sabato 25 maggio 2013

L'EROEI colpisce ancora - 2

(Concludiamo l’articolo di Antonio Turiel sul rapporto tra EROEI ed infrastrutture - da Effetto Cassandra).
(seconda parte)


<< In un rapporto di una grande firma britannica [si afferma] che l'economia è solo il linguaggio e che la vera sostanza è l'energia, che l'economia deve essere ridotta alla sua dimensione energetica e che il concetto chiave è quello del Ritorno Energetico (EROEI). (…) [E si parla]  di “abisso dell'energia netta”, che avviene quando l'EROEI scende sotto una certa soglia. (…)

Data la non linearità del rapporto fra l'energia netta e l'EROEI, all'inizio le diminuzioni progressive dell'EROEI si traducono in diminuzioni molto piccole dell'energia netta.
Tuttavia, oltre il valore limite di 10 (ovvero: 10 unità di energia ottenute con l’investimento di 1 - ndr), piccole diminuzioni dell'EROEI conducono a grandi diminuzioni dell'energia netta. E' il precipizio o abisso dell'energia netta.

Che l'energia netta del petrolio stia diminuendo rapidamente è una cosa sempre più evidente.
Qualche mese fa il costo marginale di un barile di petrolio superava i 92 dollari, un prezzo prossimo alla soglia del dolore per le economie industriali. Il prezzo del petrolio, pertanto, non si mantiene alto per piacere, ma per necessità. (…)

Come dimostrano un paio di dati significativi. Il primo, che nonostante i grandissimi investimenti effettuati, la produzione delle 5 grandi compagnie petrolifere occidentali (…), diminuisce a ritmo costante. (…)
Il secondo è ancora più allarmante. In questo momento la maggior parte delle riserve di petrolio non sono in mano alle multinazionali (…), ma in quelle delle compagnie nazionali del Medio Oriente e delle compagnie più o meno statali che controllano gli scambi in Russia, Cina e Brasile.

Data la collusione fra gli interessi degli affari duri e puri e gli Stati che, di fatto o di diritto, ostentano il controllo di queste compagnie, queste compagnie possono imbarcarsi in investimenti che vanno oltre la logica imprenditoriale e a favore di una logica di protezione degli interessi strategici degli stati che le sostengono.

Mentre il mondo viveva i giorni dolci dell'espansione del credito e dell'energia sempre più abbondante non c'erano problemi, ma quando le risorse hanno iniziato a scarseggiare queste compagnie si sono lanciati in investimenti in nuove prospezioni oltre il ragionevole dal punto di vista dell'investitore.
Non si può essere contemporaneamente compagnia pubblica e privata e gli investitori stanno cominciando a punire duramente queste compagnie che investono più di quello che guadagnano e in alto si spartiscono dividendi per proiettare una falsa immagina di cuccagna e normalità.  (…)

Il grande affare che si supponeva fosse investire nel settore degli idrocarburi in quei paesi è risultato essere un'altra bolla finanziaria, semplicemente perché il petrolio e il gas non sono tanto abbondanti come si diceva.
Esattamente la stessa cosa succede sol fracking da queste parti. Ma ancora è difficile accettare che in realtà il settore è cambiato, che stiamo vivendo il tramonto del petrolio.

E se questa situazione non è di per sé affatto buona, il problema si vede aggravato di nuovo dalla decadenza delle infrastrutture.
Quando calcoliamo l'EROEI del petrolio attualmente in estrazione, il risultato è migliore di quello che darebbe se realmente potessimo calcolarla in relazione a tutto il suo ciclo di vita, perché una parte dell'infrastruttura imprescindibile per il suo sfruttamento sta già lì e bisogna solo conservarla – finché si può.

Il problema si pone, per tanto, quando l'infrastruttura è ammortizzata e si deve costruirne una nuova che la sostituisca.
E' il caso, per esempio, delle raffinerie nel mondo occidentale. E' da più di 30 anni che non se ne costruiscono e, al contrario, per problemi di rendimento associati alla difficoltà di raffinare il diesel, molte stanno chiudendo.
Se tutti questi costi, che un giorno si dovranno pagare, si tenessero in conto, l'EROEI risultante sarebbe minore e vedremmo che la società è condannata ad un collasso improvviso.

Ma tale collasso non avviene mentre le infrastrutture sono operative, [perchè]   non è necessario ripetere l'investimento di energia fatto per metterle in funzione. (…)
Il petrolio in questo momento beneficia del fatto di non dover pagare gli investimenti precedenti necessari per il suo sfruttamento sotto forma di infrastruttura (oleodotti, raffinerie, canali di distribuzione, rete di distributori), il che permette che il suo rendimento energetico sia molto maggiore che se si contasse la spesa energetica di tutto questo sfoggio in esso dovuto alla contabilità energetica.

Tuttavia, un giorno o l'altro arriverà il momento in cui dovremo lasciar perdere tutto questo e le eccedenze che lascerà il petrolio allora probabilmente non saranno sufficienti.
In quel momento, il dramma dell'EROEI molto basso affiorerà di colpo e la discesa sarà molto più improvvisa di quanto immaginato.

Il concetto di EROEI è molto utile per poter analizzare la sostenibilità della società, ma si deve tener conto che è un concetto termodinamico e pertanto ha un senso pieno solo quando si calcola in situazioni di equilibrio, pertanto statiche, nelle quali le cose non variano nel tempo o lo fanno molto lentamente. (…)
Tuttavia, noi stiamo applicando il concetto di EROEI in situazioni non statiche e così l'informazione che otteniamo da esse è molto erronea. (…)

Complica ancora di più le cose il fatto che l'essere umano ha una visione statica delle cose, anche quando sono dinamiche, e questo ci rende difficile riconoscere i cambiamenti se sono sufficientemente lenti rispetto al tempo interno della psiche umana.
Abbiamo costruito tutto un complesso modello di società dando per scontato che il petrolio sarà sempre lì ad alimentarlo, senza tenere conto non solo che mancava il petrolio abbondante e a buon mercato, ma che avrebbe dovuto mantenere tutta una infrastruttura che lo puntellava e i cui costi iniziali erano stati pagati quando ci avanzava quello che ora ci andrà a mancare.

Questo declino delle infrastrutture, questa incapacità di sostituire ciò che si è potuto finanziare quando l'energia era a buon mercato, potrebbe essere alla fine la causa ultima e profonda del rapido declino della società teorizzato dal Prof. Ugo Bardi, (…)
Bardi ipotizza che questo declino accelerato sarebbe dovuto ai costi crescenti del far fronte all'inquinamento, inteso in forma ampia, come qualsiasi effetto di degrado dell'ambiente o dell'habitat umano.

Dato che l'habitat di un essere umano ha già una componente “artificiale” (…), la decadenza delle infrastrutture si potrebbe intendere come un effetto di degrado del tipo menzionato.
Pertanto, potrebbe ben essere il caso che una delle cause più importanti del declino precipitoso delle civiltà, quando superano l'abisso dell'energia netta, non sia tanto l'inquinamento in senso stretto, ma la [in]capacità di assumersi i costi differiti incorporati nelle infrastrutture, ed il loro inevitabile collasso trascinerebbe con sè la società intera.  

La conclusione (…) è che le nostre infrastrutture, che oggi diamo per scontate nella loro grandiosità ed efficienza, sono condannate a decadere a un ritmo simile a quello della nostra disponibilità energetica netta (…).
Tale prospettiva introduce una nuova variabile di preoccupazione, che si aggrava anche di più se teniamo conto che conservare un buon EROEI per lo sfruttamento delle fonti di energia rimanenti dipende, per l'appunto, dalla conservazione di quelle stesse infrastrutture che sono condannate. (…)

In realtà, al posto di cercare di mantenere a tutti i costi queste infrastrutture che inevitabilmente decadranno, ciò che si dovrebbe studiare ed analizzare è ciò che si può ragionevolmente mantenere su base locale.
Altrimenti, queste infrastrutture grandiose ci trascineranno nella loro caduta col loro peso gigantesco, facendoci spendere rapidamente le poche risorse che ci restano. >>

ANTONIO TURIEL

sabato 18 maggio 2013

L'EROEI colpisce ancora - 1

La chiave per comprendere i flussi energetici di una civiltà è contenuta nell’acronimo EROEI (Energy returned on energy invested), ovvero “Energia ottenuta in rapporto all’energia investita”.

Una civiltà entra in crisi quando il suo EROEI diminuisce, perché ciò vuol dire che l’energia NETTA disponibile si riduce e quindi tutte le attività economiche diventano più difficili e costose.
A cominciare, per esempio, dalla manutenzione delle infrastrutture, la cui  funzionalità, nella società occidentale, diamo troppo spesso per ovvia e scontata, nonostante la loro intrinseca fragilità.
E proprio del collegamento tra EROEI ed infrastrutture ci parla Antonio Turiel, in questo bellissimo articolo (da Effetto Cassandra).
LUMEN


<< Il problema dell'insostenibilità delle infrastrutture della società moderna è molto più grave ed ha una portata molto più profonda di quanto la maggior parte della gente immagini, (…) al punto che si può dire, senza esagerare, che il possibile collasso di queste infrastrutture costituisce una delle minacce più grandi alle quali dovremo far fronte nei prossimi anni. Farò alcuni esempi.

Uno dei problemi che dovrà affrontare una società dalle risorse magre è quello della gestione delle installazioni nucleari.
Abbiamo già parlato diverse volte dei vari rischi associati all’energia nucleare  e in particolare dei problemi di manutenzione degli impianti nucleari. Per esempio, in questo momento il costo della catastrofe di Fukushima in Giappone è valutata in 100.000 milioni di dollari. Un costo esorbitante che supera ampiamente i benefici netti che potevano dare le 6 centrali per tutta la loro vita utile. (…)

Queste centrali producevano 33.000 Gw/h di elettricità all'anno. Considerando un prezzo medio approssimativo di 20 centesimi di dollaro per Kw/h come valore commerciale di tutta questa elettricità annua sarebbero 6.600 milioni di dollari.
Anche con un margine commerciale del 50%, queste centrali darebbero un beneficio annuo di 3.300 milioni di dollari, per cui rimediare a questo disastro equivale a tutto il beneficio economico atteso dalle centrali in 30 anni. (…)
E in queste stime non si fornisce un orizzonte temporale, per quanto tempo dureranno le contenzioni impiegate.

Ricordando l'altro grande incidente nucleare, quello di Cernobyl, recentemente si è saputo che una parte del reattore distrutto è cadente e questo mette più pressione perché si proceda alla costruzione del secondo sarcofago, visto che si sono rilevate numerose infiltrazioni nel primo (frutto dell'azione dell'inclemenza del clima e dell'erosione radioattiva), il quale ha un costo stimato di 1.500 milioni di euro e si spera che duri 100 anni.

E' facile supporre che entro 100 anni dovrà essere di nuovo sostituito e che pertanto il costo dell'installazione (ora improduttiva in termini energetici) possa essere facilmente di varie migliaia di milioni di euro da oggi per diversi decenni (è difficile credere che durerà un secolo intero quando i processi di deterioramento che agiscono su tale installazione sono in parte sconosciuti).
Senza arrivare a questi casi estremi, vale la pena di ricordare che non è stata ancora smantellata nessuna centrale nucleare nel mondo alla fine della sua vita utile, processo che è molto lento – dura circa 50 anni. (…)

Un altra infrastruttura la cui complessità è andata crescendo senza che ci sia alcun piano di sostenibilità associato è la rete elettrica nel suo insieme, tenendo in considerazione sia la distribuzione sia la produzione.
I costi impliciti della folle espansione e dell'incapacità di conservare sia la forza generatrice sia la capacità di trasporto in rete portano a interruzioni ripetute e dalle gravi conseguenze. (…)
In Giappone il disciplinato popolo nipponico ha tollerato pazientemente le restrizioni al consumo fino al 30%, necessarie dopo l'incidente di Fukushima, In Francia il presidente Hollande ha proibito di mantenere accese le luci delle vetrine e dei negozi e parte dell’illuminazione pubblica durante la notte.

E non è solo la generazione è in discussione, anche la stessa rete presenta problemi di costi di manutenzione crescenti. Spesso si è denunciata la complessità e l’alto costo della manutenzione della rete elettrica degli Stati Uniti, al punto che la Società degli Ingegneri Elettrici ed Elettronici (IEEE) denunciava anni fa la necessità di sostituire più del 40% della rete, antica di circa 100 anni, con un costo elevatissimo, se si voleva evitarne il collasso.
In Spagna i problemi con la rete sono ricorrenti, anche se qui il problema viene più dal de-investimento delle compagnie elettriche che controllano il mercato che non dall'obsolescenza delle reti. In ogni caso, il ringiovanimento e la sostituzione della rete elettrica si prospetta problematica se dovesse sopravvenire il picco del rame. (…)
Sicuramente il rame si può riciclare, ma a quale costo energetico? E come si possono soddisfare le necessità delle potenze emergenti?

Se la rete elettrica è in pericolo, in un mondo che non può permettersi di pagare fatture energetiche sempre più care, la situazione non è migliore per il resto delle infrastrutture.
Il cemento armato soffre di un problema di obsolescenza gravissimo che limita la vita utile (…) ad un secolo come massimo, 50 anni nella maggior parte dei casi e molte infrastrutture cruciali stanno già raggiungendo quell'età.
Il costo di rimpiazzare tutti i ponti, le strade, i canali sotterranei, le dighe e gli edifici è stimato in 3 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti.

Il problema è conosciuto da molto tempo e la sua soluzione è tecnicamente semplice, ma l'alternativa costruttiva è più lenta, cara e al fine di mantenere un BAU sfrenato e crescente è sempre stata disdegnata.
Di nuovo, il sistema che è stato imposto si basa sull'ipotesi di avere accesso a quantità illimitate di energia e la mancanza della stessa genera un problema che si aggrava esponenzialmente nella misura in cui la durata di vita dell'infrastruttura si sta esaurendo.
I Romani hanno costruito strade ed acquedotti che sono sopravvissuti 2000 anni; la nostra civiltà lascerà poche tracce che possono sopravvivere ai nostri nipoti.

Non è solo il capitale fisico quello che, per la sua scarsa qualità e per la sua grande dipendenza dall'energia futura, viene distrutto. Sta svanendo anche il capitale umano e la capacità di trasformarsi propria di una società industriale. (…)
La maggioranza della popolazione è così abituata ai miracoli tecnici quotidiani che non si rendono conto di quale impresa sia fabbricare un pannello fotovoltaico o fare manutenzione ad un aereo.
Con lo sprofondamento dell'industria si perdono le fabbriche, gli strumenti specifici e si perde anche il capitale umano che un giorno gli aveva dato un senso. (…)
Potremmo incontrarci in poco tempo con una incapacità reale di provvedere a certe forniture chiave e di mantenere certe infrastrutture la cui riparazione aveva una complessità della quale non eravamo coscienti.

Il degrado delle infrastrutture e del capitale fisico e umano che le sostengono hanno una radice profonda, come sappiamo, nel declino energetico, e disgraziatamente lo va a ri-alimentare.
Proprio nel momento in cui avremmo bisogno di incrementare più che mai la nostra disponibilità energetica, questa diminuisce. Proprio quando la bolla finanziaria è più grande che mai e che il capitale che abbiamo preso in prestito dal futuro è il più grande della Storia, ci troviamo in una situazione nella quale la crescita economica è impossibile. >>
ANTONIO TURIEL
(continua)

sabato 11 maggio 2013

P.D. (Perseverare Diabolicum)


Questa è una intervista virtuale, ma non inventata.
Nel senso che la “vittima”, il saggista e politologo Davide Tarizzo, ha detto effettivamente le cose che ho riportato; solo che non le ha dette a me (il testo è tratto da Goofynomics, il blog di Alberto Bagnai).
Spero che non mi faccia causa.
LUMEN

 
LUMEN – Professor Tarizzo, l’Italia stia attraversando un momento molto difficile della sua storia repubblicana.
TARIZZO – Sicuramente.

LUMEN - E questo non solo a livello politico-istituzionale, ma anche, e direi soprattutto, a livello economico, per i disastri causati dall’euro. Cosa ci potete dire al riguardo ?
TARIZZO - Il cuore del problema che noi abbiamo in Italia, il vero cuore del problema politico che c'è in questo paese, è il Partito Democratico.

LUMEN – Perché dite questo ?
TARIZZO - Perché il P.D. non asseconda, non include, non prende nemmeno in considerazione, non apre un dibattito, su questo problema del tramonto dell'Euro?

LUMEN - Beh, in effetti, un dibattito sarebbe necessario.
TARIZZO - Perché non democratizza, non accende un processo democratico attorno a questa questione? Cosa che è fondamentale, se l'uscita da questo processo dovrà essere democratica.

LUMEN – In effetti, sembra una contraddizione. Un partito che si definisce democratico, ma che poi non ne segue i principi.
TARIZZO – Proprio così. E non lo fa, a mio avviso, per delle ragioni genetiche.

LUMEN – Questo mi pare un concetto curioso, applicato ad un partito.
TARIZZO - La sinistra post-comunista, tutta la sinistra che è sorta dopo la morte del partito comunista, si è agglomerata su un discorso europeista nella declinazione 'Europa dell'euro'. Prodi, Amato, e compagnia.

LUMEN – Una bella compagnia !
TARIZZO - Questo è stato l'elemento coagulante della sinistra dopo la fine del periodo comunista: venuto meno il sogno comunista, è stato sostituito dal sogno europeista.

LUMEN – Come dire: morto un sogno, se ne fa un altro.
TARIZZO – L'europeismo dell'euro è qualcosa che tiene assieme questo partito. Questo che cosa significa? Che non soltanto in larga misura queste persone non capiscono (perché in larga misura semplicemente non capiscono), ma anche che in buona parte non vogliono capire, non hanno l'intenzione di capire.

LUMEN – Questa è una affermazione molto forte.
TARIZZO – Ma inevitabile. Perché capire, per esempio quello che dice Alberto Bagnai nel suo libro, prenderne coscienza, assumerlo, significherebbe compromettere, o aprire la possibilità di compromettere, la propria esistenza politica, o di compromettere quanto meno la propria identità politica.

LUMEN – A metà tra la difesa della propria poltrona e la dissonanza cognitiva.
TARIZZO- Più o meno. Quindi è necessario ricordare a questi esponenti politici che la scelta che stanno compiendo in questo momento è di una gravità storica inaudita, inaudita.

LUMEN – Molto grave, sicuramente.
TARIZZO - Io vi invito a fare questo piccolo ragionamento: dato che non c'è nessuno nello spettro politico italiano che sta lanciando un dibattito sul tema dell'euro, poniamo che ciò che dice Bagnai nel suo libro sia quanto meno possibile.

LUMEN – In effetti, parecchi economisti e numerosi studi di settore ritengono questo scenario molto probabile, se non certo.
TARIZZO - Appunto. Ora, se succedesse, se davvero, a un certo punto, noi ci trovassimo fuori dalla moneta unica, ci troveremmo davanti a un drammatico vuoto di potere.

LUMEN – Perché non ci sarebbe nessuno pronto a gestirlo.
TARIZZO – Proprio così. Perché non ci sarebbe nessun responsabile politico che ha assunto questa possibilità, l'ha messa a tema, e quindi il giorno dopo noi ci troveremmo di fronte, il popolo italiano si troverebbe di fronte a un'intera classe politica che fino al giorno prima ha descritto come impossibile o al limite come ingovernabile, qualcosa che sarebbe costretta a governare.

LUMEN – Terribile, davvero.
TARIZZO - Questo è il punto. Ora: non immettere nel dibattito democratico (e questa è la grave responsabilità storica che si stanno assumendo in questo momento i dirigenti del PD), non mettere a tema di un dibattito democratico questa eventualità, è qualcosa che rischia di farli annegare nel fango della storia.

LUMEN – Sperando che nel fango della storia non ci finisca anche il nostro povero paese. E che lo “stellone” ci aiuti.
 

sabato 4 maggio 2013

Futuro anteriore

Ma se il mondo è dominato dall’entropia, e quindi dal degrado progressivo di tutte le cose, come può un capitale produrre interessi nel tempo ?
In effetti, non può.
E come fa allora la finanza a creare ricchezza dai movimenti di denaro ?
Non la crea. Si limita a rubarla al futuro, scommettendo sulla crescita continua.
E quando la crescita si ferma, che cosa succede ?
Succede che tutto il sistema economico va a catafascio.
Come sta per l’appunto accadendo ora, e come ci spiega l’esperto di energia  Javier Perez in questo articolo davvero illuminante (da Effetto Cassandra).
LUMEN


<<  Il debito non è consumare i soldi di un altro con la promessa di ridarglielo insieme ad un interesse, come crede la maggioranza; (…)  il debito è consumare i soldi del futuro, più una parte del miglioramento che il futuro offrirà rispetto alla situazione attuale.

Chiedere un prestito, quindi, è fare una specie di magia o di atto spiritistico nel quale si fa comparire adesso la ricchezza di un anno a venire e la si obbliga a lavorare per noi.
La capacità di indebitarsi dipende, vista così, dalla capacità di utilizzare questa ricchezza in modo che in quel momento in cui scade il termine convenuto si possa restituire il prestito più l'interesse corrispondente.

Allora cos'è l'interesse? L'interesse misura la fiducia nel futuro, nella crescita dell'economia e nella capacità di produrre sempre più cose di maggior valore. Perché in caso contrario mai si potrebbe restituire il prestito.
L'interesse, pertanto, misura in un certo senso la speranza di redditività, o di crescita, anche se può anche misurare l'inflazione attesa, ma questa è già un'altra storia, molto collegata, di sicuro, con l'ossessione della lotta contro l'inflazione da parte delle banche emittenti.

E cos'è successo in questi anni di apparente prosperità?
Ebbene l'Europa, gli Stati Uniti e, in generale, i paesi sviluppati si sono indebitati in modo rapidissimo.
Questo è possibile per vari fattori, quasi tutti molto complessi, dei quali cercherò di citare quelli che credo più importanti:

- La democrazia: i paesi sviluppati sono democrazie e questo sistema suppone che per consolidarsi al potere bisogna mantenere la popolazione contenta, passando alla legislatura successiva il più possibile le cattive notizie.
Più che la statua della libertà, il vero simbolo della democrazia come sistema sarebbe qualche rappresentazione allegorica dell'affermazione “che ci pensi chi viene dopo di me”.
Nessun politico può sperare di essere rieletto dicendo alla gente che bisogna aumentare le tasse per mantenere gli stessi servizi e che bisogna tagliare i servizi. Chi fa una cosa simile crollerà in modo irrimediabile rispetto al populista disposto a continuare a dare di tutto senza chiedere sforzi.
A cosa porta questo? A indebitarsi.

- La globalizzazione: i governi che si sentivano nella necessità di aumentare le tasse ai più ricchi per creare una redistribuzione più giusta della ricchezza si ritrovavano a vedere che, in un secondo, in un battito di ciglia, centinaia di migliaia di milioni volavano via dal loro territorio.
Ci potrà piacere o no, ma è certo che i nostri voti hanno potere ed influenza sul nostro territorio e solo sul nostro territorio. Il capitale, invece, può scappare tranquillamente da una frontiera e schiantarsi dal ridere, da fuori, prima di qualsiasi imposizione di aumento.
Così le cose, i governi si sono visti coinvolti in una concorrenza fiscale, cioè, nella necessità di competere fra loro per attrarre gli investimenti.
E a cosa porta questo? A raccogliere meno di quello che ti serve o desideri spendere.  Ovvero, a indebitarsi.

- L'abbondanza di capitali: mentre i paesi più sviluppati avevano bisogno ogni volta di più soldi di quanti ne avevano, i paesi i via di sviluppo desideravano investire il surplus della loro nuova economia.
E dove sembrava più sicuro e più redditizio farlo? Nei paesi sviluppati, naturalmente, sempre che questi reinvestissero il prestito nella delocalizzazione di fabbriche e investimenti nei loro paesi.
E' il caso della Cina, per esempio, che ha dato un credito praticamente illimitato ai buoni del tesoro americano. E' stato così che hanno abbassato il tipo di interesse, producendo bolle immobiliari tanto gravi.
Voglia di spendere e denaro facile, cosa producono?  Indebitamento, naturalmente.

- L'ottimismo tecnologico: come ho già spiegato sopra, i soldi si prestano quando si crede che il futuro sbloccherà grandi opportunità che permettano di ripagarlo. I progressi tecnologici, più di facciata che reali, dall'inizio di questo secolo hanno fatto credere gli investitori in enormi tassi di crescita.
I tecno-ottimisti, pertanto, non sono solo coloro che oggi dicono che troveremo sicuramente una fonte di energia che sostituisca in tempo il petrolio, ma anche quelli che hanno detto che ci sarebbe stata una qualche invenzione o settore che avrebbe mosso l'economia ad un ritmo sufficiente per poter ripagare i prestiti abbondantemente. (…)
Il problema principale, come lo analizzano alcuni, è che si sperava che Internet, per esempio, producesse più ricchezza di quella che distrugge ed è qualcosa che non sembra essere ancora del tutto chiaro, visto che la concentrazione della ricchezza è una distruzione nascosta al ridursi della domanda aggregata effettiva.
E a cosa ha portato questo ottimismo? A più indebitamento. (…)

Quando comincia a scompigliarsi la cosa? All'inizio degli anni 80, che è proprio quando gli Stati Uniti raggiungono il loro personale picco del petrolio.
O forse, detto meglio, quando gli effetti del loro personale picco del petrolio hanno cominciato ad essere palpabili dopo il relativo periodo di adattamento.

E questo è fondamentale: mentre gli Stati Uniti hanno usufruito di una fonte di energia abbondante e a buon prezzo hanno potuto mantenere il proprio livello di crescita con le proprie risorse ed un indebitamento più o meno stabile ma, nella misura in cui si sono visti più colpiti dai prezzi esteri dell'energia, sono dovuti ricorrere ad un indebitamento sempre più voluminoso per mantenere il proprio livello di crescita.
Lo stesso [vale] per la Gran Bretagna, dove il picco del petrolio è arrivato alcuni decenni più tardi:

La relazione pertanto, nei paesi che contavano sul proprio petrolio, fra indebitamento e restrizioni di questa fonte di energia e denaro è molto chiara.
Nell'OCSE (…) ci sono paesi che oltre che consumatori sono anche produttori. (…) Quando è arrivata la grande caduta, con lo sparo d'inizio di Lehman Brothers? Nel 2008, e non è un caso.
Nella misura in cui i costi energetici aumentano, l'economia si vede sempre in maggiori difficoltà per funzionare, quindi la crescita diminuisce, il che rende impagabile il debito.
Suona difficile? Non lo è; il debito cresce costantemente, e in modo esponenziale, grazie all'interesse.

Se l'economia non cresce costantemente, e a sua volta in modo esponenziale, la differenza fra quello che dobbiamo pagare e quello che abbiamo si ingrandisce inesorabilmente.
Allora cosa si prova [a fare] ? Qualsiasi cosa che faccia crescere l'economia, dai tassi zero alla danza della pioggia, passando per la magia nera e l'invocazione degli unicorni. Quello che sia.

Ma il metodo non funziona né può funzionare, perché la crescita è possibile solo impiegando più energia e l'energia è sempre più cara e più scarsa.
Per aumentare l'energia disponibile si tentano allora nuovi investimenti, ma per questo manca il capitale, ricchezza reale, proprio quello che non abbiamo perché siamo indebitati fino alla punta dei capelli.
Ed è lì il problema: non possiamo avere più soldi per pagare il debito perché scarseggiamo di energia ed ottenere più energia richiede del denaro che non abbiamo, perché siamo tecnicamente falliti.

Le conclusioni ovvie sono la disoccupazione e la stagnazione. Il passo successivo sarà competere per l'energia disponibile, sottraendola dove si può.
All'inizio, e secondo gli economisti classici, si sottrarrà dove sia meno efficiente, ma il concetto di efficienza è molto sfuggente e per un politico americano è più efficiente, per esempio, che i suoi votanti possano andare in macchina e farsi un giro, [piuttosto] che un keniano abbia un trattore per arare le sue terre.
E se siamo sinceri, mi piacerebbe sapere cosa ne sarebbe di un candidato spagnolo che proponesse di razionare la benzina perché in Kenia possano continuare ad arare.  >>

JAVIER PEREZ