mercoledì 21 giugno 2017

Facciamo cifra tonda

E’ ben noto che gli esseri umani sono affascinati dalle “cifre tonde”, probabilmente perché sono più facili da memorizzazione.
Ma ci sono casi in cui le cifre tonde possono essere una trappola o addirittura un errore da evitare.
Ecco tre brevi considerazioni sull’argomento, liberamente tratte dal web (con poscritto personale).
LUMEN


 
INDICI DI BORSA
<< Spesso le cifre tonde, per gli indici di borsa, ma anche per i singoli titoli, rappresentano obiettivi psicologici di una certa importanza.
Non c’è nessuna ragione razionale in questo, ma è una ricorrenza empirica che consente di individuare le cifre tonde come aree di resistenza.
Di fatto, spesso lo sforzo dei mercati si orienta a raggiungere questi traguardi e, una volta fatto, scattano “prese” di beneficio.
Ciò è in parte legato al fatto che chi si posiziona al rialzo su un trend, spesso mette ordini di vendita, per “accontentarsi”, proprio in coincidenza di cifre tonde.
Questo comportamento è dovuto alla semplificazione percettiva del nostro cervello, che, abituandosi a ragionare sui numeri col sistema decimale, vede inconsapevolmente il raggiungimento della cifra tonda come un obiettivo che precede la ripartenza del conteggio da 1 (ovviamente sulla decina, centinaio o migliaio superiore).
Per questo se dobbiamo scegliere un numero tendiamo istintivamente a scegliere una cifra tonda. >>
dal sito TREND-ONLINE.COM


 
GIOCO D’AZZARDO
<< Perché non ci si ferma quando è il momento di fermarsi e si insegue la “cifra tonda”?
Sappiamo che il cervello è una macchina perfetta e tra le sue peculiarità c'è quella di elaborare i segnali che riceve per renderci più semplice l'interpretazione.
I numeri sono informazioni da gestire ed è più facile gestirli in blocchi e le cifre tonde fanno parte degli schemi base con cui ragioniamo.
Che sia identificare anniversari, mettere scadenze, o ricevere il resto dal negoziante, la cifra tonda è quella che ci mette più a nostro agio.
Al casinò la cifra tonda è un pericolo per chi non ha un obiettivo ragionevole preciso, sia in vincita che in perdita.
Facciamo un esempio pratico:
Ad un giocatore la serata ha già dato soddisfazioni, tra alti e bassi dopo l'ultima puntata vinta si ritrova con un saldo parziale di +195 € che fare?
Quanti si fermano e chiudono bottega ? I più fanno il ragionamento: "arrivo a 200 e chiudo".
Il giocatore perde 5 € e poi ancora 10 € e a quel punto la cifra tonda del 200 € si allontana: "Ok 150 € li metto via e mi gioco questi" il suo è il comportamento tipico.
Così arriva a 150 e, se è un giocatore intelligente, si ferma e si mangia le mani per aver buttato via 45 €.
Oppure si può fissare su 100 €, come cifra tonda, e continuare a giocare inseguendo la vittoria, rischiando di vedere la cifra tonda scendere a 50 € e poi a 0.
La cifra tonda del pareggio è la peggiore di tutte, se si è in vincita, perchè è quella che vanifica tutti gli sforzi fatti.
C'è chi sostiene che tornare a casa con 20 € dopo essere stati quasi a 200 € non ha senso, tanto vale provare il colpo della fortuna.
Beh il colpo della fortuna nella maggior parte dei casi è un regalo al casinò e tornare a casa pareggiando fa crescere il rammarico meglio avere in tasca quei 20 € o anche 15 € o addirittura 5 €, per quanto piccola la cifra è un segno + sulla cassa della serata.
Ma soprattutto è la somma di quei 20 € che con il passare del tempo diventano una bella cifra, tonda o non tonda che sia. >>
dal sito LA ROULETTE.IT



TRUCCHI DEL MARKETING
<< Vediamo sempre più spesso proposte di prezzi a cifre ricche di decimali.
Offerte a 9.90 anziché a 10 euro, oppure appartamenti a 398.450 euro e non a 400.000, [e sin qui, la cosa appare ovvia - NdL], ma anche biglietti a 71,50 anziché 70 euro: i prezzi che non presentano “cifra tonda” sono ritenuti più affidabili.
Quando si deve vendere, il potenziale acquirente tende a ritenere una valutazione del prezzo più efficace quando questa presenta una cifra non tonda, perché si ha l’impressione che questi sia stato proposto dopo una valutazione più precisa.
Le persone, infatti, tendono a considerare una cifra più “dettagliata” maggiormente affidabile, in quanto esito di un processo di valutazione minuzioso, mentre la cifra tonda genera un senso di approssimazione.
Nel campo della negoziazione si è notato che le proposte con cifre tonde sono più facilmente non accettate, come se la controparte, percependo approssimazione nella valutazione da cui è stato generato il prezzo, pensi di poter esercitare un maggior diritto di negoziazione.
Se invece la stima appare (si sottolinea il verbo “appare”) più accurata, l’idea è che ci sia meno spazio per poter contrattare. >>
dal sito PSICOLOGO-MELZO.COM



UNO, NESSUNO E CENTOMILA (Poscritto)
A proposito di cifre tonde, anche il sottoscritto vorrebbe dire la sua.
Mi sono accorto infatti che - clicca oggi, clicca domani - il mio piccolo blog ha raggiunto il traguardo simbolico delle 100.000 visualizzazioni.
Mai avrei immaginato nel 2010, quando ho incominciato (quasi per caso) a condividere le mie riflessioni sul web, di arrivare a tanto.
E di questo devo ringraziare soltanto voi, amici lettori.
Da parte mia, posso solo confermare la minaccia (ehm, volevo dire l’impegno) di continuare ad annoiarvi ancora per un po’, magari con ritmi un po’ più blandi.
In fondo, tutti coloro che amano scrivere, dovrebbero essere soggetti alle 4 regole auree di Beppe Severgnini: avere qualcosa da dire / dirlo / dirlo brevemente / non ridirlo.
Ecco: io avevo qualcosa da dire, l’ho detto e, grazie alla mia innata pigrizia, l’ho detto brevemente; ora devo evitare di ridirlo troppo spesso.
Alla prossima.
LUMEN

mercoledì 14 giugno 2017

Top Secret

Le bugie e le omissioni “a fin di bene” sono sempre esistite e non si può negare che a volte risultino utili. Ma che succede quando vengono utilizzate in politica, nei confronti del popolo ? Ce ne parla Elena Giorza, in questo articolo tratto da Micromega. Lumen


<< Il popolo, inconfessabilmente rappresentato come massa informe, disomogenea, ignorante e credulona, può essere, ma soprattutto, deve essere “illuminato”? La questione se sia opportuno e conveniente rivelare al popolo certe “verità” o se, invece, sia legittimo ingannarlo attraverso il ricorso a “errori utili” di natura religiosa, ha origini antiche, ma la sua presenza si rivela costante nel dibattito filosofico moderno e contemporaneo.
 
Per comprendere – con lo scopo di condividere o discostarsene criticamente – la posizione di chi oggi, in contesti liberal-democratici, mette in luce la pericolosità rappresentata dal completo svelamento, a livello popolare, di alcune dinamiche politiche, culturali e sociali, e la conseguente esigenza di individuare strumenti decettivi in grado di celarle, sembra utile rintracciare alcune tappe fondamentali nell’elaborazione teorica del concetto di “inganno salutare”. (…)
 
Tutti i tentativi - nel contesto delle democrazie liberali - di legittimare il ricorso a “errori utili” in ambito politico, in quanto mezzi necessari per la conservazione della democrazia stessa, possono essere riletti, e compresi nei loro aspetti più problematici, alla luce di due testi [famosi] e, più in particolare, di due concetti presenti in questi testi.
 
Da una parte la “nobile menzogna”, protagonista del III° libro della Repubblica di Platone; dall’altra le “pie frodi”, così come vengono delineate da Voltaire in alcune voci del suo Dizionario filosofico. Tale rilettura, pur istituendo un’analogia tra questi concetti, per risultare efficace non può evidentemente non tener conto dei contesti radicalmente diversi in cui le riflessioni degli autori appena citati si collocano.
 
Una chiara legittimazione dell’uso dell’impostura (…) è rappresentata dalla nozione platonica di “nobile menzogna”, esemplificata dal mito teologico-politico elaborato nel III° libro della Repubblica: « […] il dio, quando vi ha plasmato, nella generazione di quelli tra voi che sono capaci di esercitare il potere ha mescolato dell’oro, perciò sono i più pregevoli; in quella delle guardie, argento; ferro e bronzo nei contadini e negli artigiani. In quanto dunque siete tutti congeneri, per lo più genererete una discendenza simile a voi, tuttavia può accadere che dall’oro nasca prole d’argento e dall’argento dell’oro, e così via secondo tutte le possibilità. […] la città perirà, quando sarà protetta da un difensore di ferro o di bronzo»
 
In un orizzonte di tipo aristocratico e gerarchico, come quello che caratterizza la città ideale di Platone, l’utilizzo strumentale della religione – che si manifesta attraverso l’elaborazione di un mito falso, ma utile – assume un ruolo fondamentale. Nascondendo il carattere arbitrario e artificiale della gerarchia sociale e del progetto educativo platonico, la “nobile menzogna”, pur ammettendo un qualche tipo di mobilità sociale, garantisce la conservazione dell’ordine politico e, in particolare, dell’aristocrazia dei filosofi nei confronti della moltitudine (guardie e produttori).
 
È interessare notare come il concetto stesso di “nobile menzogna” in Platone assuma caratteristiche ben definite: è un inganno di natura retorica, “solo nelle parole”, e quindi diverso dalla menzogna in senso proprio che, in quanto forma di ignoranza, va rifiutata in modo netto; è una prerogativa dei governanti-filosofi che la devono prescrivere come “pharmakon” alla moltitudine, al fine di perseguire il bene comune; ha valore pedagogico, morale e politico; si serve della religione come “instrumentum regni”.
 
Analoga, sotto molteplici aspetti, alla “nobile menzogna” platonica è la nozione di “pie frodi” che emerge nella riflessione di Voltaire, in particolare in alcune voci del Dizionario filosofico: Ateismo, Fanatismo, Frode – in cui si domanda se si debbano usare pie frodi per il popolo e conclude affermando: «Pensiamo innanzitutto che un filosofo debba annunciare un Dio, se vuole essere utile alla società umana» – e Superstizione.
 
La così detta tesi “dell’utilità sociale” della religione nei confronti dei ceti più umili, significativamente giudicata da Sergio Landucci «l’aspetto più ripugnante della riflessione volteriana», implica l’idea che i principi religiosi siano considerati mezzi necessari dal punto di vista politico per evitare la ribellione dei sudditi, “non degni” di conoscere la verità e di essere istruiti: « […] il volgo non è fatto per simili conoscenze; la filosofia non sarà mai affar suo. Quanti dicono che esistono verità che devono essere celate al popolo non si devono minimamente allarmare; il popolo non legge; esso lavora sei giorni alla settimana e il settimo va all’osteria».
 
Rifiutando la possibilità di una morale “umana e di natura” indipendente dalla religione – e ritenendo impossibile, in polemica con Bayle, il darsi di una società di atei, in quanto la religione, alla base della moralità, costituisce un elemento essenziale di qualsiasi società stabile, tranne che di una ipotetica società di filosofi - Voltaire afferma che: «È indubbio che, in una città organizzata, è infinitamente più utile avere una religione, anche falsa, che non averne alcuna».
 
Significativo è il duplice carattere della religiosità che Voltaire propone: per quanto riguarda l’élite intellettuale è sufficiente il deismo, una religione primitiva, naturale e razionale, frutto della “purificazione” delle religioni positive, incentrata sul rispetto di alcuni principi morali fondamentali e basata sull’idea di un Dio garante dell’ordine naturale, razionale e morale.
 
Nei confronti del popolo incolto e povero, invece, l’autore arriva a teorizzare e a legittimare (…) una religione “falsa”, ma in grado di fungere da freno morale e sociale e di mantenere l’ordine politico. In tal senso, quindi, Voltaire si mostra convinto della necessità e dell’utilità di ingannare il popolo, evitando di “illuminarlo” su alcune verità scomode, in primis la falsità delle religioni positive, il cui Dio vendicatore e rimuneratore, e la cui credenza nell’immortalità dell’anima, si rivelano errori utili.
 
Dietro alla legittimazione delle “pie frodi” sembra celarsi la paura del demos da parte dell’ordine castale e la volontà di preservare il sistema sociale e politico: «Non credo che ci sia al mondo un sindaco o un podestà con soli quattrocento cavalli chiamati uomini da governare, il quale non comprenda la necessità di porre dio nelle loro bocche, acciocché serva da morso e da briglia».
 
La necessità, evidente in Voltaire, di una duplice soluzione del “problema politico” (…) che tenga conto di una netta e incolmabile disuguaglianza a livello intellettuale e culturale fra gli individui, riemerge prepotentemente in Leo Strauss. (…) Strauss, facendo propria una prospettiva anti-egualitaria e aristocratica, in polemica con la modernità e con concezioni di tipo democratico e liberale, recupera esplicitamente la “nobile menzogna” platonica affermando l’esigenza dell’uso strumentale delle religione da parte dell’élite politica in ambito pedagogico.
 
Evidentemente influenzato dalle riflessioni filosofiche di stampo platonico - e presupponendo una differenza radicale, dal punto di vista intellettuale e morale, tra il popolo e i “filosofi” - Strauss ritiene necessario nascondere a livello pubblico e politico gli esiti scettici cui la critica filosofica conduce. Per realizzare questo obiettivo egli propone il ricorso al mito religioso, in quanto strumento retorico di manipolazione e dominio sulla massa.
 
Rispetto al “problema politico” – inteso come urgenza di conciliare ordine e libertà senza cadere nei rispettivi eccessi – Strauss si mostra convinto del fatto che l’unica soluzione possibile sia, non tanto di natura economica o giuridica, come sostenuto all’interno della prospettiva moderna e liberale, ma di carattere comunicativo. L’aspetto più interessante della riflessione straussiana è la duplicità della sua proposta; duplicità che, mantenendo come riferimento principale Platone e la filosofia classica, richiama da vicino l’elaborazione volteriana (…) di una religione per il popolo (le “pie frodi”) distinta dal deismo elitario.
 
In “Liberalismo antico e moderno”, Strauss individua due forme alternative di educazione applicabili nella sua contemporaneità politica e alternative al modello laico e secolare proprio della modernità, destinata a degenerare, dal suo punto di vista, nel nichilismo o nel materialismo radicale.
 
La prima, di tipo “esoterico”, è quella destinata a una ristretta élite politica (i gentiluomini che devono governare) e ai filosofi (che si dedicano alla vita teoretica), considerati intellettualmente e moralmente superiori. L’educazione detta “liberale”, nel senso antico del termine: è l’educazione degna dell’uomo libero.
 
La seconda, di tipo “essoterico”, è riservata alla massa ed è l’educazione “religiosa”. Quest’ultima, elaborata sul paradigma della “nobile menzogna” platonica, si basa sull’utilizzo funzionale, da parte di chi detiene il potere, della religione – e, in particolare dell’idea di un Dio vendicatore e rimuneratore – come freno morale, sociale e politico utile per garantire il controllo e il soggiogamento del popolo incolto e “inferiore”.
 
A parere di Strauss, qualora la massa popolare venisse “illuminata” circa il carattere convenzionale della moralità e circa la falsità delle credenze e dei dogmi religiosi – ai quali la moralità stessa, nella prospettiva della “nobile menzogna”, è strettamente legata – l’opportunismo e l’irresponsabilità prenderebbero il sopravvento, spezzando i legami sociali. In tal senso chi governa, facendo propri il disincanto e lo scetticismo propri dell’autentica filosofia, ha non solo la possibilità, ma il dovere di ingannare, senza essere ingannato.
 
La reinterpretazione della menzogna platonica elaborata da Strauss, all’interno di una concezione aristocratica e paternalistica – ma legata a un rigido realismo e alla consapevolezza dell’impossibilità di un’aristocrazia universale – che mira a svuotare le istituzioni liberali e democratiche, fino a ridurle a pure formalità – per riempirle di contenuti nuovi attraverso il progetto educativo e politico a cui si è accennato – è, quindi, una dimostrazione evidente di come l’attuazione di una “politica del velo” possa arrivare (…) alla pericolosa negazione “de facto” delle democrazie moderne. >>

ELENA GIORZA


(Link: http://temi.repubblica.it/micromega-online/dalle-pie-frodi-alla-nobile-menzogna-platone-voltaire-e-la-%E2%80%9Cpolitica-del-velo%E2%80%9D/)

mercoledì 7 giugno 2017

Pensione "Italia"

Demografia, pensioni ed immigrazione incontrollata nel mondo occidentale, secondo il "grande" Luigi De Marchi. Il testo risale a quasi 20 anni fa, ma - purtroppo - appare attualissimo ancora oggi (dal libro: “O noi o loro”). LUMEN
 
<< Il Segretariato delle Nazioni Unite ha pubblicato recentemente uno studio [il libro è del 2000 - NdL] sui possibili scenari demografici dell'Italia e di altri sette paesi a bassa natalità (Francia, Germania, Regno Unito, Russia, Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti) che merita d'essere segnalato perché sembra condensare in ogni sua pagina tutti i luoghi comuni della nostra sapienza (o insipienza) accademica e burocratica in campo demografico, economico e sociologico .

Può essere utile esporre anzitutto i dati "oggettivi" presentati dallo studio, che si propone di esaminare la probabile evoluzione della popolazione italiana nei primi cinquant'anni di questo secolo.
 
Secondo lo studio, se dovessero continuare gli andamenti attuali della natalità e della mortalità, la popolazione italiana calerebbe tra il 1995 ed il 2050, da 57 a 41 milioni. Va detto subito che questa riduzione, tutt'altro che imponente, viene vista dagli estensori del rapporto, conforme alle mode correnti, come un 'autentica calamità.
 
Per quanto mi riguarda, credo che invece ogni persona di buon senso dovrebbe considerarla un’autentica fortuna. Ricordo benissimo, tra l'altro, che l'Italia contava, durante il regime fascista, all'incirca quel numero di abitanti (42 milioni) e che nessuno riteneva quella popolazione insufficiente. Al contrario, già allora i luminari della nostra demografia la ritenevano troppo numerosa in rapporto al territorio nazionale (…).
 
A quei tempi, inoltre, nessuno si poneva il problema ecologico, anche perché i quattro/quinti della popolazione vivevano ancora in campagna ed i tassi d'inquinamento e consumo pro-capite erano un decimo di quelli attuali. Oggi, invece, la questione ambientale è diventata addirittura drammatica, per cui gli attuali 57 milioni di italiani, dati i loro tassi pro-capite di consumo e inquinamento, hanno un "peso ecologico", equivalente a quello d'oltre 2 miliardi di cinesi, di indiani o di africani stipati sulla nostra piccola penisola.
 
Una riduzione di 16 milioni di abitanti appare dunque, sotto il profilo ecologico, una vera benedizione. Ma stranamente, come tutti sappiamo, nessuno dei nostri verdissimi e zelanti apostoli della difesa ambientale si sogna mai di evidenziare i vantaggi enormi che la riduzione della popolazione assicurerebbe in campo ambientale.
 
Perché, dunque, tanta angoscia al pensiero di un calo demografico ? Perché, ci dicono, solo un radicale riequilibrio tra la popolazione attiva ed i pensionati può salvare l'Italia dalla bancarotta previdenziale. Ma, di grazia , dove sta scritto che agli attuali trattamenti pensionistici dobbiamo sacrificare la nostra libertà, la nostra pace sociale, la nostra identità culturale, la difesa delle nostre bellezze naturali e artistiche ed il futuro dei nostri figli ? Perché di questo si tratta, anche se nessuno, naturalmente, osa dirlo.
 
Vediamo dunque quali sono i rimedi alle "calamità pensionistiche" proposti dal rapporto delle Nazioni Unite. Sono tutti "rimedi", si fa per dire, imperniati su un'autentica alluvione immigratoria. Il rapporto dunque rivela che, per mantenere la popolazione residente in Italia ai livelli del 1995, sarebbe necessario l'insediamento di 13 milioni di immigrati sul nostro territorio con una triplicazione dei flussi migratori annui attuali e col risultato che, nel 2050, un terzo della popolazione italiana sarebbe costituito da immigrati e da loro discendenti.
 
Se però, precisa il rapporto, si volesse mantenere agli stessi livelli del '95 la popolazione in età lavorativa, ciò comporterebbe un aumento a 66 milioni e mezzo della popolazione complessiva, con una quintuplicazione dei flussi immigratori annui attuali, con un flusso totale di quasi venti milioni d'immigrati e col risultato che, nel 2050, 4 su 10 abitanti dell'Italia sarebbero immigrati o discendenti d'immigrati.
 
E se infine si volesse mantenere inalterato il rapporto del 1995 tra popolazione attiva e pensionati, nel prossimo cinquantennio dovremmo "accogliere" (come amano dire i nostri prelati, bene arroccati nelle loro principesche e inaccessibili residenze) la bazzecola di 120 milioni di immigrati, con una media di due milioni e duecentomila immigrati l'anno e col risultato che, nel fatidico 2050, l'80% della popolazione italiana (anzi, ex italiana) sarebbe costituito da immigrati o loro discendenti e l 'Italia avrebbe cessato d'esistere da tempo.
 
Tutto questo suona già assurdo sul piano intuitivo ed aritmetico, ma se pensiamo che la maggioranza di questi immigrati sarebbe (per motivi di contiguità geografica) di religione islamica, possiamo facilmente immaginare i disastri che ciò comporterebbe in termini di conflittualità sociale e interculturale, di criminalità, di arretramento socio-culturale delle donne italiane e di degenerazione autoritaria della nostra società, già oggi tutt'altro che liberale.
 
Ma quali sono, dinanzi a questi scenari apocalittici, le vere contromisure che nessuno sembra prendere in considerazione ? Anzitutto, data la gravità drammatica della minaccia, dovrà essere detto a tutti, e soprattutto ai giovani, che in un paese ove l'attesa di vita delle donne e degli uomini è aumentata di oltre 10 anni, anche l'età del pensionamento deve essere parimenti posposta.
 
Non è di certo una tragedia: al contrario, il pensionamento attuale delle donne a 55 anni, e degli uomini a 60 , porta spesso all'annientamento delle loro esistenze e alla perdita di un patrimonio prezioso di esperienza e diligenza professionale. Per parte mia, ho quasi 68 anni, lavoro da mezzo secolo e se dovessi smettere di lavorare piomberei in uno stato di depressione miserevole. E ricordo che mio padre fu ridotto, dal suo pensionamento, a una condizione quasi vegetale.
 
E poi, chi ha mai prospettato agli anziani la vera scelta: preferiscono vivere in un paese sconvolto dal caos di un'immigrazione annua quintupla rispetto a quella attuale, con tutto quanto ciò comporta in termini di moltiplicazione del degrado urbano e della criminalità o addirittura di guerra interetnica o preferiscono invece lavorare qualche anno di più ? Questa è la vera scelta, che peraltro nessuno prospetta ai diretti interessati: cioè né agli anziani, né ai giovani.
 
Già, perché è tempo di dire anche ai giovani che la razza padrona della demagogia statalista e sindacale, con la sua politica immigratoria paradossalmente avallata da certi liberisti d'accademia, sta svendendo il loro futuro e la civiltà occidentale, col suo retaggio di libertà e le sue conquiste democratiche, per assicurare a se stessa i propri vergognosi ed inutili privilegi: le pensioni miliardarie o semi-miliardarie [in Lire, ovviamente - NdL] dei mandarini della classe politico-burocratica dominante.
 
Ed è tempo di dire agli esperti nostrani e stranieri che la loro non è demografia, ma “buro-grafia”, cioè demografia da burocrati, decisi a godersi pensioni da nababbi alle spalle delle giovani generazioni. Insomma, per non perdere qualche anno di pensione o non farlo perdere ai nostri super-burocrati, vogliamo davvero ridurre l'Italia come la Bosnia o il Kossovo ? >>

LUIGI DE MARCHI


mercoledì 31 maggio 2017

Elogio del Proporzionale

Due interessanti riflessioni in favore del sistema elettorale “proporzionale”, considerato il sistema migliore per l’Italia, sia perché più legato alla nostra storia recente, sia perché più congeniale alla nostra mentalità. Lumen


<< La nostra Costituzione ha sempre difeso il paese dall’autoritarismo e continuerà a farlo, se rimane così com’è. L’esempio più chiaro che possiamo prendere è la legge elettorale, quel proporzionale puro tanto vituperato che garantiva la piena rappresentanza del popolo nelle istituzioni.
 
Prendete il 1976. In Italia vige il proporzionale puro, un sistema semplice e collaudato. Ai partiti che raggiungono il quoziente per eleggere, in almeno una circoscrizione, vengono assegnati dei seggi. In base poi al numero delle preferenze ottenute (3 per ogni elettore) si eleggevano i deputati, che andavo a formare il parlamento. Senza alcun sbarramento nazionale, senza premi di maggioranza.
 
Per avere la maggioranza assoluta bisognava prendere il 51% dei voti. Non essendo prevista la formazione di coalizioni, doveva essere il singolo partito a prendere i voti per arrivare al 51%; molto difficile quindi governare da soli, ma questa difficoltà non è un caso.
 
I padri costituenti, reduci da una guerra sanguinaria contro il fascismo, per eliminare ogni pericolo di svolte autoritarie, scelsero un sistema che favoriva la rappresentanza del popolo nelle istituzioni. In questo modo i partiti dovevano mettersi d’accordo sui programmi e le proposte, confrontarsi, trattare, dialogare per poi governare. Questo sistema ha garantito uno sviluppo economico e sociale nel paese senza eguali per decenni.
 
Alla fine della Prima Repubblica, una delle critiche maggiori fu contro la legge elettorale, che, secondo i “nuovi” partiti che stavano nascendo, produceva solo l’inciucio perenne, il ricatto continuo dei piccoli partiti e continue cadute dei governi. Bisognava far fuori i partiti piccoli e garantire la governabilità.
 
Ma torniamo indietro al 1976. (…) L’affluenza è altissima, più del 93%. Da soli la DC e il PCI rappresentavano 26.824.169 cittadini, gli altri partiti che entrarono in parlamento raccolsero in tutto 9.796.395 voti. I cittadini rappresentati nel parlamento della Repubblica erano 36.620.564 suddivisi in 11 partiti. (…) Solo 1.154.526 di cittadini rimasero senza rappresentanza, appena il 3,05%.
 
Questa possiamo tranquillamente chiamarla democrazia parlamentare, dove governabilità e rappresentanza sono garantite, e garantita allo stesso modo è la stabilità politica e istituzionale del nostro paese, senza alcun pericolo di derive autoritarie, che eppure sono state tentate, ma senza alcun successo (finora). (…)
 
Il messaggio è questo: i padri costituenti, nello scrivere la costituzione, avevano la mente proiettata a 50, 100 anni. La legge elettorale proporzionale pura, il bicameralismo perfetto e l’allontanamento di ogni idea di presidenzialismo hanno avuto ed hanno tutt’ora il compito di frenare ogni deriva autoritaria, un vero e proprio meccanismo di auto difesa della democrazia. (…)
 
Se invece la politica nostrana continuerà sulla strada della mitica “governabilità”, vorrà dire che la paura di un premier autoritario, uomo solo al comando, è pura menzogna e quindi una volontà politica ben precisa. >>
 
NICCOLO’ MONTI


 
<< [Sono convinto] che il sistema tedesco (cioè proporzionale – NdL) sarebbe il più adatto a gestire la complicata situazione italiana, (…) anche per ragioni che definirei «antropologiche», oltre che «storiche».
 
 «Storiche» perché mezzo secolo di proporzionalismo (che ha pur sempre accompagnato la trasformazione dell’Italia in un Paese democratico) non si cancella facilmente. «Antropologiche» perché in una materia come questa l’italianità non è una variabile indipendente. E gli italiani sono tutto meno che un popolo che abbia il gusto di ragionare in termini di alternative secche (destra/sinistra, giusto/sbagliato, bene/male, ecc.) e che di conseguenza sia incline a compiere scelte altrettanto nette.
 
Mi rendo conto che il discorso, posto in questi termini, è un tantino generico (starei per dire: meta-politico). Però, non posso proprio fare a meno di pensare che, per il modo di ragionare e di essere dei popoli anglosassoni, (…) un sistema politico imperniato sul maggioritario rifletta abbastanza (non totalmente) quel mondo, quella mentalità, e molto poco, o per niente, il nostro modo di sentire profondo ed anche la nostra mentalità spicciola.
 
Basti pensare, a puro titolo esemplificativo, alle differenze tra i sistemi giudiziari italiano e americano: negli States, dopo un processo, si riesce sempre a capire se, a giudizio di chi pronuncia la sentenza, uno è colpevole o innocente, in Italia no: sei innocente, ma sei un po’ colpevole, e viceversa. (…) Qualcosa di inconcepibile in America.
 
Perché, da noi, è così ? Per tanti motivi (…) In testa al lungo elenco metterei il fatto che siamo gente «sottile», perché affondiamo le radici in un passato che è troppo complesso, che ci ha insegnato a pensare che la nettezza delle posizioni e degli atteggiamenti non solo è “pericolosa”, è (quasi sempre) sbagliata, perché smentita da una realtà troppo spesso contraddittoria, di cui siamo stati testimoni, protagonisti e vittime.
 
Alla fin fine non siamo forse il popolo che ha avuto il più grande Partito comunista dell’Occidente, che però era comunista soltanto un po’? Un partito che era alleato dell’Unione Sovietica, ma non auspicava per l’Italia quel tipo di comunismo, bensì un altro, purché però mantenesse il logo e non contraddicesse (almeno formalmente) i “sacri testi”.
 
Non siamo forse un Paese in cui quasi tutti i partiti, l’Assindustria, ecc., sono “per il libero mercato” purché la cosa non riguardi la Fiat, e purché nessuno di quelli che contano abbia a rimetterci qualcosa ?
 
Non siamo forse un Paese in cui nessuno è in grado di capire come stiano effettivamente le cose in questo o quel settore dell’economia, dal momento che leggendo i giornali troviamo non soltanto interpretazioni diverse, come è giusto che sia, ma dati diversi e addirittura opposti, cifre diverse, per cui al cittadino non resta che fidarsi del proprio naso o ricorrere a scelte fideistiche ? (…)
 
Su niente, da noi, ci sono ragionevoli certezze, tutto è avvolto in una nebbia in cui si fa fatica a distinguere non solo i dettagli, magari anche rilevanti, ma la sostanza stessa delle cose. E in un Paese del genere - che Dio lo benedica, malgrado tutto -uno, ogni cinque anni, dovrebbe recarsi al seggio elettorale e fare una scelta di campo secca, irrevocabile, chiara ? Ma mi facciano il piacere, direbbe Totò.
 
Tornando al punto, se il problema principale del nostro sistema politico è la «stabilità» dei governi, credo che la storia della Germania dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi dimostri che quel modello, preso nel complesso (cancellierato, sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento e "sfiducia costruttiva") ha funzionato egregiamente, salvaguardando identità e governabilità nel contempo.
 
Che bisogno abbiamo di costringerci ad essere (o a far finta di essere) ciò non siamo mai stati e che non saremo mai ? >>
 
S. ROBERTO PICCOLI


(Link:https://fattodavoi.ilfattoquotidiano.it/contributo/la-costituzione-e-un-elogio-al-proporzionale-che-ci-ha-difeso-dai-trump-italiani/ + https://windrosehotel2.wordpress.com/2005/04/13/elogio-del-proporzionale/)

mercoledì 24 maggio 2017

Alta velocità

Il libro “Pensieri lenti e veloci” di Daniel Kahneman è un testo davvero interessante, che consiglio a tutti, perché ci aiuta a capire meglio come funzionano i nostri processi mentali. Quella che segue è una delle migliori recensioni trovate sul web (dal sito Matitaverde). Lumen


<< David Kahneman, autore di questo “Pensieri lenti e veloci”, è uno scienziato israelo-americano a dir poco versatile. Ha ricevuto il premio Nobel per l’economia nel 2002, ma i suoi studi (nonché le sue deduzioni) sono risultati validi, o più che validi, in settori che spaziano dalla statistica, alla sociologia, alle neuro-scienze.
 
Spesso, i saggi sulla mente umana fanno poco altro che riproporre con lessico scientifico teorie intuibili – se non già note - sul modo in cui ci formiamo le opinioni, senza comprovare tali teorie con studi statistici consistenti e convincenti. Kahneman si dà una compito diverso, nel libro oggetto di questa recensione.
 
La sua trattazione sul pensiero umano, e su certe cattive abitudini che noi umani possediamo e di cui non ci rendiamo conto, ha un fine pratico. Dopo aver spiegato, con la forza della statistica, quali errori spesso commettiamo nel prendere decisioni importanti durante le nostre esistenze, Daniel Kahneman suggerisce pragmaticamente alcuni stratagemmi per ridurre il più possibile le scelte sbagliate e vivere (o almeno capirci) meglio.
 
“Pensieri lenti e veloci” si propone di mostrare che raramente le scelte umane sono dettate esclusivamente dalla razionalità, anche quando sembrano molto, molto ben ponderate. Difatti, una grossa e ben celata componente delle decisioni che prendiamo tutti i giorni deriva dagli stimoli dettati del cosiddetto "sistema 1" della mente, quello primordiale, istintivo e "veloce" (come da titolo del libro), piuttosto che dal "sistema 2", quello "lento" che dà suggerimenti migliori, perché fondati su fatti concreti elaborati con criterio.
 
Un esempio pratico di questa dicotomia, supportato da uno studio statistico esteso: i giudici più esperti del tribunale della libertà vigilata israeliano sono fortemente influenzati dal proprio livello di appetito nel momento in cui prendono la decisione se garantire la libertà o no a un condannato. Per quanto la cosa appaia crudele e assurda, o kafkiana, un ampio campione statistico ha dimostrato che, nei momenti più lontani dai pasti, i giudici concedono la libertà vigilata in percentuali molto più basse rispetto a quando hanno lo stomaco pieno.
 
Questo è solo un esempio che dimostra come i circuiti primordiali del cervello influenzino pure le decisioni che necessitano di maggiore meditazione. Non solo il "sistema 2" (la nostra parte intelligente) ha molta meno voce in capitolo di quanto si pensi, ma tende anche a nascondere e giustificare l’intervento del "sistema 1".
 
Difficile, per esempio, che il "sistema 2" ammetta di non ricordare un particolare di un evento cui ha preso parte. La mente umana riesce a ricordare solo alcuni momenti salienti degli avvenimenti cui assiste. Piuttosto che riconoscere la propria fallacia, però, il "sistema 2" inventa dettagli di cui di dice convinto ma che in realtà non ha mai visto o ascoltato, e che gli servono solo per creare una storia integra e credibile per sé e per gli altri (la mente umana ama la coerenza nelle storie).
 
Il “Sistema 1” (o “veloce”) e il “Sistema 2” (o “lento”) sono i due antagonisti che dirigono le nostre decisioni, secondo Daniel Kahneman. Nello svolgersi del libro, si rincorrono, si prendono a pugni, infine si alleano. Kahneman introduce poi un terzo protagonista: il fato, inteso come un risultato inatteso dovuto alla natura caotica del nostro mondo.
 
Il sistema “2”, quello razionale e lento, odia il fato. Il pensiero “lento” è convinto di poter controllare ogni fenomeno e non solo non tollera intromissioni del sistema “1”, che tende a nascondere con grandissime panzane, ma anche della casualità, che non riesce proprio ad accettare, perché genera dubbi e incoerenze. A noi esseri umani piace pensare che il fato giochi un ruolo marginale nella nostra vita, convinti di poter dirigere le nostre esistenze dove vogliamo.
 
E' il nostro amore per le storie coerenti che ci porta ad attribuire grandi qualità alle persone di successo, mentre svalutiamo le capacità di chi rimane nell’anonimato, magari perché palesemente meno fortunato in certe circostanze. Noi umani non siamo predisposti a dare la giusta importanza al fato, nelle nostre valutazioni.
 
Questo è riscontrabile in molti ambiti, compreso (tristemente per le nostre tasche) quello della finanza. Kahneman riesce a dimostrare, dati alla mano, che non esistono “esperti di finanza”: le decisioni azzeccate sui mercati un certo anno da un certo gruppo di “guru” vengono puntualmente sconfessate l’anno successivo, data la natura totalmente erratica dei valori finanziari.
 
Ciononostante, a noi umani piace pensare che ci siano persone che hanno talento, anche dove il talento non può giocare alcun ruolo, e compriamo libri di "auto-miglioramento" scritti da gente che ha ottenuto successo, grazie a un po’ di intelligenza e probabilmente molta fortuna. Libri che, intima Daniel Kahneman, non ci serviranno assolutamente a nulla.
 
“Pensieri lenti e veloci” fa presa perché, a differenza di altri saggi sui comportamenti umani, cerca di (e spesso riesce a) rafforzare le teorie con analisi statistiche ben estese. Quest’approccio riflette uno degli argomenti di cui si fa paladino Kahneman: l’invalidità degli studi statistici compiuti su campioni poco rappresentativi della popolazione.
 
L’autore scrive: siccome il cervello umano ama avere ragione, dà grande significato a studi chiaramente poco significativi, in cui il caso gioca un ruolo importante, purché provino le proprie convinzioni superficiali. Una statistica calcolata su piccoli gruppi (esistono formule precise per decidere se un gruppo è valido o no, rispetto alla popolazione totale) può distorcere totalmente la realtà dei fatti che vuole spiegare, eppure spesso la accettiamo, perché fa comodo all'ostinazione della mente di ricevere conferme per le proprie impressioni. (…)
 
Un altro elemento originale di questo tomo è che, a differenza - per esempio - dello studio sul cervello di Leonard Mlodinow, esso non rimane lettera morta, ma suggerisce azioni concrete che si possono intraprendere per cercare di migliorare la qualità della propria vita.
 
Nello specifico, alla fine di ogni capitolo Kahneman propone di “cambiare gli argomenti alla macchinetta del caffè”. Al posto delle chiacchiere dettate dal “sistema 1” (il quale è molto attratto dall’errore e dal gossip sull’errore), la persona addomesticata dalle tesi di “Pensieri lenti e veloci” può dare una prospettiva diversa a quello che ascolta, ponendo l’interpretazione razionale (“sistema 2”) a un livello superiore rispetto all’istinto.
 
E’ pretenzioso immaginare che questo atteggiamento possa migliorare il mondo, ma è apprezzabilissimo che il nostro premio Nobel voglia dare una mano.
 
Nelle classifiche internazionali di vendita libri, questo saggio occupa le prime posizioni da mesi: è innovativo e dà consigli davvero utili nei processi decisionali a tutti i livelli (non solo aziendali: anche quando si compra l’auto, si vota, si sceglie il fidanzato, si prendono cantonate evitabilissime).
 
E’ uno dei pochi saggi che riguardano la mente di cui ci siamo ricordati (o meglio, cui il nostro sistema “2” fa riferimento aggiungendo dettagli a scelta) in occasioni di vita vissuta. Non ci lanceremmo a dire che si tratta di un testo illuminante, ma spenderemo l’aggettivo di utile. >>


(Link: http://matitaverde.it/Pensieri-lenti-e-veloci-recensione-del-libro-di-Daniel-Kahneman.html)

mercoledì 17 maggio 2017

Previsioni del Tempo

Quando si parla di “previsioni del tempo” pensiamo subito al tempo meteorologico. Pioverà, non pioverà ? Farà caldo, farà freddo ?
Ma anche i calendari sono, in un certo senso, degli strumenti per la previsione del tempo: il tempo astronomico, il tempo della nostra vita.
Quello che segue è un breve excursus, tratto dal web, sulla storia dei calendari, tra curiosità storiche e retroscena poco noti.
LUMEN
 

<< L'anno solare (...) è il periodo di tempo compreso fra due passaggi successivi del Sole all'equinozio di primavera (misura dunque il periodo di tempo intercorrente tra l'inizio della primavera e l'inizio della primavera successiva), e ha una durata di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi.
 
Vediamo allora come è stato risolto, nel corso del tempo, il problema dello "scollamento" fra anno solare e anno civile, dovuto al fatto che il secondo (di 365 o 366 giorni) non può essere uguale esattamente all'anno solare, che misura, per l'appunto, 365 g, 5 h, 48 m, 45 s .
 
Se l'anno civile non marciasse di pari passo con l'anno solare, si avrebbe uno spostamento delle stagioni nell'arco dell'anno, per cui, ad esempio, l'equinozio di primavera finirebbe per scivolare, col tempo, dal 21 marzo ad aprile, poi in maggio, in giugno, ecc.
 
Tra i calendari antichi merita di essere ricordato quello egiziano, in quanto rassomiglia al nostro attuale. La durata dell'anno era infatti di 365 giorni, divisi in 12 mesi di 30 giorni più 5 giorni complementari.
 
Sembra che ai tempi di Romolo, nel primo periodo della vita di Roma (intorno all'VIII secolo a.C.), l'anno civile fosse di 304 giorni, divisi in 10 mesi, dei quali 6 di 30 giorni e 4 di 31. I nomi dei mesi erano quelli attuali, ad eccezione di gennaio e febbraio, che non esistevano, poiché l'anno veniva fatto iniziare a marzo. Il mese di luglio veniva chiamato Quintilis, cioè "quinto mese": fu cambiato in Julius successivamente, dal tribuno Marco Antonio, in onore di Giulio Cesare (che era nato in quel mese).
 
Anche il mese di agosto inizialmente non si chiamava così: il suo nome era Sextilis, cioè "sesto mese". Fu Cesare Augusto che successivamente ne cambiò il nome in Augustus, a motivo del fatto che in quel mese riportò tre vittorie e mise fine alle guerre civili. E' ovvio che i mesi da settembre in poi sono così chiamati perché inizialmente erano il settimo, l'ottavo, il nono e il decimo mese dell'anno.
 
Un'ipotesi di spiegazione dell'esistenza, in quell'epoca, di un calendario di dieci mesi fu data nel 1903 da uno studioso di nome Tilak il quale, in un saggio dal titolo “La dimora artica dei Veda”, dimostrò come fosse possibile che gli antichi Romani avessero ereditato quel calendario da una popolazione indoeuropea (i Veda, per l'appunto), abitante in qualche luogo presso il Polo Nord quando il clima in quella zona era temperato.
 
I due mesi in meno sarebbero in relazione col periodo, durante l'anno, di mancanza totale o quasi di luce solare caratterizzante le terre vicino al Polo. Quando questo popolo migrò a Sud, come conseguenza del cambiamento di clima, dovette mutare il calendario, per adeguarlo alle stagioni caratterizzanti il continente europeo, dove anche i mesi più invernali non sono di notte completa; così avrebbero fatto anche i Romani, in un primo tempo aggiungendo ai dieci mesi i giorni mancanti per completare l'anno solare, e in seguito creando due veri e propri nuovi mesi.
 
I mesi di gennaio e febbraio furono aggiunti, secondo la leggenda, da Numa Pompilio (secondo re di Roma), che avrebbe così portato l'anno a 355 giorni (equivalente pressappoco a un periodo di 12 mesi lunari o lunazioni, detto anche anno lunare, che è di 354 giorni, 8 ore, 48 minuti e 26 secondi).
 
Tuttavia la differenza di circa dieci giorni e mezzo fra l'anno solare e quello di Numa Pompilio provocò in breve tempo un notevole distacco tra l'andamento delle stagioni e quello dell'anno civile, per cui si tentò di rimediare aggiungendo, ogni due anni, un tredicesimo mese che avrebbe dovuto essere, alternativamente, di 22 e di 23 giorni.
 
Ma sembra che i pontefici, i quali avevano l'incarico di far eseguire le necessarie intercalazioni al momento opportuno, abbreviassero o allungassero l'anno come loro meglio accomodava per scopi politici, ora favorendo, ora osteggiando chi esercitava le magistrature o i pubblici appalti.
 
Fu Giulio Cesare che, nel 46 a.C., procedette a una nuova riforma, dietro suggerimento, forse, dell'astronomo alessandrino Sosigene e, probabilmente, di vari filosofi e matematici. Dopo aver assegnato la durata di 445 giorni all'anno 708 di Roma (46 a.C.), che definì “ultimus annus confusionis”, stabilì che la durata dell'anno sarebbe stata di 365 giorni, e che ogni quattro anni si sarebbe dovuto intercalare un giorno complementare.
 
L'anno di 366 giorni fu detto bisestile, perché quel giorno complementare doveva cadere sei giorni prima delle calende di marzo (facendo raddoppiare il 23 febbraio), e chiamarsi così “bis sexto die ante Kalendas Martias” (= nel doppio sesto giorno prima delle calende di marzo).
 
Con la riforma di Giulio Cesare (che stabilì così la regola del calendario giuliano) l'anno restò diviso in 12 mesi, della durata, alternativamente, di 31 e 30 giorni, con la sola eccezione di febbraio, che era destinato ad avere 29 giorni oppure 30 (negli anni bisestili). Inoltre gennaio e febbraio diventarono i primi mesi dell'anno, anziché gli ultimi, com'era stato dai tempi di Numa Pompilio fino ad allora. E il calendario da luni-solare divenne in questo modo solare, simile dunque a quello degli Egizi.
 
Purtroppo, già nel 44 a.C., subito dopo la morte di Cesare, si iniziò a commettere errori, inserendo un anno bisestile ogni tre anziché ogni quattro anni. A ciò si pose rimedio nell'8 a.C., quando Augusto ordinò che fossero omessi i successivi tre anni bisestili, rimettendo a posto le cose.
 
In quello stesso periodo il Senato decise di dare il nome di Augustus al mese di Sextilis, in onore dell'imperatore. Non limitandosi a ciò, stabilì anche che questo mese dovesse avere lo stesso numero di giorni del mese che onorava la memoria di Giulio Cesare, ossia Julius.
 
Fu così che fu tolto un giorno a febbraio, che scese a 28 giorni (29 negli anni bisestili), per darlo ad agosto, mentre fu cambiato il numero dei giorni degli ultimi quattro mesi dell'anno, per evitare che ci fossero tre mesi consecutivi con 31 giorni. In definitiva, da una situazione di mesi alterni di 31 e 30 giorni si passò alla situazione, un po' più pasticciata, che persiste tutt'oggi.
 
Lo scopo di far aderire il calendario civile all'anno solare non era stato ancora raggiunto perfettamente, poiché quest'ultimo è, come abbiamo visto, circa undici minuti più corto di 365 giorni e un quarto. Questa piccola differenza produce il divario di un giorno intero in circa 128 anni, o di circa tre giorni in 400 anni. Da questa constatazione derivò la riforma attuata nel 1582 da papa Gregorio XIII, dietro proposta di una Commissione (…).
 
Con tale riforma, che fu detta gregoriana (e diede il via al calendario gregoriano), si stabilì che dovessero essere comuni (anziché bisestili) quegli anni secolari che non fossero divisibili per 400. Quindi, in definitiva, rimangono bisestili tutti gli anni non terminanti con due zeri e divisibili per 4, e quegli anni terminanti con due zeri ma divisibili per 400. Dalla data della riforma a oggi, dunque, fu bisestile l'anno 1600, non lo furono gli anni secolari 1700, 1800 e 1900, mentre lo è il 2000. (…)
 
Con l'attuazione della riforma gregoriana si provvide anche a correggere gli errori che erano venuti accumulandosi nel passato: il giorno successivo a quello di giovedì 4 ottobre 1582 divenne venerdì 15 ottobre, attuandosi così un salto di 10 giorni. Fu scelto tale periodo perché in esso non ricorrevano feste solenni.
 
Il calendario gregoriano fu accettato successivamente, anche se gradualmente, dalla maggior parte degli stati civili: in un primo tempo dagli stati con popolazione cattolica (fra il 1582 e il 1584), poi da quelli a popolazione protestante. In Germania entrò in vigore parzialmente nel 1700 e definitivamente nel 1775, in Gran Bretagna nel 1752, in Svezia nel 1753.
 
In altri paesi, tra cui quelli a religione ortodossa, il calendario giuliano è rimasto in vigore fino ai primi decenni di questo secolo. Il governo rivoluzionario russo adottò il calendario gregoriano nel 1918. Il Giappone vi aveva già aderito nel 1873, la Cina nel 1812 (ma in modo completo nel 1949).  

Anche le chiese ortodosse (ad eccezione di quelle di Russia, di Serbia e di Gerusalemme, che hanno mantenuto il calendario giuliano) hanno peraltro adottato un calendario riformato, in cui risultano bisestili, fra gli anni secolari, solo quelli il cui millesimo, diviso per 9, dia per resto 2 oppure 6. In pratica, diventa bisestile un anno secolare ogni 4 o 5. Le chiese ortodosse hanno però mantenuto, in generale, il vecchio metodo di calcolo del giorno di Pasqua. Fa eccezione la chiesa ortodossa di Finlandia, che ha aderito completamente al calendario gregoriano. >>


(Link: http://calendario.eugeniosongia.com/storiacalendario.htm)

mercoledì 10 maggio 2017

Varie ed eventuali – XXXIII

DECADENZA DELLA RELIGIONE
I motivi della decadenza del sentimento religioso nel mondo occidentale sono tanti, ma i principali, secondo me, restano due: il benessere diffuso, che rende inutili certi tentativi di consolazione ultraterrena, e, subito dopo, il diffondersi della mentalità scientifica, che rende ridicoli i dogmi ed i misteri.
Il benessere, ovviamente, può sempre sparire ed in questo caso le consolazioni religiose possono facilmente tornare in auge.
Per la mentalità scientifica, invece, mi pare più difficile ipotizzare un ritorno al passato; ma l'attrazione naturale degli uomini per il magico, il superstizioso e il soprannaturale potrebbe anche ritornare a prevalere.
Pertanto, quando si parla di declino della religione, “mai dire mai”.
LUMEN


COMPENSAZIONE DEMOGRAFICA
Storici e demografi fanno rilevare che le civiltà, in genere, declinano quando si riduce il tasso di fertilità e quindi la popolazione, per cui il conseguente afflusso degli immigrati dall’estero, oltre ad essere inevitabile, risulta anche numericamente benefico.
Il ragionamento (a parte le complicazioni culturali) può anche essere vero, ma resta valido solo per il passato, perché oggi il problema demografico è diventato tragicamente diverso.
Una volta, infatti, i troppi figli non erano mai un problema mondiale, in quanto le società giovani, popolose ed emergenti andavano semplicemente ad occupare i territori di quelle vecchie e in decadenza. Qualcuno ne aveva un danno, qualcun altro ne aveva un beneficio, ma la cosa finiva lì.
Oggi però non sappiamo più dove andare, perché abbiamo un mondo solo e l'abbiamo occupato tutto.
Quindi anche la demografia avrebbe bisogno di strumenti concettuali nuovi che però, a quanto pare, sembrano ancora mancare.
LUMEN


PARADOSSO
Il matematico e saggista Raymond Smullyan, amava molto i paradossi, che citava spesso e, se del caso, inventava. Uno dei suoi paradossi più famosi è quello c.d. della “borraccia”:
<< In un’oasi sperduta nel deserto, A e B decidono, indipendentemente tra loro, di assassinare C.
A mette del veleno nella borraccia di C, ma poi B la buca e C muore di sete.
Chi è il vero colpevole della sua morte, visto che A ha messo del veleno, che però C non ha bevuto, e B ha bucato la sua borraccia, salvandolo però dall’acqua avvelenata ? >>.
Espressa la dovuta ammirazione per la geniale invenzione, ritengo che il paradosso possa essere comunque risolto seguendo la logica giuridica, cioè cercando i nessi causali tra gli eventi.
1– Come è morto C ? E’ morto di sete.
2– Chi ha causato la sete di C ? L’ha causata B, bucandogli la borraccia.
3– Ergo l’assassino è B, mentre A è colpevole solo di tentato omicidio.
Non voglio certo competere con un cervellone come Smullyan, ma io la vedo così.
LUMEN


IDEOLOGIA
Non c’è dubbio che alla base di ogni forza politica c’è quell’insieme di valori chiamata “ideologia”, che ne costituisce l’identità e la ragione di essere.
Però – come osserva acutamente Aldo Giannuli - c’è modo e modo di rapportarsi alla propria l’ideologia, che può essere utilizzata come uno strumento, ma anche subita come una camicia di forza.
Si possono quindi dividere le forze politiche in 3 grandi categorie:
- Quelle che utilizzano la propria ideologia come una guida all’azione, ma senza mai perdere di vista il realismo politico delle alleanze e delle mediazioni;
- Quelle che ne fanno un dogma “religioso”, dal quale non discostarsi neanche di un centimetro;
- Ed infine quelle che ne fanno solo una foglia di fico, per coprire le proprie nudità politiche e le vere aspirazioni dei suoi esponenti: occupare qualche poltrona.
Guarda caso, conclude Giannuli “I partiti tradizionali a trazione opportunistica hanno sempre una ideologia molto lasca e assai meno osservata”.
E gli elettori che ci credono ? Peggio per loro.
LUMEN


ALLOMETRIA
<< L’aumento delle dimensioni del cervello nel corso dell'evoluzione umana è forse il caso in cui l'allometria [l’accrescimento differenziale degli organi] ha avuto le conseguenze più profonde.
Le connessioni neurali in più furono sufficienti a convertire un congegno immodificabile e programmato abbastanza rigidamente in un sistema elastico, a dare al cervello logica e memoria sufficienti a far sì che alla base del comportamento sociale potesse esserci l'apprendimento e non una serie di istruzioni già codificate.
La flessibilità può essere considerata il fattore determinante più importante della coscienza umana; probabilmente la programmazione diretta del comportamento è divenuta un carattere svantaggioso. >>
STEPHEN J. GOULD


UOMINI E FOLLE
<< Nelle folle, l’imbecille, l’ignorante e l’invidioso sono liberati dal sentimento della loro nullità e impotenza, che è sostituita dalla nozione di una forza brutale, passeggera, ma immensa.
Per il solo fatto di far parte di una folla, l’uomo discende di parecchi gradi la scala della civiltà. Isolato, sarebbe forse un individuo colto, nella folla è un istintivo, per conseguenza un barbaro.
Le folle non hanno mai avuto sete di verità. Dinanzi alle evidenze che a loro dispiacciono, si voltano da un’altra parte, preferendo “deificare” l’errore, se questo le seduce.
Chi sa illuderle, può facilmente diventare loro padrone, chi tenta di disilluderle è sempre loro vittima. >>
GUSTAVE LE BON