sabato 16 marzo 2019

Troppa empatia - 2

Si conclude qui l’articolo-recensione di Michele Silenzi sui limiti dell’empatia. LUMEN


(seconda parte)

<< La parte emozionale degli individui, la loro sensibilità, è stata posta al centro del villaggio occidentale non come una delle tante componenti importanti dell’uomo ma come la sua componente più importante, come ciò che rende un uomo un uomo. E’ stata concessa un’esacerbante importanza all’aspetto emozionale. Ma come si è venuta a creare questa necessità parossistica di buoni sentimenti?

Questa idea che ogni uomo debba essere in grado di sentire la sofferenza degli altri e quindi assumerla su di sé e, addirittura, agire in base a questo tipo di sentimento come guida morale? L’unico che potrebbe assumersi un ruolo del genere sarebbe Dio, un essere onnicomprensivo che tutto riconduce a sè e da cui tutto si emana.

Questo tipo di approccio iper-sentimentale ha a che fare con la nostra fragilità spirituale, con la scomparsa di un sostrato di riferimento condiviso e vero su cui basare le nostre azioni. Uno non dovrebbe mai stancarsi di rileggere la citazione di Benedetto XVI in cui dice “senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo”. E’ una delle frasi più importanti e coraggiose della nostra epoca. Scomparso il sostrato di riferimento, la ragione ci sembra insufficiente e allora fondiamo le nostre azioni sul terreno melmoso dei buoni sentimenti.

Questa mania dell’empatia ha quindi anche a che fare con il peso esacerbante dato proprio al ruolo di un uomo, di un individuo, che non sente più nulla di grande sopra di sé a trarlo verso l’alto né nulla di stabile sotto di sé a sostenerlo ed elevarlo ma soltanto la pura contingenza. L’uomo occidentale cerca di colmare questo vuoto con un insostenibile aspetto emozionale in cui far convergere e soddisfare le altre mancanze. Ma tutto questo è impossibile.

Come ha ripetuto con ironia Elmar Salmann, alla fine di una conferenza tenuta davanti a un gruppo di economisti e industriali, “Dio esiste e non sei tu quindi rilassati”. Tutto ciò che l’uomo può fare all’interno di un orizzonte limitato come il suo, limitato sia per risorse emozionali e intellettuali che economiche, è cercare di massimizzare la propria azione all’interno di una morale compassionevole e razionale.

L’empatia, purtroppo, oltre a non essere un fondamento per la morale spesso la erode. E’ l’empatia che invade il nostro spirito e distrugge ogni capacità di giudizio oggettivo e di elaborazione morale portando le nostre azioni lontano da ciò che sarebbe giusto e vero. L’empatia può generare un’ubriacatura emotiva che impedisce e corrode persino la capacità di azione. E’ infatti evidente che, assorbendo troppo le sofferenze degli altri, si rischia di diventare incapace di prestare aiuto perché raggiungere risultati positivi nel lungo periodo spesso implica dolore nel breve.

Come detto prima, l’empatia è il fattore determinante nel favorire il processo d’identificazione. “I am the man, I suffered, I was there”. Non è da escludere che un grande spirito artistico, come quello di Walt Whitman in questo caso, possa sentire in alcuni momenti questa sensazione di comunione empatica universale.

Ma sono momenti e casi specialissimi, non è questo l’ordinario, non è questa una ricetta da adottare per la nostra condotta quotidiana ed è tanto meno un fondamento morale o un programma di azione politica e sociale. I processi d’identificazione sono un’illusione sentimentale. Nessuno di noi è un bambino affamato dell’Africa profonda, un orfano che vive mendicando per le strade di Phnom Penh o una famiglia siriana. 

Quello che possiamo e dobbiamo fare, invece, è comprendere razionalmente e provare a trovare soluzioni utili e reali. Non c’è bisogno d’identificazione, anche perché è impossibile, ma di comprensione realistica e lucida. L’empatia, l’illusione identificatoria, non aiutano a fare altro che a sentirci meglio, a sentirci buoni e bravi, e a confondere le idee.

In conclusione, Bloom ci tiene a ribadire che avere un alto grado di empatia non rende una persona migliore rispetto a un’altra che ne ha di meno. Ci sono intere ricerche dedicate, per esempio, alla capacità dei criminali più efferati di riuscire a commettere le peggiori nefandezze proprio perché in grado di entrare in empatia con l’altro, con la vittima, di leggergli dentro e di manipolarlo. Questo vale tanto nel piccolo, quanto nel grande per i dittatori e i demagoghi. I comportamenti positivi, razionali e moralmente giusti sono, invece, relazionati alla compassione e alla capacità di curarsi degli altri.

L’alternativa all’empatia, scrive Bloom, è quindi quella della compassione razionale, dell’interessamento al miglioramento della condizione di chi soffre e della gentilezza in una prospettiva che sia accettabile, sostenibile e lucida nel lungo periodo. Questo è ciò che possiamo fare e che ci permette una visione e una capacità di azione ragionevoli e non obnubilate dall’ubriacatura dell’identificazione empatica con l’altro. I comportamenti dettati dall’empatia sono troppo esacerbanti e l’identificazione empatica tende a portare, nel migliore dei casi, all’inazione.

Tutti i grandi raggiungimenti sociali dall’uomo, il superamento dei pregiudizi nei confronti degli altri, la tolleranza, la comprensione di chi è diverso non è stata raggiunto attraverso un’empatia impossibile con chi è radicalmente distante da noi, ma grazie alla comprensione razionale, allo studio e alla compassione. >>

MICHELE SILENZI


(LINK=https://www.ilfoglio.it/politica/2017/09/09/news/piu-cervello-meno-cuore-151496/)

venerdì 8 marzo 2019

Troppa empatia - 1

Si può affermare che le società umane diventano sempre più civili, man mano che si diffondono i principi dell’empatia, cioè di quell’approccio psicologico che ci spinge ad aiutare il prossimo anche in assenza di un imperativo genetico.
Ma di troppa empatia una società può anche morire, e ciò avviene quando l’empatia si trasforma in ‘buonismo’, un meccanismo mentale che – pur con le migliori intenzioni - impedisce una visione complessiva dei problemi e rende quindi più difficile elaborare soluzioni lungimiranti e realmente efficaci.
Agli eccessi dell’empatia è dedicata questo lungo articolo di Michele Silenzi (tratto da Il Foglio) che recensisce un libro di Paul Bloom. LUMEN


(prima parte)

<< "Il più grande deficit che abbiamo nella società e nel mondo in questo momento, è un deficit di empatia. Abbiamo un grande bisogno di persone che siano in grado di stare nei panni di qualcun altro e vedere il mondo attraverso i loro occhi”. Così parlò Barack Obama.

Dovunque ci si giri, qualsiasi cosa si legga sui giornali, nei libri o si ascolti ai telegiornali, qualsiasi rapporto umano tra due o più persone, in ogni cosa risuona questa parola: empatia. Sembra non essercene mai a sufficienza. Come Cerbero, anche l’empatia ogni volta che la si sfama, che la si soddisfa, sembra avere “più fame che pria”. Viviamo nell’èra dell’empatia, di continuo ci viene predicato di vedere il nostro volto in quello dell’altro, di identificarci con tutto il mondo e con tutte le persone del mondo, eppure non ne abbiamo mai abbastanza.

Un celebre psicologo di Yale, Paul Bloom, in un libro uscito di recente “Against Empathy: The case for rational compassion”, si è imbarcato nell’impresa di dimostrare come l’empatia sia una pessima guida morale e di come andrebbe arginata attraverso la ragione. Più cervello, meno cuore. E anche il cuore ne beneficerà. Bloom intende empatia nel suo concetto più ampio, ovvero la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di sentire quello che l’altro sente. E il punto essenziale, che l’autore mette in chiaro sin da subito, è che al massimo noi siamo in grado di riflettere i sentimenti degli altri, ma non di sentirli come nostri, “il soffrire empatico è diverso dal soffrire reale” generando conseguenze che, tra questi due aspetti, non sono neppure paragonabili.

Il libro riconosce all’empatia un aspetto positivo nella fruizione dell’arte e, talvolta, nei rapporti intimi. Il problema si pone, invece, quando l’empatia viene usata per capire e prendere decisioni attorno a casi più complessi, che sono poi i casi politici, sociali, economici. Bloom paragona l’empatia alle bibite gassate e dolciastre, allettanti e deliziose ma dannose. L’empatia genera spesso piacere grazie al coinvolgimento che ci fa sentire con gli altri, genera benessere perché ci fa sentire buoni e perché stimola la nostra interiorità, ma è tutt’altro che una valida guida morale. Ci porta spesso a emettere giudizi sciocchi e a fare scelte politiche irrazionali e ingiuste.

Uno degli argomenti solitamente più forti a sostegno dell’empatia è che ci renderebbe più gentili con le persone con cui empatizziamo. Bloom dice che a sostenere questa linea ci sono non solo l’esperienza quotidiana e il buon senso ma anche molte ricerche. Quindi, continua l’autore, “se il mondo fosse un posto semplice in cui gli unici dilemmi con cui ciascuno deve avere a che fare coinvolgessero soltanto una singola persona in immediata difficoltà, e nel caso in cui aiutare quella persona avesse effetti positivi, allora l’argomentazione in favore dell’empatia sarebbe solida. Ma il mondo non è un posto semplice. Spesso, molto spesso, l’azione motivata dall’empatia non è moralmente giusta”.

Bloom, infatti, paragona l’empatia a un riflettore da palcoscenico che riesce a illuminare con forza solo una piccola porzione della scena, facendoci credere che ciò che vediamo sia tutto ciò che c’è e lasciando il resto nell’ombra. Allo stesso modo l’empatia ci fa concentrare su ciò che più ci colpisce emotivamente, accecandoci e lasciandoci insensibili alle conseguenze di lungo termine delle nostre azioni, per quanto possano essere ben intenzionate nel breve. Per lo stesso motivo, l’empatia è partigiana, spingendoci nella direzione del campanilismo. Non ha il senso delle proporzioni, favorendo il caso specifico con cui appunto entriamo in empatia a discapito dei molti, “è insensibile alle conseguenze che si applicano statisticamente piuttosto che a quelle che riguardano specifici individui".

Per questi motivi, l’empatia risulta una guida morale e comportamentale non solo inutile, ma addirittura dannosa quando si tratta di fare scelte di ampio respiro che riguardino il mondo complesso in cui viviamo, in cui le scelte hanno conseguenze non intenzionali sempre più interrelate, ramificate e imprevedibili. La sfera della politica sociale, internazionale ed economica non dovrebbe quindi in nessun caso essere intaccata da questo tipo di sentimento.

Gli esempi che Bloom riporta a sostegno della sua tesi sono essenziali e difficili da mettere in discussione. Basta immaginare, facendo un caso che sembra sempre attuale, che un vaccino difettoso abbia causato a Rebecca Smith, una bambina di otto anni, di ammalarsi gravemente. Guardandola soffrire, osservando il dolore dei genitori, saremmo inondati di empatia e vorremo fare qualcosa per aiutarla. Ma supponiamo che, fermando quel programma di vaccini a causa di uno solo difettoso, una dozzina di bambini di cui non sappiamo e probabilmente non sapremo mai nulla morissero. Qui la nostra empatia resterebbe in silenzio, come potremmo empatizzare con un’astrazione statistica? E’ come se gli altri bambini non fossero nulla e Rebecca Smith il mondo intero, perché l’empatia detta legge.

Un altro esempio fatto da Bloom è quello della città di Coventry durante la Seconda guerra mondiale. Gli inglesi avevano scoperto come decodificare il codice Enigma dei nazisti e avevano saputo del devastante attacco che stavano per lanciare sulla città. Se si fossero preparati per l’attacco, i tedeschi avrebbero capito che il codice era stato decodificato. Così, il governo di Churchill prese la durissima decisione di lasciare morire persone innocenti per conservare un vantaggio militare che gli desse maggiori chance di vincere la guerra e salvare un maggior numero di vite.

L’empatia è un fattore determinante nel favorire il processo d’identificazione con gli altri. Se ci fossimo identificati con la bambina del vaccino difettoso o con un abitante di Coventry, non saremmo stati in grado di prendere la giusta decisione, quella che nel lungo termine avrebbe portato più cura, benessere, pace e salvezza al maggior numero e, considerando questi quattro concetti come positivi, possiamo definire questo tipo di approccio e visione come oggettivamente morale. Il processo d’identificazione sembra essere diventato un fondamento della nostra società ma in nessun modo esso costituisce un più solido e oggettivo fondamento morale per le nostre azioni. Quello che dovrebbe guidarci quando agiamo dovrebbe essere un empirismo informato e non l’emotività empatica la cui giustificazione non è spesso altra che la paradossalmente egoistica soddisfazione di un bisogno personale.

Bloom, a questo proposito, fa un altro esempio. Durante una trasmissione in cui era ospite discuteva di una ricerca che aveva letto sugli effetti negativi dell’elemosina ai mendicanti nel favorire il generale miglioramento della condizione socioeconomica dei più poveri. La pastora protestante che era ospite insieme a lui disse che a lei non interessava contrastarlo sui fatti ma soltanto constatare che a lei piaceva fare l’elemosina, la faceva sentire bene dare direttamente cibo o soldi a un bambino e vedere la sua soddisfazione, molto più che mandare soldi a un’organizzazione attraverso una carta di credito. Ripensando alle parole della pastora, Bloom scrive: “Se vuoi il piacere del contatto umano, fai pure e dai qualcosa al bambino, forse sentendo una vibrazione quando le vostre mani si toccano, un calore che rimane con te mentre te ne ritorni in hotel. Ma se vuoi fare davvero qualcosa per migliorare la vita delle persone, fai qualcosa di diverso”. >>

MICHELE SILENZI

(continua)


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venerdì 1 marzo 2019

L’Occidente e il Cristianesimo

Nei primi anni di questo blog (aprile 2011), avevo pubblicato – in 2 post consecutivi - un lungo ed interessante articolo di Luciano Pellicani sui rapporti, indiscutibilmente molto complessi e controversi, fra il Cristianesimo e la civiltà occidentale.
Il problema, nonostante l’approccio storico, resta di viva attualità, in quanto non sono pochi coloro che propongono (a mio avviso erroneamente) di salvaguardare in qualche modo la nostra cultura occidentale appoggiandosi alle tradizioni Cristiane.
Ho deciso pertanto di ritornare sull’argomento per riportare alcune recenti considerazioni di Gianni Pardo, tratte dal suo blog.
LUMEN


<< [Ma] la civiltà occidentale si è realizzata quale la conosciamo a causa, o malgrado il Cristianesimo ? (…)

Il Cristianesimo è una delle tre “Religioni del Libro”, cioè della Bibbia. E benché nei Vangeli Gesù affermi di non essere venuto a cambiare, ma a confermare la Legge, cioè la religione dei padri, si può serenamente sostenere che il Cristianesimo è una religione del tutto diversa dall’Ebraismo. La sua sostanza, la sua struttura, la sua mentalità sono greco-romane, non ebraiche. A cominciare dal suo politeismo. Dalla struttura giuridica che si è data, prettamente romana. Dal suo universalismo e da tante altre cose.

Diversa, tuttavia, non significa estranea. Ebraico è il sentimento del peccato che la permea. Ebraico – ed anzi semplicemente orientale – è l’atteggiamento di umiltà, di abiezione, quasi, nei confronti della divinità. L’obbligo fatto ai fedeli di dichiararsi peccatori a prescindere, di chiedere pietà, di adorare con le lodi più iperboliche un Dio che in qualche caso si configura come un vanitoso tiranno orientale. I greci, tanto ostili alla monarchia assoluta persiana, non avrebbero nemmeno immaginato di adorare così i loro dei. Del resto, il loro pessimismo sulla natura umana scalava l’Olimpo e mostrava divinità gelose, rancorose, crudeli, umanissime, a cominciare dal re degli adulteri, Giove. Simili dei si potevano onorare, si potevano offrire loro dei sacrifici, per ingraziarseli ma, presentarli come modelli indefettibili per tutti, sarebbe stato eccessivo.

Dal punto di vista politico, il Dio cristiano non è simile né agli dei scapestrati dei greci, né al bellicoso “Dio degli eserciti” ebraico: è dunque simile ad un tiranno orientale, quale del resto era ormai divenuto chi comandava nell’Impero Romano.

Ecco dunque una prima perplessità. Si potrebbe accusare il Cristianesimo di avere reso il fedele un suddito abbietto, inginocchiato dinanzi al tiranno da cui spera di essere risparmiato, ma è anche vero che questa era la posizione del cittadino romano, dinanzi a parecchi dei peggiori imperatori. L’Imperatore romano potrebbe essere stato il modello del Dio cristiano, invece che l’inverso. Chissà.

Ma forse proprio questo incipit potrebbe suggerirci che abbiamo imboccato il sentiero dalla parte sbagliata. Invece di partire dall’antichità, partiamo dunque dalla modernità, e ovviamente dal Settecento. La civiltà occidentale, come la conosciamo e come la stimiamo, si caratterizza per la democrazia, la libertà, la scienza, la tolleranza, la razionalità, l’amore per le comodità e i beni materiali. Che hanno a che vedere, queste cose, col Cristianesimo? In realtà esse sono tutte nate lottando contro di esso.

Per quanto riguarda la democrazia, il Cristianesimo, sin dalle sue origini, ha insegnato a rispettare l’autorità (“Dare a Cesare…”) e non ha mai spinto gli schiavi, o i servi della gleba, a ribellarsi ai loro padroni. La Chiesa stessa è stata un’organizzazione verticistica e assolutistica, basti dire che in Europa è oggi l’unica monarchia assoluta. Ha avuto il merito di trattare nella stessa maniera schiavi e liberi, uomini e donne, ma gli schiavi rimanevano proprietà dei loro padroni, e le donne, oltre a dover obbedire ai loro mariti, dovevano star zitte in chiesa (S.Paolo: “Mulieres in ecclesiis taceant”) e non dovevano accedere al sacerdozio. Insomma, l’uguaglianza di schiavi e donne era tale dinanzi a Dio, ma non certo dinanzi agli uomini e ai sacerdoti. Uguaglianza sì, ma ultraterrena.

E questo vale anche per la libertà. Per la Chiesa l’uomo ha il libero arbitrio ma soltanto per essere reso responsabile dei suoi peccati. Non gli è mai stato raccomandato, e men che meno permesso, di ribellarsi per avere la libertà. La Chiesa è stata costantemente alleata del potere costituito, col quale ha teso a condividere i vantaggi del reciproco sostegno. Fino ad associarsi con i nobili contro il Terzo Stato.
Quanto alla scienza – e in particolare all’astronomia e alla medicina – la sua storia è un seguito di battaglie contro la Chiesa. Su questo è inutile dilungarsi.

Riguardo alla tolleranza, i cristiani, che prima erano stati perseguitati, si traformarono in persecutori. Basti pensare al trattamento inflitto da sempre agli ebrei, alle conversioni forzate di Carlo Magno, al trattamento dei musulmani dopo la “Reconquista”, e all’Inquisizione. È soltanto la Chiesa sconfitta dei secoli recenti quella che è diventata tollerante. Come certi vecchi che biasimano l’immoralità sessuale perché non sono più in grado di commettere quei peccati.

La razionalità si è dovuta districare dai lacci della possibile eresia dovendo sempre temere lo scontro fra le sue conclusioni e le verità della Chiesa. Il cardinale Bellarmino non era uno sciocco. Quando – secondo quanto narrato nel famoso episodio – si rifiuta di constatare, appoggiando l’occhio all’oculare, la validità delle affermazioni di Galileo, proclama con ciò stesso di preferire la dottrina della fede all’evidenza dei sensi. Non il migliore viatico per la razionalità.

In conclusione si può affermare che tutto ciò che di meglio costituisce la mentalità occidentale non è nato dal Cristianesimo, ma più o meno contro il Cristianesimo. Non “propter hoc, sed contra hoc”.

Nondimeno qualcuno potrebbe pensare che il Cristianesimo abbia almeno avuto il grande merito di avere insegnato la mitezza, la magnanimità, il perdono. Grandi virtù, certamente, ma che si ritrovano anche in altre religioni (basta citare il Buddismo) e che esistevano largamente a Roma. Ché se anzi questa città poté dilatarsi fino a dominare l’intero mondo conosciuto allora, fu perché a lungo trattò con clemenza i vinti (“parcere victis, debellare superbos”), permettendo loro di conservare i loro costumi, ed invitandoli soltanto, col proprio prestigio, a romanizzarsi.

Il suo impero, con la decadenza e la corruzione del suo vertice, divenne difficile da sopportare, e tuttavia per secoli e secoli esso fu rimpianto da tutti. Gli inglesi, quasi a dimostrazione dei loro quarti di nobiltà, mostrano con orgoglio i resti di strade romane e le terme di Bath. “Anche noi siamo stati romanizzati”. E non si può tacere l’orgoglio con cui i renani, e soprattutto i romeni, sottolineano la loro parte di storia romana. Quando Roma fu grande, fu anche molto civile. E quando fu meno civile, finì col soccombere.

Il grande merito del Cristianesimo non è tanto quello di avere ispirato le migliori qualità civili dell’Occidente. Forse queste avrebbero prosperato meglio se l’Impero Romano si fosse mantenuto qual era ai tempi di Augusto. Il suo merito è quello di avere preservato, nei suoi monasteri, la memoria del passato. Della lingua latina, dei grandi testi latini, della cultura classica, in un momento di eclissi totale dell’intellettualità. Senza i monasteri, avremmo perso il ricordo del passato, e in questo senso San Benedetto ha ben meritato di essere nominato patrono d’Europa.

Il massimo grazie la Chiesa lo merita non tanto per ciò che essa ha creato, quanto per ciò che essa non ha distrutto e per quanto ci ha conservato. La cosa per cui bisogna ringraziare di più la Chiesa d’Occidente è il mal di schiena dei copisti e degli amanuensi.

E così, passo passo, senza averlo pianificato, si arriva alla conclusione. I valori occidentali non sono un regalo del Cristianesimo, e per la maggior parte si sono affermati contro il Cristianesimo. Nondimeno questa religione è così strettamente intrecciata col nostro passato, che negarne l’influenza sulla nostra storia e sulla nostra forma mentis sarebbe, più che un atto di ingratitudine e un atto di arroganza, un atto di stupidità. >>

GIANNI PARDO


(LINK=https://giannip.myblog.it/2019/01/11/propter-hoc-vel-contra-hoc/)

venerdì 22 febbraio 2019

Punti di vista - 4

NUOVA EUROPA
Con la firma [fra Macron e la Merkel] del Patto di Aquisgrana - non a caso capitale del Sacro Romano Impero e luogo di sepoltura di Carlo Magno - è avvenuto un salto di qualità.
L'asse si consolida, diviene un vero e proprio sodalizio strategico. (…)
La visione carolingia, con buona pace dell'europeismo irenico, deriva da una diagnosi: l'Unione europea non tiene, le forze centrifughe sono preponderanti su quelle centripete, ed è quindi destinata a sgretolarsi.
Berlino e Parigi fanno capire che essi non ritengono che dopo lo sfaldamento si potrà tornare allo status quo ante Ue, ad una Comunità concorde di stati nazionali formalmente sovrani.
Essi considerano che le "inarrestabili" forze sotterranee che stanno dietro alla globalizzazione spingeranno forzosamente gli stati nazionali deboli e diventare vassalli delle grandi potenze geopolitiche, economiche e militari.
MORENO PASQUINELLI


DIGITALIZZAZIONE GLOBALE
Non basterebbero molte pagine per commentare l'ultima moda improvvisa e globale della digitalizzazione a tappe forzate, che per qualcuno - i soliti - dischiuderebbe «l’opportunità per pensare un mondo nuovo e per pensare anche un umano nuovo».
Qui si può solo abbozzare una ricognizione preliminare sul tema, con l'intento (…) di raschiarne la patina retorica per ritrovarvi le dinamiche più antiche e familiari di un progetto di dominio degli uomini sugli uomini.
Di cui la macchina è, insieme, lo strumento e il pretesto.
Da questa ricognizione emergerà che l'«e-government», il governo digitale, è esattamente ciò che dice di essere: l'ultima carnevalesca livrea della tecno-crazia, del potere sedicente tecnico che nel promettere la svolta storica di sottrarre le decisioni alle debolezze degli uomini... le sottrae agli uomini deboli per riservarle ai forti, come è sempre accaduto.
IL PEDANTE


DIRITTO DI ASILO
Io non credo nel diritto d’asilo, soprattutto quando è applicato alle masse e non ai singoli.
Se in alcuni casi speciali l’asilo può aiutare non solo la persona che lo chiede, ma anche la causa per la quale rischia la vita, applicato alle masse si riduce solo a un’autorizzazione a invadere il proprio territorio.
Inoltre, quando sono le burocrazie ad essere chiamate ad applicare un principio semplice a una realtà complessa, come succede in tutti gli stati moderni, si verifica l’inevitabile conseguenza di ogni burocratizzazione: il giusto diventa indistinguibile dallo sbagliato, e i più furbi si aprono la strada a suon di cavilli e abusi.
Questo è esattamente quello che sta succedendo: a causa dell’applicazione di un principio semplice e rigido a una realtà complessa e mutevole, ci stiamo riempiendo di persone mantenute a oltranza anche quando non lo meriterebbero, e di potenziali aggressori nascosti tra gli aggrediti.
GAIA BARACETTI


CRESCITA DEMOGRAFICA
La crescita economica scatena la crescita demografica, fra le due si attiva quindi una retroazione positiva che dura fin quando gli altri fattori lo consentono.
Prima o poi la crescita economica però rallenta e finisce, mentre la crescita demografica continua ancora per qualche tempo, erodendo il benessere acquisito nella fase precedente e generando quindi miseria, paura e rabbia. Cioè creando i presupposti per scoppi di violenza di vario genere.
Esattamente quello che sta accadendo a noi proprio adesso.
JACOPO SIMONETTA


SENSO DI RESPONSABILITA’
A forza di essere immerso in una società organizzata, estremamente benevola ed estremamente facile, l’individuo vive in una realtà immaginaria.
I ragazzi che non vogliono né studiare né lavorare non sono mostri, sono figli della loro epoca.
Avere da mangiare e un tetto sulla testa non sono più cose collegate al fatto di essersi procurato il cibo e il tetto.
E allora perché dovrebbero strapazzarsi, i ragazzi? Gli stessi adulti non pensano forse di avere un diritto al sussidio di disoccupazione?
La società umana è divenuta talmente protettiva che si è perduto il senso di responsabilità.
L’individuo è pronto a commettere le più stupide imprudenze ché tanto, a proteggerlo, dovrebbero pensarci gli altri. E poi i giudici gli danno ragione.
L’uomo moderno non si rende conto di vivere in un mondo artificiale. L’eccesso di protezione lo rende infantile e lui si limita a giocare all’adulto, senza esserlo.
GIANNI PARDO

venerdì 15 febbraio 2019

Le Elites e la storia – 3

Si conclude qui il post di Andrea Scarabelli sull’ “elitismo”. (Terza e ultima parte). LUMEN


<< Ad aver descritto questo scollamento [tra le èlites e la realtà - NdL] è stato il filosofo francese Alain de Benoist, “teorico delle nuove sintesi”, che nel corso della sua sterminata produzione ha fatto più volte appello alla necessità di elaborare un pensiero situato oltre la destra e la sinistra, per come tradizionalmente – e, talvolta, quasi calcisticamente – intese.

Lo ha fatto anche ne Il populismo, pubblicato da Arianna lo scorso luglio con il sottotitolo programmatico La fine della destra e della sinistra. Di questo si parla, in realtà: il “fenomeno populista” viene utilizzato per sondare la fine di queste categorie politiche (…). Uno scandaglio utilissimo, se è vero che sono esistiti ed esistono populismi di destra e di sinistra, insieme ad altri che uniscono elementi “tradizionalmente” di destra e sinistra, seminando il panico tra chi ancora difende l’una o l’altra ideologia. Ebbene, anche le pagine di de Benoist si confrontano – naturalmente – con le nuove élites, verso cui i popoli cominciano ad avvertire una certa allergia. Quali sono le loro caratteristiche?

«Un’irreprensibile vocazione al nomadismo, al cambiamento perpetuo, al rifiuto delle radici, al disprezzo dei valori comunitari e popolari, alla fuga in avanti nella frenetica ricerca del profitto, a una permissività senza limiti, a una fascinazione per i “vincenti”».

Caratteristiche, d’altronde, evocate anche da Costanzo Preve (cui de Benoist ha dedicato il suo libro), che sulle colonne di «Krisis» descrisse così le fattezze della global middle class: «La facilità di viaggiare, l’inglese turistico, l’uso moderato delle droghe, una nuova estetica androgino-transessuale, un umanesimo terzomondista, un multiculturalismo senza una vera curiosità culturale».

Cosa diventa la filosofia in mano alle nuove élites? «Una terapia psicologica di gruppo e una ginnastica di relativismo comunicazionale, il chiacchiericcio di persone semicolte».

È questo il quadro antropologico entro cui crollano i principi di destra e sinistra, tra l’altro in sincrono con la chiusura del Novecento, il “secolo delle ideologie”, che ha seppellito le dottrine della modernità sotto un cumulo di macerie – come messo a fuoco anche da Aleksandr Dugin (altro punto di riferimento e “compagno di viaggio” di de Benoist) nel suo magnifico La Quarta Teoria Politica, appena uscito in edizione italiana grazie all’impegno di NovaEuropa. Le categorie politiche che hanno infiammato il Novecento sono crollate come castelli di carte. Lo stesso dicasi dell’antica dicotomia tra conservatorismo e progressismo, categorie che raccolgono una pluralità di idee difficilmente accorpabili entro una sola definizione. D’altronde, non stiamo parlando di valori eterni, ma – come già ricordato – di concetti generati e sviluppatisi all’interno di un preciso momento storico:

«Nata dalla modernità, la divisione destra/sinistra si cancella con essa. Vi restano ancora abbarbicati soltanto coloro i quali – per ragioni di abitudine, comodità, pigrizia o interesse – non hanno compreso che il mondo è cambiato e che strumenti concettuali obsoleti non permettono di farne l’analisi».

Dopo la chiusura del “secolo breve”, è sempre più evidente l’impossibilità di affibbiare un patentino politico a idee che nel corso dei decenni sono transitate da destra a sinistra e viceversa. Il populismo è la mappatura di questa geografia ideale, che contraddice quella utilizzata da certi giornalisti: imperialismo e colonialismo, cristianesimo e laicismo, americanismo e antiamericanismo, europeismo e antieuropeismo, conservatorismo e progressismo, autoritarismo e liberalismo, fino a temi scabrosi come razzismo e antisemitismo, sfuggono completamente alla dicotomia destra/sinistra. Per poi non parlare del fatto che, secondo de Benoist, è assai ingenuo parlare di destra e sinistra al singolare, poiché queste etichette raccolgono una pluralità di orientamenti, spesso reciprocamente incompatibili, nonché legati a contesti storici e geografici differenti.

Nel clima di autentica follia che ha accompagnato negli ultimi mesi la cronaca italiana, forse la sua testimonianza sarebbe risultata utile – peccato che le sue conferenze siano state sospese a seguito di proteste indignate, che hanno livellato il filosofo francese a pedina elettorale del Front National (per il quale, come lui stesso ha dichiarato, nemmeno ha mai votato, così come non ha mai incontrato Florian Philippot). Eppure, nella sua sterminata produzione legata a questi argomenti, basterebbe leggere proprio il libro di cui stiamo parlando per comprendere come i giudizi forniti dai suoi detrattori non siano di alcuna pertinenza (in particolare, il saggio La destra e il denaro, che demolisce praticamente tutte le tipologie di destra degli ultimi duecento anni!). Ma tant’è.

Spauracchi agitati da certo giornalismo culturale, destra e sinistra non sono (più), secondo de Benoist, chiavi di lettura per comprendere il nuovo che avanza. Né per affrontare le sfide del futuro. Valga come esempio l’idea stessa di capitale e progresso, secondo analisi mutuate dall’intellettuale eretico Jean-Claude Michéa: «Alla stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del “progresso” corrisponde l’imbecillità delle persone di destra, che ritengono possibile difendere al contempo i valori “tradizionali” e un’economia di mercato che non smette di distruggerli».

Modulati secondo variazioni assai differenti, i tre testi di cui abbiamo parlato puntano sempre sul nostro mondo, che sta affrontando un periodo di transizione ma rimane legato a punti di riferimento logori, a cartografie ormai superate, ad élite la cui forza propulsiva sta lentamente esaurendosi. Segni dei tempi: ad ogni modo, i giganti hanno sempre piedi d’argilla. >>

ANDREA SCARABELLI




sabato 9 febbraio 2019

Le Elites e la storia – 2

Prosegue il post di Andrea Scarabelli sulla teoria politica dell’ “elitismo”. (Seconda parte). LUMEN


<< Questo ci dicono, in fin dei conti, gli autori di cui abbiamo parlato: le élites non vanno demonizzate, ma studiate. Per comprendere in maniera laica quel che siamo stati e quel che siamo, è meglio farci i conti. La storia è una “circolazione di élites”? Benissimo. Ma questo non toglie ci siano élites ed élites. Chiediamoci, dunque, a questo punto: di che stoffa sono le nostre? Per rispondere partiamo da un altro libro di recente (ri)pubblicazione, vale a dire La rivolta delle élite di Cristopher Lasch, scritto nel 1995 e riedito da Neri Pozza lo scorso agosto. Anche il sottotitolo è simile a quello del volumetto di Gog: Il tradimento della democrazia.

Se Pareto, Mosca e Michels setacciano la storia passata, Lasch si tuffa invece nell’attualità, offrendoci un ritratto spietato delle nostre élites. Lo fa partendo dall’arcinoto saggio di José Ortega y Gassett La ribellione delle masse (1930). Assieme agli studi di Le Bon, Canetti e Mosse, è uno dei migliori strumenti per comprendere il fenomeno – tutto moderno – della massificazione. Sennonché, scrive Lasch, a essersi ribellate non sono le masse, quanto piuttosto le élites stesse, «che controllano il flusso internazionale del denaro e dell’informazione, dirigono le fondazioni filantropiche e le istituzioni di ordini superiori, controllano gli strumenti della produzione culturale e definiscono i termini del dibattito pubblico». Ebbene, conclude Lasch, sono loro, e non i popoli, «ad aver perso la fede nei valori dell’Occidente, o in quanto ne rimane». È un tradimento a tutti gli effetti, che sottende l’isolazionismo descritto prima, preludio del crollo degli ordinamenti.

La realtà è che le élites, scrive Lasch, non sono mai state tanto distanti dai popoli come oggi. I gruppi che tengono le redini del nostro mondo globale agiscono tutti all’insegna del consumo e non della produzione, hanno una visione turistica del mondo. Quando si battono per le minoranze (le quali, secondo Lasch, a loro volta non ambiscono a un reale cambiamento ma solo a un posto al sole nello status quo, che andrebbe piuttosto rivoluzionato) lo fanno per catalogarle, brandizzarle, targettizzarle in maniera sempre più capillare. Dividono e segmentano per poi diversificare la produzione, vendendo a ciascuno la propria particolarità, la propria individualità («Tutto intorno a te», «Tu vali» sono i cinguettii del capitalismo creativo), la propria appartenenza a una minoranza. Dietro a velleità umanitarie spesso si cela una sorta di glocalizzazione (Bauman) realizzata su scala antropologica.

Queste classi superiori non sono connotate da un’ideologia specifica ma da uno stile di vita. Il loro è un intellettualismo vuoto e circonvoluto, che tradisce una mancata comprensione di quella stessa realtà che vorrebbero trasformare. A condire il tutto è un nomadismo apolide, conforme a quello del capitale, che sradica e trasferisce da un capo all’altro del mondo popoli e merci, «svuotando le democrazie», come scrisse Giano Accame in un suo famoso – e, ad oggi, purtroppo introvabile – libretto.

Una visione segmentata, dimentica dell’insieme e finalizzata al perfezionamento tecnico delle parti. I membri di questa New Class (la supersocietà di cui ha parlato Aleksandr Zinov’ev) sono giovanilisti e sbarazzini, il loro rapporto col mondo è di natura ludica; sono orgogliosi, ma la loro boria è piuttosto differente dall’orgoglio delle antiche aristocrazie. È l’arroganza di una self-made élite che crede di dover tutto ai propri sforzi. Parlano utilizzando un proprio gergo, comprensibile solo agli “iniziati”, dileggiando quello “volgare”.

A caratterizzare le nuove élites è anche un peculiare rapporto con il tempo. Se la natura dinastica ed ereditaria delle aristocrazie era aperta al passato e al futuro, i membri della New Class sono incapaci di percepire il trascorrere del tempo, che tentano di esorcizzare inseguendo le mode del momento, nonché a suon di lifting e viagra. Un periodico restauro di una giovinezza ormai perduta cui fa da contraltare un “presentismo” intransigente, che incontra enormi «difficoltà a immaginare una comunità prolungata tanto nel passato quanto nel futuro e che comporti una consapevolezza degli obblighi intergenerazionali».

Avulse dallo spazio (apolidia) e dal tempo (presentismo), sono loro ad aver creato quelle “zone” e “reti” tanto osannate da Robert Reich: ma queste realtà, scrive Lasch, «popolate da nomadi, mancano della continuità che deriva dal senso di appartenenza a un luogo e da standard di condotta coscientemente coltivati e trasmessi da una generazione all’altra». Insomma, stando a Lasch la tanto declamata Upper Class odierna, il conclave di quelli “che si sono fatti da sé”, si rivela essere un coacervo di modaioli à la page, avulsi da passato e presente – forever young in doppiopetto, con il moccolo al naso. Si sentono a casa propria ovunque. Cosmopoliti, si immaginano citizens of the world, «ma senza accettare nessuno degli obblighi che la cittadinanza normalmente comporta». Alla concretezza del genius loci preferiscono l’astrattezza di un mondo privo di particolarità ed asperità.

Un mondo, tuttavia, che al di sotto della patina tutta basic english e creativity pullula di particolarismi e regionalismi, comunità che al disgregarsi dello Stato nazionale scelgono altri principi di individuazione, di natura etnica, religiosa o linguistica – con effetti che sono sotto gli occhi di tutti. Due tendenze del tutto correlate, come nota lucidamente Lasch (non dimentichiamoci che il suo libro è del 1995!): «Il revival del tribalismo, a sua volta, rafforza per reazione il cosmopolitismo delle élite». Trincerate nelle loro torri d’avorio, non riescono a comprendere i cambiamenti di un mondo che semplicemente ha voltato loro le spalle.

Ma quest’alienazione dalla sfera del “pubblico” ha anche ripercussioni sulle categorie che fino a ieri hanno racchiuso lo spettro politico della modernità: «La condizione di crescente “insularità” delle élite significa che le ideologie politiche tendono a perdere i contatti con la realtà». A venir minata è l’antica contrapposizione tra destra e sinistra, la quale «ha esaurito la propria capacità di chiarire i problemi e di fornire una mappa fedele della realtà». Se tale sfaldamento è ben noto alle masse, non si può dire lo stesso per i membri delle élite: «Gli ideologi di destra e sinistra, invece di affrontare gli sviluppi politici e sociali che tendono a mettere in discussione le verità rivelate tradizionali, preferiscono scambiarsi reciproche accuse di fascismo e comunismo», negando l’ovvietà che nessuna di queste due forme rappresenti propriamente il futuro. >>

ANDREA SCARABELLI

(continua)

venerdì 1 febbraio 2019

Le Elites e la storia – 1

Gli “elitisti” sono convinti che la storia della civiltà umana non sia altro che la storia delle loro élites – molto diverse tra loro a seconda dei tempi, ma sempre presenti ed ineliminabili - e che quindi il resto della truppa, cioè il popolo composto dalla gente comune, si limiti a seguirle, anche quando, come nel caso delle rivoluzioni, abbia l’impressione di precederle.
Io, nel mio piccolo, la penso esattamente come loro ed ho quindi apprezzato in modo particolare il (lungo) post di Andrea Scarabelli (tratto dal suo blog) che recensisce alcuni interessanti libri sull’argomento. (Prima parte). LUMEN


<< “Elites”. (…) Questa parolina, tanto odiata e vilipesa, costituisce il titolo di un libro pubblicato nel 2016 da Circolo Proudhon, poi ristampato da Gog, sua metamorfosi editoriale. Il sottotitolo di Élites – che contiene scritti di Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels e Antonio Gramsci – è Le illusioni della democrazia. Più che un’antologia è una doccia fredda di realpolitik, se è vero – ed è vero – che «i popoli, salvo brevi intervalli di tempo, sono sempre governati da un’aristocrazia», composta dai «più forti, energici e capaci, nel bene e nel male».

Tuttavia, continua Vilfredo Pareto, «le aristo­crazie non durano, onde la storia umana è la storia dell’avvicendarsi di quelle aristocrazie, mentre una gente sale e l’altra cala». Tradotto: la storia altro non è che il continuo avvicendarsi di gruppi dominanti, «un cimitero di aristocrazie» che si succedono nel tempo. Quando una di esse perde presa sul reale ne subentra un’altra, che ne occupa il posto. Punto.

Un luogo comune, si dirà. Fino a un certo punto: ragionare in questi termini vuol dire negare qualsiasi finalità alla storia diversa dalla “circolazione delle élite”. La storia non procede né verso il meglio né verso il peggio, non ha ragion d’essere al di fuori di quella pattuita dalle élites di turno. Il senso della storia non è “naturale” ma è sempre deciso da qualcuno. È sempre una élite a far capolino dietro rivoluzioni e democratizzazioni, a dettare il tempo ai giri di boa della storia: e l’ambizione di questa “casta” (per usare un termine piuttosto di moda) non è filantropica o quant’altro, ma semplicemente egemonica; non mira a migliorare l’uomo, il mondo o la società, ma più semplicemente a perpetuarsi.

Come scrive Lorenzo Vitelli, curatore del volume, nella sua ricca introduzione, l’obiettivo è «garantirsi la conservazione del po­tere e la stabilità dei rapporti di forza in gioco. È un conformismo nei confronti delle forze che dominano il mondo. La domanda che si pongono le élites non è “cosa voglio?”, ma piuttosto, “cosa devo fare per conservare il potere?”».

Per penetrare nel tessuto sociale, tali gruppi operano mimeticamente, assorbendo i leitmotiv del tempo e facendoli coincidere con i propri. I loro membri si riciclano all’occorrenza operai o migranti, difensori dei valori “tradizionali” (sic!) o moderni, amanti di maggioranze o minoranze, servi o padroni, sempre in ossequio al qui e ora. Ma questa facoltà mimetica non esaurisce il fenomeno delle élites, le quali, nota ancora Vitelli, «operano in bilico tra la libertà e la necessità, sono vittime e detentrici del potere, gli strumenti e i controllori, incarnano le forze vive della storia per diriger­le. E tanto più gli strumenti di esercizio diventano totalizzanti e centralizzati nelle mani di pochissimi, tanto più si allarga lo spazio di libertà delle élites».

La loro posizione è mediana: da un lato partecipano alla storia – che appunto è il gioco del loro alternarsi – dall’altro se ne vorrebbero astrarre. Ebbene, quando la seconda tendenza ha la meglio sulla prima, il secolo è pronto per un ricambio di élite.

Un’inclinazione, come ha scritto Gaetano Mosca, connaturata all’élite stessa, che per natura è dinastica, ereditaria ed entropica: «Tutte le forze politiche hanno quella qualità, che in fisica si chiama forza d’inerzia, cioè la tendenza a restare nel punto e nello stato in cui si trovano». La propensione ad accentrare il potere è insomma connaturata a ogni gruppo politico in quanto tale. Ed è una tendenza che non si esercita per via morale, filosofica, culturale e via dicendo: «Quando vediamo in un Paese stabilita una casta ere­ditaria che monopolizza il potere politico, si può es­ser sicuri che un simile stato di diritto fu preceduto dallo stato di fatto. Prima di affermare il loro diritto esclusivo ed ereditario al potere, le famiglie o le caste potenti dovettero tenere ben saldo nelle loro mani il bastone del comando, dovettero monopolizzare as­solutamente tutte le forze politiche di quell’epoca e di quel popolo in cui si affermarono».

Prima dello stato di diritto c’è sempre uno stato di fatto. Ecco svelato l’arcano: prima si prende il potere, poi lo si legittima. Prima si occupano gli scranni della società, poi si elaborano filosofie, utopie, teologie politiche e altre sciocchezze del genere. È un passaggio fondamentale, ben noto ai positivisti giuridici: ogniqualvolta sentite parlare di principi “assoluti”, diritti “inalienabili” o “naturali”, validi per tutti e per sempre, ricordatevi che essi non sono caduti dal cielo, ma sono stati formulati da qualcuno. Sono sempre figli di un certo tempo (e di un certo luogo). In sostanza, se qualcuno vi propone di aderire a ideologie universalistiche, è molto probabile che vi stia fregando. Anche i princìpi che vorrebbero essere universali sono in realtà particolari. Particolarissimi. Cinismo? È la Storia, bellezza.

E la storia dell’umanità, continua Mosca, si risolve nella lotta fra due forze, una centripeta e l’altra centrifuga: da un lato, la volontà propria agli «elementi do­minatori di monopolizzare le forze politiche e trasmetterne ereditariamente il possesso», dall’altro la deriva «verso lo spostamento di queste forze e l’affermazione di forze nuove». Le vecchie élites decadono quando «non possono più esercitare le qualità per le quali arrivarono al potere, o queste perdono ogni importanza nell’ambiente sociale in cui vivono». Guai se le élites perdono forza, isolandosi dal mondo circostante e impedendone il ricambio: «Le classi superiori divengono deficienti di caratteri arditi e pugnaci e ricche di individui molli e passivi».

Nascono allora fenomeni singolari, che ricordano da vicino la fase storica che stiamo vivendo: «Una specie di cultura tutta astratta e convenzionale» prende il posto «del senso della realtà e della vera ed esatta conoscenza della vita umana»; gli uomini perdono ogni forza e dilagano copiosamente buonismi, «teorie sentimentali ed esageratamente umanitarie sulla bontà innata della specie umana, specialmente quando non è guasta dalla civiltà, e sulla preferenza assoluta da darsi, nelle arti di governo, ai mezzi dolci e persuasivi piuttosto che a quelli rigidi ed imperiosi».

Dietro a quest’umanitarismo zuccheroso e stucchevole – sovente esercitato, tra l’altro, da individui ben poco rousseauiani – si cela dunque il logorio di una élite. Nemmeno il democratismo sfugge a quest’analisi. Nell’antologia edita da Gog è Roberto Michels l’“élitista” incaricato a smascherarlo, ne La legge ferrea dell’oligarchia: «Per fare atto di presenza in parlamento non c’è, per il ceto dei signori, che un mezzo solo: atteggiarsi a democratico nell’arena elettorale, chia­mare fratelli e compagni i contadini ed i lavoratori del suolo, e cercar di persuaderli che i loro interessi economici e sociali concordano coi suoi».

Una truffa bella e buona, insomma, che vede l’aristocratico farsi simile a quel popolo che non ama, che in fondo disprezza e ha sempre disprezzato: «Tutto il suo essere reclama autorità, mante­nimento di suffragi ristretti e, ove esso sia in vigore, abolizione del suffragio universale». Eppure, vedendo che lo spirito dei tempi è cambiato, si ricicla in democrat, «fa di necessità virtù ed implora la massa plebea di dargli la maggioranza. Lo spirito conservativo dell’antica casta dei signori ha bisogno d’avvilupparsi in un ampio manto dalle pieghe democratiche». Anche il sistema democratico, secondo Michels, è organizzato su base aristocratica: la tendenza all’oligarchia sembra in qualche modo connaturata allo stesso divenire storico. >>

ANDREA SCARABELLI

(continua)