sabato 25 aprile 2015

Viale del tramonto


Correva l’anno 1077 (o magari, viste le strade dell’epoca, camminava…) quando si verificò il famoso episodio dell'umiliazione di Canossa.

La vicenda è ben nota: durante la lotta politica che vide contrapposta l'autorità della Chiesa, guidata da Gregorio VII, a quella imperiale di Enrico IV, quest’ultimo, per ottenere la revoca della scomunica inflittagli dal Papa, fu costretto a umiliarsi attendendo inginocchiato per tre giorni e tre notti, nel gennaio del 1077, innanzi al portale d'ingresso del castello della Contessa Matilde, mentre imperversava una bufera di neve.
Quello fu sicuramente uno dei punti più alti del potere della Chiesa Cattolica, che oggi invece, dopo alterne vicende, sta vivendo probabilmente uno dei punti più bassi. Come si è giunti a questo punto ? Ce ne parla di Aldo Giannuli in questo breve, ma interessante post (tratto dal suo sito). LUMEN


<< Dal primo Medioevo sin qui, la Chiesa si è proposta come maestra di verità di fede e di morale.

Questo perché il “sapere socialmente necessario” in una formazione economico-sociale a dominante religiosa, quale era quella europea dal V secolo in poi, era appunto il sapere di fede e di morale, per guadagnarsi il premio della vita eterna. Tutta la vita del fedele era orientata a questo fine e guidata dalla Chiesa e tutta la vita quotidiana era profondamente permeata dai riti, dalle devozioni, dalle preghiere, dalle ricorrenze religiose.

La produzione di sapere teologico rispondeva in primo luogo all’esigenza di giustificare il ruolo del clero e della sua gerarchia, cui spettava in esclusiva il compito di leggere le Scritture ed interpretarle. Ed il magistero morale fu una forza pervasiva di controllo sociale, diventata tanto più cogente, dopo l’XI secolo, con l’istituzione della confessione auricolare.

E’ ovvio che, in un simile contesto, il potere della Chiesa di stabilire cosa fosse vero e cosa no nella fede, e di stabilire i precetti morali, era un potere primario, a mala pena contrappesato (e non sempre con efficacia) da quello secolare.

Il trono era spesso in conflitto con l’altare, ma è significativo che l’insediamento del nuovo sovrano avveniva con una cerimonia religiosa nella quale era una autorità ecclesiale ad incoronare il re. Roscellino da Compiegne giunse a sostenere che l’unzione regale fosse l’ottavo sacramento.

Ma, nei secoli, il sapere socialmente necessario divenne quello del sapere secolare umanistico e scientifico, si affermava il pluralismo religioso e, con esso, anche il sorgere di codici morali diversi, il potere politico si affrancava definitivamente da quello religioso, man mano le istituzioni sanitarie e scolastiche divennero laiche.

Già nel XIX secolo, nella maggior parte dei paesi europei,  la “presa” ecclesiale sulla società era ridotta a fatto residuale, per diventare del tutto marginale nel secolo successivo. La Chiesa, nonostante tutto, ha proseguito nel suo ruolo di “Mater et Magistra”, senza curarsi del crescente disinteresse dei suoi stessi fedeli.

E’ per lo meno dubbio che la maggioranza dei cattolici conosca i principali dogmi (da quello trinitario, al culto mariano, alla natura umana e divina di Cristo ecc.) se non per averle orecchiate durante l’infanzia o l’adolescenza e di cui serba una memoria abbastanza sfuocata.

La pratica dei sacramenti ormai riguarda una parte del tutto minoritaria dei fedeli (soprattutto la pratica della confessione) mentre la stessa frequenza alla messa domenicale (almeno in Europa) riguarda molto meno di un quinto dei fedeli. Quanto alla morale, la grande maggioranza dei cattolici si comporta esattamente come tutti gli altri, in particolare per quel che attiene alla morale sessuale e matrimoniale.

Benedetto XVI coltivò il disegno della “ri-evangelizzazione d’Europa” ma, a quanto pare senza il minimo risultato. Per di più, la Chiesa ha perso molta della sua credibilità per i troppi scandali sessuali e finanziari, per l’inaudito ed ingiustificabile lusso della Curia, per l’opportunistico silenzio di fronte a clamorose ingiustizie. Su questa strada, il futuro più probabile della Chiesa è quello di una setta povera di credenti ma ricchissima di denaro e potere, destinata comunque a scomparire.

Papa Francesco sta cercando un destino diverso per la sua Chiesa, accettando anche un secco ridimensionamento del suo potere finanziario e del suo apparato. Come si è capito, Bergoglio non ha nessun particolare interesse per la teologia dommatica, quanto alla morale egli ha accettato implicitamente che i fedeli si regolino individualmente in un personale dialogo con Dio (“Chi sono io per giudicare un gay che cerca Dio?”) e, infatti, apre su tempi come la comunione ai divorziati. (…)

Ridimensionando la funzione di ministero teologico e morale, Bergoglio ripropone la Chiesa come portatrice di una particolare visione antropologica. Non i dogmi stratificati in duemila anni, ma l’antropologia cristiana sono il centro del discorso della Chiesa di Bergoglio.

Questo potrebbe essere un discorso puramente religioso, di interesse per i membri della Chiesa cattolica, (…) ma, a parte il fatto che una evoluzione interna alla principale confessione organizzata del Mondo è pur sempre un discorso di interesse generale, non sfuggano le implicazioni geopolitiche di questa svolta. Infatti, in questo modo, Bergoglio lancia la Chiesa come principale agenzia di mediazione culturale nel mondo globalizzato. (…).

Ovviamente, questo mutamento di funzione non è indolore per la Chiesa ed impone una svolta organizzativa che va verso una autonomizzazione delle Chiese locali che hanno un loro punto di riferimento unitario nel Papa, ma senza più la necessaria mediazione della Curia (…). 

In una struttura di questo tipo, il Papa esercita un ruolo soprattutto carismatico, che non ha bisogno di un apparato elitario come la Curia. E’ comprensibile che i diretti interessati non siano così disposti a rinunciare al loro ruolo ed ai connessi privilegi. E si capisce anche come mai lo scontro verta soprattutto sullo IOR che è la garanzia della sopravvivenza economica del sistema. >>

ALDO GIANNULI


POSCRITTO
Non so se Papa Bergoglio abbia davvero le intenzioni che gli attribuisce Aldo Giannuli, e men che meno se riuscirà a metterle in pratica.
Sono convinto però che la Chiesa Cattolica, avendo ormai perso per sempre il suo primato teologico e morale,  non possa permettersi il lusso di mettere in discussione  anche la propria ricchezza, ed il conseguente potere economico,  perché sono gli ultimi pilastri su cui si regge ancora la sua influenza mondiale.

Papa Francesco rischierebbe pertanto, con la più classica “eterogenesi” dei fini, di portare semplicemente la Chiesa sul viale del tramonto,  rendendola in breve tempo irrilevante sullo scenario mondiale; e questo senza ottenere (dal suo punto di vista) nulla in cambio.
Un po’ come fece Gorbaciov che, pur animato dalle migliori intenzioni,  trascinò rapidamente l’URSS alla rovina. Con la differenza che dalle rovine dell’URSS uscì comunque una Russia più piccola, ma più robusta e battagliera; mentre dalle rovine della Chiesa Cattolica, probabilmente, non rinascerebbe più nulla.
LUMEN

sabato 18 aprile 2015

Fino ad estinzione

I biologi parlano di “Estinzione di massa” quando, in un periodo geologicamente breve, si verifica un massiccio sovvertimento dell'ecosistema terrestre, con la scomparsa di un grande numero di specie viventi e la sopravvivenza di altre che divengono dominanti.
Normalmente il tasso di estinzione è abbastanza costante, ma si sono osservati almeno cinque grandi picchi di “estinzione di massa”, avvenuti circa 450, 377, 251, 203 e 66 milioni di anni fa.
Ed ora ? Ora siamo arrivati noi umani, con il nostro devastante stile di vita, che potrebbe portare ad una nuova, imprevedibile estinzione di massa. 
Ce ne parla la giornalista americana Elizabeth Kolbert, in questo breve passo, tratto dal suo libro “La Sesta Estinzione”. LUMEN


<< Un numero sempre maggiore di specie animali è in via di estinzione. Nell’epoca che stiamo vivendo – il c.d. Antropocene - stiamo assistendo ad una immensa catastrofe che supera le precedenti “Big Five” che hanno portato alla scomparsa di specie importanti come i dinosauri o il mastodonte americano o l’alce gigante o innumerevoli specie di piante. Ma quella che sta avvenendo ai nostri giorni rischia di cambiare per sempre l’aspetto, la storia e il destino della Terra.
 
Dalla distruzione della foresta amazzonica, ai cambiamenti irreversibili della cordigliera delle Ande, alla frammentazione della Grande Barriera Corallina, alla scomparsa di specie (…) del Centro-America, al pipistrello bruno, agli orsi, alle foche, alle tante specie di uccelli in pericolo, a migliaia di specie marine, al triste destino dei rinoceronti e degli elefanti, e delle tantissime specie a rischio nel continente africano, stiamo assistendo ad una estinzione di massa senza precedenti.
 
Tutto questo nel silenzio generale, anzi mentre tutte le discussioni vertono sulle esigenze egoistiche della specie Homo e sull’aumento continuo dei suoi consumi e della sua produzione. Tutti siamo preoccupati che nei prossimi anni non potremo cambiarci l’automobile come negli anni precedenti, o dovremo prendere un numero minore di aerei, o accontentarci di un tenore di vita meno dispendioso. Ci disinteressiamo invece completamente di quello che sta avvenendo alle specie viventi diverse da Homo che ci hanno accompagnato per milioni di anni.
 
Da dove nasce la grande catastrofe cui stiamo assistendo? Tutto comincia con la comparsa di una nuova specie animale, forse duecentomila anni fa. Come accade a tutte le specie molto giovani, la sua posizione è all’inizio piuttosto instabile. Ridotta numericamente, la sua presenza è limitata a una ristretta porzione dell’Africa orientale.
 
Lentamente la popolazione di questa nuova specie cresce. I membri di questa specie non sono dotati di particolare rapidità nei movimenti, né possiedono una grande forza o alti tassi di fertilità. E tuttavia sono pieni di risorse. Gradualmente si spingono verso nuove regioni con climi differenti, differenti predatori, differenti prede da cacciare. Sembra che nessuno dei classici limiti ambientali né la geografia possa scoraggiarne la migrazione. Nelle zone costiere raccolgono crostacei e molluschi, in quelle interne cacciano altri mammiferi. Si adattano in fretta a ogni luogo intervenendo fortemente e trasformando l’ambiente circostante.
 
Quando si spostano verso l’Europa, entrano in contatto con creature particolarmente simili a loro (Neanderthal), ma più robuste e forse dotate di maggiore forza muscolare. Si incrociano con questa nuova popolazione e poi, in un modo o nell’altro, la sterminano.
 
L’esito di questa vicenda si rivelerà esemplare. Man mano che la specie in questione amplia il suo raggio di azione, incrocia il cammino di altri animali, di dimensioni anche due, dieci, venti volte maggiori: enormi felini, orsi giganteschi, tartarughe grosse come elefanti, bradipi alti quasi cinque metri. Sono specie fisicamente più forti, e spesso molto più feroci. Ma non si riproducono con rapidità, e vengono spazzate via.
 
Anche se è terrestre per natura, la nostra specie – alquanto ingegnosa - attraversa i mari. Raggiunge isole abitate da esemplari di particolari processi evolutivi: uccelli con grandi uova, ippopotami nani, scincidi giganti. Queste creature, abituate all’isolamento totale, sono male equipaggiate per far fronte ai nuovi arrivati o ai loro compagni di viaggio (la maggior parte delle volte, topi). Molte di loro, ancora una volta, soccombono. Il processo non si arresta; si protrae a singhiozzo per millenni, finché la specie in questione non si è diffusa praticamente in ogni angolo del pianeta.
 
A questo punto, più o meno contemporaneamente, intervengono diversi fattori che permetteranno all’Homo sapiens, questo è il nome che la specie è giunta a darsi, di riprodursi con una frequenza senza precedenti. In un solo secolo la popolazione raddoppia; in seguito raddoppia ancora, e poi ancora una volta in qualche decennio. Intere foreste vengono abbattute. Gli esseri umani lo fanno di proposito, allo scopo di procurarsi il sostentamento.
 
Trasportano organismi da un continente all’altro, alterano le terre, cacciano e distruggono animali, inquinano, bruciano, edificano, imprimendo così un nuovo aspetto alla biosfera terrestre. Introducono senza volerlo agenti patogeni e quando in un ambiente si presenta un agente patogeno del tutto nuovo è come se venisse introdotta una pistola in un duello col coltello.
 
Non avendo mai incontrato prima il fungo o il virus o il batterio, il nuovo ospite non possiede difese contro l’aggressione che sta per ricevere. Questo tipo di interazioni sono letali. Nell’ottocento il castagno americano fu distrutto da un fungo parassita importato dal Giappone (qualcosa come 4 miliardi di alberi scomparvero). Molte popolazioni di animali furono annientate da virus o batteri.
 
Ma nell’ultimo secolo si sta per compiere una trasformazione ancora più insolita e radicale. Dopo aver scoperto riserve sotterranee di energia, gli uomini avviano un processo di consumo di idrocarburi che modifica la composizione dell’atmosfera. Questo, a sua volta, altera gli equilibri climatici e chimici degli oceani.
 
Alcune specie animali e vegetali reagiscono spostandosi: superano montagne e mari e migrano verso i due poli. Ma un gran numero di queste – sulle prime centinaia di specie, poi migliaia, e in seguito forse milioni - si ritrovano abbandonate nel deserto. Il tasso di estinzione cresce vertiginosamente, e il modo in cui è strutturata la vita sul pianeta muta.
 
Per sostenere il numero crescente di esemplari Homo, la specie assassina che sta infestando il pianeta ricorre a fertilizzanti, estrae azoto dall’atmosfera per utilizzarlo chimicamente per produrre cibo, riempie di veleni e antiparassitari le terre emerse e le acque per aumentare la produzione di cibo, utilizza dosi massicce di anabolizzanti ed ormoni per aumentare la produzione di carne, depreda i mari di pesci e molluschi, li riempie di plastiche di scarto. I veleni immessi aumentano anche essi vertiginosamente la distruzione di specie animali e vegetali.
 
In passato le grandi estinzioni avevano visto la loro origine in una glaciazione, come nel caso dell’estinzione della fine dell’Ordoviciano [450 milioni di anni fa]; nel riscaldamento globale e nei mutamenti della composizione chimica degli oceani per quella della fine del Permiano [251 milioni]; nell’impatto di un asteroide contro il nostro pianeta nelle battute finali del Cretaceo [66 milioni].
 
L’estinzione attualmente in corso ha le sue nuove cause specifiche: non un asteroide o una imponente eruzione vulcanica, ma una specie infestante: l’essere umano. La modernità è la piena espressione di questa distruttività umana. Si tratta di una capacità forse inscindibile dalle caratteristiche che ci rendono umani: l’irrequietezza, la creatività, la capacità di collaborare e risolvere i problemi, intervenendo attivamente sull’ambiente circostante.
 
“Sotto molti aspetti il linguaggio umano è come il codice genetico”, ha scritto il paleontologo britannico Michael Brenton. “L’informazione viene immagazzinata e trasmessa, con delle modifiche, di generazione in generazione”. E’ la comunicazione a tenere insieme la società e a permettere agli esseri umani di sfuggire all’evoluzione. Eppure queste capacità aggiunte all’estremo egoismo di specie che ci caratterizza come umani ci sta conducendo alla catastrofe.
 
Saremo in grado di prenderne coscienza e di cambiare rotta (se si è ancora in tempo?). Proprio ora, in quel magnifico momento che è per noi il presente, ci troviamo a decidere quale percorso evolutivo rimarrà aperto e quale invece verrà sbarrato per sempre. Nessuna altra creatura si è mai trovata a gestire nulla di simile, e sarà, purtroppo, il lascito più duraturo della nostra specie.
 
La Sesta Estinzione continuerà a determinare il corso della vita sul pianeta molto dopo che ciò che l’uomo ha scritto e dipinto e costruito sarà ridotto in polvere, quando magari i ratti giganti avranno – oppure no - ereditato il pianeta. >>
 
ELISABETH KOLBERT

(N.B. – il brano è ripreso dal blog “Un pianeta non basta” dell’amico Agobit).

sabato 11 aprile 2015

Il Mercante in Fiera

Il post di oggi è dedicato nuovamente all’economista Alberto Bagnai, che, nelle vesti inconsuete di “storico”,  ci parlerà del c.d. “mercantilismo” europeo e dei danni profondi che questa ideologia (che ha sostanzialmente dominato la storia degli ultimi secoli) avrebbe portato nel mondo.

Si tratta di affermazioni un po’ forti (come è nella natura del personaggio) e  che, in alcuni punti, non mi sento di condividere. Ma che fanno senz’altro riflettere.
LUMEN


<< [Un tempo] non riuscivo a capire come gli europei, persone "come noi", avessero potuto portare le armi gli uni contro gli altri, e arrivare addirittura a pianificare lo sterminio di un popolo (…). Sì, la guerra c'era (il Vietnam, ad esempio), c'erano anche i genocidi (in Ruanda, ad esempio), ma era una cosa che comunque riguardava gli altri: pelle scura, occhi a mandorla, ecc. (…)

Non sto dicendo soltanto che non condividevo (è ovvio) i massacri che hanno macchiato la nostra storia, che non li giustificavo (è ovvissimo!): sto dicendo che non li capivo proprio, come non capisco in base a quale logica le formiche costruiscano i loro formicai, o gli storni si aggreghino nei loro stormi, così elastici e imprevedibili. Queste violenze mi sembravano ancora possibili, forse, in persone che percepivo come culturalmente e in qualche modo anche storicamente molto distanti da me, perché in diverse fasi dello sviluppo economico e sociale, se pure cronologicamente contemporanee.

Ora invece capisco come sia potuto succedere, qui e a noi, e come potrebbe succedere nuovamente, e lo capisco perché lo vedo sotto i miei occhi: la cieca, pervicace volontà delle élite europee di proseguire sulla loro strada di esasperazione delle disuguaglianze e degli squilibri fra i nostri paesi, di ottusa e suicida difesa degli interessi particolari di pochi, e il supporto che a questa strategia autodistruttiva viene fornito da una stampa indegna, menzognera più per conformismo che per tornaconto, piaga purulenta sul corpo martoriato della nostra democrazia, mi fanno disperare che si possa trovare una soluzione democratica ai problemi nei quali siamo invischiati. (…)

Avete mai dato un'occhiata alla lista dei genocidi ? Si divide in due: prima e dopo il 1490. Convenzione storica, s'intende. O no? (…)
Nella definizione di genocidio data da Gregory Stanton apprendo che il primo degli otto stadi di un genocidio è la divisione in "noi" e "loro". Non è un'enorme intuizione, ma senz'altro aiuta a mettere le cose in prospettiva. Ora, molto schematicamente, nelle relazioni economiche fra gruppi di uomini (li vogliamo chiamare nazioni? Popoli? Fate voi, non sono un esperto...) c'è un momento piuttosto preciso nel quale sorge il "noi contro loro", ed è quando qualcuno decide che gli altri sono il suo mercato di sbocco, i suoi clienti.

Intendiamoci: non sto dicendo che il barista sotto casa, o il ferramenta vicino, siano dei potenziali genocidi in quanto venditori di caffè o di trapani, ovviamente non è questo il problema. Sto dicendo una cosa diversa: che un approccio mercantilista alla politica (economica) fatalmente conduce a (e forse è originato da) una distinzione fra la razza eletta dei venditori, e quella inferiore degli acquirenti.

Provate a leggere così la storia dell'Eurozona. E provate a leggere così la storia del mercantilismo europeo. Quanti genocidi sono stati commessi, da quando abbiamo cominciato ad andare in giro per il mondo a cercare mercati di sbocco, e, naturalmente, materie prime? Molti. (…)
I conquistadores, che a quel tempo si sentivano gli eletti, oggi sono i porci, i PIGS: sono cambiati i suonatori, certamente, ma quanto è cambiata la musica? (…) Cortés non era Hitler, mi sembra sufficientemente ovvio. Eppure ancora oggi la gente in giro per il mondo muore in conseguenza di tre o quattro secoli di mercantilismo europeo, che hanno lasciato i loro segni sul mappamondo.

Avete presente quegli stati i cui confini son tirati col righello? Ecco, sto parlando proprio di questo: se ci fate caso, in sette casi su dieci lì la gente si sta ammazzando ancora oggi, e di quelli che c'erano molti non si ammazzano più perché non possono farlo, li abbiamo "eradicati" noi... Cosa voglio dire con questo? Una cosa molto semplice: (…) il problema non è la Grecia, è la Germania. (…).

Ma non credo che, a chi ha letto Machiavelli, [questo] dica moltissimo: il problema è già esposto tutto lì. Il mercantilismo, quello che uno ha definito "la politica del mangiare solo una patata per vendere le altre tre al mercato", vi è chiaramente descritto sia nella sua meccanica economica (l'accumulazione di capitale finanziario) sia nella sua logica politica (la Wille zur Macht [volontà di potenza] c'era già tutta, se non si chiudono gli occhi).

Storicamente il mercantilismo è fortemente correlato allo sterminio. Certo, non quello organizzato, banalmente malvagio, dei nazisti: forme più artigianali, diciamo così. Nessuno vuole fare paragoni azzardati, certo non io. Constato invece con grande amarezza che tutti continuano a classificare i morti secondo categorie calcistiche: serie A, serie B, serie C, e questa ovviamente è la strada maestra verso la ripetizione di esperienze sgradevoli...
Ma torniamo al punto. Mi sembra di star dicendo una cosa non particolarmente astrusa (e, come al solito, non particolarmente originale): è incontestabile che chi imposta la propria politica economica secondo rapporti di forza, cioè non secondo reciprocità, imbocca una strada che fatalmente conduce alla violenza.

E questo tipo di approccio, lo sappiamo, non possiamo, non dobbiamo negarcelo, il popolo tedesco, che ci ha regalato tanto lo ha interiorizzato e praticato da secoli. Non è l'unico a praticarlo al mondo, beninteso, ma che in Europa ne sia il più fervente seguace è cosa consegnata alla letteratura scientifica: (…) ad esempio, ci hanno documentato come in Germania cinque secoli dopo Machiavelli la politica dei redditi fosse e sia indirizzata allo stesso stessissimo identico medesimo scopo: comprimere i salari (vivere come poveri) per espandere le esportazioni (accumulare "danari da chi vuole delle loro robe").

Ora, cercate di capire il mio sconcerto e il mio imbarazzo nel dirvi queste cose. Io sono quello che per primo ha visto chiaramente come la via di fuga delle élite periferiche (…), sarebbe stata quella di ricondurre il conflitto europeo fra capitale e lavoro (del quale l'euro è stato un elemento) a un: "tutta colpa della Germania se l'euro non ha funzionato"!
Lo state vedendo, anche in questi giorni. I nuovi nazisti, gli europeisti, sono quelli che fomentano l'odio antitedesco pur di salvare la loro svastica, l'euro (…). Attenzione, però. Se dobbiamo combattere chi banalizza il "fallimento" di un progetto che ha motivazioni complesse e finalità in parte raggiunte (come l'euro), riducendolo a un mero "tutta colpa dei crucchi cattivi" (…), d'altra parte dobbiamo riconoscere che la Germania è un serio problema per l'Europa.

Ve la dico con una frase a effetto, poi ci ragioniamo. L'ideologia dei popoli che "vivono come poveri", per dirla con Machiavelli, cioè che hanno fatto e fanno del godersi la vita un atto biasimevole, riprovevole (perché è per mera logica macroeconomica ostativo al "vendere agli altri" le famose tre patate), è “in re ipsa” una ideologia di morte, un'ideologia distruttiva, e prima ancora autodistruttiva.
Noi abbiamo compassione dei popoli tedeschi, presso i quali la disuguaglianza è aumentata, più che da noi, e presso i quali la povertà dilaga (e i nostri giornali ogni tanto se ne ricordano). Ma ne abbiamo anche paura, e direi che abbiamo fondati motivi per averne. Credo che sarebbe semplicistico e suicida non vedere il collegamento fra certi atteggiamenti stratificatisi nei secoli, e certi esiti letali.

Cosa voglio dire con questo? Ma sempre la solita cosa: che uscire dall'euro ovviamente non risolverà tutti i problemi. Uno dei problemi residui sarà, purtroppo, quello della Germania: una nazione così scomoda, che chiunque ne parli affrontando il problema in termini razionali è costretto ad ammettere che i suoi vicini hanno necessità di dotarsi di armi difensive nei suoi riguardi. (…)  Questo è il principale problema culturale che il progetto di "unione politica europea" si trova davanti, ed è un ostacolo insormontabile, ed è un problema da gestire e da non ignorare.

Portata alle estreme conseguenze (…) la politica mercantilista è, oggettivamente e nei fatti, una politica di sterminio, per il semplice fatto che essa traduce in pratica il delirio asimmetrico di élite che individuano negli altri popoli un mezzo, anziché individuare nel proprio popolo un fine: tale è stata storicamente, tale si presenta oggi ai nostri occhi. La divisione in "noi" e "loro" nasce da lì, e sono certo che più di un vero storico avrà usato questa chiave interpretativa (…).

Come si gestisce questo problema, come si gestisce, quindi, qui in Europa, il problema tedesco? (…) L'evoluzione verso un sistema monetario internazionale (…) tale da scoraggiare automaticamente le politiche di surplus estero strutturale, è senz'altro il first best; il second best è tornare alla flessibilità del cambio, come strumento che costringa i tedeschi a godersi i meritati frutti del proprio lavoro, a non "vivere come poveri", a riequilibrare il loro modello politico e culturale sullo sviluppo della domanda interna. (…)

C'è una insanabile incoerenza logica nell'affidare a una nazione mercantilista la gestione di un mercato comune: una nazione che vuole solo vendere, e mai comprare, non potrà mai gestire in modo equilibrato e razionale un'area di libero scambio. Di questa palese incoerenza logica stiamo morendo. Molti discorsi apparentemente "astratti" hanno ricadute drammaticamente concrete (…).
Siamo noi che dobbiamo fraternamente insegnare ai nostri amici tedeschi le virtù dell'equilibrio dei conti esteri, ma per riuscirci, per essere veramente convincenti, prima dobbiamo capirlo noi, dobbiamo apprendere questa semplice lezione della storia: il mercantilismo porta allo sterminio. >>

ALBERTO BAGNAI

sabato 4 aprile 2015

Piacer figlio d'affanno

LUMEN – E’ con grande piacere, ed oserei dire con sincera commozione, che posso presentarvi oggi uno dei più grandi poeti, letterati e filosofi italiani di tutti i tempi, il conte Giacomo Leopardi.
LEOPARDI – Grazie per le belle parole. Ma lasciate perdere il “conte”, vi prego. Ho abbastanza in uggia queste vuote formalità.

LUMEN – Vi capisco, signor Leopardi. 
LEOPARDI – Anzi chiamatemi pure Giacomo. In fondo siamo tutti fratelli di fronte ai colpi e alle ingiurie della natura matrigna.
 
LUMEN – E voi lo potete ben dire.
LEOPARDI – Pur troppo.
 
LUMEN - Come vi sentite, oggi, Giacomo ?
LEOPARDI – Abbastanza bene grazie.
 
LUMEN – Ne ho piacere. Vedo che anche il tempo si è rimesso in bello.
LEOPARDI - Passata è la tempesta: odo augelli far festa, e la gallina, tornata in su la via, che ripete il suo verso. Ecco il sereno rompe là da ponente, alla montagna; sgombrasi la campagna, e chiaro nella valle il fiume appare.
 
LUMEN – Sono immagini molto belle. Complimenti.
LEOPARDI – Ogni cor si rallegra, in ogni lato risorge il rumorio, torna il lavoro usato. L'artigiano a mirar l'umido cielo, con l'opra in man, cantando, fassi in su l'uscio; a prova vien fuor la femminetta a còglier l'acqua della novella piova; e l'erbaiuol rinnova di sentiero in sentiero il grido giornaliero.
 
LUMEN – E questi scorci di vita campagnola sono vivissimi.
LEOPARDI – Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride per li poggi e le ville. Apre i balconi, apre terrazzi e logge la famiglia.
 
LUMEN – Per “famiglia” intendete, ovviamente, la servitù del vostro palazzo.
LEOPARDI – I famigli, certo. E, dalla via corrente, odi lontano tintinnio di sonagli; il carro stride del passegger che il suo cammin ripiglia.
 
LUMEN – In effetti, con le strade dell’epoca, una forte pioggia era un disastro.
LEOPARDI – Non me lo dite. Si rallegra ogni core. Sì dolce, sì gradita quand'è, com'or, la vita? Quando con tanto amore l'uomo a' suoi studi intende? O torna all'opre? O cosa nova imprende? Quando de' mali suoi men si ricorda?
 
LUMEN – Come avete ragione !
LEOPARDI - Piacer figlio d'affanno; gioia vana, ch'è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita aborria.
 
LUMEN – E chi è che aborrisce la vita ?
LEOPARDI – Oh, vi sono molte persone così. Io stesso sono tra quelle.
 
LUMEN – Me ne dispiace.
LEOPARDI - Onde in lungo tormento, fredde, tacite, smorte, sudàrono le genti e palpitàrono, vedendo mossi alle nostre offese folgori, nembi e vento.

LUMEN – Le forze della natura possono essere terribili.
LEOPARDI - O natura cortese, son questi i doni tuoi. Questi i diletti sono che tu porgi ai mortali. Uscir di pena è diletto fra noi. Pene tu spargi a larga mano; il duolo spontaneo sorge.
 
LUMEN – E’ una visione un po’ triste, la vostra; ma non avete torto.
LEOPARDI - E di piacer, quel tanto che per mostro e miracolo talvolta nasce d'affanno, è gran guadagno.
 
LUMEN – Ma per fortuna un poco ne abbiamo.
LEOPARDI – Umana Prole, cara agli eterni ! Assai felice se respirar ti lice d'alcun dolor: beata se te d'ogni dolor morte risana.
 
LUMEN – Beh, certo la morte fa cessare ogni dolore. Ma è anche la fine di tutto.
LEOPARDI – Lo so. Ma, come già dissi altrove: a me la vita è male.
 
LUMEN – Beh, ognuno di noi approccia la vita come può.
LEOPARDI - E come la sorte gli consente.
 
LUMEN – Ma non esiste un qualche luogo speciale nel quale vi sentiate se non felice, almeno sereno, tranquillo ?
LEOPARDI – Sì, esiste. Si tratta di un alto colle, che sorge nei pressi del mio natio borgo selvaggio, e che mi è grandemente caro.
 
LUMEN – Volete parlarne un poco ?
LEOPARDI - Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
 
LUMEN – Si tratta, se non sbaglio, del monte Tabor.
LEOPARDI - Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete, io nel pensier mi fingo, ove per poco Il cor non si spaura.
 
LUMEN – “Mi fingo” nel senso di “mi immagino”, ovviamente.
LEOPARDI - E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando. E mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei.
 
LUMEN – Il silenzio dell’eternità.
LEOPARDI - Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare.
 
LUMEN – Che bella immagine. Grazie per essere venuto, Giacomo, e buon ritorno a Recanati.
LEOPARDI – Grazie a voi.