mercoledì 30 marzo 2016

Classe Alfa - 2

Si conclude qui l’articolo di Alberto Lo Presti su Robert Michels e la sua teoria delle elites politiche. Lumen

 
(seconda parte)
 
<< Michels costruisce una teoria generale delle cause che producono, nell’organizzazione democratica, l’insorgenza dei meccanismi dell’oligarchia. Tale teoria affonda le proprie radici in questioni di carattere psicologico, relativo al comportamento dei leaders nelle situazioni di potere, e in questioni di psicologia collettiva, relative alle propensioni delle masse per l’avvento di una conduzione autorevole della loro vitalità politica.
 
In tal senso, il ritratto psicologico del membro dell’oligarchia che Michels traccia è abbastanza fosco: il leader possiede una naturale sete di potere tipica in chiunque si lanci nel mondo politico, prende coscienza del proprio valore e costruisce la propria abilità, la propria eloquenza e la propria intelligenza in vista dello scopo della massimizzazione del dominio.
 
Ma il pessimismo di Michels raggiunge forse il suo apice nella considerazione di come le masse siano per definizione apatiche, abbiano il bisogno di essere comandate, sono pronte ad una riconoscenza senza limiti nei confronti di chiunque dia loro una prospettiva, possiedono una tendenza innata alla venerazione dei capi e al culto della personalità. (…)
 
Neanche dentro l’oligarchia soffia il benché minimo vento di concordia: la lotta fra i leaders può originarsi per molteplici ragioni, come la distanza generazionale, la diversa origine sociale, o semplicemente da visioni diverse. Due forme particolari di lotta sono quelle fra i leaders provenienti dalle fila del partito e coloro che, invece, hanno raggiunto l’oligarchia al di fuori di esso. (…)
 
Particolare, ancora, è il confronto fra la leadership di tipo burocratico e quella di tipo demagogico: (…) da una parte i leaders eletti che dipendono dal consenso delle masse, dall’altra i leaders burocratici, che hanno raggiunto la loro posizione di vertice attraverso il controllo della macchina del partito. Ma alla fine (…) prevale la generale predisposizione alla conservazione del potere, per cui Michels nota come accada frequentemente che la leadership burocratica e quella demagogica finiscano per allearsi o fondersi.
 
La fusione fra i diversi interessi presente nelle oligarchie diventa evidente quando osserviamo il funzionamento del meccanismo della cooptazione. I leaders affermati, infatti, ormai lontani dalla base delle masse, tentano di colmare il vuoto attraverso la cooptazione di coloro che invece riscuotono il consenso e che potrebbero insidiare il loro potere. La cooptazione, solitamente, consiste nell’attribuire a tali figure delle cariche prive di reali poteri, ma comunque onorifiche.
 
Il risultato è che «i leaders dell’opposizione ottengono nel partito alte cariche e onori e così vengono resi innocui, in quanto in tal modo sono loro precluse le cariche più importanti, ed essi rimangono nei secondi posti senza influenza notevole e senza poter sperare di diventare un giorno maggioranza; per contro essi condividono ora la responsabilità delle azioni compiute insieme agli avversari di una volta». (…)
 
Le oligarchie dei partiti politici sono continuamente minacciate da due forze: una esterna, consistente nell’orientamento delle masse che potrebbe produrre cambiamenti al vertice, se non stravolgimenti, in caso di ribellione; una interna, dovuta al gioco di potere partecipato dagli ulteriori sottogruppi differenziati all’interno dell’oligarchia.
 
In tale situazione, come si può pretendere – pensa Michels – che possano esserci comportamenti virtuosi nell’arena politica ? «Ed è da questo che deriva, in tutti i moderni partiti popolari, la profonda mancanza di vero spirito di fratellanza, cioè di fiducia negli uomini, ed il conseguente stato latente e continuo di belligeranza, quello “spiritus animi” sempre teso che ha dato luogo alla diffidenza reciproca dei leaders, diffidenza che è diventata una delle caratteristiche essenziali della democrazia». (…)
 
L’organizzazione politica è la novità della modernità: essa costruisce i percorsi per giungere al potere; ma una volta partecipi del potere ogni individuo, di fatto, smette i panni del progressista o dell’innovatore per vestire quelli del conservatore. E’ un processo che non conosce impedimenti e che soffoca ogni buona propensione verso una politica che costruisca i buoni ideali.
 
In tal senso, le macchine organizzative dell’arena politica non si confrontano più sul piano delle visioni teoriche o idealistiche, piuttosto competono per il consenso di una certa base elettorale. Gli obiettivi, allora, si trasformano: dagli assetti desiderabili della società in avvenire, all’acquisto del maggior numero di voti da realizzarsi subito. In tutto questo, diatribe e risentimenti personali diventano gli eventi tipici della cronaca quotidiana e ogni riferimento a idealità o a valori disturba l’incessante lotta fra le fazioni, mentre è desiderabilissima se può tornare utile nel contenzioso.
 
Anche il parlamentarismo è uno strumento piegato a queste «occulte» esigenze: «Parlamentarismo significa aspirazione al maggior numero possibile di voti», proprio come «Organizzazione di partito significa aspirazione al maggior numero possibile di iscritti». Soprattutto i partiti social-democratici pagano un alto costo a questa dinamica. Sono loro, infatti, che per aumentare il consenso, tradotto in voti e in inscritti, devono in un certo senso “diluire” il proprio messaggio ideologico per proporlo favorevolmente anche a settori non immediatamente identificabili con gli interessi della classe proletaria.
 
Forse, la maggiore evidenza dell’incongruenza fra le idealità della socialdemocrazia e la prassi politica “corrotta” dall’organizzazione si ha quando si esamina il rapporto del partito con lo Stato. L’ideologia dei partiti socialisti postula l’estinzione dello Stato nella futura società comunista, ritenendolo superfluo e strumento di oppressione. (…)
 
Tuttavia, Michels osserva come le pressanti esigenze organizzatrici del partito abbiano, di fatto, centralizzato le funzioni direttive, le quali si esprimono con efficacia quando riescono a imporre autorità e disciplina. Per tale via, «il partito politico-rivoluzionario è uno Stato nello Stato, che in teoria dichiara di perseguire lo scopo di svuotare e di distruggere lo Stato presente, per sostituirlo con uno Stato completamente diverso»
 
E’ inarrestabile il declino del fuoco ideologico dei partiti rivoluzionari: il «dinamismo rivoluzionario» viene soffocato dalle esigenze di un’organizzazione politica che deve continuamente richiamare la propria azione alla prudenza per conservarsi nella stabilità. E’ in tal modo che la macchina organizzativa del partito rivoluzionario, creata con lo scopo del sovvertimento dei rapporti di forza, diviene invece un fine in sé: «l’organo finisce per prevalere sull’organismo». (…)
 
Michels richiama l’attenzione sull’idea ‘fantasiosa’ di democrazia e sulla impossibilità della sua realizzazione ideale. (…) La realtà dei rapporti politici - come ci insegnano Mosca e Pareto - conferma invece che dalle lotte fra aristocrazia e popolo fino alle lotte di classe dell’era moderna, la dinamica politica è interamente articolata sul conflitto per il potere, sull’eterno antagonismo fra chi comanda e coloro che, comandati, aspirano a soppiantare i primi. (…)
 
Michels compie un’accurata analisi politologica delle “cause fisiologiche” della distanza fra la teoria della democrazia e la sua realizzazione storica. Il momento critico può riassumersi nel capovolgimento della funzione etica: se l’ideale di democrazia si riscontra nell’eticità della partecipazione politica diffusa e per consenso, (…) questa etica altro non è che uno strumento per raccogliere fortuna e gloria. Così, nella lotta – più o meno subdola – per il potere, «l’etica non sarebbe altro che una finzione» (…)
 
Gli elementi teorici che sostengono questa concezione li possiamo riassumere in cinque punti.
 
Al primo posto (…) troviamo l’indifferenza e la noncuranza politica della maggioranza. Non ha senso affermare il principio che vuole il rappresentante politico collegato e controllato alla sua base elettorale e alla popolazione intera. Questa è una «leggenda» del parlamentarismo. Coloro che si occupano della vita politica, fra il popolo, sono veramente una esigua schiera, e «soltanto l’egoismo è capace di stimolare gli uomini allo scopo di preoccuparsi dello Stato, e se ne preoccuperanno infatti appena le cose andranno molto male per loro». (…)
 
Al secondo posto, Michels cita i meccanismi impliciti nella rappresentanza politica. Il parlamentarismo pone le basi perché si costituisca un gruppo che «mediante delegazione» governa sulla maggioranza. Altro che governo del popolo: è il governo di quella parte del popolo che rappresenta tutto e tutti. (…)
 
Al terzo posto troviamo il ben noto principio dell’ereditarietà, che vuole qualsiasi classe dirigente tendere a trasmettere il proprio potere alla discendenza. In ogni ordinamento politico, allora, non solo si dà l’oligarchia, ma a parere di Michels «l’aristocrazia si stabilisce in via automatica, anche in quegli Stati che la escludono».
 
Il quarto posto (…) riguarda lo sviluppo della burocrazia statale al servizio e a difesa della classe politica. Per giustificarla, Michels ricorre all’istinto di conservazione dello Stato moderno, che si protegge allestendo una cintura attorno a sé di burocrati il cui interesse coincide con il suo. A dimostrazione della funzionalità del rapporto fra gli interessi della burocrazia e quelli dello Stato, Michels fa notare le vantaggiose condizioni economiche che normalmente vengono accordate a coloro che lavorano nel settore della pubblica amministrazione dello Stato.
 
Al quinto posto troviamo la propensione dei partiti socialdemocratici a distaccare una élite proletaria e ad inserirla dentro la classe politica. Questo è un processo spontaneo. L’attivismo dentro il partito può essere l’occasione per compiere una scalata verso il successo e gli onori della carriera politica. In questi termini, l’impegno politico è confrontabile con qualsiasi attività lavorativa: da esso si può trarre il sostentamento per la propria vita e un mezzo per dare espressione alle proprie ambizioni. (…)
 
In conclusione, il pessimismo conduce la riflessione di Michels alla circolarità dell’interpretazione del rapporto politico fra élites e masse. In pratica, si crea una oligarchia in seno a ogni organizzazione politica per via del generale e naturale disinteresse delle masse per le vicende politiche, e dall’altra parte si afferma che la diffusa presenza di élites di potere di fatto esclude le masse allontanandole dall’arena politica in modo da preservare il potere in coloro che lo occupano e gestiscono. > >
 
ALBERTO LO PRESTI


venerdì 25 marzo 2016

Classe Alfa - 1

Dal “maschio alfa” che comanda il branco, alla “classe alfa” che guida la società. Un articolo di Alberto Lo Presti sul sociologo tedesco Robert Michels (1876–1936) e la sua teoria delle elites politiche. Lumen

 
(prima parte)
 
<< Le idee fondamentali, e più conosciute, di Robert Michels ruotano attorno a quella che da più parti è riconosciuta come legge ferrea dell’oligarchia. Non ci sono dubbi – secondo Michels - sull’esito politico delle forme del potere democratico: «La democrazia conduce all’oligarchia. E’ tale non tanto la nostra tesi, quanto la conclusione dei nostri studi».
 
Michels è la figura che chiude il periodo di fondazione dell’elitismo politico moderno, iniziato con le produzioni di Gaetano Mosca e di Vilfredo Pareto. (…) Al pari di Mosca e di Pareto, anche Michels affranca la sua riflessione da qualsiasi ambito morale, giacché le sue conclusioni vogliono avere la pretesa di essere al di là del Bene e del Male, come dovrebbe essere – secondo loro – per qualsiasi altra legge sociologica. (…)
 
E la legge sociologica generale, per Michels, è la legge che vuole ogni aggregato umano tendere, immanentemente, alla formazione di oligarchie. (…)
 
L’assunto di Michels muove da un sillogismo. Le moderne democrazie si fondano sul sistema dei partiti politici e questo significa che costruire un’analisi scientifica delle democrazie deve poter significare occuparsi delle organizzazioni dei partiti. Anzi, il funzionamento dei partiti politici è l’indice migliore che può argomentare lo stato di salute di una democrazia.
 
Utilizzando quella che lui a più riprese chiama legge generale della sociologia, cioè quella che vuole ogni aggregato umano costruire oligarchie, allora la sorte della democrazia, che si regge su aggregati come i partiti politici, è segnata. Infatti, nella concezione di Michels il principio di sovranità popolare affermato dall’idea di democrazia è una menzogna. I partiti politici, per la loro stessa natura, producono leadership di potere in senso oligarchico.
 
Questo significa, principalmente, che l’analisi delle forme del potere politico si riduce ad una analisi del diverso grado di potere oligarchico presente nel sistema politico. Dal potere monarchico, massimo grado di espressione dell’oligarchia, alla democrazia, nella quale la numerosità di coloro che appartengono alla classe dominante si estende in misura maggiore. (…)
 
Secondo Michels fra aristocrazia e democrazia c’è uno stretto legame, che deve essere messo in rilievo se si vuole procedere scientificamente alla valutazione degli ordinamenti politici esistenti. Si tratta di un mutuo rapporto di necessità, giacché se è vero che l’aristocrazia, che aspira alla conservazione del potere politico, è costretta a presentarsi con peculiarità tipiche della democrazia, è altrettanto vero che il contenuto della democrazia è, inevitabilmente, penetrato di elementi aristocratici.
 
Questa oligarchia possiede una capacità di conservarsi superiore a qualsiasi destino storico e, pur di non perdere la posizione di dominio, «ama mutar di maschera e di coccarda» - dice il Michels nella prima edizione della sua opera - così che «la corrente di pensiero conservatrice […] ci appare oggi legata all’assolutismo, domani al costituzionalismo, dopodomani al parlamentarismo».
 
Lo svolgersi della storia politica, in tal senso, è subordinato alle dinamiche vissute dalla classe al potere politico, e in particolare dalle trasformazioni del vecchio ceto aristocratico.
 
Le aristocrazie di un tempo sono ormai sconfitte dall’avvento della modernità e del sistema dei partiti politici. Di questi ultimi, anche quelli conservatori devono far riferimento all’azione della società civile e della massa, per cui devono cedere qualcosa alla purezza del principio oligarchico: «anche se per loro natura restano anti-democratici, essi si vedono obbligati, almeno in determinati periodi della vita politica, a fare professione di democrazia o anche a ostentare una fede democratica»
 
Addirittura, sembra sottolineare Michels, «l’istinto di autoconservazione che agisce anche in politica, spinge elementi dei vecchi gruppi dominanti a scendere dall’alto dei loro posti di privilegio durante il periodo elettorale, per dare di piglio a quegli stessi strumenti democratici e demagogici di cui si vale la più giovane, numerosa e incolta delle nostre classi sociali, il proletariato». (…)
 
Secondo Michels, la teoria del pensiero liberale non basò, all’origine, le sue aspirazioni sulle masse. Il suo riferimento furono i nuovi ceti borghesi, già dominatori nel campo economico, ma che ancora erano esclusi dal potere politico. (…) Per i nuovi ceti borghesi «le masse pure e semplici risultavano un male necessario, sfruttabile unicamente per raggiungere scopi cui esse erano estranee». Michels cita una quantità di storici e filosofi che così interpretano l’evoluzione dei movimenti liberali e democratici. (…)
 
Se la democrazia può manifestarsi in due modi, cioè come dominio dei rappresentanti o come dominio della massa, bisogna osservare che nella storia del pensiero politico i primi sostenitori del liberalismo hanno percepito la seconda opzione in modo più negativo. (…)
 
Michels osserva come alla base delle dinamiche politiche vi sia una legge uniforme: qualsiasi gruppo si trovi a gestire il potere politico aspira, e progetta, di conservare questo dominio trasmettendolo ai propri discendenti. Emerge in questo frangente la visione antropologica di Michels: l’uomo sociale agisce sollecitato dai suoi istinti che, in ogni settore, gli impongono un imperativo, quello di tramandare in eredità il suo possesso.
 
D’altronde, è questo stesso principio generale che ha dato origine alla matrice borghese dell’istituto della famiglia, che nasce con l’indissolubilità del matrimonio e la condanna dell’adulterio proprio perché, secondo Michels, l’uomo che giunge a un certo benessere economico ha, per istinto, l’esigenza di tramandare in eredità il suo possesso al figlio legittimo.
 
Includendo, negli oggetti di possesso privato da trasmettere ereditariamente, anche il potere politico, ecco che la dinamica dei gruppi al potere è praticamente scritta: il gioco delle parti consiste in coloro che cercano di conservare la propria posizione di dominio e negli altri che cercano di soppiantare i poteri dei primi.
 
Si noti bene che, secondo Michels, questa dinamica è superiore a ogni istituzione di diritto pubblico, quindi sarebbe veramente fuorviante – sempre per Michels – credere che nelle moderne democrazie queste dinamiche perverse non avvengano.
 
Quello che veramente è tipico, del corredo democratico di un assetto istituzionale, consiste nella possibilità che ciascun gruppo in competizione politica ha di condire la propria posizione con una buona dose di ipocrisia illimitata. Si scopre, per esempio, che tutti quelli che, nella modernità, hanno mosso una opposizione ai privilegi e ai costumi dei vecchi ceti aristocratici ne hanno, una volta raggiunto il potere, ricopiato le espressioni tipiche.
 
Ma un altro modo assai caratteristico di misurare l’illimitata ipocrisia di chi lotta per conquistare il potere politico è quello di osservare come si serve dell’etica per i suoi scopi. Tutti i gruppi contendenti, in pratica, si servono di argomentazioni etiche volte a dimostrare il bene universale che la loro azione politica persegue, mentre a vedere meglio non stanno altro che rincorrendo i propri particolarissimi ed egoistici fini. (…)
 
Il fattore innovativo portato dalla democrazia moderna è l’organizzazione. In pratica, è attraverso l’organizzazione che si può impostare il libero conflitto politico fra gruppi forti e gruppi meno forti, in quanto è l’organizzazione che riesce a fare della solidarietà fra i deboli aventi uguali interessi una struttura in grado di competere per il potere politico. (…) Ma l’organizzazione delle parti, la quale consente alle masse di competere per il potere, produce anche effetti indesiderati, controproducenti, vale a dire il dilagare dello spirito conservatore all’interno dell’arena politica.
 
Infatti, quando parliamo di un partito popolare, di un partito che vuole essere a favore delle masse, dobbiamo chiarire che esso non può essere direttamente guidato dalle masse. «Chi dice organizzazione, dice tendenza all’oligarchia».
 
Infatti, realtà come i partiti politici hanno bisogno di delegati che sbrighino gli affari correnti e che possano prendere decisioni immediate. Ai primordi della formazione di queste strutture partitiche, il delegato è indissolubilmente legato alla volontà della massa. Ma con la specializzazione dell’impresa politica, si richiedono ai delegati maggiori cognizioni e particolari abilità. Ecco che nasce l’esigenza di formare i delegati del partito, attraverso corsi e scuole adatti, e il risultato fu quello di creare élites di aspiranti al comando del partito, comunque dirigenti delle masse.
 
E’ questo processo che fa dei delegati originari sottoposti alla volontà delle masse, un organismo indipendente ed emancipato dalla massa. Per tale ragione è implicita l’oligarchia dentro una qualsiasi organizzazione partitica. In pratica, il meccanismo dell’organizzazione è tale per cui ogni partito viene diviso «in una minoranza che dirige ed una maggioranza che è diretta». (…)
 
Il potere politico è qualcosa per cui lottare e una volta acquisito - non importa in che modo - si deve difendere, conservare e tramandare; le idee etiche, i valori, altro non sono che armi per ingaggiare questa lotta e costruire una parvenza di bontà universale che possa celare i reali interessi particolari in gioco. >>
 
ALBERTO LO PRESTI
 
(segue)

venerdì 18 marzo 2016

Varie ed eventuali – XXI

VALORE DELLA VITA
Ma il valore di una vita umana qual è ?
Un matematico non avrebbe difficoltà a rispondere: è un numero frazionario, in cui al numeratore c’è 1 e al denominatore il totale della popolazione mondiale.
Quindi, oggi, sarebbe circa 1 / 7.400.000.000, un numero spaventosamente piccolo e destinato a diventare sempre più piccolo.
Può sembrare un ragionamento cinico ed inaccettabile, ma ha una sua logica, appunto, matematica.
D’altra parte già il grande Isaac Asimov diceva: << La democrazia non può sopravvivere alla sovrappopolazione. La dignità umana non può sopravviverle. La convenienza e la decenza non possono sopravviverle. Man mano che si mette sempre più gente nel mondo, il valore della vita non solo declina, scompare. >>
LUMEN 


TERZO ESTRANEO
La scienza dell’antropologia è la più affascinate ma anche più paradossale di tutte, perché l’oggetto della ricerca coincide con il ricercatore stesso.
Il quale dovrebbe tentare di porsi “al di fuori” del suo campo d’indagine, ma ovviamente non ci può riuscire.
Mi viene in mente quell’umorista americano che si divertiva a mettere in imbarazzo gli amici chiedendo loro: “Ma tu, come terzo estraneo, cosa ne pensi del genere umano ?”
Non so cosa replicassero i suoi amici a quella domanda: forse lo mandavano semplicemente a qual paese.
Se però ci fosse stato un antropologo, avrebbe potuto rispondergli, con un leggero sorriso: “Magari !”.
LUMEN


ALTRUISMO E RELIGIONE
Pare che, secondo una ricerca effettuata da un gruppo internazionale di psicologi, i bambini che crescono in famiglie molto religiose tendano a essere meno altruisti di quelli che provengono da famiglie non religiose o atee.
Il risultato contraddice la diffusa convinzione che la religiosità sia correlata a una maggiore inclinazione verso i comportamenti morali, ma non mi stupisce per nulla.
Perché mai, il fatto di rispettare le norme morali solo per paura della punizione divina dovrebbe rendere le persone migliori ?
LUMEN
 

DIECI PER CENTO
L’intero mondo vivente (la biomassa) è una immensa piramide alimentare, fondata, in ultima analisi, sulla nostra stella, il Sole, la cui energia arriva sulla Terra in percentuale minima, ma sufficiente allo scopo.
Fortunatamente minima, (si calcola una parte su un miliardo), altrimenti risulterebbe eccessiva e la vita non potrebbe esistere.
Dopodiché vale la regola del 10 per cento: i vegetali immagazzinano il 10 per cento dell'energia solare, gli erbivori il 10 per cento dell'energia solare dei vegetali, i carnivori il 10 per cento dell'energia solare degli erbivori.
Quindi un immenso spreco, che aumenta quanto più si sale nella piramide. Ma uno spreco non privo di scopo per noi umani.
Pare infatti che il grande sviluppo del cervello di Homo Sapiens sia stato possibile proprio grazie al maggior apporto di proteine e calorie dovute al passaggio da una dieta vegetariana a una carnivora.
LUMEN
 

PETROLIO E RICCHEZZA
<< Il petrolio greggio è una grande fonte di ricchezza per i paesi che lo posseggono. Ma è anche una ricchezza che si manifesta come un ciclo.
Di solito, il ciclo copre diversi decenni, persino più di un secolo, quindi coloro che ci vivono potrebbero non cogliere per niente il fatto di essere diretti verso la fine della loro ricchezza.
Ma il ciclo è più rapido e particolarmente visibile in quelle aree in cui la quantità di petrolio è modesta. 
Qui, ricchezza e miseria appaiono una di seguito all'altra, in una drammatica serie di eventi. >>
UGO BARDI
 

SACRIFICI UMANI
<< Oggi (…) si tace sul fatto che l’aver voluto perpetuare il culto dell’Uomo e del progresso, nel giro dei prossimi 50 anni costerà la vita ad alcuni miliardi di persone che non avrebbero dovuto mai nascere.
Un apparente paradosso che, invece, è molto coerente.
Nel nome della civiltà e del progresso dell’Uomo si sta preparando il più grande sacrificio umano mai concepito. >>
JACOPO SIMONETTA

venerdì 11 marzo 2016

Non per soldi, ma per denaro

Quando si parla di denaro e di religione, i punti di vista possono essere tanti ed anche molto diversi tra loro. Per esempio:

Dal Vangelo secondo Marco: << Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, [Gesù] si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: "Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti ? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri !" >>

Da Wikipedia: << L'Istituto per le Opere di Religione (acronimo: IOR), comunemente conosciuto come "Banca Vaticana", è un istituto pontificio di diritto privato, creato nel 1942 da papa Pio XII e con sede nella Città del Vaticano. (…) Il suo ruolo è «provvedere alla custodia e all'amministrazione dei beni mobili e immobili trasferiti o affidati allo IOR medesimo da persone fisiche o giuridiche e destinati a opere di religione e carità». (…) Lo IOR è stato più volte coinvolto in scandali, finanziari e non, fra i quali spiccano "l'affare Sindona" e il crac del Banco Ambrosiano. >>
 
Come si vede, dal Vangelo di Marco alla Banca del Vaticano, molta acqua sembra essere passata sotto i ponti della Santa Chiesa.
Può essere pertanto interessante effettuare un rapido excursus sugli strani e sorprendenti rapporti tra la Chiesa Cattolica, il denaro e la finanza. Ce ne parla il sempre ottimo Aldo Giannuli in questo breve post (tratto dal suo sito).
LUMEN


 
<< Non ci sembra cosa inutile scavare nella storia per ricostruire il punto di vista della Chiesa sulla finanza.
 
Nell’Antico Testamento, la pratica del prestito ad interesse era proibita: “se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse” (..); ma con una eccezione: “Non far pagare interessi a tuo fratello, né per denari, né per cibo, né per alcuna altra cosa che si presti ad interesse. Fa pagare interessi al forestiero, ma al tuo fratello non far pagare interessi”.
 
Per cui agli ebrei era proibito prestare denaro ad interesse ad altri ebrei, ma potevano prestarne ad interesse ai cristiani ed, in effetti, i primi prestatori di denaro (sarebbe troppo il termine “banchieri”) furono ebrei.
 
Più complicata era la condizione dei cristiani, sia perché il dettato evangelico implica che ogni uomo è fratello, per cui era proibito sempre prestare ad interesse, sia perché il Nuovo Testamento conteneva prescrizioni sfavorevoli all’usura, forse meno chiare - come nel caso di Luca 6,35 [“fate del bene e prestate senza sperarne nulla” - NdL] - ma, in compenso, prive di eccezioni. Prescrizioni poi ribadite dai concilii di Nicea (325) e Cartagine (398).
 
Si badi che, per la morale cristiana, come per il pensiero di Aristotele, l’usura non è pertinente all’entità dell’interesse, ma è una “forma di guadagno contro natura”, perché il denaro è pensato per lo scambio e solo per lo scambio, dunque è costitutivamente sterile e non può creare altro denaro, per cui, l’interesse pagherebbe il tempo per il quale è stato offerto, ma il tempo è di Dio, per definizione. Dunque, nessun interesse è lecito.
 
Il concilio Laterano III, nel 1179 comminò la scomunica per gli usurai, vietandone la sepoltura in terra benedetta se non avessero restituito l’ingiusto guadagno prima di morire e il Concilio di Vienna (1311-12) rincarò la dose dichiarando eretico chiunque sostenesse non essere peccato l’usura.
 
E la cultura del tempo non era di diverso avviso: Dante, nel XVII canto dell’Inferno, colloca gli usurai nel girone riservato agli avari. Per il tempo, l’avarizia, uno dei sette peccati capitali, includeva anche l’avidità e, per essa, il desiderio di guadagnare più di quanto fosse necessario a vivere nel proprio stato sociale. Giovanni del Biondo dipinse San Giovanni Evangelista che calpesta l’avarizia, la superbia e la vanagloria.
 
Ed ancora nel 1777, un decreto del Parlamento parigino vietava ogni prestito ad interesse, poiché l’usura è proibita dai sacri canoni ed è solo dopo la rivoluzione, nella discussione sul codice civile, che si ammetterà un interesse lecito, purché contenuto entro il 5%.
 
D’altro canto, però, i pontefici avevano fatto uso continuo dei prestiti dei finanzieri, occultati da anticipi sul cambio di valuta: pertanto il prezzo pagato per il servizio compensava non l’interesse, ma il lavoro del cambiavalute.
 
Ma il pensiero della Scolastica (ed in particolare Tommaso d’Aquino) aprì un passaggio sostenendo che l’interesse è lecito quando vi sia rischio di perdita (danno emergente) o mancato guadagno (lucro cessante) e sono autorizzati anche i prestiti ad interessi ai principi ed allo Stato (dunque anche al Papa in quanto sovrano).
 
Successivamente lo saranno anche i guadagni da società commerciali costituite da “soci d’opera” e “soci di capitale” e, di conseguenza, diventavano leciti anche gli interessi da deposito presso un banchiere, perché intesi come “partecipazione all’impresa”.
 
Anche se la Chiesa continuò a riprovare la deprecata pratica del prestito ad usura (ancora nel 1745, con l’enciclica “Vix pervenit” Benedetto XIV tornò a condannarla), nella sostanza si adattò a conviverci, magari preferendo banchieri ebrei come i Rothschild, giusto per avere meno scrupoli.
 
Gli effetti non si fecero attendere: se, da un lato, questo “sdoganò” nei fatti la finanza, quindi consentì lo sviluppo capitalistico e, con esso, il processo di modernizzazione e la rivoluzione industriale, dall’altro contribuì a spingere l’attività finanziaria sul crinale di teorizzazioni etiche, poi tradotte in formule giuridiche, sempre più sofisticate e criptiche, che furono una delle ragioni del sorgere di quella “gente d’espediente” più volte criticata nella letteratura d’epoca.
 
Ma, soprattutto ci furono conseguenze sociali: l’autorizzazione morale al prestito ad interesse aveva escluso il prestito alla “gente minuta” che avrebbe dovuto godere gratuitamente dell’ “aiuto fraterno”, per essere riconosciuta nei prestiti a sovrani e mercanti (di alto livello ovviamente), ed autorizzata anche per i depositi bancari (che, si immagina, fossero fatti soli da classi elevate).
 
Ovviamente, di finanzieri dediti al gratuito ”aiuto fraterno” se ne videro assai pochi e la finanza si concentrò sui grandi affari, con il risultato di cementare il blocco di interessi delle classi dominanti.
 
A favorire quella cristallizzazione delle oligarchie, fu in primo luogo la finanza che qui in Italia aveva i suoi natali. Alla gente minuta si aprì la strada del Monte di Pietà, che, peraltro praticò anche esso prestiti ad interesse (è di lì che nasce il Monte dei Paschi di Siena e altre banche simili).
 
Ed è rilevante anche un altro aspetto: aver teorizzato la non pertinenza dell’usura all’ammontare degli interessi, ebbe la conseguenza, una volta autorizzato l’interesse in sé, di non prestare attenzione per molto tempo all’entità degli interessi richiesti, e per una definizione giuridica dell’usura in riferimento alla loro entità, si dovettero aspettare alcuni secoli.
 
Ovviamente, questo si risolse in un vantaggio secco per i banchieri che acquistarono un peso sempre maggiore anche in sede politica. In qualche modo, i banchieri furono la spina dorsale dell’oligarchia che era venuta formandosi. >>
 
ALDO GIANNULI

giovedì 3 marzo 2016

Status quo - 2

Concludo qui l’articolo di Virginia Abernethy sullo stretto rapporto tra ottimismo sociale e sovrappopolazione. Lumen


(seconda parte)
 
<< La retorica della modernizzazione, dello sviluppo internazionale e dell’uguaglianza sta perdendo il suo potere di inganno. Man mano (…) che i Paesi ricchi si dimostrano impotenti nell'aiutare le innumerevoli moltitudini lontane, diviene difficile credere nel recupero.
 
Ora, com’è successo molte volte nella storia dell’umanità, la riscoperta dei limiti sta risvegliando le motivazioni a ridurre le dimensioni delle famiglie. In Irlanda nei primi anni del XIX secolo, quando i terreni divennero insufficienti la popolazione in rapida crescita, la fecondità cominciò ad abbassarsi ai livelli dell’epoca precedente all'introduzione della patata.
 
Nel 1830 i due terzi circa delle donne si sposavano prima dei venticinque anni d’età. Nel 1851 solo il 10% di esse si sposava così giovane — un drastico rinvio del matrimonio fu la risposta alla carestia della patata del 1846-1851. Dopo una breve ripresa, non più del 12% si sposava prima del venticinquesimo anno d’età. L’uso di contrarre matrimoni tardivi resistette dal 1890 circa fino alla Seconda Guerra Mondiale.
 
Negli Stati Uniti l’esplosione demografica terminò all'incirca nel momento in cui il mercato del lavoro cominciò ad essere saturo. Dopo lo shock petrolifero del 1973 il tasso di fecondità crollò al di sotto dei livelli di sostituzione e molti dei redditi reali degli Americani cessarono di crescere.
 
Nella Cina post-rivoluzionaria, l’incremento della popolazione proseguì fino a quando la carestia. Impose un confronto con i limiti oggettivi. Nel 1979, consapevole delle gravi carenze alimentari, il governo istituì la politica del “un-figlio-per famiglia”, riproponendo così i controlli delle restrittive abitudini matrimoniali e riproduttive pre-comuniste.
 
A Cuba, l’esplosione demografica ispirata da Castro, lasciò il posto a una fecondità al di sotto del tasso di sostituzione, quando fu evidente che il comunismo non forniva la prosperità. Nei Paesi dell’Europa Orientale, compresa la Russia, la ristrutturazione economica, lo svanire dei sussidi governativi e la percezione pubblica di una mortalità infantile in crescita, hanno portato a tassi di fecondità minori.
 
Nello Zimbabwe, spinto dalla crisi economica dei tardi anni ‘80, il governo cominciò a sostenere la pianificazione familiare. (…) Il tasso di fecondità è in calo in Nigeria, per una combinazione del ritardo nei matrimoni e dell’accettazione della moderna contraccezione. Due terzi delle donne che hanno risposto ad un recente sondaggio hanno detto che “la principale causa della posposizione del matrimonio e dell’uso della contraccezione era l’attuale difficile situazione economica”.
 
Anche altrove, la richiesta della moderna contraccezione è in crescita. La ragione sembra essere che le coppie percepiscono che un matrimonio precoce e una famiglia numerosa sono economicamente insostenibili. (…)
 
George Moffett riporta che, in Messico, una madre su due difese, davanti al prete di un villaggio, il suo ricorso alla contraccezione spiegando: “Le cose sono difficili, qui. La maggioranza della gente sta attraversando tempi duri. Il lavoro è difficile da trovare”. In modo simile, un lavoratore giornaliero in Tailandia, secondo Moffett, “vorrebbe avere un figlio in più, ma è consapevole che andrebbe al di là dei propri mezzi”. Senza motivazione a limitare le dimensioni della famiglia, la contraccezione moderna è pressoché irrilevante.
 
Per sei anni, negli anni ‘50, un progetto condotto dal ricercatore inglese John Wyon fornì a diversi villaggi dell’India Settentrionale istruzione sulla pianificazione familiare, accesso alla contraccezione e cure mediche. Gli abitanti dei villaggi erano ben disposti nei confronti di chi forniva le cure mediche e la mortalità infantile si ridusse notevolmente. Ma il tasso di fecondità rimase invariato.
 
Il gruppo di Wyon capì il motivo: gli abitanti dei villaggi apprezzavano le famiglie numerose. Essi erano entusiasti del fatto che ora, con una minore mortalità infantile, potevano avere i sei figli che avevano sempre desiderato. Il ben finanziato progetto di Wyon potrebbe anche avere rinforzato la predilezione per le famiglie numerose, avendo contribuito a rendere possibili quei figli in più.
 
L’errore nell'individuare le cause dell’esplosione demografica, ha portato a strategie poco efficaci o addirittura controproducenti, nel cercare di aiutare il Terzo Mondo ad un equilibrio tra le dimensioni della popolazione e le risorse disponibili. Nei tardi anni ‘40 e negli impetuosi decenni successivi, il commercio, i movimenti indipendentisti, le rivoluzioni populiste, gli aiuti stranieri e le nuove tecnologie portarono ovunque la gente a credere nell'abbondanza e nella fine dei limiti naturali imposti dagli ambienti famigliari.
 
Sarebbe un passo avanti se le nazioni industrializzate, che vedono la loro ricchezza diminuire, ricalibrassero e indirizzassero gli aiuti con maggiore oculatezza. La loro ricchezza residua non deve essere sprecata nell'armare fazioni guerriere, con assistenza avventata, o nel sostegno alle migrazioni internazionali che impoveriscono e alla fine incattiviscono — fino alla violenza — le popolazioni residenti.
 
Con una nuova, informata comprensione delle risposte umane, certi tipi d’aiuto rimangono appropriati: micro-prestiti che rafforzano l’imprenditoria di base, dove il successo è sostanzialmente mirato allo sforzo; l’assistenza con servizi di pianificazione familiare, non perché la contraccezione sia una soluzione di per sé, ma perché la moderna contraccezione è un modo umano per ottenere una famiglia di ridotte dimensioni, quando c’è questo desiderio.
 
Questa modesta lista di cose da fare è ancora nelle possibilità dei Paesi industrializzati, nel momento in cui essi devono prestare attenzione alle necessità dei sempre più numerosi propri poveri. E non inganna né danneggia involontariamente coloro che ne sarebbero i beneficiari.
 
La politica degli aiuti internazionali degli ultimi cinquant'anni si basa sull'idea che lo sviluppo economico sia la chiave per mettere un freno alla crescita della popolazione. Tali presupposti non stanno in piedi di fronte ad un’analisi “storica / antropologica” e le politiche che hanno prodotto hanno invece contribuito a potenziare la crescita della popolazione.
 
La capacità umana di avere una risposta di tipo adattivo si è evoluta nell'ambito d’interazioni faccia-a-faccia. La forza dell’umanità è la sua capacità di rapida reazione agli stimoli ambientali, una risposta che è più probabilmente appropriata quando l’ambiente che conta è quello ravvicinato e locale. L’orizzonte mentale è qui ed ora.
 
I nostri antenati si sono evoluti e hanno dovuto trarre il loro successo tra i piccoli gruppi che si muovevano su territori relativamente ristretti. Essi dovevano riuscire a sopravvivere giorno per giorno, o non sarebbero divenuti i nostri antenati. Quindi non ci deve sorprendere se i segnali che vengono dall'ambiente locale siano fortemente motivanti.
 
Mettiamo da parte la globalizzazione: le soluzioni basate su un mondo unificato non funzionano, le soluzioni locali, sì. Ovunque la gente agisce secondo la personale percezione dei propri interessi.
 
Le persone sono portate a interpretare i segnali locali per la prossima mossa da fare. In molti Paesi e comunità di oggi, dove le condizioni sociali, economiche e ambientali stanno indubbiamente peggiorando, la domanda per una moderna contraccezione è in crescita, il matrimonio e l’iniziazione sessuale vengono posticipati e le dimensioni della famiglia si stanno riducendo.
 
Gli individui che reagiscono con una bassa fecondità ai segni del raggiungimento dei limiti hanno trovato la soluzione locale. C’è da pregare che i venditori di uno sviluppo inappropriato non mettano sottosopra questa situazione. > >
 
VIRGINIA ABERNETHY