mercoledì 11 ottobre 2017

Il Fascio e l’Altare – 2

Si conclude qui l’intervista virtuale con Giordano Bruno Guerri sui rapporti tra il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica (seconda parte). Lumen


LUMEN – Dunque, Mussolini nel maggio 1931 decise di sciogliere tutti i circoli giovanili religiosi, che non facevano parte dell'Opera Balilla. Come reagì la Chiesa ? 
GUERRI - Il papa rispose con straordinaria rapidità e decisione. Prima lamentò «irriverenze e calunnie, sopraffazioni e violenze», poi ricordò la sua «benevola attenzione agli ordinamenti sindacali e corporativi italiani»; infine, ai primi di luglio, pubblicò un' enciclica in italiano: “Non abbiamo bisogno”. Pio XI riconosceva i benefici ricevuti dal fascismo ma riaffermava che non avrebbe ceduto l'educazione dei giovani «a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito, di un regime che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana». Arrivò a proclamare che il giuramento di fedeltà al regime era in contrasto con la fedeltà alla Chiesa. La formula del giuramento infatti era: «Giuro di seguire senza discutere gli ordini del Duce e di difendere con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue la causa della Rivoluzione Fascista».
 
LUMEN – Chi era soggetto a questo giuramento ? 
GUERRI - Doveva giurare chiunque avesse un lavoro statale, andasse a scuola, facesse parte di qualsiasi organizzazione. Pio XI, però, si rendeva conto che proibire ai cattolici il giuramento sarebbe stato come dichiarare guerra, per cui nella stessa enciclica precisò: «Conoscendo le difficoltà molteplici dell'ora presente e sapendo come tessera e giuramento sono per moltissimi condizione per la carriera, per il pane e per la vita, abbiamo cercato un mezzo che ridoni tranquillità alle coscienze riducendo al minimo possibile le difficoltà esteriori» .
 
LUMEN – E qual era questo mezzo? 
GUERRI - Lo stesso indicato ai cattolici decenni prima, nel caso venissero eletti in Parlamento: bisognava aggiungere al giuramento le espressioni «salve le leggi di Dio e della Chiesa», oppure «salvi i doveri di buon cristiano». Stavolta però la formula non doveva essere pronunciata ad alta voce ma «davanti a Dio ed alla propria coscienza».
 
LUMEN - Era l'ennesimo compromesso che la Chiesa offriva agli italiani, già così disponibili alla doppia morale. 
GUERRI - L'enciclica condannava il totalitarismo, ma solo quando e in quanto nuoceva agli interessi cattolici. E si concludeva con parole più che concilianti: Noi non abbiamo voluto condannare il partito e il regime come tale. Abbiamo inteso segnalare e condannare quanto nel programma e nell'azione di essi abbiamo veduto e constatato contrario alla dottrina ed alla pratica cattolica e quindi inconciliabile col nome e con la professione di cattolici. Crediamo poi di avere contemporaneamente fatto buona opera al partito stesso e al regime. Perché quale interesse ed utilità possono essi avere, mantenendo in programma, in un paese cattolico come l'Italia, idee, massime e pratiche inconciliabili con la coscienza cattolica?
 
LUMEN – Anche questa, era un’affermazione che Mussolini non poteva sopportare: il «suo» italiano doveva essere prima di tutto un buon fascista. 
GUERRI - Ancora una volta si arrivò ad un compromesso equivoco, che alla lunga avrebbe danneggiato sia il fascismo sia il cattolicesimo, per non dire degli italiani e dei credenti: gli ex popolari e gli antifascisti non avrebbero avuto posti direttivi nell'Azione cattolica; le varie organizzazioni sarebbero state decentrate e messe alla dipendenza dei vescovi in ogni diocesi, perdendo così unità; la bandiera dell'Azione cattolica sarebbe stata il tricolore. E da allora Pio Xl non fece più cenno alla questione del giuramento.
 
LUMEN – Una piccola vittoria per il regime. 
GUERRI - In apparenza Mussolini aveva vinto. E aveva avuto anche la prova che la maggioranza dei cattolici non era disposta a seguire in tutto e per tutto, anche politicamente, le indicazioni del papa. Anzi, come risultò dai rapporti dei prefetti, gran parte dei credenti fascisti non avevano accolto con favore l'enciclica: pensavano che la Chiesa godesse comunque di grandi vantaggi.
 
LUMEN – Quindi una vittoria di facciata. 
GUERRI – Direi di sì. Il duce potè certamente cantare vittoria, ma in prospettiva storica aveva perso, in quanto non riuscì mai a controllare l'Azione cattolica, nonostante il decentramento formale. L'importante per il Vaticano era mantenere la sua condizione di privilegio nella società ed essere l'unica possibile alternativa al regime: la Chiesa, che è paziente, poteva prestare una o due generazioni di italiani al fascismo, pur di controllare quelle successive. La sfida veniva rinviata nei tempi lunghi, e il regime era fatalmente destinato a perdere.
 
LUMEN – Nei tempi lunghi la Chiesa è insuperabile. 
GUERRI – Comunque, la pace venne suggellata l'11 febbraio 1932 in una cerimonia dove il papa insignì Mussolini dello Speron d'oro, la massima onorificenza civile dello Stato pontificio. Da quella data Chiesa e fascismo proseguirono felicemente solidali per tutti gli anni della pienezza del regime: parroci, vescovi, cardinali benedirono sia l'aggressione all'Etiopia sia l'intervento nella guerra di Spagna.
 
LUMEN – Ma nuovi contrasti erano alle porte. 
GUERRI – Una nuova crisi ci fu nel 1937-38 per svariati motivi: di nuovo l'Azione cattolica, che il papa aveva fatto rientrare sotto il controllo centrale del Vaticano, le leggi razziali e l'alleanza con la Germania nazista. Hitler era formalmente cattolico e andava fiero di esserlo perché - diceva – conoscendo il nemico non avrebbe ripetuto gli errori di Bismarck nel combatterlo, ovvero non sarebbe sceso a compromessi, come aveva fatto anche Mussolini. Il Vaticano aveva sperato a lungo in una specie di barriera contrapposta al nazismo e costituita da Portogallo, Spagna, Italia, Austria e Ungheria, tutti paesi cattolici e tutti controllati da dittature di destra. L'annessione alla Germania della cattolicissima Austria e la promulgazione delle leggi razziali in Italia fecero svanire la prospettiva e decisero il papa a sfidare nuovamente il regime.
 
LUMEN – Come reagì la Chiesa di fronte al problema razziale ? 
GUERRI - Anche rispetto al razzismo, la Chiesa si batté in difesa delle proprie prerogative e non per la libertà e la dignità di tutti: il motivo del contendere fu infatti un articolo delle leggi razziali che annullava la validità dei matrimoni religiosi fra ebrei convertiti e cattolici. Per la Chiesa quei matrimoni erano validi e ottenne che venissero riconosciuti. In sostanza la differenza era che la Chiesa voleva discriminare gli ebrei per la loro religione e il fascismo per la loro razza. Come afferma Renzo De Felice nel suo saggio sulla Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Pio XI «avallò, se non nel diritto certo nelle coscienze di molti cattolici, il principio della persecuzione degli ebrei».
 
LUMEN – Il fascismo, quindi, non venne ostacolato su questo punto. 
GUERRI - A Mussolini sembrò ancora una volta di avere vinto, ma non fu così. Durante la Seconda guerra mondiale gli italiani guardarono al nuovo papa, Pio XII, come all'unico uomo di pace. Si notò subito che venivano bombardate tutte le città tranne Roma, perché c'era il papa.
 
LUMEN – Una differenza di grande importanza. 
GUERRI - Questo accrebbe immensamente la speranza nella Chiesa. Alla vigilia di Natale del 1942 il pontefice lanciò un «radiomessaggio». Mussolini, ascoltandolo, disse a Galeazzo Ciano che «Il Vicario di Dio - cioè il rappresentante in terra del regolatore dell'universo - non dovrebbe mai parlare: dovrebbe restarsene fra le nuvole. Questo è un discorso di luoghi comuni che potrebbe agevolmente essere fatto anche dal Parroco di Predappio». Il duce era accecato dalle sconfitte militari, perché altrimenti si sarebbe accorto che il discorso del «parroco di Predappio» era il richiamo a raccolta di quelli che sarebbero diventati gli elettori della Democrazia cristiana: «Non lamento, ma l'azione è precetto dell'ora, non lamento su ciò che è o fu, ma ricostruzione di ciò che sorgerà: Dio lo vuole! ». Come gli antichi crociati.
 
LUMEN – Quali furono le conseguenze di questo discorso ? 
GUERRI - Il papa trovò orecchie attente: peggio si mettevano le cose e più la religiosità degli italiani aumentava. Le chiese erano piene e l'Azione cattolica fece un balzo straordinario raggiungendo 2 milioni e mezzo di «ascritti» nell'agosto del 1943. Un dato da non credersi, tanto la Chiesa si era compromessa con il fascismo. Ma proprio grazie a quel compromesso aveva mantenuto, organizzato e moltiplicato le sue forze, mentre i partiti antifascisti erano sbaragliati e ignoti.
 
LUMEN – Vennero quindi poste le basi per la futura Democrazia Cristiana, che dominò la politica italiana del dopoguerra. 
GUERRI – D’altra parte, erano anni che De Gasperi, rifugiato in Vaticano, stava progettando il nuovo partito cattolico.
 
LUMEN – La Chiesa, quindi, aveva vinto ancora. 
GUERRI – Esattamente. Non era riuscita a impedire la nascita di uno Stato italiano ma in pochi decenni l'aveva trasformato in uno Stato guelfo. E una responsabilità che non viene contestata quasi mai a Mussolini, fra le tante che gli si addebitano, ma che gli spetta in pieno.

mercoledì 4 ottobre 2017

Il Fascio e l'Altare - 1

Vittima di questa intervista virtuale (divisa in due parti) è l’eccellente storico e saggista Giordano Bruno Guerri, con cui parleremo dei rapporti, spesso difficili ma sempre molto stretti, tra il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica (le risposte di GBG sono tratte dal suo libro: “Fascisti”). Lumen


LUMEN – Dottor Guerri, anzitutto benvenuto. 
GUERRI – Grazie.
 
LUMEN - Come possiamo spiegare la lunga e fattiva collaborazione tra due istituzioni così diverse come il Regime Fascista e la Chiesa Cattolica ? 
GUERRI - La solidarietà Fascismo-Vaticano non deve stupire troppo, anche se, in effetti, Mussolini e il fascismo originario erano anti-cattolici e anti-clericali perché consideravano se stessi una religione.
 
LUMEN – Appunto. 
GUERRI - La Chiesa però aveva in comune con il fascismo tutti i nemici: la democrazia, il liberalismo, il comunismo, la massoneria. Con il fascismo condivideva inoltre il bisogno di ordine, di disciplina, di autorità, di gerarchia, il sostanziale disprezzo e pessimismo sull' uomo come essere sociale, sempre da guidare, da correggere, da costringere e da limitare, la sfiducia quindi per ogni forma di discussione e di ricerca, per ogni atteggiamento che non fosse di obbedienza e di sottomissione. Il modello autoritario e misticheggiante voluto da Mussolini per il fascismo corrispondeva a quello della Chiesa e sembrava il più idoneo a riportare l'Italia a una restaurazione pre-rivoluzione francese. Gli scontri sui problemi specifici erano inevitabili ed in effetti si verificarono, ma in sostanza la Chiesa ed il regime si sfruttarono e si rafforzarono a vicenda.
 
LUMEN – L’evento culminante fu, senza dubbio, il Concordato del 1929. 
GUERRI - La mossa costituì un enorme vantaggio per il Vaticano e un trionfo per Mussolini, determinante nel successivo consenso degli anni Trenta. II lavoro preparatorio, però, fu lungo e complesso. Già nel 1926 Rocco aveva preparato una riforma della legislazione ecclesiastica nel senso più favorevole alla Chiesa. Il progetto venne inviato, con una procedura insolita, a tutti gli alti prelati: 10 cardinali e 127 vescovi risposero dichiarando piena soddisfazione e gratitudine. Ciò nonostante e benché nella commissione di studio ci fossero 3 monsignori in qualità di «consiglieri tecnici», il papa non accettò le leggi «unilateralmente stabilite» dallo Stato: voleva di più, un vero e proprio accordo che dopo settant'anni rimettesse la Chiesa al centro della vita italiana, per instaurare “omnia in Christo”.
 
LUMEN – Come venne superata la questione ? 
GUERRI - Mussolini accontentò il pontefice. Le principali richieste della Chiesa erano l'assoluta sovranità dello Stato pontificio e, problema più delicato, l'abrogazione delle «Guarentigie», la legge che dal 1871 regolava i rapporti tra Stato e Chiesa e della quale tutti i governi precedenti, di destra e di sinistra, erano andati fieri come attuazione perfetta del principio «libera Chiesa in libero Stato» : ma che non era mai stata riconosciuta dal Vaticano.
 
LUMEN – Ci furono però dei problemi. 
GUERRI - Il problema più grave sorse nel 1928, quando un decreto legge impose che le organizzazioni giovanili di qualunque tipo, ovvero anche quelle dell'Azione cattolica, facessero capo all'Opera nazionale balilla. La reazione di Pio XI fu decisissima: interruppe le trattative e fece sapere a Mussolini di considerare la questione del giovani più importante di tutte le altre. Il duce si irritò ma dovette limitare il decreto solo ai 28.000 boy scout (sugli oltre 200.000 membri giovanili dell'Azione cattolica) in quanto organizzazione di tipo semi-militare. Non poteva permettersi, né lo potrà mai, uno scontro frontale con il papa. La Chiesa aveva dunque vinto, ma aveva preferito difendere la propria libertà, invece della libertà.
 
LUMEN – Qual era il contenuto complessivo degli accordi ? 
GUERRI - I Patti vennero firmati l'11 febbraio 1929 nel palazzo del Laterano: era una serie di accordi che comprendeva un trattato per chiudere il problema del riconoscimento fra Stato italiano e Stato del Vaticano (la «questione romana»), la relativa convenzione finanziaria e il Concordato vero e proprio. Il trattato era formato da 27 articoli e il primo dichiarava la religione cattolica come religione di Stato. L'Italia riconosceva l'esistenza e la totale indipendenza dello Stato pontificio, che a sua volta riconosceva il Regno d'Italia con Roma capitale. I cardinali erano equiparati ai «prìncipi del sangue» e le offese fatte al papa sarebbero state punite come quelle fatte al re. C'erano poi una serie di benefici e garanzie.
 
LUMEN – Una concessione che non poteva mancare. 
GUERRI - I 45 articoli del Concordato regolavano i nuovi rapporti tra Stato e Chiesa: agli ecclesiastici erano garantiti vantaggi giuridici, economici, penali, militari, civili; il placet e l'exequatur (ovvero l'assenso dello Stato agli atti dell'autorità ecclesiastica nazionale, il primo, e a quelli della Santa Sede, il secondo) venivano aboliti ma in compenso i vescovi avrebbero dovuto giurare «di rispettare e far rispettare dal clero il re ed il governo»; il matrimonio religioso assumeva valore civile e l'insegnamento della religione veniva reso obbligatorio nonché considerato «fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica» nelle scuole elementari e medie. In conclusione, il fascismo ribaltava tutta la legislazione liberale e riconosceva alla Chiesa un potere sulle vite dei cittadini.
 
LUMEN – E per gli aspetti più specificamente economici ? 
GUERRI - In passato il Vaticano non aveva mai voluto incassare gli oltre 3 milioni l'anno previsti dalla legge delle Guarentigie. Adesso però chiedeva al regime fascista tutti gli arretrati, con gli interessi, per l'esorbitante cifra di oltre 3 miliardi di lire. Alla fine la trattativa venne chiusa con un miliardo in titoli al portatore e 750 milioni in contanti ma lo Stato dovette concedere una serie di vantaggi fiscali che alla lunga si riveleranno ben più onerosi. Per farsi un'idea della cifra basta considerare che i depositi raccolti in tutte le 2.500 banche e casse rurali cattoliche ammontavano a circa un miliardo.
 
LUMEN – La Chiesa, pertanto, ne ricavò una notevole forza finanziaria. 
GUERRI – In effetti la convenzione consentì alla Chiesa di potenziare ed estendere il suo apparato di intervento economico nella società italiana e anche a livello internazionale, mantenendosi su di un piano non secondario nel sistema finanziario italiano. Il Vaticano era ormai uno dei principali creditori dello Stato, in grado di condizionarlo anche economicamente: nel dopoguerra non esiterà a fare pesare questo potere per favorire la vittoria della Democrazia cristiana. Non stupisce che il papa abbia definito Mussolini l'uomo «che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare» .
 
LUMEN – Il tornaconto però fu notevole anche per Mussolini. 
GUERRI - Anche il duce ottenne un vantaggio enorme dal pontefice: veniva investito di un alone sacro, messianico e sovrannaturale, benedetto dalla Chiesa, e si presentava al mondo come statista capace di risolvere problemi insolubili per i suoi predecessori. Il Concordato sancì il passaggio dal culto del fascismo al culto di Mussolini. Il duce in realtà mirava a soppiantare la religione tradizionale con il nuovo culto laico: «Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola» (1931) . Gli scontri di quell'anno fra regime e Chiesa indicano quale fosse la vera posta in gioco del braccio di ferro: il controllo della vita del cittadino dalla nascita alla morte.
 
LUMEN – Uno scontro inevitabile. 
GUERRI - Mussolini non aveva affatto rinunciato ad avere il monopolio delle organizzazioni giovanili (fra l'altro, anche per effetto del Concordato, i giovani dell'Azione cattolica erano passati da 206.000 a 246.000) e il papa non aveva alcuna intenzione di cedere su questo punto. Il duce avviò dunque una campagna di stampa contro l'Azione cattolica. Alcuni giornali fascisti scrissero che era strutturata come un partito, con tessere, bandiere, distintivi, relazioni internazionali e «spirito di opposizione al Regime».
 
LUMEN – E il Papa, come reagì ? 
GUERRI - Quando le accuse vennero confermate dal segretario del partito, Giovanni Giuriati, Pio XI gli rispose personalmente; il papa negò gli addebiti, lamentò che il fascismo esponesse la gioventù a «ispirazioni d'odio e di irriverenza» e li costringesse a troppe attività fisiche e di partito che rendevano «quasi impossibile la pratica dei doveri religiosi». Non mancò di rinfacciare al regime i «pubblici concorsi di atletismo femminile, dei quali anche il paganesimo mostrò di sentire le sconvenienze e i pericoli». Pio XI concludeva: «Il fascismo si dice e vuoi essere cattolico: orbene, per essere cattolici non di solo nome ma di fatto, per essere cattolici veri e buoni, e non cattolici di falso nome, non c'è che un mezzo, uno solo, ma indispensabile e insurrogabile: ubbidire alla Chiesa e al Suo Capo e sentire con la Chiesa e col suo Capo».
 
LUMEN – Una affermazione che il duce non poteva certo accettare. 
GUERRI – Infatti per Mussolini era troppo. E quindi il 29 maggio 1931, con un telegramma ai prefetti, sciolse la FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) e tutti i circoli giovanili che non facessero parte dell'Opera nazionale balilla.
 
(continua)

mercoledì 27 settembre 2017

Specchio delle mie brame

La scoperta dei Neuroni Specchio è stato uno dei grandi successi delle neuro-scienze, ed ha portato notevoli conseguenze nell’interpretazione dei rapporti sociali. Quelle che seguono sono le considerazioni sull’argomento di Cristina Cecchi, tratte da un più lungo articolo di MIcroMega. Lumen
 

<< Con la scoperta dei neuroni specchio, le neuro-scienze hanno penetrato il tempio delle scienze sociali, rivoluzionando il modo in cui pensiamo i rapporti interpersonali.

All’inizio degli anni novanta, Giacomo Rizzolatti è stato protagonista delle ricerche che hanno condotto alla scoperta dei neuroni specchio in alcune aree della corteccia cerebrale – una scoperta ampiamente discussa e infine accettata dalla comunità scientifica, per portata rivoluzionaria paragonata da alcuni a quella del Dna.
 
Individuati nell’uomo nelle aree pre-motorie, inclusa l’area di Broca (quella che presiede all’attività del linguaggio), hanno la funzione di attivare le relazioni intersoggettive; per la precisione, hanno la caratteristica di attivarsi sia quando compiamo un’azione sia quando osserviamo altri compierla: sono i neuroni dell’empatia, e ci dicono che siamo neuro-biologicamente costruiti per provare le emozioni degli altri.
 
Si può immaginare che alle origini del percorso evolutivo siano sorte pratiche da cui l’uomo, procedendo per imitazione dell’azione altrui, ha iniziato l’apprendimento; tali processi imitativi sono regolati da neuroni particolari e hanno garantito lo sviluppo cognitivo della specie umana: grazie all’imitazione si sono diffusi gli strumenti, le tecniche, i rituali, le strategie di difesa, il linguaggio, divenendo parte della cultura del gruppo.
 
La trasmissione della cultura, con la possibilità di migliorare quel che il proprio predecessore ha trovato, è alla base dell’avanzamento della nostra specie. Senza l’imitazione la creatività serve a poco; e l’imitazione comporta la comprensione dell’agire dell’altro da sé. La comprensione biologicamente certificata, tuttavia, di per sé non è sufficiente a rivoluzionare l’idea di socialità.
 
L’uomo è neurofisiologicamente predisposto per imparare a compiere certe azioni (a questo ci si riferisce quando si parla di «neuroni pre-motori»); sta poi anche agli stimoli esterni far sì che tale sviluppo avvenga, che l’apprendimento si verifichi, e che quelle azioni entrino dunque nel patrimonio delle capacità di un individuo. Il che avviene per l’apprendimento delle funzioni motorie, ma si può considerare che avvenga anche per le funzioni empatiche.
 
Attraverso lo studio del sistema motorio della scimmia in situazioni di interazione sociale, Rizzolatti e la sua équipe hanno scoperto dei neuroni che si attivavano sia quando la scimmia compiva un’azione sia quando osservava lo sperimentatore compierla. «Abbiamo chiamato questi neuroni mirror, in italiano “neuroni specchio”», accertandoli poi anche per l’uomo: capiamo l’azione dell’altro proprio come se l’avessimo agita in prima persona.
 
Dopo la scoperta dei neuroni specchio Rizzolatti e colleghi si sono chiesti se ci siano neuroni specchio anche per le emozioni e hanno scoperto che nelle mappe di risonanza magnetica funzionale gli stessi punti si attivavano sia quando un’emozione era evocata da stimoli naturali (per esempio l’odore di uova marce) sia quando il soggetto vedeva – o meglio leggeva – la stessa emozione (il disgusto) in un altro.
 
In sostanza, l’uomo fa esperienza mentale delle stesse emozioni che prova un altro; le emozioni dell’altro non vengono capite cognitivamente, con l’intelligenza, ma sentite direttamente, come se fossero proprie: non si tratta solo di imitazione e comprensione, ma proprio di sentire se stessi come se si fosse l’altro.
 
In questo modo i neuroni specchio ci danno la facoltà dell’immedesimazione, della partecipazione, dell’empatia – il cui deficit sarebbe invece alla base di patologie come autismo, narcisismo, disturbo borderline della personalità.
 
L’evoluzione ha selezionato l’empatia come risorsa biologica indispensabile per la sopravvivenza della specie e degli individui che la compongono. L’empatia non è il vagheggiamento di un animo contemplativo e fiducioso: è una componente fondamentale inscritta nel tessuto cognitivo umano. Sta poi alla società esaltarla o deprimerla.  

Quando Hobbes descrive l’uomo dei primordi che cerca di accaparrarsi le risorse naturali per la propria sopravvivenza coglie senz’altro una verità antropologica: nessuno vuole negarlo. Tuttavia, se esiste un egoismo originario e ineliminabile nella natura umana, senza dubbio esiste un altro egoismo, un prodotto storico dell’organizzazione sociale individualistico-possessiva, la quale accentua l’egoismo naturale, fa leva su di esso e lo esaspera.  

Ma storia non è “fato”: il suo corso è in parte plasmabile. Scommettere sull’empatia anziché sull’egoismo significa pensare una società solidale anziché antagonistica, dare fiducia alla fratellanza che precede la legge, alla cooperazione che precede l’utile. Decidere una diversa evoluzione della specie. Modellare un’umanità nuova. >>

CRISTINA CECCHI


(Link: http://temi.repubblica.it/micromega-online/egoista-o-altruista-la-natura-umana-da-hobbes-ai-neuroni-specchio/?refresh_ce ) 

mercoledì 20 settembre 2017

Brocardo, chi era costui ?

Con il termine “brocardo” – molto amato da giudici ed avvocati – si indica una massima in lingua latina, che esprime un principio giuridico generale. 
La parola deriva, molto probabilmente, dall’alterazione del nome Burchardus, un vescovo di Worms (Germania) vissuto intorno all’anno 1000, che fu autore di un ponderoso trattato intitolato "Regualae Ecclesiasticae". 
I brocardi sono stati un pilastro della cultura giuridica europea per molti secoli, e siccome gran parte del diritto moderno è figlio del diritto romano, vengono citati ed utilizzati ancora oggi. Ecco qui di seguito alcuni dei brocardi più famosi.
LUMEN  


Absurda sunt vitanda. 
Le assurdità (di interpretazione della legge) sono da evitare.
 

A communi observantia non est recedendum. 
Non bisogna discostarsi dall'uso comune.
 

Acta simulata, veritatis substantiam mutare non possunt. 
I negozi giuridici simulati non possono mutare l'essenza della verità.
 

Caveat emptor. 
Stia in guardia il compratore. Ovvero, chi paga non si accontenti della protezione della legge, ma cerchi di tutelarsi da sé, ponendo una particolare attenzione a ciò che compra.
 

Coactus voluit, sed voluit. 
L'ha voluto per obbligo, ma l'ha voluto. La costrizione ad agire non significa sempre assenza di volontà da parte di chi viene costretto. Da ciò l'annullabilità (su richiesta dell’interessato), e non la nullità automatica dell'atto compiuto.
 

Consensus, non amor, facit nuptias. 
Il consenso, non l'amore, fa le nozze (massima del diritto canonico).
 

De minimis non curat praetor. 
I giudici più importanti (quali erano, all’epoca, i Pretori) non si curano delle piccole controversie.
 

Dormientibus iura non succurrunt. 
La legge non soccorre chi trascura i propri doveri (i dormienti).
 

Dura lex, sed lex. 
La legge è dura, ma è la legge.
 

Ei incumbit probatio qui dicit, non qui negat. 
L'onere della prova incombe a chi afferma (a colui che vuole far valere un diritto in giudizio), non a chi nega.  

Excusatio non petita, accusatio manifesta. 
Scusa non richiesta, accusa manifesta (ovvero: chi avanza delle scuse non richieste, si autoaccusa).
 

Fiat iustitia et pereat mundus. 
Sia fatta giustizia e perisca pure il mondo. Ovvero, il giudice decida secondo la legge, senza tenere conto dalle conseguenze. 

Ignorantia legis non excusat. 
Non si può perdonare l'ignoranza della legge. Cioè, la non conoscenza della legge non è accettabile come scusa per il mancato rispetto.
 

In claris non fit interpretatio. 
Nella chiarezza non si dànno interpretazioni. Se una norma è bene intelligibile, non è necessario darne una interpretazione.
 

In dubio pro reo. 
Nel dubbio, si giudica in favore dell'imputato.
 

Inadimplenti non est adimplendum. 
Non è necessario adempiere al proprio dovere con il negligente. Nessuno deve rispettare un'obbligazione, se la controparte non adempie la propria.
 

Ne bis in idem. 
Non si può andare due volte in giudizio per la medesima controversia. 

Nemo iudex in re sua. 
Nessuno sia al contempo giudice e parte in giudizio. 

Nemo potest alicui laedere. 
Nessuno può recare danno (ingiustamente) al prossimo. Stabilisce il principio generale della responsabilità e del conseguente risarcimento del danno.
 

Nullum crimen sine lege. 
Nessun reato senza legge. Nessun fatto può essere considerato come reato se ciò non è previsto da una legge dello Stato. 

Pacta sunt servanda..
I patti sono legge tra le parti (letteralmente, "i patti vanno rispettati"). 

Quae singula non probant, coniuncta probant. 
Quelle che da sole non provano, congiunte provano. Ovvero: molte argomentazioni sommate possono riuscire dove una sola non basta.
 

Reformatio in peius. 
Quando la sentenza di appello riforma in peggio quella di primo grado, comminando una pena più severa. 

Roma locuta, causa soluta. 
Roma ha parlato: la questione è chiusa. Ovvero, la decisione dell’autorità suprema rende inutile qualsiasi ulteriore discussione. 

Solve et repete. 
Prima adempi alla tua obbligazione, poi, se pensi davvero di avere ragione, chiedi il rimborso (principio tipico delle obbligazioni tributarie). 

Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit.
Dove la legge ha voluto ha detto, dove non ha voluto ha taciuto. 

Ratio legis. 
Lo spirito, la motivazione, della legge. E’ un elemento deve essere sempre tenuto presente quando in sede id applicazione o di interpretazione. 

Tempus regit actum. 
 Il tempo regola l’atto. Ovvero ogni atto o situazione giuridica deve essere valutata in base alla normativa vigente in quel momento. 

Tertium non datur. 
Una terza possibilità non è data. Quando la legge prevede solo due opzioni, non è possibile applicare un’altra.
 

Verba volant scripta manent. 
Le parole possono essere dimenticate, ma le cose scritte rimangono indelebili. Da qui, la particolare rilevanza in giudizio delle prove documentali rispetto a quelle testimoniali.

mercoledì 13 settembre 2017

Italians

Considerazioni varie, lette qua e là, sul carattere, le virtù ed i vizi degli italiani (vizi che, ovviamente, sono sempre gli altri, e quindi esclusi i presenti). Lumen


 
BIANCO, NERO E GRIGIO 
<< Gli italiani litigano volentieri. Come tutte le persone intelligenti hanno gusto a discutere, a schierarsi, a contrapporsi, e sono anche graziosamente civili nell'ascoltare ragioni e motivazioni altrui. 
Solo che di queste opinioni non tengono conto, e capita raramente che qualcuno, alla fine di una discussione, cambi idea, convinto dalle ragioni dell'avversario. 
Ciò è tanto più vero quando - ed è un caso frequentissimo - il dibattito avviene fra una metà degli italiani e un'altra metà. 
Se c'è un processo clamoroso, agli «innocentisti» si contrappongono subito i «colpevolisti», se c'è uno stormo di colombe subito verrà aggredito da una schiera di falchi, e se qualcuno grida «bianco!», dall'altra sponda gli verrà sicuramente risposto «nero!». 
Però c'è un tacito trucco che permette agli italiani di tirare avanti senza scannarsi davvero: in teoria il grigio non c'è, ma nella pratica sì. 
Alla fine «tutto si aggiusta»: è un modo di dire molto caro agli italiani e perennemente applicato.
Quando i contrasti arrivano a un punto tale da portare a rotture definitive, si trova sempre una soluzione conciliante, di cui tutti sono contenti fingendo di essere scontenti. 
Una volta prodotto - senza parere - questo grigio, ci si ridivide in bianchi e neri e la rissa può continuare fino al prossimo grigio. 
Tutto si aggiusta perché quasi mai si arriva a rompere qualcosa, a cambiare davvero. (…) 
Queste soluzioni mediane sono il segreto (incomprensibile agli stranieri) del perché un paese così litigioso, diviso in partiti inconciliabili fra loro, continua ad andare avanti, spesso bene, senza essere cosparso del sangue dei propri cittadini. 
Non potrebbe essere altrimenti per un popolo costretto, per oltre mille anni, a sopravvivere fra un Dio e un Cesare, perennemente nemici quanto saldamente legati fra di loro.>> 
GIORDANO BRUNO GUERRI


GENIO ITALICO 
<< Quando Mussolini gettò l’Italia in una guerra per la quale non era per nulla preparata, non si comportò forse da perfetto italiano, sentendosi furbo e capace di vincere una guerra senza combatterla ? 
Il Duce non fece nulla di diverso di ciò che fanno i nostri connazionali quando copiano agli esami, barano negli appalti, si fanno raccomandare, evadono le tasse e, in ogni campo, confermano l’infame costume nazionale di bassa moralità. 
Fra l’altro non ce lo nascondiamo: se Mussolini avesse vinto la guerra, sarebbe stato osannato nei secoli come una sorta di genio machiavellico. 
Perché dopo tutto aveva seguito il “genio” italico. 
Quando invece, in contrasto col carattere nazionale, volle risvegliare lo spirito combattivo degli antichi romani, ottenne soltanto di rendere ridicolo sé stesso e la nazione intera. >> 
GIANNI PARDO


POLITICA E MORALE 
<< In Italia si affaccia precocemente, proprio in questo periodo [il Rinascimento], un orientamento dell'opinione pubblica che resterà poi fondamentale nella vita nazionale: la politica è forza e astuzia; ogni tensione morale ne è esclusa, e portarvela è da ingenui. 
Coloro che fanno la politica e ruotano intorno al potere, ad ogni livello di esso, esercitano un'attività che si traduce in arbitrio, prepotenza e occasione di illecita fortuna; tenersene lontani è prudente e opportuno. 
I mutamenti di signoria frequentissimi, non accompagnati da nessun vero sussulto dell'opinione pubblica; la scettica speranza (se così si può dire) che il nuovo signore sia migliore del precedente; la desolata rassegnazione espressa nell'adagio «Franza o Spagna - purché se magna». 
Questi, ed altri tratti consimili della storia italiana sono paralleli, nel loro determinarsi, all'apparizione assai tempestiva di quello che Burckhardt definiva «l'uomo privato, indifferente alla politica e dedito tutto alle sue occupazioni in parte professionali, in parte accessorie. >> GIUSEPPE GALASSO


DIFFAMAZIONE CATTOLICA 
<< C’è [qui da noi] l'abitudine - che è solo italiana - dell'auto-diffamazione nazionale. (…) 
Ma la polemica antitaliana è in realtà polemica anti-cattolica, nasce con Lutero e diventa poi - dilagando alla grande sino ai nostri giorni - uno dei capisaldi della propaganda protestante. 
E, al suo seguito e sul suo esempio, di ogni propaganda anticlericale, illuminista, massonica; e chi più ne ha più ne metta. 
Il cattolico è, con sprezzo, il «papista»; ma il papa - che è l'Anticristo per la teologia dei «riformatori» ed è l'Oscurantista, il Repressore per ogni «progressista» -, il papa è quasi sempre italiano, sta comunque a Roma. 
E l'Italia, di cui è Primate, è la sua super-diocesi, da cui viene la maggioranza dei santi, dei fondatori, dei teologi. 
Denigrare cultura e costumi italiani, così profondamente forgiati dal cattolicesimo, diffamare questo Paese che da sempre dà il nerbo della classe dirigente della Chiesa, vuol dire polemizzare con il cattolicesimo. (…) 
Sino ai primi decenni del Cinquecento, il nostro prestigio è altissimo e senza discussioni, in Europa. «Italiano» è sinonimo di colto, di civile, di ammirevole. (…)  
Sino all'esplodere della furibonda propaganda di quel tedesco (Lutero) e degli altri riformatori contro «la Bestia romana», in nessuna lingua troverete mai espressioni come «all'italiana» in senso negativo; al contrario ! 
[Purtroppo] è una diffamazione che ha fatto fortuna, sino al punto di convincere gli stessi diffamati. >> 
VITTORIO MESSORI

mercoledì 6 settembre 2017

Vox Populi

Qualunque regime, anche il più tirannico e dittatoriale, ha bisogno di un certo consenso popolare, ma la democrazia, sicuramente, ne ha bisogno più di tutti. 
Quelle che seguono sono le considerazione di Aldo Giannuli sullo stato attuale dei rapporti tra popolo ed élite nell’occidente democratico.  
Lumen


<< Tutto lascia pensare che [in Europa] si aprirà una stagione di forti conflitti sociali e politici sia fra i ceti dominanti e quelli popolari, sia all’interno delle classi dominanti per la redistribuzione delle quote di potere.
 
La prima linea di frattura, in ordine di importanza, è certamente quella fra classi dominanti e classi subalterne. Per quanto un regime possa essere elitario, per quanto una democrazia possa celare un contenuto oligarchico dietro una maschera, tuttavia le classi popolari hanno pur sempre una quota di potere che le consocia e ne giustifica il consenso. Se questo non ci fosse, il sistema crollerebbe (che è poi quello che sta accadendo un po’ dappertutto in occidente) perché non esiste sistema politico (fosse anche dittatoriale) che può reggersi a lungo senza il consenso popolare.
 
Magari può trattarsi di un consenso meramente passivo di un popolo che si comporta secondo le norme del sistema, influenzato da inganni ideologico-propagandistici, ma pur sempre deve esserci una forma di consenso, senza della quale la disapplicazione delle regole diverrebbe automatica e con essa la fine del regime. E, da questo punto di vista, la democrazia è più fragile degli altri sistemi, perché basata ideologicamente sul fondamento del consenso popolare.
 
Costruendo lo spettro magnetico che tiene unita una compagine sociale, occorre concedere alle classi “dominate” una quota di ricchezza attraverso forme di redistribuzione di essa ed una quota di potere attraverso i meccanismi rappresentativi. Nelle democrazie europee questo è stato il compromesso social-democratico (e negli Usa il compromesso new-dealista) che ha concesso il welfare-state e la contrattazione collettiva e una quota di potere sociale attraverso il suffragio universale, integrato da specifici strumenti di trasmissione della domanda politica, quali i partiti di massa ed i sindacati.
 
Questa formula è stata distrutta dall’ondata neo-liberista, che ha demolito, in tutto o in parte, il welfare e la contrattazione collettiva ed ha emarginato o distrutto i partiti di massa ed i sindacati. La nuova formula di compromesso sociale – che ha sostituito quella del compromesso social-democratico - prevedeva concessioni come l’offerta low-cost di beni e servizi (basata sui bassi salari e la precarizzazione, sia all’interno interno sia, molto di più, nei paesi dove la produzione era delocalizzata), quote residue di assistenza sociale e, soprattutto, la creazione di denaro bancario generosamente dispensato.
 
Il “denaro bancario” ha creato per un certo periodo una liquidità aggiuntiva attraverso la concessione di carte di credito (che, di fatto, hanno procurato un mese in più di retribuzione), di più facili mutui (negli Usa soprattutto per l’acquisto della casa, e dappertutto per l’acquisto auto).
 
In Italia, peraltro, ha sopperito, alla falcidia dei posti di lavoro ed al crollo dei salari, il “welfare familiare” basato sulle retribuzioni dei quaranta-cinquantenni che ancora godevano dei frutti dell’avanzata salariale degli anni settanta, sulla “pensione del nonno” e sui risparmi consentiti dall’epoca d’oro della contrattazione salariale.
 
Sul piano politico si è accentuata la nota video-cratica a tutto danno della partecipazione politica reale e si è data l’ingannevole sensazione di un maggiore potere decisionale attraverso la scelta dell’uomo al comando, che, in realtà blindava il ceto politico attraverso il meccanismo del “voto utile” e mascherava la marginalizzazione del Parlamento, a vantaggio dell’esecutivo e del suo capo. L’Italia è stata un importante laboratorio in questo senso.
 
Con la crisi finanziaria il meccanismo si è rotto: il denaro bancario si è rivelato un meccanismo ingannevole, che “mangiava” le risorse delle generazioni future. In concreto ha rimandato il problema dei bassi redditi di una dozzina di anni, ma solo a costo di una crisi finanziaria devastante e non ancora risolta; i margini assicurati dai resti del welfare e della contrattazione collettiva si vanno consumando e le nuove generazioni sono del tutto scoperte.
 
Di conseguenza anche la truffa della “democrazia plebiscitaria” dove il popolo sceglie solo il semi-dittatore temporaneo, si è dissolta ed i ceti popolari hanno rivolto la loro rabbia contro i rispettivi ceti politici, avidi, incapaci, corrotti.
 
Sin qui la rivolta popolare ha avuto tre aspetti centrali: una rivolta fiscale contro una pressione ormai poco sostenibile, che sta condannando molti paesi ad una recessione permanente, una rivolta contro l’Europa identificata con la cupola “tecnocratico-bancaria” che sta dissanguando le economie nazionali, la richiesta di nuove forme di democrazia (come dappertutto accade con la richiesta di referendum).
 
Su tutto questo si è sovrapposta la reazione anti immigrazione, determinata da un insieme di cause: la sensazione che questa gente sottragga risorse ed occasioni di lavoro ai nativi, il timore per la sicurezza che indica negli immigrati una massa di criminali, ma soprattutto una reazione identitaria che teme di vedere sopraffatta la propria cultura. (…)
 
La globalizzazione, al contrario delle aspettative che immaginavano una crescente convergenza delle diverse identità culturali verso un modello unico, ha avuto, per ora, l’effetto opposto di una generale rivolta identitaria di ciascuno dei soggetti coinvolti. (…) E’ difficile dire che evoluzioni avrà il fenomeno, ma è evidente che è uno dei principali terreni di scontro nel prossimo futuro.
 
La proposta dei poteri finanziari per spegnere la protesta è quella del “reddito di cittadinanza” o, se si preferisce ”di sussistenza”, in cambio dell’accettazione dell’attuale ordinamento da parte delle classi subalterne. Si concede qualche briciola dei profitti della de-localizzazione, della speculazione finanziaria, del sotto salario generalizzato, in cambio della rinuncia a mettere in discussione gli aspetti di potere esistenti, ma si sbaglia chi pensa che si tratti del classico “piatto di lenticchie”, questo è meno di un piatto di lenticchie.
 
E’ interessante notare come questa proposta sia tanto popolare anche a sinistra (e parlo della sinistra radicale): trenta anni di diseducazione politica e di svalutazione culturale del lavoro hanno generosamente posto le premesse di questo naufragio politico ed ideale della sinistra.
 
Realisticamente, il cuore dello scontro sarà un altro e riguarderà la qualità del sistema democratico. Sbaglia chi pensa che gli equilibri istituzionali attuali di democrazia più o meno basata sullo Stato di diritto, sulla rappresentanza e sulle libertà di espressione, sciopero ecc. possa restare come è. Dopo i brividi procurati dalla Brexit, dall’elezione di Trump, eccetera, non è realistico pensare che le classi dominanti accettino di mantenere questi margini di partecipazione popolare: la prima misura da mettere in conto è la limitazione crescente dell’istituto referendario.
 
Dopo verranno, in un modo o nell’altro, misure di ridimensionamento del suffragio universale: c’è chi propone una ulteriore riduzione di potere dei parlamenti a tutto vantaggio delle élite tecnocratiche, (…) chi vorrebbe una seconda camera tutta di nomina dall’alto, chi progetta riforme del sistema elettorale pensate per blindare il blocco tecnocratico di centro. (…)
 
Dall’altro lato, la protesta popolare ormai chiede maggiore potere decisionale e, soprattutto, di controllo. Non si tratta solo della rabbia contro la cupola tecno-finanziaria della Ue, ma dell’esigenza di garantire la domanda politica dei ceti subalterni attraverso meccanismi che vadano oltre la democrazia rappresentativa.
 
Si tratta di innestare sul tronco delle nostre democrazie forti elementi di democrazia diretta che lo rivitalizzino, si tratta di estendere la democrazia oltre la sfera politica, facendola penetrare anche nella produzione, nella cultura, nella ricerca, nell’informazione.
 
E si tratta anche di “mettere al guinzaglio” i poteri extrapolitici, a cominciare dai poteri finanziari che godono oggi di una libertà inconciliabile con il bene comune, di una impunità penale e di una franchigia fiscale ormai intollerabili. Ed insieme ai poteri finanziari occorre mettere “sotto controllo” anche la classe politica troppo spesso incline ad entrare il rotta di collusione con i poteri finanziari e con la borghesia mafiosa, e troppo facile a corrompersi.  

Dunque, delle due l’una: o i nostri regimi prenderanno la strada di una trasformazione in senso partecipativo e democratico, oppure l’involuzione elitaria, finanziaria e para-criminale del sistema finirà per compiersi. >>
 
ALDO GIANNULI


(Link: http://www.aldogiannuli.it/populismo-europa-terza-repubblica/)

mercoledì 30 agosto 2017

Varie ed eventuali – XXXIV

TRIBALITA’ 
Molti sostengono che lo Stato-Nazione sia in declino irreversibile e che il futuro sia un ritorno alla tribalità, sul modello tipico del mondo arabo, che non l’ha mai abbandonato. 
La cosa non mi sorprende, perché quello della tribù è l'unico tipo di aggregazione umana che si accordi con la nostra natura biologica, essendo fondata sull'altruismo genetico. 
Lo stato-nazione, invece, è esclusivamente una sovrastruttura culturale, in quanto presuppone un altruismo sociale di tipo ideologico. 
E’ abbastanza logico quindi che, in un momento di grave crisi come quella che ci attende (economica, ambientale e demografica), lo stato-nazione possa andare in frantumi, mancando totalmente di coesione biologica. 
Staremo a vedere. 
LUMEN
 

SINGAPORE 
Secondo il demografo Massimo Livi-Bacci, l’aumento della popolazione non deve preoccupare, in quanto l’uomo si è ormai abituato a vivere in numerosa vicinanza: lo conferma il fatto che Singapore, che ha la più alta densità di popolazione al mondo, è anche il posto dove si ha la maggiore speranza di vita. 
Tutto bene, quindi ? Forse no. 
Come ha osservato giustamente Luca Pardi, il nostro demografo ha esposto solo una parte del problema, dimenticandosi che l’homo sapiens, nell’occupare ogni possibile nicchia del pianeta, ha progressivamente accresciuto il tasso di prelievo dall’ambiente che lo sostenta. 
La questione, quindi, non è rilevare quanto stanno bene gli abitanti di Singapore, pur ristretti in uno spazio minimo, ma vedere da quante risorse esterne dipendono i suoi abitanti, cioè stimare la loro Impronta Ecologica. 
Ed allora ci si accorge che Singapore consuma risorse ad un tasso tale che se tutti i cittadini della Terra facessero lo stesso, ci vorrebbero circa 4 pianeti come il nostro. 
Quindi, felici (forse) sì, ma a quale prezzo ! 
LUMEN
 

VOTO SEGRETO 
L’unico tipo di “voto” che può - anzi deve ! - essere segreto, in una democrazia rappresentativa, è quello dei cittadini elettori. 
Ed invece la nostra Costituzione prevede espressamente lo scrutinio segreto anche per i membri del Parlamento, in caso di votazione su alcune materie e circostanze (art. 49 e segg.). 
Il principio mi appare inaccettabile. 
In una democrazia rappresentativa, il cittadino-elettore è costretto a decidere sulle faccende dello Stato per interposta persona, tramite i parlamentari da lui eletti. 
Se costoro possono trincerarsi dietro un voto segreto, negando all’elettorato di conoscere le proprie decisioni in “ogni” circostanza, il rapporto di fiducia è finito, e così anche il principio di rappresentanza. 
Non so come funzionino le cose all’estero, ma qui in Italia il voto segreto in parlamento è diventato una prassi non marginale. 
E questa è la negazione della democrazia. 
LUMEN
 

BASTA LA PAROLA 
Pare che nell’editoria scientifica divulgativa – un campo non facile, per il modesto numero di lettori - vengano applicati dagli editori due principi molto pratici: 
1 -ogni formula (matematica o fisica) contenuta nel testo dimezza i lettori. 
2 –la parola “dio” nel titolo del libro li raddoppia. 
Non so se sia tutto vero, però nei saggi che mi è capitato di leggere le formule erano sempre ridotte al minimo. 
Per contro, la parola “dio” nel titolo è stata usata anche da molti scienziati dichiaratamente atei o agnostici, come Edoardo Boncinelli, per cui sono abituato a non prenderla “alla lettera”. 
L’unico caso in cui sono rimasto “fregato” è stato con il fisico Paul Davies, il cui libro “La mente di Dio”, parla proprio (più o meno)… di quello. Succede. 
LUMEN
 

SCUOLA DI VITA 
<< Il bambino piccolo ha una doppia esperienza esistenziale: il contatto con i genitori e il contatto con i coetanei. 
Dai genitori avrà sempre protezione, carezze, perdono. 
Mentre dai coetanei riceverà il peggio dell’umanità: percosse, vessazioni e perfino atti di crudeltà di cui gli adulti si vergognerebbero. Infatti i bambini non hanno ancora una coscienza morale. 
I genitori danno spesso ai piccoli una certezza d’impunità che gli altri bambini gli tolgono immediatamente. 
Addirittura, il ragazzino avrà modo di accorgersi che con i genitori a volte non era punito neanche se si comportava male, con gli altri bambini gli può capitare di essere maltrattato per semplice capriccio. 
È questa una delle ragioni per le quali i bambini devono assolutamente avere un contatto con i coetanei: perché soltanto questo contatto darà loro un’idea del rapporto col prossimo. 
E infatti crescono più maturi i figli delle famiglie numerose. >> 
GIANNI PARDO


IDEOLOGIA 
 << Sulla questione dell’ideologia c’è scarsa chiarezza e si confonde l’ideologia in quanto tale con il suo cattivo uso. 
L’ideologia non è altro che un sistema di idee organizzato, per il quale i vari pezzi si sostengono a vicenda e si integrano. 
Anche la scienza è un sistema ideologico, anzi, ospita nel suo interno molteplici ideologie che spesso assumono la forma di paradigmi scientifici. 
Il suo cattivo uso è la pretesa che ci siano dogmi indiscutibili, ma una visione di insieme, un modello di società cui ispirarsi, un sistema valoriale sono cose di cui non si può fare a meno. 
Ovviamente le ideologie, al pari dei paradigmi scientifici, non sono eterne e, dopo un periodo più o meno lungo, sono destinate ad essere superate, abbandonate o trasformate in nuove sintesi. 
E possono anche ibridarsi fra loro, dando risultati più o meno riusciti. >> 
ALDO GIANNULI