sabato 28 marzo 2015

Comprendere il collasso - 2

Concludiamo il breve estratto dal libro “Nella spirale dell'energia”, di Ramón Fernández Durán e Luis González Reye. Lumen

(seconda parte)
 
<< Così, resta solo il collasso caotico, la decrescita ingiusta.
 
Come è avvenuto in altri momenti storici di fallimento di diverse organizzazioni sociali, ci saranno forti crisi economiche e tagli nei mercati; ribellioni e cadute di regimi; riduzione della stratificazione sociale e semplificazione degli stili di vita; de-urbanizzazione; aumento delle migrazioni e diminuzione della popolazione. Anche se, all'interno di questo grande quadro ci sono molti grigi, che saranno i risultato delle articolazioni sociali che si mettono in marcia. (…)
 
L'essere umano è condizionato da macro sistemi (come il clima) e da micro sistemi (come l'impollinazione delle api). Ma si verifica anche la relazione opposta, poiché le catastrofi ambientali hanno una ripercussione economica che, a sua volta, è globale e si espande in tutto il corpo sociale, nelle istituzioni e nei valori. (…)
 
Noi crediamo che sarà un collasso di una dimensione mai vista prima nelle società umane, poiché comporta elementi assolutamente nuovi:
 
1) Le società industriali sono le prime nella storia umana che non dipendono da fonti energetiche e materie prime rinnovabili, il che rende enormemente difficile la transizione e il recupero, poiché implicherà un cambiamento aggiunto della matrice energetica e materiale.
 
2) Il grado di complessità sociale (specializzazione, interrelazione) è molto maggiore e, di conseguenza, il percorso di semplificazione lo sarà a sua volta.
 
3) La centralizzazione dei nodi del sistema (concentrazione di potere) e il grado di eccesso sono qualitativamente inediti.
 
4) Il recupero degli eco-sistemi sarà molto lento e complesso. Inoltre, probabilmente i nuovi equilibri che si raggiungono saranno diversi da quelli del passato.
 
5) Non solo non c'è un “fuori” nel sistema-mondo, ma non c'è un “fuori” nella Terra. Non ci saranno zone di rifugio. Così, anche (…) gli esempi di collassi passati possono illustrare solo alcuni aspetti di ciò che sta cominciando a succedere.
 
I diversi “sistemi” (…) - città, Stati, soggettività, tecnologia, economia - non collasseranno tutti insieme, ma saranno gli elementi più vulnerabili che lo faranno per primi e, a partire da quelli, si estenderà il processo mediante molteplici anelli di retroazione positiva che produrranno delle irreversibilità che renderanno impossibile tornare indietro nel cambiamento di civiltà. La velocità di caduta di ognuno dei sistemi sarà diversa, poiché le velocità dei loro cicli a loro volta lo sono. In questo modo, mentre il fallimento del sistema finanziario sarà rapido, il cambiamento delle soggettività sociali sarà più lento e l'emersione di nuovi equilibri eco-sistemici e climatici molto di più.
 
Anche se non ci sarà una sequenza chiara, ma un groviglio di processi interconnessi in parallelo, andiamo ad abbozzare una certa concatenazione di eventi: (…)
 
1) Fine dell'energia abbondante, concentrata ed economica come esponente del degrado della biosfera, che peggiorerà nel corso del XXI secolo.
 
2) Collasso monetario-finanziario. Crisi delle banche, dei mercati speculativi e del credito. Anche delle monete globali.
 
3) De-globalizzazione e decrescita. L'energia cara e lo strangolamento del credito affogheranno il commercio, specialmente quello internazionale. L'economia si rilocalizzerà e comincerà a produrre un cambiamento del metabolismo sociale.
 
4) Riduzione demografica a causa della crisi alimentare e sanitaria e delle guerre. Questa sarà una delle tappe lente che comincerà con l'aggravamento della crisi economica, delle condizioni ambientali e dall'assistenza, ma che si andrà approfondendo a seconda di come trascorrano le nuove fasi.
 
5) Nuovo ordine geopolitico. Guerre per le risorse e regionalizzazione.
 
6) Fallimento degli Stati fossili. Il sistema politico non sarà in grado di continuare a funzionare e perderà la propria legittimità. Lo Stato si riconfigurerà e, in alcuni territori, scomparirà.
 
7) Declino urbano. Senza ordine economico globalizzato, né stati forti, né energia abbondante, le grandi “urbe” saranno abbandonate progressivamente e si trasformeranno in miniere.
 
8) Incapacità di sostenere l'alta tecnologia. Perdita massiccia di informazioni e di conoscenze. Questa tappa sarà lenta e si svilupperà dopo il crollo dell'economia globale.
 
9) Cambiamento dei valori dominanti. Fine del mito del progresso e nascita di nuovi riferimenti nei quali la sostenibilità, e una svolta verso una concezione più collettiva dell'esistenza, saranno elementi centrali, il che implicherà necessariamente una maggiore liberazione umana.
 
10) Da tutto questo emergeranno nuove lotte ed articolazioni sociali che si muoveranno fra neo-fascismo e attenzione per la vita comunitaria. Le prime saranno maggioritarie fino al fallimento dello stato fossile. Le seconde potranno aprirsi la strada a partire da questa tappa. In qualsiasi caso, i nuovi ordini sociali non si coaguleranno finché il congiunto sociale non cambierà “dei”.
 
Anche se molti dei processi sono già cominciati (fine dell'energia abbondante e a buon mercato, crollo finanziario, crisi del commercio globale, nuovo ordine geopolitico, delegittimazione degli stati), crediamo che, intorno al 2030, si produrrà un punto di inflessione nel collasso della civiltà industriale, come conseguenza dell'impossibilità di evitare una brusca caduta del flusso energetico. (…)
 
Intorno a questa data, se non prima, si produrrà il picco dei tre combustibili fossili e dell'uranio. Inoltre, se si considera l'EROEI, nel 2030 l'energia proveniente dal petrolio potrebbe essere un 15% di quella del picco. A partire da allora, sarà materialmente impossibile che funzioni un sistema economico globale, (…) [in quanto] non esiste un sostituto energetico possibile al petrolio e men che meno all'insieme dei combustibili fossili, il che include i combustibili di scisto o da altre sorgenti simili.
 
Se questo non bastasse, per il 2030 si potrebbe aver superato la soglia che porta il cambiamento climatico verso un altro stato di equilibrio del sistema Terra notevolmente più caldo, anche se, nell'ipotesi che la crisi economica sia molto profonda e rapida, questo potrebbe non accadere.
 
Fino a quel momento si cercherà di mantenere le stesse politiche di crescita, adattate e condizionate dalle circostanze, questo sì. Continueranno gli scenari “business as usual” e il “capitalismo verde”. In realtà, sarà solo una cosa: un “business as usual” con qualche tinta di transizione post-fossili, ma non post-capitalista.
 
Le diminuzioni reali della disponibilità di combustibili fossili saranno più pronunciate di quelle che ci si attende per cause geologiche. Inoltre, la loro disponibilità sui mercati internazionali sarà minore dell'estrazione, perché progressivamente ci saranno più paesi che smettono di esportare. Per questo, avanzerà la de-globalizzazione.
 
Gli Stati che possono farlo, entreranno in una guerra interna ed esterna per sostenere la propria struttura, cercando di controllare la popolazione e le risorse fondamentali. Il mantenimento di queste politiche suicide comporterà che il declino energetico finisca con un collasso più brusco a partire da questo punto di inflessione che, come dicevamo, può trovarsi intorno al 2030.
 
Tuttavia, nei mondi contadino e indigeno meno alterati, dove già in parte ci si trova in un metabolismo non fossile, il collasso sarà molto meno brusco e gli impatti meno duri. Ci saranno anche regioni che sentiranno un alleggerimento della pressione che subiscono a livello statale ed economico. Anche se la lotta per le loro risorse naturali continuerà ad essere forte.
 
Più avanti di questo punto di inflessione, il carbone sarà caro e verrà esportato sempre di meno, anche se più del gas, che sarà chiaramente in declino. Il commercio internazionale di petrolio quasi scomparirà. In questo contesto, il capitalismo ed i sui possibili derivati potranno ormai mantenersi solo precariamente e in base alla violenza. Sarà a partire da allora che si materializzano gli scenari più duri, si rendono inabitabili le città e crolla Internet.
 
Si produrrà un collasso progressivo della civiltà industriale globale. Detto collasso sarà un Lungo Declino verso società post-fossili che probabilmente durano secoli, con piccoli recuperi momentanei e periodi lunghi e profondi di depressione e crisi che produrranno delle irreversibilità. >>
 
R. FERNANDEZ DURAN e L. GONZALES REYES

sabato 21 marzo 2015

Comprendere il collasso - 1


Il testo di questo lungo post (diviso in 2 parti) è tratto dal libro “Nella spirale dell'energia”, dei due ambientalisti spagnoli Ramón Fernández Durán e Luis González Reyes; la traduzione è di  Massimiliano Rupalti per il blog Effetto Risorse.

La prima parte evidenzia innanzitutto le difficoltà umane di comprendere un collasso mentre viene vissuto ed elenca poi i 4 possibili tipi di uscita.
Nella seconda parte si parlerà invece dell’esito più probabile che ci attende, cioè quello del collasso caotico (il peggiore purtroppo).
Un testo ben poco consolatorio, ma interessante. LUMEN


<< Il cervello umano ha dei limiti nel comprendere i “sistemi”, le cose lontane e lente. (…) E questo problema è ancora più sentito nella società dell'immagine e dell'intrattenimento, nella quale i problemi vengono negati o distorti e si modella un pensiero semplice. La mancanza di comprensione completa della complessità è uno di principali impedimenti alla previsione del collasso, poiché suppone che i limiti sono difficili da percepire. Si può essere in transito verso una situazione senza ritorno senza notarlo e, quando si supera il punto di biforcazione, i cambiamenti sono già rapidi e inarrestabili.

La difficoltà umana coi processi lenti parte dal fatto che il sistema nervoso, di fronte ad un pericolo repentino, incita alla difesa (se vede la possibilità di far fronte al pericolo) o a scappare (se non la vede), ma non ha una buona preparazione di fronte ad una minaccia che si sviluppa lentamente.

Il collasso di una civiltà impiega molti decenni, anche vari secoli, e la riduzione è abbastanza graduale per la percezione umana, anche se in termini storici è rapida. All'inizio, i segni del collasso sono difficili da percepire per la maggior parte della società; poi si tende a pensare che un qualsiasi periodo di stabilità significhi che il collasso si è fermato; alla fine, quando si accumula il degrado sociale, è questo lo stato che si percepisce come “naturale”.

Una prova storica dell'incapacità delle società umane - comprese le meno complesse che dovevano analizzare meno dati o forse nessuno per prevedere ed evitare il collasso - è che pochissime, o forse nessuna, sono state consapevoli del fatto che entravano in una crisi di civiltà. I grandi cambiamenti dei sistemi socioeconomici sono considerati come tali retrospettivamente. Nel caso dell'Impero Romano, la popolazione non è sembrata essere consapevole di tutto il processo di decadenza. Delle sconfitte militari sì, ma non della situazione di fondo.

Ma, anche nei casi in cui si è verificata una risposta, questa ha sofferto di una visione a lungo termine, specialmente nelle società al di fuori dello stato stazionario. Queste hanno adottato “soluzioni” per i problemi del presente spostando i problemi nel futuro. E' successo così con la Rivoluzione Industriale. Il finale di questo comportamento è che i problemi sono di grandezza tale che l'unica soluzione è il collasso del sistema.

Oltre alle sue limitate capacità intellettuali, l'essere umano non si muove solo con la ragione, nemmeno in prevalenza. Prima ci sono le emozioni. Siccome le emozioni primeggiano, le risposte “rapide”, in molti casi una ricompensa immediata o un pericolo imminente, si muovono di più delle altre “spostate nel tempo”. Inoltre, l'essere umano ha un rifiuto innato per ciò che causa disagio, il che porta persino al blocco della percezione di ciò che sta succedendo, e la transizione verso una società meno complessa che usi meno energia, molta meno energia, non è una situazione desiderabile a priori.

A questo si aggiungerà la pigrizia e l'apatia quando non si trova il senso dell'azione. Sommati alla ragione e all'emozione (che non sono separabili), sono cruciali i sistemi di valori; e quello predominante manca di una visione che vada oltre all'io. (…)

Alla fine, il collasso può arrivare ad essere desiderato da ampi strati sociali, poiché presupporrebbe di lasciare il pesante e crescente carico materiale, energetico ed economico di sostenere la complessità. In contrapposizione, le élite avranno invece una perdita netta e, per evitarla, proietteranno l'immagine del collasso come disastro per tutto il mondo.

Di fronte alla Crisi Globale, appaiono quattro opzioni teoriche, (…) [tipiche] dei sistemi complessi:
1) che tutto rientri dopo una crisi;
2) un salto in avanti;
3) un collasso ordinato;
4) un collasso caotico.

Ora le analizzeremo per il capitalismo globale e per la società industriale.

La prima opzione è che non ci sia un cambiamento sistemico e che la Crisi Globale non vada oltre una normale crisi. Potrà accadere qualcosa come quello che si è visto nella Cina imperiale, nella quale le risorse disponibili avevano un tasso di recupero rapido, principalmente per la sostenibilità dell'agricoltura, perché la base del lavoro era umana ed animale e perché le infrastrutture potevano servire da cave di nuove risorse. Questo permetteva che, dopo i periodi di crisi, arrivassero nuovi momenti di espansione.

In realtà, le crisi cinesi non provenivano da un esaurimento delle risorse, ma da un leggero uso eccessivo che poteva tornare con una certa facilità a tassi sostenibili. Nessuna delle condizioni che hanno permesso alla Cina di evitare il collasso esistono oggigiorno, specialmente perché il livello di uso eccessivo delle risorse è più accentuato e il degrado ambientale molto profondo.

La seconda opzione sarebbe realizzare un salto in avanti. Per esempio, all'inizio della Rivoluzione Industriale, l'Inghilterra era di fronte ad un problema di limite delle risorse (legno). Tuttavia, non ha subito un collasso, ma ha realizzato una progressione impressionante: ha sostituito il legno con il carbone, cosa che le ha permesso inoltre di espandere l'estrazione di risorse a molti altri territori.

Fare questo oggi implicherebbe cambiamenti di organizzazione a livello sociale e, soprattutto, un maggiore consumo e più intensivo. Ma questo è impossibile, specialmente sul piano materiale ed energetico, ma anche dal punto di vista economico.

Pertanto [terza opzione], l'unico modo di evitare il collasso caotico del capitalismo globale è ridurre la complessità in modo ordinato. Sarebbe qualcosa di simile ad una giusta decrescita, ma crediamo che questo non si verificherà (…).

Non ci sono esempi storici di qualcosa di simile in società dominatrici, quelle che si potrebbero avvicinare di più - come la forte diminuzione negli stati Uniti e nel Regno Unito del consumo energetico delle loro popolazioni durante la Seconda Guerra Mondiale in modo pianificato e in grande misura volontario - non le ha rese più resilienti, poiché supponevano un aumento degli eccessi: i risparmi domestici sono stati destinati, in modo più ampio, alla guerra. Le società dominatrici in modo ricorrente sono state incapaci di affrontare le cause ultime delle crisi sistemiche.

L'opzione delle élite è quella del “business as usual”, con una tonalità verde, o di inclusività, nel migliore dei casi. Questa intenzione di mantenere le proprie politiche della fase di crescita (potenziamento su grande scale, urbanizzazione, velocità, specializzazione, competizione), al posto di altre e più adeguate a questa congiuntura (riduzione, ruralizzazione, efficienza, cooperazione), produrrà un deterioramento ancora maggiore delle condizioni sociali, istituzionali ed ambientali. (…)

[A ciò di aggiunge] la debolezza dei movimenti sociali rispetto al potere delle élite. Una debolezza che è anche maggiore se ci concentriamo sulle sue limitazioni come capacità e desiderio di affrontare una diminuzione del consumo materiale ed energetico. Non è prevedibile che questa carenza si risolva a breve termine, fra le altre ragioni perché probabilmente le interrelazioni di tutto il sistema non si mostreranno al grande pubblico e si continuerà a presentare ogni problema in modo isolato e con una soluzione parziale.

A questo, si somma la penalizzazione della cooperazione nelle società capitalistiche, rispetto alla gratificazione della competitività. Il fatto è che le classi media ed una parte sostanziosa della popolazione più sfruttata hanno aderito (o “le hanno aderite”) al mito del progresso. Questa debolezza della mobilitazione sociale ha come rovescio la sensazione di invulnerabilità nelle élite e, in parallelo, la percezione accresciuta di mancanza di potere da parte delle classi popolari, rendendo più difficile l'articolazione antagonista.

Probabilmente, la ragione più strutturale è che la giusta decrescita implicherebbe uno smontaggio ed un abbandono di gran parte dell'infrastruttura costruita (del capitale fisico), dei mezzi di riproduzione del capitale (finanziari e produttivi, soprattutto quelli globalizzati) e della cultura del progresso e della crescita. In fondo, vorrebbe dire l'abbandono della pulsione [tipica] della società capitalista a non concepire ed ipotizzare i limiti ambientali ed umani.

Così, [quarta opzione], resta solo il collasso caotico, la decrescita ingiusta. >>

R. FERNANDEZ  DURAN  e  L. GONZALES REYES

(continua)

sabato 14 marzo 2015

L'adultera adulterata


L’intervista virtuale di oggi ha come vittima il professor Bart Ehrman, noto studioso americano di critica neo-testamentaria ed autore di vari libri sull’argomento, tra cui il famoso (e fortunato) “Gesù non l'ha mai detto”.
Con lui parleremo di uno degli episodi più famosi e commoventi della vita di Gesù, ovvero  quello dell’adultera; un episodio però che, se letto con attenzione, ci riserverà non poche sorprese. Lumen



LUMEN – Professor Ehrman, è ben noto agli esperti che il Vangelo ufficiale, come lo conosciamo oggi, è pieno di passi interpolati, ovvero storicamente “falsi”.  Potete farci qualche esempio ?
EHRMAN – Certamente. L'episodio dell'adultera è forse una delle storie più note su Gesù.

LUMEN - Senza dubbio.
EHRMAN – E’ sempre stata una delle storie preferite nelle versioni hollywoodiane della sua vita e compare persino nella Passione di Cristo di Mel Gibson, nonostante il film sia incentrato solo sulle ultime ore di Gesù (l'episodio è trattato in uno dei rari flashback).

LUMEN – Si trova in tutti i Vangeli ?
EHRMAN – No. Malgrado la sua popolarità, il racconto si trova soltanto nel vangelo di Giovanni (8,1-11) e neppure qui pare originale.

LUMEN - Il contenuto, come dicevate, è ben noto, ma vale la pena ricordarlo.
EHRMAN - Gesù sta insegnando nel Tempio e un gruppo di scribi e farisei, suoi nemici giurati, lo avvicina portando con se una donna «che era stata sorpresa in flagrante adulterio». La conducono dinanzi a Gesù perché vogliono metterlo alla prova. La legge di Mosè, come affermano, vuole che una persona simile venga giustiziata mediante lapidazione, ma desiderano sapere quale sia il suo parere. Dovrebbero lapidarla o mostrarle pietà?

LUMEN – Un bel dilemma.
EHRMAN - E’ ovvio che si tratta di un trabocchetto. Se Ii inviterà a lasciare andare la donna, Gesù sarà accusato di violare la legge di Dio; se dirà di lapidarla, sarà accusato di venire meno ai propri insegnamenti di amore, compassione e perdono.

LUMEN – Non per niente erano suoi nemici giurati.
EHRMAN - Gesù non risponde subito, si china invece a scrivere per terra. Poiché continuano a interrogarlo, dice: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». Poi torna a scrivere per terra, mentre coloro che hanno scortato la donna cominciano ad abbandonare la scena, senza dubbio sentendosi condannati per i propri peccati, finché non rimane nessuno eccetto l'adultera. Alzando gli occhi, Gesù dice: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella risponde: «Nessuno, Signore». Allora Gesù replica: «Neanch'io ti condanno: va' e d'ora in poi non peccare più».

LUMEN – Una scena spettacolare.
EHRMAN – In effetti è una magnifica storia, piena di pathos e con un ingegnoso colpo di scena: Gesù sfrutta la propria presenza di spirito per trarre d'impaccio se stesso, nonché la povera donna. Agli occhi di un lettore attento, però, l'episodio solleva diversi interrogativi.

LUMEN – Quali ?
EHRMAN - Se questa donna era stata colta in flagrante adulterio, per esempio, dov'è l'uomo sorpreso insieme a lei? La legge di Mosè prevede che siano lapidati entrambi (si veda Levitico 20,10).

LUMEN – Giusto.
EHRMAN - E ancora: quando Gesù scriveva per terra, che cosa scriveva con precisione? Stando a un'antica tradizione, scriveva i peccati degli accusatori, i quali, vedendo che le proprie trasgressioni erano note, se ne andavano imbarazzati!

LUMEN – Carina questa !
EHRMAN - E anche se Gesù insegnava un messaggio d'amore, pensava davvero che la legge di Dio data da Mosè non fosse più in vigore e non dovesse essere ubbidita? Riteneva che i peccati non dovessero essere affatto puniti?

LUMEN – In effetti, sembra un po’ troppo, anche per un personaggio come Gesù.
EHRMAN – Inoltre, malgrado la storia sia brillante, suggestiva e intrinsecamente affascinante, essa pone un altro, enorme problema: si da il caso che in origine non rientrasse nel Vangelo di Giovanni.

LUMEN - E qui veniamo al punto.
EHRMAN - Anzi, non faceva parte di nessuno dei vangeli. Fu aggiunta dagli scribi di epoca successiva.

LUMEN - Come facciamo a saperlo?
EHRMAN - Di fatto, gli studiosi che lavorano sulla tradizione dei manoscritti non hanno dubbi circa questa particolare caso. Mi limiterò a evidenziare alcuni fatti fondamentali che si sono dimostrati convincenti per quasi tutti gli studiosi di ogni confessione.

LUMEN – Sentiamo.
EHRMAN – Anzitutto l'episodio non si trova nei nostri migliori e più antichi manoscritti del Vangelo di Giovanni. Inoltre lo stile in cui è scritto è molto diverso da quello che troviamo altrove nel testo giovanneo (inclusi gli episodi che lo precedono e lo seguono) e comprende un gran numero di parole ed espressioni altrimenti estranee a tale vangelo. L'inevitabile deduzione è che il brano, in origine, non ne facesse parte.

LUMEN - Ma allora come accadde che venisse aggiunto?
EHRMAN - Esistono diverse teorie in merito.

LUMEN – Qual è la più accreditata ?
EHRMAN - La maggioranza degli studiosi ritiene probabile che si trattasse di un aneddoto ben noto diffuso nella tradizione orale su Gesù, aggiunto un giorno a margine di un manoscritto. Qualche scriba ritenne che quella nota a margine dovesse essere parte del testa e quindi la inserì subito dopo il racconto che termina con Giovanni 7,53.

LUMEN – In effetti all’epoca gli scribi ne combinavano di tutti i colori.
EHRMAN – Senza dubbio. Si noti che altri copisti hanno inserito il racconto in posizioni diverse nel Nuovo Testamento: alcuni dopo Giovanni 21,25, per esempio, e altri, strano a dirsi, dopo Luca 21,38. In ogni caso, chiunque lo abbia scritto non, era Giovanni.

LUMEN – E quindi ?
EHRMAN - Quindi è naturale che ciò lasci i lettori più attenti in un dilemma: se la storia in origine non faceva parte di Giovanni, dovrebbe essere considerata parte della Bibbia? Non tutti risponderanno nella stesso modo a questa domanda.

LUMEN – Ma per voi ?
EHRMAN – Per me, come per la maggioranza dei critici testuali, la risposta è “no”.

LUMEN – Grazie professore.
EHRMAN – Grazie a voi.

venerdì 6 marzo 2015

Circolo virtuoso


L’intervista “virtuale” di questa settimana non ha soltanto “una” vittima, ma addirittura due. Si tratta infatti degli economisti italiani Fabio Terragni e Gianluca Sala che ci parlano dell’“’economia circolare”, un nuovo paradigma economico che dovrebbe risultare maggiormente sostenibile per l’ambiente. Vediamo di cosa si tratta. LUMEN



LUMEN – Dottor Terragni, dottor Sala, cosa c’è di nuovo sul fronte dell’economia sostenibile ?
TERRAGNI - Nel suo rapporto “Toward a Circular Economy: economic and business rationale for an accelerate transition”, la Ellen Macarthur Foundation  propone una riforma sostenibile dell’economia basata su una diversa produzione di beni e servizi denominata “economia circolare”.  Da allora i verdi di tutto il mondo si sono identificati con questo nuovo “paradigma” economico.

LUMEN – “Economia circolare”: il termine mi piace.
SALA - I fautori della economia circolare spiegano che nel corso del XX secolo il prodotto interno lordo è cresciuto di 20 volte nei paesi occidentali generando una ricchezza diffusa. Alla base di questo sviluppo c’è tuttavia un modello di produzione ad alta intensità di energia e consumo di risorse naturali che può essere definito “lineare”, dove i prodotti industriali derivano da uno sfruttamento intensivo delle risorse naturali che – al termine del ciclo di vita dei beni - divengono rifiuti.

LUMEN – Con il sorgere di ulteriori problemi.
TERRAGNI - I concetti di riuso e di rigenerazione, ancora presenti all'inizio del secondo dopoguerra e centrali in una economia di sussistenza, sono stati abbandonati a favore del modello lineare “compra–usa-getta”.  Oggi circa l’80 % dei materiali a fine vita finisce in discarica o in un inceneritore.

LUMEN – Una percentuale spaventosa !
SALA - Gli innegabili benefici, in termini di qualità della vita, del modello lineare hanno costi “esterni” particolarmente elevati, e finora sono stati tollerati. Negli ultimi anni questo quadro sta entrando in crisi a causa dei prezzi in aumento delle risorse naturali, oltre che per i costi dello smaltimento dei rifiuti.

LUMEN – E direi: “finalmente”, per certi versi.
TERRAGNI - La tendenza al recupero dei materiali è ancora troppo contenuta, soprattutto a fronte della prevista espansione della platea mondiale di consumatori, dovuto all’aumento della classe media con capacità di spesa. Basta considerare i 3 miliardi di abitanti dei BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.

LUMEN – D’altra parte anche loro hanno le loro (legittime) aspirazioni.
SALA - Mantenendo inalterato il modello lineare di produzione e consumo, la pressione ambientale crescerebbe a dismisura, con effetti ecologici devastanti. Dal 2000 i prezzi delle risorse naturali sono in costante ascesa e i segnali fanno prevedere che la scarsità di risorse e la volatilità dei prezzi sono destinate ad aggravarsi, mettendo definitivamente in crisi il modello lineare.

LUMEN – Una conseguenza inevitabile.
TERRAGNI - L’economia circolare, con il recupero e la rigenerazione dei prodotti e dei materiali richiede un re-design del sistema che rivisiti i prodotti, la loro progettazione e realizzazione, i processi produttivi, i modelli di business.

LUMEN – Questo è sicuro.
SALA - I produttori e distributori invece di cedere la proprietà dei prodotti, agiscono come “service provider“ dando vita ad un nuovo contratto tra le imprese e i loro clienti basato non più sulla vendita di prodotti, ma sull’erogazione di servizi basati su beni durevoli, recuperabili, rigenerabili, che possano essere  ceduti, affittati, condivisi. Nel caso debba essere ceduta la proprietà, ne viene incentivato il recupero al termine del periodo di uso primario.

LUMEN – Una specie di circolo virtuoso.
TERRAGNI - Questa economia, ovviamente, dovrebbe essere alimentata con energia da fonti rinnovabili, al duplice scopo di ridurre la dipendenza da risorse naturali e aumentare la resilienza del sistema.

LUMEN – Le rinnovabili sono alla base di tutto.
SALA - La prima regola, la regola d’oro dell’economia circolare fa riferimento alle “potenzialità del circolo più stretto”: meno un prodotto deve essere cambiato per il suo ri-uso o rigenerazione, più velocemente torna in uso, più alto è il potenziale di risparmio.

LUMEN – Altre regole ?
TERRAGNI - Un altro meccanismo fa riferimento alla massimizzazione del tempo in cui la risorsa rimane in circolo e alla massimizzazione del numero dei circoli consecutivi, sotto forma di riuso/rigenerazione dei prodotti o di semplice riciclaggio di materiali.

LUMEN - Poi ?
SALA - Un terzo meccanismo si riferisce al potenziale degli “usi a cascata”. L’esempio classico è quello dei prodotti tessili in cotone, che possono essere dapprima riutilizzati per confezionare abiti, poi utilizzati nell’arredamento e più tardi nell’edilizia (per l’isolamento termico e acustico) per ritornare infine nella biosfera.

LUMEN – Mi pare che ci sia ancora un ultimo aspetto.
TERRAGNI – Sì. L’ultima potenzialità risiede nella capacità di progettare prodotti che permettano flussi di materiali puri, non tossici e facili da separare: ciò consente un significativo aumento dell’efficienza dei processi di recupero.

LUMEN – Tutto molto bello, direi.
SALA - Secondo le analisi svolte da McKinsey con l’economia circolare il sistema economico potrebbe beneficiare di un sostanziale risparmio di materiale netto con conseguente abbassamento del livello di volatilità dei prezzi; in Europa il potenziale di risparmi si aggira nell’ordine dei 700 miliardi di dollari l’anno e del 23 % dell’attuale spesa per le materie prime.

LUMEN – Sono cifre notevoli, senza dubbio.
TERRAGNI - Una economia come questa, ovvero centrata sull’utente e non sulla produzione, vedrebbe aumentare i tassi di innovazione, occupazione e produttività del capitale promuovendo uno spostamento verso il settore terziario.

LUMEN – Un settore che esalta il “saper fare”.
SALA – Inoltre verrebbero ridotte le esternalità negative, con meno materiali e meno rifiuti in circolo. Tale riduzione sarebbe maggiore di ogni possibile miglioramento incrementale di efficienza all’interno del sistema attuale.

LUMEN – Ne sono convinto.
TERRAGNI - Infine aumenterebbe la resilienza del sistema: la capacità di reagire a shock di ogni tipo (fattori geo-politici, climatici, ecc.).

LUMEN – Concludendo ?
SALA - Concludendo il suo rapporto, la Ellen Macarthur Foundation dichiara che la sostenibilità e il risparmio di questi meccanismi economici possono rendere più competitive le aziende e le economie, sulla base di competenze, innovazione ed efficienza nell’uso delle risorse.

LUMEN – Vi ringrazio per l’interessante chiacchierata e speriamo davvero che il nuovo paradigma riesca a farsi strada nell’economia mondiale.
TERRAGNI & SALA – Lo speriamo tutti.