sabato 18 agosto 2018

Siamo soli nell’universo ?

Secondo i calcoli degli astronomi, ci sono oltre 400 milioni di stelle nella nostra sola galassia, e forse 400 milioni di galassie nell'Universo; è pertanto ragionevole pensare che là fuori, in un cosmo che ha 14 miliardi di anni, esista o sia esistita una civiltà avanzata almeno quanto la nostra.
Ma allora perché non ne abbiamo testimonianza ?
Stephen Webb, fisico e saggista inglese esperto di cosmologia, ha deciso di scrivere un libro su questo argomento, che ha intitolato (citando una celebre “battuta” del fisico italiano Enrico Fermi) "Se l'universo brulica di alieni, dove sono tutti quanti ?".
Il libro, divertente ma rigoroso, raccoglie, presenta ed approfondisce 50 diverse soluzioni al paradosso, fra le tante avanzate nel corso del tempo da scienziati, filosofi, storici ed anche autori di fantascienza.
Quella che segue è la recensione del libro scritta da Giovanni Dall’Orto.
LUMEN


<< Il fatto che questo libro su un tema assolutamente astruso sia arrivato alla terza edizione, mostra come la divulgazione scientifica un suo pubblico ce l'abbia... se solo riesce a perdere la maledetta abitudine italiana di credere che ciò che non annoia il lettore non è vera cultura.

Questo libro non vi annoierà, e se è per questo non vi chiederà neppure d'essere adepti dei culti degli Ufo o ‘raeliani’, e nemmeno, onta suprema, d'essere appassionati di fantascienza (anche se, a dire il vero, qui esserlo aiuta).

Dietro la domanda sbarazzina del titolo (che però viene da uno scienziato del massimo calibro come Enrico Fermi) si cela infatti una riflessione rigorosissima sull'origine della Vita, e soprattutto sul cosiddetto Principio Antropico, che è il vero tema (occulto) del saggio: una di quelle robe che a metterle nel titolo avrebbero ammazzato le vendite prima ancora di uscire dalla tipografia. Invece, messa com'è messa, la cosa è perfettamente digeribile per tutti.

L'autore organizza il suo discorso attorno a 50 possibili risposte. Il numero tondo denuncia subito il carattere "artificiale" della costruzione, che serve fondamentalmente a dare ordine a una materia piuttosto vasta organizzandola in aree tematiche, o se preferite pillole di dimensioni abbastanza piccole per andare giù senza strozzare nessuno.

Ogni pillola sviscera un aspetto scientifico diverso, alcuni dei quali strettamente connessi al problema posto nel titolo ("Esistono e stanno comunicando, ma noi non siamo capaci di riconoscere il segnale come tale"; "Non abbiamo ascoltato abbastanza a lungo") oppure molto lontani, e più legati al discorso più ampio dell'origine della Vita (gli extraterrestri non esistono perché: "La transizione da procarioti e eucarioti non avviene spesso" - "La tettonica a zolle è un fenomeno raro" - "Le ecosfere continue sono troppo sottili" - "La Luna è un unicum"...).

E ovviamente, per ogni risposta è necessario spiegare i concetti sottesi, e così senza accorgercene ci si trova a discutere del ruolo della tettonica a zolle o della Luna sull'evoluzione della vita così come l'ha conosciuta la Terra. Affascinante.

L'autore, che è palesemente un appassionato di fantascienza (il Senso del Cosmico ce l'ha!) alleggerisce la narrazione mescolando alle ipotesi più serie alcune ipotesi spiritose e perfino strampalate (ma trattate con impeccabile approccio scientifico) che sono di casa in questo genere letterario: "Gli alieni non esistono perché sono stati sterminati da berseker", cioè macchinari da guerra sfuggiti al controllo dei creatori, oppure: "Esistono e... siamo noi!".

Questa mescolanza tra serio e faceto riesce a impacchettare una quantità di nozioni scientifiche di tutto rispetto, che il lettore manda giù senza accorgersene, come i bimbi a cui si dice "guarda l'uccellino che vola!" per distrarli e approfittarne per far loro ingollare le pappine più disgustose che la razza umana sia mai riuscita a escogitare. E anche qui: "Guarda il berseker che vola!"... e béccati questa digressione sulla possibilità teorica della "intelligenza artificiale".

La conclusione che dà l'autore, dopo la sua cavalcata tra le ipotesi scientifiche, è che lui personalmente crede che gli alieni non ci hanno mai contattato perché non esistono. La vita autocosciente (che, si noti, non è la stessa cosa della "la vita in sé", che invece potrebbe essere comunissima, ma sotto forma di fanghiglie rosse abbarbicate alle rocce di millanta pianeti alieni) è un evento troppo raro, troppo straordinario, soggetto a casi troppo bizzarri per essere comune.

Tuttavia, la quantità degli elementi esaminati nel libro garantisce che le rispose apodittiche non siano possibili. Le probabilità che la sequenza di eventi necessari alla nascita non solo della vita, ma anche dell'intelligenza, è talmente improbabile da essere in pratica nulla. Eppure abbiamo le prove del fatto che almeno una volta questa impossibilità è diventata realtà. Perché allora non due ? Già, perché no ?

Questo libro mi ha provocato spesso le vertigini, perché ragionare sulle grandezze cosmiche, e sulle scale temporali di miliardi di anni, fa sempre l'effetto di ricordare che razza di minuscole formiche noi siamo in questo smisurato Universo.
La concatenazione dei ragionamenti dell'autore fa anche nascere il dubbio che la risposta ai "perché" che ci poniamo sia fuori dalla portata delle nostre menti come lo sarebbe per una formica capire cosa sia un computer.

Non è che sia impossibile spiegare cosa sia, è solo che in quel cervello lì la spiegazione non entrerà mai. Forse la risposta a "Chi ha creato Dio?" (incidentalmente: Dio è la spiegazione numero 8) esiste, solo che noi non siamo in grado di capirla. E a leggere questo volume, il dubbio torna con una frequenza decisamente fastidiosa. (…)

Il libro, scritto da un fisico, è accessibile a chiunque ami il pensiero scientifico persino nel caso che sia, come lo sono io, un negato totale per la matematica.
È un ottimo lavoro di divulgazione, che per essere apprezzato richiede soltanto un lettore che alzando la testa verso le stelle si sia chiesto almeno una volta non solo cosa siano, ma anche "perché" siano. Certo, ammetto che resterebbe deluso chi lo leggesse perché crede negli Ufo e sta cercando la prova della loro esistenza (su cui il libro non ha nulla da dire, né a favore né contro).

Questo perché si troverebbe di fronte a un libro che alla fin fine non è davvero interessato a rispondere alla domanda: "Perché mai gli Ufo non dovrebbero esistere ?", ma solo a quella, che per me è infinitamente più intrigante, "Perché mai esistiamo noi ?". Se la domanda appassiona anche voi, questo libro non vi deluderà. >>

GIOVANNI DALL’ORTO


(LINK=http://www.giovannidallorto.com/librisaggi/webb/seluniverso.html)


sabato 11 agosto 2018

Il paradosso della tecnologia

Uno dei paradossi dell’uomo moderno è quello di essere figlio inconsapevole di una tecnologia avanzatissima e pervasiva, che però di fatto non conosce.
Al punto da non comprenderla, e neppure apprezzarla come merita.
Quelle che seguono sono alcune considerazioni sull’argomento del sempre bravo e brillante Sergio Ricossa (tratte dalla prefazione di uno dei suoi libri).
Lumen


<< Siamo figli di una civiltà industriale che non conosciamo: viviamo in mezzo a macchine di cui ignoriamo il modo di funzionare, e lavoriamo in una economia che obbedisce a regole sulle quali sappiamo poco o nulla.

Ogni sera decine di milioni di persone guardano un apparecchio, chiamato televisore, che è un perfetto oggetto misterioso: realizza il prodigio di farci vedere quel che sta accadendo magari all'altro capo del mondo, ma non quello di farci chiedere come sia stata possibile l'invenzione della televisione, chi l'abbia concepita, e perché il lusso di possedere una tale scatola magica se lo possano permettere quasi tutti, e non solo pochi privilegiati.

Zworykin, l'uomo che forse più di ogni altro contribuì all'invenzione, è un nome che quasi nessuno ha sentito nominare: a quest'uomo non si innalzano monumenti e non si intitolano vie; i libri di storia generalmente tacciono di lui.

Di conseguenza la nostra civiltà industriale non è nostra affatto, non sentiamo che ci appartenga; la giudichiamo male, ma siamo incapaci di confrontarla sensatamente con le altre diverse; il suo destino, che è vulnerabile, ci lascia indifferenti. Ci comportiamo come se fosse piovuta dal cielo, senza alcuno sforzo nostro o dei nostri avi, quasi dovesse soddisfare un nostro diritto naturale; e pensiamo spesso che, senza alcuno sforzo nostro, abbia l'obbligo di darci sempre di più, sempre di meglio.

Un qualunque intoppo, per esempio un ostacolo ai rifornimenti di petrolio, ci coglie di sorpresa. Un qualunque difetto ci indigna. Perché le paghe non dovrebbero aumentare almeno del 10% all'anno, ogni anno? Perché gli orari di lavoro non dovrebbero diminuire, per lasciar posto a più vacanze retribuite? Perché, insomma, siamo insoddisfatti?

Naturalmente, siamo insoddisfatti, e sempre lo saremo, perché siamo uomini, perché abbiamo dentro di noi un pungolo che nessun altro animale possiede, ed è questo che determina la nostra supremazia fra tutti gli esseri viventi.

Ma c'è modo e modo di reagire, e noi oggi sembriamo voler reagire nel modo peggiore, che è la frustrazione. Sperduti nel labirinto della civiltà industriale, non vogliamo stare fermi e non sappiamo in quale direzione procedere. Ci manca una mappa adeguata del nostro passato, la quale indichi come siamo arrivati qui, a questo punto, ma pretendiamo una impossibile mappa del nostro futuro, e che sia di un solo colore: rosa.

[E’ utile pertanto] guardare indietro nel tempo, non per cercare il segreto della felicità, o per consolarci se troveremo, come troveremo, che i mali di una volta erano sovente peggiori degli attuali, ma per comprendere meglio il presente.

Non sappiamo se i nostri avi erano più o meno felici di noi, ma vivevano molto diversamente da noi. Per secoli, anzi per millenni, la gente comune, la gran massa dei lavoratori, subì le ferree costrizioni di una economia primitiva, preindustriale, che rispetto all'economia industriale appare immobile, stagnante.

Oggi, invece, tutto sembra girare vorticosamente, e ciò basta per darci una ragione del senso di vertigine che proviamo.

Il cambiamento cominciò in Gran Bretagna tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, poi si propagò a gran parte dell'Europa occidentale e dell'America del nord. In Italia bisognò attendere la fine del secolo scorso, e forse addirittura la fine della seconda Guerra Mondiale, perché gli effetti dell'industrializzazione diventassero possenti come altrove.

Tra le due guerre, non lontano da Milano, Torino e Genova, i vertici del nostro "triangolo industriale", non poche famiglie contadine vivevano ancora in condizioni paragonabili a quelle medievali: non avevano l'elettricità, attingevano l'acqua dal pozzo, si scaldavano e cuocevano il cibo con la legna raccolta nel bosco, pativano la fame o la sete se il raccolto del grano o la vendemmia andava male, riservavano le scarpe e la giacca per i giorni di festa, non si allontanavano mai dal villaggio, dove si nasceva, si cresceva, ci si sposava, si invecchiava, si moriva, avevano nel cavallo e nel bue i loro "motori" coi quali risparmiarsi qualche fatica, e ascoltavano le storie della città come leggende di terre lontane.

Due o tre generazioni sono bastate perché modi di vivere millenari scomparissero quasi ovunque, e di essi si perdesse perfino il ricordo. La civiltà industriale ci è piombata addosso con effetti traumatizzanti; siamo sotto shock, abbiamo dimenticato chi eravamo, da dove venivamo, quale sangue ci scorre nelle vene. (…)

E nell’indagare sulle origini della civiltà industriale, sul declino della civiltà agricola, sull'estensione della miseria nell'una e nell'altra, [si potrà riflettere] sulla natura della fatica nell'una e nell'altra, e su quel che si è guadagnato e perso passando dall'una all'altra. >>

SERGIO RICOSSA

sabato 4 agosto 2018

Il genio di Darwin – 7

(Dal libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” – Settima parte. Lumen)


<< Abbiamo lasciato un po' in sospeso il discorso dell'adattamento e del suo ruolo concettuale nell'ambito delle spiegazioni evolutive. Siamo giunti al momento di riprendere le fila del discorso, anche tenendo conto di quanto abbiamo detto.

Il discorso dell'adattamento (adaptation) è talmente chiaro di per sé, che non dovrebbe presentare dei problemi. Tutti gli esseri viventi sono e sono stati adatti alla vita nel loro ambiente, altrimenti non ci sarebbero stati. Si ritiene però generalmente, e niente lo può smentire, che gli organismi che sono venuti dopo in una determinata linea evolutiva siano più adatti dei loro antenati a quel tipo di vita.

Ciò soddisfa la nostra intuizione e ci fornisce una chiave per capire la direzione del processo evolutivo nel suo complesso, chiave ben presente nella mente di Darwin e per nulla da lui disdegnata. È proprio da queste premesse che nasce la frase: «La selezione naturale seleziona gli individui più adatti».

Fin qui tutto bene. Il problema nasce quando si tenta di dare una formulazione scientifica a queste impressioni e a queste affermazioni. Ricapitoliamo.

Va detto innanzitutto che la constatazione dell'adattamento di una struttura o di un comportamento a un certo ambiente può essere effettuata solo a posteriori. Noi riscontriamo un adattamento osservando che quel particolare organismo che vive in un dato ambiente ha escogitato quel determinato trucco.

Non possiamo conoscere nei dettagli come era quell'organismo prima di adattarsi a quell'ambiente e soprattutto non sappiamo se avrebbe potuto adattarsi anche meglio sviluppando altre caratteristiche strutturali o comportamentali. Quindi l'adattamento è una realtà riconoscibile solo a posteriori, sulla base di un'interpretazione.

In secondo luogo, allo stesso ambiente ci si può adattare in mille modi diversi. Noi osserviamo quindi alcune forme di adattamento, non l' adattamento. Alle condizioni di una certa zona desertica si sono adattate certe piante, certi rettili, certi insetti, certi uccelli e perfino certi piccoli mammiferi, senza che si possa dire chi si sia adattato meglio o quale sia il trucco più riuscito e soprattutto se si sarebbe potuto escogitare qualcosa di ancora migliore.

L'adattamento quindi non è assoluto ma relativo a certe condizioni: date certe condizioni ambientali e biologiche di partenza — essere un rettile, un insetto o una pianta con certe caratteristiche — si riscontra o meno un buon adattamento.

In terzo luogo, il grado di adattamento non si può misurare e neppure comparare: si tratta in sostanza di un parametro isolato e qualitativo. Non si può affermare che una struttura o un comportamento sono meglio adattati di altri, sia che questi ultimi siano presenti nella stessa specie sia in organismi di altre specie.

Al massimo si può affermare che un organismo che sta invadendo un nuovo ambiente è per il momento molto male adattato a certe caratteristiche di quell'ambiente. È molto probabile per esempio che un dromedario o un'ara avrebbero qualche difficoltà a vivere in Antartide. È più facile in sostanza riscontrare o sottolineare un non-adattamento che il contrario.

Ci dobbiamo quindi accontentare di una definizione intuitiva e approssimata di adattamento. In questa luce è decisamente inappropriata, come abbiamo visto, quella formulazione ingenua dell'evoluzionismo darwiniano secondo la quale la selezione naturale favorirebbe gli individui più adatti. Anche se alla fine il significato è quello, questa formulazione non soddisfa alcun criterio di scientificità e non ha nessun valore predittivo.

Si tratta di un'affermazione di grande effetto ma di natura intrinsecamente circolare. Come faccio infatti a sapere chi sono i più adatti se non osservando quegli individui che sono stati selezionati? Come faccio a distinguere gli adatti dai più adatti? Come faccio infine a comparare il grado di adattamento delle due sottospecie che così di frequente la selezione naturale finisce per sostituire a una data specie?

Questa formulazione avrebbe un significato non ambiguo solo se disponessimo di un criterio indipendente, e magari quantitativo, per valutare il grado di adattamento a determinate condizioni ambientali di una struttura o di una funzione, ma questo criterio, almeno per il momento, non esiste.

La formulazione corretta, anche se certamente meno soddisfacente dal punto di vista psicologico, è quella secondo cui la selezione naturale favorisce preferenzialmente alcuni individui di una data specie rispetto ad altri. Negli individui che la selezione ha favorito possiamo riconoscere alcuni tratti di un buon adattamento a quell'ambiente, ma anche altri che difficilmente potrebbero essere definiti tali. La selezione infatti opera sugli individui nel loro complesso, non sui singoli tratti biologici.

La formulazione più corretta potrebbe quindi essere: la selezione naturale assegna una capacità riproduttiva differenziale ai vari tipi di individui presenti in ogni istante all'interno di una data popolazione. Secondo la visione corrente, tutto il resto deriva da questa azione selettiva differenziale.

A parte questa formulazione comune, più cauta e fondamentalmente inoppugnabile, occorre dire che non tutti sono d'accordo riguardo a una svalutazione del concetto di adattamento biologico. Alcuni naturalisti, soprattutto di lingua e tradizione anglosassone, attribuiscono tutt'oggi una notevole importanza al concetto di adattamento e vengono di solito definiti adattamentisti o iper-adattamentisti.

A rigore, insomma, non esistono neppure i geni per fare le gambe, le mani o quelli per fare le antenne, contrariamente a quanto abbiamo detto in precedenza. Il singolo gene ignora, per così dire, ciò che è destinato a fare. È lì per sintetizzare il suo prodotto e basta. Se questo verrà utilizzato per produrre una struttura biologica oppure un'altra, non lo riguarda affatto.

Innanzitutto perché i prodotti di un gene possono essere utilizzati per la costruzione di un certo numero di strutture biologiche diverse nello stesso organismo. E, in secondo luogo, perché lo stesso gene può entrare nella costruzione di strutture biologiche diverse in specie differenti. Quello che cambia da una specie all'altra è la regia, non gli attori, che sono invece notevolmente conservati.

Di recente ha sollevato un certo scalpore la notizia che le spugne, che sono fra gli organismi più primitivi e che vivono in colonie, possiedono alcune proteine molto simili a quelle utilizzate nel sistema nervoso degli animali superiori per far funzionare le sinapsi, le minuscole connessioni dei nervi tra di loro. Nelle spugne, però, le proteine in questione sembrano compiere una funzione assai differente: regolare o meno l'adesione di una cellula all'altra nello sviluppo di una colonia.

A parte il fatto che, dal punto di vista astratto, le due funzioni non sono poi così differenti – in un caso come nell'altro si tratta di riconoscere e discriminare, una funzione fondamentale per la vita nel suo complesso –, che cosa c'è di strano in questa interessante scoperta?

La chiave per comprendere il fenomeno è tutto sommato molto semplice: i geni in questione non producono né strutture di riconoscimento fra cellule di spugna né complessi sinaptici di animali superiori; si limitano semplicemente a produrre il loro prodotto, che può essere utilizzato per questo oppure per quel fine. Il fatto è che la vita, in tutte le sue manifestazioni, dalla replicazione dei virus all'intelligenza e al pensiero, è di natura intrinsecamente e inesorabilmente molecolare.

Perché pensare che la replicazione cellulare e la digestione siano fenomeni molecolari, mentre la memoria e la creatività no? Gli attori sono sempre gli stessi. Inconsapevoli nel senso più metaforico del termine. Le molecole si aggregano, si parlano, si separano, che si tratti di spugne o di Mammiferi, di aggregazione cellulare o della risoluzione di un problema. La differenza non risiede nella natura intrinseca di questi fenomeni, ma nel nostro modo di considerarli. >>

EDOARDO BONCINELLI

(continua)

venerdì 27 luglio 2018

Considerazioni sulla Legittima Difesa

Io sono un tipo tranquillo e pacifico, ed anche, in linea di massima, un sincero pacifista, ma sulla legittima difesa mi trovo in sintonia con Lorenzo Celsi, di cui riporto alcune brevi considerazioni sull’argomento (dal suo blog). Lumen


<< Un signore ha sparato ad un ladro albanese con precedenti, già espulso nel 2013, introdottosi in casa sua e l'ha ucciso [il post è dell’ottobre 2015 - NdL]. Articoloni sui giornaloni, dibattiti televisivi. Io faccio due domande:

a - Se partiamo dal presupposto che l'uso delle armi è sempre illecito, perché si possono legalmente detenere? Viceversa, se si possono legalmente detenere armi, perché non si possono adoperare? Non mi rispondete con una scemenza come l'idea che le armi abbiano solo la funzione di deterrente, cioè che si debbano solo mostrare, ma non usare per lo scopo per cui sono progettate, cioè fare a pezzi la gente.

b - Tutte le discussioni del mondo non tengono conto di una constatazione elementare: lo stato mentale in cui si trova una persona che affronta un intruso in casa propria non è quello di un filosofo che specula sull'essere e sul divenire, è lo stato mentale di un animale minacciato nella sua tana, con le spalle al muro.

Il tipo di lotta che si scatena in quelle condizioni non ha regole e mezze misure, non è un incontro sportivo, è una guerra, una lotta ancestrale per vivere o morire. Quindi, che senso ha andare ad esaminare gli eventi, cosa si sarebbe potuto fare o non fare?

Eccesso di legittima difesa. Chi misura di quanto si è esagerato? E' chiaro che soppesare gli eventi con distacco, in un'altra sede, offre un quadro completamente diverso rispetto alla percezione che ha una persona che si sente minacciata. Possiamo discutere sul fatto che la percezione della minaccia sia più o meno adeguata o sul fatto che sia abnorme. Ma con che criterio lo possiamo stabilire?

Guardavo prima le fotografie di un soldato israeliano che viene aggredito da un uomo con un coltello e un suo commilitone che interviene per difenderlo. Qualcuno pensa che quel soldato si sia fermato a valutare quanto letale avrebbe dovuto essere la sua reazione? O ha semplicemente puntato il fucile e abbattuto l'aggressore in modo convulso, istintivo?

Su Internet ci sono non so quanti filmati in cui ufficiali di Polizia americani scaricano decine di proiettili sui "sospetti" e noi pretendiamo che un signore senza alcun addestramento, nella condizione di non potere fuggire di fronte ad un intruso potenzialmente pericoloso, segua la procedura dello "altolà chi va là"?

Per cui, va bene che chi di dovere indaghi su eventuali abusi ma secondo me è una di quelle situazioni totalmente irrazionali dove cercare una logica, una ragione, è solo un esercizio di stile.

Io non voglio avere un'arma perché l'unica ragione per possedere un'arma è per usarla. Ma conosco qualcuno che dopo avere ricevuto delle visite notturne in giardino, ha dormito con un piccone di fianco al letto. Anche usando un piccone si fanno dei danni mica da ridere. >>


<< Il punto che vorrei sottolineare è che il concetto di "legittima difesa" è privo di senso. In sostanza si fonda sulla idea che tu devi reagire nella esatta proporzione del danno che ti viene arrecato. Se uno ruba in casa tua tu dovresti rubare in casa sua, se uno ti picchia con un bastone tu dovresti dargli col bastone, solo se uno ti spara tu gli puoi sparare a tua volta, ovviamente solo dopo che questi ha esploso il primo colpo.

Quindi, se una persona detiene un'arma da fuoco, sa che l'unico caso in cui è legittimato ad usarla è quando qualcuno gli spara addosso con un'arma analoga. Se per ipotesi ti venisse contro un tizio con un bastone e tu gli sparassi, sarebbe sempre "eccesso di legittima difesa".

Per inciso questo modo di pensare non si applica solo alle regole della convivenza civile ma viene spesso usato anche per definire le cosiddette "regole di ingaggio" dei militari. Capita infatti che i soldati incaricati di "pacificare" un certo luogo siano autorizzati ad usare le armi solo se vengono attaccati direttamente con le armi.

La conseguenza è che se vedono qualcuno che compie un qualsiasi crimine, di fatto non sono autorizzati ad intervenire se non con manganelli e lacrimogeni, strumenti poco adatti in certi contesti per dissuadere dei massacratori. Ci sono stati casi famosi in cui premesse illogiche hanno condotto ad esiti privi di senso, per esempio la disastrosa missione in Somalia. >>


<< La "giustizia" [penale] ha due caratteristiche:
1 - è discrezionale. Cioè a seconda di chi ti giudica ed a seconda di chi conosci, chi sei, la giustizia segue un corso completamente differente.

2 - rispecchia la "morale" di un dato momento. Nel nostro specifico catto-comunista il criminale, a maggior ragione se straniero, è vittima delle circostanze che lo vedono emarginato da una società ingiusta ed egoista. La vittima invece è colpevole di essere ingiusto ed egoista perché non accoglie il criminale in un abbraccio, oltre ad essere colpevole a prescindere del crimine di possedere dei beni e in generale di razzismo imperialista.

La maggior parte dei ladri sono pluri-pregiudicati e gli stranieri spesso rimangono sul territorio nazionale anche dopo il decreto di espulsione, oppure ritornano. E' risaputo che molti di questi vengono in Italia perché sanno che possono beneficiare di una legislazione e di una prassi giudiziaria particolarmente favorevole. >>

LORENZO CELSI


(LINK=http://eldalie.blogspot.it/2015/10/sulla-legittima-difesa.html)

venerdì 20 luglio 2018

Varie ed eventuali - XXXIX

DEBITO PUBBLICO
Il debito pubblico è un fardello che colpisce praticamente tutti gli Stati.
Molte persone di buon senso si chiedono pertanto: ma perché uno Stato deve finanziarsi con il debito ? Perché non può semplicemente spendere nei limiti di quello che incassa (per imposte od altro) ?
La domanda, di per sé, è ineccepibile, ma ha una risposta abbastanza semplice.
Il “debito” infatti, come tutti gli strumenti dell’economia, comporta sia dei vantaggi che degli svantaggi.
Il “debito pubblico”, però, ha una caratteristica particolare che lo rende diverso dal debito privato: e cioè che coloro che decidono di avvalersene, ovvero i politici, possono godere dei suoi vantaggi (sotto vari aspetti), ma non ne pagano gli svantaggi.
E se per loro, è un 'gioco' solo positivo, non si vede perché non dovrebbero approfittarne.
Poi si potrebbero analizzare i motivi storici per cui i primi Stati hanno incominciato a fare i debiti (in genere per qualche guerra), ma non avrebbe molta importanza.
LUMEN


SALVARE LA FACCIA
Spesso le crisi internazionali precipitano perché le parti, passo dopo passo, hanno finito per superare il punto di non ritorno e si trovano in una situazione di stallo, molto difficile da gestire sotto il profilo dell'immagine.
A quel punto, se non si trovano delle soluzioni win-win, che spesso semplicemente non esistono, una delle 2 parti sarà costretta a fare marcia indietro, pendendoci la faccia.
E questa, per un politico, è la cosa peggiore di tutte.
Io credo che moltissime delle tragedie più gravi della storia siano derivate proprio da questo fenomeno: nessuno dei potenti in ballo voleva tirarsi indietro, ed era pronto a sacrificare il suo popolo per non perdere la propria faccia (che poi magari perdeva lo stesso, insieme alla testa, ma questo è un altro discorso).
LUMEN


COMUNISMO
A coloro che sono stati comunisti convinti per tutta la vita non posso che rimproverare un errore fondamentale, che mi rende inaccettabile tutto il loro sistema di pensiero: i comunisti non volevano cambiare il mondo (la società), volevano cambiare l'umanità.
E siccome la cosa è assolutamente impossibile, non si trattava di un errore politico ma semplicemente di un errore antropologico, una cosa inaccettabile per gente che - almeno ai vertici - non era sicuramente ignorante, ma, anzi, era colta ed informata e si basava su un sistema di analisi storica, il famoso “materialismo marxista”, sicuramente di alto livello.
Ma le carenze di comprensione dei meccanismi "biologico-genetici" che guidano gli uomini hanno finito per rovinare tutto, portando, per inevitabile conseguenza, alle sofferenze ed alle tragedie che ben conosciamo.
Questo ovviamente vale per quelli che erano in buona fede.
Poi, invece, c'erano quelli in malafede, che usavano l'ideologia marxista solo per raggiungere il potere e conservarlo. Ma questa è una cosa del tutto diversa.
LUMEN


SCHERZA COI FANTI
Tutti sappiamo che i vari corpi militari hanno le loro peculiari caratteristiche, in genere di origine storica, e che il loro nome ci aiuta a comprenderle.
Possiamo pertanto arguire che i Carabinieri avessero le carabine, i Lancieri le lance, i Moschettieri i moschetti, e così via.
Ma per i Bersaglieri, come la mettiamo ?
Non è che li mandassero in guerra per fare da... “bersaglio” ?
LUMEN


MISTERI TEOLOGICI
Qualcuno ha detto che l’epigramma è il componimento che può provocare il maggior numero di nemici con il minor numero di parole.
Parafrasando questo aforisma, si può dire che i misteri teologici sono le affermazioni che possono contenere il maggior numero di sciocchezze nel minor numero di parole.
Gli esempi non mancano, ma il mio preferito è il (giustamente) famoso verso di Dante che, riferendosi alla Madonna, la definisce “vergine madre, figlia del tuo figlio”.
Il verso, in sé, è bellissimo, ma l’affermazione è doppiamente assurda, perché se Maria è madre non può essere vergine, e se ha un figlio questo non può essere anche suo padre.
Ma queste sono le prodezze della teologia: e due assurdità in un verso solo non sono un’impresa da poco.
LUMEN


OBBIEDIENZA E PROGRESSO
<< La scuola è fondata sull’obbedienza al maestro, in tutti i sensi.
Ciò che il maestro fa è giusto, ciò che insegna è “vero”, ciò che egli dichiara sbagliato è sbagliato, e ciò che egli dichiara male è male.
Ma, se si prendessero veramente sul serio queste regole, non ci sarebbe progresso.
E infatti quando l’umanità, abbagliata dal genio di Aristotele, non ha osato contestarlo per secoli, per secoli non si sono avuti grandi progressi.
È stato soltanto quando Galileo ha “mancato di rispetto” ad Aristotele, non badando a ciò che “ipse dixit”, e preferendo il risultato dell’esperimento alla teoria, che è nata la scienza moderna.
Ecco perché si può affermare che né l’obbedienza né la disobbedienza sono costantemente virtù o vizi. >>
GIANNI PARDO

sabato 14 luglio 2018

I giganti della fede - Padre Pio

Come il cristianesimo mondiale annovera, tra le sue icone moderne, la famosa Madre Teresa di Calcutta, così i fedeli italiani hanno trovato un nuovo oggetto di culto nell’altrettanto noto (almeno in Italia) Padre Pio di Pietralcina.
Ed anche in questo caso – guarda la combinazione – si tratta di un personaggio molto discusso e chiacchierato, come ci racconta questo interessante articolo di Davide M. De Luca, tratto dal sito ‘Il Post’.
LUMEN


<< Padre Pio nacque col nome di Francesco Forgione nel 1887. Entrò in seminario a 16 anni e dopo essere diventato frate cappuccino – cioè di ispirazione francescana, semplificando molto – si guadagnò una notevole fama di guaritore. Finché era in vita, San Pio fu quasi sempre guardato con sospetto dalle gerarchie vaticane e per lungo tempo venne considerato una specie di impostore.

Ma al momento della sua morte, avvenuta il 23 settembre 1968 nel convento di San Giovanni Rotondo dal quale non si era quasi mai allontanato, Padre Pio era il sacerdote più popolare d’Italia e l’unico azionista del più grande ospedale del sud Italia. Nel frattempo era anche passato indenne attraverso accuse di rapporti intimi con alcune sue collaboratrici e di frode, e attraverso sospetti di aver avuto a che fare con uomini d’affari parecchio controversi.

Per i suoi molti sostenitori, Padre Pio fu sempre perseguitato ingiustamente. Il suo processo di canonizzazione è proseguito lentamente e soltanto nel 2002 papa Giovanni Paolo II, già gravemente malato, lo proclamò santo. Oggi i dubbi su San Pio sembrano in gran parte dimenticati dall’opinione pubblica cattolica. Eppure pochi anni fa un libro che divenne in breve tempo un caso letterario riaprì il dibattito su San Pio.

Nel 2007 Sergio Luzzatto, professore di storia moderna all’università di Torino, pubblicò il libro “Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento. La verità sul frate delle stimmate” in cui erano contenuti nuovi indizi che sembravano corroborare la tesi della frode. Luzzatto è stato il primo storico ad avere pieno accesso ai documenti che la Chiesa raccolse negli anni su Padre Pio.

Nella sua ricerca Luzzatto trovò un foglietto scritto da Padre Pio in cui lui chiedeva a una sua amica di procurargli in segreto “due o trecento grammi di acido fenico”, una sostanza in grado di tenere aperte le ferite come quelle che padre Pio aveva quasi sempre sui palmi delle mani: le cosiddette “stimmate” – cioè fondamentalmente dei buchi nelle mani identici a quelli che secondo i Vangeli Gesù Cristo subì sulla croce, e che fra i cattolici si associano comunemente alla santità – che insieme al suo carisma e alla sua fama di guaritore gli avevano procurato un seguito immenso.

All’epoca, come succede ancora oggi, la Chiesa Cattolica era molto prudente nel riconoscere accadimenti miracolosi, che se smentiti o smascherati come frodi rischiavano di esporla alle critiche e accuse di complicità. Il Vaticano inviò ispettori e condusse indagini diverse volte nel corso della vita di Padre Pio. E spesso i risultati furono poco favorevoli al frate di San Giovanni Rotondo.

Che Padre Pio trafficasse con acidi e sostanze chimiche, il Sant’Uffizio (l’organo della chiesa allora incaricato di indagare sui fenomeni ritenuti soprannaturali) lo sapeva fin dagli anni Venti. Due testimoni, interrogati dal vescovo di Manfredonia, uno dei più irriducibili critici di Padre Pio, riferirono che in passato Padre Pio aveva fatto richiesta di simili sostanze, spesso chiedendo esplicitamente che la loro consegna fosse nascosta ai confratelli che abitavano con lui.

Questi indizi emersero durante le prime indagini che furono ordinate dalla gerarchia vaticana non appena Padre Pio iniziò a diventare famoso come guaritore, negli ultimi anni della Prima guerra mondiale; un periodo in cui a causa della guerra e dell’epidemia di influenza spagnola la fede cattolica aveva avuto un’improvvisa rinascita.

Alcune ispezioni compiute nel 1920 furono particolarmente severe: Padre Pio venne interrogato più volte dagli inviati del Sant’Uffizio proprio a proposito dell’acido fenico. Pio spiegò che aveva ordinato le sostanze chimiche per disinfettare alcune siringhe e per fare scherzi agli altri frati. (…) Ma le spiegazioni non convinsero gli inquisitori inviati da Roma e papa Pio XI ordinò che il frate venisse sospeso dal servizio.

La sospensione fu ritirata nel 1933 e quando nel 1939 diventò papa Pio XII, il culto di Padre Pio venne per la prima volta apprezzato e incoraggiato dal Vaticano. Negli anni del fascismo la sua fama crebbe ulteriormente. Maria José di Savoia, moglie dell’erede al trono Umberto, si fece fotografare con lui nel 1938, e in quegli anni Padre Pio fu visitato da molti altri personaggi importanti come re e gerarchi fascisti.

I rapporti di Padre Pio con il fascismo sono un altro punto controverso della sua carriera. Secondo i suoi sostenitori, non fu mai un “complice” più di quanto lo fosse il resto della Chiesa, e in alcune occasioni fu critico verso il regime. Secondo altri, pur non essendo un vero fascista, strinse accordi soprattutto con i dirigenti del partito fascista locale. Di certo c’è che le prime due biografie sul frate vennero stampate dalla casa editrice ufficiale del partito fascista.

Dopo la guerra, Padre Pio iniziò la costruzione della Casa sollievo della sofferenza, quello che nel giro di pochi anni sarebbe diventato l’ospedale più grande di tutto il sud Italia: ne era l’unico azionista e per dispensa papale unico proprietario della struttura e delle migliaia di donazioni che riceveva.

L’ospedale e le fortune di Padre Pio finirono coinvolte in casi di truffa e altre operazioni poco trasparenti, ma Padre Pio in persona non fu accusato di essere corrotto, e nonostante fosse un uomo molto ricco continuò a vivere nella cella del convento di San Giovanni Rotondo, circondato dalla cerchia di fedeli che lo seguiva oramai da decenni.

Proprio alcuni di questi fedeli, un gruppo di quattro donne che erano tra i suoi più stretti collaboratori, divennero la causa di un altro scandalo fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Padre Pio venne registrato di nascosto mentre parlava con alcune di loro e dalla registrazione sembrò che scambiasse con loro delle effusioni sessuali.

Il caso fu riferito a papa Giovanni XXIII, che aveva già sentito diverse critiche nei confronti del sacerdote e che da sempre era scettico sulla sua figura. Il papa definì Padre Pio “un idolo di stoppa” e in un appunto preso nel 1960 scrisse che i dubbi attorno alla sua figura facevano pensare a «un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente».

Il caso specifico, però, si sgonfiò presto. I difensori di Padre Pio spiegarono che quei suoni non erano altro che il rumore di un energico baciamano da parte delle fedeli. Il sacerdote, dissero, aveva oramai 75 anni e difficilmente si sarebbe potuto impegnare in “altre attività”.

Giovanni XXIII continuò a restare scettico nei confronti del frate, ma non portò avanti altre punizioni o indagini nei suoi confronti. Il suo successore, Paolo VI, gli fu invece molto più favorevole, mentre Giovanni Paolo I, diventato papa dieci anni dopo la morte del frate, fu in qualche misura più freddo nei confronti del suo culto.

In altre parole, le fortune di Padre Pio in Vaticano sembravano seguire l’inclinazione dei papi. Quelli più aperti e modernisti considerarono quasi sempre il frate come una specie di “idolo”, nel migliore dei casi, o come un truffatore, nel peggiore. I papi più legati alla religione popolare e carismatica videro in lui e nel suo culto un modo per diffondere il messaggio della Chiesa.

Padre Pio morì di morte naturale il 23 settembre 1968: aveva 81 anni. >>

IL POST


(LINK=https://www.ilpost.it/2016/02/07/padre-pio/)


sabato 7 luglio 2018

Il genio di Darwin – 6

(Dal libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” – Sesta parte. Lumen)


<< Uno degli effetti non secondari di tutte queste scoperte [nel campo della genetica e dell’embriologia - NdL] è quello di aver ispirato nei biologi la nuova consapevolezza che spesso non sono gli individui a evolvere, ma i processi di sviluppo.

Quasi nessun individuo nasce infatti adulto, ma lo diventa e, nel cammino verso questo stadio, lo sviluppo ontogenetico – tutto ciò che accade nel periodo che intercorre tra la fecondazione e lo stadio adulto – può prendere diverse strade.

Oggi possiamo sostenere senza timore di smentita che la teoria evolutiva degli organismi pluri-cellulari tratta innanzitutto dell'evoluzione dei processi di sviluppo degli esseri in questione.

Non è un caso quindi che si sia venuta a imporre di recente una nuova disciplina, molto di moda negli ultimi tempi, che prende il nome di Evo-Devo, una contrazione di Evolutionary Developmental Biology, ovvero una biologia dello sviluppo studiata sotto il profilo evoluzionistico. Si tratta di una scienza che si propone di indagare contemporaneamente lo sviluppo embrionale e l'evoluzione in un unico contesto disciplinare.

In teoria si sarebbe dovuto procedere in questa direzione da sempre, poiché l'evoluzione riguarda lo sviluppo, ma lo studio dello sviluppo embrionale presenta delle difficoltà che solo di recente si sono potute aggirare. L'uomo, poi ama coniare nuovi termini e così è nata questa nuova disciplina.

Oggi non esiste comunque uno studio embriologico che non rientri o non possa rientrare nell'ambito dell' Evo-Devo. Come tutte le mode, questa gode forse di una considerazione esagerata, ma sicuramente è molto produttivo pensare in termini di evoluzione e sviluppo o di evoluzione dello sviluppo.

A seguito delle critiche scientifiche alla teoria dell'evoluzione, poi metabolizzate, e delle continue clamorose scoperte nel campo della genetica, della biologia dello sviluppo e molecolare, ma anche della zoologia, della botanica e dell'ecologia, ha preso corpo una proposta scientifica che oggi ci sembra l'unica valida e che possiamo chiamare neodarwinismo contemporaneo.

Si tratta di una teoria che da quindici anni circa si è stabilizzata e di cui possiamo finalmente esporre i punti fondamentali, anche se non è questa la sede per addentrarsi troppo a fondo nella sua articolazione.

L'intera situazione può essere facilmente riassunta con una considerazione di carattere generale: se la teoria di Darwin e le sue prime varianti risultavano assai difficili da accettare perché conferivano al caso e a eventi casuali un'importanza secondo molti esagerata, il moderno neo-darwinismo ha finito per assegnare al caso un ruolo ancora maggiore, così che questo è divenuto protagonista assoluto della vicenda evolutiva.

Abbiamo già avuto modo di definire cosa si intende con il termine caso. Vediamo quindi più specificamente di che cosa stiamo parlando e come il caso entri di diritto in molte, moltissime vicende evolutive.

Se i capisaldi della moderna teoria dell'evoluzione rimangono infatti ancora oggi quelli della proposta originaria di Darwin, ci si rende conto con sempre maggior evidenza del fatto che la vita non si sarebbe evoluta, e non apparirebbe come è, se non ci fossero stati nei secoli e nei millenni grandissimi sconvolgimenti di natura essenzialmente casuale, che possiamo assegnare ad almeno tre grandi categorie: quelli non biologici, quelli biologici esterni e quelli genetici o biologici interni. >>

EDOARDO BONCINELLI

(continua)