sabato 29 dicembre 2012

Votare informati

Tra poche settimane andremo a votare, e tutti sanno che uno dei punti deboli della Democrazia (che resta comunque il sistema peggiore, ad eccezione di tutti gli altri) è che richiede dei cittadini, e quindi degli elettori, adeguatamente informati.
Ma questo può essere difficile, sia per motivi oggetti, sia, soprattutto, per l’espressa volontà di manipolare l’informazione.
Ai complessi intrecci tra economia, democrazia e informazione sono dedicate alcune interessanti considerazioni dell’ambientalista americana Donella Meadows, tratte da un lungo articolo sulle “leve di controllo” dei sistemi complessi. Buona lettura.
LUMEN


<< Prendete i mercati, per esempio: (…) i prezzi variano per regolare offerta e domanda e mantenerli in equilibrio.
Più il prezzo (…) è mantenuto chiaro, non ambiguo, puntuale e attendibile, più i mercati funzioneranno agevolmente. I prezzi che rispecchiano a tutti gli effetti i costi diranno ai consumatori quanto possono attualmente permettersi e premieranno i produttori efficienti.

Le industrie e i governi sono fatalmente attratti dal valore del [prezzo come] “punto di leva”, (…) [ma] determinatamente lo spingono nella direzione sbagliata con sussidi, rimedi, esternalità, tasse o altre forme di confusione.
Questa gente sta cercando di indebolire il potere di feedback dei segnali del mercato volgendo l'informazione a loro favore. (…)

Quindi la necessità di leggi anti-trust, di leggi sulla veridicità della pubblicità, tentare di assorbire i costi esterni (come le tasse sull'inquinamento), l'eliminazione di sussidi irrazionali e altri mezzi del mercato per giocare alla pari.
Di questi tempi [però], nessuno di questi [tentativi] va lontano, a causa dell'indebolimento di un'altra serie di circuiti negativi: quelli della democrazia. Questo grande sistema è stato inventato per generare feedback auto-correttivi tra la gente ed i suoi governi.

La gente, informata su ciò che i suoi rappresentanti eletti fanno, risponde eleggendo o destituendo i rappresentanti a quell'incarico.
Il processo dipende da un libero, pieno ed equo flusso di informazioni avanti ed indietro tra l'elettorato ed i leaders. I leaders spendono miliardi di dollari per limitare ed influenzare questo flusso.

Date a quelli che vogliono distorcere i segnali del prezzo di mercato il potere di comprare quei leaders, rendete i canali stessi di comunicazione dei ‘partner aziendali’ interessati e nessuno dei feedback negativi funzionerà. Il mercato e la democrazia si aiutano l'un l'altro a distruggersi. (…)
La democrazia funzionava meglio prima dell'avvento del potere di lavaggio del cervello della comunicazione di massa centralizzata. (…)

C'è una storia che racconta di un numero di case tutte identiche, salvo che, per qualche ragione, il contatore di elettricità in alcune era stato installato nel seminterrato, mentre nelle altre era stato installato nel soggiorno, dove i residenti potevano vedere costantemente che andava più veloce o più lento a seconda che usassero più o meno elettricità.
Con nessun altro cambiamento, con prezzi identici, il consumo di elettricità è stato del 30% in meno nelle case dove il contatore era installato in una posizione visibile. (…)

Dare informazioni in un posto dove non prima non erano date [vuol dire] causare un differente comportamento nelle persone.

Un esempio più recente: il “Toxic Realese Inventory” del governo degli Stati Uniti, istituito nel 1986, che obbliga ogni fabbrica che rilascia pericolosi fumi inquinanti a riferire queste emissioni pubblicamente ogni anno.
Immediatamente ogni comunità poteva scoprire precisamente cosa veniva fuori dalle ciminiere in città. Non c'era nessuna legge contro queste emissioni, nessuna ammenda, nessuna determinazione di livelli di sicurezza, solo informazione.

Ma dal 1990 le emissioni si sono abbassate del 40%. Hanno continuato ad andare giù non tanto per l'indignazione dei cittadini ma per la vergogna delle aziende. Una compagnia chimica che si collocava nella Top Ten della lista degli inquinanti ridusse le sue emissioni del 90%, solo per uscire dalla lista. (…)

La tragedia (…) che sta abbattendosi sulle industrie commerciali del pesce, capita perché non c'è un feedback dallo stato della popolazione del pesce, alla decisione di investire in navi da pesca.
Contrariamente all'opinione degli economisti, il prezzo del pesce non fornisce questo feedback. Quando il pesce diventa più scarso e dunque più costoso, diventa ancora più redditizio andare e prenderlo. Questo è un feedback perverso, un ciclo positivo che porta al collasso. (…)

Un feedback [dovrebbe essere] convincente.
Supponete che i contribuenti possano specificare nella loro dichiarazione dei redditi in quali servizi governativi il pagamento delle loro tasse deve essere speso. (Democrazia radicale !)

Supponete che una qualunque città o ditta che mette una tubatura per raccogliere acqua da un fiume debba metterla immediatamente a valle dalla tubatura da dove scarica acqua.
Supponete che un qualunque funzionario pubblico o ufficiale che prenda la decisione di investire in una centrale nucleare conservi nel suo prato gli scarti della sua centrale.
Supponete (questa è una vecchia storia) che i politici che dichiarano guerra siano chiamati a combatterla in prima linea. (…)

Questa è la ragione per cui così tanti circuiti di feedback vanno perduti, e perché questo tipo di punto di leva è spesso popolare tra le masse, malvisto da chi sale al potere ed efficace, se si riesce a farlo realizzare dai potenti. >>

DONELLA MEADOWS

sabato 22 dicembre 2012

Cave Canem

Il 25 dicembre si festeggerà la FESTA DELLA FAMIGLIA (alcuni la chiamano Festa del Natale) e chi può rappresentare al meglio il cuore ed il simbolo della famiglia, se non il cane (per chi ha la fortuna di averlo) ?
Ecco quindi alcune frasi - simpatiche, divertenti o profonde - su questo nostro incommensurabile amico.E buona Festa della Famiglia a tutti.
LUMEN


Se ogni cane ha bisogno di un padrone, ogni uomo ha bisogno di un cane, anche se non lo sa.
M. VALCARENGHI

La fedeltà di un cane è un dono prezioso che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano.
K. LORENZ


Il cane è un gentiluomo. Spero di andare nel suo Paradiso, non in quello degli uomini.
M. TWAIN


Chi non ha tenuto con sé un cane, non sa cosa sia amare ed essere amato.
M. DE LARRA


I cani amano gli amici e mordono i nemici, a differenza degli esseri umani, che sono incapaci di amore puro e confondono l'amore con l'odio nelle loro relazioni.
S. FREUD


Il cane è la virtù che, non potendo farsi uomo, si è fatta bestia.
V. HUGO


Il cane è un eterno Peter Pan, non invecchia mai, perciò è sempre disponibile ad amare ed essere amato.
A. KATCHER


Meticolosamente addestrato, l'uomo può diventare il miglior amico del cane.
FORD


Il cane desidera il tuo affetto più della sua pappa. Beh, più o meno.
C. GRAY


Non c'è fedeltà che non tradisca almeno una volta, tranne quella di un cane.
K. LORENZ


Il cane resta accanto al padrone nella prosperità e nella povertà, nella salute e nella malattia. pur di stare al suo fianco dorme sul terreno gelido, quando soffiano i venti invernali e cade la neve.
Bacia la mano che non ha cibo da offrirgli, lecca le ferite e le piaghe causate dallo scontro con la rudezza del mondo. Veglia sul sonno di un povero come se fosse un principe.
G. VEST


Nessuno come un cane sa apprezzare la straordinarietà della tua conversazione.
C. MORLEY


Non importa se non avete denaro o possedimenti; il solo fatto di possedere un cane vi rende ricchi.
L. SABIN


Il sorriso del cane sta nella coda.
V. HUGO


La vera passeggiata con il proprio cane si fa senza guinzaglio.
Perché quando due vecchi amici vanno a passeggio insieme, non è che uno dei due tiene al guinzaglio l'altro.
LUMEN


Il cane, a differenza dell’uomo, può continuare tranquillamente a vivere in modalità BAU senza distruggere l’ecosistema. 
LUMEN

sabato 15 dicembre 2012

La foglia, l'albero e la foresta

Tra i grandi inconvenienti di una società complessa c’è anche il rischio di affrontare i problemi nell’ottica della specializzazione più spinta, tralasciando il quadro d’assieme.
In tal modo, nei periodi di crisi, si riesce magari a risolvere un problema, ma al prezzo di aprirne  o aggravarne o semplicemente nasconderne un altro.
E’ necessaria, invece, una visione d’assieme della nostra società, come ci spiega l’ottimo Luca Pardi in questo interessante pezzo scritto per RIENTRODOLCE, l’associazione che si batte da anni per la riduzione globale della popolazione.
LUMEN


<< Non ho ancora trovato una critica convincente alla nostra convinzione che con il Picco del Petrolio si manifestino tutti i segni dell'overshoot ecologico di Homo sapiens, non come singoli eventi indipendenti o debolmente accoppiati, ma come manifestazione di un unico fenomeno i cui aspetti economici, ecologici e sociali andrebbero trattati, a livello politico, culturale e informativo nel quadro di una visione d'insieme (olistica) e non, meccanicisticamente, come singoli problemi a cui si può porre rimedio con interventi tecnicamente appropriati.
La sindrome dei tecnici è esattamente questa. Il problema generale è la sommatoria di tanti problemi che possono essere specialisticamente e separatamente affrontati. Non è così. (…)

I politici, i migliori, sono abituati a non guardare l'albero, ma la singola foglia, mentre noi gli chiediamo di guardare la foresta. (…)
Quello che sorprende è che dieci anni sono passati invano se si pensa che tutt'oggi la maggior parte delle persone guardano la foglia e trascurano la foresta e perfino l'albero; non solo ma considerano "ideologico" guardare più in la della punta del proprio naso affermano di sapere che c'è qualcosa oltre quella punta, ma si comportano come se lo ignorassero.

Per creare questo modo di vedere aiuta molto la cultura contemporanea della velocità e della specializzazione. Tutto deve essere istantaneo, consumato rapidamente e trasformato in rifiuto.
Questo vale per gli oggetti materiali, ma anche per le idee. Fermarsi a riflettere è irrimediabilmente retrò e fuori moda. Questo sullo schermo e sul palcoscenico. Ma nell'intimo ciascuno di noi sente il bisogno di fermarsi.

Mentre le classi dirigenti spronano alla competizione, molti sentono il bisogno di cooperazione, coscienti del fatto che è la cooperazione a premiare il merito e non la competizione che premia solo la violenza e la sopraffazione.
In un ambiente collaborativo i migliori per certe mansioni e caratteristiche vengono investiti spontaneamente delle responsabilità, mentre in un ambiente competitivo prevalgono i più furbi e i meno leali, in pratica prevale la malavita. Esattamente quello che sta succedendo da una parte all'altra del nostro paese e nel mondo.
Violenza, illegalità, spregio della giustizia, bulimia consumista, irresponsabilità ecologica nei confronti delle altre specie viventi, sopraffazione e sfruttamento dell'uomo e degli altri animali e degli ecosistemi, questi sono i caratteri emergenti dell'etologia umana all'inizio del XXI secolo.

Le soluzioni sono demandate agli specialisti, ai tecnici. Persone che hanno dedicato la loro vita a guardare la foglia, le sue venature, la faccia superiore e la faccia inferiore. Magari l'hanno sezionata e guardata al microscopio. Sanno tutto della foglia. Non sanno nulla dell'albero e della foresta, ma sono convinti che la foresta sia semplicemente una somma di foglie.

Per questo la politica è nelle mani di tecnici che poi essenzialmente si occupano di economia, considerando l'economia una cosa che si esaurisce in se stessa e al suo interno contiene tutte le possibili risposte.
Tutto viene reso economico attraverso un prezzo. Gli idealisti, in questo campo, si occupano di abbellire il ponte del Titanic o rendere il naufragio meno sgradevole. Anche questo è successo già nella storia dell'umanità, ma quando succedeva c'era sempre un posto dove andare, dove fuggire e rifugiarsi. Una nicchia ecologica libera in cui emigrare.

L'umanità del XXI secolo non ha questa opzione. Il mondo è pieno e non c'è posto dove fuggire, dobbiamo rinunciare a questo modulo comportamentale che ci ha accompagnati fin dall'origine.
Oggi emigrare significa affrontare presto o tardi un conflitto. La retorica del migrazionismo e la contro-retorica dell'isolazionismo sono ambedue prodotti dei secoli scorsi. Inutili oggi.
Nessuno fermerà le ondate migratorie se non metteremo mano ai due problemi di fondo: la crescita della popolazione e la crescita dei consumi. >>

LUCA PARDI 

sabato 8 dicembre 2012

Andate e moltiplicatevi

So che è scorretto e che non si dovrebbe fare. So che si tratta di un comportamento abietto, abominevole e vergognoso. Ma non ho saputo resistere alla tentazione e l’ho fatto lo stesso.
Sono andato sul Forum dei Cattolici Romani (uno dei siti più importanti nel suo genere), sono entrato in una discussione di argomento demografico, e mi sono divertito a leggere il pensiero in merito dei nostri fratelli più sfortunati.
Potete trovate qua i commenti più irresistibili (tutti rigorosamente veri): ci sarebbe da sorridere, se il problema non fosse tragicamente serio.
LUMEN


<< Personalmente, questo mito della terra con troppa gente lo ritengo ridicolo ed infondato.
Eccoti un calcolo facile: la popolazione attuale sulla terra è di 6.700 milioni; l'area della Francia e Spagna insieme (volevo usare l'Italia, ma è un po' troppo piccola; la mia seconda scelta erano gli Stati Uniti, ma sono un po' troppo grandi) è di 1 milione e 40 mila Km quadrati.
Se fai il calcolo, vedi che, se tutti gli abitanti della terra vivessero in Francia o Spagna, avrebbero 155 metri quadrati l'uno a disposizione. In New York City, ci vivono bene con 100 metri quadrati l'uno. (A.)


Molti Stati sviluppati hanno usato il boom demografico per farci credere che presto non ci sarà più posto ne risorse sulla terra. E poi hanno usato questa teoria (falsa!) per imporre contraccezione ed aborto. (A.)
 

Bisogna iniziare col dire che non c'è nessun allarme demografico, anzi, per molte nazioni è iniziato un allarme al contrario, che vede la decrescita demografica dovuta a bassi assi di natalità uniti a un forte invecchiamento della popolazione. (…) 
Voler giustificare l'uso di metodi contraccettivi o, peggio, dell'aborto, in un contesto di allarme demografico vuol dire creare un falso problema per dargli poi una soluzione ideologica.
Ci sono ampie parti del pianeta con densità di popolazione bassissima, e il problema delle risorse non riguarda certo la loro quantità, quanto invece la distribuzione. Quindi direi che la vera domanda da porsi è: come incoraggiare una ripresa della natalità ? (B.)
 

Gli esseri umani non sono batteri in brodo di coltura o conigli in batteria. Non si può ragionare in termini meramente numerici e statistici.
Noi abbiamo un'anima immortale creata ad immagine di Dio e le nostre azioni hanno un valore morale. (L.)
 

Nei tempi antichi si procreava molto più di oggi, eppure la popolazione era molto inferiore all'attuale. Oggi si procrea poco e siamo in molti, sia allora che oggi non c'è mai stato problema di posto sulla terra, evidentemente il Signore ha decretato un ciclo naturale che permette agli uomini di vivere sulla terra, che siano 1 miliardo o 7 miliardi.
Inoltre la Provvidenza di Dio fa si che, anche quando le condizioni originarie vengono a mancare (come nel caso della distruzione dell'ambiente) non manchi la possibilità all'uomo di continuare a vivere. Quindi, a mio avviso, il problema non si pone. (A.)
 

[Giovanni] Sartori, e tutta un’altra serie di personaggi che vanno da Marco Pannella a Richard Dawkins, sostengono da tempo che la popolazione umana sia soggetta ad un’espansione esponenziale che la porterà ad un epilogo rovinoso. Si parla di “bomba demografica” di “crescita cancerosa”, insistendo sulla necessità di una riduzione delle nascite da perseguire con tutti i mezzi, non escluso l’aborto. 
Si tratta di una vecchia idea proposta nel 1798 da Thomas Robert Malthus (e utilizzata da Darwin per teorizzare l’evoluzione per selezione naturale) e da allora regolarmente smentita, ma altrettanto regolarmente riproposta, basti pensare al Club di Roma che dall’inizio degli anni ’70 profetizza catastrofici crolli socioeconomici a causa della “sovrappopolazione”.
Ma perché un quotidiano come il Corriere della Sera offre questo spazio fisso (…) a Sartori ? Qualcuno provveda ad avvertirlo che la “bomba demografica” è ormai ampiamente da relegare tra le false teorie, che i maggiori studiosi del settore sono addirittura preoccupati per i rischi di una contrazione demografica ! (G.)


Eppure non è detta l'ultima parola. L'Amore di Dio verso l'uomo non è certo scemato, e se solo sapremo rimetterci nelle sue mani riscoprendo quei valori oggi eclissati tutto, anche ciò che oggi appare decisamente impensabile, è ancora possibile.
L'importante ora è non perdere tempo e aprire gli occhi su un problema - quello dei figli che non nascono - troppo a lungo sottovalutato e nascosto. (G.) >>

sabato 1 dicembre 2012

68 e dintorni

Io, personalmente, non ho fatto il '68 (per semplici motivi anagrafici), ma ho sempre avuto l'impressione che la leggenda costruitagli intorno fosse un po’ troppo mitizzata.
Ecco infatti cosa ne pensa il grande sociologo Zygmund Baumann, in un passaggio di una lunga e bella intervista a “Lettera 43”, che mi è stata segnalata dall'amico Sergio (che ringrazio).
Come prevedevo, il mitico ‘68 non ne esce benissimo.
LUMEN


D - Oltre ai consumi che le masse non possono più permettersi, la crisi globale sta distruggendo lo stato sociale.

BAUMANN - Tutti i governi lo stanno smantellando, socialdemocratici e di centrodestra. Come per i premier eletti, la scomparsa dello stato sociale non è né di destra, né di sinistra. Del resto, non lo fu neanche sua creazione.


D - Da cosa nacque lo stato sociale?

BAUMANN - L’idea che la comunità venisse incontro nei momenti di difficoltà si concretizzò, in modo particolare, dopo la terribile esperienza della Seconda guerra mondiale.


D - Tutti ne uscirono a pezzi.

BAUMANN - Al di là della destra e della sinistra, si arrivò alla conclusione di aver tutti bisogno dell’aiuto reciproco. I lavoratori, ma anche i capi. L’uno dipendeva mutualmente dall’altro.


D - Perché mai il padrone, the boss, dipendeva dagli operai?

BAUMANN - Allora il capitalismo aveva ancora bisogno di lavoratori locali. Era interesse del boss tenere la sua potenziale forza lavoro in buone condizioni. Buona salute, buona istruzione, buona forma. Magari anche una buona auto per andare al lavoro!


D - Ma a pagare il welfare era lo Stato.

BAUMANN - A maggior ragione c’era bisogno del welfare. Con questo meccanismo, i capitalisti abbattevano anche il prezzo per avere forza-lavoro attraente. La comunità pagava loro buona parte dei costi.


D - Invece oggi?

BAUMANN - Oggi le aziende non hanno più bisogno di lavoratori locali. Con la globalizzazione fanno arrivare manovalanza dall’Asia e dall’Africa. Oppure traslocano in Bangladesh.


D - L’industria è davvero finita in Europa?

BAUMANN - Togliamoci dalla testa che ritorni. I disoccupati europei non sono più neanche potenziali lavoratori. La classe operaia – e più in generale la classe lavoratrice dipendente – sta scomparendo molto velocemente. Come nel 1900 accadde con i contadini.


D - Cosa resta nel continente?

BAUMANN - Lo vediamo dai danni fatti. Da decenni i profitti non si fanno più dall’incrocio tra capitale e lavoro. Ma dall’incrocio tra prodotti e clienti. Occorreva tenere buoni i consumatori.


D - Come il welfare, anche le conquiste del 1968 sono polverizzate dalla crisi.

BAUMANN - Da un punto di vista sociologico, rivalutato a posteriori, il movimento del ’68 coincise con l’entrata dei cittadini nella società dei consumi. Fu questa la sua conseguenza più duratura.


D - Non le considera conquiste?

BAUMANN - Il ’68 fu una rivoluzione culturale, non c’è dubbio. E di certo, gli studenti che scendevano in strada volevano tutto, tranne che sdoganare la società dei consumi.


D - Ma?

BAUMANN - Ma, volenti o nolenti, la conseguenza fu quella. Dall’austerità del dopoguerra emerse una nuova generazione che voleva godersi la vita, semplicemente.


D - È un paradosso.

BAUMANN - Eppure è così. I sessantottini erano consumatori di mercato, pronti a cogliere le occasioni che si presentavano. Volevano divertirsi. Vestirsi alla moda. Crearsi identità diverse dalle precedenti. Essere liberi di provare piaceri temporanei. Alla lunga, anche gli iPhone sono una conseguenza del ’68.


D - Anche l’amore liquido è una conseguenza del ’68.

BAUMANN - Gli appuntamenti su Internet, gli incontri di una notte («one night stand»)… Tutto è una conseguenza. È facile: ti diverti, poi premi il bottone “dolete”, cancella. E tutto sparisce.


D - Nell’attimo, però, la soddisfazione è maggiore. Si conoscono più partner, si accumulano esperienze di vita.

BAUMANN - Sì, ma il punto è che, nel tempo, ciò che dà soddisfazione è innanzitutto collezionare esperienze su esperienze. Una volta ottenuto l’oggetto del desiderio lo si getta via, per ottenerne subito un altro.



sabato 24 novembre 2012

C'era una volta l'America

Non ho nessuna difficoltà ad ammettere di essere nato e cresciuto all’ombra del grande sogno americano.
Film, fumetti, personaggi, sport e così via: tutto sembrava splendere in eterno nel firmamento più luminoso. Ma anche il sogno americano potrebbe essere tragicamente alla fine, lasciandoci tutti un po’ orfani.
Ecco cosa dice in proposito Dimitri Orlov (da Effetto Cassandra).
LUMEN


<< La mia previsione è che gli Stati Uniti collasseranno finanziariamente, economicamente e politicamente in un prevedibile futuro. (…)

Il governo federale statunitense sta attualmente spendendo 300 milioni di dollari al mese. Per far questo, “prende in prestito” circa 100 milioni di dollari al mese. Il termine “prendere in prestito” è fra virgolette perché gran parte di quel nuovo debito è creato dal Tesoro e comprato dalla Federal Reserve, così, in essenza, il governo scrive solo un assegno di 100 milioni di dollari a sé stesso ogni mese.

Se questo continuasse per sempre, allora il dollaro americano diventerebbe senza valore, quindi è in atto una pressione per portare le banche centrali straniere ad assumersi loro stesse una parte di questo debito.
Lo possono fare, naturalmente, ma, vedendo che il dollaro americano è sulla strada per diventare senza valore, hanno ridotto le loro partecipazioni del Tesoro americano piuttosto che aumentarle. Nessuno può dire quanto a lungo possa durare il dispiegamento di questo scenario. (…)

Di recente c'è stata attività a raffica intorno alla Cina, (…) con una notevole cortina fumogena. Che cosa stavano nascondendo? Bene, un paio di problemi interessanti.

Primo, esce fuori che la Cina ora può monetizzare il debito statunitense direttamente. Giusto, la capacità di stampare moneta statunitense ora è distribuita fra Stati Uniti e Cina. C'è una linea privata speciale fra Pechino ed il Tesoro americano e la Cina può comprare il Titoli del Tesoro americano senza passare da nessun meccanismo di mercato o rendere il prezzo pubblico.

Secondo, ora la Cina può comprare direttamente le banche americane. Ai bei tempi, i tentativi da parte di forze straniere di usare i Titoli del Tesoro americani per comprare azioni nelle imprese negli Stati uniti era considerato come un atto di guerra. Oggigiorno, pare, non tanto. (…)

Gli Stati Uniti stanno sanguinando di soldi in altri modi: i singoli ricchi si stanno spostando all'estero e rinunciano alla cittadinanza americana in numero sempre maggiore, come i topi che abbandonano la nave che affonda. (…) Il congresso è occupato a redigere leggi che fermino questo tipo di cose, o almeno di renderle un enorme spreco dal punto di vista fiscale. (…)

Il sistema finanziario americano è andato e da ora è chiaro che non sarà ripristinato. (…) JP Morgan ha appena riportato una perdita negli scambi di 2 miliardi di dollari. Si sta facendo niente per questo? Naturalmente no!
La JP Morgan ha una lunga e orgogliosa storia di cattiva gestione dei rischi,   (…) il tutto fatto coi fondi bloccati dei contribuenti, [perché] come altre grandi banche americane, JP Morgan dipende dal sostegno vitale del governo. (…)

E questo ci porta al sistema politico. I politici sono anche soltanto vagamente interessati a riformare il sistema finanziario? No, ne sono troppo spaventati.
La legislazione di riforma finanziaria, così com'è, è stata abbozzata dalle compagnie finanziarie stesse e dai loro lobbisti. I politici avrebbero paura di avvicinarvisi, per timore di mettere a rischio i loro contributi per la campagna elettorale.
Finché i fondi per le elezioni scorrono nei loro scrigni e finché nessuno dei loro amici banchieri va mai in galera, rimarranno indifferenti alla finanza.

Il petrolio importato, naturalmente, è il tallone d'Achille del commercio americano. L'economia americana è stata costruita intorno al principio che i costi di trasporto non contano.
Ogni cosa percorre lunghe distanze sempre, prevalentemente su gomma, alimentate da benzina o diesel: la gente va al lavoro, guida per andare a fare spesa, accompagna i propri figli da e per diverse attività; i beni vengono spostati in magazzini coi camion e il prodotto finale di tutte queste attività – l’immondizia – viene a sua volta trasportata in camion per lunghe distanze.

Tutti questi costi di trasporto non sono più trascurabili. Piuttosto, stanno rapidamente diventando una grande limitazione dell'attività economica. Lo schema ricorrente degli anni scorsi è un picco del prezzo del petrolio seguito da un altro giro di recessione. Potreste pensare che questo schema possa continuare all'infinito, ma stareste semplicemente estrapolando. Molto più importante, c'è ragione di pensare che quello schema arrivi a una fine piuttosto improvvisa.  (…)

Nell'economia americana sempre più risorse sono state allocate in salvataggi, progetti pasticciati di “stimolo economico” e sicurezza nazionale; sempre più inquinamento (e costi associati) dall'estrazione petrolifera offshore e dallo sviluppo di risorse energetiche marginali e sporche come il petrolio da scisti è le sabbie bituminose.
Mentre la parte produttiva dell'economia comincia a fallire, i burocrati aumentano la disperazione ma, essendo burocrati, tutto ciò che possono fare è aumentare all'infinito il fardello burocratico, accelerando la scivolata verso il basso.

Diamo un'occhiata all'esempio della vendita al dettaglio negli Stati Uniti. C'era una volta l'industria locale, che vendeva prodotti in piccoli negozi.
Nel corso di pochi decenni, l'industria si è spostata in altri paesi, prevalentemente in Cina e i piccoli negozi sono stati messi fuori mercato dai grandi magazzini, poi dai centri commerciali, il cui culmine è Walmart, che praticano il “taglia e brucia al dettaglio”.  (…)
Se il dettaglio non esiste più, l'ultima spiaggia è il ricorso agli acquisti su Internet, grazie a UPS e FedEx. E una volta che questi servizi saranno inaccessibili per l'aumento dei prezzi dell'energia, o indisponibili per il mancato mantenimento di strade e ponti, l'accesso locale ai beni di importazione sarà perduto.  (…)

La rete elettrica negli Stati Uniti (…) è pesantemente sovraccarica di vecchie linee di trasmissione e centrali di trasformazione, alcune delle quali risalgono agli anni 50.  (…) 

Ci sono oltre 100 centrali nucleari, che stanno diventando vecchie e pericolose, ma le vite di servizio sono state artificialmente allungate attraverso l'estensione delle licenze.
Non ci sono piani e non ci sono soldi per smantellarle e per sequestrare i rifiuti ad alta radioattività in una località sotterranea geologicamente stabile. Se privati sia di elettricità di rete, sia dal diesel per un lungo periodo di tempo, questi impianti andrebbero in fusione à la Fukushima.
Vale la pena di accennare che i disastri nucleari, tipo Chernobyl, sono un ingrediente potente nel precipitare i collassi politici. Ciò che impedisce ad una tale serie di disastri di avvenire è la rete elettrica, seguita dal diesel. (…)

L'incidenza di grandi interruzioni di potenza [nella rete elettrica] è stata recentemente vista raddoppiare ogni anno. (…). Non molto, negli Stati Uniti, continua a funzionare una volta che la rete elettrica sia inattiva (…).
Senza corrente, non c'è riscaldamento o acqua calda, non c'è acqua corrente o, più spaventoso, non c'è depurazione delle acque reflue, non c'è aria condizionata, il che è fatale in certi posti. (…)
I sistemi di sicurezza e i sistemi di punti vendita smettono di funzionare. I cellulari e i computer portatili non possono essere ricaricati.
I tunnel autostradali e della metro si allagano e i ponti levatoi non si aprono per far passare il traffico navale, come ad esempio le chiatte cariche di diesel.

Possiamo essere sicuri che il diesel continuerà ad essere fornito a tutti gli impianti nucleari attivi anche se tutto il resto crolla? >>

DIMITRI ORLOV

sabato 17 novembre 2012

Odifreddure

Piergiorgio Odifreddi è principalmente un matematico, ma è anche un eccellente scrittore, saggista e polemista.
Per cui ha scritto molto, non solo di matematica o di scienza, ma anche, per esempio, di religione.
Ecco alcune delle sue frasi più argute sull’argomento.
LUMEN



<< Perché mai chi dettava [le Sacre Scritture] avrebbe voluto che si scrivessero così tante cose che (…) sono sbagliate scientificamente, contraddittorie logicamente, false storicamente, sciocche umanamente, riprovevoli eticamente, brutte letterariamente e raffazzonate stilisticamente, invece di ispirare semplicemente un'opera corretta, consistente, vera, intelligente, giusta, bella e lineare ?


Chi è spiritualmente sano non ha bisogno di religioni.


Borges diceva che la religione (…) è un ramo della letteratura fantastica. E infatti, come questa, essa richiede una sospensione del principio di realtà.
Lo si fa quotidianamente, quando si leggono romanzi o si guardano film non realisti ed io credo addirittura che proprio qui stia uno dei motivi per cui la gente ancora crede: perchè è abituata fin da sempre ad accettare storie inverosimili per il solo gusto di sentirsele raccontare, e di lasciarsene stupire ed emozionare.


Il Dio Tappabuchi fu introdotto dal fisico Robert Boyle nel secolo XVII, e in seguito è stato variamente e comodamente invocato come la spiegazione di tutto ciò che la scienza lascia ancora inspiegato, dalla stabilità del sistema solare nel Settecento, alla nascita della vita nell'Ottocento.
Le fortune di questo Dio sono però, ovviamente, inversamente proporzionali a quelle della scienza: più essa avanza, spiegando ciò che in precedenza sembrava inspiegabile, più egli indietreggia.


Se Gesù credeva che la sua seconda venuta fosse imminente, non avrebbe certo fondato una Chiesa. E se non l'ha fatto, questa e quelli [i preti] sono evidentemente soltanto un'associazione di usurpatori.


Se dovessi convincere qualcuno a non credere, gli direi di leggere la Bibbia... ma con attenzione.


Non si può avere allo stesso tempo il calice pieno e la perpetua ubriaca, e cioè abbracciare una fede per i beati poveri di spirito, pretendendo poi allo stesso tempo di non esserlo.


Il rifiuto dell'evoluzionismo e l'esaltazione della razza e della famiglia sono i comandamenti della fede anti-scientista. Essi infiammano i fanatismi religiosi e politici delle Chiese e delle Leghe del mondo intero, perché le differenze culturali sono più importanti della variabilità biologica.


Se la logica e la matematica prendessero il posto della religione e dell'astrologia nelle scuole e in televisione, il mondo diventerebbe gradualmente un luogo più sensato, e la vita più degna di essere vissuta.


Si può credere a ciò che non si capisce ? I sedicenti "misteri della fede" sono appunto cose che per definizione non si possono capire, se no che misteri sarebbero ?
Ma se non si capiscono, come si possono credere ?


Molti malati, mentali o spirituali, non vogliono affatto guarire, e stanno benissimo come sono, cioè malati. E' un paradosso, ovviamente, (…) ma è precisamente quello che succede ai religiosi: i quali, io credo, non desiderano altro se non prolungare per tutta la vita i "piaceri dei tormenti" infantili.
Perchè, per come la vedo io, le religioni rispondono appunto a esigenze tipicamente infantili: il volere, cioè, dare un senso al mondo e alla vita in generale. (…)


Da giovani sentiamo che il mondo è diverso da noi, e pretendiamo di cambiare il mondo.
Da maturi, sentiamo che il mondo è diverso da noi, ma ci accontentiamo di cambiare noi stessi.
Da saggi, infine, sentiamo che il mondo è diverso da noi, e che va bene così. >>


PIERGIORGIO ODIFREDDI

sabato 10 novembre 2012

Tainter, o della complessità - 4

(Completiamo qui di seguito il testo di Joseph Tainter sui problemi delle società complesse. La traduzione è sempre di Carpanix, per Oil Crash Italia).

(seconda parte)

<< Un risultato della diminuzione dei profitti dovuta alla complessità viene illustrato dal collasso dell’Impero Romano d’Occidente.
Come società basata sull’energia solare dall’elevata tassazione, l’Impero aveva poche riserve fiscali. Quando si trovarono di fronte alle crisi militari, gli imperatori romani dovettero spesso reagire svalutando la moneta d’argento e cercando di trovare nuovi fondi.
Nel terzo secolo d.C. le continue crisi costrinsero gli imperatori a raddoppiare le dimensioni dell’esercito e ad incrementare tanto le dimensioni quanto la complessità degli apparati di governo.

Per pagare tutto questo, vennero prodotte grandi quantità di moneta priva di valore, i prodotti furono requisiti ai contadini e il livello di tassazione venne reso ancor più oppressivo (fino a due terzi del raccolto netto).
L’inflazione devastò l’economia. I territori e la popolazione furono censiti e tassati in tutto l’impero. Le comunità erano ritenute responsabili nel loro complesso per ogni eventuale evasione fiscale.
Mentre i contadini diventavano sempre più affamati o vendevano i propri figli come schiavi, si costruivano massicce fortificazioni, le dimensioni dell’apparato burocratico raddoppiavano, l’amministrazione provinciale veniva resa più complessa, si pagavano forti sussidi in oro alle tribù germaniche e si fondavano nuove città e corti imperiali.

Con il crescere delle tasse, le terre marginali vennero abbandonate e la popolazione calò. I contadini non erano più in grado di mantenere famiglie numerose.
Per evitare gli obblighi civili oppressivi, i ricchi fuggirono dalle città per fondare proprietà rurali autosufficienti. Alla fine, per sfuggire alla tassazione, i contadini accettarono volontariamente un rapporto feudale con questi proprietari terrieri. Poche famiglie ricche finirono per possedere gran parte della terra nell’Impero d’Occidente, e furono in grado di sfidare il governo imperiale.
L’Impero si ritrovò a doversi mantenere consumando le proprie risorse di capitali: i terreni produttivi e la popolazione contadina

L’Impero Romano fornisce il più documentato esempio della storia di come aumentare la complessità per risolvere i problemi porta a maggiori costi, minori profitti, disaffezione della popolazione produttiva, debolezza economica e collasso. Alla fine, l’Impero Romano non sarebbe più stato in grado di risolvere i problemi derivanti dalla sua stessa esistenza.

Ma il destino dell’Impero Romano non è il destino inevitabile delle società complesse. È utile discutere un caso storico che è finito diversamente. (…)
Nell’Inghilterra tardo medievale e post-medievale, la crescita della popolazione e la deforestazione stimolarono lo sviluppo economico e furono almeno parzialmente responsabili della Rivoluzione Industriale.
Grandi aumenti della popolazione, verso il 1300, il 1600 e sul finire del XVIII secolo, condussero a una intensificazione dell’agricoltura e dell’industria. Man mano che le foreste venivano tagliate per fornire terreno agricolo e combustibili per una popolazione sempre più numerosa, le esigenze di riscaldamento, cottura e fabbricazione dell’Inghilterra non poterono più essere soddisfatte bruciando legna.

Il carbone divenne sempre più importante, sebbene venisse adottato con riluttanza. Rispetto alla legna, il carbone era più costoso da ricavare e da distribuire, e meno diffuso. Richiedeva un nuovo, costoso sistema di distribuzione.
Quando il carbone divenne importante per l’economia, i depositi più accessibili furono esauriti. Si dovettero mandare i minatori sempre più in profondità, fino al punto in cui l’acqua sotterranea divenne un problema.  Alla fine, venne sviluppato e usato il motore a vapore per pompare l’acqua fuori dalle miniere.

Con lo sviluppo dell’economia basata sul carbone, divennero disponibili un sistema di distribuzione e il motore a vapore, due degli elementi tecnici più importanti della Rivoluzione Industriale.
L’industrializzazione, quel grande generatore di benessere economico, proveniva in parte dai passi messi in atto per contrastare le conseguenze dell’impoverimento delle risorse, presumibilmente una causa di povertà e collasso.
Eppure si trattava di un sistema di incremento della complessità che non avrebbe richiesto molto per mostrare ritorni in calo in alcuni settori. (…)

La scienza attuale costituisce il più grande esercizio di soluzione dei problemi mai messo in atto dall’Umanità. La scienza è un aspetto istituzionale della società, e la ricerca è un’attività che ci piace pensare porti a grandi ritorni.
Eppure, come le conoscenze generali vengono determinate presto nella storia di una disciplina, così il lavoro che resta da fare è via via sempre più specializzato.
Questi tipi di problemi tendono a essere sempre più costosi e difficili da risolvere e, in media, la conoscenza avanza solo a piccoli passi. Aumentare gli investimenti nella ricerca comporta ritorni marginali e in calo. (…)

Man mano che le domande più semplici trovano una risposta, la scienza si rivolge inevitabilmente verso aree di ricerca più complesse e verso organizzazioni più grandi e costose (…) Gli scienziati raramente pensano al rapporto tra costi e benefici per quanto riguarda gli investimenti nelle loro ricerche. 
Eppure, se ci occupiamo in un qualche modo della produttività del nostro investimento nella scienza, ad esempio prendendo in considerazione i nuovi brevetti, la produttività di alcuni tipi di ricerca mostra un declino. (…)
Nelle scienze naturali, siamo coinvolti in una corsa agli armamenti tecnologica: ad ogni vittoria sulla natura, la difficoltà di compiere il passo successivo aumenta.
La produttività in declino della medicina è dovuta al fatto che i rimedi meno costosi per le malattie sono stati raggiunti per primi (…), così che trovare quelli che rimangono è più difficile e costoso. (…)

Questa discussione storica fornisce una prospettiva su ciò che significa essere concreti e sostenibili. (…)
In nessun caso risulta evidente, né solo probabile, che una società sia collassata poiché i suoi membri o dirigenti non hanno preso provvedimenti concreti per risolverne i problemi.

L’esperienza dell’Impero Romano è, ancora una volta, istruttiva. La maggior parte dei provvedimenti che il governo Romano prese per reagire alle crisi – quali svalutare la moneta, innalzare le tasse, ampliare l’esercito e coscrivere il lavoro – furono soluzioni pratiche per problemi immediati.
Sarebbe stato impensabile non adottare tali misure. Nell’insieme, però, questi provvedimenti pratici resero l’impero sempre più debole, man mano che le riserve di capitale (i terreni agricoli e i contadini) venivano impoverite per mezzo della tassazione e della coscrizione.
Con l’andar del tempo, l’escogitare soluzioni pratiche portò l’Impero Romano a ritorni sempre minori e, alla fine, negativi, nei confronti della complessità.

L’implicazione è che incentrare un sistema di risoluzione dei problemi, quale l’economia ecologica, su applicazioni pratiche, non ne accresce automaticamente valore per la società, né incrementa la sostenibilità. (…)

La maggior parte di coloro che studiano i problemi contemporanei sarebbero certamente d’accordo sul fatto che risolvere problemi ambientali ed economici richiede tanto conoscenze quanto formazione.
Una parte importante della nostra risposta ai problemi attuali è consistita nell’accrescere il nostro livello di ricerca nelle materie ambientali, compreso il cambiamento globale. Col crescere della nostra conoscenza e con l’emergere di soluzioni pratiche, i governi implementeranno quelle soluzioni e le burocrazie le faranno rispettare. Saranno sviluppate nuove tecnologie.
Ognuno di questi provvedimenti sembrerà costituire una soluzione pratica per un qualche problema specifico.
Eppure, nell’insieme, questi provvedimenti pratici porteranno probabilmente ad un incremento della complessità, a maggiori costi, e a una minore risposta ai tentativi di risoluzione dei problemi. (…)

Anche la regolazione burocratica in sé genera ulteriore complessità e ulteriori costi. Quando vengono imposte delle regole e imposte delle tasse, coloro che vengono regolamentati o tassati vanno in cerca di scappatoie, mentre i legislatori si sforzano di impedirlo.
Si sviluppa così una spirale di scoperta di scappatoie e di eliminazione delle stesse che porta ad una continua crescita della complessità (…)

Non è che la ricerca, la formazione, la regolamentazione e le nuove tecnologie non possano potenzialmente alleviare i nostri problemi. Con investimenti sufficienti, probabilmente ne sono in grado.
La difficoltà consiste nel fatto che questi investimenti sono costosi, e richiedono una parte sempre crescente del prodotto nazionale lordo di ogni Stato. Con ritorni sempre minori derivanti dalle strategie di risoluzione dei problemi, affrontare la questione ambientale in modo convenzionale significa che sempre maggiori risorse dovranno essere destinate alla scienza, all’ingegneria e al governo.
In assenza di una forte crescita economica questo richiederebbe un declino almeno un temporaneo degli standard di vita, poiché alla gente rimarrebbe meno da spendere per il cibo, per la casa, per l’abbigliamento, per le cure mediche, per i trasporti e per i divertimenti.  (…)

Il fatto che i sistemi di risoluzione dei problemi sembrino evolversi verso una maggiore complessità, verso costi più elevati e verso profitti minori ha implicazioni significative per quanto riguarda la sostenibilità.
Nel tempo, i sistemi che si sviluppano in questa direzione o vengono privati di ulteriori finanziamenti, falliscono nel risolvere i problemi e collassano, o finiscono per richiedere grandi sussidi energetici.

Questo è stato il percorso storico in casi quali quello dell’Impero Romano, dei Maya, (…) delle guerre nell’Europa del Medioevo e del Rinascimento, e di alcuni aspetti della risoluzione dei problemi contemporanea (…)
Questi percorsi storici suggeriscono che una delle caratteristiche di una società sostenibile è l’avere un sistema sostenibile di risoluzione dei problemi — uno caratterizzato da profitti crescenti o stabili, o da profitti in calo che possano essere finanziati per mezzo di sussidi energetici affidabili dal punto di vista della reperibilità, del costo e della qualità.

L’industrializzazione illustra questo punto. Essa ha generato da sé i propri problemi di complessità e di costi. Questi comprendono ferrovie e canali per distribuire il carbone e i prodotti finiti, lo sviluppo di un’economia sempre più basata sui soldi e sul salario, e lo sviluppo di nuove tecnologie.
Mentre solitamente si pensa che tali elementi di complessità facilitino la crescita economica, nei fatti ciò risulta possibile solo quando viene loro fornita energia dall’esterno. Alcune delle nuove tecnologie, quale quella del motore a vapore, diedero segno relativamente presto del fatto che l’innovazione nel loro sviluppo portava benefici sempre minori.

Ciò che ha differenziato l’industrializzazione dalla storia precedente della nostra specie è stato il suo basarsi su un’energia abbondante, concentrata e di alta qualità: i combustibili fossili. (…)
Quando i costi dell’energia possono essere sostenuti con facilità e senza particolare impegno, il rapporto costi/benefici degli investimenti sociali può essere sostanzialmente ignorato (…).
I combustibili fossili resero l’industrializzazione (…) un sistema di risoluzione dei problemi sostenibile per diverse generazioni.

L’energia ha sempre costituito e sempre costituirà la base della complessità culturale.  
Se i nostri sforzi per capire e risolvere i problemi del cambiamento (…) comprendono l’aumentare della complessità politica, tecnologica, economica e scientifica, allora la disponibilità di energia pro-capite sarà un fattore limitante. >>

JOSEPH TAINTER