mercoledì 31 agosto 2016

Quante storie

«Chi controlla il presente, controlla il passato. E chi controlla il passato, controlla il futuro». Questa celebre affermazione (contenuta in un romanzo di George Orwell) spiega nel modo più chiaro perché lo studio della Storia ha un’importanza “politica”, che va molto al di là della semplice erudizione.
Ma come viene insegnata la storia nelle nostre scuole ? E come, invece, dovrebbe essere insegnata ? Ce ne parla Aldo Giannuli, storico ed insegnante di grande esperienza (dal suo sito). LUMEN


<< Che ci sia un declino delle facoltà umanistiche, non solo in Italia ma in tutta Europa, è un fatto evidente (…) e la storia non fa eccezione. Non si tratta solo di cattedre soppresse, finanziamenti tagliati, orari scolastici ridotti, ma investe proprio l’interesse degli studenti per la materia: basti vedere le cifre degli immatricolati ai corsi di laurea di Storia, il numero dei tesisti (…) che scelgono una tesi in storia, ecc.
 
In parte, questa disaffezione si spiega con il “vento” culturale presente che esalta le scienze matematiche o naturali, o, al massimo l’economia e deprime tutte quelle umanistiche presentate come inutile erudizione. Ma in parte questo dipende anche dal modo in cui insegniamo la storia che annoia i ragazzi (giustamente, aggiungo io).
 
E il punto è che noi siamo rimasti al modello segnato dalla riforma Gentile (1923), che, per la storia, è: nozionistico-passivizzante, disciplinare, analogico, ossessivamente cronologico, evenemenziale, eurocentrico, a dominante politico militare e precettiva.
 
Mi spiego meglio. Il modello gentiliano immagina (non solo per la storia) la trasmissione del sapere come quella di un bagaglio di nozioni su cui solo dopo la fine del ciclo di studi (università compresa) una piccola parte dei neo laureati si applicherà per scopi di ricerca ed allo sviluppo di questa o quella disciplina, mentre gli altri si limiteranno ad applicare le nozioni apprese al proprio ambito lavorativo o al massimo per un uso personale a fini di intrattenimento.
 
Ovviamente, questo metodo individua lo studente come puro ricettore non interagente: allo studente non si chiede di appassionarsi alle materie che studia, ma di assimilare passivamente le informazioni trasmessegli. Gli serviranno dopo, per ora si limiti ad essere diligente. La motivazione allo studio viene dal valore culturale immaginato, non solo come elemento di promozione sociale, per la conquista di lavori più apprezzati e remunerati, ma come elemento gerarchico di comando: chi più sa, più sale nelle gerarchie sociali a cominciare da quella dello Stato e della politica, che più delle altre chiedono conoscenze storiche, la cui figura retorica regina è l’analogia.
 
Ne consegue che lo strumento per valutare e motivare lo studente è quello disciplinare espresso dalla promozione / bocciatura e, più in particolare, dal voto che esprime il suo valore intellettuale inteso soprattutto come adeguamento alle regole di apprendimento richieste dal modello sociale. E proprio in quanto l’analogia assume funzione chiave, la strutturazione del corso di studi deve essere cronologica e rigidamente tale, senza concessione alcuna né alla comparazione, né ad un taglio concettuale, che viene al massimo ammesso in funzione servente allo schema cronologico. (…)
 
In questo quadro non è affatto valorizzata la dimensione causale ed esplicativa, in omaggio alla prescrizione dello studiare la storia “per come è andata”, affastellando date e nomi senza nessuna particolare enfasi sui processi. Ed, ovviamente, questo rende inutile un approccio interdisciplinare, in particolare alla dimensione sociale.
 
La dominante resta quella politico-militare, dove per politico si intende l’assetto puramente statale (o della formazione o trasformazione degli stati, come per la Rivoluzione Americana, Francese, Risorgimento ecc.), accompagnata da una dimensione ideologica (…) e ad un sommario elenco di fatti militari, mai spiegati, se non con categorie indeterminate come il “genio” militare di questo o quel condottiero, ed il valore sul campo di battaglia degli uomini, mossi dall’adesione ad una qualche causa.
 
Quanto all’abito di osservazione esso non può che essere la storia europea, e la stessa scansione delle epoche - antica, medievale, moderna e contemporanea – (…) riproduce le tappe dell’ascesa dell’Europa nel Mondo, come affermazione del Progresso e della naturale superiorità dell’homo europeus. Donde deriva anche la dimensione precettiva dell’insegnamento della storia, che indica quali valori custodire.
 
Questo è lo schema di base che ancora regge l’insegnamento, salvo occasionali innesti, negli ultimi trenta anni, di storia sociale e culturale (storia di genere, dei giovani, dei consumi, del sindacato…) innesti peraltro del tutto inutili perché, per ragioni di tempo nessuno riesce a toccare quei capitoli. (…)
 
L’unico risultato è stato quello di aumentare il peso (ed il costo) del manuale, che resta ancora oggi l’oggetto di culto di tanto docenti, ed il modo infallibile per fare odiare la materia agli studenti, ai quali si chiede sostanzialmente di ingurgitare e digerire quello che c’è scritto in quelle pagine. Più il resoconto delle studente interrogato sarà fedele alle pagine del manuale e più il voto sarà alto. (…) 

Tutto sommato, lo schema gentiliano, pur nel suo furioso classismo e nazionalismo, ha funzionato a suo modo, riuscendo a fondare un sapere storico condiviso, base delle letture di età adulta, funzionale a stabilizzare il senso di identità nazionale, utile a selezionare una classe dirigente formata sull’asse letterario-filosofico. Cosa criticabile quanto si vuole ma che ha avuto una sua coerenza e che ha raggiunto i suoi scopi. Ma, nell’anno di grazia 2016 ci serve ancora questa storia ? A me sembra che ci serva come un manuale di astrologia in una base spaziale. >>
 

<< Dopo la “pars destruens”, veniamo alla “pars costruens”: che fare di fronte alla decadenza degli studi storici ed al disamore crescente dei ragazzi nei suoi confronti?
 
Primissima cosa: basta con la noia ed il nozionismo. I ragazzi non sono otri da riempire di nozioni, ma cervelli che devono essere chiamati ad un ruolo attivo nella formazione della conoscenza storica. E questo lo si ottiene in primo luogo non dandogli la pappa pronta del manuale e rimandando ‘sine die’ il loro ruolo attivo, ma sollecitando il loro intervento costantemente ed, in secondo luogo, privilegiando un approccio concettuale, rispetto ad uno meramente nozionistico-cronologico.
 
Qui però dobbiamo capirci. (…) Lo studente deve essere [sempre] in grado di collocare un personaggio o un avvenimento nelle sue coordinate spazio temporali. Per fare questo potrebbe essere utile il ricorso a tavole sinottiche e magari tavole a “sviluppo progressivo”: una base iniziale generalissima per grandi epoche, poi altre più analitiche su periodi più ristretti, poi altre ancora più di dettaglio.
 
La cronologia è importante, ma va ridotta all’osso e poi sviluppata man mano che cresce l’interesse per un determinato periodo o paese: ormai con l’ipertesto si fanno cose prima impensabili e nel 2016 non dobbiamo necessariamente lavorare solo sul cartaceo, vi pare? Quindi va bene la cornice cronologica, ma senza inzeppare lo studente di nozioni che poi, scommetteteci, dimenticherà. (…)
 
Il manuale [da parte sua] è andato via via “ingrassando” perché, mentre venivano lasciate tutte le nozioni precedenti, se ne aggiungevano di nuove. (…) Solo che è perfettamente inutile aggiungere capitoli su capitoli, tanto l’orario di lezione è sempre quello e le altre materie da studiare sono sempre le stesse.
 
Allora, non è preferibile, data una cornice generale, insegnare ai ragazzi come scoprire quando c’è stata la lega di Cambrai, quando la guerra dei trenta anni, come è andata la rivoluzione russa e la guerra del Vietnam, ecc. ? Ma, soprattutto, saperle collocare concettualmente in un contesto coerente ?
 
Quindi, in primo luogo l’insegnamento deve avere un carattere metodologico e spiegare a che serve sapere certe cose (…) Questo significa insegnare ai ragazzi a formulare il quesito storico cui si intende rispondere. La ricerca del sapere è sempre la risposta ad una domanda, in mancanza della quale si fa solo dell’imparaticcio inutile o utile, forse, a “far bella figura in società”.
 
Dunque va preferito un approccio prevalentemente concettuale sia con schede per argomento (feudalesimo; sistema sociale proto-capitalistico; protestantesimo; simbolismo ecc.) sia curando “percorsi” tematici (storia dello Stato; storia delle città o della tecnologia ecc.) sia schede per paese via via espandibili, sempre con la tecnica dell’iper-testo. Il ragazzo che si chiede quali siano le ragioni storico-culturali del perché l’auto europea è diversa da quella americana e quali conseguenze ha questa differenza storica, deve essere messo in grado di rispondere a questa domanda e, quindi saper ricercare le fonti, saperle criticare e confrontare e ricavarne una conclusione ragionevolmente fondata.
 
E se poi ignora tutto sulla Lega di Smalcalda? E chi se ne frega?! Quando avrà ragione di occuparsene, andrà a vedere di che si tratta seguendo lo stesso metodo usato per la storia dell’auto. L’importante è che questo avvenga all’interno di una visione unitaria della storia (…): la storia è sempre spiegazione del presente, dunque un approccio più esplicativo che narrativo.
 
E le fonti ? Viviamo in un’epoca di sovrabbondanza di fonti (libri, riviste, televisione, cinema, web, per non dire archivi, musei eccetera), bisogna insegnare ai ragazzi a saper valutare le fonti e la loro funzione (…), pesarne l’autorevolezza, scomporle, verificarne autenticità e veridicità attraverso la verifica incrociata di esse ecc. (…) Certo che nel web viaggiano fior di schifezze, lo sappiamo. Ma, perché, libri e riviste sono solo oracoli di pura scienza ?
 
Il problema è saper valutare l’autorevolezza della fonte, soppesarne la struttura metodologica, la ricchezza documentale, la logicità delle affermazioni. E se lo studente è stato opportunamente addestrato, state tranquilli che riconoscerà le frescacce, che si tratti di web o di carta stampata. Dunque, insegnare come lavora uno storico deve essere uno degli assi portanti dell’intera impostazione formativa. (…)
 
Dove il paradigma tradizionale aveva un carattere nozionistico-passivizzante, narrativo, ossessivamente cronologico, ecc. (…), le esigenze del tempo presente chiedono un approccio attivistico, anti nozionistico e concettuale, esplicativo, transdisciplinare, comparativo, processuale, mondiale, non esclusivamente politico-militare e lontano da ogni pretesa moraleggiante.  Lo scopo della storia non è il giudizio morale, tanto caro a Croce, ma la spiegazione rigorosamente a-valutativa dei fenomeni storici. Poi il giudizio morale può esserci, se proprio se ne ha l’esigenza, ma è un aspetto successivo ed esterno alla ricostruzione storica. Non è il catechismo quello che dobbiamo scrivere. > >
 
ALDO GIANNULI

mercoledì 24 agosto 2016

Perle Manzoniane

Quelle che seguono sono alcune “perle di saggezza” colte qua e là tra le pagine dei Promessi Sposi. Il buon Manzoni aveva i suoi difetti, ma sapeva scrivere e su questo non ci sono dubbi. Lumen


LA GIUSTIZIA

<< Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non avrebber mai osato metter piede; chi, senz’altre precauzioni, portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e l’interesse d’una famiglia potente, di tutto un ceto, [costui] era libero nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle gride.
Di quegli stessi ch’eran deputati a farle eseguire, alcuni appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le massime, e si sarebbero ben guardati dall’offenderle, per amor d’un pezzo di carta attaccato sulle cantonate.
Gli uomini poi incaricati dell’esecuzione immediata, quando fossero stati intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla fine, inferiori com’eran di numero a quelli che si trattava di sottomettere, e con una gran probabilità d’essere abbandonati da chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di operare.
Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de’ più abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l’incarico loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il loro titolo un improperio.
Era quindi ben naturale che costoro, in vece d’arrischiare, anzi di gettar la vita in un’impresa disperata, vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza che pure avevano, in quelle occasioni dove non c’era pericolo; nell’opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa. >>


LA SERVA

<< Era Perpetua, come ognun se n’avvede, la serva di don Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolìo e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche. >>


LO SGUARDO

<< Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni.
Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s’alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà.
La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un’astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d’espressione.
Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso. >>


L’AMICIZIA

<< Una delle più gran consolazioni di questa vita è l'amicizia; e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un segreto.
Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno, generalmente parlando, ne ha più d'uno: il che forma una catena, di cui nessuno potrebbe trovar la fine.
Quando dunque un amico si procura quella consolazione di deporre un segreto nel seno d'un altro, dà a costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione anche lui.
Lo prega, è vero, di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi la prendesse nel senso rigoroso delle parole, troncherebbe immediatamente il corso delle consolazioni.
Ma la pratica generale ha voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto, se non a chi sia un amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione.
Così, d'amico fidato in amico fidato, il segreto gira e gira per quell'immensa catena, tanto che arriva all'orecchio di colui o di coloro a cui il primo che ha parlato intendeva appunto di non lasciarlo arrivar mai.
Avrebbe però ordinariamente a stare un gran pezzo in cammino, se ognuno non avesse che due amici: quello che gli dice, e quello a cui ridice la cosa da tacersi.
Ma ci son degli uomini privilegiati che li contano a centinaia; e quando il segreto è venuto a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì molteplici, che non è più possibile di seguirne la traccia. > >


LA PENURIA

<< Gl’incettatori di grano, reali o immaginari, i possessori di terre (…), i fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco o assai, o che avessero il nome d’averne, a questi si dava la colpa della penuria e del rincaro [del grano], questi erano il bersaglio del lamento universale, l’abbominio della moltitudine male e ben vestita.
Si diceva di sicuro dov’erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s’indicava il numero de’ sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell’immensa quantità di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi; ne’ quali probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là venivano a Milano.
S’imploravan da’ magistrati que’ provvedimenti, che alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto, murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l’abbondanza.
I magistrati qualche cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo d’alcune derrate, d’intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri editti di quel genere.
Siccome però tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, nè di far venire derrate fuor di stagione; e siccome questi in ispecie non avevan certamente quella d’attirarne da dove ce ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava e cresceva. >> 



IL CAGNACCIO

 << Don Abbondio, a quelle dimostrazioni [del Cardinale verso l’Innominato], stava come un ragazzo pauroso, che veda uno accarezzar con sicurezza un suo cagnaccio grosso, rabbuffato, con gli occhi rossi, con un nomaccio famoso per morsi e per ispaventi, e senta dire al padrone che il suo cane è un buon bestione, quieto, quieto: guarda il padrone, e non contraddice nè approva; guarda il cane, e non ardisce accostarglisi, per timore che il buon bestione non gli mostri i denti, fosse anche per fargli le feste; non ardisce allontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: oh se fossi a casa mia ! >>


I TITOLI

<< Il papa, che Dio lo conservi anche lui, ha prescritto, fin dal mese di giugno, che ai cardinali si dia questo titolo [di ‘eminenza’].
E sapete perchè sarà venuto a questa risoluzione? Perchè l’’illustrissimo’, ch’era riservato a loro e a certi principi, ora, vedete anche voi altri, cos’è diventato, a quanti si dà: e come se lo succiano volentieri !
E cosa doveva fare, il papa? Levarlo a tutti? Lamenti, ricorsi, dispiaceri, guai; e per di più, continuar come prima. Dunque ha trovato un bonissimo ripiego.
A poco a poco poi, si comincerà a dar dell’eminenza ai vescovi; poi lo vorranno gli abati, poi i proposti: perchè gli uomini son fatti così; sempre voglion salire, sempre salire; poi i canonici… (…)
Piuttosto, non mi maraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono avvezzi a sentirsi dar dell’illustrissimo, a esser trattati come i cardinali, un giorno volessero dell’eminenza anche loro.
E se la vogliono, vedete, troveranno chi gliene darà. E allora, il papa che ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali. >>

ALESSANDRO MANZONI

mercoledì 17 agosto 2016

Lavori in corso - 3

(Si conclude qui il lungo articolo di Maurizio Pallante sul rapporto tra decrescita e occupazione. Lumen)


(terza parte)

<< Tutto ciò non ha nulla a che fare con la cosiddetta “green economy”, di cui tanto si parla. È indispensabile precisarlo per evitare pericolosi fraintendimenti e prevedibili fallimenti.

La green economy, che ha la stessa matrice culturale del cosiddetto sviluppo sostenibile, è un tentativo di rilanciare la crescita economica potenziando alcuni settori produttivi con minor impatto ambientale: sostanzialmente le energie alternative in sostituzione delle fonti fossili. È un tentativo di cambiare qualcosa affinché non cambi niente. Non tiene in considerazione il fatto che la fase storica dell’industrializzazione fondata sulla crescita economica si sta chiudendo ed è necessario aprirne un’altra se si vuole evitare che la chiusura avvenga con un crollo che seppellirebbe l’umanità sotto le sue macerie.

La green economy e la necessità di sostituire le fonti fossili con le fonti rinnovabili è stata propugnata con forza dall’attuale presidente degli Stati Uniti, che ha trovato in Italia epigoni entusiasti in alcune associazioni ambientaliste. In realtà la politica energetica che è scaturita dai suoi buoni propositi ha riproposto le trivellazioni petrolifere in Alaska, non ha contrastato le trivellazioni petrolifere nelle profondità sottomarine, ha rilanciato il nucleare, l’incenerimento dei rifiuti, il confinamento non si sa dove della CO2.

Nell’ottica della decrescita, la politica energetica deve in primo luogo puntare a ridurre i consumi attraverso una riduzione maniacale degli sprechi, delle inefficienze e degli usi impropri. La percentuale su cui si può lavorare è il 70 per cento degli attuali consumi, che, grosso modo si suddividono in tre grandi settori equivalenti: il riscaldamento degli ambienti, l’autotrasporto, la produzione di energia termoelettrica.

Per ottenere questo risultato c’è da lavorare per i prossimi decenni in attività che ripagano i loro costi d’investimento con la diminuzione dei costi di gestione. Solo in un quadro di riduzione drastica dei consumi-spreco diventa possibile e interessante la progressiva sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili, sia perché non ha senso produrre bene l’energia e continuare a consumarla male, sia perché le fonti rinnovabili non sono in grado di offrire lo stesso apporto quantitativo di energia e con la stessa continuità delle fonti fossili.

Sebbene nessuno a parole contesti questa impostazione, nei fatti tutte le aspettative e tutte le proposte sono incentrate sulla sostituzione delle fonti, nell’attesa messianica della fonte miracolosa, pulita e inesauribile, in grado di liberare l’umanità da ogni limitazione, mentre la riduzione dei consumi viene considerata con sufficienza, come un’attività di routine, priva del fascino dell’innovazione. Forse perché è in grado di realizzare una prospettiva concreta e interessante di decrescita, sovvertendo il paradigma culturale dominante ?

Ma c’è un altro elemento che incide pesantemente nel determinare il divario tra il gran parlare di fonti rinnovabili e l’assoluta insufficienza delle realizzazioni. Un elemento insito nella concezione della green economy come scelta strategica per far ripartire la crescita economica, come fattore di continuità e non di cambiamento rispetto a un sistema produttivo giunto al suo capolinea storico. Ciò che sfugge ai sostenitori della green economy è che la sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili implica una ristrutturazione complessiva del sistema energetico.

La maggior parte dell’energia non dovrà più essere prodotta in grandi centrali, ma in una miriade di piccoli impianti per autoconsumo collegati in rete per scambiare le eccedenze. Solo in questo modo si potranno risolvere i problemi legati alla discontinuità delle fonti rinnovabili, si potrà minimizzare il loro impatto ambientale, si potranno ridurre le perdite di trasmissione. Di conseguenza, la rete di distribuzione non potrà più essere strutturata su grandi dorsali con derivazioni ad albero, ma dovrà essere reimpostata come una rete di reti locali sul modello di internet. L’opera non è da poco, ma i problemi tecnici che pone non presentano difficoltà insormontabili.

Molto più difficili da risolvere sono i problemi politici, perché ciò che mette in discussione è il potere delle società multinazionali che gestiscono il mercato energetico. Le quali sono disponibili a investire e stanno investendo nelle fonti rinnovabili perché si rendono conto che è inevitabile, ma non possono accettare che l’autoproduzione riduca le loro quote di mercato. Non possono accettare che gli incentivi con cui i governi sostengono il settore vadano a una miriade di auto-produttori anziché a rimpinguare i loro bilanci.

Con l’alibi della riduzione dell’effetto serra e della creazione di occupazione nella green economy, i grandi impianti a fonti rinnovabili oltre a devastare il paesaggio e i terreni agricoli, implementano legalmente - con denaro prelevato dalle tasche dei contribuenti - gli utili delle grandi aziende energetiche. Con la copertura di tutti i partiti e di alcune associazioni sedicenti ambientaliste. E con la possibilità, sempre presente quando si sostengono con denaro pubblico attività in perdita, che una parte di quel denaro sia dirottata illegalmente in altre tasche, dove non dovrebbe arrivare, come alcune operazioni intercettate dalla magistratura lasciano supporre sia accaduto o stesse per accadere.

La scelta strategica di spostare l’asse della produzione energetica su piccoli impianti di autoproduzione con scambio delle eccedenze in una rete di reti locali sul modello di internet, si inserisce nella seconda scelta strategica di una politica economica finalizzata a creare occupazione nelle tecnologie che consentono di attenuare la crisi ambientale: l’inversione della tendenza alla globalizzazione e la rivalutazione delle economie locali. La tendenza alla globalizzazione è funzionale alla crescita della produzione di merci e ha caratterizzato il modo di produzione industriale sin dagli inizi, insieme agli altri due processi paralleli delle migrazioni e dell’urbanizzazione.

Va da sé che se si identifica la crescita col benessere e col progresso, si valutino positivamente questi tre fenomeni, perché sono indispensabili per estendere il numero dei produttori e dei consumatori di merci. Ma non può sfuggire la loro relazione causale con la crisi energetica, i mutamenti climatici, le gravi diseguaglianze tra popoli poveri e popoli ricchi, l’impatto ambientale e le degenerazioni del sistema agro-industriale, i peggioramenti delle condizioni contrattuali dei lavoratori dipendenti e la crescita della disoccupazione nei paesi industrializzati.

La prima reazione agli effetti devastanti della globalizzazione si è avuta nel settore agro-alimentare con la rivalutazione dei prodotti tipici locali, delle cultivar autoctone, della stagionalità, delle cucine tradizionali, delle filiere corte, dei mercati contadini. In questa inversione di tendenza, che ha assunto le connotazioni di un’alternativa globale ai prodotti insapori, avvelenati e destagionalizzati dell’agricoltura chimica, trasformati in cibi standardizzati dall’industria alimentare, trasportati a distanze anche intercontinentali e commercializzati dalla grande distribuzione organizzata, un ruolo decisivo è stato svolto da alcune associazioni di produttori e di acquirenti (…).

La rivalutazione dei modi di produzione tradizionali e la commercializzazione diretta tra produttori e acquirenti si sta estendendo al settore dell’abbigliamento con risultati sorprendenti. Aziende che lavoravano come conto-terziste per grandi marchi ed erano costrette dalla concorrenza internazionale a subire condizioni contrattuali che le obbligavano a ridurre il personale, delocalizzare in paesi con manodopera a costi inferiori, utilizzare materiali scadenti e tecniche di lavorazione inquinanti, sono riuscite a liberarsi dal giogo della globalizzazione vendendo direttamente le loro merci ai gruppi di acquisto solidale.

Poiché operano a dimensione locale, realizzano prodotti svincolati dalla necessità di adeguarsi alle variazioni imposte in continuazione dalla moda e saltano le intermediazioni commerciali, possono utilizzare materiali qualitativamente superiori e tecniche di lavorazione tradizionali meno inquinanti. Nonostante ciò riescono a vendere a prezzi molto inferiori a quelli delle grandi marche e al contempo più remunerativi per loro, per cui hanno rilocalizzato e assunto nuovi occupati a eque condizioni contrattuali.

Anche nell’esperienza di queste aziende la crescita dell’occupazione è stata consentita dal rifiuto della crescita della produttività e dal rifiuto della ricerca spasmodica di ridurre i costi di produzione per far fronte alla concorrenza internazionale, ma da scelte di carattere qualitativo che comportano la riduzione del consumo di “merci che non sono beni” (e, quindi, una decrescita guidata del PIL): capi d’abbigliamento confezionati per durare nel tempo, che con un apparente ossimoro si possono definire di moda durevole; produzione per mercati locali e riduzione del consumo di fonti fossili per il trasporto; uso di materiali e tecniche di lavorazione ecocompatibili; patto di fiducia reciproca tra produttori e acquirenti basato sulla trasparenza del prezzo; fidelizzazione della clientela mediante una commercializzazione finalizzata ad accrescere la conoscenza di come è fatto ciò che si compra; vendita diretta senza intermediazioni commerciali. (…)

Contro i cantori a voce spiegata della globalizzazione e dei suoi presunti vantaggi, conto i rauchi coristi dei presunti vantaggi di una globalizzazione ben guidata alternativa a quella attuale, in molte realtà territoriali si stanno riscoprendo i vantaggi reali delle economie autocentrate, fondate sull’uso di risorse locali e sulla loro commercializzazione in ambito locale in relazione ai prodotti fondamentali per la vita: il cibo, l’energia, la costruzione delle abitazioni. (…)

Una comunità locale che si nutra prevalentemente di cibi prodotti nel territorio, che utilizzi le fonti energetiche rinnovabili disponibili sul territorio (acqua, sole, vento), che usi i materiali da costruzione presenti nel territorio anche per abbattere i consumi energetici degli edifici, può attenuare gli impatti negativi derivanti da una diminuzione dell’offerta e da un aumento dei prezzi delle fonti fossili molto meglio di una comunità che ne dipenda totalmente. Come è stato detto felicemente, mutuando un concetto della fisica, acquista una maggiore resilienza.

Ma per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili in agricoltura, nell’energia e nelle costruzioni occorre potenziare il numero degli occupati in questi settori. Soprattutto in agricoltura, dove è fondamentale invertire la tendenza degli ultimi decenni a ridurre il numero degli addetti, sostituendo il lavoro umano con l’uso di una chimica devastante. Oltre a recuperare la sovranità alimentare e, quindi, a fornire una maggiore sicurezza alle popolazioni, lo sviluppo di un’agricoltura di prossimità e meno dipendente dalla chimica consente di creare occupazione in un’attività utile sia per il risanamento ambientale dei terreni agricoli, sia per la qualità del cibo.

La decrescita, intesa come riduzione della produzione e del consumo di “merci che non sono beni”, non soltanto è un’opzione decisiva per creare lavoro nei paesi industrializzati, ma è l’unica che consente di restituire al lavoro il suo senso di attività connotata qualitativamente, di fare bene per soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani senza consumare le risorse del pianeta in misura maggiore della loro capacità
di rigenerazione. La decrescita svela la follia insita nell’obbiettivo di creare occupazione come un valore in sé, omettendo di definire per fare che cosa. >>

MAURIZIO PALLANTE

sabato 13 agosto 2016

Lavori in corso - 2

(Continua l’interessante articolo di Maurizio Pallante sul rapporto tra decrescita e occupazione. Lumen)


(seconda parte)
 
<< Per far fronte alla recessione, i governi hanno adottato le tradizionali misure di politica economica a sostegno della domanda: riduzione della pressione fiscale; deroghe alle norme urbanistiche per incentivare la ripresa dell’attività edilizia; incentivi all’acquisto di beni durevoli: automobili, mobili, elettrodomestici; copertura dei debiti delle banche con denaro pubblico (700 miliardi di dollari negli Stati Uniti); grandiosi piani di opere pubbliche. L’ultimo, in ordine di tempo, approvato dal presidente Obama, ammonta a 50 miliardi di dollari per strade e ferrovie (…).

Queste misure non solo non sono state in grado di rilanciare il ciclo economico e ridurre la disoccupazione, ma hanno fatto crescere i debiti pubblici al limite dell’insolvenza. Per scongiurare questo pericolo i governi hanno bruscamente capovolto la politica economica, adottando drastiche misure di contenimento della spesa statale che tolgono ossigeno alla ripresa economica e alla prospettiva di ridurre la disoccupazione. Resta difficile capire come si sia potuto credere e far credere che incentivando la domanda di prodotti che hanno saturato da tempo il mercato si potesse far ripartire la crescita economica.

In Italia negli anni sessanta del secolo scorso le automobili circolanti erano 1.800.000. Nel 2008 sono state 35 milioni. Se nei decenni passati il settore aveva grandi possibilità di espansione, oggi non ne ha più. Ha riacquistato un po’ di slancio con gli incentivi alla rottamazione, ma appena sono finiti la domanda di nuove immatricolazioni è crollata quasi del 30 per cento da un mese all’altro. A livello mondiale l’eccesso della produzione automobilistica è circa un terzo del totale: 34 milioni di autovetture all’anno su 94 milioni.

La scelta di puntare sul rilancio della produzione automobilistica non solo si è dimostrata fallimentare dal punto di vista economico, ma è anche irresponsabile dal punto di vista energetico e ambientale perché l’autotrasporto (autovetture e camion) assorbe in Italia circa un terzo di tutte le importazioni di fonti fossili. Contribuisce per un terzo alle emissioni di CO2, che sono la causa principale dell’innalzamento della temperatura terrestre.

Occorre sfatare il luogo comune che l’edilizia sia ancora il volano della crescita. La produzione annua di cemento in Italia non è cresciuta costantemente: negli anni 1992-1996 ha avuto una significativa diminuzione del 20 per cento. L’economia non se ne è accorta, e questa è forse la cosa più curiosa, visto che tra il 1992 e il 1996 il PIL è cresciuto del 24,6 per cento. Viceversa, tra il 2002 e il 2006 la produzione di cemento è cresciuta del 15 per cento e il PIL solo del 13 per cento. Non sembra che il cemento faccia poi così bene alla crescita economica.

Negli anni sessanta del secolo scorso anche il settore dell’edilizia presentava grandi possibilità di espansione, sia perché era necessario completare l’opera della ricostruzione post-bellica, sia perché erano in corso movimenti migratori di carattere biblico dalle campagne alle città, dal sud al nord, dal nord-est al nord-ovest. Ora non è più così. Nel quindicennio intercorrente tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005 sono stati edificati 3 milioni di ettari di terreno: una superficie pari al Lazio e all’Abruzzo.

Contestualmente il numero degli edifici inutilizzati è cresciuto. A Roma ci sono 245.000 abitazioni vuote su 1.715.000. Una su sette. A Milano 80.000 appartamenti su 1.640.000 e 900.000 metri cubi di uffici: un volume equivalente a 30 grattacieli Pirelli. Situazioni analoghe si verificano in tutte le città di tutte le dimensioni. I terreni agricoli adiacenti alle aree urbane sono costellati di capannoni industriali in cui non si è mai svolta la minima attività produttiva.

Anche la scelta di puntare sull’edilizia come volano della ripresa economica si è rivelato un errore strategico e contemporaneamente una dimostrazione di irresponsabilità ambientale perché i consumi energetici degli edifici sono superiori a quelli delle automobili. Assorbono altrettanta energia, un terzo del totale, ma solo in cinque mesi per il riscaldamento invernale.

Non ci vuole una grande competenza in materia economica, basta un minimo di razionalità per capire che per affrontare con probabilità di successo sia gli aspetti economico-occupazionali, sia gli aspetti ambientali-climatici della crisi in corso bisogna fare esattamente il contrario di quanto si è tentato di fare sino ad ora. Occorre indirizzare il sistema economico-produttivo a sviluppare i settori che presentano ampi spazi di mercato e, a parità di produzione, riducono l’inquinamento e il consumo di risorse, in particolare quelle energetiche.

Poiché nei decenni passati, in conseguenza della sovrabbondanza di fonti fossili a prezzi irrisori l’unico obbiettivo che si è perseguito è stato la crescita della produzione di merci senza nessuna preoccupazione per le conseguenze ambientali, i settori che oggi presentano i più ampi spazi di mercato sono quelli che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse consentendo di diminuire l’inquinamento, le emissioni di CO2 e i rifiuti.

Ma se cresce l’efficienza nell’uso delle risorse, diminuisce automaticamente il loro consumo e quindi, una volta che siano stati ammortizzati i costi d’investimento con i risparmi sui costi di gestione, il prodotto interno lordo diminuisce. La decrescita guidata della produzione e del consumo di “merci che non sono beni”, ha le potenzialità per superare sia gli aspetti economici e occupazionali, sia gli aspetti energetici e climatici della crisi facendo fare un salto di qualità alla storia umana.

Con due vantaggi ulteriori. Le tecnologie con le caratteristiche indicate, che a rigor di logica si possono definire tecnologie della decrescita, pagano i propri investimenti da sé, col denaro che consentono di risparmiare sui costi di gestione. E, inoltre, ridanno un senso al lavoro perché non lo indirizzano, come fanno le tecnologie della crescita, a produrre quantità sempre maggiori di merci da buttare sempre più in fretta per produrne altre, senza preoccuparsi della loro utilità e/o dei danni che creano, ma a produrre con un sempre minore impatto ambientale merci con una utilità specifica. A produrre merci che siano beni per chi le utilizza e non siano un male per la terra.

In ultima analisi l’obbiettivo delle tecnologie della decrescita è sostituire in misura sempre maggiore l’hardware delle materie prime col software dell’intelligenza umana guidata dall’etica e dal rispetto della vita in tutte le forme in cui si manifesta.

Riducendo il consumo di merci che non sono beni, il denaro che si risparmia deve essere necessariamente utilizzato per pagare gli investimenti, e i salari, gli stipendi, le parcelle, i guadagni di chi produce, commercializza, installa, gestisce e fa la manutenzione delle tecnologie che riducono il consumo di merci che non sono beni. Le tecnologie della decrescita sono in grado di ri-avviare un circolo virtuoso dell’economia, non solo nella logica interna dei cicli economici - più produzione, più occupazione, più domanda, più produzione - ma anche per le conseguenze positive sugli ambienti e sulla vita degli esseri umani.

È una pericolosa illusione ipotizzare che si possa uscire dalla recessione riprendendo a fare quello che si è sempre fatto. Occorre aprire una fase nuova, esplorare una nuova frontiera. Non ci si può limitare a misure di politica economica e finanziaria finalizzate ad accrescere la domanda di merci in una logica esclusivamente quantitativa. Occorre adottare criteri di valutazione qualitativa.

Non ci si può limitare ad abbassare il costo del denaro per rilanciare investimenti e consumi. Occorre decidere quali produzioni si ritiene utile incentivare e quali si ritiene opportuno ridurre. Non ci si può limitare a spendere grandi somme di denaro pubblico - che tra l’altro non ci sono - per finanziare grandi opere, di cui si conosce a priori l’inutilità, solo perché si ritiene che possano fare da volano alla ripresa economica, ma occorre finanziarie opere pubbliche che consentono di migliorare la qualità ambientale e la vita degli esseri umani.

Non i treni ad alta velocità, che hanno un impatto ambientale devastante, aumentano i consumi energetici e non risolvono il problema degli spostamenti quotidiani sui tragitti “casa – lavoro”, ma una rete efficiente di treni locali per ridurre l’inquinamento ambientale e lo stress da traffico automobilistico che assorbe anni di vita e mina la salute di milioni di pendolari.

Non festeggiamenti e manifestazioni per attirare l’arrivo di un numero di consumatori più ampio di quelli che vivono nei luoghi in cui si organizzano, perché sono fuochi di paglia che lasciano pesanti eredità di edifici destinati a degradarsi progressivamente e assorbire quote crescenti dei bilanci pubblici per le spese di gestione e manutenzione. Non lo stadio del curling come si è fatto nelle Olimpiadi invernali di Torino, ma ospedali efficienti e scuole che non crollino in testa agli studenti.

Non piani regolatori espansivi che autorizzano a cementificare progressivamente i terreni agricoli, ma un programma di ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio esistente per ridurne i consumi da 200 chilowattora al metro quadrato all’anno al valore massimo di 70 vigente nella Provincia di Bolzano. Non l’incredibile miopia di puntare sulla produzione automobilistica, ma la parziale riconversione dell’industria automobilistica alla produzione di micro-cogeneratori e tri-generatori per dimezzare i consumi di fonti fossili ricavando il riscaldamento e il raffrescamento come sottoprodotti della produzione decentrata di energia elettrica, a partire dagli ospedali e dalle strutture con consumi continuativi di elettricità e calore nel corso dell’anno.

Lo sviluppo delle tecnologie della decrescita è la strada maestra per uscire dalla recessione e accrescere l’occupazione, non come un obbiettivo in sé, ma come conseguenza di lavori che hanno un senso perché consentono di migliorare la qualità della vita riducendo l’impronta ecologica, il consumo di risorse, l’impatto ambientale e la produzione di rifiuti delle attività con cui gli esseri umani ricavano dalla natura le risorse da trasformare in beni e in merci che sono beni.

Se le tecnologie finalizzate ad aumentare la produttività finalizzano il fare umano a fare sempre di più, le tecnologie della decrescita connotano il fare umano come un fare bene e lo finalizzano alla possibilità di contemplare ciò che si è fatto. >>

MAURIZIO PALLANTE

(continua)

mercoledì 10 agosto 2016

Lavori in corso - 1

« Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all'infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista (Kenneth Boulding). »
Su questa ironica, ma ineccepibile, considerazione si basa la “filosofia” del “Movimento per la Decrescita Felice”, l’associazione fondata e guidata da Maurizio Pallante, economista alternativo ed esperto di risparmio energetico.
Nel lungo articolo che segue (scritto nel 2010), Maurizio Pallante ci parla dello strano rapporto che intercorre tra decrescita e occupazione: perché se è vero che - in linea di massima, ma non sempre - più crescita vuol dire più occupazione, non è necessariamente vero il contrario. LUMEN


(prima parte)

<< Una delle obbiezioni che più di frequente viene avanzata alla decrescita è che provocherebbe una diminuzione dell’occupazione. A maggior ragione in questo periodo in cui le economie dei paesi industrializzati stanno attraversando una crisi da cui non sanno come uscire.

Questa obbiezione non regge alla prova dei fatti, mentre invece può essere vero il contrario, che cioè la decrescita, se correttamente intesa e guidata, consenta, probabilmente è l’unico modo per consentire, un aumento dell’occupazione e un superamento della crisi con l’apertura non solo di un nuovo ciclo economico, ma di una fase storica più avanzata di quella che abbiamo vissuto dalla fine della seconda guerra mondiale.

Prima di entrare nel merito è utile chiarire che cos’è la decrescita perché molti associano a questa parola un’idea negativa di regresso, diminuzione del benessere, ristrettezze economiche. Questa interpretazione si fonda sulla convinzione che l’indicatore della crescita, il prodotto interno lordo (PIL), misuri la quantità dei beni che vengono prodotti e dei servizi che vengono forniti da un sistema economico e produttivo nel corso di un anno.

Se così fosse, l’incremento del prodotto interno lordo misurerebbe l’aumento del benessere, la decrescita la sua diminuzione. In realtà il prodotto interno lordo è un indicatore monetario e, come tale, può misurare solo il valore economico degli oggetti e dei servizi che vengono scambiati con denaro. Ovvero, delle merci. Ma non tutte le merci, non tutti gli oggetti e i servizi che si scambiano con denaro, sono “beni”: rispondono cioè a un bisogno e fanno aumentare il benessere.

Per sgombrare il campo da trite e ritrite considerazioni psicologiche sulla potenziale illimitatezza della propensione al consumo, i bisogni a cui si fa riferimento non sono soggettivi, ma oggettivi.

Un edificio mal costruito, che consuma 20 metri cubi di gas al metro quadrato all’anno per il riscaldamento, fa crescere il prodotto interno lordo più di un edificio ben costruito che ne consuma 5, ma 15 metri cubi su 20, i tre quarti del gas utilizzato, sono una merce (che, tra l’altro, si paga sempre più cara), non sono però un bene, perché non servono a scaldare l’edificio. Non rispondono a nessun bisogno, non hanno nessuna utilità, provocano anzi un danno perché contribuiscono ad aggravare inutilmente l’effetto serra.

La decrescita non è una diminuzione del prodotto interno lordo tout court, ma una riduzione guidata della produzione e del consumo di merci che non sono beni, ossia degli sprechi. Per ridurre la produzione di “merci che non sono beni” occorrono tecnologie più avanzate di quelle attualmente in uso.

Da ciò deriva la necessità di creare occupazione in attività professionalmente più evolute e oggettivamente utili, perché non solo riducono il consumo di risorse che stanno diventando sempre più rare - si pensi in particolare alle fonti fossili - ma anche gli effetti negativi sugli ambienti che inevitabilmente ne derivano, sia in fase di prelievo, sia in fase di utilizzazione.

Di conseguenza, la decrescita non ha niente a che vedere con la recessione. Tra la decrescita e la recessione c’è un rapporto analogo a quello tra chi mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta per stare meglio e chi è costretto a farlo perché non ha abbastanza da mangiare.

Queste precisazioni consentono di argomentare tre tesi che apparentemente sembrano paradossali, ma in realtà forniscono gli strumenti per impostare una politica economica e industriale in grado di creare occupazione e riavviare il ciclo economico.

La prima è che la crescita da almeno trent’anni non crea occupazione. La seconda è che le politiche economiche tradizionali, finalizzate a superare la crisi e a rilanciare la crescita sostenendo la domanda attraverso la spesa pubblica e la riduzione delle tasse, stanno dimostrando di non essere più in grado di farlo.

La terza è che la decrescita guidata della produzione di “merci che non sono beni” è l’unico modo di creare occupazione in questa fase nei paesi industrializzati. Che cioè il superamento della crisi economica si può realizzare solo sviluppando le tecnologie che consentono di attenuare la crisi ambientale aumentando l’efficienza con cui si usano le risorse, riducendone il consumo e, di conseguenza, gli impatti ambientali che generano.

L’affermazione che la crescita economica sia indispensabile per far crescere l’occupazione viene ripetuta come un mantra benché, a differenza del mantra, non abbia lo scopo di liberare la mente dalla realtà illusoria, ma di avvilupparla in una illusione irreale, priva di riscontri empirici e di fondamenti teorici.

Dal 1960 al 1998 in Italia il prodotto interno lordo a prezzi costanti si è più che triplicato, passando da 423.828 a 1.416.055 miliardi di lire (…); la popolazione è cresciuta da 48.967.000 a 57.040.000 abitanti, con un incremento del 16,5 per cento, ma il numero degli occupati è rimasto costantemente intorno ai 20 milioni (erano 20.330.000 nel 1960 e 20.435.000 nel 1998).

Una crescita così rilevante non solo non ha fatto crescere l’occupazione in valori assoluti, ma l’ha fatta diminuire in percentuale, dal 41,5 al 35,8 per cento della popolazione. Si è limitata a ridistribuirla tra i tre settori produttivi, spostandola dapprima dall’agricoltura all’industria e ai servizi, poi, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, anche dall’industria ai servizi.

Se dalla constatazione dei dati si passa alla ricerca delle cause, non è difficile capire che in un sistema economico fondato sulla crescita della produzione di merci indipendentemente da valutazioni qualitative della loro utilità, il mercato impone che le aziende accrescano la loro competitività (secondo mantra rovesciato) investendo in tecnologie “labour saving” per aumentare la produttività (terzo mantra della serie), che tradotto in chiaro significa: produrre sempre di più con sempre meno addetti.

Cosa che a livello aziendale può risultare vantaggiosa, ma a livello macroeconomico comporta simultaneamente una diminuzione della domanda e una crescita dell’offerta. Un problema non di poco conto che - se non ci si nasconde dietro il risibile alibi di imputare un carattere prevalentemente finanziario alla crisi o alle cause che l’hanno generata - è la causa reale della crisi economica, produttiva e occupazionale che stiamo vivendo.

La sua gravità è accentuata dal fatto che s’intreccia con una crisi energetica e ambientale altrettanto grave e molto vicina al punto di non ritorno, ammesso che non sia già stato superato. Da studi recentissimi (2010) del Pentagono e del Ministero della difesa tedesco risulta che il picco di Hubbert della produzione petrolifera sia stato raggiunto.

Secondo le valutazioni dell’IPCC, se si riuscirà a ridurre le emissioni di CO2 del 20 per cento entro il 2020, cosa tecnicamente possibile se ci fosse la dovuta sensibilità da parte della politica e dell’opinione pubblica (ma non c’è), in questo secolo la temperatura media della terra aumenterà di 2 °C, il triplo del secolo scorso. Se, come è più probabile, non si riuscirà, la temperatura media della terra aumenterà più di 2 °C e si autoalimenterà progressivamente, sfuggendo a ogni possibilità di controllo umano. >>

MAURIZIO PALLANTE

(continua)

mercoledì 3 agosto 2016

Varie ed eventuali – XXV

RAGIONARE PER APPARTENENZA
Una delle cose più sciocche, ed anche più pericolose, che possa fare un essere umano è ragionare per appartenenza.
Dice Alberto Bagnai: “Sono stato educato (…) a ritenermi migliore perché ero nato dalla parte giusta. Poi ho capito che il mondo è talmente ingiusto che una parte giusta non c'è, e ho cominciato a spogliarmi dalla logica dell'appartenenza. >>
Questo non vuol dire che, nei casi di emergenza, non si debba seguire il proprio gruppo, secondo il noto principio americano “right or wrong, my country”.
Ma un conto è collaborare in caso di necessità, e un conto è credere davvero che il proprio gruppo abbia sempre ragione.
Altrimenti si cade nella fede cieca, che non è mai una buona guida.
LUMEN


PROCESSO PENALE
Nel diritto penale occidentale le prove debbono essere raccolte in modo rigorosamente legale, ed è sufficiente un piccolo vizio di forma per escluderle dal processo, anche se, per ipotesi, risultassero fondamentali per accertare i fatti.
Questo principio ha una sua logica giuridica, ma a me pare assolutamente inaccettabile.
Perché se è giusto che nelle cause civili possa dominare il formalismo, nel campo penale no: qui lo scopo del processo non è dare ragione ad una parte contro l’altra, ma ristabilire l’ordine sociale violato e quindi occorre fare tutto il possibile per accertare la verità.
Ne consegue che tutte le prove disponibili, comunque raccolte, dovrebbero essere utilizzabili in un processo, con due sole piccole avvertenze:
1-l’organo giudicante deve essere informato dell’origine della prova.
2-chi ha raccolto la prova in modo illegale deve essere condannato in proprio, per la violazione commessa.
Ma nessuna prova, se risulta davvero utile alla ricerca della verità, dovrà mai essere annullata.
LUMEN


ISRAELE E PETROLIO
Una delle cose più paradossali dello scontro storico ed irriducibile tra israeliani ed arabi è questa: che i "maltrattati" (gli arabi) sono quelli teoricamente più ricchi, perchè hanno il petrolio, mentre i "prepotenti" (gli israeliani) sono quelli teoricamente più poveri perchè il petrolio non ce l'hanno (hanno solo della terra da coltivare).
Curioso no ?
LUMEN


GRANDI CONCERTISTI
Si narra che il grande violinista XXX, mentre si apprestava ad accompagnare al pianoforte il saggio di un suo allievo, si accorse all’improvviso che il suo volta-pagina non era presente in sala.
Se ne lamentò ad alta voce e venne udito dal grande pianista YYY, che si trovava tra gli spettatori, il quale, essendo suo grande amico, si offrì di fare lui il volta-pagina.
Il violinista XXX, sorpreso ed imbarazzato, tentò di dissuadere l’amico, poi, vista l’emergenza, decise di accettare e così il saggio potè avere luogo regolarmente.
Il giorno dopo, un critico musicale se ne uscì con la seguente folgorante recensione: << Ieri sera, abbiamo assistito ad un concerto assolutamente singolare, che ricorderemo a lungo: colui che voltava le pagine avrebbe dovuto suonare il pianoforte; colui che suonava il pianoforte avrebbe dovuto suonare il violino; e colui che suonava il violino avrebbe dovuto voltare le pagine >>.
Non so se l’aneddoto è vero, e non so chi possano essere i signori XXX e YYY. Però è davvero divertente.
LUMEN


ANIMALI E ANIMALISTI
<< La Natura è meravigliosa, ma non è “buona”. È potente e feroce. (…) Se non avete mai visto un pollaio dopo l’irruzione della faina, voi non sapete che cos’è una carneficina. (…).
Non è affatto vero che “i predatori uccidono solo quello che devono mangiare”. I predatori possono uccidere per fare scuola ai cuccioli, o perché l’odore del sangue li eccita, o per altre spigolature della loro complicata etologia. (…)
Ho la fortuna di vivere nella natura da quasi tutta la vita. Posso assicurare che gli animali non sono animalisti. Mi dispiace aggiungere che – in certi casi - molti animalisti non conoscono gli animali. >>
MICHELE SERRA


PETROLIO U.S.A.
<< Il collasso della produzione di petrolio e gas di scisto statunitense sono i due chiodi sulla bara dell'impero USA. Perché?
Perché gli Stati Uniti dovranno affidarsi ad importazioni di petrolio e gas sempre maggiori in futuro man mano che la forza e la fiducia nel dollaro si indeboliscono.
Prevedo un momento in cui i paesi esportatori di petrolio non accetteranno più il dollaro o i Buoni del Tesoro statunitensi in cambio del petrolio. Il che significa dover scambiare qualcosa di valore reale, anziché promesse di carta. (…)
L'impero Usa è un'economia di espansione suburbana che ha bisogno di molto petrolio per mantenere treni, camion e macchine in movimento. Un collasso della produzione di petrolio significa anche un collasso dell'attività economica. >>
STEVEN ROCCO