mercoledì 1 novembre 2017

Criminal minds

Un interessante articolo di Melissa Palumbo sulle complesse relazioni che si sono create tra diritto e neuro-scienze, con alcune considerazioni sui possibili sviluppi futuri. Lumen


<< Non è la prima volta che il “diritto” si trova ad affrontare le risultanze della ricerca scientifica: già la teoria dell’evoluzione di Darwin prima, la psicoanalisi di Freud dopo, avevano ribaltato le convinzioni comuni sulla natura e le ragioni della condotta umana. Nessuno sconvolgimento, però, ne era derivato per la costruzione giuridica. Al contrario, il sapere neuro-scientifico contemporaneo pone in crisi assunti fondamentali per l’ordinamento giuridico. (…)
 
“L’uomo scientifico” viene spiegato in base al funzionamento cerebrale, in cui la mente coincide con il substrato materiale. La coscienza come centro uniforme ed unico viene definita un’illusione, a fronte di un modello del sé frammentato, incoerente e mutevole: ne deriva una soggettività indebolita. Azioni e decisioni non sono “attribuibili” con certezza ad un individuo, dato che la maggior parte di esse è frutto di processi non controllabili.
 
Molte posizioni scientifiche riprendono e affermano un rigido nesso di causalità fisica, in cui svanisce ogni spazio di autonomia; l’individuo viene ridotto e studiato nei suoi minimi termini, esaminando patrimonio genetico e correlati neurali. La stessa “lucidità” del processo decisionale viene messa in dubbio, a causa del forte ruolo delle emozioni, risposte innate, spontanee e preriflessive. (…)
 
“L’uomo giuridico”, al contrario, ha tra i suoi presupposti la presenza di una mente autonoma (in senso funzionale) dal cervello, pur essendo questo necessario per la sua sussistenza e potendola influenzare. Ogni persona è dotata di un sé unitario e stabile, capace di discernere e guidare il suo agire. Tipicamente, il diritto concepisce le decisioni e le azioni di un soggetto come il prodotto di una rappresentazione mentale razionale, anteriore al loro compimento, e sulle quali manteniamo il controllo: in altre parole, un modello di agentività cosciente. (…)
 
Perciò, il diritto presume che ogni individuo adulto sano di mente sia libero, o meglio abbia la possibilità di scegliere tra differenti corsi di azione. La presunzione giuridica si estende anche al possesso di capacità razionali critiche verso le proprie decisioni in ogni essere umano maggiorenne. Da ciò, deriva la responsabilità personale per la propria condotta. Infine, il diritto ha la funzione caratteristica di non fermarsi a mere descrizioni dei comportamenti umani, bensì di valutarli alla luce di ciò che è lecito o illecito. (…)
 
[E’ facile] evidenziare come molti assunti del modello giuridico siano falsi e infondati, soprattutto oggi di fronte alle più recenti scoperte neuro-scientifiche. In molti, tra neuro-scienziati e giuristi, auspicano un’introduzione massiccia delle neuroscienze nel diritto ed una conseguente rivisitazione di categorie ed istituti giuridici (se non addirittura una rivoluzione dell’intero ordinamento). Il rischio, però, è di giungere a conclusioni non sufficientemente ponderate. (…)
 
Un’altra differenza fondamentale tra modello scientifico e modello giuridico dell’uomo la si trova sul piano “lessicale” e “concettuale”. Il diritto opera con concetti, quali responsabilità e imputabilità, che non appartengono alla realtà scientifica: sono costrutti strumentali di un procedimento conoscitivo volto a stabilire l’innocenza o la colpevolezza di un individuo. Un procedimento che spetta unicamente alla valutazione del giudice.
 
Il concetto di “responsabilità”, per esempio, sfugge alla comprensione delle neuro-scienze e delle scienze naturali in generale. Esse conoscono la nozione di “responsabilità” solo nell’accezione di “causazione” (ad esempio, il fattore genetico x è responsabile della predisposizione y). Tale categoria in senso giuridico, invece, va oltre; ha un’ampiezza di significato molto più vasta. (…) Il diritto richiede responsabilità in termini di “appartenenza” di certe azioni ad un determinato individuo, non solo in un senso naturalistico, ma anche in un orizzonte etico. (…)
 
Il diritto è forgiato da uomini ed è diretto a uomini, sia come singoli, sia come gruppi. Non solo: il suo scopo ultimo è e deve essere l’avvicinarsi il più possibile a “ciò che è giusto” e non fermarsi semplicemente a “ciò che è lecito”. Uno scopo, la Giustizia, che richiede inevitabilmente un ragionamento etico. (…)
 
Forse è proprio questo il punto che segna il confine invalicabile per le neuroscienze: esse non possono scoprire la sede cerebrale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Possono descriverci cosa succede a livello neurologico quando assistiamo ad un’ingiustizia o quando la commettiamo, oppure quale regione cerebrale si attiva mentre formuliamo un giudizio. Ma sfugge dal loro orizzonte conoscitivo, dalla loro stessa terminologia, la Giustizia.
 
Un meccanismo neuronale non è giusto o sbagliato: semplicemente avviene. Sono le azioni ad essere predicabili in termini simili (teoricamente, anche i pensieri, ma il diritto deve essere rivolto ai comportamenti esterni, realizzati o anche solo tentati) (…). E il diritto possiede l’apparato terminologico e le categorie per poter esprimere un giudizio in tal senso.
 
Inoltre, proprio nell’ambito delle scienze cognitive sono state avanzate diverse ipotesi a favore di un’origine “evoluzionistica” del diritto e di un suo radicamento a livello cerebrale, (…) in una prospettiva neo-darwiniana della natura umana: le norme e i valori accolti emergono all’esito di un processo di adattamento all’ambiente naturale e, soprattutto, sociale. (…)
 
A dimostrazione di questo assunto, in biologia e in psicologia evoluzionistica si afferma che gli esseri umani, in quanto animali sociali, avrebbero la predisposizione naturale a tre regole fondamentali di comportamento: il dovere di mantenere promesse reciproche (un concetto primordiale di “contratto”); la necessaria volontarietà degli scambi reciproci (una base grezza per il diritto civile e il diritto penale); il desiderio di punire le violazioni dei due principi precedenti (una sorta di “istinto sanzionatorio”). (…)
 
I sistemi legali, [com’è noto], si sviluppano a partire da intuizioni morali generali condivise. L’inclinazione umana alla cooperazione e alla reciprocità avrebbe un'origine evoluzionistica come risposta all’ambiente: chi coopera trae vantaggio in un contesto ostile. La cooperazione, pur nascendo come mezzo, è diventata un fine in sé, a seguito della sua interiorizzazione dovuta alla forte pressione selettiva verso l’interazione sociale.
 
Anche il concetto di “sanzione” deriverebbe da meccanismi evolutivi dovuti alla selezione. Essa nasce come “punizione moralistica”, provocando un peggioramento della posizione sociale di chi viola la legge. Dapprima esercitata da singoli individui, viene poi istituzionalizzata, affidando la coercizione ai capi prima e allo Stato poi, al fine di impedirne l’utilizzo privilegiato da parte di sottogruppi.
 
Molte ricerche neuro-scientifiche sembrano indicare la naturale disponibilità delle persone a punire le violazioni di leggi (pur non ottenendone alcun vantaggio personale), ed hanno anche mostrato, con l’uso della risonanza magnetica funzionale, le regioni del cervello che si attivano quando si giudicano le punizioni per diverse violazioni.
 
È emerso che la corteccia prefrontale dorso-laterale destra, [legata alla razionalità], è l’area maggiormente coinvolta nell’assegnazione di responsabilità per i crimini; invece, l’amigdala e altre zone subcorticali, legate alle emozioni, sono correlate al grado di punizione assegnato (curiosamente, maggiore è l’attivazione, più severa è la sanzione).
 
Tuttavia, la regione corticale opera un controllo sull’amigdala, in modo tale che ad una prima risposta emotiva intervenga poi una seconda valutazione [razionale]. (…) Si può ipotizzare, dunque, che la concezione retributiva sia un istinto interiorizzato, un comportamento adattativo verso il rispetto delle norme, prodotto da meccanismi darwiniani, poi modellato dall’ambiente socio-culturale.
 
Tra le diverse linee di pensiero che si stanno formando nell’ambito del neuro-diritto, si scontrano da una parte i promotori di una modificazione dell’assetto del diritto, dall’altra coloro che sostengono fermamente che sarebbe un azzardo o, più semplicemente, una proposta irrealizzabile.
 
Tra i primi, troviamo gli scienziati cognitivi Joshua Greene e Jonathan Cohen, fermi assertori del determinismo radicale, secondo i quali ogni scelta individuale non è nient’altro che il risultato di processi cerebrali, a loro volta determinati, ed ogni azione è l’inevitabile prodotto finale dell’interazione tra geni e ambiente. A loro dire, il diritto retributivo dovrebbe lasciare il posto al “consequenzialismo”.
 
Mentre il retribuzionismo concepisce l’uomo come dotato di libero arbitrio e quindi meritevole di essere punito quando realizza un crimine, il consequenzialismo parte da presupposti contrari. Nella sua forma “pura”, di matrice utilitaristica, la prospettiva consequenzialista (…) ritiene che il criminale è privo di autonomia, razionalità e libertà di scelta, perciò la pena trova la sua giustificazione nel mero raggiungimento del suo fine, qualunque esso sia.
 
L’obiettivo devono essere gli effetti benefici futuri: la prevenzione con il deterrente della pena, la sicurezza e il conforto della società con il contenimento dei soggetti pericolosi, l’emenda del reo tramite la sanzione e la soddisfazione delle vittime. > >

MELISSA PALUMBO


(Link:http://www.academia.edu/3261276/Neuroscienze_e_libero_arbitrio_riflessioni_filosofico-giuridiche )

22 commenti:

  1. "Nessuno sconvolgimento, però, ne era derivato per la costruzione giuridica."

    Non e' assolutamente vero, e' vero il contrario, tutti i regimi illiberali del XX secolo, e di certo quelli piu' sanguinari, hanno sfruttato le teorie psicologiche, neurologiche, scientifiche e in generale darwiniane del proprio tempo a supporto delle proprie ideologie e quindi sistemi giuridici implementati eccome in pratica. Tant'e' che molta opposizione allo scientismo contemporaneo deriva proprio da questi lugubri ricordi.

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  2. Caro Diaz, io ricordavo l'utilizzo (improprio) del darwinismo nella gestione della collettività, con il c.d. darwinismo sociale.
    Non ricordavo invece un analogo utilizzo in senso propriamente giuridico-penale.
    Tu hai qualche ulteriore elemento di valutazione o esempio storico ?

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    1. Era solo per approfondire un po'.

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  4. Mah, la questione è indubbiamente complessa, d'altronde già il buon vecchio Spinoza (determinista radicale) aveva ammesso la piena liceità di punire chi delinque in quanto anche la Società ha diritto di difendere se stessa... Aggiungerei che qlcs. di molto simile mi sembra essere avvenuto in ambito economico, con la progressiva "erosione" del concetto di 'homo oeconomicus' (che agirebbe sempre e cmq. sulla base di presupposti pienamente razionali e meramente egoistico-utilitaristici) ad opera delle recenti ricerche in Neuroeconomia...

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    1. Vorrei aggiungere un commento, ma essendo gia' predeterminato non serve, tanto sapete gia' qual e'.

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    2. @ Claudio

      << anche la Società ha diritto di difendere se stessa >>

      Lo penso fermamente anche io.
      La società deve difendersi, senza abbassarsi alle crudeltà del passato, ma senza pericolosi buonismi.
      E concentrandosi più sulla persona del reo (ovvero sulle sue potenzialità future) che non sul reato in sè (che può avere caratteristiche peculiari e comunque, ormai, è avvenuto).

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    3. @ Diaz

      Ma noi, il tuo pensiero, non lo conosciamo.
      Sarà anche prededeterminato, ma fino a che non lo espliciti, per noi resta segreto.
      Ecco da dove nasce l'illusione del libero arbitrio...

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    4. Un po' sulla medesima falsariga:
      "Il 'libero arbitrio' consiste nell'impossibilità di conoscere ORA azioni FUTURE." (L.Wittgenstein)

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  5. @ Lumen

    Volevo inviarti il commento a questo articolo in privato, ma lo faccio lo stesso qui (rischiando di passare per fesso o minus habens in questo consesso di scienziati e filosofi).
    Dunque ricapitoliamo semplificando al massimo (sono della schiera dei "terribiles semplificateurs").
    Noi due non crediamo (più) nel libero arbitrio, dunque nella libertà dell'uomo. Siamo delle marionette. E chi tira i fili? O bella! Dio per chi ci crede, o la natura, la cultura, lo Zeitgeist ecc. Determinismo puro il mio (e credo anche il tuo), cioè un rottame dell'Ottocento (dice Diaz). Ogni nostra azione o anche il solo pensiero è una sintesi necessaria di innumerevoli fattori non tutti noti, di cui non abbiamo coscienza. Negando la libertà dobbiamo ovviamente negare anche il concetto di colpa, in senso religioso (con dannazione eterna) o anche civile (con ergastolo o fucilazione). Per l'ennesima o milionesima volta: noi siamo liberi di fare qualcosa se nessuno o niente ce lo impediscono, ma non siamo liberi di volere ciò che vogliamo (perché a monte della nostra libera scelta ci sono Dio, la natura, la cultura, lo Zeitgeist, la fisica e la chimica, insomma innumerevoli condizionamenti ecc.). E allora dove va a finire la "dignità umana"? E che ne so, non so nemmeno cosa significhi dignità.
    Ma se non esistono il libero arbitrio e la libertà umana come la mettiamo con i sensi di colpa e con le sanzioni? Se siamo delle marionette (che si credono libere e padrone del creato) non possono esserci colpevoli. In ultima analisi dobbiamo assolvere anche Costantino il Grande, Carlomagno, Gengis Khan, Hitler, Pol Pot, Mao, Che Guevara, Torquemada, Stalin ecc. Origene (terzo secolo), grande filosofo cristiano (quello che si castrò), era già arrivato a pensare che la dannazione eterna era incompatibile con la bontà divina. Invece Dante insisteva ancora mille anni dopo con il "lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Senza il libero arbitrio crolla tutto l'edificio del cristianesimo/cattolicesimo, ma anche della giustizia terrena.
    Ma sia il cristianesimo che la giustizia terrena riconoscono sempre più i condizionamenti, le attenuanti. Da sempre per la Chiesa la tentazione non è ancora peccato, perché ci sia peccato occorre il deliberato consenso. Ma quando cediamo alla tentazione ci rendiamo colpevoli ecc. ecc. La giustizia terrena opera con la stessa mentalità (siamo liberi e quindi colpevoli) e infligge sanzioni a seconda della gravità del reato, anche la pena di morte.
    (continua)

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    1. (continuazione)

      Ti ho già scritto di essere sempre stato contrario alla pena di morte (oggi sto rivedendo questa mia posizione). Tu invece sei favorevole, come grandi filosofi del passato (Kant) e contemporanei (per es. Giametta).
      Ma se non c'è una colpa, come può esserci una pena capitale? Tutti o quasi riconoscono che l'individuo e la società hanno il diritto di tutelarsi dai cosiddetti delinquenti e criminali, anch'io. E non escluderei più oggi che la pena capitale possa rappresentare la tutela più appropriata contro individui irredimibili e autori di crimini orrendi. Non si tratta di vendetta, ma di ristabilimento dell'ordine sociale (direbbe Kant - ma io non seguo Kant e nemmeno Giametta nella questione della giustizia).
      Le sanzioni, anche le più gravi, hanno o avrebbero dunque un senso nonostante tutte le attenuanti immaginabili in favore dei delinquenti: ne va della nostra stessa vita, della sopravvivenza della società.
      Oggi invece sembra prevalere la tendenza alla redenzione del colpevole. L'abolizione della pena di morte è considerata un segno di civiltà, persino da parte della Chiesa cattolica che fino a ieri ha sempre giustificato la pena di morte (anche nel Nuovo Catechismo). Ma chi toglie la vita a un altro ha perso il diritto alla tutela della propria vita (la legge del taglione è considerata oggi barbara, invece un senso ce l'aveva e forse ce l'ha ancora). Oggi arrivo anche a comprendere e giustificare perisno il linciaggio in presenza di atti veramente odiosi - è una risposta in parte irrazionale (visto che non siamo liberi ...), ma comprensibile sul piano emotivo.
      Mentre noi cerchiamo di capire e recuperare i delinquenti, questi continuano in tutto il mondo e ogni giorno a infliggere la pena di morte a tanti innocenti ...
      Ma bisogna capirli i delinquenti, poveretti, vittime delle circostanze (genetica, educazione, cultura ecc.). Noi, che siamo moralmente superiori, li reinseriremo nella società ... Ma dobbiamo difenderci, l'autodifesa è un diritto umano.


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    2. << Ma se non esistono il libero arbitrio e la libertà umana come la mettiamo con i sensi di colpa e con le sanzioni? (...) In ultima analisi dobbiamo assolvere anche Costantino il Grande, Carlomagno, Gengis Khan, Hitler, Pol Pot, Mao, Che Guevara, Torquemada, Stalin ecc. >>

      Caro Sergio, sottoscrivo il tuo commento, ricco di tanti spunti interessanti e condivisibili.
      Vorrei però soffermarmi, in particolare, sulla frase che ho riportato sopra.

      Secondo me, il senso di colpa ha origini darwiniane, e serve per auto-controllare il nostro comportamento sociale, rendendolo più ccettabile al resto della comunità (senza la quale non possiamo sopravvivere).
      Ma, come tante altre caratteristiche della nostra personalità, anche questa può esistere in varie gradazioni, da quella massima, di chi arriva a suicidarsi per una cattiva azione commessa, a quella minima, di chi è totalmente privo di compassione per il prossimo e quindi può cmmettere qualsiasi cattiveria, anche la più turpe, senza provare disagio nè rimorso.
      Ecco: i grandi tiranni della storia, a mio avviso, appartenevano semplicemente a questa seocnda cateogia.
      E la gente, che spesso, all'inizio, li idolatrava per il loro decisionismo così affascinante, se ne accorgeva troppo tardi.

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  6. Quando ho letto la tua introduzione, caro Lumen, ho provato un certo senso di disagio, diritto e neuroscienze, un incontro molto problematico dal mio punto di vista. Mi è tornato in mente il caso di un tizio che aveva dimenticato il figlio in auto, prosciolto da ogni accusa dopo che pm, difesa e gip furono d'accordo, tutti insieme appassionatamente, nel parlare di amnesia dissociativa. Immagino che se lo stesso uomo avesse affidato suo figlio a me, e io lo avessi dimenticato, non sarebbe stato altrettanto comprensivo come lo fu con se stesso. Il modo in cui fu chiusa la vicenda mi fece tirare un sospirone, alzare gli occhi al soffitto e poi verso il mobile dei liquori.
    Non è che io voglia delegittimare queste ricerche, ma sul merito mantengo la mia diffidenza. Diceva Leonardo Sciascia che niente è meno scientifico della scienza quando essa è applicata ai processi.
    Sulla tema più generale cosi come ricostruito da Sergio, sono d'accordo con lui. Soprattutto nel rifiutare l'idea che l'abolizione della pena di morte sia segno di civiltà. E' al contrario segno di decadenza, di corruzione, di svilimento. Se il determinismo diventa principio di valutazione dei comportamenti umani, è la fine della società. E lo Stato, richiamo anch io Spinoza dato che ci siamo, deve educare e poi, se necessario, punire. Oggi magari lo fa solo per ciò che si addice al clima culturale attuale - come per il gender, che i miei amici fascisti e zucconi non accettano, ma è un problema loro - ma dovrebbe farlo su uno spettro di idee e comportamenti molto più ampio. E poi punire davvero, non per finta.
    Comunque bella discussione, mi siete mancati

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  7. Caro Francesco, bentornato.
    Due considerazioni sul tuo intervento.

    << rifiutare l'idea che l'abolizione della pena di morte sia segno di civiltà. E' al contrario segno di decadenza, di corruzione, di svilimento. >>

    Sono perfettamente d'accordo.
    Quella che è segno di civiltà è l'assenza di crudeltà gratuita nelle pene, non certo l'abolizione della pena di morte in sè.
    D'altra parte la truculenza, tipica delle esecuzioni del passato, non è assolutamente necessaria.
    Basta una semplice iniezione.

    << Se il determinismo diventa principio di valutazione dei comportamenti umani, è la fine della società. >>

    Sicuro, sicuro ?
    Io non lo penso proprio, anzi.
    Il determinismo e le neuroscienze ci possono aiutare a capire meglio i meccanismi del comportamento umano, e quiandi ad attuare una prevenzione molto più mirata ed efficace.

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  8. Scusami, mi è rimasto il colpo in canna.
    Se diventa principio di valutazione dei comportamenti umani nella legislazione, è la fine. Volevo tirare le somme del discorso che avevo fatto in precedenza, ma la mia omissione non lo ha permesso. Il legislatore deve considerare il soggetto che è in possesso della normale capacità di agire come pienamente responsabile delle sue azioni.

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    1. "Il legislatore deve considerare il soggetto che è in possesso della normale capacità di agire come pienamente responsabile delle sue azioni."

      Sì, d'accordo, per ragioni pratiche il principio di responsabilità deve essere riconosciuto e ciò implica ovviamente sanzioni per i trasgressori (con le attenuanti generiche). Se no è effettivamente il caos.

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    2. Il problema non si pone, perche' il legislatore stesso e' impossibilitato ad essere libero e quindi responsabile nelle sue idee e azioni.
      Mi sfugge il motivo per cui l'affermazione del determinismo si fermi davanti al primo ostacolo che sembri sconveniente oltrepassare.

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  9. Cari amici,
    la cosa paradossale è che oggi, nel diritto penale, il fatto che il colpevole abbia agito in un certo modo perchè "non poteva farne a meno", rappresenta un'atteniante.
    A me, invece, sembra addirittura un'aggravante.
    Perchè significa che quella persona, messa di nuovo nella stessa situazione, commetterà immancabilmente lo stesso reato.
    E un diritto penale che consente queste cose, se mi permettete, non è un buon diritto penale.

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    1. Nel diritto penale, il principio e' che nessuno e' tenuto a fare l'impossibile (ad impossibilia nemo tenetur). Ma in una cornice deterministica tutto cio' che e' accaduto non poteva accadere diversamente, quindi qualsiasi altro comportamento diverso da quello che si e' tenuto, ed e' accaduto, era impossibile. Anche in questo caso, percio', la punizione e' assurda, ma non importa, lo e' quanto qualsiasi altro accadimento e comportamento, dato che fa parte anch'essa di una cornice deterministica, e in tale cornice lo stesso concetto di senso e nonsenso, vero e falso, giusto e sbagliato, bello e brutto, perde completamente significato.

      La nostra stessa conversazione, e' una conversazione fra ubriachi.

      "Perchè significa che quella persona, messa di nuovo nella stessa situazione, commetterà immancabilmente lo stesso reato."

      Credi davvero che sia possibile che una persona sia messa due volte "esattamente" nella stessa situazione? Credo proprio di no, e' "impossibile".

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    2. "esattamente" no, certo, ma all'incirca sì (che è quanto basta).

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    3. E' quello che penso anche io.
      Qualsiasi criminale seriale o delinquente abituale si trova a rivivere dei continui deja vu.

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    4. A questa roba gli hanno dato pure un nome: "confirmation bias".

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