sabato 31 agosto 2013

Terminator

Molti film di fantascienza mettono in scena improbabili guerre all’ultimo sangue (sangue ?) tra uomini e macchine, in genere mostrate come ribelli e cattive.
Sono sciocchezze, ovviamente. Ma già ora si possono verificare situazioni, abbastanza paradossali, in cui si crea una sorta di competizione tra uomini e (proprietari di) macchine, per lo sfruttamento della stessa risorsa.
Come nel caso del c.d. bio-combustibile, la cui assurdità a livello ambientale ci viene spiegata in modo chiaro ed inequivocabile dal bravissimo Antonio Turiel, in questo imperdibile articolo (da Effetto Cassandra).
LUMEN


<< Già da un paio di decenni nella maggior parte dei paesi occidentali è obbligatorio per legge che una parte di ciò che viene distribuito dalle pompe delle stazioni di servizio sia (…) bio-combustibile.
Per bio-combustibile si intende un liquido di origine vegetale che può supplire, almeno parzialmente, ai carburanti convenzionali di origine fossile. La percentuale (…) oscilla dal 7%, come obbliga l'Unione Europea, al 15% vigente in molti stati degli USA. 
Perché è stato introdotto quest'obbligo ? (…) C'è stata, a suo tempo, una motivazione principale: diminuire la dipendenza dall'esterno. L'idea che avevano i legislatori era che i nostri agricoltori occidentali avrebbero coltivato il nostro combustibile.

Tuttavia, come mostrano numerosi studi, il ritorno energetico (EROEI) della maggior parte dei bio-combustibili è talmente basso che in realtà quello di “coltivare la nostra energia” è un affare disastroso.
Tanto disastroso che finora l'aggiunta di bio-combustibili era sovvenzionata dagli Stati, nella speranza che la tecnologia si sviluppasse sufficientemente da far aumentare la redditività energetica e con essa la redditività economica e che alla fine ne sarebbe valsa la pena. 
Tuttavia, quello che è successo nella pratica è che, al calore della normativa che da un lato obbliga l'aggiunta di bio-combustibili e che dall'altro li sovvenziona, è nata una grande industria su scala globale, destinata alla coltivazione su grande scala di diverse piante per la produzione di bio-combustibile. (…)

Di sicuro conviene chiarire che il nome più corretto per queste sostanze è agro-combustibili, visto che il prefisso “bio” potrebbe dar da intendere che siano prodotti naturali e tutto sommato rispettosi dell'ambiente (…), mentre in realtà si tratta di prodotti derivati dall'attività su grande scale del settore alimentare e coltivati a livello industriale.
E giustamente, a causa dell'uso delle tecniche di grande scala necessarie per coprire una tale mole di domanda, questo è il motivo per cui l'EROEI è così basso: per produrre i 2 milioni di barili giornalieri di “bio-combustibili” (…) che si producono oggigiorno nel mondo, si utilizza una quantità enorme di fertilizzanti, pesticidi, trattori, mieti-trebbie e diverse macchine di macchina per la lavorazione, con grandi input di energia. Un vero e proprio spreco energetico, ma che fino ad ora poteva essere marginalmente redditizio – con le sovvenzioni – visto che finora l'energia era a buon mercato. (…)

La produzione di agro-combustibili è in competizione con gli usi alimentari, portando a situazioni aberranti.
Per esempio, nel 2011 gli Stati Uniti hanno dirottato il 43% della produzione di mais verso il bio-etanolo con un EROEI di 1 (!!), mentre a livello mondiale il 6,5% dei cereali e l'8% degli oli vegetali sono stati destinati ai bio-combustibili (…).
L'Argentina coltiva grandi quantità di soia destinata all'esportazione e alla produzione di bio-diesel con un EROEI che non arriva a 2 (!), la produzione di bio-etanolo da canna da zucchero del Brasile è solo marginalmente redditizia   (…) e quella dell'olio di palma dell'Indonesia e della Malesia (…) [utilizza] pratiche di coltivazione che non sono affatto sostenibili. 

E nel frattempo, grazie al fatto che vengono dirottati questi alimenti per sfamare le macchine dei ricchi, i poveri muoiono di fame.
E se questo fosse poco, l'introduzione di agro-combustibili genera problemi nuovi, a volte di particolare gravità. Per esempio, l'etanolo di origine vegetale è corrosivo (…), il che obbliga ad introdurre più inibitori della corrosione.
Dall'altra parte, il bio-diesel non equivale perfettamente al petro-diesel, la sua molecola è polare e più igroscopica, per cui può accumulare acqua con più facilità. Quest'acqua diminuisce il potere combustibile della miscela, (…) e spesso vi proliferano colonie di batteri ed altri microrganismi che generano una gelatina che può produrre ostruzione nel motore e che se arriva agli iniettori possono causare una grave avaria.

Per evitare reclami, i proprietari delle stazioni di servizio fanno trattamenti periodici dei propri depositi con biocidi, che sono essenzialmente antibiotici (non negherete questa è una grande, grande ironia: togliendo il cibo agli uomini per darlo alle macchine abbiamo ottenuto che le macchine soffrono di malattie da uomini).
Aggiungete a ciò che alcuni bio-diesel, come l'olio di palma, hanno punti di fusione abbastanza alti, per cui a temperature moderatamente basse solidificano e causano problemi simili – il che obbliga la grande distribuzione di carburante a tenere un occhio sulle previsioni meteorologiche a vari giorni, al fine di decidere la miscela (…). 
C'è qualche buona prospettiva tecnica riguardo ai bio-combustibili che giustifichino gli attuali svantaggi?

In realtà no. Un recente e molto esteso studio sui bio-combustibili realizzato dall’esercito degli Stati Uniti mostra che non solo gli attuali sono un controsenso energetico, ma che persino i previsti bio-combustibili di seconda generazione (che proverrebbero dalla frazione di cellulosa dei vegetali e delle alghe marine) avranno sempre un EROEI molto basso. 
Ma i biocombustibili hanno vantaggi di tipo politico:

- Servono a convertire il gas naturale in qualcosa di simile al petrolio.
 Effettivamente, la maggior parte del consumo di energia nelle coltivazioni industriali si deve all'uso di fertilizzanti, i quali consumano grandi quantità di gas naturale. Con questa strategia possiamo ovviare parzialmente alla mancanza di petrolio (che, ricordiamo, è avviato al suo tramonto).
Ma questa strategia non è esente dal problema, al contrario. Da un lato, la produzione massima di agro-combustibili è molto limitata, tenendo conto del fabbisogno di terre coltivabili, acqua e fertilizzanti. (…).
Dall'altro lato, il picco del gas è dietro l'angolo (anche tenendo conto della truffa del gas di scisto estratto con la tecnica del fracking – truffa che abbiamo già segnalato (…).

- Aiutano a mantenere l'illusione che non sta succedendo niente. Effettivamente, grazie a questi 2 Mb/g che forniscono ad oggi possiamo, da una parte, trasferire l'energia del gas all'energia assimilata al petrolio e, dall'altra parte, nelle statistiche di produzione del petrolio contiamo due volte una certa quantità (perché contiamo il petrolio che va ai trattori, alle mieti-trebbie, ecc. e dopo i barili di agro-combustibili prodotti, anche se sappiamo già che l'EROEI è praticamente di 1 in molti casi, cioè, l'energia consumata per la produzione degli agrocombustibili è più o meno la stessa che ci forniscono).

E, nella misura in cui aumentiamo la produzione di agro-combustibili, potremo mostrare una maggiore quantità di barili giornalieri prodotti, anche se in realtà l'energia che forniscono è la stessa o inferiore a quella consumata.
Così l'energia netta che arriva alla società è in realtà la stessa o inferiore. Questo sì, può mascherare le statistiche di produzione di petrolio, ma aumentando la produzione di agro-combustibili aggraviamo il problema della fame nel mondo. 

- Sono una parte importante delle esagerazioni e dei miti sul futuro della produzione di petrolio degli Stati Uniti. (…) Gli agro-combustibili sono una percentuale apprezzabile di ciò che si suppone farà aumentare la produzione di tutti i liquidi del petrolio degli Stati Uniti (presupponendo anche che i problemi di produzione agricola non si aggravino, il che è dubitabile).
La cosa più divertente è che si pretende di far credere che la base del futuro energetico presumibilmente brillante degli Stati Uniti sono i petroli di scisto, quando questi scenari presuppongono che gli agro-combustibili avranno una produzione maggiore. Cosa succede qui? Che si devono mantenere le aspettative sul petrolio da fracking e sperare che la bolla non scoppi.  

Se ci pensate, le tre motivazioni evidenziate qui sopra sono completamente false e miopi  e in nessun modo rispondono alle ragioni che a suo tempo hanno portato alla piantagione obbligata degli agro-combustibili.
Perché, allora, si mantiene una strategia sbagliata? Perché non si fa una rivalutazione degli obbiettivi comparata coi dati reali?
Finché non si fa questo, andremo a mettere sotto pressione un altro settore, questo già molto compromesso, aumentando il rischio di collasso repentino e sistemico.  >>

ANTONIO TURIEL

sabato 24 agosto 2013

John, il sognatore

LUMEN: Ma guarda chi si vede: il grande John Lennon !  Good morning, John.
 
JOHN: Good morning to you.
LUMEN: Ti vedo in splendida forma. Direi entusiasta.

JOHN: E’ vero. Ho immaginato una cosa bellissima, una specie di sogno.
LUMEN: Raccontami.

JOHN:  Imagine there's no heaven. (Immagina che non ci sia nessun paradiso).
LUMEN: Ma pensa…

JOHN:
It's easy if you try. (E’ facile, se ci provi).
LUMEN: E’ facile, ma solo se non sei un credente fortunato.

JOHN: Un credente fortunato ?
LUMEN: Sì’, Quei credenti un po’ ingenui e superficiali, che danno per scontato che loro andranno sicuramente in paradiso. Per loro, rinunciare ad una simile ìdea  non sarebbe molto piacevole.

JOHN: Mah, non saprei.
LUMEN: Continua.

JOHN: No kind of hell below us; above us only sky. (Nessun inferno sotto di noi, e sopra noi solo il cielo).
LUMEN: Beh, qui non ci sono problemi. Fare a meno dell’inferno è una cosa che piace a tutti.

JOHN: Imagine all the people living for today. (Immagina tutta la gente vivere solo per il presente).
LUMEN: Ehm, qui entriamo in un terreno un po’ scivoloso.

JOHN: E perché mai ?
LUMEN: Va bene godersi il presente, giorno per giorno, per quello che ti può dare, ma questo non vuol dire vivere nelle nuvole, senza preoccuparsi del futuro e delle avversità che ci possono colpire. Parafrasando il Don Ferrante dei Promessi Sposi si potrebbe dire: “Carpe diem, Pedro, ma con judicio”.

JOHN: You may say I'm a dreamer. (Tu potresti dire che sono un sognatore).
LUMEN: Questo è sicuro.

JOHN: But I'm not the only one. (Ma io non sono il solo).
LUMEN: Anche questo è vero.

JOHN: I hope someday you'll join with us and the world will be as one. (Io spero che un giorno tutti voi vi unirete a noi, e che il mondo sarà una cosa sola).
LUMEN: Una cosa sola ? Questo sì, che è un sogno impossibile. Hai mai sentito parlare del gene egoista ?

JOHN: Vagamente.
LUMEN: I biologi evoluzionisti ce lo hanno spiegato nel modo più chiaro: se la cosa più importante, per i nostri geni, è la massima replicazione possibile, siamo tutti in competizione con tutti (consanguinei esclusi); altro che “una cosa sola”.

JOHN: Imagine there's no countries; it isn't hard to do. (Immagina che non ci siano nazioni, non è difficile da fare).
LUMEN: Dici ? A me invece pare molto difficile. Un uomo non può vivere senza un gruppo di riferimento. Se anche togli la nazione, finisci comunque nella tribù.

JOHN: Nothing to kill or to die for. (Nessuno da uccidere e nessuno per cui morire).
LUMEN: Questo è un pensiero bellissimo, caro John, te ne devo dare atto. E’ più facile realizzare la seconda cosa, rispetto alla prima (sempre per via del famoso gene di cui sopra), ma insomma…

JOHN: And no religion too. (E nessuna religione, anche).
LUMEN: Qui mi inviti a nozze. E chi può darti torto ?

JOHN: Imagine all the people living life in peace. (Immagina tutta la gente, che vive nella pace).
LUMEN: Eh, grande cosa la pace.

JOHN: Imagine no possessions; I wonder if you can. (Immagina che non ci siano proprietà; sono sorpreso se ci riesci).
LUMEN: E fai bene ad essere sorpreso. Perché mai l’uomo dovrebbe rinunciare al possesso di beni e al diritto di proprietà ? Va bene regolare gli eccessi, ma il principio, in sé, mi pare sacrosanto.

JOHN: No need for greed or hunger; a brotherhood of man. (Nessun bisogno per avidità o fame; una fratellanza di tutti gli uomini).
LUMEN: Mi dispiace, John, ma stai sognando l’impossibile.

JOHN: Imagine all the people sharing all the world. (Immagina tutta la gente che si divide il mondo).
LUMEN: Eh sì, proprio l’impossibile. Comunque i tuoi pensieri sono bellissimi e, se non altro, possiamo ringraziarti per questo. E per la tua musica. So long.

sabato 17 agosto 2013

Decrescita story


“Decrescita” è una parola apparentemente semplice, ma che, anche per motivi ideologi, è stata caricata di vari e diversi significati, spesso erroneamente negativi
E in un momento come questo, con la crisi ambientale che ci sovrasta, quello di fraintendere il significato di certi termini è un lusso che non ci possiamo più permettere.
Come ci spiega l’economista della decrescita Pier Paolo Dal Monte in questo breve ma interessante articolo, che ripercorre la storia ed il significato profondo di una parola troppo maltrattata.
LUMEN

 
<< Capita [spesso] di assistere a numerosi e commenti circa un termine che è recentemente assurto agli onori della cronaca, la decrescita.
Il dibattito sul concetto di decrescita ci sembra, per la verità, viziato da una certa superficialità, sia da parte dei detrattori che da quella degli apologeti (non tutti, ovviamente).

Questo deriva dall’abitudine, invalsa in molti, di commentare un argomento che non si conosce in maniera appropriata o, come in questo caso, la cui conoscenza deriva, più che altro da quello che è stato diffuso dalla vulgata mediatica. (…)

Sarebbe quindi bene fare un poco di chiarezza, non solo a vantaggio degli apologeti, ma anche per aiutare i critici, affinchè possano indirizzare i loro argomenti verso qualcosa che risponde maggiormente al termine in esame.

In primo luogo è bene dire che il termine “decrescita” non fu coniato allo scopo di battezzare una corrente di pensiero, un movimento, un’ideologia, ma comparve, quasi per caso negli anni ’70, nella traduzione francese di una raccolta di lavori dell’economista Nicholas Georgescu-Roegen, che fu titolata “Demain la decroissance” (Domani la decrescita).

Questo termine, intenzionalmente provocatorio, si innestò su una corrente di pensiero di critica alla società moderna, le cui radici si possono ritrovare in diversi filosofi d’oltralpe (Jacques Ellul, Bernard Charbonneau, Cornelius Castoriadis, Andrè Gorz), che procedette quasi in parallelo alla critica portata avanti dalla scuola di Francoforte.

Ma tralasceremo questi aspetti per concentrarci sul pensiero di Gorgescu-Roegen, che focalizzava l’attenzione sul fatto che il processo economico non può essere descritto come un qualcosa di circolare, racchiuso nei confini delle società umane, come spesso viene rappresentato nella sua forma più semplice, ma come un processo che si alimenta con materia ed energia a bassa entropia (le cosiddette “materie prime”) e rilascia nell’ambiente rifiuti a bassa [rectius: alta] entropia (rifiuti e inquinamento).

Questa sorta di “metabolismo sociale”, per usare un termine “biologico”, assume in realtà un andamento lineare, piuttosto che circolare (…).

Nella sua riflessione, Greorgescu-Roegen si ispirò ai lavori di scienziati come Ludwig Boltzmann, Wilhelm Ostwald, Alfred Lotka e Erwin Schroedinger che consideravano il fenomeno della vita biologica come la lotta degli organismi per contrastare l’aumento dell’entropia al loro interno, a spese dell’ambiente esterno (da qui la definizione di Ilya Prigogine di “strutture dissipative”).

“La vita è la lotta per l’energia disponibile”, scriveva Boltzmann*.
Questo concetto venne ripreso dall’antropologo Leslie White che lo applicò all’intero organismo sociale. Ma, ogni civiltà che è caratterizzata da un progressivo aumento della propria complessità, è costretta a generare un continuo aumento dell’entropia.

Nei tempi più recenti, quella del “collasso entropico” è una delle spiegazioni più accreditate circa la scomparsa di molte delle civiltà del passato (gli studi più noti, a questo proprosito, sono quelli dii Joseph Tainter e Jared Diamond).

Tuttavia, il vero precursore di Georgescu-Roegen può essere considerato Frederick Soddy, premio Nobel per la chimica nel 1921, che scrisse diversi volumi nei quali applicava i principi della termodinamica al processo economico.

Secondo Soddy l’errore fondamentale dei nostri tempi risiede nella confusione tra la dimensione fisica del processo economico e quella monetaria.
Dal punto di vista fisico, la dinamica della crescita esponenziale, tipica dell’interesse composto è impossibile, mentre è comune quella del decremento composto (della materia e dell’energia), che prende il nome di entropia.

Se la moneta non è altro che la misura che noi usiamo per calcolare la produzione e la distribuzione di ricchezza fisica, questa non dovrebbe poter seguire leggi diverse da quelle del mondo fisico, visto che il nostro pianeta non cresce affatto, tanto meno secondo le leggi dell’interesse composto.
Pertanto egli scriveva che: “Non si può contrapporre in eterno una convenzione umana alle leggi della natura”

L’opera di Georgescu-Roegen (alla quale, come abbiamo visto si riferì originariamente il termine “decrescita”) è stata, per certi versi, la continuazione del pensiero di Soddy, con il grande merito di aver portato il pensiero economico a considerare le leggi della termodinamica.

Il problema più scottante è che, a tutt’oggi (se si escludono lodevoli eccezioni), il sistema economico e il mondo fisico, sono ancora “domini descrittivi non equivalenti”.
In questi termini è facile confondere il termine “decrescita” secondo l’accezione che si evince dagli studi di Georgescu-Roegen, con quello di “recessione”. >>

PIER PAOLO DAL MONTE

sabato 10 agosto 2013

Le grandi domande

LUMEN – Abbiamo qui con noi oggi due personaggi molto importanti: il grande filosofo tedesco Paul Heinrich d’Holbach, ed il famoso teologo Joseph Ratzinger, suo connazionale, noto anche come Papa Benedetto XVI. Sarà un dialogo che farà sicuramente scintille. A voi, barone d’Holbach, la prima domanda.

HOLBACH - Se Dio, il quale, a vostro giudizio, era sovranamente beato prima della creazione del mondo, poteva continuare ad essere sovranamente beato senza crearlo, perché non è rimasto in riposo ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

HOLBACH - Perché è necessario che l'uomo soffra ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

HOLBACH - Perché è necessario che l'uomo esista ? Che importa a Dio la sua esistenza ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

HOLBACH - Non importa nulla o importa qualcosa ? Se la sua esistenza non gli è affatto utile o necessaria, perché non l'ha lasciato nel nulla ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

HOLBACH - Se la sua esistenza è necessaria alla sua gloria, egli aveva dunque bisogno dell'uomo. Gli mancava qualcosa prima che l'uomo esistesse ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

HOLBACH - Si può perdonare ad un artigiano inabile di aver fatto un lavoro imperfetto, poiché bisogna che egli lavori, bene o male, se non vuol morire di fame. Quell'artigiano è scusabile: il vostro Dio non lo è affatto. Non è così ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

HOLBACH – Se Dio è autosufficiente, allora, perché crea degli uomini ? Se Dio ha tutto il necessario per rendere felici gli uomini, perché dunque non li fa felici ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

HOLBACH – Bisogna concludere che il vostro Dio ha più malvagità che bontà, a meno che non ammettiate che Dio è stato costretto a fare ciò che ha fatto, senza poter fare altrimenti ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

HOLBACH - Eppure, ci assicurate che il vostro Dio è libero; dite anche che è immutabile, anche se ha incominciato e cesserà in un dato tempo l'esercizio della sua potenza, come tutti gli esseri mutevoli di questo mondo. E allora ?
RATZINGER – Non abbiamo le risposte. Però un giorno potremo capire tutto.

LUMEN – E con questa ultima affermazione, direi che abbiamo terminato. Ringrazio il barone d’Holbach per le sue interessanti, anche se un po’ provocatorie, domande, ed il professor Ratzinger per le esaurienti ed illuminanti risposte (*).

(*) - Nel maggio 2011, all’indomani di un terribile terremoto che aveva colpito il sud-est asiatico, Joseph Ratzinger, già Papa Benedetto XVI, partecipò ad un dialogo televisivo con le popolazioni colpite. Alla domanda di una bambina giapponese, che chiedeva perché anche i bambini dovessero sopportare tanta tristezza, Ratzinger rispose con le immortali parole sopra riportate. Prosit.
 

sabato 3 agosto 2013

Sarò breve

A tutti sarà capitato, anche solo per una volta, di parlare in pubblico.
Le regole principali da seguire, in questi casi, sono quelle codificate (anche se in un diverso contesto) da Beppe Severgnini: “Avere qualcosa da dire / Dirlo / Dirlo brevemente / Non ridirlo”.
Ma questo non basta: ci vuole anche qualche trucco del mestiere. Come ci spiega il grande umorista Achille Campanile in questo delizioso racconto.
LUMEN


ORATOR FIT  - di Achille CAMPANILE

<< «S’accomodi» disse la domestica a Luigi Vinelli «la lezione sta per cominciare.»
Il professore era il famoso Codaro, oratore. Uno di quegli esseri privilegiati che hanno il dono di poter alzarsi in un momento qualsiasi e improvvisare un discorso in pubblico.
Quanti non hanno sognato o non sognano di possedere questa facoltà? Quante volte, vedendo quei fortunati, voi stessi non avete pensato: Oh, se anch’io potessi, se sapessi!
E quante volte, voi che non siete oratori, vi siete avvelenati un pranzo pensando che alla fine avreste dovuto dire due parole, che non potevate farne a meno, che a un certo punto da un capo della tavola sarebbe suonato il vostro nome e tutti avrebbero fatto coro, reclamando da voi un discorsetto; e a questo pensiero avreste preferito darvi alla fuga, piuttosto che affrontare la prova per voi irta di difficoltà e di incognite?

Luigi Vinelli non aveva mai parlato in pubblico e l’impossibilità di farlo, perché sprovvisto di qualità oratorie, era un suo cruccio. Ecco perché era accorso all’inserzione pubblicitaria che garantiva: tutti oratori in una sola lezione. E lui quella sera stessa doveva andare a un pranzo.
Il famoso Codaro entrò nell’aula già affollata di studenti:
«L’incapacità di parlare in pubblico» disse incominciando la lezione «deriva da due ragioni: la timidezza e la mancanza di argomenti. Oserei affermare che le due ragioni si riducono a una, in quanto anche la timidezza deriva novanta volte su cento dal non saper che cosa dire o, meglio, dal credere di non saper che cosa dire.
Un improvviso vuoto si fà nel vostro cervello, per quanto vi sforziate, non trovate un argomento, l’urgenza vi ottenebra la mente e così, anche se si tratta d’una circostanza in cui potreste dire mille cose, vi sembra di non poterne dire nemmeno una e rifiutate di alzarvi e parlare, oppure lo fate nello stato d’animo d’un vitellino condotto al macello, balbettate poche parole impacciate, accennando al fatto che non siete oratore, che siete commosso, e aggrappandovi disperatamente a dei banali “grazie di tutto cuore, a tutti, per tutto”, nei quali l’unico vantaggio del vostro impaccio e del vostro terrore è che essi vengono scambiati per una esagerata commozione che può anche procurarvi degli applausi.
Ma in entrambi i casi trasformate in un insuccesso quello che invece potreste con estrema facilità far diventare un successo clamoroso, in cui sareste subissato di applausi. Ebbene io vi darò il segreto per diventare di colpo oratori».

La scolaresca era tutta orecchi.
«Non si tratta dei sassolini di Demostene» proseguì il maestro. «Immagino anzitutto che voi non siate balbuzienti; e, se anche lo foste, la padronanza dei temi e la disinvoltura con cui tratterete il vostro difetto (purché non sia molto pronunciato, ben inteso; nel qual caso occorrerebbero non meno di due lezioni) vi salveranno.
Né, d’altra parte, il fatto di non essere balbuzienti vi gioverà se non avete argomenti. Anzi! Si tratta invece d’un segreto facilissimo. Una formula… »
«Magica?» interruppe Luigi.
«Quasi» disse Codaro. «Una formula la quale vi permetterà di parlare in ogni momento su qualsiasi tema.»
«Volesse il cielo!» esclamò più d’uno.
«Sarei proprio curioso di conoscere quest’abracadabra» fece un altro allievo, scettico.

«Niente di più semplice» disse Codaro. «Questa formula si riassume in tre parole sole: parlare del futuro. Beninteso, essa vi consentirà di parlare anche del passato, non foss’altro che per contrapporlo. Ma ricordatevi che il passato può commuovere, intenerire anche fino alle lagrime, ma soltanto i concetti imperniati sul futuro sono tali da suscitare quell’entusiasmo a cui ogni oratore degno di questo nome deve aspirare con tutte le forze».
Poiché la scolaresca non pareva avere ancora afferrato il concetto, almeno nelle possibili applicazioni preannunziate come la cosa più facile di questo mondo, Codaro alzò il tono della voce.

«Scendendo ai particolari» aggiunse «vi dirò che dovete tener sempre presente questo concetto: che di qualsiasi cosa, situazione o avvenimento, in qualsivoglia istante e in tutte le possibili circostanze, con ogni immaginabile accidente, si può, anzi si deve, proclamare, con la certezza di suscitare l’entusiasmo degli ascoltatori:
«a) che il fatto di cui parlate è tale da permettervi di considerare con giustificata fiducia l’avvenire; guai se parlerete di fiducia ingiustificata o, peggio ancora, se accennerete all’impossibilità di guardare con fiducia all’avvenire o addirittura se alluderete a giustificata sfiducia (questo è il peggio di tutti); il gelo cadrà come una pesante coltre sull’uditorio, smorzandone ogni entusiasmo; tuttavia, il concetto della fiducia nell’avvenire sempre così come da me esposto, va riservato per la chiusura;
«b) che il fatto di cui parlate si deve considerare non un punto d’arrivo, ma un punto di partenza.

«Parentesi: una sola variante può essere concessa a questa messa a punto, diciamo così, topografica: messi in non cale l’arrivo e la partenza, considerarsi “a una svolta decisiva”.
Direte, per esempio: “Questo a cui siamo (o siete, o essi sono, o io sono, o egli è) giunti (o giunto) non deve essere considerato un punto d’arrivo, ma un punto di partenza.»

La scolaresca rimase male. Tutti speravano di più.
«E voi dite» esclamò Luigi «che questa formula… »
«Vi permetterà di parlare di qualsiasi cosa, in qualsivoglia pubblica circostanza» ripeté Codaro. «Beninteso» aggiunse subito «io suppongo che voi non siate del tutto imbecilli e che, una volta avuto in mano il bandolo d’un ragionamento, sappiate andare avanti un po’.
Del resto in molti casi basterà pronunciare puramente e semplicemente la frase suddetta. Sarete considerati oratori concisi e vi si applaudirà lo stesso e magari di più. Tanto meglio se saprete condirla un po’, il che non è difficile, col minimo indispensabile.
Che so io, potrete dire: “Vi ringrazio d’avermi invitato a parlare, ma non sono certo io, ecc., specie dopo i precedenti oratori che hanno espresso così bene (o: prima di altri che assai meglio di me esprimeranno ecc.); tuttavia, colgo l’occasione per dirvi una cosa sola, poiché non ho né la voglia né il diritto di tediarvi; e la cosa è questa: vorrei che tutti, senza distinzione di grado o di mansioni (o che so io), tenessimo presente che questo a cui siamo giunti non deve essere considerato un punto di arrivo ma un punto di partenza, eccetera come sopra detto”.»

Uno degli allievi chiese di parlare.
«Ammetto» disse «che la frase possa fare un certo effetto a un’assemblea, a un congresso, a un banchetto di industriali, insomma dovunque c’è gente che marcia (figuratamente o no), o s’illude di marciare verso una mèta. Ma ci sono mille altri casi. Per esempio, un pranzo di nozze.»
«Ebbene,» esclamò Codaro «quale migliore occasione per proclamare che una cerimonia nuziale è un punto di partenza? C’è da impiantare una famiglia, da mettere al mondo dei bambini, da dare alla patria e all’umanità nuove energie. Idem a un battesimo, a una inaugurazione, a una tappa del Giro d’Italia.»

«Benissimo,» esclamò l’obbiettore «ma, invece che a una tappa, provi a dirlo alla fine del Giro. Punto di partenza?»
«Perché no? Anzi. La frase diventa piena di significato e, nella peggiore ipotesi, spiritosa: questo non è un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. Se gli ascoltatori restano seri, aggiungerete: il vincitore non deve arrestarsi, ma proseguire nel cammino delle vittorie, ecc.; oppure: l’organizzazione deve perfezionarsi sempre più, ecc. Se invece l’uditorio ride, aggiungerete: questo non è che il primo giro del circuito, bisogna farne un certo numero ecc.»

«Non mi arrendo ancora» fece l’interlocutore. «La frase calza, ve lo concedo, ed è uno spunto nelle occasioni che ella ha citato e in mille altre, perfino a nozze d’oro e di diamanti. Ma provi a dirla a un funerale».
«Perché no? Tutti intorno sotto gli ombrelli gocciolanti davanti alla fossa aperta. L’oratore: “questa estrema stazione a cui il nostro indimenticabile amico è arrivato, per quanto perdentesi nelle nebbie di una misteriosa lontananza, non va considerata un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Egli non è approdato alle buie porte del nulla per scomparire, fiammella fatua, nelle tenebre. No; al contrario, è oggi che comincia la sua seconda vita, la vera. Egli vivrà nella memoria di quanti lo conobbero. Nelle opere. Nei figli diletti. E vivrà per se stesso nei cieli luminosi. Finito il suo lungo peregrinare triste e faticoso, egli ha spiccato il volo, è partito…»

La scolaresca non poté trattenere un caloroso applauso subito represso dallo scampanellare del docente.
«E per la conclusione?» domandò un’allieva del primo banco.
«Per la conclusione» fece Codaro, asciugandosi il sudore che gli sgorgava dalla fronte in conseguenza del pistolotto «basterà la formula a: «Per tutte le ragioni sopra esposte, sono lieto di dirvi che si può guardare con giustificata fiducia l’avvenire».
«E che c’entra coi funerali?» domandò un allievo.
«L’avvenire del mondo, in genere. La vita non s’arresta.»

Un altro allievo fe’ cenno di voler parlare.
«Ma» obbiettò «dopo un po’ tutti si accorgeranno che dite sempre la stessa cosa.»
«Ohibò!» fece il professore. «Non è il cibo, ma il condimento quello che fa la novità. Per questo ho parlato d’un concetto. È il concetto, quello che vi servirà, non le parole testuali. A voi presentare la braciola cucinata in mille modi. Non è difficile, sol che non precipitiate le cose.
Comincerete col ringraziare, col lodare e poi girerete la frase in modi diversi.
Una volta, alzatovi, con aria di mistero, direte: “Signori, vedo laggiù la terra e alle mie spalle i flutti; questo non è un approdo ma un trampolino”.
Un’altra volta, invece di sottintendere mezzi nautici, vi appoggerete all’aviazione: “Questo,” direte “non dev’essere uno scalo ma una pista di lancio.
Una terza volta dopo aver detto: “Guardiamoci intorno, signori: questa è una stazione (tanto meglio se lo sarà realmente); vedo là i treni, le locomotive sbuffanti, i cartelli indicatori, i semafori. Ma ora vi dirò una cosa: Noi non siamo al lato arrivi, (pausa; poi, alzando il tono) siamo al lato partenze”. (Applausi scroscianti).
Oppure, con tono nostalgico e lo sguardo nel vuoto: “Noi non siamo i viaggiatori che arrivano, ma quelli che partono, quelli che vanno sempre, instancabili verso la meta ecc. ecc. secondo le circostanze.»

La lezione era finita. La scolaresca si alzò e qualcuno disse a nome di tutti, ringraziando:
«Ora ci sentiamo veramente d’affrontare qualsiasi occasione. Saremo oratori. Siamo giunti alla meta desiderata, alla possibilità di parlare in pubblico».
Codaro li guardò con un’espressione divenuta improvvisamente grave.
«Ne sono lieto» disse in tono raccolto «e ne sono anche orgoglioso per la piccola parte che posso aver avuto nella cosa. Tuttavia debbo dirvi che vi sbagliate, che siete in errore.» (La scolaresca trattenne il fiato stupita.)
«Voi non siete giunti alla meta. Al contrario, molto si è fatto, ma ancora molto vi resta da fare per raffinarvi, per potenziare la vostra oratoria e io vorrei raccomandarvi questo: non vi adagiate sugli allori, giovani, non riposate. Ma vigilate e siate sempre pronti a far udire la vostra voce, a dire liberamente la vostra opinione, alto e forte. Perché» e Codaro alzò l’indice «quello a cui siete giunti oggi non va considerato un punto d’arrivo, ma un punto di partenza!»

La scolaresca applaudì a lungo. Tutti sentivano gonfiarsi il petto di grandi propositi.
«Comunque,» concluse Codaro sono lieto di constatare il vostro zelo e la vostra certezza in voi stessi. Cose che ci permettono di guardare con giustificata fiducia l’avvenire.»
Un secondo applauso risuonò nell’aula, entusiastico. Lieti, convinti, accesi, gli allievi uscirono lentamente, commentando il discorso.  >>