sabato 25 gennaio 2014

No Global

L’intervista virtuale di questo post ha come vittima il professor Giovanni Sartori, uno dei pochi giornalisti italiani di grande fama che hanno compreso la terribile gravità del problema demografico e, soprattutto, non hanno paura di parlarne, senza remore e senza ambiguità. Con lui parliamo di Europa, di globalizzazione economica, di società multi-culturali e di varie altre cose. LUMEN


LUMEN – Professor Sartori, come vedete la situazione dell’Europa ?
SARTORI – Non bene, sicuramente. Il fatto è che abbiamo creato una Comunità Europea indifesa e indifendibile nella sua economia produttiva e nei suoi livelli di occupazione.

LUMEN – Beh, ma siamo nell’era della globalizzazione.
SARTORI – Appunto. Era ovvio che aprirsi alla globalizzazione in un mondo nel quale i salari dei Paesi poveri erano 5, 10, a volte persino 20 volte, inferiori ai nostri salari, avrebbe costretto le nostre industrie, specie le grandi industrie, a dislocarsi dove il lavoro costava meno.

LUMEN – Quindi, secondo voi, la globalizzazione dell’economia produttiva portava inevitabilmente la disoccupazione europea ?
SARTORI – Mi pare ovvio. I Paesi più efficienti e meglio governati hanno sinora fronteggiato la situazione. Ma in parecchi membri dell’Unione Europea la globalizzazione ha gonfiato il debito pubblico a livelli non sostenibili e ha gonfiato a dismisura la burocrazia dello Stato o comunque a carico dello Stato.

LUMEN – Cosa dovremmo fare adesso per uscire dalla crisi di disoccupazione e far ritornare il lavoro nell’Unione Europea.?
SARTORI - Si fa come hanno sempre fatto tutti gli altri Paesi avanzati, ivi inclusi gli Stati Uniti e il Regno Unito (che sta in Europa sì e no), e cioè proteggendosi quando occorre.

LUMEN – Cioè ?
SARTORI – Si torna alla difesa doganale. La mia proposta è semplicemente quella di una Unione Europea che sia prima di tutto una unione doganale, che si protegge dall’esterno.

LUMEN – Sembra un passo indietro.
SARTORI – Può darsi, ma le circostanze lo rendono necessario. Non bisogna dimenticare che la industrializzazione dell’Europa continentale fu favorita e protetta da una unione doganale (inizialmente lo Zollverein tedesco); in sostanza, dalla protezione delle industrie senza le quali un Paese non diventa industriale. Anche nel contesto dell’Unione Europea, la protezione di ogni singolo Stato dovrebbe essere consentita, addirittura con delle barriere interne, qualora siano  giustificate dalla difesa del lavoro e delle industrie chiave nei Paesi che le hanno perdute.

LUMEN – Dubito che l’Europa, questa Europa, sia disposta a tanto.
SARTORI – Lo temo anch’io. Ma l’alternativa è quella di cui stiamo soffrendo: tasse crescenti, e oramai suicide, per pagare una disoccupazione crescente.  Senza protezioni, il nostro Paese continuerà a tassare, semplicemente, per pagare poco e male le pensioni, e a sussidiare poco e male i disoccupati. Un pozzo senza fondo nel quale stiamo sprofondando sempre più, altro che ripresa !

LUMEN – Poi c’è il problema dei migranti.
SARTIRI – Problema molto serio, che stiamo affrontando nel modo sbagliato. Abbiamo stabilito che l’immigrazione clandestina non è reato, e abbiamo una ministra dell’Integrazione che si batte per istituire lo “ius soli”, il diritto di chi riesce ad entrare in Italia di diventarne cittadino.

LUMEN – Un problema che rischia di scoppiarci tra le mani.
SARTORI – L’ha già fatto, direi. Già nel 2008 un importante politologo americano, Walter Laqueur, nel suo libro “Gli ultimi giorni dell’Europa”, spiegava che « l’immigrazione incontrollata ha popolato l’Europa di persone che non hanno nessun desiderio di integrazione, ma che pretendono i servizi sociali, l’assistenza medica sovvenzionata e anche i sussidi di disoccupazione che offrono i Paesi ospitanti ».

LUMEN – Anche tra gli immigrati, ovviamente, c’è un po’ di tutto.
SARTORI – Certamente. Nel caso migliore, questa immigrazione proviene da Paesi che sanno gestire piccoli negozi, piccoli traffici nei vari bazar, e cioè i mercati caratteristici del Medio Oriente, dove si vendono chincaglierie di ogni genere, ma che non hanno mai sviluppato una società industriale.

LUMEN – Quindi, in Europa i più bravi possono ricreare il negozio tipico dei bazar.
SARTORI - Certamente, ma sono comunque pochi. Alla maggioranza degli immigrati il paese ospitante può solo offrire un lavoro sottocosto, che li lascia emarginati in squallide periferie di miseria, caratterizzate da disoccupazione e da risentimento contro i Paesi ospitanti.

LUMEN – Con grossi problemi sociali.
SARTORI – Grossissimi. Il risultato complessivo, infatti, non è l’integrazione, ma semmai lo sfascio e l’aumento della delinquenza.

LUMEN – Qualche esempio da citare ?
SARTORI – L’Inghilterra e la Francia sono oggi i Paesi europei più invasi, per così dire, da questi “disintegrati”, sempre più ribelli e violenti. L’Inghilterra per via del Commonwealth, la Francia per cercare di salvare (assurdamente) la sua colonizzazione. La Francia, oggi con un presidente socialista, si limita a fronteggiare le sommosse. L’Inghilterra che, in materia, ha le mani più libere, chiede ora di controllare e limitare severamente l’immigrazione.

LUMEN - E noi ?
SARTORI - Noi siamo, con lo scombinato governo Letta e la pressione della “sinistra” su Renzi, quelli messi peggio di tutti.

LUMEN – Poveri noi. Qualche dato ?
SARTORI – Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Il nostro debito pubblico supera il 130% del nostro PIL. La disoccupazione dei giovani tra 15 e 24 anni sorpassa il 40%. La durata media del processo civile è di 564 giorni per il primo grado (contro una media europea di 240 giorni) e di quasi 8 anni per i 3 gradi di giudizio (contro poco più di 2 anni).

LUMEN - E si potrebbe continuare.
SARTORI – Si potrebbe, ma preferisco finirla qui, per carità di patria.

LUMEN – Grazie professore. E speriamo che, prima o poi, qualcuno vi ascolti.
 

domenica 19 gennaio 2014

Tra Inferno e Paradiso (poscritto)


A corollario degli ultimi 2 post di Luigi de Marchi sul fanatismo religioso, mi sono arrivate alcune considerazioni da parte dell'amico Sergio Pastore, che ho trovato particolarmente interessanti e quindi meritevoli di essere condivise con gli altri amici del blog.
Pertanto, come si usa dire nelle rubriche dei giornali: "riceviamo e volentieri pubblichiamo". Osservazioni e commenti saranno, come sempre, benvenuti.
LUMEN


<< "Il cosiddetto male" è il titolo di un fortunato libro dell’etologo Konrad Lorenz pubblicato nel 1962 (titolo originale: «Das sogenannte Böse – Zur Naturgeschichte der Aggression»). Il libro mi fu consigliato da un amico di liceo che studiava psicologia: era per lui una lettura obbligatoria. Dunque gli psicologi pensavano già allora che si potesse imparare qualcosa anche da un etologo!

Per me questo libro fu una rivelazione o forse la conferma di quanto confusamente pensavo. Lorenz riduceva il problema del male che da millenni angustiava l’umanità (e tuttora angoscia ancora parecchi filosofi, credenti o non credenti) a un puro fatto di natura che non abbisogna di spiegazioni mitologiche o di arrampicate sugli specchi. È di Lorenz il concetto di «aggressività innata» che già allora suscitò polemiche e rifiuti.

Non si poteva accettare come elemento ineliminabile della natura umana un fattore così negativo come l’aggressività di cui conosciamo a sufficienza gli effetti. In realtà per Lorenz l’aggressività è un potenziale latente assolutamente necessario alla sopravvivenza e a cui l’animale (umano e non umano) deve ricorrere in precise circostanze (predare, sfuggire ai predatori). In alcune specie però – non molte invero, e tra queste l’uomo – l’aggressività è anche intraspecifica, rivolta cioè anche contro individui della stessa specie. Nel caso dell’uomo poi può assumere forme talmente atroci (cfr. per es. gli strumenti di tortura da lui inventati) da esigere una spiegazione particolare.

L’uomo si è visto sempre confrontato con l’ostilità della natura e l’ostilità dei suoi consimili, soprattutto se appartenenti ad altri gruppi. I fenomeni avversi della natura furono interpretati come manifestazioni dell’ira degli dèi che doveva essere placata in vari modi (offerte votive, sacrifici, inclusi sacrifici umani come per es. quelli degli Aztechi). Ricordiamo che la santa messa cattolica è la ripetizione del sacrificio di Cristo con cui l’umanità si riscatta ogni giorno agli occhi di Dio. L’ostilità dei propri simili, specie nelle sue manifestazioni più crudeli, caratteristiche dell’ h. sapiens sapiens, frutto della sua abilità tecnica e delle sue doti d’invenzione – era inspiegabile. 

Nasce così il mito di un peccato originale che ha corrotto la natura umana. Nel giardino dell’Eden Adamo ed Eva erano pacifici, vivevano in perfetta armonia con tutti gli elementi del creato. Ma dopo la colpa fatidica si scatenò l’inferno – che dura tuttora (e lo constatiamo ogni giorno!). Nella sua infinita bontà Dio provvide al rimedio. Poiché Adamo ed Eva avevano immensamente offeso Dio disubbidendogli solo un Dio poteva lavare questa colpa. 

Sappiamo cosa escogitò Dio padre per redimere l’umanità (incarnazione del Figlio, suo sacrificio orrendo, ma lieto fine con resurrezione). 
Grazie al sacrificio di Cristo l’umanità è riconciliata con Dio, il peccato originale può essere tolto col battesimo, ma stranamente gli uomini continuano a rubare e ad ammazzarsi. Come mai? Perché la colpa originale è cancellata dal battesimo, ma la natura resta corrotta: la lotta del Bene col Male è eterna, non avrà mai fine se non … con la fine dell’umanità. A volte vince il Bene, a volte e forse più spesso il Male, in un avvicendarsi di scontri cruenti. È il destino dell’uomo, per colpa di quei due!

Credo di aver presentato in modo obiettivo e veritiero il contenuto della dottrina cristiana. Finché potere civile e religioso dominavano i popoli e le menti non era possibile rifiutare questa interpretazione della vicenda umana e non già solo perché fosse estremamente pericoloso opporvisi, ma perché questa interpretazione era l’orizzonte di senso dell’umanità. Dante era non solo un grande poeta, ma anche un filosofo, ovvero un uomo di scienza del suo tempo. Ma la visione cristiana è per lui indubitabile e vera (pur con qualche riserva, elegantemente rimossa).

A partire dal Rinascimento però le cose cambiano e nei secoli che seguono del gigantesco edificio eretto dalla filosofia cristiana non rimarrà pietra su pietra. Molti poveri “cristi” pagheranno ancora con la vita le loro eresie, ma il cammino della scienza e della conoscenza obiettiva era ormai spianato: la libertà di pensiero, la libertà di religione e dalla religione, la libertà di espressione sono ormai acquisizioni ferme, anche se tuttora osteggiate dalle varie Chiese e dal potere.

Cosa rimane a questo punto del mito del peccato originale commesso dai fantomatici progenitori? Per chi crede – ed effettivamente esistono ancora molti sinceri credenti, addirittura milioni, anzi centinaia di milioni – il mito cristiano (peccato originale e opera di redenzione di Cristo, permanenza del Male) è tuttora valido, è anzi la Verità (ma bisogna però aggiungere subito: verità di fede, che è cosa ben diversa dalla verità tout court e che vogliamo scrivere con la minuscola). 

Cos’è la verità, chiese Pilato a Cristo. Cristo non rispose, secondo la mia Bibbia Marietti (con tanto di imprimatur) perché capì che a Pilato non interessava la risposta. Sarà. Per noi la verità è semplicemente tutto ciò che realmente esiste e di cui possiamo fare esperienza: cioè tutte le cose note, tutti i fenomeni che osserviamo, assolutamente tutto. Molte cose sono ancora ignote ma sono destinate a rivelarsi nel futuro. E che fine ha fatto o farà il Male, che ne è della lotta del Bene col Male?

Il male – che vogliamo scrivere con la minuscola per togliergli quell’aura di mistero con cui l’avvolgono teologi, filosofi e venditori di fumo – continuerà a imperversare, forse per sempre. Innanzi tutto il male che la natura arreca all’uomo nei più vari modi: malattie, terremoti, onde anomale, carestie, fame, inondazioni, collisione con asteroidi ecc. Ormai sappiamo che non sono le manifestazioni dell’ira celeste, ma fenomeni necessari in base alle leggi fisiche. Basti pensare che senza l’attività vulcanica non ci sarebbe vita sulla terra. Purtroppo quest’attività risulta pericolosa e financo mortale per le specie viventi.

Ma perché esiste anche il male morale, perché gli uomini s’ingannano, si fanno la guerra, si uccidono? E davvero non c’è possibilità di estirparlo come dicono i teologi essendo la nostra natura corrotta? Quello che noi chiamiamo male, il “cosiddetto male” di Lorenz, è in realtà il risultato della lotta fra gli interessi personali e quelli della collettività. Noi siamo esseri sociali che sottostanno a ferree regole di comportamento cristallizzatesi nella lunga storia dell’umanità. Non sono regole eterne, possono essere modificate, ma finché durano devono essere osservate. Tuttavia l’individuo ha anche interessi personali che non intende sempre sacrificare sull’altare della Legge e cerca a volte o spesso di sottrarsi agli obblighi e fare da sé – con conseguenze nefaste, per lui e a volte anche per la collettività.

Quel che si può però fare è raggiungere un sempre più elevato livello di consapevolezza grazie al quale possiamo – o potremmo! – capire meglio le conseguenze di certe decisioni e azioni, personali e collettive, e mantenere così l’aggressività a bassi livelli, evitare precipizi. È stata avanzata l’ipotesi – per es. dal filosofo Sloterdijk (pron. Sloterdaik) – di un intervento sul patrimonio genetico dell’uomo per ridurre l’aggressività, ma potrebbe essere il vaso di Pandora: per eliminare o ridurre l’aggressività rischiamo forse di eliminare anche l’uomo. 

Si possono in realtà ipotizzare interventi su tale patrimonio, in un lontano o forse anche prossimo futuro, nel tentativo di “migliorare la razza”, ovvero di rendere l’essere umano più attrezzato alla lotta per sopravvivere, in un ambiente magari profondamente mutato, o per permettergli certe prestazioni desiderabili. Ma per il momento quel che si può dire – e tutti dicono, anche la Chiesa, è: “Adelante Pedro, con juicio!” >>

SERGIO PASTORE

sabato 18 gennaio 2014

Tra Inferno e Paradiso - 2

(Concludiamo l’analisi di Luigi De Marchi sulle cause psicologiche del fanatismo religioso)
(seconda parte)


<< Se la dottrina della Caduta e del Peccato Originale implicita nel testo biblico del Genesi colpi crudelmente la donna, l’amore e il libero pensiero, e scatenò nel mondo cristiano un processo tormentoso, e interminabile di colpevolizzazione, la dottrina millenaristica del Nuovo Testamento e della letteratura apocalittica, combinandosi con quella del Peccato Originale, ebbe effetti anche più crudeli e socialmente devastanti.

Come [noto] il cristianesimo (poi seguito dall’islamismo) adottò sostanzialmente lo schema millenaristico zoroastriano della “guerra santa”, interna ed esternalizzata, contro gli Infedeli, i miscredenti, gli eretici, quale premessa e preparazione della Grande Tenzone tra Bene e Male, del Millennio e del Giudizio Universale.
Nel cristianesimo, l’urgenza di questa lotta implacabile contro le forze del Male fu a lungo esasperata dalla predicazione apocalittica, che annunciava ormai imminente la fine del mondo e il Giudizio Finale.

Al di là delle modalità storiche (…), vorrei  analizzare brevemente il meccanismo psicologico che sta alla base di questo (come d’ogni altro) fanatismo millenaristico e della sua ossessiva aggressività, perché esso è stato ed è tuttora un fattore determinante della violenta bellicosità e conflittualità che da millenni tormenta la specie umana.
Alla base, come sempre, sta lo shock esistenziale, la presa di coscienza della morte, la reazione di panico della scimmia umana.

Ma, come si è visto, presto la morte viene vissuta come punizione per un’offesa alla divinità: e il mito biblico testé analizzato è l’esempio forse più famoso e articolato di questa “spiegazione”.
Da questa interpretazione a base di offese e punizioni non può andare disgiunto un forte senso di colpa, e difatti una spirale interminabile di colpevolizzazione ha sempre caratterizzato il mondo cristiano, ove il processo è stato esasperato dalla crocifissione del Messia.

Era inevitabile, ed è puntualmente accaduto, che in queste religioni, come il cristianesimo e l’islamismo, ove il rapporto con Dio è costantemente minacciato dal senso di colpa (come attestano i rituali penitenziali sempre più tirannici), si sviluppasse un processo di proiezione paranoicale, con cui la colpa veniva scaricata all’esterno, contro gli Infedeli e quanti osavano ripetere “hic et nunc” quella ribellione o disobbedienza al Vero Dio e alla Vera Fede che il fanatico sentiva gravare sul suo passato. (…)

Se, come ha osservato Laborit, l’animale sottoposto a un forte shock tende a reagire o con l’attacco o con la fuga e se, come ha sostenuti Reich, l’angoscia provoca una mobilitazione del “simpatico” che può trovare sollievo e scarica nell’aggressione, non c’è davvero da sorprendersi che lo shock esistenziale e la forte angoscia di morte dell’essere umano abbiano potuto produrre un più alto livello di aggressività nella specie umana.
La declinazione paranoicale millenaristica, insomma, potrebbe essere spiegata non solo in termini di proiezione dei sensi di colpa derivanti dai propri peccati (passati e presenti), ma ancor prima da una pura e semplice trasformazione dell’angoscia di morte in aggressività e distruttività. (…)

L’asserzione dell’immortalità, cioè la negazione della morte, è riconosciuta da tempo e universalmente come il fondamentale denominatore comune di tutte le religioni, dalle più antiche alle più recenti, dalle più semplici alle più complesse. (…) Ciò che colpisce, viceversa, è la scarsezza di elaborazione e di analisi su questo dato (…) e sull’impatto profondo che esso non può non avere avuto sullo sviluppo delle culture umane e sulle loro vicende così tormentate, aberranti, sanguinose. (…)

In particolare, sebbene molti ricercatori riconoscano che la funzione centrale del pensiero magico-religioso sta nell’assicurare la sopravvivenza oltre la morte e una valida difesa dai pericoli mortali nella vita terrena, ben pochi sembrano capire la natura prevalentemente esistenziale (e non socio-politica) dell’enorme influenza esercitata in ogni tempo e in ogni paese dalla religione e dalle sue gerarchie, nè, quindi, la vastità della crisi psicologica aperta nell’uomo moderno dal crollo delle certezze religiose.

Queste certezze furono sicuramente demolite, a partire dal Rinascimento, dall’irruzione del pensiero razionalistico e scientifico, ma questa, a sua volta, fu facilita dalla crisi in cui la difesa religiosa cristiana era piombata alla fine del XIV secolo, proprio per alcune sue intrinseche contraddizioni.
Ancora una volta queste contraddizioni erano di natura essenzialmente psicologica: esse consistevano soprattutto nel senso di colpa e nella fatale escalation dei riti penitenziali e degli atti riparatori destinati a placarlo.

Al già forte senso di colpa inerente al dogma del peccato originale (necessario a sua volta a spiegare la morte in termini di punizione) il cristianesimo aveva aggiunto il senso di colpa derivante dalla crocifissione del Cristo salvatore.
Inoltre, vari insegnamenti evangelici, proprio con la loro affascinante profondità e ambiguità, finivano per gettare un’ombra sempre più lunga e insuperabile sulla certezza della salvazione.

Basti ricordare il monito di Gesù: “Gli ultimi saranno i primi” o [il fatto] che Dio, nel giorno del Giudizio Finale, avrebbe detto a quanti si ritenevano reprobi: “Venite e sedete alla mia destra” e a quanti si ritenevano giusti: “Siate maledetti! Andate ad ardere nel fuoco della Geenna”.
Era inevitabile che si producesse nel cristianesimo, o almeno in quella forma di cristianesimo paranoicale che storicamente prevalse, un ossessivo aumento della paura della dannazione e un parallelo ossessivo aumento dei cerimoniali propiziatori e penitenziali.

La difesa religiosa cristiana, diffusasi rapidamente ed estesamente come antidoto al terrore della morte, in quanto annichilimento totale della persona, fini per sviluppare un terrore anche più insostenibile: il terrore della morte come dannazione e tormento eterni.
La psiche delle popolazioni cristiane si trovò così a essere letteralmente allagata da questa nuova ondata d’angoscia.  (…)

Beninteso, l’angoscia della morte era sempre stata, come si è visto, alla radice del pensiero religioso e della cultura umana in quanto tale. Durante il Medioevo cristiano, però, la difesa religiosa aveva funzionato sufficientemente bene, assicurando la certezza che una vita condotta secondo i principi dettati dall’autorità ecclesiastica poteva salvare dai tormenti della dannazione eterna.

Via via che le condizioni da soddisfare per ottenere la salvezza venivano complicate e inasprite per i meccanismi tipici di ogni rituale ossessivo penitenziale o propiziatorio, però, l’angoscia della dannazione divenne sempre più insopportabile.
E qui va cercata la fonte delle ossessioni penitenziali, delle auto-flagellazioni, dei cilici, come anche dell’ossessiva rappresentazione della morte nella pittura e nella letteratura devota. (…)

Insomma, come spesso accade anche nelle nevrosi individuali, la difesa religiosa contro l’angoscia di morire finì per produrre un’angoscia - l’angoscia di dannazione - anche più intollerabile di quell’angoscia di morte che essa voleva esorcizzare. Il risultato fu che la difesa religiosa divenne troppo costosa e cominciò a essere gradualmente abbandonata.
Così (…) con l’Umanesimo ed il Rinascimento si cominciarono ad apprezzare i vantaggi dello scetticismo religioso. (…)

Un’altra fonte tipicamente religiosa di incremento dell’angoscia cristiane di morte e di dannazione fu la Riforma Protestante. (…)
Uomo di grande religiosità, Lutero visse con disperata serietà il suo rapporto con Dio. Per vari anni, all’inizio del suo periodo monastico, egli si sforzò di conquistare il favore divino con un ascetismo sempre più esigente, ma era continuamente turbato dal timore di non aver fatto abbastanza, di non esseri sottoposto a penitenze e discipline sufficienti.

Egli era quindi caduto nella tipica trappola della difesa ossessiva contro l’angoscia, di cui abbiamo testé parlato. Nemmeno il ricorso alla confessione sembrava aiutarlo, perché il povero Lutero non riusciva proprio a ricordare e tanto meno a riconoscere tutti i suoi peccati. (…)

Egli cominciò quindi,ad avvicinarsi alla teoria della predestinazione, che attribuiva la salvezza o la condanna a un imperscrutabile atto di volontà divina, anteriore alla nascita degli esseri umani.
Questa teoria aveva del resto nella tradizione giudaico-cristiana precedenti illustri e antichi. Nell’Antico Testamento, sono numerosi i passi che si riferiscono implicitamente alla predestinazione (…).

Nel Nuovo Testamento, si possono ricordare i brani del Vangelo di Giovanni in cui si afferma che Iddio onnipotente ha dato a Cristo i nomi degli uomini “chiamati alla salvezza”.
Ma fu soprattutto con la predicazione paolina e agostiniana che il concetto di predestinazione assunse un’articolazione e un’autorità particolari.
“Quelli che ha predestinati - scrive Paolo nella Lettera ai Romani - li ha pure chiamati; e quelli che ha chiamati, li ha pure giustificati, li ha pure glorificati.” (…)

A sua volta sant’Agostino sostenne che la stessa vocazione era un atto sovrano e imperscrutabile di Dio che non dipendeva dall’accettazione umana ed era non solo vocazione alla grazia ma anche alla gloria.
Chiaramente, di fronte a questa imperscrutabilità dei disegni divini, tutto quanto l’uomo poteva fare era appunto di affidarsi totalmente alla fede.

La teoria protestante della salvezza attraverso la fede ha dunque la sua prima radice nella profonda angoscia di morte e di dannazione del giovane Lutero: angoscia di dannazione che, del resto, abbiamo visto essere comune a tutto il mondo cristiano verso la fine del Medioevo.
Su quest’angoscia di dannazione, le gerarchie ecclesiastiche cattoliche avevano scoperto la possibilità di imbastire un’autentica industria: il cosiddetto commercio delle indulgenze, che era divenuto uno dei massimi cespiti della Chiesa di Roma.

Lutero fu testimone di questo scandaloso commercio (…) ed indignato per questo baratto (…)  pubblicò infine le sue “Novantacinque Tesi” (…) con cui ebbe inizio la rivolta protestante contro l’infallibilità papale. (…)
Alla radice della Riforma Protestante (e forse più ancora delle sue esasperazioni calviniste e zwingliane) sta quindi, ancora una volta, l’angoscia di morte e l’esito paradossalmente angoscioso che aveva avuto, alla fine del Medioevo, la difesa eretta contro di essa dalla religione cristiana. >>

LUIGI DE MARCHI
 

sabato 11 gennaio 2014

Tra Inferno e Paradiso - 1

Non passa giorno che non giunga notizia di qualche uccisione o strage commessa “in nome di Dio”.
Verrebbe da chiedersi, innanzi tutto, perché mai ad uccidere i nemici di Dio devono pensarci gli uomini, anziché Dio stesso: non è in grado ? Non ha voglia ? E’ impegnato in altre cose ?
Ma il fanatismo religioso non si pone di queste semplici domande e procede imperterrito per la sua (sanguinosa) strada.
Il motivo si trova nella genesi psicologica di questa aberrazione, come ci spiega il grande antropologo e psicologo Luigi De Marchi, in queste pagine di grande interesse e, purtroppo, attualità.
LUMEN


<< E’ tempo di analizzare da vicino la dinamica psicologica del fanatismo religioso, perché essa ebbe un impatto immenso, che andò ben oltre l’ambito delle religioni e delle epoche che lo generarono.
Ai fini di quest’analisi, l’escatologia cristiana mi sembra l’esempio più valido e significativo, sia perché essa elabora e fonde i due massimi miti del giudaismo e dello zoroastrismo (il primo relativo alle origini e alla caduta dell’uomo, il secondo relativo alla sua futura salvezza ultraterrena e ai mezzi per conseguirla) aggiungendo la componente essenziale dell’intervento salvifico di Cristo, sia perchè il cristianesimo ha avuto un’influenza ineguagliata da qualsiasi altra religione sullo sviluppo della cultura moderna quale essa è oggi.

Il mito biblico dell’Eden mi sembra essenziale per vari motivi. In primo luogo, esso è la spiegazione forse più articolata, e certamente più diffusa, della condizione esistenziale umana in termini di disobbedienza, colpa e peccato.

Questa “spiegazione” ebbe effetti imponenti e drammatici sul modo in cui l’uomo fini per vedere se stesso. I concetti di peccato originale e d’intrinseca perversità dell’uomo con tutte le angosce, le flagellazioni, le penitenze e le persecuzioni che ne deriveranno, hanno qui la loro radice e giustificazione “logica”, mentre l’intervento salvatore di Cristo assume, nel quando del Peccato Originale, il valore d’un riscatto insostituibile da una condizione altrimenti irrimediabile di dannazione.

In secondo luogo, il mito dell’Eden radica nel passato la speranza della Salvezza e del Paradiso. L’uomo è caduto nella sua tragica condizione di sofferenza e di morte perché ha violato la Legge Divina, ma può riconquistare la felicità e l’immortalità, insomma il Paradiso Perduto, se riconosce il suo errore e torna a sottomettersi alla Legge Divina secondo gli insegnamenti dettati dal Profeta o Messia per conto della divinità stessa.

In questa concezione passato e futuro, Paradiso Terrestre e Paradiso Celeste, Paradiso Perduto e Paradiso Riconquistato (…) si collegano e confermano a vicenda come due montagne incantate svettanti sopra la valle di lacrime e morte della condizione umana.
In terzo luogo questo collegamento fra passato e presente e’ particolarmente evidenziato dalla profezia paolina (mutuata dallo zoroastrismo) “della resurrezione della carne”. E’ un tema che svela tutta l’ambivalenza della condanna cristiana della sessualità.
Da un lato il corpo e il sesso vengono odiati perchè sono stati causa nell’Eden della condanna dell’uomo alla sofferenza e alla morte e perchè in essi emerge in tutta la sua penosa crudeltà la corruttibilità della materia.

Ma dall’altro, l’attrazione insopprimibile e inconscia esercitata dalla sessualità riaffiora in questa visione della carne purificata quale forma suprema di felicità e interezza umana.
In quarto luogo, il mito attribuisce chiaramente alla donna la responsabilità della caduta, e quindi della morte. Questa proiezione del senso di colpa reattivo allo shock esistenziale ebbe un enorme impatto psicologico, sociale e culturale sulla condizione dell’uomo e della donna.

Mentre essa consentì all’uomo di alleviare i propri sensi di colpa, di recuperare una speranza di riscatto e di salvezza, di percepirsi e presentarsi come il tramite più qualificato (o meno squalificato) all’interpretazione della volontà divina, essa legittimò l’inferiorizzazione morale, sociale ed economica della donna, la sua esclusione dal sacerdozio e perfino, in certi periodi, la sua estromissione dalla cerchia delle attività religiose.
Del resto, se nella tradizione giudaico-cristiana e islamica questa discriminazione misogina ha trovato un’elaborazione più complessa, essa è presente più o meno in tutte le religioni: la donna è guardata dovunque con sospetto, come simbolo delle tentazioni o illusioni terrene che possono distrarre il Giusto dalla strada della virtù salvifica.

In quinto luogo, il mito biblico denuncia chiaramente la natura sessuale del peccato originale che ha portato alla caduta dell’uomo e alla sua cacciata dal Paradiso. Eva, sedotta dal Demonio, seduce a sua volta Adamo inducendolo a gustare il frutto proibito.
Tutto il testo biblico è intriso di allusioni sessuali: Satana ha forma di serpente (un classico simbolo fallico); la donna offre un frutto proibito (un altro classico simbolo sessuale di molti miti); Adamo ed Eva, appena gustato il frutto, “si vergognarono della loro nudità e cercarono di coprirsi”.

Se la caduta dell’uomo nel mondo della sofferenza e della morte - pensarono i teologi - era stata determinata dalla violazione del tabù sessuale imposto dalla volontà divina nel Paradiso Terrestre, la riconquista dell’immortalità e della felicità poteva fondarsi solo sulla rinuncia totale alla sessualità, “fons et origo” della perdizione umana.
È una simmetria logica che esprime una più profonda esigenza psicologica: se la morte è il supremo dolore, la punizione peggiore, essa può essere evitata o vinta solo infliggendosi la rinuncia alla suprema gioia terrena, appunto l’amore.

Prima ancora che strumento di gregarizzazione da parte di una società oppressiva (Reich), o strumento di sublimazione per una cultura destinata a essere nevrotica (Freud), il tabù sessuale appare dunque in quest’ottica una norma, un rituale auto-punitivo e propiziatorio con cui l’umanità primordiale e poi quella storica tentarono di riconciliarsi con la divinità adirata e dispensatrice di morte: “Rinuncia alla suprema felicità dell’amore su questa terra (…) e avrai la felicità suprema dopo la morte”. O più semplicemente: “Rinuncia a vivere sulla terra e avrai vita eterna nell’aldilà”.

Per chi sappia inquadrarli nella dinamica dello shock esistenziale, la religione in genere e il tabù sessuale in particolare, che l’analisi marxiana e quella reichiana riducono a puro strumento di dominio, appaiono piuttosto radicati in un bisogno profondo e antico di difesa contro l’angoscia di morte: un bisogno che spiega la persistenza e il ritorno tenace della religione e del tabù ben oltre il declino delle istituzioni ecclesiastiche e sociali di dominio che lo avevano storicamente imposto.

Soprattutto, la nuova prospettiva esistenziale svela che le strutture antiche e moderne di repressione non sono nate dal nulla al solo scopo di opprimere un’umanità altrimenti libera e felice, come ritennero Rousseau, Engels, Reich e tutti i pensatori di stampo naturalista, ma sono al contrario la prima, disperata difesa eretta dall’uomo primordiale contro l’orrore scatenato in lui dall’esperienza partecipativa alla morte del suo simile e dall’angosciosa presa di coscienza del proprio destino di morte.

Infine, il mito biblico dell’Eden contiene un’altra elaborazione dello shock esistenziale, che ebbe anch’essa enormi implicazioni per la storia umana, soprattutto in campo culturale e scientifico. Il testo biblico dice infatti che il frutto proibito (…) era il frutto dell’Albero della Conoscenza, della scienza del Bene e del Male.
Accanto alla connotazione sessuale, insomma, il Peccato Originale presenta, nel mito biblico, anche una connotazione cognitiva ed etica: la caduta, la sofferenza, la morte dell’uomo sarebbero cioè da attribuire (…) anche al desiderio di conoscere, di giudicare autonomamente il Bene e il Male. (…)

Sembra qui affiorare un’oscura intuizione o forse un’oscura memoria della fonte primordiale del dolore umano: appunto l’evoluzione coscienziale e conoscitiva, da cui è scaturita la scoperta del proprio destino di morte, con lo shock esistenziale e l’angoscia primaria e ricorrente della scimmia umana.
E ancora una volta, questo rapporto tra conoscenza e dolore viene interpretato in chiave punitiva: il dolore e la morte sono punizioni inflitte all’uomo per la colpa, il peccato, la disobbedienza da lui commessa cercando di conoscere.

Siamo qui dinnanzi alla scelta cruciale della scimmia umana. Da una parte sta il mito di Prometeo, che strappa agli dei il fuoco e si adopera per aiutare l’uomo nella sua faticosa evoluzione. Anche Prometeo viene punito (come voleva anche in Grecia la tradizione religiosa), ma non si pente nè si arrende: anzi, grida la sua ribellione cosmica.
Dall’altra c’è questo mito biblico dell’Eden, che insegna all’uomo che la sua condizione tragica è una giusta punizione inflittagli dalla divinità per aver disobbedito, per aver voluto amare e conoscere.

Fu questa scelta a prevalere nel mondo cristiano, e non solo in esso. Ma se da un lato possiamo rammaricarcene, per le pesanti implicazioni oscurantiste che ebbe, dall’altro non possiamo non comprendere quali tremende angosce abbiano indotto la scimmia cristiana a questa scelta, ammesso che scelta si possa chiamare.
Come la rinuncia alle gioie dell’amore, così anche la rinuncia a una conoscenza e ad una moralità autonome da imposizioni autoritarie e dogmatiche fu considerata per secoli, anzi millenni, condizione pregiudiziale alla riconquista del Paradiso Perduto: e ciò non solo nelle società religiose, ma anche in quelle atee.

Il supplizio di Galileo, di Giordano Bruno e di mille altri “eretici impenitenti”, la persecuzione della ricerca scientifica e filosofica indipendente, perfino il conformismo della cultura accademica e ufficiale hanno qui la loro radice.
È stato molto facile, per un certo pensiero rivoluzionario (…), ridurre la persecuzione della ricerca indipendente a mero strumento di dominio. Essa è stata ed è certamente anche questo.

Ma se immaginiamo la mescolanza di angoscia e superstizione, curiosità e terrore, speranza e disperazione con cui i potenti e le moltitudini dell’antichità si aggrappavano ai loro stregoni e sacerdoti, alle loro credenze, ai loro riti, possiamo ben capire quanta paura e quanta collera il pensiero indipendente potesse suscitare (…).
Esso infatti minacciava proprio quei dogmi, quelle credenze e quei riti che costituivano la principale difesa personale e sociale contro una nuova irruzione dello shock esistenziale e della relativa angoscia di morte. (…)

Proprio come la precipitazione dell’uomo nella sofferenza e nella morte era stata provocata, agli albori del mondo, dalla sua curiosità insaziabile, così un pensiero ribelle all’autorità religiosa (…) poteva definitivamente compromettere la speranza di riconquistare il paradiso perduto. >>

LUIGI DE MARCHI

(continua)

sabato 4 gennaio 2014

Emoticon

Altra intervista virtuale, altra vittima illustre (e, come sempre, ignara). Questa volta si tratta del  neuro-scienziato portoghese Antonio Damasio, celebre per i suoi studi sul legame profondo e indissolubile che esiste tra la mente ed il corpo dell’uomo, tanto da affermare che il pensiero razionale (la vetta più alta della mente umana) affonderebbe le sue radici proprio nelle emozioni primordiali.  Impegnativo, ma interessante. LUMEN

 
LUMEN – Professor Damasio, cosa possiamo dire sul funzionamento del cervello umano ?
DAMASIO - Il mio punto di partenza, sostenuto dall'osservazione di diversi casi clinici, è che il cervello non può essere studiato senza tener conto dell'organismo a cui appartiene e dei suoi rapporti con l'ambiente.

LUMEN – Mi pare giusto. In fondo anche noi siamo animali.
DAMASIO - lo studio delle funzioni cognitive, e in particolare della coscienza, ha subito per lungo tempo l'influsso di una tradizione filosofica che può essere fatta risalire a Cartesio. Questi ci propone, infatti, una concezione che separa nettamente la mente dal corpo, attribuendo alla prima, addirittura, un fondamento non materiale.

LUMEN – La famosa distinzione tra res cogitans e res extensa.
DAMASIO - L'errore di Cartesio è stato quello di non capire che la natura ha costruito l'apparato della razionalità non solo al di sopra di quello della regolazione biologica, ma anche a partire da esso e al suo stesso interno.

LUMEN – Interessante.
DAMASIO - Il processo decisionale - ad esempio quello di compiere una scelta tra due o più alternative - è spesso ben lontano da quello di un'analisi che consideri minuziosamente i pro e i contro di ciascuna scelta. Il più delle volte, in special modo quando abbiamo a che fare con problemi complessi, dai molteplici risvolti personali e sociali, siamo portato ad utilizzare una strategia diversa, che fa riferimento agli esiti di passate esperienze, nelle quali riconosciamo una qualche analogia con la situazione presente. Dette esperienze hanno lasciato delle tracce, non necessariamente coscienti, che richiamano in noi emozioni e sentimenti, con connotazioni negative o positive.

LUMEN – E come possiamo chiamare queste tracce del passato ?
DAMASIO – Io le ho definite marcatori somatici. Marcatori perché il particolare stato corporeo richiamato costituisce una sorta di "contrassegno"; somatici perché riguardano i vissuti corporei, sia a livello viscerale a che quello non viscerale.

LUMEN – Ne consegue una connessione molto stretta tra corpo e mente, tra emotività e decisioni.
DAMASIO – Esatto. In tale processo, la scelta della risposta è condizionata dalle risposte somatiche emotive, avvertite a livello soggettivo, che vengono utilizzate, non necessariamente in maniera consapevole, come indicatori della bontà o meno di una certa prospettiva. Sono quindi i “sentimenti somatici” che accompagnano, sistematicamente, le nostre aspettative del possibile esito delle varie opzioni di una decisione da prendere.

LUMEN - I sentimenti, cioè, fanno parte del contrassegno posto sulle varie opzioni.
DAMASIO – Proprio così. In tal modo i marcatori somatici ci servono come strumento automatico che facilita il compito di selezionare opzioni vantaggiose dal punto di vista biologico.

LUMEN – Quindi non c’è un vero distacco tra ragione e sentimento.
DAMASIO – Non c’è. E lo stretto legame esistente tra l'apparato della razionalità - e quindi della capacità di decidere - e quello posto alla base delle emozioni e dei sentimenti, viene confermato anche dalla pratica neurologica.

LUMEN – Per esempio ?
DAMASIO – Per esempio vi sono pazienti che, per effetto di danni cerebrali, hanno  perduto le capacità di provare alcune delle più comuni emozioni connesse al vivere sociale. Ora, questi pazienti, pur mantenendo integre le altre facoltà cognitive superiori (attenzione, memoria, intelligenza), si trovano, data l'assenza di emozioni,  nella sostanziale incapacità di decidere in situazioni che riguardano i propri interessi o quelli degli altri.

LUMEN – Incredibile. E passiamo ora a quella che chiamiamo “coscienza”. Come la possiamo definire ?
DAMASIO – La coscienza consiste nella costruzione di “conoscenze” rispetto a due aspetti: l'organismo che entra in relazione con qualche oggetto; e  l'oggetto coinvolto nella relazione, che causa un cambiamento nell'organismo. Il cervello deve quindi rappresentare sia le due componenti (organismo e oggetto), che la relazione tra di essi.

LUMEN – E come avviene questo ?
DAMASIO - La coscienza inizia come un sentimento, un tipo particolare di sentimento, ma comunque qualcosa di assimilabile a questo. Le emozioni, infatti, da un punto di vista evolutivo, sono risposte fisiologiche che mirano ad ottimizzare le azioni intraprese dall'organismo nel mondo che lo circonda.

LUMEN – Ovviamente ci sono delle prove, di questo.
DAMASIO – Sì. Abbiamo numerose prove neurologiche che dimostrano come certi meccanismi cerebrali siano comuni sia alle emozioni che alla coscienza.
Possiamo quindi concludere che, fondamentalmente, la coscienza rappresenta un aspetto ausiliario della nostra dotazione biologica di adattamento all'ambiente.

LUMEN – Il trionfo di Darwin.
DAMASIO – Senza dubbio.

LUMEN - Cos’altro possiamo dire sulla coscienza ?
DAMASIO - La coscienza non è monolitica, ma può essere distinta in 3 categorie, o meglio livelli: il Proto-sé, la Coscienza nucleare e la Coscienza estesa

LUMEN – Entriamo nel dettaglio.
DAMASIO -  Il Proto-sé è il fenomeno primordiale di auto-identificazione che l'uomo condivide con gli animali superiori, alle cui base sono le emozioni, eventi strettamente biologici, sui quali si sviluppano poi i sentimenti (paura, fame, sesso, rabbia...) che hanno come motore l'interazione tra l'organismo e il mondo oggettuale.
LUMEN – Qui però non c’è ancora la consapevolezza.
DAMASIO – No. Il "proto-sé" non è consapevole di sé: rappresenta semmai quella parte del sé che impara poco per volta a riconoscersi come parte separata dal mondo esterno.

LUMEN – Passiamo al secondo livello.
DAMASIO – La Coscienza nucleare è un fenomeno biologico nel quale sono contemporaneamente presenti tre elementi: l'oggetto di sui si è coscienti, la posizione del proprio corpo rispetto a quell'oggetto e la relazione che si stabilisce tra queste due entità. La coscienza nucleare fornisce all'organismo un senso di sé qui e ora; non ci dice nulla riguardo al futuro. L'unico passato che possiede è quello, vago, relativo a ciò che è appena accaduto.

LUMEN – E infine il terzo livello.
DAMASIO – La Coscienza estesa si forma sulla base della “coscienza nucleare” (secondo livello) ed è all'origine del "sé autobiografico". Questo livello di coscienza richiede il linguaggio, poiché solo attraverso di esso possiamo formulare la nostra storia personale, in cui prendono posto i ricordi, le speranze, i rimpianti e così via.

LUMEN – La coscienza ha quindi un modello gerarchico.
DAMASIO – Certamente.  Non può darsi il sé nucleare senza il proto-sé e non può darsi quello autobiografico senza il sé nucleare.

LUMEN – Si tratta di idee molto innovative, che  hanno contribuito a introdurre finalmente il corpo nella discussione scientifica sulla coscienza.
DAMASIO – Certamente, ma era inevitabile. L'idea che l'organismo partecipi all'esperienza cosciente rompe nettamente con una tradizione che vuole la mente ben distinta dal corpo. Ma d’altra parte restituisce alla coscienza stessa i requisiti biologici indispensabili per farne un oggetto di studio scientifico.

LUMEN – Professore, vi ringrazio.