mercoledì 25 gennaio 2017

Varie ed eventuali – XXX

SENSO DELLA VITA
Ho letto una bella massima che dice: «Chi ha un “perché” per vivere, può sopportare tutti i “come”.»
Ovvero: se la mia vita ha un senso posso sopportare anche le difficoltà - la malattia, il dolore, le sconfitte, gli insuccessi - che sono solo provvisori inciampi; mentre è la vita senza (alcun) senso che deprime e rende infelici.
L’affermazione è fondata ed ha le sue ragioni; ma credo che si possano fare due osservazioni critiche.
La prima è che il senso della vita lo devi sentire nel profondo, non puoi fabbricarlo a tavolino per convenienza. E' come la fede religiosa: non si può credere per calcolo (alla faccia di Pascal).
La seconda è che la massima può anche essere rovesciata: chi ha un “perché” nella vita finisce spesso per sopportare anche tanti "come" poco graditi, che potrebbe semplicemente evitare.
LUMEN


PERDONO
L’idea più geniale in assoluto di tutto il pensiero cristiano è l’invenzione del “perdono”.
Esso consente ai fedeli di comportarsi praticamente come vogliono, nella vita quotidiana, con la sola avvertenza di presentarsi di tanto in tanto davanti ad un prete per farsi perdonare; cosa che può essere ottenuta senza particolari difficoltà.
Questo spiega perché, salvo rarissime eccezioni, è praticamente impossibile distinguere un cristiano da un ateo in base al solo comportamento.
LUMEN

 
POLITICA U.S.A.
In una recente intervista, Henry Kissinger, ha parlato delle sfide che attendono il nuovo Presidente USA.
Tra le varie affermazioni, mi ha colpito molto questa frase, che racchiude tanta saggezza:
<< Il governo di Trump deve dare una risposta a tre domande:
Quali problemi sono tanto importanti, che l’America li deve risolvere anche da sola, se necessario?
Quali problemi sono di significato universale, tanto che l’America li potrà risolvere soltanto con i suoi alleati?
E da quali problemi dobbiamo tenerci lontani?
Non possiamo risolverli tutti. >>
Spero che Trump decida di seguire questa regola, perché ho l’impressione che i suoi predecessori non lo abbiano sempre fatto, imbarcandosi in imprese che NON avrebbero dovuto perseguire (nell’interesse degli USA, si intende).
LUMEN


BUONI E CATTIVI
Volendo un poco sintetizzare, si può dire che, nei rapporti sociali, le persone si possono dividere in 3 grandi categorie.
Ci sono i “Buoni”, che sono sempre buoni, anche a costo di non sapersi difendere quando sarebbe necessario.
Poi ci sono i “Cattivi”, che sono sempre cattivi, anche quando non ne hanno una particolare convenienza.
Ed infine ci sono i “Metà-e-Metà”, che sono la stragrande maggioranza, e che nei periodi di pace assomigliano ai primi, mentre nei periodi di guerra o di rivoluzione diventano come i secondi.
Per questo le guerre sono così terribili: perché riescono a cambiare, in peggio, le persone.
LUMEN


GUERRE DI RELIGIONE
<< La pace nasce dal compromesso, e l’ultima cosa che può favorire il compromesso è una religione presa molto sul serio.
Finché i francesi sono stati veramente credenti, ci sono state le guerre di religione e, ancora nel Seicento, contrasti fra cattolici e protestanti. (…)
Quando invece hanno smesso di essere veramente credenti, sono vissuti in pace. (…)
In Italia non abbiamo mai avuto una guerra di religione, perché da noi la religione nessuno l’ha mai presa sul serio. >>
GIANNI PARDO


FARE DOMANDE
<< Le domande si dividono in due: quelle di chi vuole sapere, e quelle di chi vuol far vedere di sapere.
Normalmente le prime le pone chi già sa molto. (…) “Tutto” nessuno può saperlo. Ma conoscere dà dipendenza: chi sa veramente molto, normalmente vuole veramente sapere di più.
Chi sa poco, invece, normalmente crede di sapere molto, e si sente in dovere di venire a romperti i corbelli con le sue certezze. (…)
Ognuno di noi sa fare qualcosa, e molti la sanno anche fare bene. Da questo può discendere, in personalità non sufficientemente strutturate, la legittima illusione di saper fare tutto "meglio" degli altri.
Ora, non è detto che le cose stiano sempre esattamente così. >>
ALBERTO BAGNAI


mercoledì 18 gennaio 2017

Punto di equilibrio

LUMEN – Abbiamo oggi con noi Donella Meadows, pioniere dell’ambientalismo americano e membro storico dell’ormai conosciutissimo, citatissimo, e – ahimè - snobbatissimo, Club di Roma.
MEADOWS – Buongiorno a tutti.

LUMEN – Dottoressa Meadows, quando si parla di ambiente e di equilibrio ecologico uno degli elementi fondamentali è, sicuramente, il termine “sostenibilità”. Cosa si intende, esattamente, con questa parola ?
MEADOWS – La risposta, purtroppo, non è facile. Questa infatti è diventata una parola del gergo internazionale, con quasi tanti significati quante sono le persone che la usano. Coloro fra noi che hanno parlato di sostenibilità per molto tempo hanno smesso di definirla.

LUMEN – Addirittura !
MEADOWS - A volte diciamo che è come il jazz, o la qualità, o la democrazia, nel senso che non la si conosce definendola, la si conosce sperimentandola, entrandoci dentro, vivendola. O forse piangendo la sua assenza. Ma qualsiasi cosa si dica a parole non è “sostenibilità”, sono solo, appunto, parole. Quelli che “sanno” non parlano, quelli che parlano non “sanno”.

LUMEN – O magari “quelli che sanno” parlano, ma non vengono presi sul serio.
MEADOWS – Anche.

LUMEN – Sicuramente, però, deve esistere una definizione ufficiale del termine “sostenibilità”.
MEADOWS – Infatti esiste. C'è una definizione ufficiale perfettamente buona, che proviene dal rapporto del 1987 della Commissione Internazionale per l'Ambiente e lo Sviluppo.

LUMEN - E sarebbe ?
MEADOWS - La specie umana ha la capacità di raggiungere uno sviluppo sostenibile quando riesce a soddisfare le necessità del presente, senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le loro.

LUMEN – Si tratta quindi di una esigenza duplice.
MEADOWS – Esatto. Occorre non soltanto soddisfare i bisogni, ma farlo anche in un modo che preservi le risorse naturali, umane e sociali con le quali gli stessi vengono soddisfatti.

LUMEN – Sembra un gioco di parole, ma non lo è.
MEADOWS - E' importante ricordare questo, perché la discussione troppo spesso si divide fra coloro che voglio soddisfare i bisogni e coloro che vogliono proteggere l'ambiente, come se far l'uno sia incompatibile col fare l'altro. La differenza fra gli ambientalisti tradizionali e “quelli della sostenibilità” è la capacità di mantenere la concentrazione sul benessere sia degli esseri umani, sia dell'ambiente allo stesso tempo, e di insistere sue entrambi.

LUMEN – Un obbiettivo di grande difficoltà.
MEADOWS – Senza dubbio. Nella mia mente, poi, io integro questa definizione ufficiale di sostenibilità con la spiegazione chiara ed inoppugnabile fornita da Herman Daly, di cosa significa la “sostenibilità” in termini fisici.

LUMEN – Sentiamo.
MEADOWS – Punto primo: Le risorse rinnovabili non devono essere usate più rapidamente di quanto si possano rigenerare.

LUMEN – Punto secondo.
MEADOWS – Inquinamento e rifiuti non devono essere immessi nell'ambiente più rapidamente di quanto l'ambiente possa riciclarli e renderli innocui.

LUMEN – Punto terzo.
MEADOWS – Le risorse non rinnovabili non devono essere usate più rapidamente di quanto i sostituti rinnovabili (cioè che possono essere usati in modo sostenibile) possano essere sviluppati.

LUMEN – Tutto molto ovvio, ma anche terribilmente difficile.
MEADOWS – Ed infatti, date le prime 3 condizioni, non esiste una nazione, una società, una città, una fattoria, o una famiglia sulla Terra che sia sostenibile.

LUMEN – Lo immaginavo.
MEADOWS - Virtualmente, tutta la grande pesca del mondo viola la condizione “uno”. L'economia mondiale nel suo complesso viola la condizione “due”, emettendo biossido di carbonio il 60-80% più rapidamente di quanto l'atmosfera possa riciclarlo. Ma a peggiorare le cose, aggiungerei altre due condizioni di sostenibilità che credo siano ovvie.

LUMEN – Avevo il sospetto che non fosse finita.
MEADOWS – Punto quarto: La popolazione umana e l'impianto di capitale fisico devono essere mantenuti a livelli sufficientemente bassi da permettere alle prime 3 condizioni di essere soddisfatte.

LUMEN – La maledetta questione demografica. Ed infine ?
MEADOWS – Punto quinto: le precedenti 4 condizioni devono essere soddisfatte tramite processi che siano sufficientemente democratici ed equi di modo che le persone si attivino per favorirli. In effetti non si può salvaguardare l’ambiente solo a colpi di norme, divieti e punizioni. Ci vuole una partecipazione attiva.

LUMEN – Logico e lodevole. ma come si fa ?
MEADOWS – Non lo so, ma credo che sia questa la vera, grande sfida.

LUMEN – Senza dubbio. Quindi, riassumendo, con il termine “sostenibilità” si devono intendere tutte queste cose ?
MEADOWS – Esatto. Significa una visione completa del mondo per cui vogliamo lavorare e vivere. Contiene componenti di spiritualità, di comunità, di decentralizzazione, di un completo ripensamento dei modi in cui usiamo il nostro tempo, definiamo i nostri lavori e conferiamo potere a governi e multinazionali.

LUMEN – Un vero e proprio “cambio di paradigma” !
MEADOWS – In effetti “sostenibilità” è un termine terribilmente inadeguato per ciò che intendo. E’ una parola troppo lunga per organizzarci intorno un movimento popolare ed allo stesso tempo troppo corta per comprendere una visione completa. E troppe persone la percepiscono come “sostenere” il mondo che abbiamo ora, mentre io in realtà la intendo come una specie di rivoluzione.

LUMEN – Una rivoluzione pacifica, ovviamente.
MEADOWS – Certo. Ma pur sempre una rivoluzione.

LUMEN – In effetti di rivoluzioni pacifiche ce ne sono state tante, nella storia ed alcune hanno anche avuto successo. Speriamo che anche per questa si possa avere il lieto fine.
MEADOWS – Speriamolo davvero.


mercoledì 11 gennaio 2017

L’altro Gesù – 7


Il Gesù alternativo di Baigent, Leigh e Lincoln, così come ricostruito nel famoso e controverso saggio “Il Santo Graal”. (Settima ed ultima parte). Lumen


Il Re-Sacerdote

<< Ci appariva sempre più chiaro che Gesù era un re-sacerdote, un aristocratico, legittimo pretendente al trono, e aveva intrapreso un tentativo di riconquistare l'eredità che gli spettava. (…) Un aspirante re-sacerdote avrebbe logicamente suscitato una forte opposizione in certi ambienti: inevitabilmente tra i Romani dominatori e forse anche tra certi gruppi giudaici, ad esempio di sadducei.

L'uno o l'altro di questi schieramenti, o forse entrambi riuscirono a sventare la sua azione per arrivare al trono. Ma il tentativo di eliminarlo non riuscì come avevano sperato. Infatti, a quanto sembra, il re-sacerdote aveva amici altolocati i quali, in collusione con un corrotto e corruttibile governatore romano, avrebbero inscenato una falsa crocifissione su un terreno privato, accessibile solo a pochi eletti.

Poi, con il popolo tenuto a debita distanza, fu inscenata l'esecuzione, nella quale un sostituto prese il posto del re-sacerdote sulla croce, o in cui lo stesso re-sacerdote non morì veramente. Verso il cader della notte, quando la visibilità era ancora più scarsa, un « corpo » fu trasportato in una tomba opportunamente vicina, dalla quale, dopo un giorno o due, scomparve « miracolosamente ». (…)

Se Gesù era un legittimo pretendente al trono, è probabile che fosse sostenuto, almeno all'inizio, da una percentuale relativamente modesta della popolazione: la sua famiglia venuta dalla Galilea, altri membri dell'aristocrazia, e alcuni rappresentanti piazzati in posizioni strategiche nella Giudea e nella capitale, Gerusalemme. Questo seguito, per quanto illustre, non sarebbe bastato ad assicurare la realizzazione dei suoi obiettivi: la scalata al trono. Perciò, Gesù sarebbe stato costretto a reclutare un seguito più numeroso nelle altre classi sociali (…)

Come si può reclutare un seguito numeroso? Ovviamente, promulgando un messaggio ideato apposta per assicurarsi appoggio e devozione. Non era necessario che fosse un messaggio cinico, quanto quelli della politica moderna. Al contrario, potrebbe essere stato diffuso in completa buonafede, con un ardente, nobile idealismo. Ma nonostante il suo carattere nettamente religioso, l'obiettivo primario sarebbe stato lo stesso dei messaggi della politica moderna: assicurarsi l'adesione del popolo.

Gesù promulgò un messaggio che cercava di fare proprio questo: offrire speranza agli angariati, agli afflitti, agli oppressi. Insomma, era un messaggio che conteneva una promessa. Se il lettore moderno supera pregiudizi e preconcetti, scoprirà un meccanismo straordinariamente affine a quello che si può vedere dovunque nel mondo di oggi. Un meccanismo per mezzo del quale il popolo viene unito in nome di una causa comune, e trasformato in uno strumento per rovesciare un regime dispotico.

L'importante è che il messaggio di Gesù era sia etico che politico. Ed era rivolto a una certa parte della popolazione, secondo precise considerazioni politiche. Perché solo tra gli oppressi, gli angariati e gli afflitti Gesù poteva sperare di reclutare un seguito consistente. I sadducei, che si erano accordati con i Romani invasori, come tutti i sadducei della storia non avrebbero voluto saperne di rinunciare a ciò che possedevano, o di mettere a repentaglio la loro sicurezza e la loro stabilità.

Il messaggio di Gesù, quale appare nei Vangeli, non è interamente nuovo né unico. È probabile che Gesù fosse un fariseo, e i suoi insegnamenti contengono numerosi elementi della dottrina farisaica. Come attestano i Rotoli del Mar Morto, contengono anche diversi aspetti importanti del pensiero degli esseni. Ma se il messaggio in se stesso non era del tutto originale, lo era probabilmente il modo di trasmetterlo.

Gesù era senza dubbio un personaggio dotato di uno straordinario carisma. Forse possedeva facoltà di guaritore e aveva il dono di compiere altri « miracoli ». Senza dubbio, aveva la dote di comunicare le sue idee per mezzo di parabole vivide e suggestive, che non richiedevano una preparazione raffinata da parte del pubblico ed erano comprensibili a tutta la popolazione.

Inoltre, a differenza dei suoi precursori esseni, Gesù non doveva limitarsi a predire l'avvento di un Messia. Poteva affermare di essere il Messia. E naturalmente questo avrebbe conferito alle sue parole un'autorità e una credibilità assai più grandi. È chiaro che, al tempo del suo ingresso trionfale in Gerusalemme, Gesù aveva reclutato un seguito importante. Ma questo seguito doveva essere composto da due elementi distinti, i cui interessi non coincidevano.

Da una parte doveva esserci un piccolo nucleo di « iniziati »: i familiari, altri nobili, sostenitori ricchi e influenti, il cui scopo primario era vedere il loro candidato insediato sul trono. Dall'altra doveva esserci un seguito assai più numeroso di « gente comune », i « soldati semplici » del movimento, il cui obiettivo primario era veder realizzato il messaggio, e la promessa che questo conteneva. È importante riconoscere la distinzione tra queste due fazioni. Il loro obiettivo politico - porre Gesù sul trono - sarebbe stato identico. Ma sarebbero state sostanzialmente diverse le loro motivazioni.

Quando l'impresa fallì, come appare evidente, la delicata alleanza tra le due fazioni - i « seguaci del messaggio » e i seguaci della famiglia - a quanto sembra si sfasciò. Di fronte alla sconfitta e alla minaccia incombente di annientamento, la famiglia avrebbe dato la precedenza al fattore che, da tempo immemorabile, è sempre stato d'importanza suprema per le famiglie nobili e reali: preservare a ogni costo la stirpe, se necessario anche in esilio.

Ma per i « seguaci del messaggio », il futuro della famiglia sarebbe divenuto trascurabile. Per loro, la sopravvivenza della stirpe avrebbe avuto un interesse secondario. Il loro obiettivo principale sarebbe stato perpetuare e diffondere il messaggio. Il cristianesimo, come si è evoluto nei primi secoli per giungere fino a noi, è un prodotto dei « seguaci del messaggio ».

La sua diffusione e il suo sviluppo sono stati esplorati e seguiti fin troppo ampiamente da altri studiosi per richiedere in questa sede un'attenzione particolare. Basti dire che, con San Paolo, « il messaggio » aveva già incominciato ad assumere una forma cristallizzata e definitiva; e questa forma divenne la base sulla quale fu eretto l'intero edificio teologico del Cristianesimo. Già al tempo in cui furono composti i Vangeli, i princìpi fondamentali della nuova religione erano virtualmente completi.

La nuova religione si rivolgeva soprattutto a un pubblico romano o romanizzato. Quindi la parte avuta da Roma nella morte di Gesù venne necessariamente insabbiata, e la colpa fu scaricata sui Giudei. Ma questa non fu la sola libertà che ci si prese nei confronti degli eventi, per renderli accettabili al mondo romano. Infatti, il mondo romano era abituato a divinizzare i suoi sovrani, e Cesare era già stato ufficialmente riconosciuto dio. Per fargli concorrenza, Gesù - che in precedenza nessuno aveva considerato divino - doveva essere ugualmente deificato. E lo fu, a opera di Paolo.

Prima che fosse possibile diffonderla con successo, dalla Palestina alla Siria, l'Asia Minore, la Grecia, l'Egitto, Roma e l'Europa occidentale, la nuova religione doveva essere resa accettabile ai popoli di quei territori. E doveva reggere il confronto con le fedi già consolidate. Il nuovo dio, insomma, doveva essere, in quanto a potere, maestà e miracoli, all'altezza degli dei che doveva soppiantare .

Se Gesù doveva far presa sul mondo romanizzato del suo tempo, doveva necessariamente diventare un dio in piena regola. Non un Messia nel vecchio senso della parola, non un re-sacerdote, ma Dio incarnato che, come i suoi equivalenti siriani, fenici, egizi e classici, era passato attraverso gli inferi ed era risorto, ringiovanito, con la primavera.

Fu a questo punto che l'idea della Resurrezione assunse per la prima volta la sua importanza cruciale, e per una ragione ovvia: per porre Gesù sullo stesso piano di Tammuz, Adone, Atti, Osiride e tutti gli altri dèi morti e risorti, che predominavano nel mondo di quel tempo. Esattamente per la stessa ragione fu promulgata la dottrina della verginità della madre di Gesù. E la festa di Pasqua, la festa della morte e della resurrezione, venne fatta coincidere con i riti primaverili di altri culti e di altre scuole misteriche contemporanee.

Data la necessità di diffondere il mito di un dio, la famiglia del « dio » ed i fattori politici e dinastici della sua storia sarebbero diventati superflui. Legati com'erano a un periodo e a un luogo precisi, avrebbero sminuito il suo carattere universale. Quindi, per confermare questa universalità, tutti gli elementi politici e dinastici furono rigorosamente eliminati dalla biografia di Gesù.

E così pure vennero rimossi tutti i riferimenti agli zeloti e agli esseni. Sarebbero stati imbarazzanti, a dir poco. Non sarebbe apparso confacente a un dio il suo coinvolgimento in una cospirazione politica e dinastica complessa e in fondo effimera, che per giunta era fallita. Alla fine rimase soltanto quanto era contenuto nei Vangeli: un racconto di austera, mitica semplicità, ambientato incidentalmente nella Palestina del I secolo occupata dai Romani, ma sostanzialmente nel presente eterno di tutti i miti.

Mentre « il messaggio » si sviluppava in questo modo, la famiglia e i suoi sostenitori, a quanto sembra, non stavano in ozio. Giulio Africano, che scrive nel III secolo, riferisce che i parenti superstiti di Gesù accusavano sdegnosamente i sovrani della casa di Erode di distruggere le genealogie dei nobili giudei, eliminando così tutto ciò che poteva servire a contestare il loro diritto al trono. (…)

Per i propagatori del nuovo mito, l'esistenza di questa famiglia dovette diventare ben presto assai più di un dettaglio trascurabile. Dovette diventare un fattore potenzialmente imbarazzante di proporzioni enormi. Infatti la famiglia – che poteva testimoniare di prima mano ciò che era accaduto storicamente - avrebbe costituito una pericolosa minaccia per il mito. Anzi, in base alla sua conoscenza diretta, la famiglia avrebbe potuto distruggere il mito nel modo più completo.

Quindi, nei primi tempi del Cristianesimo, ogni menzione di una famiglia nobile o reale, di una stirpe, di ambizioni politiche e dinastiche avrebbe dovuto venire soppressa. (…) E la famiglia stessa, che poteva tradire la nuova religione, avrebbe dovuto essere sterminata, se fosse stato possibile. Ecco quindi la necessità della massima segretezza da parte della famiglia. Ecco quindi l'intolleranza dei primi padri della Chiesa nei confronti di ogni deviazione dall'ortodossia che si sforzavano di imporre.

Ecco quindi, forse, anche una delle origini dell'antisemitismo. Infatti i « seguaci del messaggio », i propagatori del mito, avrebbero realizzato un duplice scopo incriminando gli Ebrei e scagionando i Romani. Non soltanto avrebbero reso accettabili il mito e il « messaggio » al pubblico romano; avrebbero anche impugnato la credibilità della famiglia, perché la famiglia era ebrea. >>

BAIGENT, LEIGH E LINCOLN



mercoledì 4 gennaio 2017

Il Ponte dei sospiri

La lunga storia del Ponte di Messina, un classico dell’immaginario italiano, in un articolo di Davide Maria De Luca, pubblicato qualche mese fa dal sito IL POST. Un testo interessante, documentato e ricco di notizie curiose. LUMEN


<< Il 27 settembre 2016, il presidente del Consiglio Matteo Renzi [allora in carica - NdL] è tornato a parlare del ponte sullo stretto di Messina, un’opera pubblica di cui si parla da decenni e che ciclicamente ritorna al centro del dibattito pubblico. Renzi ha parlato del ponte durante l’evento per celebrare i 110 anni dell’impresa di costruzioni Salini-Impregilo. Durante il suo discorso, Renzi si è rivolto ai manager della società e, a proposito dei lavori di costruzione del ponte, che in passato hanno coinvolto la stessa Impregilo, ha detto: «Noi siamo pronti».

Proprio quest’anno la società Stretto di Messina SPA, creata nel 1981 per iniziare i lavori di progettazione e oggi in liquidazione, ha compiuto 35 anni. Ma la storia del ponte sullo stretto è molto più antica. Aurelio Angelini, professore dell’Università di Palermo e autore di “Il mitico Ponte sullo stretto di Messina“, la fa cominciare ai tempi delle guerre puniche, 250 anni prima della nascita di Cristo. All’epoca, racconta il geografo greco Strabone, i romani costruirono un ponte di barche per portare sul continente un contingente di elefanti che avevano catturato ai loro nemici cartaginesi.

Nei secoli successivi, re e imperatori accarezzarono spesso l’idea di unire la Sicilia al continente. Secondo una storia di cui non è chiara l’origine, ci pensò anche Carlo Magno, quando durante un viaggio in Calabria si accorse di quanto erano vicine le due sponde (di recente è stato proposto di intitolare il ponte proprio al primo imperatore del Sacro Romano Impero). Fino al Diciannovesimo secolo, però, nessuno pensò seriamente che fosse possibile costruire un ponte sopra i tre chilometri e trecento metri che separano Messina dalla costa calabrese.

Poi, quindici anni dopo l’Unità d’Italia, la sinistra arrivò per la prima volta al potere portando con sé un piano di ambiziosi investimenti pubblici. Erano gli anni della rivoluzione industriale, quando poche cose sembravano impossibili per l’ingegno umano: alcuni pensarono che fosse possibile ricreare con i mezzi dell’epoca l’antico ponte di cui parla Strabone. E ricrearlo magari sotto le acque, depositando sul fondo dello stretto un lungo tubo d’acciaio in cui far passare i treni. Nel 1876 l’allora ministro dei Lavori pubblici, Giuseppe Zanardelli, dichiarò: «Sopra i flutti o sotto i flutti la Sicilia sia unita al Continente».

Concretamente non si fece niente, perché nonostante l’ottimismo di quegli anni costruire un ponte sullo stretto di Messina è molto difficile, anche per la tecnologia del 2016. L’idea comunque sopravvisse e continuò a intersecare ciclicamente i piani di sviluppo del Mezzogiorno. Il devastante terremoto di Messina del 1908 fece mettere da parte i progetti per qualche anno, ma nel 1921 si tornò a parlare dell’ipotesi di un tunnel sottomarino. Benito Mussolini parlò un paio di volte del ponte, ipotizzando di costruirne uno dopo la guerra.

Altri progetti furono valutati negli anni Sessanta e Settanta. Poi, nel 1981, il governo Forlani creò la Stretto di Messina SPA. Nel settembre di quell’anno il presidente della società, Oscar Andò, ex sindaco di Messina e padre del sindaco dell’epoca, fece un primo sopralluogo sul sito dove si ipotizzava la costruzione e dichiarò: «Il consiglio di amministrazione, visionando le sponde dello stretto, ha voluto dare la dimostrazione che il progetto del ponte sta per entrare nella nuova fase preparatoria all’inizio dei lavori per realizzare la grandiosa opera».

Non se ne fece niente. Non ci furono né cantieri né lavori e per i vent’anni successivi la società Stretto di Messina SPA continuò ad aggiornare i suoi progetti nel disinteresse dell’opinione pubblica. Come ha raccontato Leonardo Tondelli (…), furono anni di importanti novità tecniche. L’idea di costruire un ponte a più campate venne definitivamente abbandonata. Lo stretto è così profondo, infatti, che è praticamente impossibile gettare nel mare i piloni di sostegno. Tra gli anni Ottanta e Novanta si decise che il ponte doveva essere costruito con un’unica campata, cioè senza sostegni nel mezzo.

I progetti elaborati nel corso degli ultimi 20 anni immaginano una struttura unica al mondo: sul lato siciliano, vicino al paese di Ganzirri, dovrebbe sorgere sulla terraferma un pilone alto come la Tour Eiffel, 300 metri. All’altro capo dello stretto, un pilone identico dovrebbe fornire il secondo sostegno al ponte: un unico arco lungo tre chilometri. Come nota Tondelli, non sarebbe soltanto il ponte a campata unica più lungo del mondo, ma batterebbe il record attuale, detenuto da un ponte in Giappone con una campata di poco meno di due chilometri, del 42 per cento.

Dopo un decennio di oblio, il ponte tornò improvvisamente sulle prime pagine di tutti i giornali durante la campagna elettorale del 2001, quando Silvio Berlusconi promise che avrebbe ripreso i lavori e che avrebbe terminato il ponte entro il 2012. Nel 2005 il consorzio Eurolink, composto tra gli altri dalla società Impregilo, vinse l’appalto per costruire il ponte e nel 2006 furono firmati gli ultimi accordi: il progetto era arrivato alla fase più avanzata della sua lunga storia.

In pochi però credevano che ci sarebbero stati altri passi in avanti e il ponte divenne rapidamente oggetto di innumerevoli sketch comici. La ragione di questo scetticismo sono gli immensi ostacoli che la costruzione del ponte presenta ancora oggi, come le difficoltà tecniche, la sismicità della zona, i dubbi sulla sua utilità economica e i costi, stimati in più di sei miliardi di euro. Come molti avevano previsto, questi problemi bloccarono ogni ulteriore progresso.

Il progetto fu fermato dal governo Prodi entrato in carica nel 2006, ci fu un tentativo di ripartenza nel 2008 con il nuovo governo Berlusconi, ma nel 2012 il governo Monti bloccò il progetto in una maniera che sembrò a molti definitiva. Nel 2013 la società Stretto di Messina SPA fu messa in liquidazione e da allora è gestita da un commissario.

Nessuno sa con esattezza quanto sono costati questi decenni di progettazioni, studi e false partenze. Nel 2009 la Corte dei Conti ha stimato che soltanto nel periodo 1982-2005 siano stati spesi quasi 130 milioni di euro. Altre stime portano il costo totale a circa 600 milioni di euro. È una cifra che potrebbe quasi raddoppiare se lo stato dovesse perdere la causa con Eurolink, la società che aveva vinto l’appalto per la costruzione del ponte e che oggi chiede 790 milioni di euro più interessi come risarcimento danni.

Molti pensano che il ponte di Messina sia soltanto una specie di chimera usata dai politici per raccogliere consensi in vista di importanti consultazioni elettorali. Sul Corriere della Sera Sergio Rizzo ha scritto che «non sbaglia chi interpreta l’annuncio di Renzi a favore del Ponte come una mossa per recuperare terreno in vista del referendum sulla riforma costituzionale». Per una volta, però, nell’annuncio di ripresa dei lavori potrebbe esserci anche un’altra ragione.

Quando ha detto che il governo «è pronto» a riprendere i lavori, Renzi era ospite di Salini-Impregilo, una delle più grande società di costruzioni in Italia. È anche una delle società che fanno parte del consorzio Eurolink, quello che a causa dello stop ai lavori ha chiesto 790 milioni di euro di danni allo stato. Esattamente due anni fa l’amministratore delegato della società, Pietro Salini, commentò così le voci su una possibile riapertura dei lavori: «Siamo disponibili a rinunciare alle penali se si fa il ponte? La risposta è “certo”». > >

DAVIDE M. DE LUCA