sabato 25 luglio 2015

I giganti della fede – Don Abbondio

Dice la Chiesa che le vie della fede sono infinite, così come le strade per raggiungere la salvezza. 
Ma, tra i tanti percorsi, non va dimenticato quello, molto pragmatico, del buon Don Abbondio, l’immortale personaggio creato da Alessandro Manzoni, la cui scelta di vita, secondo me, ha guidato nei secoli tanti altri uomini di chiesa.
Ma ecco il ritratto psicologico di Don Abbondio, come ci viene acutamente descritto dal Manzoni nel 1° capitolo dei “Promessi Sposi”. Buona lettura. 
LUMEN


<< Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. La forza legale non proteggeva in alcun conto l’uomo tranquillo, inoffensivo, e che non avesse altri mezzi di far paura altrui.
 
Non già che mancassero leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano; i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta, aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d’impedimento a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio.
 
Con tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori; o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente d’aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già soffrivano da’ perturbatori, e d’accrescer le violenze e l’astuzia di questi.
 
L’impunità era organizzata, e aveva radici che le gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i privilegi d’alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con attività d’interesse, e con gelosia di puntiglio. (…)
 
L’uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d’essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni. Quindi era, in que’ tempi, portata al massimo punto la tendenza degl’individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici stessi una corporazione.
 
Ognuna di queste piccole oligarchie aveva una sua forza speciale e propria; in ognuna l’individuo trovava il vantaggio d’impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie, alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene l’impunità.
 
Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere.
 
Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete.
 
Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema particolare.
 
Don Abbondio, assorbito continuamente ne’ pensieri della propria quiete, non si curava di que’ vantaggi, per ottenere i quali facesse bisogno d’adoperarsi molto, o d’arrischiarsi un poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili, fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o con le coltellate.
 
Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse: ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch’io mi sarei messo dalla vostra parte.
 
Stando alla larga da’ prepotenti, dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da un’intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza d’inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a fargli un sorriso, quando gl’incontrava per la strada, il pover’uomo era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche.
 
Non è però che non avesse anche lui il suo po’ di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar così spesso ragione agli altri, que’ tanti bocconi amari inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po’ di sfogo, la sua salute n’avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v’eran poi finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch’egli conosceva ben bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui la voglia d’essere un po’ fantastico, e di gridare a torto.
 
Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui, quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche lontano, pericolo. Il battuto era almeno un imprudente; l’ammazzato era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perchè la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che ogni parte abbia soltanto dell’una o dell’altro.
 
Sopra tutto poi, declamava contro que’ suoi confratelli che, a loro rischio, prendevan le parti d’un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl’impicci a contanti, un voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente, ch’era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero.
 
E contro questi predicava, sempre però a quattr’occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sè, e stia ne’ suoi panni, non accadon mai brutti incontri. >>
 
ALESSANDRO MANZONI

mercoledì 22 luglio 2015

Di gracile Costituzione – 4


Il testo della Costituzione Italiana rivisitato e reinterpretato alla luce della prassi materiale sviluppatasi in questi ultimi decenni –  quarta parte. LUMEN



COSTITUZIONE della REPUBBLICA ITALIANA
Parte prima - DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI
Titolo III - RAPPORTI ECONOMICI


Art. 35.
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura la formazione e l'elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro.
Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell'interesse generale, e tutela il lavoro italiano all'estero.

Lum. - La Repubblica  tutela la disoccupazione in tutte le sue forme ed applicazioni.
Cura l’elevazione dei lavoratori edili, tramite appositi montacarichi.
Promuove e favorisce gli accordi internazionali intesi a favorire l’immigrazione illegale di lavoratori sottopagati.
Riconosce la libertà di emigrazione, senza alcun vincolo di legge, per i colpevoli di reati fiscali o finanziari.


Art. 36.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Lum. - Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata al peso e all’influenza del suo sindacato e in ogni caso sufficiente ad assicurare il regolare pagamento della quota di iscrizione.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita secondo il tempo e gli usi locali.
Il lavoratore ha diritto alla pausa settimanale e alle ferie annuali, in modo da poter lavorare da casa in nero.


Art. 37.
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

Lum. - La donna lavoratrice ha superiori diritti e, a parità di lavoro, minori  retribuzioni rispetto al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare, assicurando al padre ed al bambino il tempestivo ritorno a casa per la cena.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato, al di sotto del quale il salario non è dovuto.
La Repubblica regola il lavoro dei minori con speciali norme a garanzia del datore di lavoro.


Art. 38.
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all'educazione e all'avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L'assistenza privata è libera.

Lum. - Ogni cittadino può fingersi inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere, onde ottenere il mantenimento e l'assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto di frodare l’assicurazione in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
I finti inabili e i finti minorati hanno diritto di ricevere la pensione sociale senza subire controlli.
Ai compiti previsti in questo articolo possono provvedere organi ed istituti religiosi, purché finanziati dallo Stato.
L'assistenza privata è controllata dalla Chiesa Cattolica


Art. 39.
L'organizzazione sindacale è libera.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Lum. - L'organizzazione sindacale è libera, ma l’iscrizione è obbligatoria.
Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non l’esposizione del logo sulla facciata della sede.
È condizione per l’ottenimento di contributi da parte dello Stato l’apparentamento ad un partito politico..
I sindacati sono associazioni private, prive di qualsiasi controllo. Possono, previa trattativa da effettuarsi rigorosamente durante l’orario, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria anche per i non iscritti.


Art. 40.
Il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano.

Lum. - Il diritto di sciopero si esercita nei giorni di calendario più vicini al fine-settimana o alle altre festività.


Art. 41.
L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Lum. - L'iniziativa economica privata dei ricchi e dei potenti è libera.
Può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi  e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e quella privata possano essere coordinate per meglio finanziare i partiti politici.


Art. 42.
La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Lum. - La proprietà può essere pubblica, privata od occulta. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti pubblici, a privati e, per in caso di dubbio, alla Chiesa Cattolica.
La proprietà privata è riconosciuta e controllata dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento ed i limiti allo scopo di assicurare il regolare pagamento delle imposte.
La proprietà privata può essere, se richiesto dalla pubblica amministrazione e previo indennizzo simbolico, espropriata per motivi d'interesse politico.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione testamentaria, onde consentire il maggior numero di lasciti alla Chiesa Cattolica.


Art. 43.
A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Lum. – Al fine di aiutare i ricchi in difficoltà, la legge può trasferire, mediante espropriazione formale e lauto indennizzo, allo Stato o ad enti pubblici determinate imprese o gruppi di imprese, che si trovino in difficoltà per questioni finanziarie o penali o per violazioni di legge.


Art. 44.
Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.

Lum. - Al fine di conseguire il massimo e controproducente sfruttamento del suolo, la legge agevola il latifondo dei ricchi e dei potenti; ostacola la bonifica delle terre, la manutenzione dei fondi e la ricostituzione delle opere di prevenzione ambientale; ignora le esigenze della piccola e la media proprietà. La legge dispone speciali provvedimenti a favore dei forestali calabresi.


Art. 45.
La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata.
La legge ne promuove e favorisce l'incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.
La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell'artigianato.

Lum. - La Repubblica riconosce l’utilità politica delle cooperative commerciali, a condizione che provvedano al regolare finanziamento dei partiti di riferimento.
La legge ne promuove e favorisce l'arricchimento mediante ingiustificate  agevolazioni fiscali e ne assicura, evitando i relativi controlli, il carattere di totale autonomia.
La legge provvede ad ostacolare lo sviluppo dell'artigianato mediante apposite norme, anche fiscali.


Art. 46.
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Lum. - Ai fini della tutela economica dei ricchi, in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il dovere dei lavoratori a collaborare,  a titolo assolutamente gratuito, alla ricostruzione delle aziende colpite da calamità naturali.


Art. 47.
La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.
Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.

Lum. - La Repubblica incoraggia il deficit in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito, nell’interesse dell’ABI.
Favorisce la tassazione del risparmio popolare, della proprietà dell'abitazione, della proprietà diretta coltivatrice e dell’azionariato popolare dei grandi complessi produttivi del Paese.

venerdì 17 luglio 2015

Veterani si nasce


Leo Longanesi, Leopoldo all’anagrafe, è stato un famoso giornalista, editore e aforista italiano del ‘900.

Nato in Romagna e trasferitosi poi a Milano, ebbe una vasta produzione pubblicistica, in cui il gusto per la tradizione si fondeva con un atteggiamento intellettuale anticonformista. Il successo ottenuto dalle sue (molte) iniziative editoriali gli consentì di conquistare un ruolo di “opinion maker” politico-culturale, che lo accompagnò per tutta la sua carriera.

Quelli che seguono sono alcuni dei suoi migliori e più graffianti aforismi. Buon divertimento. LUMEN


Non comprate quadri moderni: fateveli in casa.

I nostri deputati leggono poco, si sente dal loro silenzio.

Il popolo italiano è sempre in buona fede.

Il paradosso è il lusso delle persone di spirito, la verità è il luogo comune dei mediocri.

L'amore è l'attesa di una gioia che quando arriva annoia.


L'arte di trascorrere il tempo è l'arte di non inseguirlo.

Alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione.

Buoni a nulla, ma capaci di tutto.

C'è una sola grande moda: la giovinezza.

Chi rompe, non paga e siede al governo.


Eppure, è sempre vero anche il contrario.

I buoni sentimenti promuovono sempre ottimi affari.

I difetti degli altri assomigliano troppo ai nostri.

I problemi sociali non si risolvono mai: invecchiano, passano di moda e si dimenticano.

I ricordi si interpretano come i sogni.


Il moderno invecchia; il vecchio ritorna di moda.

In Italia, tutti sono estremisti per prudenza.

L'arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati.

L'intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto.

L'italiano non lavora, fatica.


La virtù affascina, ma c'è sempre in noi la speranza di corromperla.

Non è la libertà che manca; mancano gli uomini liberi.

Non si ha idea delle idee della gente senza idee.

Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa.

Un vero giornalista: spiega benissimo quello che non sa.


Un'idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione.

Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo.

Quando potremo raccontare la verità non ce la ricorderemo più.

Non capisce, ma non capisce con grande autorità e competenza.

È meglio assumere un sottosegretario che una responsabilità.


Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica.

Il napoletano non chiede l'elemosina, ve la suggerisce.

La carne in scatola americana la mangio, ma le ideologie che l'accompagnano le lascio sul piatto.

La noia segue l'ordine e precede le bufere.

La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: Ho famiglia.


Le apparenze hanno per me uno straordinario valore e giudico tutto dall'abito: ho il coraggio di essere superficiale.

Non bisogna appoggiarsi troppo ai princìpi, perché poi si piegano.

Non sono le idee che mi spaventano, ma le facce che rappresentano queste idee.

Se le religioni fossero molto chiare perderebbero, coll'andar del tempo, i credenti.

Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia.


Sono un conservatore in un Paese in cui non c'è niente da conservare.

Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.

Un'idea imprecisa ha sempre un avvenire.

Vissero infelici perché costava meno.

Veterani si nasce.

LEO LONGANESI

venerdì 10 luglio 2015

Faccetta nera


Con il termine colonialismo si intende (fonte Wikipedia)l'espansione di una nazione su territori e popoli all'esterno dei suoi confini, spesso per facilitare il dominio economico sulle risorse, il lavoro e il commercio di questi ultimi.

Il termine indica anche, in senso stretto, il dominio coloniale mantenuto da diversi Stati europei su altri territori extraeuropei lungo l'età moderna e indica quindi il corrispettivo periodo storico, cominciato nel XVI secolo, contemporaneamente alle esplorazioni geografiche europee, assumendo nel XIX secolo il termine di imperialismo.” 
Il colonialismo “storico”, come noto, si è formalmente concluso nella seconda metà del ‘900, ma non si può negare che gli strascichi politici e culturali continuino, sotto traccia, ancora oggi.
Ce ne parla Aldo Giannuli in questo interessante, anche se un po’ scomodo, commento (tratto dal suo sito). LUMEN


<< L’Europa è stata molto generosa con sé stessa, autoassolvendosi del suo passato coloniale: concessa l’indipendenza agli ex colonizzati, ha ritenuto che ogni problema fosse risolto e che una parentesi di storia si fosse chiusa senza strascico. Ma è così?

Per circa un ventennio, dagli anni venti ai quaranta, nelle facoltà di medicina francesi si insegnava che gli algerini hanno una conformazione neurologica particolare, che li rende fisiologicamente criminali, aggressivi, violenti. Delinquono perché sono delinquenti di natura e non possono far altro. Nel linguaggio coloniale francese ogni parola che indicava un algerino corrispondeva ad un insulto come “bicot” (capretto) sinonimo di nordafricano.

Nelle scuole di primo e secondo grado delle colonie, i libri di testo –tutti di autori europei- parlavano della naturale superiorità razziale dei bianchi che le genti di colore, malgrè soi, dovevano sforzarsi di imitare. Sino a circa mezzo secolo fa, medici, antropologi, biologi, psicologi ecc davano per scontata l’inferiorità naturale delle popolazioni di colore.

Tutto questo gli europei lo hanno rimosso. Gli islamici no. La fine del colonialismo è di circa 60 anni fa, ma mezzo secolo, sul piano della storia, è un tempo trascurabile. D’altro canto, se ogni fede religiosa è soprattutto un’antropologia, dobbiamo chiederci quale sia stato il sedimento storico profondo della vittoria militare di una cultura monoteista (quella cristiana) su un’altra cultura monoteista (quella islamica).

Jan Assmann sostiene che il seme della guerra di religione è proprio nel monoteismo. E’ un fatto che le religioni monoteiste siano quelle che hanno prodotto più frequentemente guerre di religione e che il conflitto più lungo (di fatto dall’VIII secolo in poi) è proprio quello che ha contrapposto a più riprese le due grandi religioni monoteiste.

Potiers, le crociate, la cacciata dei Mori di Spagna, Lepanto, Vienna, ecc. non sono ombre dissolte del passato, vivono nel perdurante senso di ostilità che è sepolto nel profondo della psicologia dei popoli arabi ed  europei. E’ sintomatico che gli islamici siano gli immigrati che raccolgono più ostilità fra gli europei. Ed è nella cornice di questo conflitto millenario che trova posto la vicenda del colonialismo europeo nel Medio Oriente e Nord Africa.

C’è un aspetto di quella vicenda, che non ha ricevuto la necessaria attenzione da parte della maggioranza degli storici: il colonialismo, prima e più ancora che di territorio fu invasione della mente. Su questo resta insuperata l’opera di Franz Fanon che ancora oggi può dirci molto sulla sostanza psicologica del conflitto in atto. Il colonizzato, tenuto in costanti condizioni di inferiorità, fu costretto al permanente confronto con il bianco.

Persino nell’intimità sessuale il comportamento era determinato da questo confronto: “..Nel rapporto col bianco la donna di colore conquista finalmente l’accesso al venerato mondo dei dominatori: l’uomo di colore nel rapporto sessuale con una donna bianca si vendica del padrone coloniale e dimostra la sua parità, il suo essere uomo. In fondo, però, questo atteggiamento dimostra solo una cosa: i valori del colonizzatore vengono riconfermati dal senso e dall’importanza che il colonizzato attribuisce alla situazione eccezionale: il pregiudizio razzista ne riceve una nuova ratifica”

Questo continuo confronto con il bianco in condizioni di inferiorità, determina la nevrosi collettiva diffusa fra i colonizzati, che hanno sia manifestazioni psicosomatiche (ulcere, disturbi del linguaggio, coliche nefritiche, ipersonnie, tremiti idiopatici, irrigidimento muscolare), sia comportamentali come i sensi di insicurezza, la pronunciata aggressività che sfocia nei tassi insolitamente alti di attività criminali nell’Algeria degli anni in cui Fanon opera.

Ma, tale violenza non si indirizzava nei confronti del “padrone bianco” (troppo lontano e potente) ma contro gli altri colonizzati: “Nella situazione coloniale…gli indigeni  hanno tendenza a farsi reciprocamente da schermo. Ciascuno nasconde all’altro il nemico nazionale. E quando, spossato dopo una dura giornata di sedici ore, il colonizzato si lascia cadere su una stuoia e un bambino attraverso il tramezzo di tela piange e gli impedisce di dormire, come per caso, è un piccolo algerino. Quando va a domandare un po’ di semola ed un po’ d’olio dal droghiere cui deve già alcune centinaia di franchi e si vede rifiutare questo favore, un immenso odio e una gran voglia di ammazzare lo sommergono, e il droghiere è un algerino…”

Queste sofferenze neurologiche e psicologiche non si sono dissolte con l’indipendenza, hanno lasciato ferite profonde (e non solo in Algeria). Di mezzo, però, c’è stata la guerra di indipendenza che ha mutato molte cose: gli algerini hanno imparato a rivolgere la loro aggressività verso l’invasore e non più fra di loro (è sintomatico che, a partire dalla rivolta di Algeri, nel 1954, i tassi di criminalità locali crollarono di colpo e si mantennero bassi dopo l’indipendenza).

Ed a combattere il nemico esterno impararono –pur se con scarsa fortuna- anche egiziani, giordani, siriani, libanesi, iraqueni nelle guerre con Israele. Poi vennero le guerre inter islamiche (Iran-Iraq, Arabia Saudita-Yemen ecc.). L’aggressività non era più rivolta verso l’interno di ciascun paese ma sempre più verso l’esterno, assumendo i panni sia di guerre regolari che di guerriglie (Algeria, Yemen, Palestina, Afghanistan, Iraq).

E’ degno di nota che la netta maggioranza dei conflitti attualmente in corso vedano impegnato almeno un paese o un’etnia islamica.  Questo ha dato ai maomettani un senso di accerchiamento, che si è combinato con le troppe sconfitte subite in questo secolo, dopo la disfatta dell’Impero Ottomano che dissolveva l’ultimo califfato. La modernizzazione ha avuto un urto drammatico sul mondo islamico che è quello che stenta più di ogni altro a trovare un suo equilibrio, sia esterno che interno, tanto dell’area quanto ai singoli stati.

E’ di qui che parte l’insorgenza islamista in una progressione sempre più fitta di avvenimenti: 1928 (non molto dopo la dissoluzione dell’impero Ottomano), nascita dei fratelli musulmani, 1949 morte di Al Banna assassinato, 1952 la rivolta di Alessandria di Egitto, 1966 morte in carcere di Al Qutb, 1967 guerra dei sei giorni, 1979 rivoluzione fondamentalista in Iran ed insurrezione fondamentalista a Le Mecca, 1979-89 invasione sovietica in Afghanistan, quindi nascita di Al Quaeda…

Come si noterà, il fenomeno ha radici lontane nel tempo (1928) ma è “esploso” in particolare a partire dagli anni novanta, in parallelo alla marcia trionfale della globalizzazione. E pare evidente che si tratti di una rivolta contro la modernità imposta dalla globalizzazione, vissuta come una nuova “invasione della mente”.

Lo jihadismo è il frutto più vistoso ed imprevisto della globalizzazione che ha un suo nascosto contenuto conflittuale. Lo jihadismo è il principale fattore di shock. L’eccidio di Parigi [del gennaio 2015] lo manifesta con particolare evidenza: una sorta di ripetizione del messaggio dell’11 settembre [2001]. >>

ALDO GIANNULI

sabato 4 luglio 2015

C’era una volta la Sindone

<< Ciò che soprattutto conta per il credente è che la Sindone è specchio del Vangelo. In effetti, se si riflette sul sacro Lino, non si può prescindere dalla considerazione che l'immagine in esso presente ha un rapporto così profondo con quanto i Vangeli raccontano della passione e morte di Gesù, che ogni uomo sensibile si sente interiormente toccato e commosso nel contemplarla. (...)
Pertanto, è giusto nutrire la consapevolezza della preziosità di questa immagine, che tutti vedono e nessuno per ora può spiegare. (...)
La Sindone costituisce così un segno veramente singolare che rimanda a Gesù, la Parola vera del Padre, ed invita a modellare la propria esistenza su quella di Colui che ha dato se stesso per noi. >>

Commovente vero ? Sono alcune delle parole pronunciate a suo tempo da Papa Wojtyla sulla Sacra Sindone di Torino, classico esempio della tipica ambiguità clericale. E autentica, non è autentica ? E chi se ne importa ? Se la gente la venera, va bene lo stesso.

Ma come stanno veramente le cose dal punto di vista storico-scientifico ? Ce lo spiega Piergiorgio Odifreddi in questa impeccabile analisi. 
LUMEN


<< Propongo di iniziare questo [discorso] sulla Sindone partendo da lontano: cioè, dal tempo in cui conosciamo la sua esistenza. Che, comunque, non è così lontano quanto quello al quale vorrebbero risalire coloro che la ritengono autentica.

Mi permetto di ricordare, che la conquista di Costantinopoli del 1204 rivelò all’Occidente la cornucopia di reliquie conservate nei santuari di Bisanzio. Comprate o trafugate dai Crociati, in breve tempo esse andarono ad arricchire il patrimonio di meraviglie sacre conservate nelle chiese medioevali, per l’elevazione spirituale dei fedeli e materiale del clero, e furono sbeffeggiate dal Belli nel sonetto “La mostra de l’reliquie”.

Miracolosamente sopravvissute nei millenni, le memorie del Vecchio Testamento erano sorprendenti. La mensa di Abramo. La scure con cui Noè costruì l’arca, e il ramoscello d’ulivo riportato dalla colomba dopo il diluvio. Le tavole della legge e la verga di Mosè. La manna e l’arca della Santa Alleanza. Tre delle trombe con cui Giosuè fece crollare le mura di Gerico. Il trono di David eccetera.

Altrettanto incredibili erano i reperti del Nuovo Testamento. La mangiatoia di Betlemme. Ampolle col latte della Madonna, e l’ultimo respiro di San Giuseppe. Il cordone ombelicale e otto prepuzi di Gesù bambino. I suoi denti da latte, più vari frammenti di unghie e peli di barba. Le pietre sulle quali fu circonciso e battezzato. Le lettere che avrebbe scritto di proprio pugno. I dodici canestri della moltiplicazione dei pani. La coda dell’asino della Domenica delle Palme.

Il famoso Santo Graal, cioè il calice dell’ultima cena. Il catino in cui Cristo lavò i piedi agli apostoli, e il panno con cui li asciugò. La clamide scarlatta, la corona di spine, lo scettro di canna, il flagello e le orme dei suoi piedi di fronte a Pilato. La Veronica col suo volto. La cenere del falò acceso dopo la rinnegazione di Pietro. Molti chiodi della croce, e un numero enorme di suoi frammenti di legno. In miracoloso contrasto con essi, la croce tutta intera, ritrovata nel 326 dalla madre di Costantino. La spugna, l’aceto, la canna e la punta della lancia del centurione. Il marmo su cui il corpo fu deposto, con i segni delle lacrime della Madonna. La candela che illuminava il sepolcro. Il dito che l’apostolo Tommaso mise nel costato. La pietra dell’assunzione al cielo eccetera.

Benché alcune di queste reliquie siano (state) conservate nelle basiliche più sacre della cristianità, da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, chiunque argomentasse seriamente oggi a favore della loro attendibilità storica verrebbe quasi sempre preso per matto. Quasi, ma non sempre, almeno a giudicare dai milioni di fedeli che accorrono a Torino a vedere la Sindone.

O meglio, una delle quarantatré sindoni di cui si ha notizia: alcune con immagini, altre no. Molte andate distrutte da incendi e, come già ironizzava Calvino, prontamente rimpiazzate. Una, quella «miracolosa» di Besançon, distrutta per ordine del Comitato di salute pubblica durante la Convenzione nazionale della rivoluzione francese.

La Sindone di Torino, un telo di lino di circa quattro metri per uno, apparve per la prima volta nel 1353 presso Troyes, nel cuore della regione di Chartres e Reims, famose per le loro cattedrali. Il telo reca una doppia immagine, fronte e retro, di un cadavere nudo, rappresentato secondo i canoni e le proporzioni dell’arte gotica dell’epoca: figura rigidamente verticale, gambe e piedi paralleli, tratti del viso più caratterizzati di quelli del corpo.

La presenza di segni di ferite in perfetto accordo con il racconto evangelico della passione poteva far supporre che quella fosse un’immagine impressa dal corpo di Cristo sepolto, stranamente mai menzionata nei testi sacri, né rappresentata iconograficamente nel primo millennio.

Nel 1389 il vescovo di Troyes inviò però un memoriale al papa, dichiarando che il telo era stato «artificiosamente dipinto in modo ingegnoso», e che «fu provato anche dall’artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto». Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l’ostensione ma ordinava di «dire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario».

Alla testimonianza storica del pontefice di allora, evidentemente diverso dai suoi successori di oggi, possiamo ormai aggiungere la conferma scientifica della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 da tre laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, su incarico della diocesi di Torino e del Vaticano: la data di confezione della tela si situa tra il 1260 e il 1390, e l’immagine non può dunque essere anteriore.

Stabilito che la Sindone è un artefatto, rimane da scoprire come sia stata confezionata. L’immagine è indelebile, essendo sopravvissuta sia a ripetute immersioni in olio bollente e liscivia effettuate nel 1503 in occasione di un incontro tra l’arciduca Filippo il Bello con Margherita d’Austria, sia al calore di un incendio del 1532, che la danneggiò in più punti. Inoltre, è negativa (le parti in rilievo sono scure, quelle rientranti chiare), unidirezionale (il colore non è spalmato), tridimensionale (l’intensità dipende dalla distanza tra la tela e la parte rappresentata), e ottenuta per disidratazione e ossidazione delle fibre.

Siamo dunque di fronte non a una pittura ma a un’impronta, che certo non può essere stata lasciata da un cadavere. Dal punto di vista anatomico, infatti, le immagini frontale e dorsale non hanno la stessa lunghezza (differiscono di quattro centimetri), ma hanno la stessa intensità, benché il peso avrebbe dovuto essere tutto scaricato sul retro. L’avambraccio destro è più lungo del sinistro. Le braccia sono piegate, ma le mani ricoprono il pube, il che richiederebbe una tensione delle braccia o una legatura delle mani. Le dita sono sproporzionate, e l’indice e il medio sono uguali.

Posteriormente si vede l’impronta del piede destro, benché le gambe siano allungate. Dal punto di vista geometrico, l’impronta stereografica lasciata da un corpo o da una statua sarebbe distorta e deformata, soprattutto nella faccia: esattamente come accade per la famosa «maschera di Agamennone», che è distorta proprio perché aderiva al volto del defunto, e contrasta apertamente con la raffigurazione veristica della Sindone.

Solo un bassorilievo di poca profondità può lasciare un’impronta simile. Non è naturalmente possibile sapere con certezza come si sia passati dall’uno all’altra, ma non è necessario scomodare i miracoli. Anzitutto, qualunque calco sarebbe automaticamente negativo e unidirezionale. Per quanto riguarda la tridimensionalità, ci sono due possibilità naturali.

La prima è stata riprodotta dall’anatomo-patologo Vittorio Pesce Delfino, che l’ha descritta in “E l’uomo creò la Sindone”. Basta scaldare un bassorilievo metallico a 220 gradi e appoggiarvi brevemente un telo, per ottenere un’immagine dal caratteristico colore giallastro della reliquia: lo stesso delle bruciature da ferro da stiro. La tridimensionalità è causata da una duplice trasmissione del calore: per contatto diretto in alcuni punti, e per convezione a distanza in altri. Le foto del libro mostrano come anche una rudimentale e brutta figura sia in grado di lasciare un’impronta sorprendentemente simile alla Sindone.

La seconda possibilità è descritta dal chimico Luigi Garlaschelli nel delizioso libretto “Processo alla Sindone”, e rende anche conto di due fatti aggiuntivi: sulla reliquia sono state trovate tracce di colore, e le riproduzioni antiche mostrano un’immagine più intensa di quella attuale. In questo caso l’impronta è ottenuta ponendo il telo sul bassorilievo e strofinandovi sopra dell’ocra in polvere, come si fa col carboncino sulla carta. Col tempo il colore si stacca e lascia un’impronta fantasma residua, come le foglie negli erbari.

A ciascuno dei fatti oggettivi che ho esposto è naturalmente possibile opporre opinioni soggettive, invocanti cause naturali o soprannaturali, nel tentativo di ricondurre la ragione alla fede. La più fantasiosa fra quelle avanzate, tra pollini e monetine, è certamente l’ipotesi che imprecisati fenomeni nucleari avvenuti all’atto della resurrezione atomica di Cristo abbiano modificato la struttura del telo, cospirando a falsarne la datazione in modo da farla coincidere proprio con il periodo della sua apparizione storica.

Evidentemente, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Coloro che invece hanno orecchie per intendere, intendono che il fatto miracoloso non sussiste. Per me, dunque, il caso è chiuso. >>

PIERGIORGIO ODIFREDDI

mercoledì 1 luglio 2015

Di gracile Costituzione – 3


Il testo della Costituzione Italiana rivisitato e reinterpretato alla luce della prassi materiale sviluppatasi in questi ultimi decenni –  terza parte. LUMEN



COSTITUZIONE della REPUBBLICA ITALIANA
Parte prima - DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI
Titolo II - RAPPORTI ETICO-SOCIALI


Art. 29.
La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

Lum. - La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società economica,  fondata sul matrimonio cattolico.
Il matrimonio è ordinato in Chiesa in forma irrevocabile, salvi i limiti stabiliti dalla legge a beneficio della Sacra Rota.


Art. 30.
È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio.
Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima.
La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Lum. - È dovere dei genitori battezzare i figli e sottoporli alla celebrazione di tutti i sacramenti.
Nei casi di ateismo dei genitori, la legge provvede che i figli vengano comunque assoggettati alla propaganda religiosa..
La Chiesa assicura ai figli illegittimi dei ministri del culto ogni tutela giuridica, sociale ed economica, a condizione che il nome del padre non compaia.
La legge prevede apposite norme per consentire ai ricchi ed i potenti di derogare a qualsiasi vincolo in materia famigliare.


Art. 31.
La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.
Protegge la maternità, l'infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Lum. - La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia cattolica e l'adempimento dei compiti di istruzione religiosa, con particolare riguardo alle famiglie numerose che hanno procreato in modo irresponsabile.
Si occupa della maternità, dell'infanzia e della gioventù, favorendo gli istituti cattolici che si dedicano a tale scopo.


Art. 32.
La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Lum. - La Repubblica tutela la gestione pubblica della sanità come fondamentale diritto sindacale dei suoi dipendenti ed interesse economico dei partiti di riferimento, e garantisce le migliori cure gratuite ai politici e alle loro famiglie.
Nessuno può sottrarsi ai trattamenti sanitari previsti dalla Chiesa cattolica, se non per esenzione concessa ai ricchi ed ai potenti. La legge, in ogni caso, non può garantire il rispetto della persona umana, in presenza di un ministro del culto.


Art. 33.
L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Lum. - L'arte e la scienza sono abbandonate a se stesse e controllato ne è l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali per il controllo dei programmi scolastici ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi, attribuendo ad essere risorse finanziarie inadeguate.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, con oneri a carico dello Stato qualora siano collegati alla Chiesa cattolica.
La legge, nel fissare i privilegi delle scuole Cattoliche, deve assicurare ad esse la piena libertà operativa e ai loro alunni un esito scolastico privilegiato.
È prescritto un esame di Stato simbolico per l'ammissione automatica ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi, ed un esame virtuale, gestito dai rispettivi ordini, per l'abilitazione all'esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di gestirsi in totale autonomia, senza vincoli di legge, ma con oneri a carico dello Stato.


Art. 34.
La scuola è aperta a tutti.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Lum. - La scuola è aperta a tutti, salvo che nelle ore in cui il personale addetto è assente o fuori servizio.
L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita, e viene effettuata nei seminterrati.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di utilizzare i piani  più alti degli edifici scolastici.
La Repubblica rende effettivi i privilegi concessi mediante borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che vengono attribuite dei funzionari addetti a propria discrezione, previo compenso.