domenica 28 gennaio 2024

Punti di vista – 35

BREVE STORIA DEL LAVORO
Il mondo del lavoro, storicamente, è passato per diverse fasi.
1= Schiavitù: si cattura una persona, la si tiene in cattività e la si costringe a lavorare.
2= Servitù: non e’ necessario catturare la persona, la struttura sociale costringe la persona a lavorare.
3= Proletariato: non e’ nemmeno necessaria una struttura sociale riconosciuta, si fa in modo che non esista alcuna alternativa al superlavoro.
4= Propaganda: si convincono intere generazioni di persone che il lavoro è il modo migliore di realizzarsi nella vita.
Sul punto numero quattro, e’ chiaro che si tratti di una menzogna. Il problema e’ che gli uomini, (...) indottrinati cosi’, trascurano ogni [altra] cosa per il lavoro.
URIEL FANELLI


PAPA SOCIAL
[Papa] Bergoglio da tempo ha abdicato al ruolo di Santo Padre per assumere il ruolo di 'Influencer'. Le chiese sono deserte e lui s’inventa una chiesa fluida, nomade, che si muove inseguendo i flussi d’opinione.
Ha lasciato il carisma, l’autorevole tradizione, il senso del sacro, del rito, del simbolo e della liturgia; reputa una battaglia persa esortare alla fede, alla catechesi e alla riscoperta di Dio, e si pone il problema di influire sulla società contemporanea facendosi a sua volta influenzare dalle sue tendenze prevalenti, fino a sposarle, con rito civile.
Compiace l’onda 'social' del momento, cavalca l’Opinione Dominante di cui si fa veicolo clericale, (...) reputa la Chiesa la continuazione dei 'social' con altri mezzi.
MARCELLO VENEZIANI


DELITTO E CASTIGO
Chiunque commetta un reato non pensa alla pena che rischia.
La prima ragione è che nemmeno la conosce. La seconda (per esempio nel caso del furto) che pensa che non sarà identificato. La terza che, nell’emozione del momento, il colpevole dice: «A costo di farmi trent’anni di galera».
Ipotesi che accettare con disinvoltura e coraggio; salvo poi farsela sotto, in Corte d’Assise, quando rischia di vederseli infliggere sul serio, trent’anni.
La sintesi è semplice: nei secoli passati la pena di morte è stata inflitta molto più disinvoltamente di oggi e tuttavia i reati commessi erano maggiori.
GIANNI PARDO


TRA IL DIRE E IL FARE
Certe posizioni [politiche di protesta] le assumi quando non hai la possibilità di contare qualcosa o di governare.
Appena varchi la soglia dell’invisibilità, e ti fai prima visibile, poi decisivo, in grado di influenzare le sorti di governi e maggioranze, allora ti trovi davanti a un bivio: o vieni estromesso, con ogni mezzo, o vieni neutralizzato, sterilizzato, addomesticato, e allora entri nel gioco politico ma a prezzo della tua identità e del tuo progetto originario. (…)
Il passaggio dall’opposizione al governo comporta una mutazione inesorabile.
MARCELLO VENEZIANI


VETI INCROCIATI
L’insieme di veti incrociati ormai e’ tale che potete fare solo cose canoniche.
Se ogni opera puo’ solo essere neutrale nei confronti di ogni gruppo, in che modo l’arte, il pensiero, la nostra preziosa “liberta’ di parola” potra’ cambiare le cose ?
[Com'è possibile], se per cambiare le cose occorre criticare qualcuno, e non si può perchè quel qualcuno si offende ?
La tua liberta’ finisce dove inizia quella di qualcun altro, ma quella di qualcun altro inizia, guarda caso, proprio dove inizia la tua! Che sfortuna.
URIEL FANELLI


DIO, PATRIA, FAMIGLIA
L’amor di Dio, l’amor patrio e l’amore per la famiglia sono stati, nel bene e nel male, e in tutte le contraddizioni, la bussola e il filo conduttore per tenere unita una società, per fondare comunità e legami non provvisori né utilitaristici e per stare al mondo non badando solo ai propri esclusivi interessi egoistici e ai propri desideri individuali.
Negare quei fondamenti significa negare il fondo persistente, benché ferito e tante volte calpestato, su cui regge la vita della gente e il sentire comune.
Non è mai esistita una società fondata sulla negazione di quelle basi e del loro intreccio. Noi proveniamo da quel mondo, siamo figli ed eredi di quel modo di vivere e di vedere; i nostri legami più forti e duraturi derivano da quelle basi.
Sarebbe assurdo ridurre quei fondamenti alti, vasti e profondi al programma politico, ideologico, elettorale di uno schieramento.
MARCELLO VENEZIANI

domenica 21 gennaio 2024

Vegano ? No, grazie !

L'uomo, per sua natura, è un animale onnivoro, che mangia ogni tipo di alimento, ma può, con un modesto adeguamento (e senza risentirne), diventare vegetariano, cioè escludere dalla propria dieta la carne animale.
Esiste però una scelta alimentare ancora più impegnativa ed è quella del vegano, che rinuncia non solo alla carne, ma anche ad ogni tipo di alimento animale (latte, formaggio, uova, ecc.).
A questo argomento è dedicato il post di oggi, scritto da Gaia Baracetti per il suo blog, con la quale mi trovo in totale sintonia.
LUMEN
 
 
<< Potrebbe sembrare gratuito e controproducente prendersela con i 'vegani', quando il problema del pianeta è l’opposto: troppa gente mangia troppa carne o prodotti animali, e il numero di queste persone sembra destinato ad aumentare. Quindi chiarisco subito.

Generalmente, penso che le pratiche dei vegani contribuiscano a un mondo migliore, riducendo il consumo di risorse necessario per produrre carne, formaggi, uova e altri prodotti animali, e la sofferenza delle bestie, purché tengano conto anche di altri fattori nei loro consumi alimentari: chilometro zero, stagionalità, riduzione della dipendenza da cibi lavorati industrialmente, e così via.

Io sono grata ai vegani per le loro pratiche, ma contesto le loro filosofie. La mia tesi è che i vegani pecchino dell’antropocentrismo di cui fanno rimprovero ai non-vegani, e manchino di comprensione e rispetto nei confronti dello stesso mondo naturale ed extra-umano che dicono di voler proteggere.

Inoltre, con le loro campagne moraliste, spesso si comportano da crociati e da fanatici, e non comprendono le ragioni di chi non la pensa come loro, trattato da assassino e peccatore. Nel peggiore dei casi, mettono una vita umana sullo stesso piano di una vita animale, svilendo la prima e non capendo il senso della seconda.

La mia obiezione principale ai vegani è quindi questa: non si può pensare che l’uccisione di un animale sia una cosa sbagliata. Non lo si può pensare perché è la legge fondamentale della vita su questo pianeta: 'mors tua vita mea'. (...)

Il mondo degli animali è complesso e segue leggi diverse da specie a specie, ma io ritengo compatibile con questo mondo accettare che una specie tuteli se stessa. Tralasciando questioni per ora irrisolvibili su cosa rende gli esseri umani diversi da altre specie, e superiori, ammesso e per nulla concesso che lo siano, io dico semplicemente: io faccio gli interessi dell’homo sapiens.

Questo è quello che fa ogni specie, anche se alcune, per motivi di sopravvivenza, si sbranano al proprio interno. Naturalmente questo solleva spinose questioni su fino a che punto ci si possa spingere nella difesa della propria specie, dato che io penso anche che il mondo non umano abbia un valore intrinseco; ma anche senza preoccuparci di questo valore, mettendolo da parte per il momento. so che distruggendo l’ambiente che ci circonda non possiamo vivere.

Quindi: sono umana, considero la vita umana superiore alle altre, e cerco di preservarla. Al tempo stesso, senza mancare a questo principio, mi adopero affinché la vita umana esista entro dei limiti, difficili da definire, certo, ma indispensabili.

Cerco di mantenere uno stile di vita non troppo impattante, di sensibilizzare le persone sui rischi di una crescita senza fine della popolazione umana, e sul valore del mondo non-umano. Penso agli interessi della mia specie, nel nome di questi interessi tutelo l’ambiente in cui la mia specie vive, e intanto gli riconosco anche un indefinito valore proprio indipendente dall’esistenza umana.

Se questa mia premessa non vi torna, guardatela in questo modo: quanti di voi si sentirebbero di mettere sullo stesso piano la vita di una persona e di un cane? E poi di una persona e di una falena? E poi di una persona e di un tonno? Questo non è incompatibile con l’idea, con cui sono d’accordo, che vadano limitate le sofferenze animali. (…)

Diverso è il discorso della libertà. Io non tengo animali in casa, non sopporto pesci negli acquari, uccelli in gabbia, e nemmeno cani e gatti prigionieri di una casa. Per me gli animali, a meno che non servano per qualcosa di utile, dovrebbero vivere liberi nel proprio ambiente. Quindi non ho animali domestici. Sono pronta a credere che questa sia una mia semplice proiezione: non so se a un animale dispiaccia stare in gabbia o no. (…)

Avete mai visto una mucca su una malga? Mangia, si sdraia, mangia un altro po’. Una mucca in una stalla fa lo stesso. Io posso supporre che la vacca stia meglio all’aperto e muovendosi piuttosto che al chiuso e ferma, ma non posso saperlo per certo. Dubito tra l’altro che apprezzi gli spettacolari paesaggi alpini tanto quanto le idilliche foto sui prodotti caseari sembrano suggerire.

Inoltre, come posso io sapere che è migliore la stressante vita di un capriolo, sotto la minaccia costante di essere cacciato e ucciso [dai suoi predatori] (...), piuttosto che quella di una vacca, prigioniera sì ma con cibo sempre garantito e la morte che arriva solo alla fine? (...).

Facciamo un altro esempio. I metodi biologici di controllo degli insetti, per la produzione di verdure di cui si nutrono anche i vegani. Ucciderli con i pesticidi è inquinante, ma forse non è più crudele di metodi di controllo biologico come farli divorare dall’interno dai nematodi o attirarli con dei feromoni, per poi fargli trovare una trappola anziché l’agognato partner per l’accoppiamento.

Questa è l’agricoltura biologica: crudele! Eppure, l’alternativa è lasciare che gli insetti divorino il cibo che stiamo coltivando per noi stessi, e nutrirci con quel che rimane, se ne rimane. Quindi, a meno che non mi sfugga qualcosa, i vegani non sono vegani se mangiano verdure coltivate, perché per coltivarle bisogna uccidere gli insetti.

Insomma, io cerco di garantire alle bestie un tenore di vita decente, (…) [ma] le leggi di natura dicono che gli animali si ammazzeranno, inevitabilmente, gli uni gli altri per sopravvivere. Al di fuori della mia specie, io accetto di vivere secondo queste regole, le regole naturali, anziché secondo quelle stabilite dai vegani, innaturali e assurde, secondo le quali gli animali non devono essere uccisi. (…)

Possiamo immaginare un mondo in cui nessun essere umano uccide un altro: questo mondo potrebbe esistere e anche funzionare. Un mondo in cui gli animali non si ammazzano gli uni gli altri è impossibile, insensato e ridicolo. Noi siamo animali.

Gli animali che sono prede producono più prole di quanta ne servirebbe per il semplice ricambio intergenerazionale, proprio perché parte di essa sarà uccisa e mangiata per sostenere altre specie. Quando non viene uccisa, perché non ci sono più predatori naturali o perché c’è uno squilibrio, di solito creato dall’uomo, la specie preda diventa infestante e distrugge l’habitat divorando le risorse disponibili. Non serve neanche che vi faccia esempi, tanto è evidente e noto quello che dico.

Quindi, se i principi dei vegani venissero applicati all’intero mondo naturale, i predatori dovrebbero competere con le prede per mangiare solo vegetali, anche se il loro metabolismo e la loro fisiologia lo rendono impossibile, e le prede dovrebbero praticare qualche tipo di controllo per le nascite. Vedete che questa prospettiva è ridicola.

E allora perché io dovrei aderire a una regola tanto assurda? I vegani vogliono che io creda che un pilastro della vita su questo pianeta è sbagliato: quanta arroganza in questo! (…) Mangio poca carne per non pesare sul pianeta, cerco di controllarne l’origine, ma la mangio. Accetto tutto questo perché penso che se avessi dovuto vivere secondo regole diverse, non sarei nata su questo pianeta. >>

GAIA BARACETTI

domenica 14 gennaio 2024

Pensierini – LXVI

NON RISPONDERE
Trovo assurda la previsione del nostro Codice Penale (e di tanti altri ordinamenti giurici occidentali) secondo cui l'imputato ha sempre il diritto di non rispondere.
L'imputato, al contrario, dovrebbe sempre essere obbligato a rispondere, a dare la propria versione dei fatti, con la previsione che, in caso di silenzio, sarà considerato colpevole.
Certo, l'imputato ha diritto alle sue tutele, ma quello che deve essere tutelato non è il suo diritto di tacere (assurdo, come detto), ma solo quello, giuridicamente ben più importante, di non subire abusi da parte degli inquirenti.
E per ottenere questo, basta prevedere, molto semplicemente, che ogni dichiarazione dell'imputato, per essere giudizialmente valida, deve essere effettuata in presenza del suo avvocato; altrimenti non ha alcun valore. Ma, una volta garantita questa tutela, l'imputato deve parlare, eccome; e deve raccontare tutto quello che sa. 
Al massimo, se dovesse mentire nel proprio interesse, non potrà essere condannato (in aggiunta) per falsa testimonianza. Ma nulla di più. Perchè la ricerca della verità, che è poi lo scopo ultimo di ogni processo penale, ha assolutamente bisogno delle sue parole.
LUMEN


SINGOLO E SOCIETA'
Come ricordo spesso, una delle tragedie fondamentali dell'uomo è questa: che quello che va bene per il singolo non va bene per la società; e quello che va bene per la società non va bene per il singolo.
Come fa allora una società a nascere ed a funzionare ?
Inventa le sovrastrutture (religione, ideologie, ecc.) grazie alle quali convince il singolo che gli interessi della società coincidono con i propri.
Questo ovviamente continua a non essere vero, però l'inganno funziona e tanto più profondo e condiviso è l'inganno e tanto maggiore è l'efficienza della società.
LUMEN


POPOLO EBREO
Vedendo le cose del Medio Oriente dall'esterno, cioè da persona non coinvolta direttamente nella questione, ho l'impressione che gli Ebrei siano comunque un popolo 'speciale'.
Nel senso che, per una serie di motivi, anche storici, non possono passare inosservati: o li apprezzi o li detesti.
Non sono molti i popoli, nel mondo, di cui si può dire la stessa cosa.
LUMEN


ELITES E FRATTALI
Gaia Baracetti, parlando dei comportamenti politici, che appaiono spesso egoisti e discutibili, ha osservato acutamente che “Gerarchia e potere sono frattali”, nel senso che coinvolgono un po' tutti, ciascuno nella sua nicchia.
Mi sembra una frase molto bella, che esprime perfettamente (e con sintesi mirabile) l’essenza del pensiero elitista: nel nostro piccolo, siamo tutti affascinati dal potere, appena ne abbiamo l’occasione (un po' come nel famoso proverbio “l’occasione fa l’uomo ladro”).
Le elites vere e proprie, cioè quelle che stanno sopra a tutti, per la ricchezza posseduta ed il conseguente potere, sono solo quelle più appariscenti. Ma non sono le uniche.
LUMEN


DIO MAIUSCOLO
Per i credenti, ovviamente, la parola Dio va scritta in maiuscolo (ed anche con sacro rispetto), ma per gli atei, che non credono alla sua esistenza, sarebbe forse più corretto scriverla in minuscolo ?
Io penso di no.
Perchè Dio sarà anche un personaggio di fantasia, ma è un personaggio noto, e tutti i personaggi di fantasia vengono scritti comunque con la maiuscola: dall'Arcangelo Gabriele a Sherlock Holmes, da Mefistofele a Peter Pan, ecc. ecc...
Quindi, inesistente sì, ma con la maiuscola.
LUMEN


DIRITTO INTERNAZIONALE
Mentre gli accordi internazionali che coinvolgono pochi paesi vengono sottoscritti per rafforzare i contraenti, i trattati internazionali di più ampio respiro (in genere promossi dall'ONU o dai suoi organismi collegati) sembrano improntate ad una matrice talmente 'buonista' e lassista da dare l'impressione di avere lo scopo specifico (promosso probabilmente dalle elites globaliste) di fiaccare e limitare la sovranità delle singole nazioni.
Tanto è vero che molti Stati, essendo concordi sui principi ma perplessi sulle conseguenze pratiche, ritardano talvolta la loro adesione e gli USA – che hanno un'opinione molto elevata della loro indipendenza - si rifiutano spesso di firmare.
Per conseguenza il diritto internazionale, per quanto non cogente (e quindi giuridicamente inesistente), è diventato una gabbia sempre più stretta che finisce, paradossalmente, per limitare più le democrazie (a cui non servirebbe) che le dittature (che invece se ne fregano).
LUMEN

domenica 7 gennaio 2024

Vox Populi, vox Dei

Contrariamente a quello che molti pensano, non è la religione a forgiare i costumi ed il carattere di un popolo, ma semmai il contrario.
Ne consegue, tra le altre cose, che le Nazioni che – per scelta o per necessità – si trovano ad essere multi-religiose (cioè non applicano il principio storico “cuius regio, eius religio”) devono sempre affrontare molte difficoltà.
A questo argomento è dedicato il post di oggi, scritto da Gianni Pardo e tratto dal suo blog personale.
LUMEN



<< Un titolo di giornale così recita: “Impedire alle donne di studiare e lavorare è contro l’Islam”. Pare l’abbiano detto dei “leader musulmani” contro “l’apartheid femminile in Afghanistan”. E francamente viene da sorridere.

Non c’è bisogno di essere specialisti della religione maomettana per sapere che il Corano non contiene se non generiche prescrizioni riguardo al vestiario, alla cultura e al lavoro delle donne. E allora, dirà qualcuno, in Iran si rischia la rivoluzione, con centinaia o forse migliaia di morti, per un “hijab” che non è nemmeno una prescrizione religiosa? La risposta è: proprio così.

Buona parte delle religione maomettana, così come viene vissuta ogni giorno in parecchi Paesi, è più figlia della tradizione che della teologia. Dunque nella dichiarazione di quei “leader musulmani” c’è un fraintendimento di fondo che del resto si verifica anche per quanto riguarda il Cristianesimo.

Molta gente, anche in Europa, è convinta che la morale sia figlia della religione, tanto da considerare “immorale” chi è “irreligioso” e da pensare che rubare sia peccato, e soltanto in secondo luogo furto. In realtà è tutto il contrario. Per quanto riguarda i principi della convivenza sociale ogni religione costituisce la sacralizzazione delle idee prevalenti in un dato momento storico.

La religione cristiana, per esempio, è nata in un tempo e in una regione in cui era “ovvio” che le donne fossero sottomesse all’uomo e non avessero cariche direttive. Infatti alle donne è stato vietato il sacerdozio, e gli si è pure vietato di prendere la parola in chiesa (“foeminae in ecclesia taceant”, ha scritto San Paolo, o piuttosto Paolo di Tarso, per indicare la regione da cui proveniva).

Le monache ancora oggi sono vestite come l’ayatollah Khamenei amerebbe vedere vestite tutte le iraniane, per non parlare del hijab afghano che copre tutto il corpo e permette alle donne di vedere qualcosa solo attraverso una grata fatta di ricamo.
 
Come è ovvio, il Cristianesimo si è evoluto, perché si è evoluta la società, e addirittura non soltanto le donne prendono la parola in chiesa, ma nel Protestantesimo è addirittura permesso loro il sacerdozio, fino ad avere donne che hanno la carica di vescovo. Insomma, il Cristianesimo delle origini è quasi completamente dimenticato e, mentre in Iran impiccano gli omosessuali perché tali, papa Francesco invita a considerarli fratelli, a rispettarli e ad accoglierli nel seno materno della Chiesa.

Qui non si stanno né criticando né apprezzando i principi che applicano le varie religioni: si vuole soltanto dire che non bisogna mettere il carro dinanzi ai buoi. Non è l’Islam che rende certi popoli selvaggi, sono certi popoli che rendono selvaggio l’Islam.

Non è la società che obbedisce alla religione, è la religione che obbedisce alla società. Quanto meno in un primo momento. Poi avviene che la religione si proclama la fonte dei principi della convivenza sociale e, forte di questa auto-investitura, vuole bloccare la storia ad un dato momento storico (quello della sua affermazione, ed ecco l’abbigliamento delle suore).

Dunque la religione diviene intransigente perché crede (e fa credere) che i principi che cerca di imporre sono di origine divina. Ecco perché reputa che il suo potere di influire sulle norme della convivenza debba essere considerato indiscutibile: perché è “sovrumano”. Se l’hayatollah Khamenei è intrattabile è perché gli pare assurdo che debba mettersi a discutere la parola di Dio con quattro scalmanati (e, peggio, scalmanate).
 
Ma c’è di più. Come si sa “Le istituzioni camminano sulle gambe degli uomini”. La religione si crede la regola fondamentale della società e i suoi rappresentanti sanno benissimo che il loro status, la loro autorità ed anche il loro reddito dipendono dalle sorti della fede. Finché essa è rispettata sono rispettati anche loro e vivono bene; se invece la religione perde presa, perdono presa anche loro e rischiano l’insignificanza prima e la sparizione dopo.

Dunque non c’è da stupirsi che i religiosi siano ferocemente conservatori. Ogni innovazione comportamentale e morale (per esempio il matrimonio degli omosessuali) corrisponde infatti ad un perdita di territorio, ad una diminuzione del loro potere.

In questo senso Khamenei, con la sua spietata chiusura totale, mostra di aver compreso la religione; e infatti Francesco, con la sua tolleranza politically correct, rischia di far sparire il Cristianesimo anche dal Vaticano. Ma non è il primo che ha cominciato a sbagliare.

Non bisognava per esempio permettere la messa in italiano. Il latino ammantava di mistero esoterico parole e concetti che non venivano compresi, mentre la messa in italiano fa ascoltare cose arcaiche su cui si può esercitare lo spirito critico dei più svegli. Io per esempio ci ho messo decenni a capire che significa l’inizio del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”.

(PS - Per chi avesse questa curiosità: la frase deriva dalle convinzioni gnostiche dell’autore e riflettono – salvo errori – una teoria di Aristotele.
Dio, essendo perfetto, non può avere modificazioni, perché agire è modificare e modificarsi. Ma Dio ha creato il mondo. Come ha fatto? Dicendo: “Fiat”. La sua Parola (Verbo, in latino), essendo la parola dell’Onnipotente, ha provocato la creazione, mentre Dio rimaneva “Motore immobile”.
Ma, ammoniva l’evangelista, la sua Parola è la Parola di Dio, è presso Dio, è Dio stesso. Giovanni intendeva spiegare la natura di Gesù, contemporaneamente – per chi era disposto a crederci – entità separata da Dio, e nel frattempo consustanziale a Dio e Dio stesso.) >>

GIANNI PARDO