venerdì 30 ottobre 2015

Non avrai altro Dio


Per monoteismo si intende, come noto, la fede in una sola divinità identificata, generalmente, con il termine Dio. La prima religione a cui può essere applicata questa definizione è, sorpresa sorpresa, un oscuro culto sorto nell'Africa Occidentale circa 8.000 anni fa e dedicato ad un certo Candomblé.
Seguono poi il culto egiziano del dio Aton,  lo Zoroastrismo in Asia e quindi il monoteismo  ebraico, che tutti ben conosciamo. Al monoteismo, alla sua nascita ed alle sue conseguenze è dedicato il post di oggi, opera di un (insolitamente) pacato Pietro Melis. LUMEN
 
 
 
<< Le religioni rivelate nascono sulla base di una credenza degli uomini primitivi che, come spiega Darwin ne L’origine dell’uomo, da quando incominciarono a credere che le immagini oniriche dei loro parenti defunti provenissero da spiriti, incominciarono a seppellire i loro cadaveri dando luogo alle onoranza funebri. Da qui sorse anche la religione totemistica che estendeva l’immortalità anche a degli animali considerati sacri, la cui uccisione una volta l’anno serviva ad impossessarsi dello spirito dell’animale sacro.
 
Il successivo passo fu la credenza in divinità che rappresentavano originariamente le forze della natura. Lo sviluppo del politeismo portò poi a scindere le divinità dalle forze della natura, nonostante rimanesse in alcune di esse la rappresentazione di queste forza, come in Nettuno, il dio del mare. Dunque le religioni in origine non sorsero come bisogno di fondare su di esse un ordine sociale. (…)
 
Poi nell’antichità greco-romana, le divinità assursero alla funzione di protezione di uno Stato secondo le sue necessità politiche e sociali. Da qui la nascita dei templi pagani in cui si invocavano le diverse divinità, a seconda delle prerogative ad esse attribuite, con la credenza che esse potessero essere soddisfatte con sacrifici di animali. Ma nel mondo greco-romano la religione era un’istituzione statale, con sacerdoti che erano dipendenti dall’autorità statale.
 
Solo con il monoteismo di origine ebraico-cristiana si arrivò, al contrario, a concepire la religione come “fondamento” delle istituzioni statali arrivando così ad una sorta di teocrazia, in cui i sacerdoti non dipendevano più dalle istituzioni statali, ma, al contrario, le controllavano.
 
Bisogna però precisare che nell’antichità ebraica il monoteismo non nacque subito in contrapposizione al politeismo. Infatti la religione ebraica passò dal politeismo, in cui prevalente era il dio Jahweh (avente come maggiore antagonista il dio Baal) alla monolatria che incominciò con la riforma del re Giosia nel 609 a.e.v.. Nel primo tempio (quello fatto costruire da Salomone), distrutto nel 587 a.e.v. dal re babilonese Nabucodonosor, venivano riconosciute ed onorate anche altre divinità nel tempio. Con la riforma del re Giosia non venne negata l’esistenza di altre divinità, ma si proibì il loro culto, ristretto ormai al dio Jahweh, assurto ormai a dio nazionale.
 
Solo nel 538 a.e.v., con il ritorno dei discendenti degli esiliati in Babilonia, incomincia a sorgere il monoteismo, con il riconoscimento dell’esistenza di un solo dio. Con il ritorno degli esiliati avvenne l’inizio della costruzione del secondo tempio (allargato molti secoli dopo da Erode il grande). Il monoteismo nacque dalla convinzione ebraica che la distruzione di Gerusalemme nel 587 a.e.v. fosse dovuta all’ira di Jahweh che non era stato mai riconosciuto come dio unico.
 
La religione cristiana ereditò dall’ultima fase della religione ebraica il monoteismo, ma vi introdusse la trinità sulla base dell’influenza della triade neoplatonica Uno-Intelletto-Anima del mondo. E’ evidente che la religione, assurta ormai, con le sue autonome gerarchie, a potere autonomo scisso dallo Stato - tanto da entrare in conflitto con esso, come dimostrano i conflitti tra papi e imperatori del sacro romano impero, che dovevano avere la loro investitura dai papi - diveniva in questo modo il fondamento dell’ordine sociale costituito.
 
L’imperatore era la faccia temporale di quell’unico potere che aveva il suo fondamento in Dio. La religione dunque come fondamento dell’ordinamento statale e sociale.
 
Con il lento processo di laicizzazione dello Stato e la nascita degli Stati nazionali, a cominciare dalla Francia, la figura dell’imperatore del “Sacro Romano Impero”, ridottasi già prima ad essere imperatore dell’impero asburgico, scomparve definitivamente con Napoleone, che tuttavia sentì anch’egli il bisogno di consacrare la sua carica di imperatore e di re d’Italia facendosi incoronare a Parigi dal papa Pio VII, che fu costretto ad andare per questo a Parigi. Nonostante il processo ulteriore di laicizzazione, dovuto soprattutto all’Illuminismo e ai filosofi materialisti del XVIII secolo in Francia, la religione continuò a rimanere nel popolo incolto come fondamento dell’ordine sociale.
 
A questo proposito bisogna ricordare il famoso discorso  del grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov. L’Inquisitore di fronte a Gesù tornato in terra gli rimprovera di voler distruggere l’ordine sociale facendo appello alla coscienza individuale, che avrebbe distrutto il fondamento stesso di tale ordine, che era la Chiesa come istituzione. Non vi può dunque essere ordine sociale che sia scisso da un ordine di cui la Chiesa come istituzione si fa fondamento.
 
Il processo successivo del liberalismo ha portato a scindere l’ordine sociale voluto dallo Stato da quello fondato sulle regole religiose. Rimase nei credenti la religione come spiegazione dell’origine del mondo e come mezzo per dare un senso alla vita nel perdurare della credenza primitiva nell’immortalità dell’anima. Ma  nel monoteismo cristiano, nonostante poche eccezioni di semplici preti e teologi, l’immortalità viene attribuita solo all’anima umana. In sostanza, la credenza nell’immortalità dell’anima umana serve sia come rimedio alla disperazione di fronte alla morte, sia come arma della religione stessa, che può indirettamente essere utilizzata dallo Stato come deterrente psicologico contro ogni forma di violenza pubblica o privata.
 
Ancora una volta si può fare riferimento alla famosa frase  di uno dei protagonisti del romanzo I fratelli Karamazov: “se Dio non esiste, allora tutto è permesso”. Voltaire scrisse che, se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo perché esso serve a tenere il popolo soggiogato da determinate leggi divine che sono anche il fondamento  dello Stato. La religione è come il morso che bisogna mettere al cavallo per guidarlo. Ma lo stesso concetto può ritrovarsi in filosofi, se pur distanti, come Hobbes, fautore dell’assolutismo, e Locke, padre del liberalismo moderno.
 
Oggi solo l’islamismo pare avere un diretto controllo sull’ordine sociale per l’identificazione della legge con le norme del Corano, di cui è per diversi gradi pervasa la stessa società negli Stati islamici, come soprattutto nella teocrazia dell’Arabia Saudita. All’interno del cristianesimo, dopo la caduta del comunismo dell’Unione Sovietica, vi è una profonda influenza della Chiesa ortodossa sullo Stato russo, anche frutto di una nuova forma di nazionalismo che ha voluto riprendere le radici storiche di una Mosca che, dopo la caduta dell’impero bizantino, si era proclamata terza Roma. (…)
 
L’Antico Testamento [comunque] è nato con l’unico scopo di giustificare il diritto del popolo ebraico alla terra di Palestina, come promessa dal loro dio Jahweh, (…) e non aveva alcuna intenzione, nei suoi scrittori anonimi, di fare del proselitismo presso altri popoli. Anzi, il popolo ebraico è rimasto sempre geloso del suo dio, e non voleva che il suo popolo si contaminasse con altri popoli.
 
Questa è la somma contraddizione dell’Antico Testamento, che espone la concezione di un dio ordinatore, non creatore dal nulla, del mondo, e tuttavia rimane come dio che chiede di essere riconosciuto come tale solo dal popolo ebraico. In realtà l’Antico Testamento è il risultato nel Genesi di antiche mitologie e racconti egizi e mesopotamici (mesopotamici soprattutto per quanto riguarda le figure di Abramo, Isacco e Giacobbe). Mosè risulta non essere mai esistito perché è una figura che riprende racconti di origine egizia. Lo stesso nome ne tradisce l’origine egizia.
 
Il popolo ebraico, pur essendo circondato da Stati che erano allora all’avanguardia nel campo della conoscenza scientifica, l’Egitto e gli Stati mesopotamici, rimase un popolo ignorante proprio per il divieto religioso di contaminarsi con altri popoli.  Questo isolamento è stato la causa della persecuzione degli ebrei in tutta la loro storia prima del processo di laicizzazione che l’ebraismo subì nel  XIX secolo. Essi rifiutarono sempre di integrarsi negli Stati in cui vivevano, pretendendo che fossero riconosciute per essi delle eccezioni che concordassero anche con le loro tradizioni alimentari. (…)
 
Il cristianesimo, sorgente dalle radici dell’ebraismo, ne ha cambiato totalmente la sostanza prima di tutto introducendo la trinità, in concordanza con l’influenza della filosofia neoplatonica. Nonostante tutte le oscurità della sua storia il  cristianesimo (con i conflitti tra confessioni cristiane, tra imperatori e re da una parte e Chiesa dall’altra) è stato traghettatore, proprio tramite la trinità, includente nella terza persona l’Intelletto, della razionalità greca o LOGOS. (…)
 
In considerazione di ciò si può dire che la rivoluzione scientifica poteva avvenire solo nell’Europa cristiana. E infatti nel Medioevo i principali scienziati erano religiosi, che si contrapponevano alla filosofia aristotelica sottoponendola ad analisi critica. E sino alla Controriforma, la Chiesa Cattolica fu una scuola di liberalismo in fatto di conoscenza scientifica.
 
Basti considerare che (…) il vescovo di Parigi Nicola d’Oresme nel XIV secolo affermò la rotazione della Terra intorno al suo asse. (…) Il sistema copernicano fu dovuto ad un canonico polacco che dedicò la sua opera “De revolutionibus orbium coelestium” (1543) al papa Urbano VIII, che lo ringraziò. L’astronomia delle ellissi fu dovuta al cristiano neo-platonico Keplero. E per il cristiano Newton lo spazio assoluto era il sensorium Dei, cioè l’organo visivo divino. (…)
 
Come controprova, vi è da domandarsi: come mai la rivoluzione scientifica non nacque in Oriente e non poteva nascere negli Stati islamici ? Perché essi non ereditarono tramite la trinità il LOGOS, e con essa quell’interesse alla ricerca scientifica fondata sulla stessa razionalità divina. Il dio islamico infatti, come quello ebraico, è scisso dal vincolo della razionalità. Esso è la potenza che non è vincolata dal LOGOS. La potenza precede la ragione.
 
Il Dio cristiano, al contrario, è vincolato, nel suo stesso interno, dal LOGOS, dall’Intelletto. Da qui una concezione della natura come specchio della razionalità divina. Studiare la natura significava conoscere anche la perfezione divina.
 
Tale interesse [invece] non poteva non mancare in chi pensava che Dio non si potesse ritrovare nella razionalità della natura, essendo egli trascendente rispetto alla ragione. Per un cristiano sarebbe stato impossibile concepire un Dio che imponesse ad Abramo di uccidere il figlio Isacco per metterlo ad una prova di obbedienza. O un Dio che accetta di fare una scommessa con il diavolo a danno di Giobbe (…)
 
La storia del cristianesimo è dunque la storia d’Europa, nonostante il rogo di Giordano Bruno, martire della libertà di pensiero, e la condanna di Galileo. Questi tristi e gravi episodi son dovuti a quello spirito di Controriforma che spense nella Chiesa cattolica il precedente liberalismo in fatto di conoscenze scientifiche. Ma il grande storico della scienza Alexandre Koyré ha scritto che la rivoluzione scientifica fu la rivincita di Platone contro Aristotele. E si sa che il maggiore filosofo greco che influenzò il pensiero cristiano (come in Agostino) fu Platone, non Aristotele. (…)
 
Purtroppo il “neo-platonismo” ereditato dal cristianesimo portò all’oscuramento di quel grande patrimonio di scienza e di filosofia che fu il pensiero pre-socratico, indirizzato verso la concezione di un universo infinito in pensatori come Anassimandro, Eraclito e Democrito. >>
 
PIETRO MELIS

venerdì 23 ottobre 2015

Meno siamo, meglio stiamo

LUMEN – Abbiamo oggi con noi il grande zoologo austriaco Konrad Lorenz, che viene considerato, giustamente, il padre dell’etologia moderna.
LORENZ – Buongiorno.
 
LUMEN – Professore, l’oca Martina è qui con voi ?
LORENZ – Purtroppo no. Ho dovuto lasciarla a casa. Ma sta bene.
 
LUMEN – Spero che non si senta troppo infelice senza la sua “mamma” umana.
LORENZ – Ormai ci è abituata.
 
LUMEN – Meglio così. Professore, vorrei parlare un po’ con voi di quello strano animale che risponde al nome di homo sapiens.
LORENZ – Volentieri.
 
LUMEN – Sappiamo sempre più cose, questo è evidente, ma questo ci aiuta ad essere anche più felici ?
LORENZ - Tutti i vantaggi che l'uomo ha ricavato da una conoscenza sempre più approfondita della natura che lo circonda, i progressi della tecnologia, delle scienze chimiche e mediche, sembrerebbe destinato a lenire le nostre sofferenze. Ed invece questa conoscenza tende, per terribile paradosso, a favorire la rovina dell'umanità.
 
LUMEN – In che modo ?
LORENZ – Perché l’umanità minaccia di soccombere a un destino altrimenti quasi sconosciuto ai sistemi viventi: l'auto-soffocazione.
 
LUMEN – Ovvero, perché siamo in troppi.
LORENZ – Esatto. Ma la cosa più terribile di questo processo apocalittico è che, con tutta probabilità, le prime a essere travolte saranno proprio le più elevate e le più nobili qualità e attitudini dell'individuo, proprio quelle che giustamente consideriamo e apprezziamo come specificamente umane.
 
LUMEN – Un triste paradosso.
LORENZ - Nessuno di noi, che viviamo in paesi civilizzati densamente popolati, o addirittura nelle grandi città, è ormai più consapevole della nostra carenza generale di affetto e di calore umano. Bisogna avere fatto una volta l'esperienza di arrivare all'improvviso, ospite inatteso, in una casa situata in una regione poco popolata - dove i vicini siano separati da molti chilometri di strade disagiate - per riuscire a valutare quanto ospitale e generoso possa essere l'uomo quando la sua disponibilità ai contatti sociali non viene sottoposta di continuo a eccessive sollecitazioni.
 
LUMEN – Raccontateci.
LORENZ - Me ne sono reso conto tempo fa, grazie ad un episodio che non ho più potuto dimenticare: avevo ospiti presso di me due coniugi americani del Wisconsin, che si occupavano di protezione della natura e abitavano in una casa completamente isolata nel bosco. Mentre stavamo andando a tavola per cena, suonò il campanello della porta di casa e io esclamai infastidito: "Chi è che viene a disturbarci a quest'ora?". Se avessi pronunciato la peggiore sequela di insulti i miei ospiti non ne sarebbero rimasti meno sbalorditi. Che il suono del campanello potesse suscitare una reazione che non fosse di gioia, era per loro scandaloso.
 
LUMEN – Davvero divertente.
LORENZ - E' in larga misura colpa dell'affollarsi di grandi masse nelle metropoli moderne se, nel caleidoscopio di immagini umane che mutano e si sovrappongono e si cancellano a vicenda, non riusciamo più a riconoscere il volto del nostro prossimo. L'amore per il prossimo, per un prossimo troppo numeroso e troppo vicino, si diluisce sino a svanire senza lasciare più traccia. Chi desideri ancora coltivare sentimenti di calore e cordialità per gli altri deve concentrarli su di un esiguo numero di amici; noi non siamo, infatti, capaci di amare tutti gli uomini, per quanto ciò possa corrispondere a una norma giusta e morale.
 
LUMEN – Giusta e morale fino a un certo punto, almeno secondo me. Ma proseguite, prego.
LORENZ - Siamo quindi costretti ad operare delle scelte, dobbiamo cioè 'tenere a distanza' in senso affettivo, molte altre persone che sarebbero altrettanto degne della nostra amicizia. Il tentativo di non lasciarsi troppo coinvolgere emotivamente, infatti, costituisce una delle preoccupazioni primarie per molti abitanti dei grandi centri urbani. 

LUMEN – Mi pare inevitabile.
LORENZ – Certo, questa posizione, entro certi limiti, è inevitabile per ciascuno di noi. Però è viziata da una componente di disumanità. Essa ci richiama infatti alla mente il comportamento degli antichi proprietari di piantagione americani che trattavano molto umanamente i loro negri “di casa” mentre gli schiavi delle loro piantagioni venivano considerati, nella migliore delle ipotesi, poco più che animali domestici di un certo valore.
 
LUMEN – Non lo sapevo, ma non mi sorprende.
LORENZ - Questo schermo deliberatamente interposto per impedire i contatti umani, sommandosi con un generale appiattimento dei sentimenti, finisce per condurre a quelle spaventose manifestazioni di indifferenza di cui parlano ogni giorno i nostri giornali. Man mano che aumenta la massificazione delle persone, l'esigenza di evitare il coinvolgimento emotivo diviene per il singolo sempre più pressante, al punto che proprio nei grandi centri urbani possono oggi verificarsi episodi di rapine, assassinii, violenze in pieno giorno e nelle strade più frequentate, senza che alcun passante intervenga.
 
LUMEN – Beh, in molti casi vi è anche la paura fisica di subire violenze o ritorsioni. Ma proseguite, prego.
LORENZ - L'accalcarsi di molti individui in uno spazio ristretto non solo provoca indirettamente, attraverso il progressivo dissolversi e insabbiarsi dei rapporti fra gli uomini, vere e proprie manifestazioni di disumanità, ma scatena anche direttamente il comportamento aggressivo.  

LUMEN – Questo è altrettanto vero.
LORENZ - Molti esperimenti hanno dimostrato che l'aggressività intraspecifica viene incrementata se gli animali sono alloggiati in gran numero nella stessa gabbia. Chi non abbia conosciuto di persona la prigionia in tempo di guerra, o analoghe aggregazioni forzate di molti individui, non può valutare a quale livello di meschina irritabilità si possa giungere in tali circostanze.
 
LUMEN – Non ho difficoltà ad immaginarlo.
LORENZ - E se uno cerca di controllarsi, impegnandosi a dimostrare ogni giorno ed in ogni momento un comportamento cortese, cioè amichevole, verso altri uomini, che tuttavia non sono amici, la situazione diventa un vero supplizio. La generale scortesia che si osserva in tutti i grandi centri urbani è chiaramente proporzionale alla densità delle masse umane ammucchiate in un dato luogo. Punte massime spaventose vengono raggiunte, ad esempio, nelle grandi stazioni ferroviarie o nel Bus-Terminal delle grandi metropoli mondiali.
 
LUMEN – E’ un fenomeno che conosciamo bene anche qui in Italia.
LORENZ - La sovrappopolazione, quindi, provoca indirettamente tutti quegli inconvenienti e quei fenomeni di decadenza che rendono sempre più triste l’esistenza della nostra specie.
 
LUMEN – Grazie professore. E salutateci tanto l’oca Martina.
LORENZ – Non mancherò.


(N.B. - Le citazioni di Konrad Lorenz sono tratte dal blog “Un Pianeta non basta” dell’amico Agobit – L.)





venerdì 16 ottobre 2015

La fine del sogno

Ho già parlato, in un post precedente, dell’impatto devastante che avrà sull’Europa occidentale la gestione incosciente del fenomeno migratorio.
Ma la “Casa Europea”, quella che tecnicamente viene definita UE, è già largamente in crisi per conto suo, anche se i giornali ed i media main-stream, prudentemente, sembrano ignorare il problema.
Ma i segnali della fine del “Sogno Europeo” (tanto per rifarsi al famoso libro di Jeremy Rifkin) sono molti, evidenti ed importanti.
Ce ne parla Aldo Giannuli in questo breve ma interessante post, tratto dal suo sito. 
LUMEN


<< La stanca riproposizione del mantra dell’unità politica del continente [europeo] scansa accuratamente di misurarsi con l’esame clinico obiettivo delle condizioni del progetto. Si tratta di qualcosa di ancora vitale o no ?

Perché, a sessanta anni dal fallimento del primo progetto di unificazione politica dell’Europa, la CED, si è sviluppata una crescente integrazione economica e poi monetaria, ma l’unificazione politica si è definitivamente insabbiata ? Ci sono stati certamente fattori oggettivi (per tutti: l’irrisolto problema linguistico), ma ci sono stati anche ostacoli soggettivi. Ed allora, chi sono stati (e chi sono tutt’ora) i nemici dell’unione politica europea ?

Iniziamo dai nemici interni.

In primo luogo, ovviamente i ceti politici nazionali, a parole tutti europeisti ferventi (Inghilterra a parte), ma in concreto preoccupatissimi di perdere potere e ridursi al rango di ceto politico regionale. Ed al primo posto c’è il governo tedesco che con questi equilibri fa quello che vuole, ma con un potere centralizzato vedrebbe fatalmente ridursi il suo potere e, soprattutto, a quel punto la moneta sarebbe davvero la moneta dell’Unione e non il “marco” in uno dei suoi più riusciti travestimenti.

A partire dalla bocciatura della Comunità Europea di Difesa (CED), decretata dal Parlamento francese nel 1955, le classi politiche nazionali hanno costantemente ostacolato qualsiasi progetto di integrazione politica e militare. Persino cose innocue e simboliche come la brigata franco-tedesca, sono state lasciate morire nel silenzio.

In questo quadro i più attivi affossatori del progetto europeista sono stati i diplomatici che hanno speso le loro migliori energie per costruire una cattedrale barocca priva di qualsiasi slancio vitale e la riprova venne con il c.d. Trattato che adotta una Costituzione Europea, di cui si parlò come di “una costituzione senza Stato” (quindi sempre con l’idea di non dare vita ad uno stato europeo), il che, se ci si pensa su, è una cosa di totale inutilità.

Per di più era un testo illeggibile, lunghissimo (600 pagine: non esiste nessuna costituzione così lunga in tutto il sistema solare), incoerente, complicato e fatto in modo che non avrebbe mai potuto funzionare. Un capolavoro di sabotaggio riuscitissimo. Poi la cosa fu completata dai referendum di Francia e Paesi Bassi.

E si capisce perché: in una Europa unita politicamente, non ci sarebbe alcun bisogno di 27 ministeri degli esteri, centinaia di ambasciate reciproche e migliaia nel Mondo, basterebbe un’unica diplomazia europea ed uffici di rappresentanza degli ex stati membri. Cioè un trentesimo dell’attuale personale diplomatico. E gli altri 29 che fanno?

E che dire dei comandi militari? Di 28 Stati maggiori dovremmo farne uno, poi anche la distribuzione delle forze nazionali sfuggirebbe alle dinamiche delle singole corporazioni militari. E questi sono nemici particolarmente forti, perché trovano nella NATO uno strumento di condizionamento in più. Il minimo che ci si possa attendere è che anche loro cerchino di sabotare il sabotabile. Allora diciamo che questi sabotaggi sono stati un aspetto della nobile lotta in difesa dell’occupazione.

Poi, dalla diplomazia e dagli apparati tecnocratici nazionali è sorta l’“eurocrazia”, l’enorme e pagatissimo apparato che fra Bruxelles, Strasburgo e Francoforte, ha in mano gli affari dell’Unione. Un apparato che, naturalmente, non ha nessun interesse ad avere alcuna autorità politica che lo controlli e diriga la politica europea. La commissione è praticamente ostaggio di questo apparato che fa il bello ed il cattivo tempo e del Consiglio, con le sue presidenze semestrali, non parliamo nemmeno. E questo apparato, ovviamente, è un altro nemico giurato dell’unità politica del continente.

Poi c’è il caso particolare della BCE, un ente di natura privatistica che raccoglie le banche centrali, che, a loro volta, hanno board in buona parte composti dai rispettivi grandi enti bancari. Insomma la creme del ceto finanziario europeo, che può fare quel che gli pare senza dar conto a nessuna autorità politica, salvo il governo di Berlino. E dunque, un altro ente interessatissimo a non avere fra i piedi un potere politico centrale.

All’elenco, ovviamente, non può mancare quella specie di circo equestre del Parlamento di Strasburgo che se la spassa fra doratissimi ozi.

Ma si può tenere un Parlamento che dedica il suo tempo a stabilire quale debba essere il diametro minimo delle vongole, quale la misura media dei cetrioli, o le misure standard e la posizione dei bagni delle case di civile abitazione in tutta Europa ? Un Parlamento terreno di pascolo di tutte le lobbies continentali che decidono che si possa fare il cioccolato senza cacao e l’aranciata senza succo d’arancia e come debba essere la confezione dei farmaci, perché occorre fare favori alle grandi industrie alimentari tedesche e francesi, o alla lobby del design industriale.

Ogni tanto si affaccia qualche scandalo, subito assopito perché non c’è una magistratura europea che possa vigilare sulla corruzione a Strasburgo, ma state tranquilli che il giorno in cui fosse possibile farlo, il centro del malaffare europeo sarebbe individuato a Strasburgo e persino le amministrazioni di Napoli o Marsiglia sembrerebbero fulgidi esempi di oculata amministrazione. A leggere l’elenco delle decisioni del Parlamento europeo ci sarebbe da ammazzarsi dalle risate, se non ci fosse da piangere.

Dunque c’è una grande alleanza fra ceti politici nazionali, tedeschi e inglesi in testa, stati maggiori, tecnocrazia, BCE, Parlamento Europeo il cui grande nemico è l’unione politica europea, ma, siccome non sarebbe carino dirlo, tutti continuano a recitare la parte di ferventi fautori del sogno di Altiero Spinelli, di Cattaneo, di Mazzini, di Monnet…

Tutto quello che è stato fatto è all’insegna del finto: come per l’”inno muto”, i disegni delle banconote che riproducono opere d’arte inesistenti, la finta integrazione universitaria ecc. L’Unione Europea, oggi è solo un’immensa scenografia di tela e cartapesta.

Poi ci sono i nemici esterni ed, ovviamente in primo luogo, gli americani che hanno interesse ad una Europa immenso mercato unificato utile ad operazioni come il TTIP, ma che ovviamente non hanno alcun interesse ad una Europa politica che si mette in testa di giocare la partita in proprio e magari scioglie la Nato.

Credo possa bastare, questo è il quadro dei nemici che hanno fatto la guerra all’unità politica d’Europa. L’hanno fatta e l’hanno vinta. Non c’è più niente da fare. >>

ALDO GIANNULI

martedì 13 ottobre 2015

Varie ed eventuali - XVII


PIRAMIDE DEMOGRAFICA
Uno dei cavalli di battaglia dei "natalisti" occidentali è che occorre fare più figli per compensare l'invecchiamento della popolazione, che determina un ingrossamento verso l’alto della c.d. “piramide demografica”.
Io credo che l’eccesso di persone anziane possa essere un problema serio solo in una società che ha una quota molto elevata di lavoro fisico.
Ma da noi, un lavoro fisico lo fa, a dir tanto, meno della metà della popolazione. Tutti gli altri, passano la loro giornata seduti ad una scrivania.
Mi dite che problema c'è a fare un lavoro simile anche dopo i 60-65 anni ?
LUMEN



COSTITUZIONE
Non sono sicuro che tutti coloro che definiscono la nostra Costituzione “la più bella del mondo” ne abbiano lette molte altre.
Anzi forse non hanno letto bene neppure la nostra, visto che contiene parecchie affermazioni discutibili, inconsistenti o superate, oppure istituti decisamente controproducenti.
Come, per esempio, il c.d. “bicameralismo perfetto” (due rami del parlamento che fanno esattamente la stessa cosa), una sciocchezza tutta italiana che ha sempre avuto il risultato di complicare l’iter delle leggi e quindi, molto spesso, di peggiorarne il contenuto.
Per questo, pur essendo consapevole dei molti difetti dell’attuale legge di revisione costituzionale, sono contento che finalmente il ruolo del Senato sia stato profondamente cambiato.
LUMEN



INGIUSTIZIA
Si diventa "adulti" quando si comprende che il mondo è profondamente ed irrimediabilmente ingiusto (e la scoperta è così sconvolgente che molti la rifiutano, affidandosi ad una inesistente giustizia divina).
Si diventa "saggi" quando si impara ad accettarlo.
LUMEN



PARADISO TERRESTRE
Certamente il Paradiso Terrestre, l'Eden di biblica memoria, non è mai esistito nel passato dell’umanità.
Ma potrebbe esistere in futuro, come punto di arrivo della nostra specie ?
Io penso proprio di no.
Perché sino a che ci sarà una società di umani, cioè ci saranno delle "altre persone" intorno a noi, sarà sempre valida la triste e sconsolata affermazione di Jean-Paul Sartre: “L'inferno sono gli altri”.
LUMEN



NATI PER LAVORARE
Questa l’ho trovata sul web, attribuita al grande Socrate, ma non ne sono molto convinto, perché non mi sembra il suo stile (per quanto si possa parlare di “stile” per un filosofo che non ha lasciato scritti).
Comunque è molto bella, e chiunque abbia fatto esperienza di lavoro organizzato non potrà che apprezzarne l’ironica, ma profonda verità.
Eccola: “Ci sono persone nate per sgobbare ed altre nate per stare a guardare. Non è questione di salute, né di intelligenza, né di bisogno. E' così e basta. Dalle prime tutti si aspettano di più, dalle seconde nessuno si aspetta niente. Per le prime non ci sono mai elogi, qualunque cosa facciano è dovere. Per le seconde è il contrario, poiché non ci si aspetta niente da loro. basta che muovano un dito e tutti si affrettano a coprirle di complimenti”.
Che sia una questione di fascino ?
LUMEN



GUERRA TRA POVERI
<< La conseguenza socialmente più distruttiva di un cambio fisso sopravvalutato (come necessariamente è l'euro per i paesi "deboli") è che esso automaticamente innesca una guerra fra poveri.
Le industrie esportatrici sono colpite per prime (e l'Italia è un paese di industrie esportatrici). Ma poi deve toccare agli altri, perché si ristabiliscano, con un compromesso al ribasso per tutti, condizioni di vita sopportabili per i primi che sono stati colpiti.
Si scatena, insomma, una larvata guerra civile, nella quale, come in ogni guerra civile, tutti perdono, perché quella che viene persa è la cosa più importante: il senso di comunità, di solidarietà, la percezione di un interesse comune, che non viene percepito perché non c'è più, viene sostituito da un devastante "io speriamo che me la cavo". >>
ALBERTO BAGNAI

venerdì 9 ottobre 2015

I dieci Vizi Capitali - 2

Si conclude qui il post di Antonio Turiel sui principali difetti dell’economia capitalista e neo-liberista. (seconda parte).  LUMEN 


<< 5 - Scelta dell'obbiettivo sbagliato nella vita

Qual è l'oggetto della nostra esistenza ? Dato che resteremo per un breve lasso di tempo su questo pianeta, è importante sapere prima possibile ciò che possiamo aspettarci e quale sia l'uso migliore che possiamo fare di questo tempo stimato che abbiamo. Questa è una della grandi domande dell'Umanità dalla notte dei tempi ed ogni civiltà e società ha tentato di darle una risposta diversa, senza che si possa dire in senso stretto, e nella maggior parte dei casi, che gli obbiettivi che si sono posti alcune società siano chiaramente superiori a quelli di altre.

La chiave è che le persone si sentano felici, realizzate nel proprio progetto di vita, per assurdo o ridicolo che questo ci possa apparire. Nella società attuale la gente è felice? E' piuttosto discutibile. L'individualismo alienante porta ad avere un'insoddisfazione di vita che l'individuo colpito non sa da dove venga. Pensiamo, inoltre, che per ottenere la massima produttività degli individui, è stato introdotto, anche attraverso elementi culturali, una strana misura della realizzazione personale: avere successo nel lavoro.

Avere successo nel lavoro significa lavorare di più, salire di grado nell'azienda, ricevere pacche sulle spalle dai capi, guadagnare più soldi e avere sempre meno ore libere. Insomma, trasformarsi sempre di più in automi (…) la cui unica funzione nella vita è produrre e consumare. E' questo che oggigiorno viene considerato come avere successo in modo socialmente accettabile. E' realmente ciò che vogliamo per noi stessi? E' davvero quello che vogliamo per i nostri figli? (…)

6 - L'obbiettivo delle nostre imprese

All'interno dello stesso ideale di produttività che cresce all'infinito e oltre, le nostre imprese si comportano, su una scala maggiore, come ci comportiamo noi: sono entità dirette a produrre sempre di più e a guadagnare più soldi. Ma siccome sono entità incorporee e senza mente, si comportano in un modo più automatico e più crudele. Si potrebbe dire che, se fossero esseri umani, le grandi imprese avrebbero tratti psicopatici: per conseguire i propri fini sono capaci di ingannare, corrompere, estorcere e persino torturare ed uccidere.

Questo comportamento moralmente riprovevole è del tutto logico, alla fine dei conti, visto che un'impresa non ha i condizionamenti morali dell'essere umano: un'impresa non è un essere morale, non ha la concezione del bene e del male, solo del profitto, che è il suo fine ultimo. E' questo ciò che vogliamo veramente? Un'impresa si deve astrarre dalla società nella quale è inscritta, essere insensibile agli effetti negativi che può causare e causa alla propria società? (…)

7 - La nostra relazione con la Natura

Non molto tempo fa per gli uomini era chiaro il fatto che dipendevano dalla Natura per vivere. Anche coloro che non lavoravano la terra con le proprie mani sapevano perfettamente non solo da dove provenivano gli alimenti, ma capivano molti aspetti del delicato equilibrio che permette che la terra, l'allevamento e la pesca siano produttivi. E senza dubbio lo capivano molto meglio di molte persone al giorno d'oggi, nonostante gli anni di scolarizzazione obbligatoria, perché nessuno arrivava agli estremi di alienazione dalla Natura che si possono raggiungere in alcune città moderne.

L'uomo moderno dell'urbe moderna non ha freddo, né caldo, né fame; non gli fa male la schiena per doversi chinare a raccogliere patate, né gli fanno male le braccia per manovrare una zappa; non teme per il prossimo raccolto e se vuole mangia uva in primavera ed arance in estate, (…) o altre delizie portate da luoghi lontani migliaia di chilometri. Non ha paura di prendersi la febbre né di morire di diarrea, quando si sente male prende la giusta pasticca e va dal medico perché gli risolva il problema che eventualmente gli si presenta, come quello che va dal meccanico a riparare la macchina.

E se i problemi ambientali cominciano ad accumularsi, fino all'estremo di minacciare il suo modo di vivere, l'uomo moderno dell'urbe moderna confida che la tecnologia lo salverà, che investendo abbastanza risorgerà, perché deve essere così, invenzioni adeguate che senza effetti secondari gli forniranno ciò che desidera e lo libereranno di ciò che lo infastidisce.

Tutti questi atteggiamenti sono quelli che due secoli di energia abbondante hanno forgiato nel nostro inconscio collettivo: alle spalle di una grandiosa quantità di energia ci crediamo dei giganti, ubriachi ed euforici per la straordinaria montagna di combustibili fossili su cui ci appoggiavamo. Ma man mano che il gigante dai piedi d'argilla che ci ha conquistato si scioglie, con la sua forza vinta dalla geologia e dalla termodinamica, all'improvviso ci scontriamo coi nostri limiti e non li vogliamo accettare, viziati come siamo.

Uno di questi limiti è che, alla fine, anche se non lo capiamo e non lo accettiamo, noi esseri umani siamo animali come qualsiasi altro. E come tutti gli animali dipendiamo da un habitat per la nostra sussistenza, solo che nel nostro caso si tratta di un habitat molto deteriorato, che mantiene un'alta funzionalità grazie all'enorme e continua iniezione di energia fossile che ora comincia a declinare. Come produrremo alimenti in modo massiccio senza trattori, mietitrici, pesticidi e fertilizzanti? Non solo: l'inquinamento dell'acqua, dell'aria, del suolo, del mare, ecc... ci disturba e deteriora la nostra salute.

E per ultimo il cambiamento climatico, una pericolosa spada di Damocle che è sempre più prossima a cadere. Le persone più consapevoli del problema sono scese in strada per rivendicare che dobbiamo prendere misure positive per “salvare il pianeta”, ma anche in queste persone si vede la nostra cecità riguardo a ciò che è la Natura: se ci estinguiamo come esseri umani, il pianeta continuerà ad esistere e continuerà anche ad esserci vita, che si adatterà alle nuove condizioni.

Tutte queste campagne benintenzionate si sbagliano su una questione fondamentale: non dobbiamo salvare il pianeta, che non è in pericolo. Ciò che è a rischio è il nostro habitat, il sostegno della nostra vita. E’ l'essere umano che non potrebbe sopravvivere se la temperatura media del pianeta sale di 6°C, il mare sale di 50 metri e i fenomeni estremi si acutizzano e si moltiplicano. (…)

8 - Il mito del progresso

Il programma del progresso è stati impiantato ed è stato spinto con decisione con la Rivoluzione Industriale. Oggigiorno, [domina] l'idea che l'unica cosa desiderabile sia il progresso e che di fatto il progresso dell'Umanità sia inevitabile, inteso come un accumulo senza fine di conoscenze e capacità tecniche che migliorano sempre la qualità di vita degli esseri umani.

Tuttavia, l'osservazione dettagliata delle realtà proietta alcune ombre su questa visione così ottimista. L'umanità cammina davvero verso un paradiso terrestre? Davvero ci sono sempre più esseri umani che vivono meglio o negli ultimi anni si è constatata una contraccolpo crescente nell'opulento occidente che fino a poco tempo fa sognava questa nuova “Icaria” ? Sono sempre convenienti i cambiamenti considerati “progressisti” oppure ci allontanano sempre di più dal vivere in un mondo migliore ?

Non tutti i cambiamenti implicano un miglioramento di per sé e l'idea di progresso si è prostituita a favore del progresso dell'accumulo del capitale, in una dinamica semplicemente autodistruttiva, ma il “meme” del progresso è culturalmente così forte che opporvisi è semplicemente un suicidio culturale. Neanche i partiti di sinistra osano dire che non sono a favore del progresso.

Questo condiziona moltissimo il tipo di soluzioni che si possono immaginare per i gravi problemi energetici che ci vengono addosso, così la gente più o meno intelligente e ben collocata nelle sfere decisionali crede ciecamente che ci troviamo agli albori di una rivoluzione rinnovabile, che seguirà dei percorsi piuttosto convenzionali: è solo questione di mettere più pannelli solari, più aerogeneratori, più smart grid, ecc.

Quando in realtà, se tale rivoluzione è possibile, non è un semplice accumulo aleatorio di sistemi ma qualcosa di molto più pianificato, che implicherebbe un grande sforzo e cooperazione, per poi cadere in un'economia stazionaria che implicherebbe, in un modo o nell'altro, il superamento del capitalismo. Il mito del progresso è così forte che nessuno osa contraddirlo e la fede cieca in esso può essere enormemente distruttiva. (…)

9 – Iper-mercificazione

Uno dei valori che si sono radicati nella società durante questi due secoli è che i soldi possono comprare tutto e che di fatto qualsiasi bene ha un prezzo. Inoltre, che se qualcuno vuole comprare qualcosa è giusto che qualcuno lo possa vendere.

I soldi sono la misura di tutto, non solo delle relazioni umane, ma che può quantificare tutto. Alla fine, tutto è in qualche modo “capitale” e quindi si parla di “capitale umano” per riferirsi ai lavoratori, di “capitale naturale” per descrivere le risorse e quello che gli economisti classici chiamavano “fattore terra”.

Mercificare tutto ha il vantaggio che non c'è problema che non si possa risolvere portandolo nel mercato, dove avrà un compratore e un venditore. Tutte queste idee sono profondamente fasulle, (…) ma sono [così] profondamente radicate, soprattutto fra la maggior parte degli economisti, che è impossibile metterle in discussione.

10 - Bisogno di valori

Una carenza della società moderna è di [non] avere uno schema di valori morali strutturato che possano accettare tutti. Tutti percepiscono che abbiamo bisogno di nuovi valori e più universali. Da dove devono emergere ? Si tratta di un anelito, come dice qualcuno, del germe di una spiritualità non cartesiana che deve superare l'eccesso di scientismo che ha caratterizzato il XX secolo ?

Non vado così lontano, ma credo che sia necessario approfondire la ricerca di questi valori comuni condivisi, che probabilmente non saranno esattamente gli stessi, a seconda della comunità a cui fanno riferimento, anche se probabilmente tutti condividono i punti chiave, come il rispetto per la vita umana, per i diritti degli altri e per la Natura. >>

ANTONIO TURIEL




venerdì 2 ottobre 2015

I dieci Vizi Capitali - 1

Ma i “vizi capitali” dell’uomo non erano sette (superbia, avarizia, lussuria, ecc.) ? Certo, ma i vizi DEL CAPITALE sono di più, almeno dieci.
Questo, almeno, secondo Antonio Turiel che, nel lungo post che segue (tratto da Effetto Risorse), prova ad elencare quelli che, a suo avviso, sono i difetti principali dell’ideologia capitalista e neo-liberista.
La quale comunque, nonostante tutti i suoi vizi e le sue contraddizioni, continua imperterrita a dominare (e, per tanti versi, a beneficiare) il mondo occidentale. Almeno sino ad ora.
LUMEN



<< 1 – Individualismo

Uno dei valori più fondamentali per il corretto funzionamento della nostra società attuale è l'individualismo. L'individualismo consiste nel fatto che ogni individuo cerca di ottenere i propri obbiettivi per sé stesso senza affidarsi agli altri, sì, ma è molto più di questo: è l'obbligo di ottenere quello che ci si propone, senza l'aiuto di nessuno.

L'individualismo è fondamentale per il sistema economico perché l'individuo è più propenso a comprare beni per conseguire i propri fini, visto che cooperare con altri individui potrebbe richiedere di prendere in prestito ciò di cui ha bisogno o farlo congiuntamente, evitando la spesa e quindi il guadagno della fabbrica che produce ciò che gli serve. (…).

Il lato oscuro dell'individualismo è la competizione con tutti gli altri. La cosa importante, nel fatto che le persone contino solo sulle proprie forze (o su quelle che possono comprare) per coprire le proprie necessità, è di non ricorrere agli altri, ed il modo migliore di tagliare la strada della cooperazione è la competizione.

Esaltare la competizione nella cultura popolare è più difficile, poiché competere coi nostri simili, per esempio, per una pagnotta di pane ha, logicamente, un pessimo ascendente (poiché l'essere umano è, contrariamente a quanto a volte si dice, un animale eminentemente sociale). Il veicolo giusto per l'esaltazione della competitività è lo sport. Si parla di “sono spirito competitivo” e si da un'importanza smisurata allo sport (…) come veicolo culturale centrale.

Una volta insegnato che avere un contesto nel quale competere è una cosa giusta, risulta più facile estendere questo argomento di competitività ad altri contesti nei quali non risulterebbe tanto ovvio. Per esempio, nelle imprese: oggigiorno danno tutti danno per scontato che le imprese “debbano essere competitive”, il che in fondo significa che competano per una nicchia nel mercato a spese di altre imprese alle quali andrà peggio e che alla fine chiuderanno.

Questo è normale, ci dicono gli economisti, visto che la competitività permette di migliorare l'offerta ai consumatori e in questo modo questi usufruiscono di prodotti migliori, prodotti che, in realtà, servono ad esasperare il loro individualismo, comprando ciò che – in effetti - non servirebbe se chiedessero aiuto.

E qui sopraggiunge un'altra delle caratteristiche culturalmente indesiderabili dell'individualismo, ma che è a sua volta necessaria, e tanto, perché il nostro sistema economico vada liscio come l'olio: l'isolamento. Un individuo isolato si sente vuoto, incompleto, si rende conto che manca qualcosa. Non c'è niente di peggio e di più doloroso della solitudine per un animale sociale come l'uomo.

Per questo l'individuo isolato, scollegato da tutto ciò che in realtà ha senso per lei/lui, anche se lei/lui non lo sa, cerca di supplire a queste carenze comprando cose coi cui riempirle. L'esasperazione di vita che genera la solitudine porta ad avere individui che consumano in modo compulsivo. Persino in molte relazioni di coppia è facile osservare che si comportano molto più spesso come singoli individui che come coppia (per esempio, se le loro attività preferite escludono l'altra/o, come darsi al calcio o andare a comprare scarpe, mentre aumentano i consumi).

Per aumentare la solitudine e il consumo compulsivo, è importante incentivare la sfiducia negli altri, compresa la paura dell'altro, che porti a chiudersi, con la propria casa sempre più piena di cose è più vuota di vita. (…)

2 - Rottura del contratto intergenerazionale

I valori tradizionali che hanno sostenuto tutte le società umane di cui siamo a conoscenza si sono basati su un principio molto semplice: i padri dettavano sempre ciò che era meglio per i propri figli. In un certo senso, la vita dei padri è soggetta al benessere futuro dei suoi figli e i padri accettavano in modo naturale qualsiasi sacrificio e privazione se con questo i loro figlio avrebbero potuto stare in una posizione migliore.

Logicamente, questi padri educavano i propri figli agli stessi principi, per cui si sperava che nel momento in cui arrivavano alla loro età da matrimonio, i figli, ora padri, si comportassero nello stesso modo. Questo valore culturale, praticamente costante in tutte le società umane, ha un valore ecologico molto importante e in fondo imprime ad ogni generazione dominante una norma di auto-limitazione.

E' sempre stato visto di cattivo occhio, per esempio, che un padre incosciente dilapidasse il patrimonio famigliare, o che sfruttasse i terreni che erano stati della famiglia per generazioni in modo tale che rimanessero poveri e incolti. Ad ogni generazione venivano assegnate le risorse come se questa fosse semplicemente il prestanome di quella successiva, in questo modo si evitava un ritmo di consumo eccessivo che portasse all'insostenibilità: ricordiamo che la definizione più semplice e comune di sostenibilità è “gestire le risorse e produrre residui oggi in modo che i nostri figli possano fare la stessa cosa domani”.

Questo modo di intendere la gestione delle risorse, questa fiducia che passa di padre in figlio, è un contratto intergenerazionale implicito molto forte o più di un contratto legale mercantile. Tuttavia, con l'irruzione del capitalismo finanziario questo contratto è saltato in aria. Visto che una delle caratteristiche del capitalismo è la necessità della crescita esponenziale, è importante rimuovere tutti gli ostacoli al consumo che evitino che si cresca al tasso esponenziale desiderato, finché è possibile, e il contratto intergenerazionale è un freno molto forte.

Pertanto, è fondamentale che ogni generazione pensi a breve termine e solo a soddisfare i propri desideri ed è importante che non si senta in colpa per questo. Come sublimazione dell'individualismo spiegato nel punto precedente, il padri competono coi propri figli e sperano che la loro discendenza sia in grado di risolvere i loro problemi da soli, anche se questi hanno dimensioni ciclopiche proprio per mancanza di freno avuta dai padri.

Espressioni come “tanto io questo non lo vedrò” e persino “bah, saranno i miei figli o i miei nipoti che se ne dovranno occupare”, abituali quando si comincia a discutere di questioni ambientali o collegate alla scarsità di risorse, mostrano un atteggiamento che dal punto di vista della mentalità di solo un secolo fa sarebbe socialmente riprovevole. (…)

3 - Perdita della percezione di un bene comune e trascendente

Molte società precedenti alla nostra sentivano di avere un fine specifico, collettivo e personale, anche se molto diverso di cultura in cultura. Poteva essere la custodia di una reliquia venerata da molte società prossime (La Mecca) o la responsabilità di dovere avere cura dal corso di un fiume (Alto Nilo) o di fare da muro di contenzione contro un nemico esterno umano (Polonia) o naturale (Paesi Bassi).

A volte questo obbiettivo trascendente era piuttosto assurdo, tuttavia otteneva sempre che i membri di quella società tenessero ben presente l'obbiettivo comune e che fossero disposti a collaborare nei momenti di crisi, durante i quali l'oggetto della sua aspirazione collettiva fosse particolarmente in pericolo. A volte questo bene comune era semplicemente una scusa per mantenere unita la comunità in un obbiettivo comune, a volte la sua finalità era molto più profonda.

In ogni caso, fissando un obbiettivo comune gli individui imparavano a collaborare e a cedere una parte del proprio tempo di lavoro a favore della comunità (per esempio, nello sfruttamento di terreni comuni o nella costruzione e manutenzione delle muraglie). L'esistenza di un bene comune serviva anche per razionalizzare l'altruismo, per questo non è raro trovare molti esempi nei quali si stabilisce il come, il quando e il cosa dare agli altri.

Molte società hanno funzionato in questo modo per secoli, con un'evoluzione a volte curiosa degli obbiettivi considerati comuni, a volte con cambiamenti radicali. Il vantaggio di avere un bene comune identificabile è che le società pianificano il loro futuro, imponendo norme severe sulla gestione dei loro prodotti, a volte in modo molto efficiente. E l'esistenza di questo bene comune e trascendente fa sì che tutti i loro membri accettino le assegnazioni che vengono fatte.

Ma col trionfo dell'individualismo, ogni senso di bene comune si perde: la società non è più una rete di mutue cooperazioni ma un insieme di individui che cercano di massimizzare la soddisfazione delle proprie necessità, anche se fosse a discapito degli altri. Qualsiasi concetto di organizzazione comune scompare, ed è importante che scompaia, perché l'homo individualis consumi sempre di più, in modo che la produzione possa continuare ad aumentare esponenzialmente. (…)

4 - Alienazione della propria responsabilità nella gestione pubblica

C'è la percezione che, nella nostra società attuale, ci sia una maggiore consapevolezza dei rischi, soprattutto per la vita, di quella che c'era per esempio un secolo fa: le misure di sicurezza sul lavoro sono incomparabilmente maggiori e molto più dettagliate, si prevedono necessità nel caso di eventi speciali e molteplici, si pianificano misure per evitare situazioni avverse, ecc.

Tuttavia, nella misura in cui è aumentato il dispiegamento tecnologico, si è andata riducendo la percezione personale del rischio, fino praticamente a cancellare la responsabilità personale nella gestione del rischio personale o altrui.

Oltre alla tecnologia, con la centralizzazione delle decisioni negli Stati, allontanando il centro decisionale dal luogo in cui si applicano quelle decisioni, i cittadini perdono la consapevolezza del fatto di avere qualcosa da dire sulla gestione delle cose che li toccano da vicino, fino al punto estremo di pensare che non si può fare niente per cambiare le cose.

Non saliremmo mai in un autobus in cui il conduttore fosse del tutto ubriaco, (…) tuttavia continuiamo a delegare le decisioni fondamentali sulla nostra quotidianità a persone che non conosciamo, che vivono a centinaia di chilometri di distanza da noi e che prendono ripetutamente decisioni dannose per i nostri interessi e a favore dei grandi interessi economici (…)

Anche in questo momento in cui monta una marea critica, in molti paesi, nei confronti del modo di procedere dei nostri responsabili politici, che sembra corrotto, le alternative che si configurano aspirano alla stessa struttura di potere centrale, il centro decisionale e gestionale lontano, prevedibilmente con gli stessi problemi e risultati di quelli che ci sono ora.

Le conseguenze disastrose di questo sistema di gestione così impersonale, così alienato, non si limitano alla disattenzione verso le questioni sociali, ma finiscono per mettere in pericolo la nostra stessa sopravvivenza: non può essere che consideriamo le attuali esternalità ambientali associate alla “normale attività economica” come giuste, se questo porta a mettere a grave rischio la nostra stessa continuità sul pianeta. >>

ANTONIO TURIEL

(continua)