mercoledì 25 maggio 2016

Varie ed eventuali – XXIII

FIGLI E PREOCCUPAZIONI
Quando incontro degli amici forniti di prole, alla classica domanda: “Come va ?” mi sento rispondere molto spesso: “Abbastanza bene, ma sono preoccupato per mio figlio (mia figlia), a causa di X (inserire un motivo a piacere)”.
Loro sono convinti, in perfetta buona fede, che una volta risolto il problema X finalmente troveranno la pace, ma non è così.
Il fatto è che essere genitore vuol dire preoccuparsi CONTINUAMENTE dei propri figli. E se non è per una cosa, è per l'altra.
I motivi di preoccupazione per un figlio NON MANCANO MAI perché la perfezione non è di questo mondo ed anche una situazione quasi perfetta, per un genitore, sarebbe comunque perfettibile.
Quindi, anche in questo caso (e come sempre), “cui commoda, eius et incommoda”.
LUMEN


CAMBIARE IL MONDO
Il mondo cambia, sicuramente, ma in genere cambia “da solo”, per un assommarsi casuale di eventi scollegati.
Ma è possibile cambiare davvero il mondo mediante azioni volontarie, cioè quelle che la storia chiama “rivoluzioni” ?
Si e no. Anzitutto ci vuole un’utopia, perché, come dice Alessandro Gilioli: << senza utopia non si può progettare nulla, senza utopia non si rovescia il marcio, senza utopia nessun cambiamento reale è possibile. >>
Ma è anche vero che nessuna utopia si realizza mai in sé e come tale: serve solo come punto di riferimento, come direzione verso la quale muoversi.
Quindi l’utopia può cambiare il mondo ? Certamente sì, ma, alla fine, sempre in un modo diverso da come era stato immaginato.
Il caso più classico di eterogenesi dei fini.
LUMEN


CRISI ESISTENZIALE
E’ opinione comune che la domanda più insidiosa che un uomo possa farsi, è quella sul senso ultimo della propria vita, perché è difficile dare una risposta soddisfacente e si rischia di andare in crisi esistenziale.
Probabilmente è vero, ma dietro questa conclusione si cela un curioso paradosso.
Infatti, per arrivare a porsi la domanda di cui sopra, occorre aver già risolto in modo eccellente tutti gli altri problemi della vita quotidiana (salute, famiglia, denaro, lavoro, ecc.), perché altrimenti sarebbero questi ultimi ad occupare i propri pensieri.
Ma chi ha risolto in modo ottimale i problemi della propria vita è sicuramente un privilegiato. Ne discende, per inevitabile conseguenza, che solo chi è privilegiato può andare in crisi esistenziale.
Beh, sono soddisfazioni !
LUMEN


STATO E RELIGIONE
Ma, nella pratica, funziona meglio uno Stato mono-religioso (Cuius regio, eius religio) o uno Stato aperto a tutti i culti possibili ?
Il pluralismo religioso dell'antica Roma era probabilmente l'ideale, però richiedeva, per funzionare, una disponibilità di fondo al politeismo. Ed infatti col cristianesimo funzionò male, trasformando i cristiani prima in perseguitati e poi in persecutori.
Purtroppo oggi il vecchio politeismo è tramontato, e bisogna fare i conti con gli attuali monoteismi assoluti.
Con la conseguenza che uno Stato dedito ad un unico monoteismo può apparire più tranquillo, ma anche terribilmente oppressivo per i non allineati.
Mentre uno Stato dove i monoteismi sono più d'uno, ed in feroce competizione tra loro, si trasforma ben presto in una polveriera.
Proprio una bella scelta.
LUMEN


PATTO SOCIALE
<< Qualsiasi sistema sociale si regge su un tacito patto fra governati e governanti: i secondi accettano che i primi abbiano una serie di privilegi e di eseguire le loro prescrizioni a condizione che i privilegi non siano eccessivi e sfacciati e che ci sia un accettabile livello di vita per tutti.
Quando si determina una congiuntura per cui le diseguaglianze sociali diventano intollerabili e le condizioni di vita dei ceti bassi crollano per effetto di una guerra o di una crisi economica, parte la crisi di legittimazione del sistema. >>
ALDO GIANNULI


POVERTA’ E CONSUMO
<< Coloro che negano che la sovrappopolazione sia un problema dicono che i poveri non consumano molto.
Eppure i poveri non vogliono nient'altro che consumare di più, come provato da India e Cina. Chi può biasimarli?
E un numero crescente di persone disperatamente povere ha un grande impatto: tagliano le foreste per coltivare cibo, drenano fiumi, esauriscono falde acquifere e pescano e cacciano in eccesso nelle loro aree locali. >>
MADELINE WELD

mercoledì 18 maggio 2016

Summa Teologica

Le religioni, nella loro varietà, si possono dividere in tanti modi diversi, ma una delle suddivisioni principali è sicuramente quella tra culti che hanno l’obbligo del proselitismo, e quelli che non lo hanno.
Tra le religioni più attive nella conversione degli “infedeli” troviamo, sicuramente, l’islam, ma anche il Cristianesimo si è sempre proposto con notevole forza a tutte le popolazioni che (per loro sventura) non conoscevano ancora la “buona novella”.
O almeno si proponeva, perché, a quanto pare, i tempi stanno cambiando.
Quelle che seguono sono alcune considerazioni di Pietro Melis su quella che si potrebbe definire la “resa teologica” di Papa Francesco. (dal blog del professore). 
LUMEN


<< Dal Vangelo secondo Marco: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato; ma chi non avrà creduto sarà condannato».

Dal Vangelo secondo Matteo: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»

Solo nei Vangeli di Marco e Matteo, cosa strana, si accenna all'obbligo dei discepoli di andare per tutte le nazioni predicando o ammaestrando le genti perché si convertano. Con questa differenza: Marco aggiunge la condanna per i non convertiti. Matteo non la aggiunge. Ma trascuriamo questa pur importante differenza. Sta di fatto che rimane l'obbligo secondo questi due Vangeli di fare del proselitismo.

Da questo punto di vista papa Francesco dimostra ancora di essere un antievangelico. Infatti in un colloquio (…) ha detto chiaramente che oggi la Chiesa non vuole fare proselitismo. Ma che razza di cristiano è allora questo papa ? Ha paura di convertire le genti per paura della reazione islamica negli Stati islamici. Penso che questo sia il vero motivo.

Che la Chiesa abbia rinunciato a convertire gli atei negli Stati occidentali è un fatto risaputo. Ha capito che è tempo perso. Dunque la Chiesa oggi ha fatto proprio il convincimento che sia tempo perso convertire gli atei e si debba avere paura di convertire aderenti ad altre religioni, soprattutto all'islam. Siamo di fronte alla resa della Chiesa cattolica.

La quale cerca una visibilità con il giubileo. Ma a chi serve? Serve solo a quelli che già credono nella Chiesa. Con quale beneficio non si capisce. Infatti basta la confessione per togliere i peccati. Quali meriti in più si ottengono con il giubileo?

Notare poi che i meriti attribuiti dalla partecipazione al giubileo comporta l'essere presenti a Roma e visitare le cinque maggiori chiese romane prescritte. E quei cattolici che in diverse parti del mondo non possono permettersi di andare a Roma per vari motivi, economici, di salute, etc. ? Questi sono esclusi dai meriti attribuiti dal giubileo ?

Alla luce di queste considerazioni mi sembra che il giubileo sia solo una pagliacciata commerciale come l'EXPO a Milano. Entreranno più soldi nella casse del Vaticano. Ma (…) con la rinuncia al proselitismo verrebbe a mancare qualsiasi missione nella Chiesa, pur nella sua volontà di rappresentare la verità circa il destino dell'uomo. Il papa, credendo di essere un furbastro, ha detto che la Chiesa non ha più il dovere di convertire al cristianesimo, ma quello di estendere il concetto di bene.

Ammettendo con ciò che non sia necessario essere cristiani, e tanto meno cattolici per salvarsi l'anima. E allora che rimane di questa Chiesa ? Che ci sta a fare ? In pratica il papa, senza dirlo, ha detto che ci sta a fare nulla.

Anzi, per coerenza, dovrebbe avvicinarsi alla mia tesi: hanno più meriti gli atei-agnostici che pratichino il bene; [o meglio], io direi: che si astengano dal fare del male, secondo la norma universale della giustizia “neminem laedere”. Perché il bene porta a concezioni relativistiche, vedendo ogni cultura un differente concetto di bene, che appartiene alla morale, mentre il male, inteso come danno, deve essere visibile da tutti, appartenendo al diritto e non alla morale.

I credenti infatti sono degli opportunisti, che credono perché convinti di potersi salvare l'anima ed avere dei meriti dinanzi a Dio, il quale, al contrario, dovrebbe privilegiare gli atei-agnostici che si astengano dal fare del male, perché non sono degli opportunisti che attendano di avere dei premi da Dio.

Questa tesi può essere tratta [anche] da una lettura (…) dei Vangeli, che appaiono scritti solo per coloro che abbiano bisogno del timore divino per astenersi dal fare del male. San Paolo, il vero fondatore de cristianesimo, dice nella Lettera ai Romani che i convertiti sono come dei bambini da latte, che hanno bisogno della presenza severa e punitrice del padre per evitare il male.

Il che significa che gli uomini adulti, non credenti, capaci di astenersi razionalmente dal male, non hanno bisogno di essere dei credenti per avere dei meriti di fronte a Dio.

La mia lettura dei Vangeli porta a questa conclusione. Meglio non credere ma rispettare le norme della giustizia per avere maggiori meriti di fronte a Dio, se esiste. San Paolo, sempre nella Lettera ai Romani, dice che anche i pagani si sarebbero salvati se avessero seguito la legge naturale iscritta nei loro cuori. E allora a che serve essere cristiani ? A nulla ai fini della salvezza. >>


<< Questo papa invece di occuparsi dell'anima facendo proselitismo (disse Gesù: andate e predicate per le nazioni. Chi crederà e si farà battezzare sarà salvato altrimenti sarà condannato) sta facendo solo politica anticristiana giacché ha rinunciato al proselitismo chiamando i musulmani nostri fratelli. Poiché ormai sa di non poter più combattere dottrinalmente l'islamismo per paura del terrorismo, si limita a dire che i cristiani vengono perseguitati.

La dottrina per lui è ormai una cosa secondaria, anche quando cita qualche frase dei Vangeli. Ma se si attenesse ad essi la smetterebbe di fare anti-evangelicamente politica parlando ogni giorno e a sproposito. (…) Egli naviga nella confusione tra morale e diritto. La carità non si può imporre con una legge, come insegnò Gesù, altrimenti non si ha alcun premio da Dio. Invece questo papa pretende che siano i governi a fare la carità imponendola con le tasse a carico dei cittadini. (…)

E ora veniamo all'ultima sciocchezza di questo papa, una vera sciagura. Ha detto che molti si occupano dei cani e gatti ma sono indifferenti al vicino che soffre. Siamo alle solite gravi confusioni tra morale e diritto.

Innanzitutto: chi è il mio vicino? Boh ! E' uno che vive nello stesso palazzo o in una casa accanto ? Non l'ha detto. E di che cosa dovrebbe soffrire ? Di malattia ? Di povertà ? Nel primo caso vi è l'ospedale, nel secondo vi deve essere lo Stato. Facendo l'elemosina, osservò Schopenhauer (Il fondamento della morale) non si toglie il povero dalla povertà. In ogni caso la carità è un dovere morale e non giuridico. (…)

Veniamo [invece] ai cani e ai gatti. Questi fanno, e dovrebbero fare, parte del nucleo familiare, nei cui confronti si ha un rapporto fondato sul diritto-dovere. Dal momento in cui fanno parte del nucleo familiare, essi hanno il diritto di essere trattati come familiari e non come vicini.

Nei riguardi di un mio vicino io non ho alcun obbligo giuridico, mentre dovrebbe configurarsi un dovere giuridico nei confronti di animali, oltre i cani e i gatti, che siano stati accolti in famiglia. (…) Il mio vicino [quindi] non può accampare alcun diritto nei miei riguardi, essendo per me un totale estraneo (al massimo buon giorno e buona sera).

E poi l'affetto che può dare un cane o un gatto è superiore all'affetto umano familiare, che è sempre interessato a causa di vincoli di sangue tra genitori e figli e per la reciproca assistenza. L'affetto di un cane o un gatto è disinteressato, perché va oltre il fatto che gli venga dato del cibo (questo è un fatto scontato). >>

PIETRO MELIS

mercoledì 11 maggio 2016

Dunbar & company

Questo post è dedicato all’antropologo britannico Robin Dunbar, il quale, studiando i “limiti cognitivi” dei primati e dell’uomo, ha individuato nel numero massimo di 150 persone (chiamato appunto numero di Dunbar), il limite funzionale dei nostri contatti sociali. L’articolo è del giornalista americano Drake Bennett (da Bloomberg Businessweek). Buona lettura. Lumen


<< Anni fa, lo psicologo evoluzionista Robin Dunbar cominciò a studiare l'abitudine tipicamente inglese di inviare biglietti d'auguri in occasione delle festività natalizie. (…) Lo studioso era interessato non tanto al numero di conoscenti di un individuo, ma a quante persone lo stesso fosse effettivamente legato. (…)

L’attività di preparazione, compilazione, spedizione dei biglietti, [infatti], rappresenta una sorta di investimento: occorre conoscere o cercare indirizzi, comprare biglietti o realizzare il perfetto collage di adorabili foto di famiglia, scrivere qualcosa, comprare francobolli, e imbucare il tutto nella cassetta della posta. L'aspetto significativo sta nel fatto che sebbene il processo non richieda spese nemmeno lontanamente significative, la maggior parte delle persone non sarebbe disposta a prendersi un tale disturbo per chiunque.

Lavorando con l'antropologo Russell Hill, Dunbar riuscì a mettere insieme la rete di auguri natalizi della famiglia inglese media. Dal lavoro dei due ricercatori emerse, ad esempio, che circa un quarto dei biglietti era destinato ai familiari, quasi due terzi agli amici e un otto per cento ai colleghi. La scoperta principale dello studio, ad ogni modo, era rappresentata da un singolo dato numerico: 153,5, approssimando per difetto 150, ossia il numero totale dei singoli destinatari di biglietti di ciascuna famiglia.

Questo numero era esattamente quello che Dunbar si aspettava. Nel corso dei venti anni precedenti, egli stesso e altri ricercatori sulla sua stessa lunghezza d'onda, avevano rintracciato gruppi di persone composti da 150 individui praticamente in ogni dove. Gli antropologi, studiando le ultime società che vivono prevalentemente di caccia e raccolta rimaste al mondo, avevano scoperto che ogni clan tende ad avere 150 membri.

Nella storia militare d'Occidente, la più piccola delle unità militari autonome, la compagnia, in genere è composta di 150 soldati. La comune degli Hutteriti, una setta anabattista autosufficiente, simile agli Amish, finisce sempre per sfaldarsi ogni qualvolta raggiunge un numero di componenti superiore a 150.

Lo stesso vale per gli Uffici della “W.L. Gore & Associates”, un'azienda di tessuti, nota per prodotti innovativi come Gore-Tex e per la sua struttura manageriale assolutamente non gerarchica. ogni qualvolta un ramo supera i 150 impiegati, la società si spacca in due e fonda un nuovo ufficio.

Per Dunbar esiste una semplice spiegazione alla base del fenomeno: così come gli esseri umani non sono in grado di respirare sott'acqua o correre i cento metri piani in 2 secondi e mezzo, o vedere microonde a occhio nudo, la maggior parte di essi non può mantenere più di 150 relazioni significative. Cognitivamente, non siamo “costruiti” per questo. In generale ogni qualvolta un gruppo cresce fino a superare i 150 componenti, i suoi membri sembrano perdere la loro capacità di relazionarsi gli uni con gli altri.

Dunque, viviamo in un pianeta sempre più urbanizzato e affollato, ma abbiamo attitudini sociali da età della pietra. “150 sembra rappresentare il massimo numero di individui con cui ciascuno può intrattenere relazioni sociali genuine, il tipo di relazioni che consiste nel sapere con chi e come abbiamo a che fare”, scrive Dunbar, “In parole povere, è il numero di persone con cui prenderemmo un drink insieme senza imbarazzo se ci trovassimo inavvertitamente nello stesso bar”. (…) 

Dunbar (…) è cresciuto in Tanzania, dove suo padre era ingegnere elettronico e da ragazzino era solito navigare lungo la costa e andare in giro per i boschi. Si laureò nei primi anni settanta, e il suo interesse di ricerca originario non erano le amicizie umane ma la vita sociale della gelada, una scimmia esistente solo negli altipiani etiopi, strettamente imparentata col babbuino.

Ciò che lo attirava delle gelada erano le particolarità del loro sistema sociale, che si fonda su piccoli gruppi familiari, a loro volta confluenti poi in orde più grandi. Questo sistema, vagamente simile a quello delle moderne tribù che vivono di caccia e raccolta, è conosciuto come sistema sociale a fissione e fusione, e appartiene a sole due specie di scimmie tra le circa 300 specie di primati, uomo escluso.

Dunbar era interessato in modo particolare all'abitudine di pettinarsi di queste scimmie. Per le gelada e per molti altri primati, il pettinarsi concerne solo in parte scopi di pulizia, rappresenta anche una forma di legame. La vita delle gelada è piena di vicende, caratterizzata addirittura da società segrete, colpi di stato e alleanze turbolente, e le scimmie consolidano le proprie amicizie togliendosi a vicenda parassiti dal pelo e massaggiandosi la pelle.

In un vecchio scritto, Dunbar mostrò che il tempo impiegato dalle gelada per pettinarsi non dipende dalla taglia dell'animale - il che potrebbe evocare scopi igienici, in quanto scimmie di stazza più grossa richiedono tempi di toletta maggiori - dipenderebbe, invece, dalle dimensioni del gruppo: più grande è il gruppo, più tempo i suoi membri impiegheranno a ingraziarsi gli altri mediante massaggi.

Dunbar cominciò a chiedersi se anche altre caratteristiche potessero essere collegate alle dimensioni del gruppo. Nel 1992 pubblicò la risposta al suo stesso quesito: le dimensioni del cervello.

Gli scienziati sono stati a lungo affascinati dalle dimensioni significative del cervello dei primati. Essere intelligenti ha indubbiamente i suoi vantaggi, ma un cervello sviluppato richiede un enorme ammontare di energia e anni per raggiungere la dimensione massima, nonché un cranio perfettamente formato che lo protegga, rendendo i parti molto pericolosi. Molte specie completamente prive di cervello hanno prosperato e continuano a prosperare sul nostro pianeta.

La teoria di Dunbar si fonda sull'evoluzione del cervello a dimensioni maggiori. Vivere in grandi gruppi conferisce vantaggi significativi, tra i quali principalmente una maggiore protezione contro i predatori. Ma vivere insieme è anche, senza dubbio, difficile. I membri di un gruppo sono in competizione tra di loro per cibo e accoppiamento, devono difendersi da prepotenti e traditori, e ritagliarsi spazio per comportarsi a loro volta da prepotenti e traditori.

“Per molte specie sociali, in particolare i primati, il gruppo rappresenta uno strumento per risolvere alcuni particolari problemi ambientali”, spiega Dunbar, “ma il gruppo stesso scatena un'intera serie di problemi a livello individuale. È il problema del contratto sociale: le persone ti calpestano i piedi e ti rubano il cibo che hai coltivato mentre ti accingi a raccoglierlo”.

Con l'aumento delle dimensioni del gruppo, emerge un vertiginoso ammontare di dati numerici: un gruppo di cinque componenti presenta al suo interno un totale di 10 relazioni bilaterali tra i suoi stessi membri, un gruppo di venti ne conta 190, un gruppo di 50, 1225. Una vita sociale di questo tipo richiede una neocorteccia sviluppata, vale a dire lo strato di neuroni sulla superficie del cervello, dove prende forma il pensiero cosciente.

Nel suo scritto del 1992, Dunbar mise a confronto la neocorteccia di ciascuna specie di primate con la grandezza del gruppo in cui viveva. Più sviluppata era la neocorteccia, più grande era il gruppo che il primate era in grado di gestire. Ciononostante, anche il primate più intelligente non possiede strumenti tali da consentirgli di gestire relazioni in gruppi infinitamente grandi. Per ottenere risultati analoghi riguardanti la relazione tra neocorteccia e relazioni umane, inserì i dati nel grafico realizzato per analizzare le relazioni tra primati e ottenne 147,8.

Dunbar non è stato il primo a suggerire come le dinamiche sociali possano spiegare l'evoluzione di intelligenze superiori, ma la sua semplice teoria aritmetica - cervello più grande uguale gruppo più grande - ha goduto di una vasta eco, e attualmente è visto come il padre di quella che è conosciuta come l'ipotesi del cervello sociale. (…)

[Ovviamente] è fuorviante parlare di un solo “numero di Dunbar”. Dunbar in realtà parla di una scala di numeri, che delimitano cerchie di contatti e che man mano si allargano. La più interna è quella corrispondente a gruppi da 3 a 5 membri: i nostri amici più stretti. Poi una cerchia da 12 a 15, quelli la cui morte sarebbe devastante per noi (…). Poi viene 50, che è la dimensione degli agglomerati più piccoli delle tribù che vivono di caccia e raccolta, come gli aborigeni australiani. (…)

A rendere popolari le idee di Dunbar è la loro semplicità, il che ha esposto lo studioso ad accuse di riduzionismo. (…)

[Alcuni] antropologi e neuroscienziati, confutano la teoria di Dunbar, ritenendo che essa dia per scontati altri fattori che potrebbero aver condotto allo sviluppo del cervello umano: la pressione derivante dalla necessità di escogitare sistemi efficienti per ricercare cibo ed aggirare i meccanismi di difesa di piante ed animali. (…) [Altri], che hanno usato metodologie diverse per misurare le dimensioni della cerchia sociale di un individuo, sono giunti a risultati numerici che non coincidono. (…)

Dunbar è abituato alle critiche al suo lavoro e a fornire risposte alle stesse. È d'accordo (…) che le persone hanno reti sociali diverse per raggiungere scopi diversi, ma ciò non vuol dire che non esista un legame emozionale di base per alcune persone, indipendentemente dall'utilità che le stesse possano avere per noi. Persone come il nostro datore di lavoro o il nostro negoziante di fiducia, sono importanti nella nostra vita, ma con essi non abbiamo relazioni significative. (…)

Dunbar non esclude la possibilità che gli esseri umani possano essere in grado di riprogrammare i limiti cognitivi delle loro vite sociali, come è già accaduto in passato. Il motivo per cui siamo in grado di “funzionare” in gruppi di dimensioni maggiori rispetto ai nostri cugini primati, afferma Dunbar, è perché migliaia di anni fa abbiamo imparato a parlare. 

Mentre i babbuini fanno amicizia spulciandosi a vicenda, noi per intrattenerci a vicenda abbiamo retorica e pettegolezzi, e chiacchiere da intervallo, per non parlare del canto, storie, barzellette. Il linguaggio, quindi, è il modo in cui gli umani usano i loro cervelli sviluppati per arrivare a 150. Ma fin quando non sopraggiungerà una novità altrettanto rivoluzionaria, 150 è là dove ritiene che rimarremo. >>

DRAKE BENNETT

mercoledì 4 maggio 2016

Dialogo sulla Scienza

Il dialogo virtuale di oggi, incentrato su pregi e difetti del metodo scientifico, ha una doppia vittima: il matematico italiano Piergiorgio Odifreddi, per le domande, e l’astrofisico americano Saul Perlmutter, per le risposte. Per fortuna posso stare tranquillo, perchè nessuno dei due verrà a mai conoscenza di questa mia piccola appropriazione indebita. Buona lettura. Lumen


LUMEN – Professor Perlmutter, Voi avete vinto il premio Nobel per la fisica nel 2011 per aver scoperto che le galassie si allontanano fra loro a velocità crescente, e che quindi l’universo si espande in maniera accelerata. Perché la scoperta era così importante ?
PERLMUTTER – Perché è stata confermata un’intuizione di Albert Einstein del 1917, sulla quale in seguito aveva avuto dei ripensamenti, arrivando a considerarla il più grande errore scientifico della sua vita. Invece il vero errore di Einstein era solo stato l’aver creduto di essersi sbagliato.

LUMEN – Ed era Einstein ! Certo che la storia della scienza è sempre una storia di errori e di ripensamenti.
PERLMUTTER – Questo è inevitabile, ma non per questo bisogna disprezzare il metodo scientifico o, peggio ancora, accantonarlo.

LUMEN - Cosa può insegnare la scienza all’uomo comune, dal punto di vista metodologico ?
PERLMUTTER - Viviamo in un periodo in cui abbiamo grosse difficoltà a comunicare fra noi per risolvere problemi politici, sociali e tecnici in maniera costruttiva. Nel mondo intero c’è ormai un atteggiamento diffuso ad affrontare questi problemi con rabbia e arroganza, e a pensare di essere in possesso delle risposte prima ancora del confronto. Si pensa che questo sia il modo corretto di affrontare le cose, ma a me sembra che da secoli la scienza ci abbia insegnato una lezione diversa.

LUMEN - In che senso ?
PERLMUTTER - Nel senso che abbiamo imparato che non solo è molto facile, ma è addirittura probabile che in una discussione si parta con idee sbagliate. A volte facciamo errori globali nella comprensione del mondo fisico e della società umana. Altre volte gli errori sono invece locali, ad esempio riguardo all’accuratezza o alla rilevanza dei dati in nostro possesso. Abbiamo cioè imparato che ci sono molti modi in cui possiamo sbagliare, e molti modi in cui possiamo migliorare.

LUMEN - Questo presuppone che si possa effettivamente trovare la verità. Cosa che molti invece negano per principio, soprattutto nelle faccende umane.
PERLMUTTER - Sicuramente gli scienziati pensano che ci siano molti aspetti del mondo per i quali si possa parlare di verità. Nel senso che il mondo si comporta nel modo in cui si comporta, indipendentemente dal modo in cui noi pensiamo. C’è una realtà oggettiva, anche se noi spesso possiamo soltanto approssimarla, a volte in maniera molto cruda. Il che è comunque sempre meglio che alzare le mani e arrendersi all’idea che non si possa sapere niente.

LUMEN - Anche nel campo umano ?
PERLMUTTER - Certo. Comprese materie molto complesse, che vanno dall’economia al clima al comportamento. Naturalmente bisogna affrontare queste cose molto umilmente, sapendo che agli inizi si sbaglierà, ma col tempo si arriverà a far meglio. E il modo è tentare di dare qualche spiegazione, vedere se ci sono evidenze che la confermano o la smentiscono, correggersi, riprovare a fare un po’ meglio, e così via.

LUMEN - E’ un approccio più probabilistico che deterministico.
PERLMUTTER - Assolutamente sì. Bisogna assegnare un grado di affidabilità alle soluzioni, proporzionale alla cura con cui si è considerata la possibilità di sbagliare. E bisogna anche accettare di affidarsi agli esperti, perché per quanto ciascuno di noi possa esserlo nel suo campo, non lo sarà in altri. Inoltre gli specialisti non hanno abbastanza larghezza di vedute, e i generalisti non vanno abbastanza in profondità. La conoscenza è un’impresa sociale, e dobbiamo imparare a lavorare tutti insieme.

LUMEN - Gli umanisti, però, spesso temono la visione della scienza e il suo potere.
PERLMUTTER - Proprio per questo è importante includere tutti nel processo. Bisogna capire che questo metodo di lavoro non funziona solo per la scienza, ma per qualunque aspetto della vita. Più gente lo conosce e lo usa, e più gente capirà che gli scienziati non sono dei preti che praticano rituali esoterici, ma dei ricercatori che hanno scoperto un modo per allargare la conoscenza in maniera affidabile. A volte, in maniera tanto affidabile da poterci scommettere la vita: ad esempio, quando voliamo su un aeroplano. Altre volte in maniera molto più dubbia, ed è bene sapere che in tal caso bisogna essere cauti al proposito.

LUMEN - Molta gente però ha paura del pensiero razionale, o addirittura lo disprezza.
PERLMUTTER - Bisogna mettere in chiaro che non pretendiamo che la scienza sia l’unico modo possibile per affrontare il mondo. Niente lo è, e c’è bisogno di un intero arsenale di approcci e di competenze per farlo. Anzi, non ha nemmeno senso iniziare a usare la razionalità, se prima non ci si è domandati come la si possa integrare utilmente con i nostri desideri, le nostre paure, e tutti gli altri aspetti irrazionali della vita umana.

LUMEN – Voi dunque non vedete una contraddizione, ad esempio, tra la scienza e la religione ?
PERLMUTTER - Contraddizioni ce ne sono dovunque. Fanno parte della natura umana, e gente diversa assegna loro pesi diversi in parti diverse della propria vita. Ma se uno sacrifica tutta una parte della propria umanità sull’altare della razionalità, rischia di fare un errore uguale e contrario a quello di avversare la scienza perché si teme che assimili l’uomo a un robot.

LUMEN - Io pensavo in particolare alla religione cattolica, il cui approccio dogmatico è esattamente l’opposto di quello che voi avete descritto.
PERLMUTTER - Personalmente, se devo scegliere una cura per una malattia preferisco ovviamente consultare un medico, invece di un prete o un rabbino. Ma, che sia religioso o laico, ciascuno di noi deve decidere volta per volta come tenere in equilibrio i vari modi di comprendere il mondo, e come usare tutti gli strumenti a disposizione nel modo migliore possibile. L’importante è non forzarsi a camminare con un piede solo, o a lavorare con una mano sola. E accettare che gli altri sanno cose che noi non sappiamo, e viceversa.

LUMEN – Voi sembrate aver pensato a queste cose con cura. Avete mai scritto qualcosa al proposito ?
PERLMUTTER - Tengo un corso in cui ho messo insieme una serie di esempi non scientifici che possano insegnare il linguaggio parlato dagli scienziati e addestrare alla loro metodologia. Ad esempio, mostrando gli errori che si fanno deducendo connessioni inesistenti tra fatti in realtà scollegati fra loro. Oppure, mostrando l’importanza di rimanere concentrati sui problemi, se se ne vogliono risolvere di non banali.

LUMEN - Questa è una cosa importante soprattutto per i giovani, che sono distratti da cellulari e computer.
PERLMUTTER - Oh, anche per gli adulti ! Io, ad esempio, se trovo un puzzle interessante ci posso pensare per dieci minuti, ma se poi devo uscire o far altro lo metto da parte. La cosa può andar bene per i puzzle, appunto, ma gli scienziati mantengono una grande capacità di concentrazione sui problemi attraverso un’esperienza di gruppo, che tiene alto l’interesse e la competizione. Il che prima o poi permette di risolverli, quei problemi, a meno che non siano insolubili.

LUMEN - E come si fa a sapere se lo sono o no ?
PERLMUTTER - Il gioco consiste nel bilanciare la voglia di lasciar perdere con la constatazione che la maggior parte dei problemi, se uno è disposto a imparare dai propri errori senza intestardircisi, prima o poi vengono effettivamente risolti. E’ un approccio non solo più fedele alla realtà, ma anche più potente, ed è per questo che vale la pena di adottarlo anche al di fuori della scienza.

LUMEN - Ad esempio, in politica ?
PERLMUTTER - Soprattutto in politica, dove in genere manca la modestia di ammettere che le proprie idee di partenza possono essere sbagliate, devono essere messe alla prova, e possono beneficiare del contributo degli avversari. Personalmente tendo a dare più fiducia a chi fa proposte modeste e sensate, che a chi sbatte il pugno sul tavolo e pretende di sapere come risolvere in quattro e quattr’otto un problema difficile.

LUMEN – Grazie professore, per la piacevole chiacchierata. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che il metodo scientifico è il peggiore strumento di indagine di cui disponiamo, ad eccezione di tutti gli altri.