sabato 27 agosto 2011

Varie ed eventuali - VI

RISORSE UMANE
Quando un imprenditore licenzia qualcuno è sempre una cosa triste, ma non si deve dimenticare che l'economia ed il mondo del lavoro hanno i loro equilibri, che non possono essere dimenticati.
Provo a fare un esempio, sperando di non passare per un servo del capitale (quale, vi assicuro, non sono).
Mettiamo che vostra madre sia anziana e malata e che voi dobbiate assumere una badante.
Bene, la assumete e la pagate.

Poi a un certo punto vostra madre muore e voi cosa fate ?
Seguendo la logica del posto di lavoro dovreste tenervi la badante, per evitare che rimanga senza stipendio, ma in pratica non fate così: la licenziate perchè tenerla non ha più senso.
Non è che, per questo, siete diventati degli esseri crudeli e senza cuore; è solo che l'economia funziona così.

LUMEN 



GUERRA MONDIALE
Sarò ottimista, ma non credo al pericolo di una terza guerra mondiale globalizzata.
Ormai tutte le grandi nazioni sono consapevoli che un conflitto totale, che comporterebbe anche, prima o poi, la tentazione di schiacciare il bottone nucleare, sarebbe la fine per l'intero pianeta.
Con le guerricciole locali, invece, si può continuare a scannarsi allegramente (come l'umanità ha sempre fatto nella sua lunga storia), senza rompere il giocattolo terrestre.
LUMEN



REGNO DI DIO
E' evidente che, quando si riferiscono al mitico "Regno di Dio", i fedeli non sanno di cosa stanno parlando. Perchè i casi sono due:
O questo "regno" fa parte del nostro universo fisico ed allora anche Dio è soggetto alle leggi della natura (il che gli impedisce, come minimo, di essere onnipotente, onniscente, ecc.).
Oppure non ne fa parte, ed allora qualcuno mi deve spiegare come fa ad interagire con noi che dell'universo fisico facciamo parte.
Tertium (almeno per me) non datur.
LUMEN


MEDITARE
Ho l'impressione che, nel linguaggio comune, il termine MEDITARE abbia un significato più chic, più profondo, più complesso che il semplice PENSARE, anche se si tratta sostanzialmente di sinonimi.
Meditano i teologi ed i santoni indiani, magari sull'immortalità dell'anima, mente i tecnici e gli scienziati si limitano a pensare.
Quindi nel significato comune di meditare ci trovo quel concetto evanescente che è chiamato spiritualità e che non è nient'altro che la vecchia metafisica religiosa in veste moderna. E la metafisica mi ha sempre dato l'orticaria.

LUMEN



INTERVENTISMO
Si dice spesso, soprattutto in occidente, che intervenire nelle culture del terzo mondo per portare la nostra civiltà sia una specie di obbligo morale.
Lasciamo pure perdere il fatto che questa giustificazione è stata usata spesso per appropriarsi delle terre e delle ricchezze altrui, e partiamo invece dal presupposto che si vada altrove, a portare la propria civiltà, in perfetta buona fede.
Anche in questo caso, l'interventismo culturale continua a non convincermi per nulla, in quanto si basa su due premesse che non condivido:
- la prima è che noi siamo superiore a loro, altrimenti dovremmo copiare e non esportare.
- la seconda e che dovrei accettare il principio a termini rovesciati, cosa che invece rifiuterei assolutamente (direi infatti all'interventista esterno di turno: ma perchè non ti fai i fatti tuoi, a casa tua ?).

Quindi, tutto sommato, mi sembra molto meglio accontentarsi della pace tra le nazioni e non intervenire culturalmente in casa altrui.
LUMEN

sabato 20 agosto 2011

Eterogenesi della povertà

Eterogenesi dei fini.
Con questo termine si indicano le situazioni nelle quali si parte per ottenere un certo risultato e se ne ottiene uno diverso, magari anche opposto.
Il termine si può applicare alla perfezione alla dissennata battaglia (persa) che l'occidente ha combattuto in questi ultimi decenni contro la povertà del terzo mondo.
Siamo partiti lancia in resta, con le borse piene di denaro, per ridurre il numero dei poveri e abbiamo avuto, come bel risultato, quello di averne di più.
Il motivo è sempre il solito: l'assoluta e pervicace ignoranza, direi quasi la cocciuta rimozione,  del problema demografico.

Questo bellissimo testo di  VIRGINIA ABERNETHY  (tratto dal blog UN PIANETA NON BASTA dell'amico AGOBIT) spiega quello che è successo, nel modo più chiaro e comprensibile.
Da leggere assolutamente.


<< La sovrappopolazione affligge la maggior parte delle nazioni, ma rimane primariamente un problema locale — un’idea che questo articolo cercherà di spiegare. Anche il controllo della riproduzione (la soluzione) è primariamente locale; esso nasce dalla sensazione che le risorse si stiano riducendo. In queste circostanze gli individui e le coppie spesso vedono la limitazione delle dimensioni della famiglia come il più probabile percorso verso il successo.

Molti studiosi, antichi e moderni, hanno sempre saputo che le reali dimensioni della famiglia sono connesse molto strettamente al numero di figli che la gente desidera. Paul Demeny, del Population Council, è eccezionalmente chiaro a questo proposito, e l’economista della Banca Mondiale Lant Pritchett asserisce che l’85-90% dei tassi di fecondità reali possono essere spiegati dai desideri dei genitori — non dalla mera disponibilità di contraccettivi. Pritchett scrive che “l’imponente declino della fertilità osservato nel mondo contemporaneo è dovuto quasi interamente all’altrettanto imponente declino del desiderio di fecondità.” Dell’opinione di Paul Kennedy, espressa nel suo libro Preparandosi al XXI secolo, secondo la quale “l’unico mezzo pratico per assicurare un calo nei tassi di fecondità, e quindi nella crescita della popolazione, è l’introduzione di forme di controllo delle nascite economiche ed affidabili”, Pritchett dice: “Non avremmo potuto inventare una affermazione più chiara e articolata del punto di vista che sosteniamo essere sbagliato”.



1 - Progresso e Popolazione

Dati interculturali e storici suggeriscono che la gente ha solitamente limitato le proprie famiglie ad una dimensione coerente con la possibilità di vivere comodamente in comunità stabili. Se lasciate indisturbate, le società tradizionali sopravvivono per lunghi periodi in equilibrio con le risorse locali. Una società dura in parte perché si mantiene entro le capacità di carico del suo ambiente.

Ad ogni modo, la percezione dei limiti che derivano dall’ambiente locale è facilmente neutralizzata da segnali che promettono prosperità. Citando l’ultimo Georg Borgstrom, un riconosciuto scienziato alimentarista e un pluridecorato specialista in economie del Terzo Mondo che morì nel 1989, una pubblicazione del Population Reference Bureau del 1971, spiega:

Una quantità di civiltà, incluse quelle dell’India e dell’Indonesia, “avevano una chiara idea dei limiti dei loro villaggi o comunità” prima che l’intervento straniero corrompesse gli schemi tradizionali. I programmi di aiuto tecnologico… “li indussero a credere che l’adozione di certi avanzamenti tecnologici stava per liberarli da questi vincoli e dalla dipendenza da queste restrizioni”.

L’espansione economica, specialmente se introdotta dall’esterno della società e su larga scala, incoraggia la convinzione che i limiti precedentemente riconosciuti come validi possano essere tenuti in poco conto, che ognuno possa guardare avanti alla prosperità e, come in casi recenti, che si possa contare sull’Occidente come fornitore di assistenza, recupero e come valvola di sfogo per la popolazione in eccesso.

La percezione di nuove opportunità, se dovuta ad avanzamento tecnologico, espansione dei mercati, cambiamenti politici, aiuti esterni, emigrazione verso una terra più ricca o scomparsa di competitori (che se ne vanno o muoiono), incoraggia maggiori dimensioni della famiglia. Le famiglie riempiono avidamente ogni nicchia apparentemente più grande, e le nascite extra e la conseguente crescita della popolazione spesso vanno oltre le reali opportunità.

Crescere oltre il numero sostenibile è una minaccia onnipresente, poiché gli esseri umani prendono spunto dalle opportunità che risultano apparenti nell’immediato, e sono facilmente ingannati dai cambiamenti. Contando su ciò che è prossimo nello spazio o nel tempo, calcoliamo con difficoltà la crescita a lungo termine della popolazione, i limiti all’avanzamento tecnologico futuro e la inesorabile progressione dell’impoverimento delle risorse.

L’apparenza (e la concretezza sul breve periodo) di opportunità in espansione assume varie forme. Negli anni ‘50, la redistribuzione dei terreni in Turchia condusse i contadini precedentemente senza terra ad incrementare significativamente le dimensioni delle loro famiglie. Tra i pastori del Sahel Africano, i pozzi profondi per la captazione dell’acqua trivellati dai Paesi donatori negli anni ‘50 e ‘60 permisero l’allevamento di più grandi mandrie di bovini e greggi di capre, matrimoni più precoci (poiché i prezzi delle spose sono pagati in animali e il numero di capi richiesto divenne più facile da accumulare), e più elevata fecondità. Allo stesso modo, la diffusione della coltivazione della patata in Irlanda nei primi anni del XVIII secolo incrementò la produzione agricola e incoraggiò i contadini a suddividere parte delle proprie fattorie in appezzamenti per i propri figli, i quali per parte loro promossero matrimoni precoci e un incremento esplosivo delle nascite. Ancor prima, tra il VI e il IX secolo, l’introduzione in Europa della staffa, dei finimenti a collare rigido e della ferratura dei cavalli potenziò grandemente la produzione agricola delle pianure settentrionali dell’Europa. Una migliore alimentazione aiutò a condurre l’Europa fuori dal Medio Evo verso la ripresa economica e quindi, tra il 1050 e il 1350 circa, a triplicare la popolazione in Paesi quali l’Inghilterra e la Francia.

L’India offre un altro esempio. La sua popolazione fu quasi stabile dal 400 a.C. a circa il 1600 d.C.. Dopo la fine delle invasioni Mongole, e con l’avvento di nuove opportunità commerciali, la popolazione cominciò a crescere (con un tasso di circa la metà rispetto all’Europa). Più tardi, il commercio Europeo offrì all’India ulteriori opportunità, e la crescita della popolazione accelerò. Decollò letteralmente poco dopo che la nazione si liberò della sua condizione coloniale, nel 1947; l’assistenza da parte dell’URSS, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale potenziarono la percezione di un futuro prospero, e il tasso di crescita della popolazione continuò ad accelerare fino al 1980 circa.

Movimenti indipendentisti di successo e golpe populisti sono preminenti tra i tipi di cambiamento che portano il messaggio che i tempi sono buoni e stanno migliorando. La Cina cominciò il suo interludio euforico con l’espulsione dei Nazionalisti, nel 1949. Il Comunismo trionfò, e la sua filosofia sosteneva che una nazione grande richiedeva più gente (qualcuno tra i lettori riesce a ricordare uno dei principali motti del nostro Fascismo? Iniziava con “Condizione imprescindibile del primato è il numero…”; ancora una volta, gli estremi coincidono - N.d.T.). Il tasso di fecondità e la dimensione della popolazione partirono a razzo verso l’alto. Una popolazione del territorio principale della Cina che era stimata essere 559.000.000 nel 1949 crebbe fino a 654.000.000 nel 1959, laddove nei precedenti 100 anni di agitazione politica e guerra il tasso medio di crescita della popolazione cinese era stato appena dello 0,3% all’anno. Sia la minore mortalità, sia la accresciuta fecondità contribuirono all’incremento. Judith Banister scrive in La popolazione cinese che cambia: “La fecondità cominciò a crescere verso la fine degli anni ‘40 e era prossima o superiore alle 6 nascite per donna durante gli anni 1952-57, una fecondità maggiore di quella che era stata abituale” nei precedenti decenni. Banister attribuisce l’esplosione demografica cinese alla fine della guerra e alla politica del governo: “La riforma fondiaria del 1950-51 redistribuì la terra ai contadini che ne erano privi e ai fittavoli”.

Cuba ebbe una esplosione demografica quando Fidel Castro spodestò Fulgencio Batista, nel 1959. Castro promise esplicitamente una redistribuzione delle ricchezze e, secondo i demografi S. D’az-Briquets e L. PZ rez, come risposta la fecondità crebbe. D’az-Briquets e L. PZ rez scrivono: “Il fattore principale fu l’incremento delle entrate reali tra i gruppi più svantaggiati portato dalle misure di redistribuzione del governo rivoluzionario. La crescita della fecondità nell’ambito di quasi ogni fascia d’età suggerisce che le coppie videro il futuro come più promettente e sentirono che ora si sarebbero potuti permettere più figli”.

Le popolazioni dell’Algeria, dello Zimbabwe e del Ruanda crebbero rapidamente intorno all’epoca in cui le potenze coloniali partirono. L’Algeria, per esempio, ottenne l’indipendenza nel 1962, e trent’anni dopo il 70% della sua popolazione aveva meno di 30 anni d’età. Lo Zimbabwe ottenne l’indipendenza nel 1980, e subito raggiunse uno dei maggiori tassi di crescita della popolazione del mondo; la crescita venne incoraggiata dal Ministro della Salute, che attaccò la pianificazione familiare come una “congiura del colonialismo bianco” per limitare il potere nero.

A causa dei loro effetti sulle dimensioni della famiglia, i programmi di sviluppo implicanti grandi trasferimenti di tecnologia e di fondi verso il Terzo Mondo sono stati particolarmente dannosi. Questo tipo di aiuto è inappropriato poiché invia il segnale che la ricchezza e le opportunità possono aumentare senza sforzo e senza limiti. Che ne consegua una rapida crescita della popolazione non dovrebbe stupire nessuno. L’Africa, che negli ultimi decenni ha ricevuto tre volte più aiuti dall’estero pro-capite di qualsiasi altro continente, ha ora anche i più alti tassi di fecondità. Durante gli anni ‘50 e ‘60 la fecondità in Africa crebbe — fino a quasi sette bambini per donna — nello stesso momento in cui veniva ridotta la mortalità infantile, cresceva la disponibilità di cure, si diffondeva l’istruzione maschile e femminile e l’ottimismo economico pervadeva sempre più ampi settori della società. Tassi di crescita della popolazione straordinariamente elevati erano nuovi per l’Africa; durante gli anni ‘50 i tassi di crescita della popolazione in America Latina erano stati più alti.

Anche l’immigrazione può influire sulla popolazione mondiale complessiva. Studi relativi all’Inghilterra e al Galles del XIX secolo e alle popolazioni Caraibiche moderne, evidenziano che in comunità già nel pieno di una rapida crescita della popolazione, la fecondità rimane elevata fino a quando esiste la possibilità di emigrare, mentre declina rapidamente nelle comunità prive di questa valvola di sicurezza. E mentre i tassi di fecondità si vanno riducendo nella maggior parte dei Paesi africani, tale tasso resta alto in Ghana (6,2 nascite per donna nel 1993), forse perché una certa emigrazione (l’uno per 1.000 della popolazione) fornisce una valvola di sicurezza per la quantità di popolazione in eccesso. Questo effetto sulla fecondità è coerente con studi indipendenti secondo i quali l’emigrazione accresce le entrate sia tra coloro che emigrano sia tra coloro che rimangono.

In sostanza, è vero, anche se scomodo, che gli sforzi per alleviare la povertà spesso stimolano la crescita della popolazione, così come fa il lasciare aperte le porte all’immigrazione. I sussidi, le ricchezze inattese e la prospettiva di opportunità economiche rimuovono l’immediatezza del bisogno di preservare. I mantra della democrazia, della redistribuzione e dello sviluppo economico innalzano le attese e i tassi di fecondità, incoraggiando la crescita della popolazione e quindi rendendo più ripida una spirale ambientale ed economica discendente.

A dispetto di questo fatto, certi esperti e il pubblico che essi informano, desiderano nonostante tutto credere che i tassi di fecondità siano stati tradizionalmente alti nel mondo intero e si siano ridotti solo nelle nazioni post-industriali o nei Paesi nei quali è disponibile la moderna contraccezione, e che l’esplosione demografica del secondo dopoguerra sia dovuta principalmente alle migliori condizioni di salute e di nutrizione, che portarono a un rapido declino dei tassi di mortalità e ad un leggero, involontario incremento della fecondità. La possibilità che le maggiori dimensioni delle famiglie fossero il risultato del desiderio di avere più figli continua ad essere negato.

Gli esperti in studi sulla popolazione furono i primi ad essere ingannati. Negli anni ‘30 molti demografi predirono un rapido declino della popolazione, poiché la bassa fecondità delle nazioni occidentali industrializzate veniva attribuita allo sviluppo e alla modernizzazione più che al pessimismo endemico dovuto alla Grande Depressione (l’autore sta prendendo a riferimento la storia statunitense - N.d.T.). Continuando a non cogliere il punto, molti non riuscirono a vedere che gli alti tassi di fecondità che si ebbero dopo la Seconda Guerra Mondiale furono la risposta alla percezione di possibilità economiche in espansione. L’esplosione demografica negli Stati Uniti (1947-1961) e la leggermente succcessiva esplosione demografica nell’Europa Occidentale colsero di sorpresa la maggior parte dei demografi.



2 - Il messaggio della penuria

Come succede, gli incontri con la penuria ai quali miliardi di persone sono costretti dai limiti naturali del loro ambiente stanno cominciando a correggere le conseguenze di decenni di percezioni errate. La retorica della modernizzazione, dello sviluppo internazionale e dell’egualitarismo sta perdendo il suo potere di inganno. Man mano che l’Europa si dimostra incapace di alleviare le sofferenze della ex-Iugoslavia, che i Paesi ricchi in generale si dimostrano quasi impotenti nell’aiutare le innumerevoli moltitudini lontane, diviene difficile credere nel recupero. Ora, come è successo molte volte nella storia dell’umanità, la riscoperta dei limiti sta risvegliando le motivazioni a ridurre le dimensioni delle famiglie.

In Irlanda i terreni divennero pochi in relazione alla popolazione in rapida crescita nei primi anni del XIX secolo e, come conseguenza, la fecondità cominciò a ritrarsi verso il basso livello dell’epoca precedente all’introduzione della patata. Nel 1830 i due terzi circa delle donne si sposavano prima dei venticinque anni di età. Nel 1851 solo il 10% di esse si sposava così giovane — un drastico rinvio del matrimonio in risposta alla carestia della patata del 1846-1851. Dopo una breve ripresa, non più del 12% si sposava prima del venticinquesimo anno di età. L’uso di contrarre matrimoni tardivi persistette dal 1890 circa fino alla Seconda Guerra Mondiale. Negli Stati Uniti l’esplosione demografica terminò all’incirca nel momento in cui il mercato del lavoro cominciò ad essere saturo: il tasso di fecondità crollò al di sotto dei livelli di sostituzione dopo lo shock petrolifero del 1973 e molti dei redditi reali degli Americani cessarono di crescere. Nella Cina post-rivoluzionaria l’incremento della popolazione proseguì fino a quando la carestia, non mitigata dagli aiuti degli Occidentali, impose un confronto con i limiti oggettivi. Nel 1979, consapevole delle gravi carenze di beni alimentari, il governo istituì una politica del tipo un-figlio-per-famiglia, portando così a compimento l’evoluzione degli incentivi e dei controlli che riportò la nazione alle restrittive abitudini matrimoniali e riproduttive pre-comuniste. A Cuba l’esplosione demografica ispirata da Castro lasciò il posto a una fecondità al di sotto del tasso di sostituzione quando l’impossibilità del comunismo di fornire la prosperità divenne evidente. Nei Paesi dell’area Orientale, compresa la Russia, la ristrutturazione economica, lo svanire dei sussidi governativi per il consumo e la percezione pubblica di una mortalità infantile in crescita hanno portato a tassi di fecondità minori e hanno creato una tendenza ad evitare la gravidanza.

Nello Zimbabwe, spinto dalla crisi economica dei tardi anni ‘80, il governo cominciò a sostenere la pianificazione familiare. Secondo The Economist, “l’elevato costo del mantenimento di una famiglia numerosa ha aiutato a convincere alcuni uomini dell’importanza del limitarne le dimensioni”. Il tasso di fecondità è in calo tra gli Yoruba in Nigeria, a causa di una combinazione del ritardo nei matrimoni e dell’accettazione della moderna contraccezione. Due terzi delle donne che hanno risposto ad un recente sondaggio hanno detto che “la principale causa alla radice della posposizione del matrimonio e dell’uso della contraccezione per consentirla era l’attuale sitazione economica difficile”.

Anche altrove, la richiesta di una moderna contraccezione è in crescita, e ancora la ragione sembra essere che le coppie percepiscono come economicamente insostenibile un matrimonio precoce e una famiglia numerosa. Nel suo nuovo libro “Masse critiche”, il giornalista George D. Moffett riporta che una madre su due in Messico difese il suo ricorso alla contraccezione davanti al prete di un villaggio spiegando: “Le cose sono difficili, qui. La maggioranza della gente sta attraversando tempi duri. Il lavoro è difficile da trovare”. In modo simile, un lavoratore giornaliero in Tailandia, secondo le parole di Moffett, “avrebbe piacere di avere un figlio in più, ma è consapevole che andrebbe al di là dei propri mezzi”.

Senza la motivazione a limitare le dimensioni della famiglia, la contraccezione moderna è pressoché irrilevante. Per sei anni, negli anni ‘50, un progetto condotto dal ricercatore inglese John Wyon fornì a diversi villaggi dell’India Settentrionale istruzione riguardo alla pianificazione familiare, accesso alla contraccezione e cure mediche. Gli abitanti dei villaggi erano ben disposti nei confronti di chi forniva le cure mediche e della pianificazione familiare, e la mortalità infantile si ridusse notevolmente. Ma il tasso di fecondità rimase altrettanto alto.

Il gruppo di Wyon capì il motivo: gli abitanti dei villaggi apprezzavano le famiglie numerose. Essi erano entusiasti del fatto che ora, con una minore mortalità infantile, potevano avere i sei figli che avevano sempre desiderato. Il ben finanziato progetto di Wyon potrebbe anche avere rinforzato la predilezione per le famiglie numerose, avendo contribuito a rendere possibili i figli in più.



3 - Pensare localmente

L’errore nell’individuazione della causa dell’esplosione demografica ha portato a strategie di nessun peso e a volte addirittura controproducenti nell’aiuto fornito al Terzo Mondo per portare ad un equilibrio le dimensioni della sua popolazione e le risorse disponibili. Nei tardi anni ‘40 e negli impetuosi decenni successivi, il commercio, i movimenti indipendentisti, le rivoluzioni populiste, gli aiuti stranieri e le nuove tecnologie portarono la gente di ogni dove a credere nell’abbondanza e nella fine dei limiti naturali imposti dagli ambienti coi quali essi avevano famigliarità.

Ora è un passo avanti per le nazioni industrializzate, essendo la loro ricchezza diminuita di molto, il ricalibrare e indirizzare gli aiuti con maggiore ristrettezza. La loro ricchezza residua non deve essere sprecata nell’armare fazioni opposte, in una assistenza estera avventata, o nel sostegno alle migrazioni internazionali che impoveriscono e alla fine incattiviscono — fino alla violenza e ad una possibile guerra civile — le popolazioni residenti. Questa necessità di ricalibrazione rattrista molti, ma la precedente liberalità ha fornito un disservizio a ogni Paese individuato come obiettivo per l’indirizzamento verso lo sviluppo.

Con una nuova, informata comprensione delle risposte umane, certi tipi di aiuto rimangono appropriati: micro-prestiti che rafforzano l’imprenditoria di base, dove il successo è sostanzialmente in relazione allo sforzo; e l’assistenza con servizi di pianificazione familiare, non perché la contraccezione sia una soluzione di per sé ma perché la moderna contraccezione è un modo umano per ottenere una famiglia di ridotte dimensioni quando c’è il desiderio di una famiglia di ridotte dimensioni. Questa modesta lista di cose da fare è ancora nelle possibilità dei Paesi industrializzati anche nel momento in cui essi prestano attenzione alle necessità dei sempre più numerosi ranghi dei propri stessi poveri. E non inganna né danneggia involontariamente coloro che sono stati individuati come beneficiari.

L’idea che lo sviluppo economico sia la chiave per mettere un freno alla crescita della popolazione si basa su presupposti e affermazioni che hanno influenzato la politica degli aiuti internazionali per qualcosa come cinquant’anni. Ad ogni modo, questi presupposti non stanno in piedi di fronte ad una analisi storica o antropologica e le politiche che hanno prodotto hanno contribuito a potenziare la crescita della popolazione.

La capacità umana di avere una risposta di tipo adattivo si è evoluta nell’ambito di interazioni faccia-a-faccia. La forza dell’umanità è una rapida risposta agli stimoli ambientali — una risposta che è più probabilmente appropriata quando l’ambiente che conta è quello ravvicinato e locale. L’orizzonte della mente è qui ed ora. I nostri antenati si sono evoluti e hanno dovuto avere successo in piccoli gruppi che si muovevano su territori relativamente piccoli. Essi dovevano riuscire ad avere successo giorno per giorno — o non sarebbero divenuti gli antenati di nessuno. Quindi non è una sorpresa che i segnali che vengono dall’ambiente locale siano fortemente motivanti.

Mettiamo da parte i globalisti. Le soluzioni basate su un mondo unificato non funzionano. Le soluzioni locali, sì. Ovunque la gente agisce secondo la personale percezione dei propri interessi. Le persone sono portate a interpretare i segnali locali per trovare la prossima mossa da fare. In molti Paesi e comunità di oggi, dove le condizioni sociali, economiche e ambientali stanno indubbiamente peggiorando, la domanda per una moderna contraccezione è in crescita, il matrimonio e l’iniziazione sessuale vengono posticipati e le dimensioni della famiglia si stanno riducendo. Gli individui che reagiscono con una bassa fecondità ai segni del raggiungimento dei limiti sono la soluzione locale. C’è da pregare che i venditori di uno sviluppo inappropriato non mettano sottosopra questa situazione. >>

sabato 13 agosto 2011

I quattro pregiudizi

Sono numerosi i  pregiudizi che i nemici del controllo della popolazione hanno nei confronti di chi, come noi, si batte per una riduzione  immediata, decisa e possibilmente dolce delle troppe bocche da sfamare.
Ma i più importanti sono sostanzialmente 4 e cioè che noi saremmo:
1 - contrari alla vita,
2 - economicamente ignoranti (più persone = più ricchezza),
3 - un po' razzisti
4 - e, soprattuto, egoisti.

Ovviamente si tratta di pregiudizi falsi, che possono facilmente essere confutati.
Come ha fatto ottimamente l'amico AGOBIT, le cui considerazioni  (tratte dal suo blog UN PIANETA NON BASTA) sottoscrivo in toto.

<< La prima leggenda da sfatare è che chi parla di sovrappopolazione ha una posizione contraria ai valori della vita e dell’umanità. Nulla di più falso. Le politiche favorevoli alla denatalità non sono contro l’uomo, tendono invece a rispettarlo per quello che è: una parte della natura. Non vanno contro l’umanità ma contro un certo concetto di umanità: quella di uomo come padrone assoluto del pianeta di cui può fare quello che vuole distruggendo la natura, senza alcun riguardo alle altre specie viventi.
Con facili ironie i critici del concetto di sovrappopolazione ci accusano di voler “eliminare” qualche miliardo di persone. Tragicamente sono invece loro i fautori delle vere e proprie stragi determinate dalle carestie, dalle epidemie (tra cui l’AIDS e la SARS) dalle guerre e dalle migrazioni, tutti effetti dell’eccesso demografico.
L’effetto delle ideologie che tendono a favorire la crescita demografica non è quello di valorizzare la vita dell’uomo, ma all’opposto tendono a vedere gli uomini come semplici numeri: secondo costoro infatti più alto è il numero degli uomini, più valore ha l’umanità. 
Con questo modo di vedere si sono creati i disastri della sovrappopolazione che abbiamo sotto gli occhi: megalopoli invivibili, degrado urbano e paesaggistico, inquinamento chimico del pianeta, gas serra e surriscaldamento del globo, fame, epidemie, migrazioni di intere popolazioni, guerre, conflitti per l’acqua e le risorse energetiche. Essere passati in 100 anni da uno a sette miliardi di umani non ha valorizzato la vita dell’uomo, al contrario l’ha degradata.

La seconda leggenda è che un maggior numero di uomini significa più lavoro e più ricchezza. Questa è una credenza assolutamente falsa: le aree del pianeta con i più alti tassi di natalità sono anche quelle più arretrate dal punto di vista economico e ambientale. 
Le nazioni dell’Africa, alcune regioni dell’India, aree del sudamerica caratterizzate da alti tassi di crescita demografica hanno difficoltà a svilupparsi e sono costrette a concentrare nel cibo e nelle necessità sanitarie per la popolazione sovrabbondante quelle risorse che altrimenti potrebbero essere destinate allo sviluppo industriale, tecnologico e culturale in grado di determinare una crescita economica e sociale. 
L’impetuoso sviluppo di alcune aree dell’Asia di questi ultimi anni è stato dovuto in misura fondamentale alla riduzione della pressione demografica e al contemporaneo maggior afflusso di risorse sullo sviluppo tecnologico e sociale.

Una terza leggenda da sfatare è che quando qualcuno parla di sovrappopolazione vi sia in lui un fondo di razzismo. 
Tale sospetto sorge dal fatto che le popolazioni che attualmente sono in forte crescita demografica riguardano l’Africa, il Medioriente e altre aree sottosviluppate del globo. Il discorso sulla sovrappopolazione non ha assolutamente nulla del razzismo: esso deriva dalla sensibilità verso il valore fondamentale costituito dal pianeta e da tutte le specie viventi che lo abitano. Il rifiuto non riguarda alcune razze ma un modo di concepire l’uomo, quello che lo vede come un animale egoista che sfrutta senza limiti il pianeta come fosse una sua proprietà assoluta. 
La denatalità non è un mezzo per controllare certe popolazioni, ma un modus vivendi di rispetto di tutta la specie umana verso l’intero pianeta.

L’ultima leggenda è che le persone che parlano di sovrappopolazione siano egoiste e che non vogliono aiutare gli altri per difendere il proprio “giardino”. I critici della sovrappopolazione raggiungono qui l’acme della mistificazione. 
Coloro che combattono l’eccessiva crescita demografica della specie umana sono all’opposto dell’egoismo, infatti condannano il vero egoismo: quello antropocentrico che ha portato la nostra specie ad occupare massivamente il pianeta devastando il territorio, avvelenando le acque e l’aria, distruggendo la vegetazione, eliminando gli ambienti di vita di tante altre specie animali e determinandone direttamente o per via indiretta l’estinzione.
Quale interesse individuale ha colui che combatte il fenomeno della sovrappopolazione? Le politiche di denatalità sviluppano i loro effetti su archi temporali molto lunghi: prima di avere un effetto misurabile sull’ambiente la riduzione della pressione demografica ha bisogno di almeno 50 anni. Un mondo più vivibile e adatto ad una vita più umana si potrà raggiungere solo tra circa un secolo. 
Dunque la visione che è alla base della lotta alla sovrappopolazione non riguarda i nostri piccoli interessi di bottega, riguarda invece una concezione del mondo che fuoriesce dalla meschinità del nostro presente per rivolgersi ad un senso più grande da dare alla vita. >>

sabato 6 agosto 2011

L'importante è lottare

Per quelli come noi -  pochi, derelitti e sbertucciati -  che vedono l'abisso verso cui sta correrndo l'umanità a causa della sovrappopolazione sregolata, è facile la tentazione di mollare la lotta e dichiararsi vinti.
E' umano e, forse, anche inevitabile.
Ma proprio a quelli come noi, possono essere dedicate queste bellissime parole del presidente americano Teodore Roosewelt, pronunciate quasi cento anni fa in un discorso a Parigi.
Eccole:

 << Non è il critico che conta, nè l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. 
L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che nella peggiore, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza, così che il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono nè la vittoria, nè la sconfitta. >>.

Il discorso sembra più adatto ai grandi uomini di stato che lottano per un traguardo supremo, o ai grandi aleti che gareggiano per una grande competizione, ma secondo me si può applicare a tutti coloro che sono disposti a lottare per un vero indeale, anche sapendo che la sconfitta sarà più facile della vittoria.
Quindi anche per noi, poveri sognatori di uno "rientro dolce", che finirà invece per essere molto, ma molto amaro.