sabato 25 febbraio 2012

Sì, viaggiare !

Un post di Agobit sul turismo di massa che rischia di distruggere il pianeta – dal blog  “Un Pianeta non basta”


<< Riferisce Giampaolo Pansa nel suo ultimo libro "Poco o niente" che i suoi genitori fecero un unico viaggio in tutta la loro vita: quello di nozze a Riva del Garda, a 260 chilometri di distanza da Casale Monferrato, la loro città. Molti nostri nonni o bisnonni avevano fatto un unico viaggio in tutta la loro vita: quello al fronte nella Prima Guerra Mondiale.

La moda dei viaggi internazionali o intercontinentali di massa è esplosa negli ultimi decenni. Fino a cinquanta anni fa erano una rarità.
La retorica sull'arricchimento culturale determinato dai viaggi e dal contatto con le varie culture del mondo è gonfiata ad arte.
Come dice Mauro Corona, poeta e scrittore, il quadratino di terra che sta davanti a noi contiene tutto l'Universo, se uno sa vederlo; se uno è cretino, può visitare tutti i luoghi della terra, ma rimarrà cretino.

Martin Heidegger è stato uno dei più importanti filosofi del XX secolo. In vita sua fece solo un paio di viaggi (in Francia e Italia). Elaborò tutto il suo pensiero filosofico essendo rimasto sempre in una piccola cittadina tedesca.
Come del resto fece anche Kant. Solo sul finire della sua vita riuscì a realizzare un sogno: vedere la Grecia.

Un viaggio, quando è veramente sentito e fatto magari una sola volta, come rara, unica occasione nella vita, può assumere un valore immenso.
Fatto spesso, come svago da supermercato, non serve a niente, se non ad inquinare il pianeta. In alto si può vedere il traffico aereo mondiale nelle 24 ore.

E' un impressionante moltitudine di oggetti in movimento altamente inquinanti. Ognuno di quei puntini brucia in poche ore tonnellate di cherosene, producendo gas serra e particolato altamente inquinante per l'atmosfera, la biosfera e il clima del pianeta Terra.
Sono emissioni direttamente riversate nella parte alta della troposfera e quindi particolarmente devastanti.

Senza parlare delle centinaia di migliaia di imbarcazioni cariche di idrocarburi e sostanze chimiche tossiche che scorrazzano sui mari.
I milioni di motori dei veicoli a combustibile fossile delle auto, dei camion, dei pulman contribuiscono alle emissioni inquinanti dei trasporti in tutto il mondo.

Il turismo, soprattutto nei paesi ricchi, contribuisce in maniera determinante all'inquinamento generale, e tra pochi anni i cinesi e gli indiani aumenteranno moltissimo i viaggi per turismo.
L'atmosfera potrebbe non sopportarlo. Forse bisognerebbe tornare a dare valore al viaggio, affinché sia veramente utile e formativo.
Farne pochi, ed in maniera sentita, ritrovando quello che era il suo significato originario: la scoperta che ci riguarda e ci cambia. >>

AGOBIT

sabato 18 febbraio 2012

L'Italia travolta

Un Post di Agobit sul difficile futuro del nostro paese, stretto nella morsa tra incremento  demografico  e distruzione del territorio - dal blog “Un pianeta non basta”


<< Ciò che minaccia l’Italia non sono le alluvioni e nemmeno i terremoti, che ci sono sempre stati. Ciò che sta distruggendo in maniera definitiva il Bel Paese è la demografia. Dall’ultimo rapporto Istat (gennaio 2012) si apprende infatti che la popolazione dei residenti in Italia è arrivata a quasi 61 milioni (60 milioni 851 mila al primo gennaio). Ogni anno arrivano tra i 400 e i 500 mila stranieri a risiedere in Italia.

La curva della popolazione in Italia è tornata così a impennarsi dopo la relativa stasi degli anni (’80-’90).
Con questi tassi rischiamo di arrivare in pochi anni ai 70 milioni di abitanti. Questo accade in un paese che 100 anni fa aveva 30 milioni di abitanti: uno spaventoso boom demografico. Non stiamo parlando di un contenitore e un contenuto, come molti imbecilli fanno finta di credere. E’ noto il loro ritornello: c’è posto per tutti, ci sono tanti spazi ancora liberi, c’è bisogno di giovani ecc. ecc.

Aumento della densità demografica significa una serie certa di conseguenze:

  1. CONSUMO DI TERRITORIO VERDE E CEMENTIFICAZIONE
  2. NECESSITA’ ABITATIVE CON NUOVE COSTRUZIONI E INFRASTRUTTURE
  3. AUMENTO DI STRUTTURE VIARIE, MOBILITA’, CONSUMI
  4. NECESSITA’ DI INTENSIFICARE PRODUZIONI AGRICOLE CON USO DI PRODOTTI CHIMICI
  5. NECESSITA’ DI ASSICURARE POSTI DI LAVORO INDOTTI (NUOVI IMPIANTI, NUOVE ATTIVITA’, ALTRI PRODOTTI, ALTRI INQUINANTI…)
  6. ULTERIORI POLLUZIONI, RIFIUTI, DISCARICHE, USO SOSTANZE CHIMICHE, EMISSIONI GAS SERRA, CONSUMO DI ACQUE, SCARICHI TOSSICI ECC.
Del resto è quello che è avvenuto negli ultimi anni e che sta avvenendo ogni giorno sotto i nostri occhi. Lo fotografa un rapporto-dossier del Fai e del WWF sul consumo del suolo, intitolato “Terra Rubata”, presentato a Milano. Vi si delinea un’Italia erosa dalle lobby del cemento e del mattone che la fagocitano al ritmo di 75 ettari al giorno.
Tesori naturalistici, terreni agricoli che non saranno più restituiti all’ambiente e alla collettività. Si stima nel rapporto che nei prossimi 20 anni la superficie occupata dalle aree urbane crescerà di  circa 600mila ettari, pari a una conversione urbana di 75 ettari al giorno, come un quadrato di 6400 kmq.

Nel dossier si sostiene che, negli ultimi 50 anni, l’area urbana in Italia si sia moltiplicata di 3,5 volte ed è aumentata, dagli anni ‘50 ai primi anni del 2000, di quasi 600mila ettari. In particolare, in 50 anni persino quei Comuni che si sono svuotati con l’emigrazione sono cresciuti di oltre 800 mq. per ogni abitante perso.
I progetti delle grandi infrastrutture, invece, mettono a rischio 84 aree protette, 192 siti di interesse comunitario e 64 international bird area. «Il risultato: il 70% dei Comuni è interessato da frane che, tra il 1950 e il 2009, hanno provocato 6439 vittime».

Tutto questo non si può arrestare in presenza di un aumento costante annuale della popolazione italiana al ritmo annuale di circa trecentomila-quattrocentomila abitanti. Le persone hanno bisogno di case, di infrastrutture, di lavoro. Le imprese non possono chiudere, ormai l’industria della cementificazione è una delle principali in Italia.

Di fronte a tutto ciò nessuno si preoccupa che nel nostro paese ogni giorno sparisce la campagna, gli alberi, l’acqua pulita, il cielo azzurro, gli animali, i paesaggi, le valli, le coste e i mari trasparenti. Certo, per qualcuno queste cose non valgono niente .
L’Italia è un paese disgraziato, pieno di prefiche che piangono sui pochi giovani, sulle poche nascite. Evidentemente sessantuno milioni di umani sono ancora pochi. Chiedono altra devastazione, la scomparsa del Bel Paese. >>

AGOBIT

sabato 11 febbraio 2012

Bio-illogico

Un post di Ugo Bardi sull'illusione, purtroppo errata, di risolvere i problemi energetici con i carburanti biologici - da Nuove Tecnologie Energetiche


<< Lo scorso anno ho partecipato a un dibattito pubblico sull’energia con un funzionario di alto livello del governo italiano, un “tecnocrate” se vi piace usare questo termine. Quando ho espresso dubbi forti sui biocarburanti come fonte di energia, la sua reazione è stata aggressiva. Mi ha attaccato personalmente, facendo capire che dovevo essere sul libro paga dell’industria petrolifera, dato che è ovvio che a loro non piacciono i biocarburanti. 

Poi ha aggiunto che questo fatto era provato dalle asserzioni contro i biocarburanti pronunciate dal ministero saudita del petrolio. Inoltre, ha sostenuto, parlare contro i biocarburanti è un modo di impedire ai poveri del Brasile di usufruire del benessere che la globalizzazione porterà loro non appena il mercato mondiale dei biocarburanti da etanolo sarà liberalizzato.

I dibattiti sono sempre un’esperienza formativa, e questo non ha fatto eccezione. Una delle cose che ho imparato è che i tecnocrati non sono altro politici che non devono preoccuparsi troppo del proprio collegio elettorale. Come fanno di solito i politici, nei dibattiti il loro istinto li porta immediatamente all’attacco personale; è una strategia sviluppata alla perfezione da migliaia di anni di dibattiti politici. Il mio oppositore la ha applicata preoccuparsi troppo della contraddizione implicata nell’accusarmi di essere sul libro paga dell’industria petrolifera – pensate che io ho trascorso gli ultimi dieci anni predicando l’arrivo del picco del petrolio!
 
Un’altra cosa che ho imparato da questo dibattito è come, già oggi, l’industria dei biocarburanti è diventata così grande che è politicamente scorretto parlare in pubblico contro i biocarburanti. Se lo fai, bisogna che ti prepari a essere sotto attacco: questo è quello è successo a me. Se si vuole scampare da questo tipo di attacchi, bisogna essere molto preparati sull’argomento. In questo, si può trovare un grande aiuto leggendo il libro recente “The Biofuel Delusion” di Mario Giampietro e Kozo Mayumi. Se siete incerti sul perché i biocarburanti sono un vero disastro, questo testo ve lo spiegherà sulla base di un’analisi dettagliata, corredata con dati in abbondnaza.
 
È una sfortuna (davvero, è un scandalo) che questo libro sia così caro; quasi 70 dollari per una copia. Ma se siete coinvolti di un dibattito sull’energia, è un buon investimento.
I biocarburanti sono una questione complessa e Giampietro e Mayumi impiegano quasi 300 pagine per sviscerarla in tutti i suoi aspetti. Il punto principale della loro analisi è basato sui fondamenti della fisica: l’efficienza della fotosintesi è bassa, e per questo sono necessarie molto estese. Se noi pensassimo a un ammontare di biocarburanti comparabile ai bisogni attuali per il trasporto, il bisogno è semplicemente impensabile: non ci sarebbe più spazio per la produzione di cibo. Come affermato semplicemente dagli autori a pagina 128, “la piena sostituzione dell’energia di fossile con gli agro-biocarburanti è impossibile.”
 
Le immense zone che sono necessarie sono solamente uno dei problemi dei biocarburanti. Più in generale, l’agricoltura è una buona tecnologia per produrre cibo, ma è terribilmente costosa per le risorse che richiede. Ha bisogno di terra, acqua, fertilizzanti, insetticidi, lavoro meccanico, tutte risorse che di norma arrivano dai combustibili fossili. Prendendo tutto in considerazione, l’EROEI (Energia Ritornata su Energia Investita) del biocarburante è generalmente molto basso, a meno che l’energia utilizzata derivi da lavoro umano a basso costo, come è nel caso della canna da zucchero brasiliana.
 
Al di fuori del Brasile, il bisogno di un sussidio di energia che derivi dai combustibili fossili rende i biocarburanti incapaci di adempiere alla loro promessa di essere una tecnologia “sostenibile”. Non potranno aiutarci a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, e neppure a ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera.
Ovviamente, la storia dei biocarburanti è più complessa di quanto si possa raccontare in un breve riassunto e Giampietro e Mayumi esaminano l’intero spettro delle possibilità nel loro libro. 

Ci sono i biocarburanti migliori degli attuali? O, forse, modi di utilizzo della forma attuale dei biocarburanti in un modo più efficace? Sì, certamente; c’è la promessa di una “seconda generazione” di combustibili (etanolo di cellulosa) e la possibilità di coltivare aree marginali, inadatte alla produzione di cibo. Ma i fattori fisici del problema non cambiano molto e, proprio adesso, i biocarburanti e l’agricoltura convenzionale sono già in competizione per la terra e le risorse.Una delle conseguenze potrebbe l’incremento dei prezzi degli alimenti che abbiamo già visto negli anni passati.
 
Alla fine, cosa ci vogliamo fare con i biocarburanti? Pensiamo realmente che il modo di risolvere i nostri problemi energetici sia quello di una tecnologia inefficiente per sostenere un sistema di trasporto di per sé inefficiente? L’unica spiegazione che posso dare per la così forte enfasi data ai biocarburanti è che, una volta che una cattiva idea è stata perfezionata, inizia a guadagnare forza e poi diviene quasi impossibile da fermare.
 
A questo punto, vi potreste domandare come è andato a finire il dibattito col mio interlocutore tecnocratico. Beh, sono stato tentato di usare le sue stesse tattiche e accusarlo di essere sul libro paga della lobby dei biocarburanti. Ma non sono un politico e non ci sono riuscito; anche perché avevo visto che non era necessario. Se avete un po’ di esperienza nel parlare in pubblico, avete sviluppato anche voi un sesto senso su quello che pensa il pubblico. In questo caso, mi era chiaro: il pubblico era con me, non con il tecnocrate che mi fronteggiava. 

Non si sono bevuti l’idea che i biocarburanti siano in grado di risolvere il problema dei combustibili nel mondo senza far morire di fame le persone, per non parlare sull’ipotesi che la globalizzazione faccia diventare ricchi i contadini brasiliani. Se ne è reso conto anche lui? Difficile dirlo. Alcuni mesi più tardi, ha ottenuto un posto di livello ancora più alto nel nuovo governo Monti. >>

UGO BARDI


sabato 4 febbraio 2012

In Medio (Evo) stat Virtus

Un post di UGO BARDI sulla “dinamica dei sistemi” applicata alla crisi dell’Impero Romano (da Effetto Cassandra). Lumen


<< Gli imperi sono come le reazioni chimiche e le reazioni chimiche si fermano quando si esauriscono i reagenti. Nel quinto secolo e.v., l'Impero Romano stava finendo i reagenti. Era cresciuto sui profitti fatti con le campagne militari ma, ad un certo momento nel secondo secolo, ha raggiunto i suoi limiti. Senza più facili conquiste in vista, l'Impero ha dovuto vivere delle sue proprie risorse ed non ha mai veramente imparato a farlo. L'impero, semplicemente, non poteva tassare i suoi sudditi abbastanza per sostenere le proprie truppe. L'Impero continuava a spendere più di quanto si potesse permettere per la difesa. E' tipico di ogni Impero nella storia: gli imperi si auto-distruggono spendendo troppo per il loro apparato militare.

Gestire una grande struttura è sempre difficile e noi tendiamo a farlo male; un intero Impero potrebbe essere un caso particolarmente difficile. Per farlo bene, avremmo bisogno di un metodo specifico: la dinamica dei sistemi, che è un modo per descrivere i sistemi e la relazione dei vari elementi che li compongono. Ma è raro che la gente possa capire i sistemi in questo modo. Ciò che invece accade è che nella maggior parte dei casi capiamo quali siano i punti critici (“le leve”) che stanno creando dei problemi, ma tendiamo ad agire su di essi nel modo sbagliato. (…)
 
Quasi sempre tiriamo le leve nella direzione sbagliata e peggioriamo i problemi che stiamo cercando di risolvere. Questo è ancora più chiaro nel caso dell'Impero Romano, perlomeno dal nostro punto di vista. Durante la fase di declino, gli Imperatori Romani combattevano per proteggere l'Impero dai Barbari, potevano vincere o perdere, ma ogni battaglia rendeva l'Impero più povero e debole. L'impero usava risorse che non potevano essere rimpiazzate. Risorse non rinnovabili, come diremmo oggi.

Non c'era quindi una soluzione ai problemi dell'Impero Romano? Beh, ce n'era una se ci pensate in termini di dinamica dei sistemi. Era questione di tirare le leve nella giusta direzione. Mettendo insieme sempre più truppe e combattendo battaglie, gli Imperatori Romani stavano tirando la leva nella direzione sbagliata. Dovevano invertire la direzione: la soluzione non era più truppe, ma meno truppe. Non più burocrazia imperiale, ma meno burocrazia imperiale, non più tasse, ma meno tasse. Alla fine, la soluzione era proprio lì ed era semplice: era il Medioevo.

Il Medioevo ha significato far piazza pulita della soffocante burocrazia imperiale; ha significato trasformare le costose legioni in milizie locali; avere gente che paga le tasse localmente. In breve, trasformare l'impero centralizzato in una costellazione di piccoli stati decentralizzati. Senza le terribili spese della corte Imperiale e della burocrazia Imperiale, questi piccoli stati avevano la possibilità di ricostruire la propria economia e dar vita ad una nuova fase di prosperità, come è in effetti accaduto durante il Medioevo.
 
L'Impero stava andando in quella direzione, era inevitabile e si poteva anche facilitarne il percorso. Naturalmente, quando l'Impero era ancora forte e potente, nessun Imperatore aveva il potere di sciogliere le legioni, e nemmeno le burocrazia Imperiale. Ma questo è comunque avvenuto durante il quinto secolo e ciò che un imperatore (o imperatrice) avrebbe potuto fare era di dare agli eventi solo una spintarella nella giusta direzione. Non combattere il cambiamento, facilitalo. E' questo il modo di spingere le leve nella giusta direzione.
 
Galla Placidia, forse, lo ha fatto. (…) E’ difficile trovare un filo conduttore nel corpo complessivo (delle sue leggi). Ma sembra esserci una qualche logica in ciò che la corte imperiale di Ravenna stava facendo a quel tempo. Quella logica somiglia vagamente alla politica di Michail Gorbaciov per l'Unione Sovietica – chiamiamolo “Impero Sovietico”. Gorbaciov ha consistentemente rifiutato di usare la forza per tenere insieme un impero che si stava disintegrando – anche se avrebbe potuto farlo. La corte di Ravenna, pare, ha adottato lo stesso approccio durante la prima metà del quinto secolo.
 
L'Impero Romano aveva ancora un esercito che avrebbe potuto usare per distruggere le nazioni Barbare che si erano insediate all'interno dei confini dell'Impero. Ma questo avrebbe significato soltanto sperperare quelle poche risorse che l'Impero aveva ancora. Avrebbe grandemente accelerato la scomparsa dell'Impero.
Sembra che Galla Placidia agisse secondo il suo stile; facilita l'inevitabile, non combatterlo. Non che conoscesse la dinamica dei sistemi ma, dopo tutto, la dinamica dei sistemi è solo buon senso formalizzato e sembra che Placidia ne avesse parecchio. Così assistiamo alla tendenza di ridurre il potere della corte Imperiale. (…)
 
Placidia ha vietato ai coloni, i contadini legati alla terra, di arruolarsi nell'esercito. Questo aveva tolto all'esercito una delle sue principali fonti di manodopera e possiamo immaginare che lo abbia fortemente indebolito. Un'altra legge promulgata da Placidia autorizzava i grandi proprietari terrieri a tassare loro stessi i propri sudditi. Questo ha privato la corte Imperiale della sua principale fonte di introito. Tutto ciò significava una sola cosa: Medioevo.
Se lo scopo di Placidia era veramente di portare l'Impero verso il Medioevo, possiamo dire che ha avuto successo. Dopo la sua morte, l'Impero è svanito. (…)
 
Naturalmente, non sapremo mai cosa passasse nella mente di Placidia. Ci ha lasciato solo poche lettere che miracolosamente sono sopravvissute negli archivi Vaticani, ma niente che potremmo usare per penetrare nei suoi pensieri più profondi. Possiamo solo dire che stare coi Goti, anche se solo per pochi anni, potrebbe averle aperto la mente abbastanza da avere avuto la visione che nessun Imperatore, prima e dopo di lei, poteva avere. E così lei ha fatto cose che nessun Imperatore, prima o dopo di lei, poteva fare: spingere l'Impero verso il suo destino. Realizzare il proprio potenziale chimico, se preferite. In ogni caso, Placidia è stata il catalizzatore che lo ha reso possibile. >>

UGO BARDI