sabato 19 gennaio 2019

Le contraddizioni degli Italiani

Tra i tanti neologismi che la politica italiana ci ha regalato in questi ultimi decenni, i miei preferiti, per la loro icastica concisione, sono tre: il “cerchiobottismo” (un colpo al cerchio e uno alla botte), il “benaltrismo” (ben altri sono i problemi) ed il “doppiopesismo” (due pesi e due misure).
A quest’ultimo termine, che può vantare comunque una lunga storia che risale alle civiltà antiche (dalle due bisacce di Giove, alla pagliuzza del Vangelo) è dedicato il breve post che segue, tratto dal blog di Gianni Pardo, sempre molto lucido ed attento nel cogliere le caratteristiche (ed i difetti) di noi poveri italiani.
LUMEN


<< Noi italiani abbiamo un mare di difetti. Siamo pressapochisti, menefreghisti, incuranti, egoisti, e infine né la morale né il civismo rischiano di soffocarci. In un mondo così ci si aspetterebbe una sorta di universale tolleranza. “Vedo che fai male il tuo dovere, ma poiché anch’io faccio male il mio, ti perdono”.

E chi si indigna per la corruzione dovrebbe ricordarsi che recentemente ha raccomandato suo figlio, perché temeva che lo bocciassero. E con ciò stesso ha promesso a quel professore, di ricambiare il favore, cioè di mancare a sua volta ai doveri d’ufficio. Se ognuno riconoscesse di essere peccatore, l’Italia dovrebbe essere la Mecca del perdono universale.

In realtà, le cose vanno all’opposto. Da noi imperano il moralismo e l’intolleranza. L’impiegato comunale che ha timbrato il cartellino, ed ha abbandonato il posto di lavoro, si arrabbia con l’autobus che non passa o con la spazzatura che ingombra il marciapiede. E non si rende conto che sta chiedendo all’autista dell’autobus e al servizio di nettezza urbana di essere migliori di lui. Si direbbe che tutti si lamentino, e pressoché tutti siano colpevoli.

E c’è di peggio. Non soltanto un po’ tutti vorrebbero che gli altri fossero migliori di loro, ma persino i peggiori cittadini non chiedono prestazioni normali, un’onestà accettabile e un livello di lavoro medio: al contrario nessuno si accontenta di meno della perfezione.

A nessun medico si perdona una diagnosi sbagliata, nemmeno nella bolgia di un pronto soccorso congestionato, come se i sanitari avessero il dovere di essere infallibili mentre tutti gli altri sono campioni di approssimazione e menefreghismo. Mentre viviamo male, chiediamo di vivere come forse non si vive nemmeno nelle nazioni meglio amministrate del mondo.

Il nostro “irrealismo” tocca vette drammatiche. In un mondo in cui quasi nessuno ha rispetto delle leggi, tutti credono scioccamente di risolvere i problemi con nuove norme o inasprendo le pene previste. dimenticando è più efficace una legge mite ma sempre applicata, di una legge draconiana, applicata saltuariamente e quasi a caso, magari infierendo su un singolo malcapitato. Neanche Ercole potrebbe mettere rimedio a una situazione del genere.

Il perfezionismo a spese dei terzi giunge a livelli mitologici. Da un lato siamo costretti a convivere con la spazzatura, dall’altro poi non vorremmo una discarica nemmeno a venti chilometri. Siamo contro gli inceneritori, perché fanno fumo e puzzano; siamo contro i termovalorizzatori che non inquinano e forse si ripagano da sé, ma è sicuro che non provochino guai? Dite che li hanno anche a Copenhagen, praticamente in città? E che vuol dire? Forse i danesi sono imprudenti.

E così siamo arrivati a spedire la spazzatura in Germania, dove si fanno pagare per accettarla e la usano per alimentare i termovalorizzatori, guadagnandoci. E poi ci stupiamo che siamo in crisi economica?

Ecco la sintesi. Il Paese soffre di atteggiamenti contraddittori. Abbiamo un insufficiente senso del dovere, servizi pubblici pietosi, una Pubblica Amministrazione deplorevole, un’amministrazione della giustizia catalettica, e invece di lottare efficacemente contro questo andazzo, o rassegnarci, ce ne meravigliamo e ce ne scandalizziamo, come se fosse la cosa più imprevista del mondo. >>

GIANNI PARDO



sabato 12 gennaio 2019

Perché non fare figli

I miei 25 lettori (da intendersi nel senso letterale del termine e non come figura retorica Manzoniana) sanno benissimo che a me piace andare controcorrente, e cosa c’è di più controcorrente al giorno d’oggi che mettere in discussione l’imperativo categorico della figliolanza a tutti i costi ?
Per questo ho deciso di pubblicare questo pezzo di Sezin Koehler (tratto dall’Huffington Post), che prova a mettere in evidenza, con molta chiarezza e molta sfrontatezza, i tanti buoni motivi che possono giustificare una scelta contraria.
Il problema è visto principalmente dal punto di vista dell’autrice (che ha avuto, a quanto pare, una vita un po’ movimentata), ma ci sono buoni spunti di riflessione per tutti. 
Buona lettura e buona meditazione. LUMEN


<< "Perderai un'occasione" "Non capirai mai il significato della vita" "Sarai incompleta" "Te ne pentirai quando sarai anziana" "Cambierai idea" "Non sarai mai una donna vera" "Non capirai mai veramente l'amore". [Queste frasi] me le sono sentita ripetere un sacco di volte, perché ho deciso di non avere figli. Le mie ragioni per rimanere senza sono diverse (e non sono affari di nessun altro). Nonostante questo mi viene continuamente chiesto di giustificare la mia scelta.

Ecco una selezione di motivazioni:

1. Economica: i figli costano. Nel 2013, crescere un figlio fino ai 18 anni costa mediamente a una famiglia benestante 304.480 dollari. Dare alla luce può costare tra i 3.296 e i 37.227 dollari. Mandare un figlio al college negli Stati Uniti costa tra gli 8.893 e i 22.203 dollari all'anno, a figlio. Mi ci vuole un drink; quei numeri mi fanno girare la testa.

2. Logistica: nonostante tutti gli avanzamenti sociali e culturali, le donne sono sempre quelle che devono prendersi cura dei figli, soprattutto negli anni formativi del bambino. Crescere un figlio prima che vada a scuola è più di un lavoro a tempo pieno. È h.24, sette giorni alla settimana, senza sconti per buona condotta. Non sono in grado di stare in compagnia di altri esseri umani quando ho sonno, figuriamoci cosa farei con un figlio che dipende da me per Ogni Singola Cosa.

3. Ambientale: ci sono circa 153 milioni di orfani al mondo. Perché aggiungere un'altra bocca a un pianeta sovraffollato per seguire un imperativo biologico ed egocentrico che non provo? Se proprio dovrò, adotterò.

4. Fisica: il mio corpo ha già sofferto abbastanza nei suoi 35 anni di permanenza su questa terra. Lo stress post-traumatico dato dall'essere sopravvissuta a un attacco d'arma ha dato il colpo definitivo al mio sistema nervoso. Sono anche cresciuta all'estero e non sono stata bombardata dagli additivi e ai conservanti del cibo americano. Aggiungere un membro alla mia famiglia significherebbe smettere di mangiare cibo biologico e sano, perché non potremmo più permettercelo. Beh, non possiamo permetterci nemmeno un cancro.

5. Emotiva: ogni giorno lotto per gestire il disturbo post traumatico da stress. Avere la libertà di non dormire quando l'onda di panico mi colpisce è una manna dal cielo. Poter dormire per 12 ore ininterrottamente per recuperare è stata la mia salvezza. Lavoro da casa e decido da sola i miei orari, una situazione ideale. Mettici un bambino e cosa succederà quando mi sentirò depressa e non avrò la forza di uscire dal letto? O piangerò per una settimana intera? O nel bel mezzo delle sfuriate di rabbia che mi fanno totalmente perdere il controllo?

6. Sociale: l'ultima volta che ho controllato, il mondo era sottosopra. C'è una sparatoria in una scuola diversa ogni settimana in questo paese. E c'è pure questa cosa chiamata "cultura dello stupro" che permea ogni aspetto della società. Molti dei bambini di oggi probabilmente ne saranno o vittime o esecutori in un futuro non così distante. Andrò a farmi un altro drink, questa volta bello forte.

7. Culturale: sono una ‘third culture kid’ mezza americana, mezza singalese - una persona che ha passato i suoi anni di sviluppo al di fuori dei paesi dei propri genitori - addossandosi problemi identitari a volontà giorno dopo giorno. Vivo con il pensiero della diversità anche quando sono negli Stati Uniti. "Da dove vieni?" è la domanda che mi viene fatta più spesso. (Seguita dalla domanda a capo di questo articolo). E dovrei scaricare questo peso culturale su un innocente?

8. Di interesse: semplicemente, non mi interessano la miriade di cose spaventose che comportano il parto e la crescita di un figlio. Dolori vaginali, emorroidi, costipazione, doglie, congiuntivite, muco, vomito, diarrea, tracolli nervosi in pubblico, la fase dei due anni, ribellione adolescenziale, dire addio alla mia identità individuale. No. Grazie.

"Ma perché, Sezin, non ti interessa avere il figlio più intelligente, bello, talentuoso e speciale al mondo? Perché mai?!" Perché amo dormire. Amo decidere i miei orari. Amo passare del tempo da sola, scrivere, amo il tempo che passo a sognare. Amo mangiare quasi 100% biologico. Amo farmi tatuaggi. Amo avere periodi di calma, un intero weekend per fare quello che mi pare. Amo la mia libertà. Con il mio lavoro creativo, un impiego che amo e un marito, adoro quelli che sono d'accordo con quello che ho scritto e sono felice, sana, soddisfatta come mai nella mia vita.

Tutto questo andrebbe a friggersi con l'arrivo di un figlio, perché beh, è la natura dei bambini. Un esserino che arriva nel tuo mondo e che dipende interamente e solamente da te. Il tuo universo si ridimensiona a misura sua e si muove con lui. Preferisco avere accesso pieno a TUTTO quando voglio, non solo nei momenti in cui i miei figli si sono finalmente addormentati o in quei miseri minuti di tempo che avrei per fare una doccia. Ho aiutato degli amici con i loro figli. So di cosa stiamo parlando.

Perché mi viene sempre chiesto di giustificare la mia scelta? E perché mio marito - che ha fatto la stessa scelta - non è questionato quanto me? Ecco perché abbiamo ancora bisogno del femminismo: nonostante tutti i progressi tecnologici, sociali e culturali, fare figli sembra ancora essere la tappa obbligata nella traiettoria di vita di una donna.

Ed ecco la mia risposta: non do per scontato che le mie personali scelte di vita siano così fondamentali e giuste da rendere meno umane o meno soddisfatte quelli che la pensano diversamente. Ho deciso di rimanere senza figli. E quindi? Non ho bisogno di partorire per essere una vera donna. Non ho bisogno di un figlio per sperimentare l'amore incondizionato e il sacrificio. Non ho bisogno di un bambino per essere felice. Decisamente non ho bisogno di un figlio per quando sarò anziana. E non cambierò idea; ho più di otto buone ragioni per non farlo.

Come disse Anaïs Nin: "La maternità è una vocazione come tante altre. Dovrebbe essere scelta liberamente, non imposta alle donne". Le critiche sono già abbastanza. >>

SEZIN KOEHLER


sabato 5 gennaio 2019

Il fascino dei Classici

Tutti coloro che amano, leggono o – quanto meno - conoscono i cosiddetti “classici”, si saranno posti, almeno una volta nella vita, l’inevitabile domanda di come possa essere definita la categoria, e credo che molti non siano mai riusciti a darsi una risposta definitiva.
Dell’argomento si è occupato anche il grande scrittore italiano Italo Calvino, che vi ha dedicato un saggio intitolato “Perché leggere i Classici“, nel quale, tra le altre cose, cerca appunto di rispondere alla domanda di cui sopra.
Al libro di Calvino, nonché ovviamente ai “libri classici” ed a tutti i loro appassionati, è dedicato il post che segue, tratto dal sito “Athenae Noctua“.
Ogni commento, critica o contributo alla discussione sarà più che gradito.
LUMEN


<< “Classico” è, nella sensibilità comune, un equivalente di 'tradizionale', 'canonico'. Quando si parla di un autore o di un testo del passato che ha avuto una grande risonanza in letteratura, nel pensiero o nella cultura generale, ci riferiamo in qualche modo ad un elemento sentito come autorevole. Etimologicamente, il termine 'classicus' si riferisce alla classe di cittadini più elevata; applicato agli autori, indica la percezione di un primato, di un ruolo-chiave nella storia letteraria. Nel tempo, 'classico' è diventato sinonimo di 'antico', 'tipico' e, nell'abbigliamento, di tendenze che sopravvivono a qualsiasi moda.

Ma quando ci riferiamo ad un libro, precisamente, cosa intendiamo definendolo un 'classico'? Ebbene, nessuno avrebbe potuto rispondere in maniera più competente e brillante di Italo Calvino che, oltre che autore di primo piano nella narrativa italiana, è stato anche un critico e un teorico della letteratura. Il suo saggio “Perché leggere i classici”, una raccolta di articoli scritti separatamente, si apre con una premessa, anzi, con una proposta di definizione.

1-I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo...» e mai «Sto leggendo...»

2-Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

3-I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

4-Dʹun classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5-Dʹun classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

6-Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

7-I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

8-Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.

9-I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.

10-Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell’universo, al pari degli antichi talismani.

11-Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.

12-Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia.

13-È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14-È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona.

Il dato di maggiore evidenza nelle definizioni di Calvino (inserite in una trattazione organica che vi invito a leggere) è, a mio avviso, la risonanza: un classico si riconosce in quanto persiste in un immaginario pregresso e, nel momento in cui viene conosciuto, si carica di nuovi significati che cambiano a seconda delle esperienze personali e del tempo in cui si colloca il lettore. Possiamo sorprenderci a riconoscere in un classico che leggiamo per la prima volta un pensiero che abitava già nella nostra mente e sentirci come stupiti di questo nuovo incontro (che è un po'la sensazione del sublime):

Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo [...] E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta d’una origine, d’una relazione, d’una appartenenza.

Nel nostro dialogo con l'opera, possiamo individuare un senso che scaturisce dalla nostra sensibilità oppure che era già insito nelle intenzioni dell'autore. Nella rilettura possiamo scoprire particolari del tutto nuovi, che si svelano perché è cambiato il nostro punto di osservazione, la prospettiva attraverso la quale scorriamo le parole. Insomma, il classico è ciò che, anche se lontano del tempo, non smette mai di comunicare con noi, senza per questo imporsi prepotentemente rispetto al moderno e al contemporaneo, anzi, rimarcando quanto anche l'attualità e il progresso servano ad alimentare un rumore di fondo che non disturba ma arricchisce quella stessa comunicazione.

Questa comunicazione, tuttavia, deve avere come premessa una passione, una ricerca spontanea e disinteressata, perché la 'scintilla' deve scoccare da sola, non può essere forzata. Bando all'affanno del dover leggere, alla vergogna del non aver letto un determinato titolo: «È solo nelle letture disinteressate che può accadere d’imbatterti nel libro che diventa il 'tuo' libro».

Leggere un classico, dunque, non è né indispensabile né imprescindibile, anzi, in chiusura al suo intervento, Calvino suggerisce che l'unica, vera ragione per leggere i classici vada oltre (perché, evidentemente, le riassume tutte) le sue quattordici note: «La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici».

La comunicazione, la cultura, l'esperienza non sono mai eccessive, sceglierle non è una fatica vana, perché una conoscenza in più è sempre una dote, anche se non sfruttabile nella pratica, anche se non numericamente quantificabile. Ecco perché Calvino chiude la sua proposta di definizione citando Emil Cioran: Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. «A cosa ti servirà?» gli fu chiesto. «A sapere quest’aria prima di morire». >>

CRISTINA M.



sabato 29 dicembre 2018

Punti di vista - 2

SURPLUS
<< La necessità di immagazzinare la produzione attuale in vista del futuro nasce, stando a quanto ho letto, con l’agricoltura.
Le società di cacciatori e raccoglitori semplicemente si spostano (ciclicamente) seguendo le loro fonti di cibo. Se non ne prelevano eccessivamente, c’è qualcosa da mangiare anche per l’anno dopo.
L’investimento, quindi, non consiste nell’accumulo, ma nello sforzo di contenere collettivamente il proprio prelievo. Si investe in un ambiente sano e in una popolazione stabile, e ci sarà sempre abbastanza per tutti.
Le società agricole, invece, sono per definizione sedentarie. Inoltre sono in grado di generare un surplus, un eccesso di cibo rispetto a quello che serve in una data annata, e di immagazzinarlo nell’eventualità di un periodo di crisi futuro.
Secondo alcuni (Jared Diamond è l’esempio più famoso), le diseguaglianze nascono proprio da qui: una volta che vi è un surplus, servirà qualcuno che lo controlli, lo difenda e lo distribuisca. Da qui nascono gerarchie, burocrazie, stati, diseguaglianze economiche e sociali. >>
GAIA BARACETTI


EMPATIA
<< Nel bambino piccolo l’empatia è pressoché nulla. Né molto più grande è quella del selvaggio, con buona pace di Jean-Jacques Rousseau.
Gli indiani d’America avevano l’abitudine di uccidere i prigionieri con la tortura o usandoli come bersagli per i bambini che dovevano allenarsi con l’arco e le frecce.
L’empatia è una conquista dell’adulto e soprattutto dell’uomo civile. Ma, per l’appunto, il bambino non è né un adulto né un uomo civile. >>
GIANNI PARDO


CASE E GRATTACIELI
<< La propensione a edificare costruzioni su più piani, seppure inconsapevolmente e fortuitamente, è il sistema che l’essere umano ha escogitato per potersi riprodurre più di quanto la disponibilità di suolo del pianeta gli avrebbe consentito.
La nuova tendenza del villaggio globale a crescere in altezza con grattacieli sempre più alti persegue anch’essa il medesimo fine?
È probabile, ma pur con tutti questi espedienti i limiti della sostenibilità prima o poi verranno raggiunti, ed allora il “redde rationem” non potrà che essere triste e doloroso.>>
BRUNO SEBASTIANI


ECONOMIA CINESE
<< In questi trenta anni, la Cina è enormemente cresciuta grazie ad esasperate pratiche di “reverse engineering” ma anche grazie ad accordi commerciali con le aziende occidentali che decidevano di delocalizzare nel loro paese e che prevedevano l’obbligo cella condivisione dei segreti tecnologici.
Oggi la Cina non è più la grande fabbrica per prodotti ‘low cost’ del mondo: non più jeans, giocattoli e mattoni a buon mercato, ma anche prodotto ‘high tech’ ed a livelli decisamente buoni. (…)
In questo c’è tanto l’effetto dello spionaggio industriale quanto lo sviluppo della ricerca locale, senza dimenticare l’accesso privilegiato alle c.d. “terre rare”, indispensabili per questi prodotti e delle quali la Cina detiene circa il 90% dei giacimenti attualmente attivi.>>
ALDO GIANNULI


SOFT POWER
<< Il XXI secolo, tecnologico e permissivo, ha bisogno di un sistema di potere allucinogeno: le masse devono essere convinte di godere di ampie libertà, nonché di avere grandi possibilità individuali.
Un esercito di finti ‘pezzi unici’, sospinti però verso comportamenti, gusti, reazioni assolutamente comuni e previste.
È il principio del ‘soft power’, che agisce per linee interne, a livello subliminale, persuasivo, per coazione a ripetere, mostrando e imponendo modelli, ottenendo senza violenza fisica comportamenti o attitudini di proprio gradimento. (…)
Ciò che chiamiamo politicamente corretto è una accattivante confezione di preconcetti basata su un unico postulato: l’uguaglianza quasi paranoica, ossessiva, superstiziosa, che diventa uniformità, gabbia inviolabile.
Timoroso di se stesso, l’uomo mette a confronto la sua percezione di fatti, il proprio principio di realtà, inevitabilmente diverso dalla visione ufficiale, e censura se stesso, si considera cattivo, malvagio in quanto giudica altrimenti, e, nella maggioranza dei casi, si conforma, sino a introiettare come giusto e vero quello che il suo proprio convincimento rifiuterebbe. >>
ROBERTO PECCHIOLI

sabato 22 dicembre 2018

Appunti di Bioetica

Una delle discipline umanistiche più emergenti, oggi, è sicuramente la ‘bioetica’, definibile come lo studio delle questioni sociali e morali legate alle ricerche più avanzate della biologia e della medicina.
Secondo Wikipedia << La bioetica ha carattere inter-disciplinare e coinvolge la filosofia, la filosofia della scienza, la medicina, la bioetica clinica, la biologia, la giurisprudenza, il bio-diritto, la sociologia e la bio-politica, nelle diverse visioni morali atee, agnostiche, spirituali e religiose. >>
Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull’argomento di Alessandro Gilioli, che ci invita a non chiudere gli occhi di fronte alle novità più sorprendenti, e soprattutto a non farci spaventare troppo, solo perché non le comprendiamo pienamente.
LUMEN


<< L'estate scorsa uno studioso di bioetica e storia della medicina, Gilberto Corbellini, propose di ragionare attorno ai possibili effetti positivi dell'ossitocina nel mitigare l'astio, il livore, l'egoismo e l'aggressività degli esseri umani, anche in relazione ai montanti sentimenti di paura verso il diverso, razzismo e xenofobia. Il professore fu sotterrato da titoloni al limite dell'insulto, specie da parte dei giornalisti e dei politici che devono il proprio successo esattamente a quei sentimenti che ogni giorno rinfocolano e senza i quali dovrebbero trovarsi un altro lavoro, più onesto e meno remunerato.

Ovviamente il professore non voleva "drogare" nessuno (…). Chiedeva invece di ragionare - su un giornale di tecnologia - attorno al rapporto tra un problema sociale abbastanza innegabile - vi piace vivere in una società in cui tutti odiano tutti, vuoi per categoria vuoi per età vuoi per etnia o altro? - e quello che può fare la scienza per mitigarlo.

Del resto, è difficile negare che il Prozac sia stato una delle più grandi rivoluzioni del XX secolo, così come altri farmaci e/o supporti che hanno cambiato l'esistenza di milioni e milioni di persone, dalla pillola anticoncezionale al Viagra, per dire solo quelli più diffusi.

Insomma, se mettiamo da parte l'ideologia anti-scientista (che ai suoi eccessi porta dritto al no vax, al rifiuto delle trasfusioni o peggio) abbiamo già accettato da decenni che la scienza possa cambiare in meglio la nostra vita e anche l'essere umano. La domanda è solo quanto. Quanto lo accettiamo, anzi quanto lo desideriamo. Per stare meglio, per allungare ma soprattutto allargare la nostra esistenza, ridurne la sofferenza fisica o psichica (e anche migliorare la nostra socialità, che ha una grande rilevanza nella famosa piramide dei bisogni).

Tutta questa pippa perché qui non si difende solo Corbellini - a cui va tutta la mia stima per aver posto il problema sfidando un tabù - ma anche He Jiankui, il genetista di Shenzhen di cui si è parlato in questi giorni per l'editing del DNA con cui avrebbe reso una neonata più resistente ad alcune infezioni, tra cui Hiv e colera.

Intendiamoci, in questo caso la difesa non è dello scienziato specifico, il cui successo è ancora da verificare. Magari è un cialtrone in cerca di pubblicità, non lo so. Quello che però difendo è il principio, cioè l'apertura alle innovazioni biotech che possano migliorare quel legno storto che è l'essere umano, sia dal punto di vista fisico sia da quello psichico.

Come sapete, la questione è tutt'altro che nuova e anzi si pone da una trentina d'anni. C'è chi ci vede il futuro del post genere umano, chi la considera una follia da Frankenstein contemporanei. (…) In linea generale, tuttavia, è curioso che la politica - il cui fine dovrebbe essere quello di migliorare l'esistenza - snobbi la questione, la risolva con un'alzata di spalle. Atteggiamento che peraltro non potrà tenere a lungo, perché a un certo punto le possibilità aperte dal biotech costringeranno le società a prendere posizione e soprattutto a prendere decisioni.

Un editing del DNA per sconfiggere preventivamente la depressione è consentito? E se sì, deve essere pagato addirittura dal Sistema sanitario nazionale come oggi viene passata gratis la Paroxetina? Oppure questo è "drogare" le persone, alterarne la 'ipsissima res’ che secondo alcuni è sacra così come l'ha concepita il Padretereno, anche se porta sofferenza?

Oggi, leggendo del caso cinese, vedevo che diversi scienziati lo deprecano perché avrebbe l'effetto di aumentare «la paura e l'ostilità già diffuse» nei confronti di questi esperimenti. Può darsi, in effetti. Siamo tutti per natura conservatori di fronte a innovazioni così radicali e sensibili, di cui capiamo poco e che potrebbero avere effetti ancora ignoti. Del resto la scienza ha sempre proceduto per errori, quindi errori si verificheranno anche nell'editing del dna, è inevitabile.

Poi però, come per miracolo, l'ostilità diventerà accettazione, ed anzi desiderio, quando la possibilità di cambiamento in meglio riguarderà direttamente noi, il nostro handicap, la nostra sofferenza, le nostre malattie - o quelle dei nostri figli. >>

ALESSANDRO GILIOLI


venerdì 14 dicembre 2018

A qualcuno piace caldo - 2

Torno a parlare del riscaldamento globale causato dall’uomo, perché il problema diventa sempre più grave con il passare del tempo e, nonostante la buona volontà (quanto meno a parole) di molti Stati, appare sempre più difficile da affrontare e fermare.
I numeri dicono infatti che per la mitigazione del cambiamento climatico potrebbe già essere troppo tardi e che – se non ci riusciamo – diventerà sempre più difficile conservare almeno una parte del benessere raggiunto.
Il pezzo che segue, scritto da Dario Zampieri, è stato pubblicato dal sito Risorse Economia Ambiente. LUMEN


<< L’8 ottobre 2018 è stato diffuso (…) il rapporto speciale IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sul Riscaldamento Globale di 1,5°C. (…) Il rapporto deriva dall’esame di oltre 6000 articoli scientifici peer reviewed (verificati dai pari, cioè da altri scienziati) frutto del lavoro di migliaia di scienziati del clima e di revisione da parte dei governi di tutto il mondo.

Un riscaldamento planetario di [soli] 1,5°C rispetto al periodo pre-industriale – oggi siamo a circa +1°C globalmente, ma in alcune aree come l’Italia settentrionale siamo già a oltre il doppio – era stato l’auspicio con cui nel 2015 ben 195 governi avevano concluso il Trattato di Parigi, successivamente rimesso in discussione da alcuni, come il neopresidente del governo degli USA.

Il nuovo rapporto, passato abbastanza inosservato nei media italiani, è in realtà ciò che i giornali stranieri più autorevoli definiscono Last Call, l’Ultima Chiamata. Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C richiederebbe “rapide e lungimiranti” transizioni in molti settori quali suolo, energia, industria, edilizia, trasporti, e pianificazione urbana. Entro il 2030 le emissioni di anidride carbonica nette globali prodotte dall’attività umana dovrebbero diminuire di circa il 45% rispetto ai livelli del 2010, raggiungendo lo zero intorno al 2050.

Questi cambiamenti senza precedenti però non bastano. Nella seconda metà del secolo l’anidride carbonica già emessa dovrebbe essere rimossa dall’atmosfera, con tecnologie che per ora sono a livello sperimentale. Peccato che secondo alcuni autorevoli scienziati non potranno mai essere applicate alla necessaria scala planetaria.

Il nuovo rapporto dimostra con i numeri che abbiamo appena 12 anni per restare sotto i +1,5°C, altrimenti già dal 2030 entreremo nel target successivo di +2°C o forse più, che avrebbero effetti catastrofici sul pianeta ma soprattutto sulle infrastrutture costruite dall’uomo, cioè su quello che permette la cosiddetta civiltà.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, in sintesi il problema climatico è questo: estraendo dal sottosuolo gli idrocarburi che si sono formati in molte decine di milioni di anni dalla trasformazione della materia organica intrappolata nei sedimenti e bruciandoli in poche decine di anni, l’umanità ha usato l’atmosfera come una vera e propria discarica, modificandone la composizione chimica. Ad oggi il tenore di anidride carbonica è di circa 410 parti per milione (varia leggermente con le stagioni), un valore che per cause naturali esisteva circa 3,5 milioni di anni fa.

Da misure dirette dell’aria contenuta nelle bolle dei ghiacci polari sappiamo che negli ultimi 800.000 anni il tenore non ha mai superato le 300 parti per milione, anche nei periodi interglaciali più caldi (oggi siamo in periodo interglaciale). Prima dell’era industriale era di circa 280 parti per milione. Il problema è che l’anidride carbonica è il principale gas serra, in grado di trattenere l’energia riflessa dalla Terra verso lo spazio.

Se i cambiamenti climatici sono sempre avvenuti anche prima della comparsa di homo sapiens, la novità è che la velocità con cui sta avvenendo il presente riscaldamento è da 1000 a 10.000 volte più elevata rispetto a quella dei cambiamenti geologici. Inoltre non c’erano sul pianeta 7,5 miliardi di umani con le loro esigenze in termini di consumo di energia, di cibo e di risorse.

Ogni settimana compaiono sulle principali riviste scientifiche mondiali articoli ‘peer reviewed’ che attribuiscono all’uomo la principale causa del presente cambiamento climatico e che mettono in guardia sulle terribili conseguenze che ne possono derivare se non interveniamo subito smettendo di usare i combustibili fossili. Non si può continuare a crescere in un pianeta finito. Bruciando i fossili abbiamo stretto un patto faustiano col diavolo. In cambio di tanta energia a buon mercato stiamo rendendo il pianeta incompatibile con la civiltà.

I numeri dicono che per la mitigazione del cambiamento climatico è oramai troppo tardi, non resta che prepararci all’adattamento ad un clima ostile al presente modello economico. Se vogliamo conservare almeno una parte del benessere raggiunto è necessario modificare il nostro stile di vita, ma subito, perché ogni ritardo nel cambiamento comporterà oneri aggiuntivi negli anni successivi.

Tuttavia l’adattamento non è una passeggiata, richiede risorse nonché scelte politiche precise e purtroppo dolorose, perché non esistono alternative all’uso dei fossili che permettano di mantenere il tenore di consumi attuale e che tutti auspicano invece di aumentare. Dalla pubblicazione del rapporto al Club di Roma “I Limiti dello sviluppo”, nel 1972, che si sta rivelando terribilmente esatto nelle previsioni, sappiamo razionalmente cosa bisogna fare. Ma non possiamo farlo ! >>

DARIO ZAMPIERI



sabato 8 dicembre 2018

Il genio di Darwin – 11

(Dal libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” – Undicesima ed ultima parte. Lumen)


<< Qualcuno potrebbe argomentare che anche la vita nel suo complesso (…) è un “habitus vivendi”, che va avanti sorretto, ma non determinato dalle informazioni genetiche ed è un impromptu che si rinnova ogni giorno: come dire un'improvvisazione programmata. Ci sono però delle differenze.

Lo stupore che coglie chi osserva la messa in scena della vita a partire dall'informazione genetica ha un certo numero di gradi, molto diversi fra di loro. Che un virus riesca a far fare alla cellula che lo ospita — sia essa batterica, vegetale o animale — quello a cui mira non desta una grande sorpresa: c'è un rapporto diretto fra le poche ma precise istruzioni genetiche portate dal virus e quello che accade alla cellula ospite dopo l'infezione da parte del virus.

Anche per un batterio il rapporto fra le sue istruzioni genetiche e la sua «vita» non si presenta così difficile da concepire. Via via che si sale la cosiddetta scala evolutiva le cose si complicano un po', ma ciò avviene per gradi, così che non c'è ragione di ipotizzare alcuna discontinuità nelle possibili spiegazioni.

Il segreto degli esseri viventi, che li differenzia da ogni oggetto inanimato ma anche da ogni altro processo o sistema dinamico, come un uragano o un'eruzione vulcanica, risiede nel fatto che in ciascuna delle loro cellule è contenuto un genoma, vale a dire una raccolta di istruzioni biologiche che ispirano e talvolta controllano le loro attività.

Ogni essere vivente possiede una doppia realtà, il suo corpo e il suo genoma. Una roccia è una roccia. Un organismo è un organismo più il suo genoma, in cui risiede l'identità di ogni particolare organismo, ma è chiaro che le istruzioni in esso contenute devono essere lette e applicate. Questo è il compito delle strutture biologiche, costituite prevalentemente di proteine, presenti nell'organismo stesso.

Occorre quindi un genoma in congiunzione con le strutture cellulari, come dire un libretto di istruzioni e qualcosa che lo legga, lo interpreti e lo attualizzi.

Anche le strutture cellulari sono state prodotte sulla scorta delle istruzioni di un genoma, appartenente allo stesso organismo o a quello che lo ha preceduto — anche il lettore è quindi figlio del libretto di istruzioni — ma le scale temporali sulle quali è scandita la loro vita sono diverse, molto diverse.

Le strutture cellulari nascono e scompaiono nel giro di ore o di giorni e «vedono» il genoma da cui derivano e che poi contribuiscono a interpretare come incredibilmente stabile e quasi eterno. Noi sappiamo che anche il genoma cambia nel tempo, cioè evolve, ma per far questo impiega decine e centinaia di migliaia di anni. Rispetto agli organismi delle varie generazioni è sostanzialmente eterno.

Forse tutta la vita sta in questo gioco di relazioni fra entità storiche di almeno due tipi diversi: il genoma che cambia solo molto lentamente e le strutture cellulari che hanno al contrario una vita effimera. Nessuna di queste due entità potrebbe esistere senza l'altra.

Dentro gli organismi sono presenti insomma i prodotti di due storie, parallele ma non indipendenti, che trasmettono continuità diverse e che si dipanano su scale temporali molto differenti. Da ciò deriva l'impressione di stabilità nella variazione, che è un po' la cifra del vivente. >>

EDOARDO BONCINELLI