione, anche morale.
 
Che cosa aveva da perdere dicendo ciò? Nulla. Sarebbe stato accusato anche per questo di eresia? E che doveva importargliene se già sapeva che sarebbe stato condannato a morte e che, anzi, doveva essere condannato a morte comunque perché si realizzasse la sua missione di salvezza dell’uomo dal peccato? (…)
 
Non è l’asserito miracolo della resurrezione che può indurre i “non credenti” a credere. Oggi tutti sarebbero credenti nel Dio cristiano se Gesù, ammesso che fosse figlio di Dio, avesse detto cose che sarebbero state un miracolo maggiore: l’avere detto delle verità sull’universo, oggi verificabili, dimostrando che solo una mente di origine divina avrebbe potuto dirle.
 
Questa sarebbe stata la migliore testimonianza della sua divinità perché nessuno avrebbe potuto negarla. Infatti sarebbe stata verificabile. Mentre pochi credono nella sua resurrezione, non essendo verificabile. E se Gesù non è risorto, tutto è stato inutile perché in tal caso “la vostra fede è vana” ha scritto S. Paolo (I° Lettera ai Corinzi). >>


IMMORTALITA’

<< Le religioni (…) sono nate tutte in epoche di grande ignoranza. Oggi nessuna nuova religione potrebbe nascere. Le religioni sono nate dalla superstizione dell’immaginazione degli uomini primitivi che credevano esistessero gli spiriti buoni e maligni, e in ciò erano incoraggiati dalla credenza che le immagini oniriche provenissero da entità esterne.
 
Da qui è nata anche la credenza nell’immortalità dell’anima, conservata poi nelle religioni pagane. Successivamente le religioni cosiddette rivelate (di origine abramitica) hanno assunto questa primitiva credenza nell’immortalità in una concezione che valeva sempre come rimozione della paura della morte. Ma bisogna notare che originariamente gli ebrei non credevano nell’immortalità dell’anima.
 
Soltanto a partire dal II a.C. secolo presso l’ebraismo (lo dimostra il libro di Daniele che è di quel periodo), incominciarono a credere nell’immortalità dell’anima con i farisei influenzati in ciò dalle culture confinanti, tra cui principalmente quella greco-alessandrina. Infatti i sadducei, ritenendosi custodi severi della tradizione dell’Antico Testamento, continuarono a negare l’immortalità dell’anima. >>


PARADISO

<< Qualche volta mi sono immaginato il paradiso e allora mi sono tornate in mente alcune parole tratte dal filosofo positivista Ludwig Büchner (Forza e materia): E' più angosciante il pensiero che dopo la morte vi è il nulla o non è più angosciante il pensiero che dopo morti, divenendo immortali, non possiamo più morire?
 
E in che cosa consisterebbe questa immortalità se pur di beatitudine? Mi immagino una pura inedia. Che si fa? Si contempla Dio per l'eternità? Come si trascorrerebbe il tempo dell'eternità senza corpo? Senza corpo? (…) Può lo spirito "viaggiare" per gli spazi intergalattici senza avere i limiti della velocità della luce? Potrà finalmente conoscere tutta la verità sull'universo? E anche se la conoscesse tutta d'un botto vedendola in Dio, che gli resterebbe poi da fare? >>


DIALOGO

<< Il papa ad Ankara ha detto che è necessario un dialogo interreligioso. Vecchia bufala da impostori. Un dialogo è possibile se i due dialoganti non partono dalla pretesa di ciascuno di avere la verità. (…). Dal momento in cui il papa chiede un dialogo interreligioso ammette (pur dissimulandolo) di rinunciare alla verità e di volersi limitare ad una verità relativa concordandola con l'altro.
 
Ma in questo modo la conclusone è ridicola. Se il musulmano accettasse di avere solo una parte della verità non sarebbe più musulmano perché dovrebbe rinunciare al Corano. E il papa dovrebbe rinunciare all'assolutezza della verità dei Vangeli per dichiararsi disposto ad accettare almeno parte della verità coranica. Il risultato è che nessuno possiede la verità. Perché la verità non ammette compromessi. Due mezze verità (che sono due mezze falsità) non danno aritmeticamente una verità.
 
Sarebbe stato vero invece dire: il dialogo interreligioso non può esistere se non a prezzo della rinuncia alla verità in cui ognuno dei due crede. Perciò facciamo una cosa: ognuno si tenga la verità in cui crede e, senza alcun bisogno di dialogo interreligioso, nessuno rompa i marroni all'altro. Ignoriamoci a vicenda e vivremo in pace. Questo avrebbe dovuto dire il papa.
 
Ma il fatto che il papa non potesse dirlo significa che il suo vero scopo era politico e non religioso, quello di chiedere pietosamente ai musulmani di rispettare la vita dei cristiani proponendo un dialogo con essi. Sbagliato ! Religiosamente, e non politicamente, avrebbe dovuto dire: ignorateci e noi ignoreremo voi. Ognuno predichi liberamente il suo Dio secondo la propria fede senza rompere i marroni agli altri.
 
Allora si arriverebbe, non alla tolleranza religiosa, ma all'indifferenza religiosa degli uni nei confronti degli altri, che sarebbe la maggiore conquista nel rapporto tra religioni. In questo modo si salverebbero capra e cavoli. Infatti il dialogo interreligioso porta al relativismo e alla rinuncia da ambo le parti ad una verità assoluta, mentre l'ignorarsi reciprocamente salverebbe, ma pacificamente, la pretesa di ogni religione di rappresentare la verità assoluta. E poi si vedrà nell'aldilà, se si vedrà un aldilà, chi abbia ragione. >>
 
PIETRO MELIS

sabato 21 febbraio 2015

Tainter o della complessità - 5


Ho già accennato in passato al mio disappunto per non poter leggere il mitico libro di Joseph Tainter sul “Crollo delle società complesse”, in quanto privo di una edizione italiana. Così, quando posso, gironzolo sul web nella speranza di trovare qualche  contributo che mi possa illuminare sul Tainter-pensiero, ed a volte sono fortunato.

Ecco quindi un nuovo post dedicato a Joseph Tainter ed alla complessità (il 5° della serie), con alcune interessanti considerazioni sull’argomento del blogger Mammifero Bipede.
LUMEN


<< Una delle mie attuali preoccupazioni riguarda il "quando" e il "come" gli effetti dell’esaurimento delle risorse fossili  diverranno evidenti, e come reagirà a questo inevitabile, catastrofico, evento la nostra "civiltà" (ammesso che il termine sia ancora applicabile al delirio odierno). Mi affascina in particolare l’idea di osservare la situazione nel suo compiersi, consapevole del disporre di un punto di vista giocoforza viziato dalla collocazione dell’osservatore, spazialmente e temporalmente all’interno del sistema osservato.

Su questo argomento, tra le ultime cose che ho letto vi è un’analisi del collasso dell’Impero Romano, letto attraverso la lente del “Rapporto sui limiti dello sviluppo”, (…) [elaborato] dal prof. Ugo Bardi di ASPO-Italia. (…) Bardi sviluppa un ragionamento parallelo tra le vicende dell’impero Romano e gli eventi attuali attraverso un’analisi comparata. (…)

La prima parte dell’analisi conferma quanto estremamente difficile sia rendersi conto dei lenti mutamenti epocali vivendoli dall’interno in prima persona. Dalle "Meditazioni" di Marco Aurelio (…) fino al viaggio verso la Gallia di Rutilio Namaziano, appare evidente come la portata degli eventi in corso, che noi posteri possiamo inquadrare storicamente, sfuggisse ai contemporanei. Non ho alcun dubbio sul fatto che, analogamente, la portata degli avvenimenti in atto in questo momento sfugga anche a noi. Anche a quelli di noi che più si sforzano di comprenderli.

Stabilita l’estrema difficoltà di comprendere dall’interno il fenomeno, Bardi passa ad affrontare l’analisi delle cause del crollo dell’Impero Romano, partendo dal lavoro di Joseph Tainter sul "collasso delle società complesse".

Il succo del lavoro di Tainter è che l’aumento di complessità che si rende necessario per gestire una fase di crescita (della ricchezza, della popolazione, del territorio), nel lungo periodo finisce con l’essere uno degli elementi determinanti del collasso, frenando e di fatto impedendo il riallineamento ad uno stato di minor complessità, compatibile con il ridotto livello di disponibilità energetica in cui il crollo del sistema si arresta.

Nel nostro caso abbiamo avuto a disposizione per decenni energia in abbondanza a costi estremamente bassi (il petrolio), ed abbiamo inventato innumerevoli modi per trasformare questa energia in oggetti reali, dando vita ad una sorta di gigantesco "paese dei balocchi" cui tutto l’occidente ha preso parte.

Ma una volta che questo surplus energetico verrà a mancare, come tutto lascia supporre ed in parte si sta già verificando, la civiltà che abbiamo strutturato intorno ad esso, al pari dell’Impero Romano, non potrà più autosostentarsi e sarà obbligata a rivedere al ribasso non solo le aspettative dei singoli individui, ma anche, inevitabilmente, il grado di complessità raggiunto.

Uno dei "dettagli" su cui non sono d’accordo con Bardi (e con Tainter, ma probabilmente è solo una questione di definizioni…) è sull’identificare il picco della "civiltà" con quello della "complessità". L’aumento di complessità è una delle risposte che la società mette in atto per far fronte ai problemi generati dalla crescita, ma questo processo non è lineare ed i due termini non sono sinonimi. Il motivo della rapida "escalation" di una civiltà sta nella sua efficienza.

Da questo punto di vista dobbiamo ritenere che l’Impero Romano fosse, nella sua prima fase, straordinariamente efficiente nel convertire ricchezza in complessità. Oltre un certo punto, però, questo meccanismo comincia a perder colpi, presumibilmente nel momento in cui la curva di resa energetica si appiattisce e ci si trova con minor risorse a disposizione. In questa fase la strategia consistente nell’aumentare in complessità inizia a produrre inefficienze, anziché ottimizzazioni. (…)

Il mio parere è che la "complessità" continui a crescere ancora, quando la "civiltà" già declina. Nel dettaglio, per quanto posso osservare, nella nostra cultura il "picco della civiltà" è già stato superato mentre la complessità continua ad aumentare, sempre meno gestibile, ed il declino morale e culturale appare evidente. Quello stesso declino che non solo rende da ultimo impraticabile un ulteriore aumento di complessità, ma ben presto impedisce al sistema di riassestarsi su un qualunque inferiore livello pre-crisi, producendone il collasso.

Collasso, quindi, come conseguenza di una "ricchezza" venuta a mancare e di una complessità divenuta insostenibile ed incapace di ristrutturarsi. Uno dei fattori in gioco è, a mio parere, proprio quella che viene citata all’inizio dell’articolo attribuendola allo storico Gibbon: "la perdita di fibra morale", non già da attribuirsi alla diffusione del cristianesimo, quanto come inevitabile sottoprodotto (in negativo) della crescita stessa.

Il processo che ho in mente si muove attraverso una serie di passaggi. In principio la società è organizzata in maniera molto rudimentale, a bassa complessità, e qualcosa le dà un minimo vantaggio strategico sulle culture adiacenti.

In questa prima fase la vita è molto dura, ed agisce un efficiente processo di selezione sociale in base alle capacità: tutti sono consapevoli che la sopravvivenza ed il successo della collettività di cui si fa parte dipendono strettamente dal fatto di avere i migliori capi ed i migliori cervelli nelle posizioni chiave della società, e si fanno carico di ricoprire ruoli adeguati alle proprie capacità.

Questa "fase positiva", nel caso di Roma, durò diversi secoli. Un villaggio di combattivi pastori ed agricoltori si trasformò via via in una potenza tecnologica e militare, in grado di conquistare ed asservire prima la penisola italica, poi l’intero bacino del mediterraneo, strutturandosi a livelli di complessità crescenti. Ma giunti a questo punto le condizioni risultano cambiate, ed il meccanismo di "selezione in base alle capacità" perde di efficacia.

Come in un organismo vivente, in cui piccoli errori di trascrizione del DNA causano l’invecchiamento e la morte, così in un sistema ad elevata complessità tante piccole scelte sbagliate producono una marcata perdita di efficienza complessiva ed il conseguente declino.

Questo, in buona sostanza, è quello che si può osservare nell’Italia dei giorni nostri, con l’ipernormazione, la burocrazia asfissiante, l’elevato livello di tassazione, la fuga dei cervelli, meccanismi elettivi che collocano persone inadeguate in posizioni chiave, perdita complessiva di consapevolezza nella popolazione, mancato rispetto delle regole, declino etico e morale.

Esiste, perciò, un fattore di "inerzia dei sistemi" tale da produrre inevitabilmente una crisi catastrofica. O, quantomeno, un lento scivolare verso il basso che a posteriori ci farà definire "crisi" l’attimo della presa di coscienza dell’avvenuto cambiamento. E c’è veramente poco da fare per far accettare ad una popolazione l’evidenza di un inevitabile scadimento rispetto agli standard di vita alla quale era stata abituata. (…)

Concordo [invece] con Bardi sul fatto che sia virtualmente impossibile evitare l’evoluzione catastrofica degli eventi. La capacità di dare ascolto alle "cassandre" si perde quando la "complessità" cresce al punto da rendere l’intera organizzazione sociale incomprensibile ai più, e solo un enorme surplus energetico, qual è stato quello degli ultimi cento anni, può consentire la sopravvivenza di un sistema in condizioni tanto critiche.

Cosa questo significherà dovremo scoprirlo sulla nostra pelle, e dubito che ci piacerà prendere atto di non avere più "la terra sotto i piedi".  >>

MAMMIFERO BIPEDE

sabato 14 febbraio 2015

L'Uomo Qualunque


<< L’uomo circuito dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole, gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze >>.

In questa frase di Umberto Eco (incipit del famoso saggio  “Fenomenologia di Mike Bongiorno”) c’è tutta la triste pochezza di un sistema mediatico-consumistico che non spinge più le persone ad imparare, a migliorarsi, ad aprire le proprie menti, ma cerca invece di convincerle – per propria convenienza - a restare passivamente se stesse.
Il testo (con l’impietoso ritratto del noto presentatore televisivo) risale al lontano 1963, ma mi sembra attuale e godibile anche oggi. Buona lettura.
LUMEN


<<  Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman [uomo qualunque] lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna.

Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.

Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria «Fenomenologia di Mike Bongiorno», dove, si intende, con questo nome è indicato non l’uomo, ma il personaggio. Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all’ambiente. (...)

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo. (…)

L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio. Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore («Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!»). Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: «Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?». (…)

Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic). Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate. (...)

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. (...)

Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui. Non accetta l’idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. (...)

Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione.

Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa... «Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?»). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante. Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse.

Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: «Cosa vuol rappresentare quel quadro?» «Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?» «Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?».

Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è «bruciata». Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene desidererebbe diventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi (...).

Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l’artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull’esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti. >>

UMBERTO ECO

sabato 7 febbraio 2015

Non è vero, ma ci credo

Il post di oggi è dedicato allo storico israeliano Yuval Harari ed al suo recente libro “DA ANIMALI A DEI – Breve storia dell’umanità”. Un testo bellissimo, tra i più belli che abbia mai letto sull’argomento, che consiglio vivamente a tutti. 
Questa è una delle tante recensioni positive che ho trovato sul web, e che sottoscrivo: 
<< Un libro straordinariamente lucido, informato, enciclopedico ma al tempo stesso con una linea di ragionamento chiara e lineare. Un punto di vista assolutamente originale da cui vedere, in modo unitario, cose che solitamente consideriamo scollegate e a se stanti: la storia, la biologia, l'astronomia, la sociologia, l'antropologia, la medicina, l'alimentazione ecc. Un'ironia sottile che accompagna ogni ragionamento, non dogmatico, aperto a più interpretazioni, ma soprattutto molto "laico". Da questo punto di vista, una bella sorpresa dal mondo ebraico/israeliano che nel nostro vissuto superficiale consideriamo settario e ultraortodosso, e che invece si rivela articolato e complesso. Particolarmente toccanti le parti riguardanti gli animali, si sente una partecipazione emotiva che va al di là della pur legittima argomentazione razionale. G.M. >> 
Ed ora lasciamo direttamente la parola al professor Harari.  LUMEN 


<< Centomila anni fa almeno sei specie di umani abitavano la Terra. Erano animali insignificanti, il cui impatto sul pianeta non era superiore a quello di gorilla, lucciole o meduse. Oggi sulla Terra c’è una sola specie di umani. Noi. L’Homo sapiens. E siamo i signori del pianeta.
Il segreto del nostro successo è l’immaginazione. Siamo gli unici animali che possono parlare di cose che esistono solo nella nostra immaginazione: come divinità, nazioni, leggi e soldi. Non riuscirete mai a convincere uno scimpanzé a darvi una banana promettendogli che nel paradiso delle scimmie, dopo la morte, avrà tutte le banane che vorrà. Solo l’Homo sapiens crede a queste storie. 

Le nostre fantasie collettive riguardo le nazioni, il denaro e la giustizia ci hanno consentito, unici tra tutti gli animali, di cooperare a miliardi. È per questo che dominiamo il mondo, mentre gli scimpanzé sono chiusi negli zoo e nei laboratori di ricerca.
Questo libro spiega come ci siamo associati per creare città, regni e imperi; come siamo arrivati a credere negli dèi, nelle nazioni e nei diritti umani; come abbiamo costruito la fiducia nei soldi, nei libri e nelle leggi; come ci siamo ritrovati schiavi della burocrazia, del consumismo e della ricerca della felicità. >>



<< Sono la forza dell'immaginazione e la capacità di creare storie a cui tutti credono gli elementi che hanno reso gli uomini dominatori incontrastati.

I conflitti e le trasformazioni sono provocati dal dissenso su una credenza comune, mentre erroneamente si pensa che sia il cibo una delle cause principali. Basta pensare alla guerra in Jugoslavia negli anni '90 oppure al conflitto tra israeliani e palestinesi: il problema è che si crede in storie differenti. E se queste storie, che io chiamo "realtà immaginata", sono il frutto dell'abilità che l'uomo ha di pensare se stesso come collettività, esse rappresentano anche ciò che lo rende schiavo.
Siamo un “essere” che nei secoli vaga alla continua ricerca della felicità. Siamo andati sulla Luna e abbiamo scoperto il genoma, ma non siamo più felici dell'età della pietra, perché ci si abitua sempre alle nuove conquiste e si cerca altro.

Ciò appare ancora più vero nelle società del benessere, che non soddisfano i bisogni primari in quanto abbiamo menti e corpi plasmati per una vita da raccoglitori e cacciatori; ecco perché, anziché sentirci in paradiso, siamo alienati.
In quest'ottica è impossibile non chiedersi cosa dovremo attenderci in un futuro che sarà sempre più tecnologico.
L'Homo sapiens si sta evolvendo in qualcosa di diverso, la tecnologia cambia velocemente e ci offre un potere sempre maggiore. Abbiamo due opzioni: o ci lasceremo distruggere, oppure, cosa che ritengo più probabile, ci avvicineremo agli dèi, anche se in fondo siamo animali. >>


<< La nostra storia non parte da Adamo ed Eva, ma da ben 13,5 miliardi di anni più indietro, dalla prima apparizione della materia e dell’energia. Si arriva poi a 6 milioni di anni fa, giusto in tempo per salutare l’ultima progenitrice comune di umani e scimpanzé. Un balzo a 2,5 milioni di anni fa ed ecco l’Homo in Africa con i suoi primi utensili litici. Di qui in avanti la rivoluzione industriale macina e macina fino alla doppia anima della contemporaneità.
Il fuoco ci ha resi pericolosi; il pettegolezzo ci ha aiutati a cooperare; l’agricoltura ha aumentato la nostra fame; la mitologia ha mantenuto la legge e l’ordine; i soldi ci hanno dato qualcosa di cui tutti possono fidarci; le contraddizioni hanno creato la cultura; la scienza ci ha resi signori del creato; ma, nessuna di queste cose ci ha resi felici.

L’umanità ha avuto (ha e avrà) i suoi pro e i suoi contro, perché ha prodotto le buone leggi e la cultura dei diritti, ma anche il consumismo, il materialismo, le intolleranze religiose, l’alienazione, la burocrazia e altri mostri.
Ma ormai gli uomini trascendono i limiti del pianeta Terra. Le armi atomiche minacciano la sopravvivenza dell’umanità. Gli organismi sono sempre più modellati dalla progettazione intelligente più che dalla selezione naturale. >>


<< Il segreto del successo di Homo sapiens è stato quello di saper collaborare in modo flessibile con tantissime persone.
Esistono altri animali che sanno cooperare. Le api e le formiche ad esempio coinvolgono migliaia di individui nelle loro azioni ma in modo rigido, non sanno modificare il loro ambiente. Altri animali, come scimpanzé e delfini, sono più flessibili, ma cooperano solo con un numero limitato di individui che conoscono direttamente.

Solo l’essere umano ha la capacità di collaborare in modo flessibile con milioni di individui, molti dei quali perfetti estranei. E sappiamo trasformare la nostra società da un anno all’altro. Lo abbiamo fatto: pensiamo alla rivoluzione francese.
Il prezzo di questo successo non lo abbiamo pagato solo noi: già prima della rivoluzione agricola, Homo sapiens aveva provocato l’estinzione di metà dei mammiferi viventi. Con il suo arrivo, tutte le altre specie umane sono scomparse e gli animali domestici sono stati sottoposti a un durissimo regime di sfruttamento.

Ma i progressi tecnologici e il crescente potere non si sono tradotti in una vita migliore per l’essere umano.
La vita di un operaio in Cina oggi è per certi versi peggiore rispetto a quella di un cacciatore-raccoglitore di 70.000 anni fa. Si sveglia, pulisce la casa, trascorre una o due ore a raggiungere il luogo di lavoro in mezzo al traffico e all’inquinamento, lavora 10-12 ore in fabbrica ripetendo sempre gli stessi gesti, altre due ore per tornare a casa e prima di andare a dormire deve cucinare, lavare i piatti…

Settantamila anni fa la sua ava andava nella foresta a cercare conigli e funghi e aveva una vita di comunità migliore. Non sto dicendo che quella di allora era una vita paradisiaca, ma in termini di bisogni fisici e mentali era più adatta ai corpi e alle menti degli esseri umani rispetto alla vita di un operaio di oggi.
Ci siamo evoluti, abbiamo costruito imperi e superato i nostri limiti fisici. Ma siamo più felici dei nostri antenati? Gli storici non si sono posti quasi mai questa domanda, per due motivi: in primo luogo perché l’interesse è sempre stato per la storia dei Paesi e delle nazioni e non per il destino dei singoli. In secondo luogo perché la felicità non era considerata un argomento serio, accademico.

Negli ultimi venti anni però la psicologia, la biologia e anche l’economia hanno cominciato a interessarsi di questo tema. E si è cominciato a capire che la vera misura del successo non è data dal tasso di crescita del PIL, ma dal tasso di felicità.
Oggi anche la storia può cominciare a porsi questi interrogativi. Io mi occupo dei grandi eventi della storia, ma mi chiedo sempre: che impatto possono aver avuto sulla felicità degli individui? Abbiamo molte informazioni sull’Impero romano, ma cosa significava per una persona vivere a Roma in quei tempi? Sotto Augusto era più felice o meno di prima? Se non sappiamo rispondere, chi se ne importa di chi era al comando.

La felicità è una misura più importante rispetto alla crescita economica; ma c’è un problema: definire la felicità è difficile. Alcuni governi potrebbero nascondere i loro fallimenti dietro questo paravento: “Non siamo riusciti a far crescere l’economia, la nostra sanità fa schifo, ma la gente è felice!”. Un altro rischio è che, poiché capitalismo e consumismo spingono le persone a volere sempre di più, la ricerca della felicità alimenti questo fenomeno. Questo è un grosso rischio perché la gente non sa fermarsi: volere sempre di più è una droga.

Forse ci stiamo avvicinando agli ultimi giorni di Homo sapiens. Di mutamenti ce ne sono stati tanti nella storia, ma due cose sono rimaste invariate: il corpo e la mente dell’essere umano. Nel XXI secolo stiamo acquisendo le capacità tecnologiche di trasformare corpo e mente grazie all’ingegneria genetica e alla possibilità di collegarci con computer.
Questo trasformerà le regole del gioco. Non sto preannunciando un’apocalisse, ma persone come noi spariranno e saranno sostituite da esseri con capacità fisiche e cognitive diverse. Non possiamo fermare il cambiamento: è troppo veloce ed è alla base della nostra economia. Ma possiamo cercare di influenzare la direzione nella quale si muove questo processo. La questione più importante è stabilire ciò che vogliamo diventare. >> 


YUVAL HARARI