mercoledì 14 febbraio 2018

Il grande truffatore

L'incredibile storia di Bernard Madoff, tanto geniale nel realizzare le sue truffe finanziarie, quanto sprovveduto nel farsi prendere, e poi condannare, dalla giustizia americana. Dal sito “Il Post”. Lumen


<< L’11 dicembre del 2008, uno dei finanzieri più famosi di Wall Street fu arrestato con l’accusa di aver organizzato una gigantesca frode. Era Bernard Madoff, che il 12 marzo del 2009 fu condannato per undici diversi reati finanziari. Secondo i giudici Madoff aveva organizzato una delle più grandi truffe finanziarie della storia. (…) Gli investitori che si erano affidati a lui per la gestione dei loro risparmi persero circa 65 miliardi di dollari.
 
Il giorno prima di essere arrestato, Madoff confessò ai figli Mark e Andrew che la sua società di brokeraggio e consulenza, la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, si basava completamente su un gigantesco “schema Ponzi”, una truffa inventata da un immigrato italiano negli Stati Uniti nei primi anni del Novecento (…).
 
Carlo Ponzi, poi americanizzato in Charles Ponzi, nacque a Lugo, in provincia di Ravenna, nel 1882. Secondo quanto raccontò lui stesso, sbarcò negli Stati Uniti nel 1903 con in tasca due dollari e cinquanta centesimi. (…) Ponzi fece un gran numero di lavori per cercare di sopravvivere e fondò diverse piccole imprese che finirono tutte molto male. (…)
 
Lo schema che da allora porta il suo nome partiva da un’idea che sembrava geniale: sfruttare un’apparente falla nel sistema postale degli Stati Uniti per comprare in Italia francobolli americani a basso prezzo e rivenderli negli Stati Uniti a prezzo molto più alto. Il sistema non funzionò mai, ma Ponzi non si arrese: cominciò a parlare della sua idea a moltissimi immigrati italiani, promise rendimenti superiori al 400 per cento e cominciò a raccogliere denaro.
 
In pochi anni raccolse milioni di dollari. Il suo sistema basato sull’acquisto di francobolli, però, continuava a non funzionare. Ponzi era quindi costretto a pagare i rendimenti che aveva promesso ai suoi primi investitori con i soldi che investivano i nuovi arrivati.
 
Ponzi riusciva a ottenere denaro sfruttando l’ingenuità degli immigrati italiani. Aveva una grande abilità retorica, era carismatico, si vestiva in modo appariscente e, almeno in apparenza, era davvero ricchissimo. Lo schema, però, non poteva durare a lungo. (…) A un certo punto gli interessi che doveva pagare superarono i depositi dei nuovi investitori e la sua truffa fu scoperta. Ponzi fu arrestato e rimpatriato in Italia. Morì nel 1934, in un ospizio per poveri di Rio de Janeiro, in Brasile.
 
Come Charles Ponzi, anche Madoff scelse le sue vittime tra i membri della sua stessa comunità: gli americani di origine ebraica. Madoff nacque da una famiglia di ebrei di origine polacca a New York nel 1938. Si laureò in Scienze politiche e nel 1960 fondò la Bernard L. Madoff Investment Securities LLC, la società di cui sarebbe stato presidente fino all’arresto.
 
All’inizio la società era piccolissima. Il capitale era costituito dai risparmi che aveva ottenuto lavorando come bagnino e installatore di irrigatori, oltre che dal prestito del padre di sua moglie. Si trattava di una società di brokeraggio che operava fornendo liquidità a chi voleva acquistare titoli e obbligazioni alla borsa di New York. Fu una delle prime compagnie a utilizzare i computer per le operazioni di brokeraggio ed anche per questo motivo, nel corso degli anni, riuscì a ritagliarsi uno spazio tra le grandi società finanziarie di New York.
 
I suo clienti erano principalmente amici e conoscenti del padre della moglie. Il processo ha dimostrato che le attività illegali cominciarono negli anni Novanta, ma secondo gli investigatori risalivano ad almeno vent’anni prima. La strategia di Madoff era completamente diversa da quella di Ponzi: Madoff non prendeva di mira persone a digiuno di finanza proponendogli rendimenti incredibili, ma faceva il contrario.
 
All’interno della sua società, parallelamente all’attività di brokeraggio, Madoff aprì una sezione di consulenza e di gestione del risparmio. In questa divisione lavoravano soltanto i suoi familiari e altre persone di assoluta fiducia. Madoff offriva ai suoi clienti rendimenti garantiti intorno al 10 o al 12 per cento: cifre piuttosto alte, ma non impossibili e di sicuro molto lontane dal fantasioso 400 per cento di cui parlava Ponzi. Le persone che si avvicinavano a Madoff pensavano anzi che quel rendimento del 10 per cento fosse una sorta di garanzia: rinunciare a rendimenti più alti per avere rendimenti sicuri.
 
Quest’idea di “investimento sicuro” fu rafforzata da un trucco che Madoff fu molto abile a sfruttare: [riuscire a ] farsi gestire i soldi della sua società sembrava [quasi] impossibile. Chi voleva entrare tra i suoi investitori doveva “conoscere qualcuno che conosceva Bernard”. Un banchiere di Wall Street disse che Madoff era come “una popstar”: era elusivo, non partecipava alla vita pubblica di New York e, per i suoi clienti, sembrava difficilissimo da raggiungere.
 
Non era uno che pregava la gente di dargli dei soldi: si comportava al contrario come quello che doveva essere pregato perché accettasse di investire i risparmi di qualcuno. Si trattava però di un’atmosfera artefatta: in realtà Madoff non era così selettivo e prima dell’arresto aveva oltre 5000 clienti.
 
La sua società aveva alle dipendenze numerosi agenti il cui lavoro era setacciare i country club, i circoli di golf e altri ritrovi per ricchi dove individuare nuovi potenziali investitori da avvicinare. Una volta avuto accesso a Madoff, gli investitori venivano portati al diciassettesimo piano del Lipstick Building, il palazzo al centro di Manhattan dove Madoff li riceva indossando abiti inglesi di Savile Row e sfoggiando orologi costosi.
 
Madoff illustrava con calma e pacatezza i rendimenti che avrebbe procurato, garantendo che si trattava di rendimenti modesti ma assolutamente garantiti. In questo modo Madoff riuscì ad avere in gestione denaro da personaggi molto famosi – come Steven Spielberg e Kevin Bacon – e da decine di associazioni benefiche ebraiche, come per esempio la fondazione Elie Wiesel.
 
Ognuno di questi clienti affidava a Madoff una cifra da gestire. In genere Madoff cominciava le trattative dicendo sempre: «Iniziamo da una piccola cifra, poi se entrambi saremo soddisfatti passeremo a qualcosa di più corposo». In realtà quel denaro non veniva investito né veniva fatto fruttare in alcun modo. Finiva su un conto corrente della Chase Manhattan Bank, da cui lo stesso Madoff lo prelevava quando i clienti chiedevano la restituzione dell’investimento o i dividendi. 

A Wall Street nessuno si fidava di Madoff. In tutti i suoi anni di attività nessuna delle principali istituzioni finanziarie fece mai affari con lui. I rendimenti che offriva erano troppo alti. Tutti immaginavano che ci fosse dietro qualcosa di losco anche se nessuno sapeva cosa. Le grandi banche si limitarono a stargli lontano in attesa che qualcosa venisse fuori.
 
Le autorità di vigilanza per anni non sospettarono nulla e Madoff passò indenne attraverso alcune ispezioni della SEC (l’autorità garante della borsa, equivalente della nostra CONSOB). Per quanto non fosse molto appariscente, Madoff era comunque considerato un personaggio pubblico, un benefattore che aveva devoluto molti milioni di dollari in beneficenza, oltre che alle campagne elettorali del Partito Democratico. (…)
 
Nel dicembre del 2008 lo schema Ponzi di Madoff si esaurì. Come era accaduto quasi un secolo prima a Charles Ponzi, gli interessi da pagare ai vecchi clienti erano divenuti molto più alti dei nuovi investimenti, complice anche il crollo della banca Lehman Brothers fallita pochi mesi prima. Qualche giorno prima di essere arrestato, Madoff pagò un ultimo bonus di produzione a sé e tutti i familiari. Poi annunciò ai suoi figli che il denaro era finito.
 
Secondo i legali dello stesso Madoff, furono i suoi due figli a denunciarlo all’FBI e a portare al suo arresto l’11 dicembre 2008. La sua società fallì pochi giorni dopo. Gli investitori persero 65 miliardi di dollari e diverse fondazioni benefiche che avevano affidato a Madoff i loro patrimoni dovettero chiudere. Un anno dopo Madoff fu condannato al massimo della pena previsto per gli 11 reati commessi: 150 anni di prigione. Attualmente [2013] Madoff sta scontando la sua condanna nel penitenziario di Butner, in North Carolina. >>  


(Link: http://www.ilpost.it/2013/12/11/bernard-madoff/)

mercoledì 7 febbraio 2018

Il genio di Darwin – 1

Inizia, con questo post, la pubblicazione di ampi stralci del libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” (edito da Rizzoli), dedicato alla fondamentale “Teoria dell’evoluzione” di Charles Darwin. 
Boncinelli non si limita a spiegare, con la consueta chiarezza, il contenuto scientifico della teoria, ma ce ne racconta anche la storia, dall’elaborazione iniziale (e geniale) di Darwin, sino ai nostri giorni. 
Data la lunghezza, il testo verrà suddiviso in numerosi “capitoli”, che verranno pubblicati con frequenza variabile. Buona lettura. Lumen
 

<< Di tutte le forme viventi – animali, piante, funghi, protisti e batteri – che si sono succedute nel tempo sulla superficie del nostro pianeta, quattro miliardi di anni fa non ne esisteva nessuna. Le prime testimonianze di vita sulla Terra risalgono infatti solo a circa tre miliardi e ottocento milioni di anni fa. Tutti gli eventi biologici verificatisi a partire da quel momento sono l'oggetto di studio della teoria dell'evoluzione.
 
Con il termine evoluzione intendiamo quel vastissimo complesso di eventi, grandi e piccoli, che hanno interessato la vita sulla Terra dal suo inizio fino alla condizione attuale, plasmandone all'infinito i contorni. L'effetto principale di questi eventi è stato quello di popolare il nostro pianeta di innumerevoli forme viventi, presenti un po' dappertutto e appartenenti a milioni di specie diverse. Senza alcuna eccezione, queste forme sono costituite di cellule, una sola per i batteri e per i protisti, tante o tantissime per tutti gli altri organismi. Il nostro corpo per esempio è costituito da decine di migliaia di miliardi di cellule appartenenti a più di cento tipi diversi.
 
L'evoluzione si identifica quindi con la storia delle forme viventi, presenti e passate. Questa storia vede continui cambiamenti e trasformazioni, con la comparsa di forme sempre nuove accompagnata spesso dall'estinzione di quelle precedenti. Tanto le forme nuove quanto quelle vecchie sono per definizione tutte adatte a vivere nell'ambiente nel quale si trovano, ma mostrano caratteristiche biologiche che noi uomini interpretiamo secondo una nostra scala di valori che ci induce a preferire e a valutare come migliori quelle che più si avvicinano o sembrano avvicinarsi alle nostre.
 
Nell'immaginario collettivo l'idea di evoluzione è spesso associata a quella di «miglioramento», progressivo se non complessivo, delle diverse forme viventi. La verità è ben diversa: in alcune linee evolutive si può vedere un certo «miglioramento» — nel senso sopra precisato —, in altre un «peggioramento», mentre nella maggioranza di esse è impossibile scorgere segni dell'una o dell'altra tendenza. Va detto inoltre che l'evoluzione ha un passo così lento che osservando per qualche anno o per qualche secolo la natura delle forme esistenti non si nota alcun cambiamento significativo.
 
Ciò la differenzia nettamente dall'altra forma di evoluzione presa in considerazione dalla scienza: quella riguardante il cosmo, ovvero l'universo fisico. I primi eventi significativi di quest'ultima forma di evoluzione sono stati incredibilmente rapidi — frazioni infinitesime di secondo, secondi o minuti —, anche se poi il tutto ha rallentato e l'intero processo dura da più di tredici miliardi di anni.
 
La lentezza dei fenomeni evolutivi, unita alla scala veramente esorbitante dei tempi implicati, ha fatto sì che l'uomo non se ne sia reso conto se non in epoche ridicolmente recenti e abbia tuttora difficoltà ad accettarli e a concepirli. Ma è anche la condizione che ci permette di studiarli, di farne oggetto di analisi e di individuarne i principi, così come di parlare in generale della natura alla stregua di un'entità ben precisa e definita.
 
Perché si manifesti qualche cambiamento evolutivo di rilievo occorre attendere il succedersi di molte generazioni. È essenzialmente per questo motivo che l'evoluzione ci appare lenta rispetto alla durata di una vita. Anche se il tempo che intercorre tra una generazione e l'altra è assai variabile nelle varie specie — questione di minuti o di decenni — è pressoché inevitabile per noi attribuire particolare importanza alla durata della nostra esistenza e tendere a rapportare a questa tutte le valutazioni temporali.
 
L'evoluzione si identifica con la storia della vita, anzi con le innumerevoli storie particolari che riguardano una determinata specie o una precisa comunità biologica. Ciò non significa che non si sia tentati di estrarre da tutto questo qualche principio ispiratore, qualche legge o qualche meccanismo specifico. Ciò è più che legittimo perché a questo ci portano la nostra natura e la nostra storia. L'uomo vuole capire, per gestire e prevenire.
 
Tale operazione ci è riuscita particolarmente bene per la materia inanimata, al punto che la fisica e la chimica hanno raggiunto risultati eccezionali e hanno fornito, almeno fino a una certa epoca, un quadro complessivo chiaro e informativo della realtà che ci circonda. Il mondo fisico — dalle galassie alle placche tettoniche — ha le sue leggi generali se non universali, i suoi principi particolari e locali e le sue regole applicative.
 
Lo studio della vita si presenta invece fin dall'inizio un po' diverso. Qui non ci sono leggi universali e neppure principi particolari, mentre abbondano descrizioni e narrazioni, quasi sempre illustrate: la vita è una collezione di entità uniche, sostanzialmente irripetibili, e di processi molto particolari collocati in un flusso temporale più o meno accelerato.
 
Tutto questo si esprime di solito affermando che la biologia è una scienza storica: molte cose sono andate in una certa maniera, ma potevano anche andare in un'altra e solo l'osservazione e la comprensione di ciò che è effettivamente avvenuto ci può fornire informazioni pertinenti e valide. È vero però che, data la lentezza dei cambiamenti evolutivi e la relativa conservazione di alcune strutture biologiche fondamentali, non è impossibile descrivere organi, organismi e specie come sono e come funzionano al momento. Ed è ciò che studia la biologia.
 
Si è soliti parlare di biologia tout court per indicare lo studio delle forme di vita esistenti e delle loro proprietà, mentre si parla di biologia evoluzionistica per indicare l'analisi delle loro trasformazioni nel tempo. Ciò è perfettamente lecito a patto che si tenga presente che tutta la biologia ha un'intrinseca dimensione evoluzionistica, della quale è talvolta comodo osservare specifici spaccati temporali, come se si trattasse di fotografie istantanee in grado di «arrestare» il tempo.
 
Lo studio delle forme viventi, prodotte dalla storia e perennemente immerse nella stessa, si è rivelato particolare e idiosincratico, anche se la cosmologia più recente ci dice che pure il mondo fisico possiede una storia e una sua evoluzione. Le differenze risiedono nell'entità delle diverse scale temporali e nel fatto fondamentale che gli esseri viventi conservano una memoria esplicita degli eventi del passato, dai quali sono stati tra l'altro direttamente forgiati. Dovrebbe essere noto a tutti che gli esseri viventi conservano tale memoria nel loro patrimonio genetico, altrimenti detto genoma, che gli esseri inanimati non posseggono.
 
Tutta la biologia ha tratto profitto dall'idea di un'evoluzione biologica e dal suo studio. Quella evoluzionistica è anzi l'unica idea unificante della biologia, capace di dare un senso a tutte le osservazioni e ipotesi che si possono fare in questo campo. Sul piano della conoscenza pura, quindi, e dell'interpretazione dei fatti biologici, l'idea di evoluzione si rivela ogni giorno di più, come ha fatto in passato, di straordinaria importanza.
 
Ma è soprattutto per la comprensione dell'evoluzione dell'ambiente naturale del nostro pianeta che ci preme oggi capire cosa è effettivamente successo nei secoli addietro, per valutare appieno cosa sta succedendo e cosa verosimilmente succederà. L'insieme degli organismi della Terra, la biosfera, si articola in una collezione di tantissimi ecosistemi locali dove animali, piante e microorganismi interagiscono e competono per adattarsi al meglio alle condizioni circostanti ed entro certi limiti per modificarle. 

Questo studio, l'ecologia, si avvale dell'idea di evoluzione biologica e nello stesso tempo contribuisce a illuminarne molti aspetti, dai più astratti ai più concreti. Non si concepisce oggi uno studio evoluzionistico senza un'analisi dei risvolti di natura ecologica e allo stesso tempo non si può impostare un'indagine di tipo ecologico se non nel quadro di un approccio evoluzionistico. Meccanismi evolutivi e fenomeni ecologici sono strettamente interdipendenti e rappresentano il nucleo concettuale della biologia sul campo, mentre evoluzionismo e genetica guidano la biologia in laboratorio. 

L'ecologia è la nuova scienza degli equilibri naturali che si è affiancata negli ultimi decenni alla genetica per guidarci alla comprensione dei cambiamenti che sono occorsi e che stanno occorrendo nel mondo vivente e nel suo rapporto con l'ambiente marino e terrestre. L'esame delle cosiddette reti alimentari o trofiche, le dinamiche di popolazione, le relazioni fra le diverse specie e fra la biomassa e i grandi cicli dell'acqua e degli elementi principali – primo fra tutti il carbonio – dominano da una parte gli studi teorici e dall'altra le considerazioni pratiche necessarie per sviluppare quelle politiche per l'ambiente che abbiano una base scientifica. 

Dominante su tutto questo è la consapevolezza che quella umana è comunque una specie vivente che ha le sue esigenze, i suoi bilanci e che potrebbe anche soffrirne fino ad arrivare a estinguersi. >>

EDOARDO BONCINELLI
 

(continua)

mercoledì 31 gennaio 2018

Il grande balzo all'indietro

Le considerazioni del giornalista Rodolfo Casadei sulla storica rivoluzione cinese di Mao Zedong (o Mao Tse-Tung che dir di voglia), le immani tragedie che l'hanno accompagnata e l’imbarazzante cecità della sinistra occidentale. Lumen  


<< Ci si può dimenticare di commemorare lo sterminio di 30-40 milioni di persone, prodotto della stupidità fanatica e dell’ideologia criminale di un regime? Sì, si può. È caduto quest’anno [2012 - NdL] il cinquantesimo anniversario del più grande disastro economico e della più grande perdita di vite umane mai causata da un governo ai suoi stessi cittadini, ma la grande stampa italiana non se ne è accorta.
 
Cinquant’anni fa veniva messa fine al “Grande balzo in avanti”, la campagna di modernizzazione comunista dell’economia della Cina imposta da Mao Zedong e attuata in un misto di entusiasmo e di paura da centinaia di milioni di cinesi. Per trent’anni il bilancio di morte di quell’esperienza è rimasto gelosamente custodito negli archivi del Partito comunista. [Solo] nel 1991, nelle pagine di Cigni selvatici, il capolavoro autobiografico di Jung Chang, scrittrice cinese emigrata in Europa, si poteva finalmente leggere [qualcosa]. (…)
 
Nel 2010 è stato pubblicato il più autorevole e documentato studio scientifico sulla vicenda, opera dello storico olandese Frank Dikötter, “Mao’s Great Famine”, che attribuisce al presidente Mao la responsabilità per la morte di ben 45 milioni di persone, per lo più falcidiate dalla fame e dalla malattia, ma non solo: dai due ai tre milioni di cinesi sarebbero stati picchiati o torturati a morte, o sommariamente sottoposti alla pena capitale, per non aver raggiunto gli obiettivi di produzione fissati, per aver dichiarato pubblicamente che erano irraggiungibili, o per aver osato criticare la politica del governo. (…)
 
Come è potuta accadere una cosa del genere e rimanere segreta per tanto tempo? Come ha potuto il mito del maoismo restare di moda in Europa per altri vent’anni dopo quella catastrofe? Mao era un genio del male. La sua conoscenza delle debolezze dell’animo umano (lo spirito gregario, la propensione a sottomettersi a un capo, la cedevolezza ai ricatti, il bisogno di approvazione) gli hanno permesso di realizzare il capolavoro del totalitarismo. (…) 

Tutto comincia alla fine del 1957, quando Mao torna dal vertice mondiale dei partiti comunisti a Mosca (il primo dopo la denuncia dello stalinismo) e lancia la sua sfida all’Unione Sovietica di Kruscev per la leadership del comunismo nel mondo. Il leader russo aveva affermato che nel giro di quindici anni l’Urss avrebbe superato gli Stati Uniti sia nella produzione industriale che in quella agricola, Mao proclama che l’industria pesante e l’agricoltura della Cina avrebbero superato quelle della Gran Bretagna nello stesso arco di tempo.
 
A questo scopo ordina di raddoppiare in un anno la produzione cinese di acciaio, di rivoluzionare le tecniche delle colture e dell’allevamento (sulla base delle teorie dello pseudo-scienziato sovietico Trofim Lysenko) e di riorganizzare il mondo rurale in comuni popolari dove la proprietà privata sarebbe stata integralmente abolita: tutta la produzione andava consegnata a un’autorità centrale e persino le cucine familiari andavano smantellate e sostituite con mense popolari che avrebbero provveduto ai pasti dei contadini.
 
In ogni cortile vengono costruite fornaci, alimentate da ogni tipo di legname, comprese porte e finestre delle case, e da ogni tipo di metallo destinato alla produzione di acciaio, comprese padelle e utensili da cucina in ferro e in ghisa. Cento milioni di contadini sono obbligati a dedicarsi alla costruzione e all’alimentazione delle fornaci, trascurando il lavoro dei campi.
 
Le piante vengono coltivate così densamente da soffocarsi l’una con l’altra e i semi interrati all’assurda profondità di due metri; villaggi sono abbattuti per fare posto a immense porcilaie che non entrano nemmeno in funzione. In mancanza di personale specializzato dalle fornaci esce un materiale inutilizzabile, mentre la produzione agricola crolla e milioni di persone si ritrovano senza un tetto.
 
Per paura di rappresaglie, i responsabili delle comuni dichiarano alle autorità di avere centrato e superato gli obiettivi di produzione (…). In breve la fantasia prende il posto della realtà, e i pochissimi che obiettano vengono eliminati. (…). L’intera nazione finisce per parlare in un modo e comportarsi in un altro: le parole divorziarono dalla realtà, dalla responsabilità e dai reali pensieri della gente. Il grande successo totalitario del maoismo sta nell’aver convinto un popolo intero a dubitare dell’evidenza. (…)
 
Le mense collettive consumano le riserve fino a quando non rimane più nulla, il governo continua ad esportare all’estero i presunti surplus, e la carestia s’installa. All’ottavo ‘plenum’ del Comitato centrale del partito comunista, nel giugno 1959, il ministro della Difesa Peng Duhai critica i risultati negativi del Grande balzo in avanti e chiede un approccio più pragmatico all’economia.
 
Mao accusa lui e i suoi sostenitori di essere «opportunisti di destra», lo esonera dal suo incarico e lo pone agli arresti domiciliari, scatena in tutto il paese la campagna contro gli «opportunisti di destra»: a ogni provincia vengono assegnate «quote di arresti» da compiere come se si trattasse di quote di produzione.
 
Seguono tre anni di fame e mortalità crescente in tutto il paese, ma Mao non si commuove: «Quando non c’è abbastanza da mangiare, la gente muore di fame. Allora è meglio lasciar morire metà della gente così che l’altra metà possa nutrirsi a sufficienza», dichiara senza vergogna.
 
Nel 1962 finalmente viene messo in minoranza: alla Conferenza dei settemila quadri afferma che la carestia ha cause naturali per il 70 per cento e umane per il 30 per cento, ma il presidente Liu Shaoqi ribatte che è il contrario, cioè che le cause sono umane al 70 per cento.
 
Lui e Deng Xiaoping (allora segretario generale del partito) riescono a imporre una svolta pragmatica che, con l’abolizione delle comuni e delle mense collettive e il ripristino dei piccoli lotti privati, permette di tornare ad accrescere la produzione alimentare. Mao si vendicherà quattro anni dopo, scatenando la Rivoluzione culturale che emarginerà Deng e causerà la morte di Liu.
 
Fra i successi storici della propaganda maoista c’è quello di non aver permesso per lungo tempo che filtrassero in Occidente gli orrori prima del Grande balzo in avanti (1958-62) e poi della Rivoluzione culturale (1966-76). La chiave del successo, in entrambi i casi, consistette nell’invitare in Cina per visite sotto stretto controllo grandi personalità scientifiche e politiche della sinistra occidentale che, con rare eccezioni, tornarono tutte a casa entusiaste di quello che avevano visto.
 
Dichiararono che non c’era alcuna carestia in Cina dopo missioni sul posto il famoso sinologo britannico Joseph Needham, il giornalista americano Felix Greene, il futuro presidente francese François Mitterrand e il generale Montgomery. In Italia espressero giudizi positivi sulla Rivoluzione culturale dopo aver visitato la Cina personaggi come Alberto Moravia, Dacia Maraini, Dario Fo, Mario Capanna, eccetera.
 
Moravia scrisse che la Rivoluzione culturale gli infondeva «sollievo» perché rappresentava un’«utopia realizzata»; Dario Fo scrisse: «Qui da noi l’uomo è una cosa, una merce (…). Da noi c’è una divisione netta fra concetti come bene, moralità e rapporti di produzione. In Cina invece il mangiare, il bere, il vestirsi, i princìpi morali sono un tutt’uno. C’è una concezione profonda della vita che determina tutto quanto. C’è l’uomo nuovo perché c’è una filosofia nuova». >>
 
RODOLFO CASADEI
 

(Link: http://www.tempi.it/la-piu-grande-strage-mai-causata-da-un-governo-contro-la-propria-gente-il-grande-balzo-di-mao)

mercoledì 24 gennaio 2018

Le tante facce della corruzione

LUMEN – Abbiamo oggi con noi un personaggio molto noto, ma anche molto discusso, della politica italiana, ovvero Bettino Craxi. 
CRAXI – Buongiorno a tutti.
 
LUMEN – Con l’onorevole Craxi parleremo di un argomento di grande attualità: la corruzione pubblica. Si tratta di un argomento che il nostro ospite conosce molto bene, al punto da potersi definire un esperto. 
CRAXI – Modestamente, lo conosco come le mie tasche.
 
LUMEN – Buona questa ! Allora, facciamo un po’ il punto della situazione, in linea generale, a seconda delle forme di governo. 
CRAXI – Ad uno degli estremi abbiamo lo Stato autoritario, con forte repressione poliziesca e scarsa garanzia processuale delle libertà del cittadino di fronte allo Stato. La classe politica è ben salda e si avvale di un consenso che viene legittimato dal potere economico, il quale a sua volta sfrutta la coincidenza tra la sfera del pubblico e la concentrazione della proprietà.
 
LUMEN – Per esempio ? 
CRAXI – Nella sua manifestazione più pura, si tratta sostanzialmente del sistema feudale. Il regime (alquanto ancién, in effetti) è tendenzialmente incentrato su una disciplina delle classi sociali ben gerarchizzata e definita:
 
LUMEN – Che tipo di corruzione abbiamo in questo caso ? 
CRAXI – Quella che viene definita giuridicamente “concussione”.
 
LUMEN – Ovvero ? 
CRAXI – Ovvero il facile uso della violenza, anche solo morale, e dell’intimidazione, diciamo così strutturale, da parte dei poteri pubblici verso gli strati più deboli (e meno còlti) della popolazione.
 
LUMEN – I quali, per come è strutturata la società, non hanno alcuna via di scampo. 
CRAXI – Appunto. Questi strumenti (la violenza morale e l’intimidazione) vengono quindi utilizzati da ogni livello di pubblica autorità per appropriarsi di denaro, o altra utilità, a fronte dell'esercizio di pubbliche funzioni, esercitate formalmente nell'interesse generale. 

LUMEN – Per esempio ? 
CRAXI – Esempio classico è quello di sollecitare una dazione per non applicare una sanzione dovuta, oppure per accordare un beneficio, che sarebbe spettante, ma che viene fatto dipendere da un'ampia discrezionalità "di fatto".
 
LUMEN – Oltre al sistema feudale, a quali altre strutture si può applicare questo schema ?
CRAXI – Sicuramente alle monarchie assolute pre-costituzionali. Ma, semplificando un poco sul piano storico, anche alla lunga fase di transizione degli Stati liberali censitari, quelli cioè in cui il voto era limitato alla parte più ricca della popolazione, e solo di sesso maschile.
 
LUMEN – Andiamo avanti. 
CRAXI – Un’altra posizione – che potremmo definire intermedia - è caratterizzata da norme sulle pubbliche funzioni di tipo più “avanzato”, in quanto definiscono l'interesse pubblico in senso democratico. Queste norme pongono dei limiti formali alla discrezionalità pubblica ed assicurano l’eguaglianza dei cittadini nell'accesso ai benefici pubblici o nell'atteggiamento sanzionatorio dei pubblici poteri.
 
LUMEN – Questo, ovviamente, in teoria. 
CRAXI – Ovviamente. Questo assetto organizzativo, infatti, è caratterizzato dall'eguaglianza formale, ma da un'eguaglianza sostanziale che non è integralmente effettiva, e perciò coesistente con una (teoricamente) transitoria conservazione di consistenti posizioni sociali di forza economica.
 
LUMEN – A quali Stati corrisponde questo schema ? 
CRAXI – Corrisponde, tendenzialmente, alle democrazie costituzionali “incompiute”, che enunciano a livello programmatico i diritti sociali, ma si fermano poi, storicamente, ad un grado solo parziale della loro realizzazione.
 
LUMEN – E cosa prevale in questo contesto ? 
CRAXI - Prevale la “corruzione”, nel senso tecnico del termine, ovvero l'offerta di denaro o altra utilità al pubblico ufficiale decidente, per violare le norme in modo da garantire, a chi sia in grado di "investire" in questa dazione, tre tipi di vantaggi.
 
LUMEN – Sentiamo. 
CRAXI – Sostanzialmente: una decisione favorevole non dovuta, oppure una decisione più rapida di quella ordinariamente riservata ai normali cittadini, oppure ancora la non applicazione di una misura sfavorevole, legalmente dovuta.
 
LUMEN – E passiamo ora all’ultima situazione. 
CRAXI - All'estremo opposto del primo schema che abbiamo analizzato, abbiamo la permanenza o l’instaurazione (successiva al passaggio per una o entrambe le fasi precedenti) di forti posizioni di concentrazione oligarchica della ricchezza. Qui, pur in presenza di un sistema mediatico a forte diffusione di massa (TV e giornali) e di "formali" elezioni a suffragio universale per la scelta delle cariche di "governo", il controllo sulla composizione della classe politica elettiva è saldamente in mano agli appartenenti all’oligarchia.
 
LUMEN – Con quali conseguenze ? 
CRAXI - Ciò determina la "capture" più o meno totale del processo normativo e legislativo, con il controllo delle maggioranze parlamentari, e di quello regolamentare ed operativo, mediante il controllo sugli stessi componenti del governo. 

LUMEN – Il “paradiso” delle elités. 
CRAXI - In un assetto socio-economico in cui l'oligarchia abbia il controllo del processo normativo, le norme rifletteranno una concezione di interesse generale non oggettiva, ma creata ad arte dal controllo mediatico-oligarchico. In tal modo, attraverso opportuni standard e meccanismi di linguaggio fortemente "tecnicizzato", si renderanno “legali” l'appropriazione delle utilità e dei beni pubblici da parte delle oligarchie. Ne consegue, dall’altro verso, una perdita significativa dell’eguaglianza, formale e sostanziale del corpo elettorale, i cui diritti politici e sociali vengono, in concreto, svuotati di contenuto.
 
LUMEN – Qualche esempio ? 
CRAXI – Quanto sopra descrive, tendenzialmente, il riaffermarsi del capitalismo "sfrenato", e la sua marcia di neutralizzazione dello Stato redistributivo pluri-classe, sintetizzabile nell’attuale tecnocrazia mediatica occidentale. Si tratta di una tendenza realizzabile in diversi gradi, ma dalle caratteristiche ben chiare.
 
LUMEN – E quali forme di malaffare sono tipiche di questa situazione ? 
CRAXI - In tale evenienza, anche se può sembrare paradossale, prevale l’assenza di corruzione.
 
LUMEN – Perché ? 
CRAXI – Perché non serve più, ovvero perché si riducono notevolmente le fattispecie sanzionatorie applicabili ai meccanismi di appropriazione disparitaria della ricchezza, che vengono semplicemente legalizzati dalle norme.
 
LUMEN – Ma pensa ! 
CRAXI – Così la corruzione degrada a fenomeno quasi episodico, visto come eversione di un assetto sociale basato invece su un'etica forte.
 
LUMEN – L’etica della legalità. 
CRAXI – Appunto. Un’etica che però è solo apparente, in quanto il ferreo rispetto delle norme, sostenuto dalla tradizionale etica del bene comune, è collegato in realtà ad un interesse specifico, di parte, e non al benessere generale.
 
LUMEN – Grazie onorevole. Adesso ho le idee molto più chiare sull’argomento. 
CRAXI – Mi fa piacere. Era da molto tempo che non mi ringraziava più nessuno.
 
LUMEN – Beh, dipende anche molto dall’argomento. D’altra parte, come dicevano i latini: sic transit gloria mundi !  


(Link: http://orizzonte48.blogspot.it/2013/11/teoria-generale-della-corruzione-guida.html)

mercoledì 17 gennaio 2018

La natura della Moneta

Un articolo di Luigi Copertino sull’annosa controversia che divide gli economisti sulla reale natura della moneta, vista da taluni come esogena (cioè immessa nel mercato da un’autorità esterna) e da altri come endogena (cioè creata dal mercato al suo interno). Un testo un po’ tecnico, ma interessante. Lumen


<< La questione [della moneta] non può essere dipanata se non alla luce del dibattito scientifico tra i cosiddetti “esogenisti”, per i quali la moneta in quanto di creazione esogena può essere quantificata dal lato dell’offerta e quindi governata centralmente, ed i cosiddetti “endogenisti”, per i quali invece essendo la moneta una creazione endogena dipende dalla domanda e quindi non può essere centralmente controllata in ordine alla misura della quantità occorrente. (…)
 
Il dibattito tra esogenisti ed endogenisti coinvolge lo scontro tra la scuola neo-classica, liberale e conservatrice, e le scuole eterodosse, di vario e diverso indirizzo filosofico e politico. Per la scuola neoclassica la moneta è merce e come tale, prima di poter essere prestata, deve essere raccolta dalle banche e quindi messa in circolazione mediante le aperture di credito a copertura integrale.
 
Il punto di vista esogenista è quello dell’offerta. Gli esogenisti ritengono valida la legge del Say per il quale è l’offerta a creare la domanda. Quindi per essi deve essere l’Autorità monetaria centrale, sia essa lo Stato o la Banca Centrale, a dover stabilire la quantità di moneta necessaria al sistema e ad immettere moneta nei limiti di tale preventivata quantità, impedendo alle banche di creare moneta aggiuntiva prestando allo scoperto.
 
Andare oltre, nel paradigma esogenista, significa indurre inflazione. Gli esogenisti, infatti, da buoni neoclassici, sposano la “teoria quantitativa della moneta”. Essendo la moneta merce bisogna controllarne la quantità onde evitare che il suo eccesso ne svaluti il valore materiale intrinseco. Questo perché l’aumento quantitativo di moneta, oltre a svalutarla, fa innalzare il livello generale dei prezzi.
 
Per le diverse scuole endogeniste, invece, la moneta, essendo un titolo di credito benché inesigibile, è creata ogniqualvolta, all’interno della vita economica reale, viene emessa una promessa di pagamento che, poi, circola come moneta, anche se, come accade oggi, dietro quella promessa non c’è più il deposito aureo. Purché, però, ci sia un prestatore di ultima istanza, ossia la Banca centrale, normativamente deputata a stampare moneta per le banche ordinarie che, mediante aperture di prestiti allo scoperto, creano moneta dal nulla in forma di moneta bancaria creditizia. (…)
 
Secondo il paradigma endogenista, l’Autorità monetaria centrale, sia essa lo Stato o la Banca centrale, ha il dovere di soddisfare la domanda pena il crollo del sistema, ossia pena la contrazione della liquidità e quindi la deflazione. L’Autorità monetaria centrale non è in grado di determinare anticipatamente, quindi esogenicamente, la quantità di moneta necessaria al mercato. Infatti non esiste alcun metodo in grado di stabilire preventivamente la quantità di moneta necessaria e quando si è provato a farlo i risultati sono stati disastrosi, come diremo.
 
L’unico strumento che l’Autorità monetaria centrale ha per influenzare, più che controllare, la quantità di moneta creata endogenicamente dal sistema bancario, in base alla domanda, è il tasso di sconto, ossia il tasso di interesse che la Banca centrale applica ai prestiti in moneta legale effettuati da essa alle banche ordinarie – giacché l’intero sistema bancario attuale funziona sulla base del circuito dei prestiti – che va ad aumentare il tasso di interesse che le banche ordinarie applicano alla loro clientela.
 
Quindi se la Banca centrale vuole influenzare al ribasso la creazione endogena di moneta bancaria deve aumentare il tasso di sconto, se invece vuole influenzarla al rialzo deve abbassarlo.
 
Questo meccanismo spiega perché gli endogenisti affermano che sono i prestiti a creare i depositi, ossia che le banche ordinarie non hanno bisogno di riserve in moneta legale (tanto è vero che in molti Paesi non esiste alcun obbligo di riserva) alla quale commisurare in percentuale l’apertura di fidi bancari. Sicché un prestito, anche se non coperto da riserve o depositi, che si formano solo alla fine del circuito, una volta concesso circola nell’economia con una funzione (quasi)monetaria.
 
C’è senza dubbio un problema di eticità che gli endogenisti non prendono mai in considerazione e sta nel fatto che aprendo prestiti senza copertura, in depositi di oro o di moneta legale, si effettuano prestiti senza contropartita e si presta in sostanza il nulla, in modo che poi, alla fine del circuito, questo nulla viene riempito di valore creato dal lavoro e dai sacrifici di coloro che domandano moneta, chiedono liquidità, ottenendo prestiti dal sistema bancario, che, in tal modo, diventa in ultima analisi il vero beneficiario, in termini però speculativi, del meccanismo di “creatio ex nihilo” del valore monetario.
 
In effetti questo aspetto etico sussiste, perché sotto un profilo di diritto naturale non è moralmente lecito prestare il nulla ed ottenerne un profitto, ma la risposta non può essere quella neoclassica. A meno di non voler tornare, in modo surrettizio, alla base aurea, e quindi alla concezione materialista della moneta merce, o voler sposare le teorie sulla “decrescita felice” di Serge Latouche.
 
La via esogenista porta esattamente ad un ritorno, sotto forma di politiche di austerità – che sono sempre favorevoli ai creditori ed al capitale finanziario e sempre sfavorevoli ai debitori ed ai lavoratori (imprenditori, impiegati ed operai) – , al tallone aureo. Gli esogenisti, infatti, ben consapevoli che la copertura aurea è ormai un fatto del passato, sostituiscono all’oro la moneta legale quale stock di base per governare centralmente la ​moneta, fissarne la giusta misura, evitare l’inflazione, bloccare il meccanismo di “creatio ex nihilo” di moneta bancaria e, a loro dire, riportare il sistema ad un naturale equilibrio. In realtà il risultato della ricetta esogenista sarebbe un nuovo regime aureo senza oro e, quindi, non il riequilibrio naturale ma la deflazione.
 
Perché, come si è detto, l’Autorità monetaria centrale non è in grado, per via delle molteplici variabili in gioco non tutte determinabili e preventivabili, di quantificare con esattezza, o perlomeno con buona approssimazione, la quantità necessaria di moneta per il funzionamento del sistema economico. Neanche in una economia pianificata di tipo sovietico sarebbe possibile farlo. Ed è un paradosso che gli esogenisti, difensori di tipo conservatore del libero mercato, si indirizzano verso ipotesi di pianificazione centralista. 

Non si tratta solo ipotesi, tuttavia. Perché gli esogenisti ci hanno provato, almeno una volta, creando un disastro. L’occasione arrivò con le amministrazioni Reagan negli Stati Uniti e Thatcher in Inghilterra. La svolta liberal-conservatrice alla fine degli anni ’70 fu determinata dall’alta inflazione mondiale innescata dalle due grandi crisi petrolifere del 1974 e del 1979. Ma la narrazione che di essa si dette seguì il paradigma monetarista di Milton Friedman, che non a caso fu premiato con il Nobel.
 
Secondo il monetarismo era necessario controllare preventivamente lo stock di moneta legale emesso dalla Banca centrale e quindi contrarre la monetizzazione central-bancaria della spesa pubblica, tagliare la spesa sociale (da compensare con la carità privata: cosa che attrasse verso il monetarismo la interessata, non certo per amore della Chiesa, simpatia dei cattolici conservatori), ridurre i salari. Milton Friedman dal suo piano di tagli salvava, non a caso, solo la spesa militare: questa poteva aumentare perché, con Reagan, si trattava di vincere la guerra fredda e far trionfare il “mondo libero”.
 
L’idea di fondo, di matrice neoclassica, era che la moneta legale è una merce, anche se non più aurea, il cui valore è, esogenicamente, quello merceologico. Ma trattandosi, oggi, di carta quel che si sostituiva all’oro era il funzionamento della massa monetaria legale sotto il controllo e governo della Banca centrale, il cui funzionamento, secondo Milton Friedman, non doveva essere più quello di tentare di governare o influenzare il tasso di interesse, da lasciare liberamente fluttuare nel gioco di mercato, ma quello di individuare nel medio-lungo periodo il target monetario.
 
Alla prova dei fatti, i tentativi di “monetary targeting” non solo non fermarono l’inflazione (che iniziò a diminuire solo in conseguenza del ritornare, sul mercato, di una adeguata offerta di petrolio) ma si risolsero – come fu costretto ad ammettere lo stesso Friedman – in una incontrollata impennata di creazione di forme di pagamento alternative ad iniziare dalla crescita esponenziale dei prestiti bancari allo scoperto.
 
Il mercato, per fronteggiare l’asfissia da rarefazione di liquidità, inventò endogeticamente forme monetarie alternative o ne accrebbe l’incidenza. Famiglie ed imprese iniziarono a rivolgersi al sistema bancario per ottenere, in forma di moneta bancaria, la liquidità che non ottenevano più dalla circolazione di moneta legale e dalle contratte prestazioni statuali del Welfare. Si iniziò, ad esempio, a ricorrere ai prestiti bancari o alle assicurazioni per la pensione o per pagare gli studi ai figli. Insomma, il monetarismo, replicando schemi neoclassici, diede la stura alla finanziarizzazione dell’economia che, nei decenni successivi, diventò globale.

Il monetarismo trovò il suo demolitore scientifico in Nicholas Kaldor, un endogenista, che smontò la teoria di Milton Friedman in un noto libro , mettendo in evidenza i disastri e le lacune dello schema neoclassico riproposto dal padre del monetarismo, ad iniziare dalla concezione esogena della moneta. Il punto debole, dunque, stava nella convinzione che la moneta sia una creazione esogena e non endogena. >> 

 LUIGI COPERTINO


(LINK: https://www.radiospada.org/2018/01/moneta-endogena-che-cosa-significa-un-magistrale-articolo-di-l-copertino/)

mercoledì 10 gennaio 2018

Varie ed eventuali – XXXVI

NEGAZIONISMO E MEMORIA
Sono nettamente contrario sia all’introduzione del reato di negazionismo, sia al proliferare dei cosiddetti “giorni della memoria”.
La libertà di opinione, che dovrebbe essere tutelata in sommo grado qui in occidente, deve consentire anche le opinioni di chi nega l’evidenza storica, i quali, al massimo, si renderanno ridicoli di fronte all’opinione pubblica; ma trasformare i loro vaneggiamenti in reato è altrettanto ridicolo, se non pericoloso.
Parimenti pericoloso, perchè foriero di potenziali vendette, recriminazioni ed ulteriori violenze, può essere l'ostinazione con cui si continuano a commemorare le relative tragedia a distanza di decenni.
I grandi olocausti della storia non solo non meritano di essere ricordati sino allo sfinimento, ma andrebbero proprio dimenticati al più presto possibile, anche per tornare ad una vera pacificazione tra i popoli, che altrimenti non potrà mai essere davvero raggiunta.
Tanto, nessun popolo è immune da queste crudeltà, e tutti ci sono passati, o come vittime o come carnefici. 
LUMEN


PREMI E PUNIZIONI 
Gli esseri umani, come ben sappiamo, funzionano al meglio con un misto di carota e di bastone. 
E’ importante però che i due strumenti vengano usati nel modo giusto e, soprattutto, nella sequenza più adatta. 
Come ci dimostra questa storiella che risale ai tempi dell'antica Cina. 
«Un giorno l’imperatore decise di nominare un primo ministro, che lo aiutasse nelle sue attività. 
Lo chiamò e gli disse: “Perché non ci dividiamo i compiti? Tu distribuisci le punizioni, io le ricompense”. 
Il primo ministro rispose: “Bene, così faremo. Io darò tutte le punizioni e voi le ricompense”. 
Ben presto l'imperatore osservò che, quando ordinava a qualcuno di fare qualcosa, costui poteva farla o non farla, mentre quando parlava il primo ministro la gente scattava. 
Allora l'imperatore richiamò il primo ministro e così parlò: “Perché non ci scambiarne di nuovo i compiti? È un bei pezzo, ormai, che distribuisci tutte le punizioni qui. D'ora in poi, io somministrerò le punizioni, e tu le ricompense”. 
Così il primo ministro e l'imperatore si scambiarono i ruoli di nuovo. Ma nel giro di un mese la situazione precipitò. 
L'imperatore era stato una persona simpatica, che premiava tutti e con tutti era gentile; quando cominciò a stangare la gente, il popolo disse “Che gli ha preso a quel vecchio matto?” e lo rovesciò. 
Quando poi si trattò di sostituirlo, dissero: “Sapete chi è che sta venendo su bene? Il primo ministro”. E lo acclamarono subito imperatore.» 
LUMEN


STATO IMPRENDITORE 
Quella dello Stato imprenditore, che opera come soggetto economico su larga scala, è un'idea che non mi è mai piaciuta, perché è sempre risultata estremamente costosa: una volta, quando tutto cresceva, nessuno si accorgeva degli sprechi enormi, ma adesso le cose sono cambiate. 
D'altra parte è molto difficile tornare indietro, ad uno stato più snello, perché ci sono 2 interessi, contrapposti ma convergenti, che lo sostengono. 
Il primo, della gente comune, che pretende di farsi aiutare dallo Stato quasi per ogni problema, senza pensare che ogni beneficio ricevuto dalla mano pubblica ci costa il doppio.
Il secondo, delle elites politiche, che - per ovvi motivi - sono felicissime di avere sempre più denaro da gestire.
LUMEN
 

PIENO IMPIEGO 
Il pieno impiego - indipendentemente dal fatto che sia o non sia economicamente desiderabile - non è MAI raggiungibile per motivi demografici, collegati ai meccanismi a suo tempo scoperti da Malthus. 
Infatti, se aumenta la base dei lavoratori salariati, aumenti automaticamente anche quella dei nuovi nati, con una sorta di effetto "tapis roulant", in cui una popolazione sempre maggiore insegue affannosamente, ma inutilmente, i posti di lavoro disponibili, che risultano sempre insufficienti.
LUMEN


DOMANDA DI SENSO 
Di questa riflessione sono debitore all'amico Sergio, che ringrazio. 
«La religione cristiana (ma si può dire la religione in generale – NdL) è stata di grande conforto per tanta gente durante secoli se non millenni. Ha dato senso all’esistenza. 
Questa benedetta domanda di senso! 
Quando uno è felice o anche solo contento non si pone la domanda del senso. Quando uno s’innamora, mica si chiede che senso abbia ciò che prova! 
La domanda di senso nasce forse quando la vita va storta e non la si sopporta.» 
Condivido e sottoscrivo. 
LUMEN

mercoledì 3 gennaio 2018

Non possiamo accontentare tutti

Le considerazioni di Luca Pardi sul sogno - forse irrealizzabile - di una economia mondiale che, pur essendo effettivamente “sostenibile”, possa consentire un ragionevole benessere per tutti (dal sito Risorse, Economia, Ambiente). Lumen 


<< Il flusso di energia dal sole non alimenta l’economia direttamente che per una parte ancora molto piccola. Oltre alla quota di energia solare che, attraverso la fotosintesi, si trasforma in cibo per noi ed i nostri animali domestici ed in altri beni di origine vegetale, come il legno, le fibre vegetali, ecc, il grosso dell’energia che alimenta il metabolismo sociale ed economico globale viene dai combustibili fossili. 

Che sono energia solare, ma energia solare che è stata immagazzinata dall’eco-sistema terrestre centinaia di milioni di anni fa. Esattamente il contributo dei combustibili fossili ai consumi totali di energia è circa del 75-85% a seconda di come si fa il conto. 

E questo è il problema numero uno. E’ proprio questo flusso, non rinnovabile, che permette alle economie di non andare in stallo ed è anche responsabile dell’over-shoot ecologico umano e dei principali problemi ambientali, che hanno portato al superamento dei confini di sicurezza che determinano il tetto ecologico che delimita il sistema economico. 

Quasi otto miliardi di persone sono fortemente dipendenti da questo flusso per la loro sopravvivenza; inoltre un miliardo circa di persone dipende da esso per la produzione di petrolio, carbone e gas e un altro miliardo, il nostro, per i trasporti e in genere per il sostentamento della società dei consumi, che tutti gli altri vorrebbero imitare. Il tema è dunque, quantitativo.

Non basta dire dobbiamo rientrare nello spazio di sicurezza, assicurando a tutti il minimo e senza danneggiare il pianeta. Bisogna dire come, in quanto tempo e con quali mezzi farlo. Allora la cosa prende un’altra prospettiva.

L’economia circolare, che è essenzialmente un uso efficiente delle risorse, potrebbe funzionare (anche se di fatto non funziona) per alcune risorse minerali, ma non funziona per il petrolio, il gas ed il carbone che forniscono la quota maggioritaria di energia per il sistema. 

La transizione energetica deve essere compiuta rapidamente, pena l’ulteriore sforamento di diversi confini di sicurezza sul tetto ambientale, e deve essere indirizzata verso lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Sempre che si riesca a dimostrare che sono veramente rinnovabili. 

In un recente scambio di opinioni fra colleghi, sul tema della sostenibilità e della rinnovabilità, uno sosteneva che solo uno scoiattolo è veramente rinnovabile, che una torre eolica non lo è, perché si basa su risorse non rinnovabili: cemento, acciaio, rame, terre rare, ecc. L’altro rispondeva che potenzialmente queste risorse possono essere riciclate interamente e all’infinito, dando prova che una torre eolica è rinnovabile quanto uno scoiattolo. (…) 

Questo dibattito accademico rivela un aspetto importante. Nemmeno le rinnovabili sono attualmente pienamente rinnovabili, ma sono anche la nostra unica speranza di affrontare la crisi economico-ecologica in cui siamo ormai immersi. 

E il problema non è solo mettere da parte l’ossessione per il PIL e la sua crescita, sostituire le fonti energetiche e instaurare un regime di ri-uso, riciclo e recupero dei materiali, ma farlo per otto miliardi di persone, per una macchina che globalmente dissipa 18 mila miliardi di watt. L’equivalente di 50mila litri di petrolio al secondo. 

Se non si affronta questo nodo in modo quantitativo non si fa che petizioni di principio. Gli elefanti nella stanza sono i soliti due, la popolazione ed i consumi. Non esiste, a mio parere un sistema economico che permetta di accogliere 8 miliardi di consumatori come gli europei, men che meno come gli americani. L’economia del consumo deve semplicemente lasciare il passo ad altro. 

E, se si vuole che alcuni miliardi di persone si elevino al di sopra del “pavimento sociale”, è necessario che il miliardo di persone che ci volano sopra da tempo tornino con i piedi per terra, ed i miliardi di quelli che ci vogliono salire si scordino di poter volare. 

A questo proposito considero istruttivo il contributo di Chandran Nair, che si occupa proprio della politica necessaria per gli stati disagiati e del loro diritto al benessere, con piena coscienza dell’impossibilità di perseguire il modello occidentale. I paesi di vecchia industrializzazione devono uscire dalla trappola della crescita e quelli in via di sviluppo devono prendere una strada diversa dall’industrialismo distruttivo degli ecosistemi, sviluppato in occidente dalla rivoluzione industriale ad oggi. 

Allora, la domanda che ci dobbiamo fare è diversa: esistono classi dirigenti nel mondo in grado di affrontare questa sfida ? La mia risposta è che attualmente non ci sono. E la mia impressione è che solo la pedagogia delle catastrofi le creerà.

Purtroppo oggi, con queste idee sul significato ed i limiti dello sviluppo non si entra ancora nell’agenda politica che in modo marginale e attraverso un linguaggio in cui si finge di credere (o, peggio, si crede veramente) che sia possibile armonizzare l’economia del consumo indifferenziato con la salvaguardia dell’ambiente, cioè aver la botte piena e la moglie ubriaca. 

Noi coltiviamo la cultura che servirà a far crescere le classi dirigenti del XXI secolo sperando che le catastrofi non siano definitive. Nulla di meno, nulla di più. I molti economisti che si pongono il problema dei limiti bio-fisici del pianeta sono nostri alleati (…) e quello di cui abbiamo bisogno, per cominciare, è una continua e profonda contaminazione fra le scienze naturali e le scienze sociali. >> 

LUCA PARDI  


(Link: https://aspoitalia.wordpress.com/2017/12/02/quante-stretta-questa-ciambella/)