sabato 20 ottobre 2018

Un fantasma per amico - 2

Si conclude qui l’articolo di Giorgio Vallortigara sull’origine delle facili credenze nel soprannaturale e nelle superstizioni. Lumen


(seconda parte)

<< La dicotomia nella rappresentazione mentale delle ‘entità’, [tra quelle] animate e [quelle] inanimate, ha avuto conseguenze inaspettate nella nostra specie, nella quale la sofisticatezza della vita di relazione ha raggiunto livelli impensabili rispetto ad altre specie pure sociali.

Come sostiene lo psicologo Paul Bloom, la possibilità di trattare gli oggetti fisici come entità separate dagli oggetti mentali ci ha reso dei “dualisti intuitivi”, capaci cioè di concepire corpi privi di menti e menti prive di corpo. I cadaveri, per esempio, sono oggetti che hanno posseduto una mente, che sono stati abitati dallo spirito, e per questo meritano forme di rispetto, sebbene lo spirito ora li abbia lasciati. Spettri, angeli e demoni, invece, posseggono delle menti, ma possono in misura maggiore o minore fare a meno dei corpi. Il dualismo intuitivo costituirebbe, perciò, il fondamento cognitivo della credenza in una vita dopo la morte.

È nella letteratura, probabilmente, osserva Bloom, che meglio si palesa il dualismo che è connaturato alla nostra psicologia. Nessuno crede che sia una storia vera, ma tutti riusciamo a capire benissimo che cosa possa voler dire svegliarsi una mattina con il corpo trasformato in quello di uno scarafaggio, rimanendo nondimeno, in un qualche senso profondo, la stessa persona, Gregor Samsa [si tratta ovviamente de ‘La Metamorfosi’ di Franz Kafka - NdL].

È bizzarro che si trovino plausibili storie come questa. Se la trasformazione è avvenuta, essa deve aver riguardato l’organismo tutto intero, quindi Gregor Samsa ora deve avere il sistema nervoso di uno scarafaggio e pensare come uno scarafaggio (qualsiasi cosa questo possa voler dire!). Si palesa, qui, un altro tratto costitutivo delle nostre menti che fornisce ulteriore supporto alle credenze nel sovrannaturale, l’essenzialismo psicologico. L’essenzialismo è l’idea per cui certe categorie di cose (le donne, i gruppi razziali, le lucertole, i quadri di Matisse) posseggono una loro natura interna, un’essenza per l’appunto, non osservabile direttamente, che definisce la loro identità e spiega le somiglianze tra membri della stessa categoria.

Le proprietà delle essenze tendono [anche] a trasferirsi da un corpo all’altro. Lo psicologo Bruce Hood lo illustra con un semplice esempio: sareste disposti a indossare il maglione di un serial killer ? E perché no ? Davvero pensate che la tendenza all’omicidio seriale possa trasferirsi tramite un maglione, contagiandovi come un bacillo ? Insensato, certo. Eppure, quante storie avete letto e quanti film avete visto centrati sull’idea che dopo un trapianto di cuore qualcosa dell’espiantato, una qualche virtù o un qualche orribile vizio psicologico, si possa trasferire nel trapiantato mediante l’innesto del muscolo cardiaco ?

Se provate a chiedere a un bambino in età prescolare se una lucertola senza zampe sia ancora una lucertola e non invece un serpente, cui di fatto assomiglia maggiormente dopo l’amputazione, vi risponderà che sì, la lucertola è ancora una lucertola, non è diventata un serpente. Ci saremmo potuti aspettare che per i bambini le qualità percettive delle cose, quelle “superficiali” per così dire, siano più importanti di quelle “profonde”, essenziali. Invece i bambini sono essenzialisti da subito.

In ambito scientifico l’essenzialismo viene giustamente guardato con sospetto, perché è stato causa di molte controversie. Per esempio, quelle attorno alla definizione di che cosa sia “vivente”. Nozioni come quella di “razza” non corrispondono ad alcuna sottostante essenza. Lo stesso vale per la nozione di “specie”, perché le specie evolvono e sono definite a livello di popolazione e non come proprietà intrinseca degli individui. Molte discussioni che investono la sfera civica, etica e religiosa sono legate all’essenzialismo (l’aborto, le cellule staminali, gli OGM). Ciò accade presumibilmente a causa del fatto che pensare in termini essenzialistici fa parte del nostro retaggio biologico.

La psicologa Susan Gelman ha raccolto molte importanti osservazioni a favore dell’idea che i bambini in età prescolare siano spontaneamente essenzialisti. Per esempio, i bambini sembrano possedere una sorta di concezione intuitiva di “potenziale innato”, cioè l’idea che certe proprietà siano stabilite alla nascita. Se viene loro raccontata la storia di un coniglio che è stato adottato da una coppia di scimmie e si chiede ai bambini se il coniglio mangerà carote o banane e se avrà le orecchie corte oppure lunghe, questi rispondono tipicamente affermando che il coniglio mangerà carote e avrà le orecchie lunghe. Ciò anche se il coniglio non ha mai mangiato carote da piccolo e non ha mai visto carote in vita sua. Per i bambini, mangiare carote sembra inerente alla natura dei conigli: si tratta di una proprietà che presto o tardi deve necessariamente esprimersi, un potenziale innato appunto.

Numerosi dati raccolti dagli antropologi in culture diverse convergono sull’idea dell’essenzialismo. In tutte le culture studiate, a dispetto delle diversità che queste mostrano nel modo di concepire la nascita e le pratiche di allevamento, i bambini e gli adulti sottoposti a diverse varianti del test dell’adozione mostrano di concepire l’appartenenza a una specie come un tratto determinato da un’essenza, da un potenziale specifico e innato.

È interessante come le persone siano disposte a ritenere che una categoria possegga un’essenza, senza che esse sappiano in che cosa consista tale essenza. Le persone sono convinte che vi debbano essere importanti differenze nella struttura mentale di maschi e femmine o che certe precise entità di natura genetica definiscano l’appartenenza a una razza, ma non saprebbero dire quali esse siano.

In effetti, non è importante che lo sappiano per ciò che riguarda la funzione biologica dell’essenzialismo. Le essenze servono come dei “segnaposto concettuali”, consentono cioè di distinguere i membri di una categoria come simili a causa di una struttura interna, che è comune a tutti loro e che è innata o biologicamente determinata, stabilendo altresì dei confini netti per la categoria, fissi e immutabili.

Da questo punto di vista le essenze sono preziose, perché consentono di esercitare inferenze su base induttiva. L’induzione è quel processo per cui estendiamo la nostra conoscenza a nuove entità a partire dalle proprietà di una categoria, come quando stabiliamo che un certo tipo di fungo nuovo, mai incontrato prima, è velenoso sulla base degli altri funghi velenosi incontrati in precedenza.

Le inferenze che sono condotte dai bambini appaiono essere in accordo con una concezione essenzialista per due aspetti cruciali: primo, i bambini trasferiscono con grande facilità le proprietà interne e le funzioni non visibili da un membro di una categoria a un altro; secondo, i bambini traggono tali inferenze anche quando l’appartenenza alla categoria contrasta con le proprietà percettive superficiali. Se faccio vedere a un bambino un insetto che ha l’aspetto esterno di una foglia, spiegandogli che si tratta di un insetto, egli attribuirà all’insetto, senza alcun addestramento, proprietà da insetto e non da foglia, indipendentemente dal suo aspetto.

Essenzialismo, pensiero teleologico e dualismo intuitivo rappresentano dunque fondamentali adattamenti cognitivi che hanno generato, come sottoprodotti, la nostra inclinazione a credere al sovrannaturale e alle superstizioni in generale. Per quali ragioni biologiche si sarebbero sviluppati questi adattamenti è abbastanza chiaro: gli agenti sono categorie fondamentali per riconoscere potenziali prede, predatori, partner sociali o sessuali. Perciò, se vediamo un ramo spezzato nel bosco tenderemo a interpretarlo come il segno che “qualcuno” è passato di lì, anziché il risultato accidentale di un evento naturale, “qualcosa” come un temporale.

D’altronde, cooperazione e competizione sociale necessitano di raffinate abilità d’interpretazione e anticipazione dei comportamenti altrui: in questo senso, la capacità di rilevare tracce di agentività e d’interpretarle è fondamentale. E il prezzo da pagare per tutto ciò, la nostra credulità, sembra tutto sommato esser valso la pena. >>

GIORGIO VALLORTIGARA




sabato 13 ottobre 2018

Un fantasma per amico - 1

Da dove proviene la nostra inclinazione a credere nel soprannaturale o nelle superstizioni in generale ?
A credere, con sincera convinzione, nell’esistenza di esseri superiori chiamati dei o in una vita dopo la morte ?
Pare che tutto nasca dal fatto che siamo diventati, in sommo grado, dei “dualisti intuitivi”, portati a suddividere il mondo esterno in due grandi categorie separate tra loro: da una parte i ‘corpi’ e dall’altra le ‘menti’.
A questi meccanismi cognitivi, alle loro cause ed alle loro conseguenze, è dedicato l’interessante articolo che segue (diviso in 2 parti), scritto da Giorgio Vallortigara e tratto dal sito della UAAR. 
LUMEN


<< Siamo tutti creduloni, almeno un po’. A tal riguardo l’antropologo cognitivo Scott Atran ha confezionato una divertente messa in scena per i suoi studenti. Egli entra in aula con una scatoletta finemente decorata e dall’aspetto esotico, spiegando che si tratta di un reperto delle sue esplorazioni etnografiche: un oggetto magico che, a detta dei membri della tribù che gliene hanno fatto dono, avrebbe la proprietà di far scomparire qualsiasi oggetto vi venga riposto, qualora l’individuo proprietario dell’oggetto medesimo dubitasse o addirittura osteggiasse gli spiriti che abitano la scatoletta. Scettici e razionalisti quali sono, i ragazzi accolgono l’informazione con manifesta incredulità.

A questo punto, con aria molto seria, Atran lascia la cattedra avvicinandosi a uno degli studenti e, fissandolo negli occhi, lo invita a riporre nella scatoletta la sua patente di guida o a infilarci un dito. E qui succede qualcosa d’interessante. Lo studente ha un attimo di esitazione e spesso esibisce un sorriso tirato, facendo mostra di essere a disagio. Poi di solito fa quel che deve, infilando la patente o il dito nella scatolina magica. Ma quell’attimo di esitazione, che sembra essere un tratto comune riscontrabile negli individui delle culture più diverse, perfino in quelli addestrati ai metodi e alle procedure del pensiero scientifico occidentale, come gli studenti di Atran, è un fenomeno che richiede di essere spiegato.

Come mai – pur asserendo magari di non credere alle superstizioni – cerchiamo di evitare che un gatto nero ci attraversi la strada, facciamo gli scongiuri toccando ferro o leggiamo l’oroscopo sul giornale ? E perché in tutte le culture del mondo le persone hanno sviluppato una serie di credenze relative all’esistenza di entità che violano platealmente alcune fondamentali proprietà del mondo fisico e biologico (fantasmi che passano attraverso i muri, zombie che camminano anche se sono defunti, angeli in sembianze umane capaci di volare, santi in grado di perpetrare varie specie di miracoli, ecc.) ?

Le ricerche condotte in questi ultimi anni da scienziati cognitivi, neuro-scienziati e psicologi evoluzionisti hanno cominciato a gettare un po’ di luce su questi fenomeni. C’è un primo fatto da considerare: gli organismi biologici sono stati foggiati dalla selezione naturale per essere efficientissimi “rilevatori di causalità”. Efficientissimi, ma non accurati. Infatti, i meccanismi che nel sistema nervoso si occupano di rilevare le relazioni di causa-effetto sono basati sulla rilevazione di una relazione di contingenza temporale e, perciò, non sanno davvero se la relazione sia causale o se sia, appunto, una contingenza, una mera correlazione.

C’è un celebre esperimento che lo dimostra. A intervalli casuali si fa cadere un po’ di cibo nella mangiatoia di un piccione. Dopo breve tempo l’animale sviluppa dei movimenti stereotipati, che egli riproduce più e più volte, come per esempio sbattere le ali o girare in tondo su se stesso. Nulla predice l’evento della caduta del cibo nella mangiatoia, ma il piccione si comporta come se le azioni che per caso si è trovato a condurre un istante prima della caduta del cibo fossero la causa della caduta del cibo. Se, per esempio, è successo che poco prima di ottenere il cibo l’animale ha girato il capo per pulirsi le piume del collo, egli in seguito tenderà a ripetere l’azione. Se il premio è elargito con relativa frequenza, accadrà ancora che la pulizia del collo sia seguita, per puro caso, dalla somministrazione del cibo. E questo accentuerà vieppiù il mantenimento dell’azione.

Vi suona familiare ? Vi è capitato di scendere dal letto e di indossare prima la ciabatta sinistra e poi quella destra e di godere poi di una giornata straordinariamente fortunata ? E di decidere perciò il mattino seguente che, sì certo, i due eventi probabilmente non intrattenevano tra loro relazione alcuna, ma, tutto sommato, valeva la pena di riprovarci, indossando nuovamente prima la ciabatta di sinistra e poi quella di destra ? Eh già …

L’ossessione per le relazioni causali non basta però a spiegare la nostra inclinazione al sovrannaturale. Perché, come abbiamo già visto, la nozione di causa implica l’idea di un agente causale. Ed è a un tipo particolare di agenti causali – spesso invisibili – che è dedicata prioritariamente la nostra attenzione: gli agenti animati. Tra le scoperte più singolari delle ricerche sullo sviluppo cognitivo infantile vi è l’osservazione che i bambini di età prescolare tendono a spiegare gli eventi del mondo come prodotti da qualcuno piuttosto che da qualcosa. A un’interrogazione più attenta, si scopre altresì che questo “qualcuno” non si identifica precisamente con una persona umana, foss’anche la mamma o il papà, ma in un non meglio [specificato] agente intenzionale astratto.

Oltre a ciò, i bambini prediligono le spiegazioni funzionaliste degli eventi. Tendono cioè a concepire gli oggetti del mondo naturale come “costruiti per uno scopo” (pensiero teleologico) e manifestano questa tendenza in modo affatto indipendente da quello che gli adulti possano aver insegnato loro. Naturalmente nell’età adulta nuovi sistemi di credenze causali, veicolati dall’istruzione e in generale dalle conoscenze che si acquisiscono, possono sovraimporsi alle concezioni intuitive predisposte dalla nostra biologia, ma non possono eliminarle.

Per esempio, le psicologhe Deborah Kelemen ed Evelyn Rosset hanno mostrato che le persone adulte, quando sono richieste di fornire velocemente un giudizio di plausibilità scientifica ad affermazioni erronee di tipo teleologico (per esempio, “il sole irraggia la terra perché il calore facilita la vita”), appaiono più propense a giudicarle corrette di quanto non lo siano nei confronti di affermazioni che, seppur sbagliate, sono di tipo non-teleologico (per esempio: “le colline si sono formate a causa della glaciazione delle acque sotterranee”).

Sembra dunque esserci un’universale preferenza nella nostra specie a comprendere e spiegare il mondo in termini di scopi e funzioni, di agenti dotati di obbiettivi e intenzioni. Ma da dove viene questa predilezione per gli agenti intenzionali che agiscono mossi da obbiettivi e scopi ? Per quale motivo gli esseri umani ricercano ossessivamente tracce di “agentività” (agency), captando nel fruscio elettronico prodotto da una radio mal sintonizzata le voci dei defunti o attribuendo le catastrofi naturali alla volontà di qualche dio vendicativo irritato dai nostri comportamenti ?

La storia inizia nella culla, nella distinzione che noi compiamo precocissimamente tra gli oggetti fisici, inanimati, e quelli psicologici, animati. La distinzione è così basilare da essere presente anche in specie molto lontane da noi e senza alcuna forma di apprendimento [6]. Gli oggetti animati sono naturalmente anch’essi entità di tipo fisico, ma si muovono spinti da intenzioni e possono essere tristi o allegri, aggressivi o amichevoli. I bambini possiedono una capacità innata di distinguere gli oggetti animati da quelli non animati. E noi adulti possediamo aree cerebrali specificamente dedicate al trattamento degli uni e degli altri tipi di oggetti. >>

GIORGIO VALLORTIGARA

(continua)




sabato 6 ottobre 2018

Il genio di Darwin – 9

(Dal libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” – Nona parte. Lumen)


<< La teoria dell'evoluzione è una teoria scientifica e come tale non spiega tutto. Anche nella sua forma più moderna, il neo-darwinismo, non può rendere conto di ogni fenomeno. Ha un suo campo di validità, entro il quale spiega molto bene quasi tutto, ma ha anche regioni dove non è di molto aiuto e altre nelle quali quasi non serve.

Ci sono persone convinte che la teoria evoluzionistica non spieghi nulla — e tutto il presente libro ha l'obiettivo di mostrare come questi abbiano torto —, ma c'è anche chi pensa che possa andare bene per tutto. Pure costoro sbagliano, poiché una teoria che spieghi ogni cosa non è una teoria scientifica, ma un articolo di fede. Vediamo allora in dettaglio che cosa spiega e che cosa non spiega la proposta neodarwiniana, fissando innanzitutto tre date.

La prima risale a tre miliardi e ottocento milioni di anni fa e riguarda la comparsa dei primi esseri viventi sulla Terra. La seconda si aggira invece intorno ai seicento milioni di anni fa e prende il nome di esplosione del Cambriano. Si è trattato, come abbiamo già detto, di un periodo durante il quale, in poco tempo — in verità circa venti milioni di anni —, sulle terre emerse si sono formate quasi tutte le divisioni tassonomiche importanti del regno animale: per la precisione trenta su trentuno-trentadue.

Non sappiamo esattamente che cosa sia successo, ma in tempi relativamente rapidi si sono costituiti tutti i grandi tipi animali. La terza data di cui si deve tenere conto risale a sei o sette milioni di anni fa, quando i primi antenati diretti dell'uomo si sono differenziati più o meno chiaramente dalle scimmie antropomorfe superiori.

Tenendo presente questi tre momenti, possiamo affermare che la teoria dell'evoluzione non spiega quello che è successo prima di tre miliardi e ottocento milioni di anni fa. Spiega abbastanza bene, anche se non del tutto, quello che è accaduto da quel momento fino a circa seicento milioni di anni fa, mentre spiega perfettamente tutto quello che è avvenuto dopo.

La teoria dell'evoluzione non può infatti funzionare in assenza di esseri viventi. Anche ciò che è avvenuto nel periodo che precede la data di tre miliardi e ottocento milioni di anni fa prende spesso il nome di evoluzione, per la precisione evoluzione chimica o prebiotica, ma sarebbe meglio utilizzare un altro termine per evitare ambiguità: non si tratta certo di evoluzione biologica, proprio per la mancanza di esseri viventi.

La spiegazione darwiniana, ma anche quella neodarwiniana, è quindi totalmente impotente nello spiegare quello che è successo prima della formazione del primo genoma, presente in un organismo capace di vita autonoma.

Non è in grado di far luce neanche su quello che è avvenuto nel lungo periodo che ha preceduto l'esplosione del Cambriano. In questo caso non per la mancanza di materia prima — poiché esistono in questo lasso di tempo tanti organismi dotati di genomi che possono portare mutazioni ed essere esposti all'azione della selezione —, ma sono le condizioni ambientali in cui tutto ciò avvenne a sfuggirci quasi completamente.

La spiegazione neodarwiniana nel suo nucleo concettuale vale anche in questo caso, ma non sappiamo bene come applicarla, poiché non conosciamo tutto quello che effettivamente è accaduto nell'ambiente circostante.

La teoria darwiniana spiega invece molto bene quello che è successo negli ultimi seicento milioni di anni, e non è poco, poiché in realtà tutto ciò di cui si parla di norma riguarda proprio questo periodo. Seicento milioni di anni fa non c'erano i Vertebrati, né gli Insetti. A maggior ragione non esistevano i Mammiferi o i Ditteri. Tutti questi si sono formati successivamente, durante il periodo in questione.

Si tratta quindi di un intervallo di tempo molto ampio per il quale abbiamo una conoscenza assai più profonda di tutto quello che è avvenuto dal punto di vista esterno alla vita.

Non bisogna dimenticare però il fatto che, per esempio, ancora oggi siamo all'oscuro di che cosa materialmente abbia portato alla scomparsa dei dinosauri: possiamo fare solo delle ipotesi. Anche in questo caso non è però la teoria dell'evoluzione a essere insufficiente, ma è l'ignoranza delle condizioni di contorno che non ci permette di articolare i dettagli della vicenda.

Al contrario, più ci si avvicina al presente e maggiori sono le informazioni — sulle glaciazioni e inter-glaciazioni, sulla comparsa e scomparsa di montagne e fiumi, sulla saldatura o frattura di continenti —, così che l'apparato teorico della teoria dell'evoluzione è in grado di trovare un'applicazione concreta.

Sbagliano quindi coloro che affermano che la teoria dell'evoluzione rappresenta una spiegazione completa degli eventi biologici, anche se non di molto: tutto quello che è avvenuto di importante sulla Terra viene infatti chiarito dalla proposta neodarwiniana. Esistono poi in questa storia due eventi critici, anche se per motivi assai diversi: l'inizio della vita e la comparsa dell'uomo. >>

EDOARDO BONCINELLI

(continua)

venerdì 28 settembre 2018

Da Profeta a Dio

Torno ad ospitare il grande biblista americano Bart Ehrman perché, in materia di religione, ha sempre cose molto interessanti da raccontare.
Il post di oggi è dedicato ad uno dei suoi ultimi libri - “E Gesù diventò Dio” - in cui traccia il lungo percorso teologico subito dal personaggio di Gesù Cristo, che da semplice profeta, e quindi uomo, ha finito per diventare una delle tre persone della SS Trinità, e quindi un dio.
La recensione, scritta da Michele Martelli, è tratta da Micromega. LUMEN


<< Ancora oggi, la pietra angolare delle tre «religioni del libro» restano i testi sacri: se essa cede, viene giù tutto l’edificio. Perciò clero e teologi hanno da sempre difeso a denti stretti la «verità storica» dei loro testi. Ma è tale verità difendibile alla luce delle più recenti e agguerrite ricerche storiografiche? Una risposta chiara e semplice a questa domanda, (…) riguardo al cristianesimo, è offerta da un recente libro dello storico neo-testamentario statunitense Bart D. Ehrman, “E Gesù diventò Dio” (…): una ricerca impostata in modo scientifico e laico, estraneo all’apriorismo apologetico di tante storie sacrali e provvidenzialistiche del cristianesimo.

Subito una premessa. Ehrman non appartiene alla schiera degli studiosi «mitisti», per i quali Gesù non è mai esistito, e la sua figura sarebbe un’invenzione, un «mito», una leggenda. La tesi di Ehrman (…) è che Gesù sia davvero esistito, ma che la sua biografia sia storicamente riducibile a quella di un predicatore ebreo apocalittico della Galileia, che annunziava l’imminente fine del mondo e l’inizio del Regno di Dio sulla terra, di cui egli stesso sarebbe stato il Re. Perciò, processato per crimine di ribellione contro lo Stato romano, fu condannato e crocifisso.

Tale peraltro egli appare nei tre vangeli sinottici (Marco, Matteo, Luca), scritti circa 40 anni dopo la sua morte, dove non afferma mai di essere Dio. A conferma che questa era ancora l’opinione diffusa tra i suoi primi seguaci e le prime comunità cristiane. Ma allora come e quando Gesù diventò Dio? Si è trattato di un lungo e tortuoso processo storico, durato circa tre secoli, e conclusosi col Concilio di Nicea, nel 325 e.v., che Erhrman nella sua ricerca scandisce in tre tappe o fasi, spesso tra loro intersecate.

A)-«L’esaltazione di Cristo in cielo», il suo elevamento al rango divino, accanto a Dio Padre.
Qui va detto che la credenza in «uomini divini», – ossia di dèi che diventano uomini, o di uomini che diventano dèi, o di semidèi nati da un dio e da un mortale,– è diffusissima sia nella mitologia e cultura greco-romana antica (vedi le continue incarnazioni di Zeus e altri dèi, le figure semidivine di Achille, Enea, Ercole, ecc., o la divinizzazione di grandi re e condottieri, come Romolo, Alessandro Magno, – a suo tempo venerato come «Figlio di Zeus», – o degli imperatori romani da Cesare e Augusto Ottaviano in poi venerati come «Figli di Dio» o «Dio» stesso), sia nella stessa Bibbia ebraica e negli apocrifi (vedi le frequenti apparizioni terrene di Dio e dei suoi angeli, la vicenda dei «figli di Dio» che s’accoppiano con donne mortali per generare Giganti semidivini, nonché le figure divine o semidivine di Enoch, Mosè, Davide, Elia, ecc.).

Ecco perché, nel clima culturale giudaico e greco-romano, dove non c’era, come oggi, discontinuità tra mondo umano e mondo divino, «Gesù risorto» poté essere dai suoi seguaci facilmente esaltato e venerato come «Figlio di Dio», o «Figlio dell’Uomo» (forse non tutti sanno che nella Bibbia questa figura designa il Messia, l’inviato divino che assume sembianze umane per annunziare e instaurare il Regno di Dio in terra), o infine come «l’Angelo del Signore» (è la cristologia che, secondo Ehrman, prevale nelle Lettere paoline). Resta fermo che nei Vangeli sinottici Gesù non dice mai di essere Dio, ma solo appunto, genericamente, Messia, cioè inviato di Dio. L’equiparazione Dio/Cristo appare solo nel quarto Vangelo, attribuito a Giovanni, e scritto presumibilmente alla fine del primo secolo, quindi molto dopo la morte di Gesù.

B)-«La fede nella Resurrezione di Gesù».
Se la sua tomba è vuota, – si ipotizza, – Gesù è fisicamente risorto, e se è risorto, non essendo più tra noi (a differenza di Lazzaro, che, pur resuscitato dalla morte, rimase mortale), allora è asceso al cielo, riassumendo la sua originaria natura divina. A parte le contraddizioni e l’inverificabilità delle narrazioni evangeliche, presumibilmente ingigantite e distorte, – osserva l’autore, – col passaparola, per via della tradizione orale, l’ipotesi più verosimile, a suo parere, è che il corpo di Gesù, come era consuetudine dei dominatori romani, sia stato gettato in una fossa comune. Peraltro, decomposto e divenuto irriconoscibile, non avrebbe potuto nemmeno essere trafugato dai suoi discepoli, già scappati nella lontana Galilea per sfuggire all’arresto. Ne consegue che tutti i racconti devoti sull’ascensione di Cristo (= Unto, inviato del Signore, sinonimo greco dell’ebraico «Messia») e le sue riapparizioni ai discepoli appartengono all’ambito del fideismo, del magico e miracoloso che esula dalla ricerca storica e scientifica. Qui l’agnosticismo dell’autore domina sovrano.

C)-«La fede nell’Incarnazione», a completamento della Resurrezione.
Se Gesù è risorto dalla morte, e ora siede accanto a Dio, era dunque Dio fatto uomo, Dio incarnato. Ma Gesù aveva una natura solo umana, o solo divina, o umana e divina insieme? Dio è uno o trino? Come può Dio essere Padre e Figlio di se stesso? Cristo è Dio subordinato e posteriore al Dio Padre o è a lui coeterno e consustanziale, e in che senso? Domande insolubili dalla ragione umana se non irrazionali, e perciò spesso coperte col velo pietoso del «mistero», ma su cui si invischia il dibattito teologico nel secondo e terzo secolo, tra ortodossi ed eretici, in un processo a zig zag, in cui l’ortodosso di oggi diventa l’eretico di domani e viceversa. E che si conclude, seppur provvisoriamente, col Concilio di Nicea, convocato e presieduto, dopo la sua improvvisa conversione, dall’imperatore Costantino. Il quale, individuando nel cristianesimo oramai la sola efficace forza unificante dell’impero già in disgregazione, aveva in precedenza emanato a Milano il famoso Editto pro-cristiani del 313.

Con Costantino, il suo Editto e il Concilio di Nicea, il conflitto durato tre secoli tra cristianesimo e paganesimo si risolve a favore del primo, ma non era solo di natura religiosa, (in fondo, ambedue le religioni prevedevano un mondo divino a forma di piramide, con una miriade di essere divini, semidivini e angelici al servizio di un solo Dio, variamente interpretato, ma comunque posto al vertice della piramide) bensì soprattutto un conflitto politico, essendo il cristianesimo l’unica religione a rifiutare il rango divino e l’obbedienza assoluta all’imperatore romano. Da ciò le persecuzioni. Senza la conversione di Costantino, il suo Editto pro-cristiani, e il Concilio niceno, vicende che segnano l’iniziale elevazione del cristianesimo a unica religione di Stato, i cristiani sarebbero probabilmente rimasti una piccola e ininfluente setta religiosa minoritaria dell’impero.

Con Costantino, lo scontro secolare, come scrive Ehrman, tra «le due uniche figure» del mondo imperiale romano chiamate col nome di «Figlio di Dio», o, in diverso modo, Dio stesso, cioè «Gesù e l’imperatore», si volse a favore del primo: «da divinità rivale di Gesù l’imperatore si trasformò in suo servitore», e la minoranza cristiana, «perseguitata perché si rifiutava di onorare l’imperatore divino» divenne «maggioranza persecutrice, con l’imperatore nel ruolo di servo del vero Dio».

Insomma, a me sembra che, dal punto di vista di una storia scientifica, laica e desacralizzata, più che il «come» (le questioni di fede e le controversie teologiche) a noi interessi il «quando» Gesù, un umile e oscuro predicatore apocalittico giudeo, diventò veramente Dio, o «Figlio di Dio» e «Dio incarnato». E la storia dimostra che, paradossalmente, lo diventò davvero (nella coscienza e nell’opinione pubblica collettiva, si intende) quando lo decise l’imperatore. Per volontà di Costantino. Che per ragioni politiche, per rinsaldare l’unità dell’impero e il suo stesso potere assoluto, si convertì, emanò l’Editto di Milano e volle il Concilio di Nicea e l’unità dei cristiani intorno al Credo niceno, iniziando di fatto a imporre il cristianesimo come religione di Stato. Fu la sua statalizzazione imperiale la vera svolta del cristianesimo, che ne segnò in modo indelebile tutta la storia successiva. >>

MICHELE MARTELLI




sabato 22 settembre 2018

Le due Germanie

Quando, circa 30 anni fa, i tedeschi occidentali corsero in aiuto dei cugini orientali, che, dopo la caduta del muro di Berlino, si erano appena liberati dal soffocante controllo sovietico, erano tutti contenti: gli occidentali perché finalmente avrebbero riabbracciato i loro “fratelli” più sfortunati, e gli orientali perché finalmente sarebbe arrivato il benessere.
Ma le cose non andarono proprio così, come racconta il bellissimo libro di Vladimiro Giacché intitolato (non casualmente) “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”.
Quella che segue è l’interessante recensione di Luca Cangianti, tratta dal sito Carmilla. LUMEN


<< La Repubblica democratica tedesca (RDT), [ovvero] la Germania Est, era un paese del blocco real-socialista. Alla fine degli anni ottanta del secolo scorso la sua economia era decotta e presto sarebbe fallita sotto il peso dei debiti. La Repubblica federale tedesca (RFT), [ovvero] la Germania Ovest, tese generosamente la mano ai connazionali d’oltre muro con il “Trattato d’unione monetaria” che entrò in vigore il 1° luglio del 1990, permettendo ai cittadini tedesco-orientali di avere libero accesso alle merci occidentali. Dopo l’unione politica entrata in vigore il 3 ottobre dello stesso anno, il governo della Germania unificata avviò una politica di investimenti per ricostruire e integrare la disastrata economia dell’est.

È questa in sintesi la narrazione corrente e ufficiale dell’unificazione tedesca che Vladimiro Giacché mette radicalmente in discussione in “Anschluss” basandosi su una vasta documentazione per la maggior parte inaccessibile a chi non conosca il tedesco. Nonostante si tratti di un lavoro di storia economica, il focus del libro è immediatamente rivolto al presente politico. Secondo Giacché, infatti, rileggendo le vicende che portarono alla fine della RDT si può capire molto di quello che sta avvenendo oggi nell’eurozona. Basta mettere al posto della Germania Est i cosiddetti Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) (…).

Il dispositivo sperimentato nei confronti della RDT sta oggi lavorando nei paesi periferici dell’Unione europea mediante la spirale del debito, degli inutili e dannosi tentativi di porvi argine, delle privatizzazioni, delle politiche recessive dell’austerità, della distruzione dello stato sociale e del tessuto produttivo. Grazie al vincolo monetario è stato messo all’opera un meccanismo di esproprio che nella RDT ha svolto le funzioni sia di accumulazione originaria che di creazione di una zona interna di sottosviluppo funzionalizzata alle esigenze di valorizzazione del capitale. Qualcosa di simile avvenne con il Mezzogiorno d’Italia e ora rischia di accadere nuovamente con l’attuale processo di unificazione europea.

Ma veniamo ai fatti. Con l’unione monetaria del 1990 i marchi orientali furono cambiati con un rapporto 1 a 1 con quelli occidentali, mentre il loro rapporto reale era di 4,44 a 1. Ne conseguì un brutale e repentino apprezzamento della valuta usata all’est di quasi il 450%. Ciò fece lievitare surrettiziamente i debiti delle aziende nei confronti dello stato. In verità non si trattava di debiti veri e propri come nella contabilità di un’azienda privata, ma di somme che lo stato socialista riallocava dopo averle ricevute dalle aziende stesse. In quanto proprietario dell’intero patrimonio industriale, nella RDT lo stato incamerava i profitti per poi “prestarne” una parte alle stesse aziende che li avevano generati.

In soli due anni, inoltre, l’export orientale crollò del 56%, senza che fossero più possibili forme di svalutazione competitiva. Le imprese della Rdt persero immediatamente i mercati dell’Europa dell’est verso i quali si dirigevano gran parte delle loro esportazioni, che prima dell’unione monetaria ammontavano al 50% della produzione nazionale. La caduta del PIL non ebbe pari tra gli altri paesi europei del Comecon, con la particolarità che la RDT era l’economia più sviluppata del gruppo.

La disoccupazione, precedentemente assente e vietata per dettato costituzionale, raggiunse nel settembre del 1990 un milione e 800 mila di unità, rimanendo anche nei decenni a seguire tra le più alte dell’intera Unione europea. Il risultato è che ancora oggi il 44% della popolazione tedesco-orientale vive di sussidi, con un PIL pro capite inferiore del 27% rispetto a quella dell’ovest. Intere zone industriali sono state riassorbite dalla natura, molti centri urbani si sono spopolati e il tasso di natalità, prima superiore a quello della Rft, è caduto sotto la soglia della pura riproduzione.

Secondo le argomentazioni contenute in Anschluss, insomma, il disastro economico e sociale dell’est tedesco non fu tanto il punto di partenza del processo di unificazione monetaria, quanto il suo risultato. Alla vigilia di tale passaggio la RDT era sicuramente un’economia affetta da bassa produttività (45-55% di quella della RFT), invecchiamento dei macchinari e insufficienti investimenti infrastrutturali, tutti mali presenti anche nelle altre economie real-socialiste, in particolar modo a partire dagli anni settanta. Nel dopoguerra, inoltre, la RDT aveva dovuto farsi carico della gran parte del peso dei risarcimenti di guerra senza poter beneficiare del piano Marshall. Ciò nonostante era riuscita a svilupparsi industrialmente in molti settori e alla vigilia dell’unificazione non era certo prossima alla bancarotta.

Il valore dei suoi asset industriali era stimato infatti in 600 miliardi di marchi dal presidente della Treuhandanstalt, l’agenzia fiduciaria che fu preposta alla privatizzazione del patrimonio pubblico della RDT. Tale operazione si risolse con un colossale esproprio senza indennizzo ai danni dei cittadini tedesco-orientali e con una distruzione di ricchezza di dimensioni belliche. Gli acquirenti delle imprese della RDT furono per l’87% a tedeschi dell’ovest, per i 7% stranieri e solo per il 6% a cittadini dell’est.

La maggior parte delle aziende furono chiuse, smembrate, trasformate in succursali distributive di imprese dell’ovest o in aziende di subfornitura gerarchicamente subordinate. Il tutto avvenne senza che fossero organizzate aste, ma con trattative private, mentre agli esecutori di tali privatizzazioni fu concessa una garanzia di copertura legale e finanziaria sul loro operato. Gli atti della commissione parlamentare d’inchiesta chiusasi al riguardo nel 1994 sono stati secretati per l’80%. (…)

Questi fatti ci riportano al titolo del libro. Anschluss significa annessione, ma in storia contemporanea con questo termine tedesco si indica la specifica inclusione violenta dell’Austria all’interno della Germania hitleriana avvenuta nel 1938. Ebbene l’unificazione del 1990 non è avvenuta mediante un esercito d’invasione, ma con il consenso indiretto degli elettori tedesco-orientali che, forse pensando di trasformarsi d’incanto in benestanti bavaresi, diedero la maggioranza ai partiti favorevoli a questa opzione. Tuttavia i nazisti apportarono al diritto austriaco solo alcune modifiche, anche se estremamente drammatiche (si pensi alle leggi razziali). Di contro alla RDT sono state estese, praticamente in toto, le leggi della Germania Ovest. Come in un processo di colonizzazione.

Ai margini di questa narrazione mi pongo un interrogativo: come è stato possibile che i cittadini dell’ex RDT che nel 1992 sentivano di aver subito una sorte di tipo coloniale fossero gli stessi che solo due anni prima votavano per i partiti favorevoli all’annessione? Come è stato possibile che la stragrande maggioranza dei tedeschi dell’est acconsentisse alla propria spoliazione?

Una risposta debole è che se le necessarie riforme economiche fossero state effettuate in tempo utile e fossero state introdotte iniezioni di democrazia, il bambino socialista non sarebbe stato gettato con l’acqua sporca burocratica mediante la grande truffa dell’unificazione. Eppure l’implosione dei paesi dell’est europeo è stata di una dimensione e di una profondità tali da non render più credibile e desiderabile un modo di produzione socialista accerchiato dal mare capitalistico. In condizioni simili, le pressioni esterne sono tali da poter essere sopportate, transitoriamente, qualora si riesca a ingenerare un processo espansivo – come quello cui puntavano i rivoluzionari russi nel 1917, senza che furono in grado di conseguirlo, o come quello che oggi, in una situazione molto diversa, sembrano portare avanti alcuni governi progressisti latinoamericani.

Di contro laddove si è pensato di stabilizzare il socialismo in un’area con tassi di produttività inferiori rispetto a quelli vigenti nei paesi capitalisti avanzati si è aperta la via a forme di degenerazione che hanno portato a regimi autoritari e a nuove stratificazioni sociali basate sul monopolio del potere politico. Ciò si è prodotto perché la resistenza al perdurante capitalismo egemone al livello planetario ha sottoposto le società postrivoluzionarie a pressioni tali che per esser arginate hanno portato a esercizi di forza e di disciplina defatiganti, mutageni e autodistruttivi.

La storia della RDT in fondo testimonia proprio questo. Lo scambio neo-corporativo tra il monopolio politico detenuto dall’élite dei funzionari e la garanzia dei diritti sociali assicurata ai cittadini, una volta finito il periodo di emergenza postbellica, ha contribuito al peggioramento dei tassi di produttività e di innovazione tecnologica, con particolare riferimento alla rivoluzione informatica avviata negli anni settanta. In queste condizioni il pervasivo controllo poliziesco della Stasi nulla ha potuto di fronte allo scintillio delle merci esibite nei grandi magazzini della KaDeWe di Berlino ovest.

In conclusione, l’utilità del libro di Vladimiro Giacché è doppia. Da una parte ci svela con grande chiarezza le modalità dell’esproprio e della “mezzogiornificazione” in corso in Europa attraverso l’esempio storico della RDT. Dall’altra aggiunge elementi oggettivi di riflessione per chi si proponga come obiettivo il superamento del capitalismo, dopo la disfatta del socialismo reale. >>

LUCA CANGIANTI


(Link =https://www.carmillaonline.com/2013/12/31/vladimiro-giacche-anschluss/)

sabato 15 settembre 2018

Alla ricerca della Felicità

Tra i termini che hanno fatto versare nei secoli i classici ‘fiumi di inchiostro’ per la loro analisi e comprensione, c’è sicuramente “Felicità”, uno status di cui tutti abbiamo fatto esperienza diretta e di cui tutti abbiamo tentato una definizione profonda, in genere senza riuscirci.
L’enciclopedia Treccani la definisce così: “Stato d’animo di chi è sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato“, ma si avverte subito una sorta di inadeguatezza di fronte alla descrizione formale di questo fenomeno così speciale.
Tra le tante riflessioni sull’argomento, il cui elenco è quasi sterminato, quella che mi ha colpito di più è stata quella che Massimo Gramellini ha esposto recentemente sul Corriere della Sera (nella sua rubrica quotidiana “Il caffè”) e che, guarda il caso, viene direttamente dal mondo della scienza, anziché da quello della filosofia (che sia una coincidenza ?).
Buona lettura. LUMEN


<< C’è stato un tempo infelice in cui anch’io collezionavo definizioni sulla felicità. Da Epicuro a Seneca — gli «influencer» del mondo classico — fino a Oscar Wilde, nessun fabbricante di sentenze memorabili veniva risparmiato. Foglietti e foglietti gravidi di citazioni. Ne avevo le tasche talmente piene che a un certo punto ho cominciato a svuotarle. «La felicità è accontentarsi di quello che si ha» lo gettai nella pattumiera durante una giornata di particolare ingratitudine in cui mi sembrava di non avere più nulla.

Invece «la felicità non è il traguardo, ma la strada per raggiungerlo» lo accartocciai sul cruscotto dell’auto durante un ingorgo al casello di Imperia. A furia di alleggerirmi, di foglietti in tasca me ne sono rimasti soltanto due. Li hanno scritti James Hillman, psicanalista junghiano, e Albano Carrisi, cantante pugliese.

Per Hillman la felicità consiste nell’appagare il proprio «demone», cioè il proprio carattere, l’imprinting, il talento unico e irripetibile che viene consegnato a ciascuno di noi al momento della nascita. Purtroppo — lo spiega uno dei miti più intriganti di Platone — un attimo prima di incarnarsi, l’anima beve l’acqua del fiume della Dimenticanza e piomba nel mondo materiale senza ricordarsi che cosa ci è venuta a fare: scrivere poesie, amare i cani, giocare in Borsa o cucinare spaghetti al pomodoro? Se nel corso del tempo riuscirà a scoprirlo e a seguirne il richiamo, si sentirà felice, altrimenti condurrà una vita inutile. Non per niente in greco antico Felicità si dice Eudaimonia: fare stare bene il proprio demone.

La definizione di felicità di Al Bano è racchiusa nella canzone omonima e risulta meno centrata sull’individuo rispetto a quella di Hillman. Per lui e Romina Power la felicità «è tenersi per mano» (è anche «un bicchiere di vino con un panino», però non ci allarghiamo). Tenersi per mano. Vegani e carnivori, sovranisti e globalisti, bianchi e neri, o al verde.

Chiunque abbia mani da tenere, o da cui fare tenere la propria, è considerato una persona felice. Mentre chi ne è sprovvisto brancola nella tristezza. Vi sembra un’affermazione banale e buonista? Lo pensavo anch’io. Fino a quando non mi sono imbattuto nel discorso sulla felicità di Robert Waldinger. Lo trovate su Internet, con i sottotitoli o anche senza, per chi non sa l’italiano.

Il professor Waldinger lavora a Harvard ed è il quarto direttore di una ricerca unica al mondo, non fosse altro perché dura ininterrottamente dal 1938. Ottant’anni fa, il primo predecessore di Waldinger scelse 724 ragazzini di ogni ceto e classe sociale. E cominciò a tenerli d’occhio anno dopo anno, sottoponendoli a interviste, questionari, esami clinici e sedute psicologiche per scoprire che cosa li rendeva più o meno felici. 724 persone — ricche e povere, famose e anonime, cadute nella polvere o salite fino alle stelle — sono state analizzate per tutta la durata della loro vita.

Altre celebri ricerche sulla felicità hanno chiesto agli anziani di ripercorrere il proprio passato, ma la memoria è selettiva e nostalgica, tende a imbellettare i ricordi e a rimuovere i traumi. Invece seguire un’esistenza in tempo reale garantisce risultati molto più oggettivi.

Ebbene, quale verità si è dipanata sotto gli occhi dei ricercatori di Harvard? Che a rendere felici gli esseri umani non sono né la ricchezza né la fama, i feticci della modernità. È la qualità delle loro relazioni. Soltanto quella. La solitudine e le frequentazioni sbagliate atrofizzano il cuore, peggiorano la salute e fanno arrugginire precocemente il cervello.

Chi a cinquant’anni si comportava da orso o da animale in gabbia, e magari era un manager di successo in perfetta forma fisica, è invecchiato male oppure è morto. Mentre chi già allora coltivava buone relazioni con la famiglia, gli amici e la propria comunità è diventato un vegliardo felice, vispo e in salute, anche se aveva il colesterolo alto.

Il calore umano sarebbe dunque l’elisir di lunga e felice vita che l’uomo cerca da millenni senza sapere di averlo sotto il naso. Ovviamente non basta circondarsi di legami: si può essere soli anche in una folla o in un matrimonio sbagliato. Perché quei legami si scaldino e diventino affetti occorre investirci lo stesso tempo e le stesse energie che normalmente vengono dedicate a procacciarsi fama e ricchezza (quasi sempre senza riuscirci, oltretutto). >>

MASSIMO GRAMELLINI


(LINK=https://www.corriere.it/caffe-gramellini/18_settembre_06/felicita-tenersi-mano-d5a296b0-b208-11e8-b837-d3ad6d664b0d.shtml)

sabato 8 settembre 2018

Il genio di Darwin - 8

(Dal libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” – Ottava parte. Lumen)


<< Quando si scende al livello dei geni e delle molecole il panorama cambia radicalmente e molti termini introdotti per l'analisi al livello degli organismi perdono parte del loro significato. Dobbiamo sbarazzarci quindi del tutto di questi termini? Direi di no. Sono ancora utili al livello descrittivo e illustrativo, allo stesso modo in cui si può parlare di febbre, anche se oramai si conoscono i meccanismi che la generano, o di prurito, anche se si sa con precisione che cosa c'è dietro.

Non c'è dubbio per esempio che nel quadro generale di una diversificazione degli organismi viventi si possono riconoscere innumerevoli esempi di strutture più o meno ben adattate ad alcuni aspetti dell'ambiente e dello stile di vita tipici delle singole specie. In questo contesto il concetto di adattamento è uno di quelli più usati e più presenti nella mente di chi parla, con professionalità o meno, di evoluzione.

Più o meno inconsciamente, molti sono portati a concepire le varie specie come statuine di plastilina che possono assumere varie forme e acquisire varie caratteristiche sotto la spinta della selezione naturale, che le modella sulle caratteristiche del loro ambiente.

Non si tratta di un'immagine del tutto campata in aria, a patto però che si consideri che l'evoluzione naturale plasma, col tempo, solo ciò che è di fatto plasmabile; cioè ciò che non è vietato dalle leggi della fisica e della chimica e, soprattutto, ciò che è compatibile con l'esistenza di un genoma che deve permanere non molto diverso da se stesso ed essere trasmesso da una generazione all'altra.

L'esistenza di un genoma attribuisce al blocco di plastilina un'anima di metallo all'interno. Queste limitazioni ineludibili – di natura fisica, chimica o biologica – che condizionano il processo evolutivo vero e proprio, effetto della variazione e della conseguente selezione, vengono dette vincoli evolutivi.

Per esempio, il fatto che le balene e i delfini non abbiano sviluppato strutture di tipo branchiale, certamente più adatte dei loro polmoni alla vita acquatica, deve essere considerato come effetto di qualche tipo di vincolo essenzialmente biologico, dovuto alla struttura del genoma o alle leggi dello sviluppo.

Va detto inoltre che il concetto di adattamento e la schiera di termini che lo accompagna trovano la loro più legittima utilizzazione quando si segue l'evoluzione di una specie o di un genere lungo una particolare linea evolutiva. In quel caso, poiché si sa già come va a finire la storia, almeno fino a un certo punto, i concetti di valore adattivo e selettivo coincidono e l'evoluzione acquista una sua plausibilità e un grado di persuasione psicologica di cui è difficile ignorare l'influenza.

Prendiamo la storia del cavallo. Negli ultimi cinquantacinque milioni di anni si è passati da un piccolo Mammifero che possedeva quattro zampe a cinque dita, terminanti con altrettanti piccoli zoccoli, e che si cibava di foglie a un animale un po' più grande che si cibava d'erba e infine al possente animale che conosciamo oggi, che si ciba sempre di erba ma possiede zampe dotate di un solo dito a forma di zoccolo.

Il cavallo che ci è familiare appartiene al genere Equus, che comprende al momento sei o sette specie più o meno rappresentate. Grazie ai resti fossili, la storia degli antenati del cavallo si può appunto delineare almeno a partire da circa cinquantacinque milioni di anni fa. A quell'epoca, dieci milioni di anni dopo l'estinzione in massa dei dinosauri e l'inizio del faticoso cammino dei Mammiferi, si fa risalire l'esistenza di un animale delle dimensioni di un grosso gatto chiamato oggi Hyracotherium, un tempo Eohippus.

Questo ungulato primitivo viveva in un ambiente caldo e umido. Con le sue svelte zampe (quelle davanti con quattro dita, e tre per quelle posteriori) si muoveva agevolmente sui terreni melmosi e si cibava delle foglie tenere dei rami bassi degli arbusti di latifoglie. Da questo proto-cavallo deriva direttamente il Mesohippus che popolò l'America Settentrionale venti milioni di anni dopo. Era leggermente più alto del suo antenato, le sue zampe possedevano tre dita (quella centrale più sviluppata delle altre due), aveva un muso più allungato e un cranio leggermente più voluminoso.

Quando il clima da caldo e umido divenne sempre più freddo e più arido, le foreste di latifoglie cedettero il posto a grandi estensioni di steppe erbose. Si osservò allora una radiazione di vari generi, alcuni dei quali continuarono a mantenere il loro stile di vita cercando sempre nuovi ambienti finché non si estinsero. Esaminando i resti fossili di questi generi estinti appartenenti a linee evolutive collaterali possiamo trovare le tracce degli esperimenti naturali più diversi che includono sia forme giganti (Megahippus) che forme nane (Archaeohippus).

Il genere destinato a perpetuarsi fino ad arrivare al cavallo dei giorni nostri è invece il Merychippus che quindici milioni di anni fa imparò a cibarsi di erba, grazie a una progressiva trasformazione della sua dentatura, e a correre sicuro sul terreno compatto delle praterie, grazie alle sue zampe che terminavano con uno zoccolo centrale, già preminente rispetto a quelli delle altre due dita. Nel periodo successivo seguirono molte altre radiazioni evolutive, tra le quali vale la pena di ricordare il genere Pliohippus, che visse meno di dieci milioni di anni fa e che mostra ormai quasi tutti i caratteri del cavallo moderno.

Percorrendo questa serie evolutiva dall'Hyracotherium all'Equus si possono osservare molte trasformazioni secolari come l'aumento delle dimensioni del cranio e di tutto il corpo e la progressiva trasformazione degli arti e della dentatura. Accanto a queste trasformazioni che col senno di poi ci sembrano condurre da qualche parte, si possono però osservare innumerevoli tentativi di percorrere altre vie.

Le specie di cui ci sono giunti i resti fossili, senza contare quelle delle quali non possediamo al momento alcuna documentazione concreta, testimoniano chiaramente di un continuo, quasi affannoso, tentativo di proporre nuove soluzioni evolutive. Solo pochissime di queste si sono rivelate valide, per pregi intrinseci o per puro caso, e hanno condotto al cavallo. Questo a sua volta non è l'unico mammifero di successo. È solo uno dei tanti che popolano il nostro pianeta.

La storia evolutiva del cavallo, una delle meglio costruite e probabilmente emblematica di molte altre, non è che una successione di eventi individuati dal naturalista e collocati da questi in un ordine temporale significativo. Come questa se ne potrebbero individuare miriadi di altre: la stragrande maggioranza di tali storie non avrebbe un lieto fine ma rappresenterebbe un ramo morto. L'unico dato certo è la continuità per discendenza diretta di un certo numero di individui e il fatto, innegabile, che ci sia qualcuno che li sta studiando.

Un'altra applicazione molto conveniente del concetto di adattamento si può riscontrare nell'analisi dell'evoluzione delle caratteristiche di un organo specifico lungo una particolare linea evolutiva. L'elefante, per esempio, non aveva probabilmente alcuna necessità di possedere una proboscide. Ma dal momento che gli è toccata, la selezione ha fatto in modo che questo organo fosse sempre più utile, anche se nessuno conosce ancora tutte le sue potenzialità.

Insomma, data una struttura o una funzione biologica, la selezione opera in modo da renderla sempre più adatta al suo ruolo. Ancora una volta possiamo dire che la selezione naturale rifinisce e perfeziona secondo criteri suoi propri ciò che il caso ha offerto e messo in campo. >>

EDOARDO BONCINELLI

(continua)