mercoledì 26 ottobre 2016

Presunto innocente

LUMEN – Ciao Eugenio, cosa stai facendo ?
EUGENIO – Gioco a scacchi contro il computer.

LUMEN – Ah, bene. Ma vinci o perdi ?
EUGENIO – Qualche volte vinco, ma più spesso perdo. Questo computer è proprio forte.

LUMEN – Eppure non possiede il Libero Arbitrio, a quanto si dice.
EUGENIO – Sì, in effetti così si dice.

LUMEN - Ma secondo te, perché un uomo che gioca a scacchi possiede il Libero Arbitrio ed il computer che gli gioca contro, magari vincendo, no ? Perchè l'uomo che guida un’automobile possiede il L.A. e la nuova ‘google car’, che si guida da sola, no ?
EUGENIO – Non saprei…

LUMEN – Perché siamo presuntuosi e malati di antropocentrismo, ecco perché. Comunque vogliamo definire il Libero Arbitrio, mi pare evidente che o ce l'hanno entrambi o nessuno.
EUGENIO – E tu cosa pensi ?

LUMEN – Che non ce l’abbia nessuno.
EUGENIO – Addirittura ?

LUMEN – Caro Eugenio, gli scienziati, studiando l'attività neuronale, hanno scoperto che è possibile prevedere le scelte di un soggetto PRIMA che egli diventi consapevole di averle compiute; ne dobbiamo necessariamente concludere che non è il soggetto cosciente a compiere quelle scelte, ma l'attività cerebrale sottostante, a prescindere da tutto ciò che ci piace pensare.
EUGENIO – Eppure tutti sono convinti del contrario.

LUMEN – Lo so e non mi stupisce. Perché tutti, in effetti, sperimentiamo la presenza del L.A.: non solo direttamente su noi stessi, ma anche sul comportamento altrui.
EUGENIO – E allora, come si può spiegare la faccenda ?

LUMEN - Per quanto riguarda il nostro L.A. si tratta forse di un inganno (evolutivamente utile) della mente. Quanto a quello degli altri, deriva forse dal fatto che è piuttosto difficile prevedere, dal di fuori, il comportamento umano.
EUGENIO – Però, saper fare previsioni sul comportamento altrui è fondamentale per vivere bene in un gruppo.

LUMEN – Certo. Ma si tratta pur sempre di una capacità limitata, con la conseguenza che non riusciamo quasi mai a fare una previsione completa e affidabile sul comportamento delle altre persone.
EUGENIO – Questo è vero.

LUMEN - Ecco quindi che il concetto di L.A. ci offre una buona (ed anche gratificante) spiegazione. Ma non si tratta di L.A., si tratta solo di difficoltà previsionale.
EUGENIO – Eppure, l’assenza del Libero Arbitrio, pur essendo una ipotesi molto discussa tra gli esperti di neuro-scienze, è rifiutata dalla maggioranza delle persone, a tutti i livelli della società.

LUMEN – Lo so. Ma questo succede, principalmente, per il timore delle conseguenze. Si ritiene infatti che la fine del L.A. segnerebbe anche la fine dell’etica e del concetto di responsabilità, senza i quali la società umana collasserebbe in breve tempo.
EUGENIO – E tu sei d’accordo ?

LUMEN – Non proprio. E’ vero che senza il L.A. viene meno la responsabilità, ma questo non vale anche per il concetto di etica, che è semplicemente l’insieme delle regole di convivenza sociale.
EUGENIO – Ed è possibile tenere un comportamento etico anche senza il L.A. ?

LUMEN – Sono convinto di sì. Io posso anche (in assenza del L.A.) non essere responsabile delle mia azioni, ma resta il fatto che - in concreto - posso seguire o non seguire le regole di comportamento sociali e quindi essere considerato più o meno etico dalle altre persone. Le quali potranno poi trarne tutte le conseguenze che riterranno opportune.
EUGENIO – Quindi è un problema sostanzialmente giuridico, di impostazione del diritto penale ?

LUMEN – Io penso di sì, visto che il nostro diritto penale si fonda per intero sull'esistenza, data per scontata, del L.A.
EUGENIO – Spiegati meglio.

LUMEN - Il collegamento risiede nelle motivazioni della condanna e nel significato della pena che ne consegue. Lo Stato condanna il reo perché si è comportato “male” pur potendo liberamente scegliere di comportarsi “bene”. Quindi lo punisce per un periodo di tempo limitato, nella convinzione che possa redimersi e, grazie al proprio L.A., possa poi tornare nella società comportandosi correttamente.
EUGENIO – Esattamente.

LUMEN - Ma se, invece, il reo NON era veramente libero, e quindi ha commesso il reato per forza maggiore, una punizione temporanea che non rimuova la causa strutturale del reato a che serve ? Non si rischia, una volta terminato il (magari breve) periodo di detenzione, di ritrovarsi esattamente al punto di prima ?
EUGENIO – Ma la detenzione, al di là di tutte le critiche umanitarie, è una sacrosanta misura di tutela dei non criminali. Non c'è alternativa. Dobbiamo assolvere tutti i criminali ?

LUMEN - E chi ha mai detto questo ? Certo che il criminale va punito, ed anche sorvegliato. Ma si possono, anzi si devono, cercare alternative che siano davvero efficienti sotto il profilo della prevenzione. Perché il reato, ormai, è stato commesso ed il danno è stato inflitto. Io posso anche punire il reo, come è giusto che sia, ma la vittima resta vittima.
EUGENIO - E qui entra in ballo l’esistenza o meno del L.A.

LUMEN – Appunto. Il mio ragionamento, infatti, è il seguente:
a- il nostro sistema sanzionatorio si basa sull'esistenza del Libero Arbitrio.
b- si tratta però di un sistema che funziona male.
c- è possibile che funzioni male perché si basa su un principio che non esiste ?
Oppure, tu pensi davvero che il nostro attuale sistema penale sia adeguato ed efficiente a livello preventivo ?
EUGENIO – Certamente no.

LUMEN – E neppure io. Lo dimostra la lunga sequela dei c.d. delinquenti abituali o seriali che, appena escono di galera, ricomincia immediatamente a fare quello che facevano prima. Però, con un sistema sanzionatorio intelligente e mirato, posso fare in modo che il reato NON si ripeta in futuro.
EUGENIO – E quale potrebbe essere questo sistema sanzionatorio alternativo ?

LUMEN – Per esempio una qualche forma di controllo non necessariamente afflittivo, ma che possa inibire ex ante determinati comportamenti. In questo, le neuro-scienze applicate e la moderna tecnologia possano aiutare molto. Non dico che sia facile. Però se ne deve discutere, nella convinzione che sia possibile trovare qualcosa di meglio.
EUGENIO – Ed invece, a quanto pare, non ne parla quasi nessuno.

LUMEN – Appunto. E perché ? Perché, per poterlo fare, bisognerebbe mettere seriamente in discussione il Libero Arbitrio e questo argomento appare ancora un tabù.
EUGENIO – Quindi ci dobbiamo rassegnare allo status quo ?

LUMEN – Oggi come oggi, sì. Ma forse domani di fronte agli ulteriori progressi delle neuro-scienze, se ne potrà finalmente discutere senza riserve. Vedremo.

mercoledì 19 ottobre 2016

A buon rendere

Debito, moneta e baratto: la “vera” nascita dell’economia nelle faccende umane, secondo l’opinione “non convenzionale” di un antropologo (dal libro "Debito, i primi 5000 anni" di David Graeber). Lumen


<< Qual è la differenza tra un semplice impegno, l’idea che dobbiamo comportarci in certo modo, che dobbiamo qualcosa a qualcuno, e un debito in senso stretto? La risposta è semplice: il denaro. La differenza tra un debito e un'obbligazione morale sta nel fatto che il debito può essere quantificato in maniera precisa attraverso il denaro.

Il denaro non solo rende possibile il debito, ma fa la sua comparsa esattamente nello stesso momento. Una storia del debito quindi è necessariamente una storia del denaro, ed il modo più facile per comprendere il ruolo che il debito ha giocato nella società umana è seguire le forme assunte dal denaro, le maniere in cui è stato usato nel corso dei secoli e le ragioni che inevitabilmente derivano da tutto questo.

Tuttavia si tratta di una storia del denaro diversa da quella a cui siamo abituati. Quando gli economisti parlano delle origini della moneta, per esempio, hanno sempre dei ripensamenti a proposito del debito. Prima viene il baratto, poi la moneta: il credito si sviluppa solo più tardi. Per quasi un secolo, antropologi come me hanno suggerito la possibilità che tale scenario fosse errato. Perché questo divario di vedute?

Prima di applicare gli strumenti dell’antropologia per illustrare la vera storia del denaro, bisogna capire cosa c’è che non va nella ricostruzione convenzionale. Solitamente gli economisti parlano di tre funzioni della moneta: mezzo di scambio, unità di conto e riserva di valore. Tutti i manuali di economia danno un’importanza prioritaria alla prima funzione

La storia del denaro secondo gli economisti comincia sempre col fantastico mondo del baratto: Si può immaginare un contadino all’antica che pratica il baratto. Perché un semplice baratto funzioni, è però necessaria una doppia coincidenza di bisogni: Henry ha le patate e vuole le scarpe, Joshua ha un paio di scarpe che gli avanzano e vuole le patate.

Ma se Henry ha legna da ardere e Joshua non ne ha bisogno, allora per scambiare le scarpe di Joshua uno di loro (o entrambi) deve andare alla ricerca di altre persone con la speranza di fare uno scambio multilaterale. Il denaro ci dà la possibilità di fare scambi multilaterali in maniera molto più semplice: Henry vende la sua legna a qualcun altro e, col denaro che ottiene, compra le scarpe di Joshua.

C’è una ragione molto semplice per cui tutti coloro che scrivono i manuali di economia ci propinano sempre la stessa storia. In effetti, proprio raccontando questa storia, Adam Smith diede vita alla disciplina economica. Smith comincia con questa domanda: qual è, propriamente parlando, la base della vita economica? Si tratta di una certa propensione «a trafficare, barattare e scambiare una cosa per l'altra».

Gli esseri umani, se lasciati ai loro progetti, cominceranno inevitabilmente a fare confronti e scambi di merci: è proprio questo che gli umani fanno tipicamente. Così alla fine ognuno comincerà inevitabilmente ad accumulare riserve delle merci che probabilmente saranno richieste da altri. Ovviamente, almeno per il commercio a lunga distanza, tutto questo si consolida nei metalli preziosi, adatti a fungere da moneta circolante perché duraturi, trasferibili e capaci di essere divisi in porzioni più piccole e identiche.

[Ma] standardizzare questi lingotti non renderebbe tutto ancora più semplice ? Si potrebbero stampare pezzi di metallo con indicazioni uniformi che ne garantiscano peso e titolo, con tagli differenti. Ovviamente l’idea ebbe successo, e così nacque il conio, che a sua volta aveva bisogno di un governo che facesse funzionare la zecca.

Questa storia ha giocato un ruolo cruciale nella fondazione dell’economia come disciplina. L’aspetto più importante, comunque, è che ormai questa storia sia diventata una questione di senso comune per molte persone. Il problema è che non esiste una prova che ciò che la storia racconta sia mai accaduto davvero, mentre ne esiste un numero considerevole che suggerisce che la storia sia falsa.

Tutto questo non significa proprio che il baratto non esista o che non sia praticato da quei popoli che Smith definiva «selvaggi». Significa solo che al contrario di quel che pensava Smith, non era utilizzato tra gli abitanti dello stesso villaggio. Il baratto di solito era impiegato tra stranieri, o addirittura tra nemici.

Ovviamente il baratto può a volte avere luogo tra persone che non si considerano estranee, ma di solito coinvolge persone che potrebbero non conoscersi, ovvero che non hanno alcun senso condiviso di mutua responsabilità o fiducia, o il desiderio di sviluppare relazioni continuative.

La mancanza di scrupoli di queste pratiche sembra peculiare alla natura stessa del baratto: questo spiegherebbe il fatto che in quei due secoli prima dell’epoca di Smith le parole inglesi «truck and barter», ovvero «scambiare e barattare» come i loro equivalenti francesi, spagnoli, tedeschi, olandesi e portoghesi, significavano alla lettera «turlupinare, raggirare o ingannare».

Se, d’altronde, siamo interessati a qualcuno (un amico, un vicino) e vogliamo rapportarci con questa persona onestamente, dovremo preoccuparci di tenere conto dei suoi bisogni individuali, dei suoi desideri e delle circostanze. E se scambi una cosa con un’altra probabilmente darai alla faccenda la forma di un dono.

Per spiegare meglio quel che voglio dire, tornerò sulla questione dei manuali di economia e sul problema della «doppia coincidenza di bisogni». Quando abbiamo lasciato Henry, gli serviva un paio di scarpe, e tutto quello che aveva attorno a sé erano patate. A Joshua avanzavano delle scarpe ma non aveva proprio bisogno di patate. Henry e Joshua hanno un problema: il denaro non è ancora stato inventato.

Cosa possono fare ? La prima questione che deve risultare chiara per ora è che bisognerebbe sapere qualcosa di più su Joshua e Henry. Chi sono ? Ci sono relazioni tra loro ? L’autore dell’esempio sembra ipotizzare due amici di uguale status sociale, non intimamente relazionati, ma in rapporti amichevoli: quanto di più vicino possibile a una neutra uguaglianza.

Per trovare uno scenario che si adatti a un immaginario manuale di economia, potremmo collocare Joshua e Henry assieme in una piccola comunità.

Scenario 1 - Henry si avvicina a Joshua e gli dice; «Belle scarpe!». Joshua risponde: «Mica tanto. Ma visto che ti piacciono tanto, prenditele». Henry prende le scarpe. Le patate di Henry non c’entrano nulla, perché entrambi sanno perfettamente che se Joshua avesse bisogno di patate, Henry gliene darebbe senza problemi.

Le cose andrebbero più o meno così. Ma è ovvio che gli autori del manuale di economia hanno in mente una transazione più impersonale. Si tratta di una fantasia eccentrica, ma vediamo cosa possiamo fare.

Scenario 2 - Henry si avvicina a Joshua e gli dice: «Belle scarpe!». O forse la moglie di Henry sta chiacchierando con quella di Joshua e in maniera strategica inseriamo il fatto che le scarpe di Henry sono in condizioni pessime e lui si lamenta dei calli ai piedi. Il messaggio arriva al destinatario e il giorno dopo Joshua si fa vivo per offrire in dono a Henry il paio di scarpe che gli avanza, sostenendo che è solo un atto di buon vicinato.

Ovviamente non si aspetta niente in cambio. Così facendo, egli ottiene un credito. Henry gli deve qualcosa. Henry come potrà ripagare Joshua? Forse Joshua vorrà davvero le patate. Henry può aspettare un po’ e poi offrirgliele, dicendo che anche in questo caso si tratta di un regalo. O chissà, un anno dopo Joshua deciderà di organizzare una festa e passerà dall’aia di Henry, dicendogli: «Che bel maiale».

In questi scenari il problema della «doppia coincidenza di bisogni», tanto evocato nei manuali di economia, semplicemente svanisce. Può darsi che Henry non abbia nulla che interessi al momento a Joshua, ma se i due sono vicini, sarà solo una questione di tempo. Questo a sua volta significa che viene meno anche la necessità di accumulare i generi di più ampio consumo (…) o il bisogno di utilizzare il denaro. Poi, con tante piccole comunità locali, ognuno si ricorda “che cosa deve” a “chi”.

Qui c’è solo un problema teorico rilevante, che il lettore più attento può già avere individuato. «A Joshua, Henry deve qualcosa.» Ma cosa ? Come quantificare un favore ? Quando il baratto interculturale diventa un fenomeno regolare, e non eccezionale, tende a operare principi come i seguenti: ogni merce può essere scambiata solo con un’altra merce appartenente a una stessa classe.

Tutto questo però non ci aiuta col problema delle origini del denaro. In realtà, complica enormemente la faccenda. Perché accumulare quantità di sale o oro o pesce, se possono essere scambiati solo con alcuni oggetti e non con altri ? A dire il vero, ci sono buone ragioni per ritenere che il baratto non sia affatto un fenomeno particolarmente antico, ma che si sia diffuso di recente. Sicuramente, per come lo conosciamo noi, si realizza tra persone che, pur avendo familiarità con l’uso del denaro, per una ragione o un’altra non ne hanno granché a disposizione.

Ma il colpo più duro alla versione convenzionale della storia economica è arrivato con la traduzione prima dei geroglifici egizi e poi con la scrittura cuneiforme mesopotamica. Sono testi che documentano l'esistenza di sistemi di credito precedenti di migliaia di anni l'invenzione di un sistema monetario.

I burocrati del tempio usavano il sistema per stimare in argento i debiti (affitti, prestiti, tasse). L’argento era a tutti gli effetti denaro, [ma] non circolava molto. Mentre i debiti erano calcolati in argento, non c’era alcuna necessità di pagarli in argento: di fatto si potevano pagare con qualsiasi mezzo a disposizione. I contadini che dovevano denaro al tempio o al palazzo, o a qualche loro ufficiale, saldavano i propri debiti perlopiù in orzo (e per questo era tanto importante fissare la conversione tra argento e orzo).

A questo punto quasi ogni aspetto della storia tradizionale sulle origini del denaro va a rotoli. Noi non abbiamo cominciato col baratto, per poi scoprire la moneta e alla fine sviluppare un sistema di credito. È successo proprio l’opposto. Le monete sono arrivate molto dopo ed il loro uso si è diffuso in maniera disomogenea, senza mai riuscire a sostituire completamente il sistema di credito.

Al contrario, il baratto storicamente ha rappresentato l’ultima risorsa per chi, abituato a usare il denaro nelle proprie transazioni, si è trovato per una ragione o per un’altra senza liquidità. > >

DAVID GRAEBER

mercoledì 12 ottobre 2016

Varie ed eventuali – XXVII

DECADENZA DEI COSTUMI
Molte persone sono convinte che la rilassatezza dei costumi (soprattutto sessuali) sia una delle causa del declino di una civiltà.
L’affermazione mi sembra largamente contestabile.
E’ vero che le società in decadenza vedono un aumento delle libertà sessuali, ma si tratta di un aumento solo apparente, perché i comportamenti sessuali anomali sono sempre esistiti e, più o meno, sempre nella stessa percentuale.
Il fatto è che le società in declino sono particolarmente rispettose dei diritti umani, e sono questi che consentono ai comportamenti anomali di uscire tranquillamente allo scoperto.
Quando poi la società crolla, non è sicuramente per colpa dei costumi sessuali (che sono cose private), ma del fatto che quello stesso culto dei diritti umani che ha reso più agevole certe libertà, ha reso la società incapace di difendersi in modo adeguato (ovvero violento e crudele, se necessario) dai nemici esterni.
Quindi, non confondiamo l'effetto con la causa.
LUMEN


ISLAM
Anche se le singole religioni nascono e muoiono, è probabile che il sentimento religioso sia così profondamente radicato nel cuore dell’uomo da avere sempre il sopravvento, in ultima istanza, sulle tendenze razionali all’ateismo-agnosticismo.
Se questo è vero, dato l’ormai evidente ed irreversibile tramonto del cristianesimo, la religione del futuro potrebbe essere l’Islam, il quale, oltre alla notevole forza demografica, può trarre vantaggio anche dalla sua grande semplicità teologica.
Al di sopra di tutto, infatti, c’è Allah, l’onnipotente ed inconoscibile creatore; ed al di sotto ci siamo noi uomini, che a lui dobbiamo soltanto sottometterci.
Questo evita le complicazioni filosofiche e le contraddizioni logiche che hanno sempre messo in difficoltà il Cristianesimo, così ricco di dogmi incomprensibili e di personaggi collaterali; inoltre lo rende meno vulnerabile al progresso della scienza, che al Cristianesimo, invece, ha inferto colpi durissimi.
Poi, ovviamente, ci sono gli aspetti sociali e culturali dell’Islam, ma questo è un altro discorso.
LUMEN


AMORE
Pochi termini sono ambigui nel loro significato come ‘AMORE’.
Si parla di amore come sinonimo di infatuazione, di ammirazione incondizionata e persino di attrazione sessuale.
In realtà, l’amore è la disponibilità a dedicare totalmente se stessi, anche a rischio della propria vita, a vantaggio di qualcun altro, che, in genere (per motivi genetici), è il proprio figlio.
Nel rapporto di coppia, invece, il vero “amore” si realizza molto di rado, in genere in modo asimmetrico, e probabilmente non è nemmeno garanzia di una intesa duratura (per la quale è molto più importante la vera amicizia e la complicità intellettuale).
LUMEN


TECNICA AZIENDALE
Dicono gli esperti di tecnica aziendale che quando un lavoro non viene fatto, i motivi possono essere suddivisi in 4 diverse categorie:
1 - il dipendente non sapeva di doverlo fare;
2 - sapeva di doverlo fare ma non era capace;
3 - era capace ma non aveva tempo;
4 – era capace ed aveva tempo, ma non aveva voglia.
E’ chiaro che ad ogni tipo di motivazione corrisponde un diverso tipo di problema: nel primo caso, infatti, si tratta di un problema di comunicazione, nel secondo di addestramento, nel terzo di organizzazione, e nel quarto infine di un problema motivazione; ed ognuno di essi va affrontato in modo diverso
Invece, in genere, le organizzazioni aziendali reagiscono “emotivamente” come se fosse sempre un problema del quarto tipo.
E poi ci si stupisce che certe aziende vadano male o falliscano.
LUMEN


SOLIDARIETA’
<< Nell’epoca moderna siamo tutti relativamente ricchi. Un tempo non si sarebbe potuto dire: “nessuno deve essere lasciato morire di fame”, perché la frase ha un senso quando c’è cibo per tutti. (…)
Purtroppo, questo lodevole sentimento di solidarietà si è combinato con il fatto che chi governa, mentre obbedisce ai grandi principi “morali”, non paga di tasca sua per metterli in pratica. E così si corre il rischio dell’esagerazione.
Ad esempio, chi predica l’indefinita accoglienza dei rifugiati lo fa essendo inteso che essi non arriveranno né a casa sua né nel suo quartiere.
Ed è proprio questo che gli consente di essere generoso. Lo Stato è buonista a spese altrui. >>
GIANNI PARDO


SUPER-STATI
<< Creare "super-stati" (esattamente come creare mega-banche) rende la classe politica (il management) “meno” responsabile, non “più” responsabile.
E i risultati si vedono, sono sotto i nostri occhi.
Al contrario, questo potrebbe essere il motivo, o uno dei motivi, per cui, come tanti studiosi ci ricordano, il frazionamento della sovranità politica sia stato fra le cause del passato splendore europeo. >>
ALBERTO BAGNAI

mercoledì 5 ottobre 2016

L’altro Gesù – 2

Il Gesù alternativo di Baigent, Leigh e Lincoln, così come ricostruito nel famoso e controverso saggio “Il Santo Graal”. (Seconda parte). Lumen


La moglie di Gesù

<< Se Gesù era sposato, nei Vangeli c'è qualche indicazione circa l'identità di sua moglie ? A un primo esame sembrerebbe che vi siano due possibili candidate: le due donne che, oltre a sua madre, sono ricordate più volte nei Vangeli come appartenenti alla cerchia di Gesù.

La prima è la Maddalena o più esattamente Maria del villaggio di Migdal, o Magdala, in Galilea. In tutti i quattro Vangeli il ruolo di questa donna è stranamente ambiguo, e ha tutta l'aria di essere stato volutamente oscurato. Nelle versioni di Marco e Matteo, la Maddalena viene menzionata per nome solo verso la fine. Compare in Giudea, al momento della Crocifissione, e figura tra i seguaci di Gesù. Nel Vangelo di Luca, invece, appare relativamente presto nel magistero di Gesù, quando questi sta ancora predicando in Galilea; quindi, sembra che lo accompagni dalla Galilea alla Giudea, o che almeno si sposti da una provincia all'altra come fa Gesù.

Già questo indica che la Maddalena doveva essere sposata con qualcuno. Nella Palestina dei tempi di Gesù sarebbe stato impensabile che una donna non sposata viaggiasse senza accompagnatori ufficiali, e soprattutto che viaggiasse insieme a un capo religioso e ai suoi seguaci. Diverse tradizioni sembrano consapevoli di questa situazione potenzialmente imbarazzante. Perciò a volte viene detto che la Maddalena era la moglie di uno dei discepoli di Gesù. Se era così, però, il suo speciale rapporto con Gesù li avrebbe esposti entrambi a sospetti o persino ad accuse di adulterio.

Nonostante la tradizione popolare, nessuno dei Vangeli dice che la Maddalena sia una prostituta. Quando viene menzionata per la prima volta nel Vangelo di Luca, è presentata come una donna « dalla quale erano usciti sette demoni ». In genere si presume che questa frase alluda a un esorcismo compiuto da Gesù, e sottintenda che la Maddalena era stata vittima di una « possessione diabolica ». Ma la frase può riferirsi anche a una specie di conversione o d'iniziazione rituale. Il culto di Ishtar o Astarte - la Dea Madre e « Regina del Cielo » - comportava ad esempio un'iniziazione in sette fasi. (…)

Nel capitolo precedente a quello dove parla della Maddalena, Luca allude a una donna che unse Gesù. Nel Vangelo di Marco c'è una simile unzione a opera di una donna innominata. Né Luca né Marco identificano esplicitamente questa donna con la Maddalena. Ma Luca riferisce che si trattava di una « donna caduta », una « peccatrice ». I commentatori hanno desunto che la Maddalena, poiché da lei erano usciti sette diavoli, dovesse essere stata una peccatrice.

Di conseguenza la donna che unge Gesù e la Maddalena finirono per venire identificate come una sola persona. In effetti, può darsi che fosse vero. Se la Maddalena era associata a un culto pagano, questo avrebbe sicuramente fatto di lei una « peccatrice » non soltanto agli occhi di Luca, ma anche di autori più tardi.

Se la Maddalena era una « peccatrice », era anche, evidentemente, ben più della « comune prostituta » della tradizione popolare. Appare chiaro che fosse benestante o ricca. Luca riferisce, ad esempio, che tra le sue amiche figurava la moglie di un alto funzionario della corte di Erode, e che le due donne, insieme ad altre, aiutavano finanziariamente Gesù e i suoi discepoli.

Anche la donna che unse Gesù era benestante; il Vangelo di Marco parla con insistenza della preziosità dell'unguento di nardo con cui fu compiuto il rito. L'episodio dell'unzione di Gesù sembrerebbe avere un'importanza notevole. Altrimenti, perché sarebbe sottolineato dai Vangeli? Dato il rilievo che gli viene accordato, sembra trattarsi di ben più di un gesto impulsivo e spontaneo.

Sembra un rito meticolosamente preordinato. Si deve ricordare che l'unzione era la prerogativa tradizionale dei re: e del « legittimo Messia », che significa « l'unto ». Ne consegue che Gesù diviene un Messia autentico in virtù dell'unzione. E la donna che lo consacra in questo ruolo augusto difficilmente può avere un'importanza trascurabile.

In ogni caso, è evidente che la Maddalena, prima della fine del magistero di Gesù, era divenuta una figura immensamente significativa. Nei tre Vangeli Sinottici il suo nome apre l'elenco delle donne che seguirono Gesù, come il nome di Simon Pietro apre l'elenco dei discepoli. E naturalmente, fu la prima a trovare la tomba vuota dopo la Crocifissione. Tra tutti i suoi seguaci, fu la Maddalena che Gesù prescelse per rivelare la propria Resurrezione.

In tutti i Vangeli, Gesù tratta la Maddalena in modo unico, preferenziale. È possibile che questo trattamento possa aver suscitato la gelosia di altri discepoli. Sembra piuttosto evidente che la tradizione successiva si adoperò per colorare in nero i precedenti della Maddalena, se non addirittura il suo nome. La trasformazione in prostituta può essere la reazione esagerata di seguaci vendicativi, decisi a macchiare la reputazione di una donna il cui legame con Gesù era più stretto del loro, e quindi ispirava un'invidia molto umana. (…)

Quale che sia la posizione della Maddalena nei Vangeli, non è la sola candidata possibile al ruolo di moglie di Gesù. Ce n'è un'altra, che ha una parte di spicco nel Quarto Vangelo, e che può essere identificata come Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro.

Maria e i suoi familiari appaiono chiaramente in stretti rapporti con Gesù. Si tratta di gente ricca: hanno una casa, in un sobborgo elegante di Gerusalemme, abbastanza grande per ospitare Gesù e tutto il suo seguito. E c'è di più: l'episodio di Lazzaro rivela che la casa comprende una tomba privata: un lusso eccezionale ai tempi di Gesù, un segno non soltanto di opulenza, ma, anche di una posizione sociale elevata. Nella Gerusalemme biblica, come in ogni città moderna, i terreni costavano carissimi; e ben pochi potevano permettersi il lusso di una tomba privata.

Quando, nel Quarto Vangelo, Lazzaro si ammala, Gesù ha lasciato Betania da qualche giorno e si trova in riva al Giordano insieme ai discepoli. Quando viene informato dell'accaduto, indugia per due giorni - una reazione piuttosto curiosa - e quindi torna a Betania, dove Lazzaro giace nella tomba. Gesù si avvicina e Marta gli va incontro e grida: « Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! » (Giovanni 11:21). (…)

L'episodio è significativo perché Marta, quando va incontro a Gesù, è sola. Ci si aspetterebbe che sua sorella Maria vada con lei. Invece Maria sta seduta in casa, e non esce fino a quando Gesù le ordina esplicitamente di farlo. (…) Perché non accompagna Marta, perché non si precipita incontro a Gesù che ritorna? C'è una sola spiegazione ovvia. Secondo i dettami della legge ebraica di quel tempo, una donna che « sedeva in Shiveh [in lutto] » non poteva uscire di casa se non per ordine espresso del marito. In questo episodio il comportamento di Gesù e di Maria di Betania corrisponde in modo esatto al comportamento tradizionale di un Ebreo e di sua moglie.

C'è un altro indizio a favore di un possibile matrimonio tra Gesù e Maria di Befania. Appare (…) nel Vangelo di Luca: “Mentre erano in cammino, [Gesù] entrò in un villaggio e una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti disse: « Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti ».

Ma Gesù le rispose: « Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta » (Luca 10: 38-42). A giudicare dalle parole di Marta, sembra evidente che Gesù eserciti su Maria una sorta di autorità. Ancora più importante, tuttavia, è la risposta di Gesù. In qualunque altro contesto, non si esiterebbe a interpretarla come un'allusione a un matrimonio. E comunque attesta chiaramente che Maria di Betania era una discepola ardente quanto la Maddalena.

Vi sono buone ragioni per identificare la Maddalena con la donna che unge Gesù. È possibile, ci chiedemmo, che fosse identificabile anche con Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta? È possibile che queste donne, presentate nei Vangeli in tre contesti diversi, siano in realtà un'unica persona? La Chiesa medievale certamente le vedeva così, non diversamente dalla tradizione popolare. Oggi, molti studiosi biblici sono d'accordo.

Vi sono abbondanti indizi che confermano questa conclusione. I Vangeli di Matteo, Marco e Giovanni, ad esempio, dicono tutti che la Maddalena era presente alla Crocifissione. Nessuno, invece, cita Maria di Betania. Ma se Maria di Betania era una discepola devota, la sua assenza sembrerebbe a dir poco strana. È credibile che lei, per non parlare di suo fratello Lazzaro, non assistesse al momento culminale della vita di Gesù?

L'omissione sarebbe inspiegabile e reprensibile, a meno che fosse presente e venisse citata dai Vangeli sotto il nome di Maddalena. Se la Maddalena e Maria di Betania sono la stessa persona, allora la seconda non figura più come assente alla Crocifissione. (…)

Il Quarto Vangelo identifica con Maria di Betania la donna che unge Gesù. Anzi, l'autore del Quarto Vangelo è molto esplicito: “Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso d'olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato” (Giovanni 11:1-2).

E di nuovo, nel capitolo successivo: “Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento” (Giovanni 12: 1-3).

È dunque chiaro che Maria di Betania e la donna che cosparge d'unguento Gesù sono la stessa donna. Se non è altrettanto chiaro, è certo probabile che questa donna sia anche la Maddalena. Se Gesù era veramente sposato, a quanto sembra c'è una sola candidata al ruolo di sua moglie: una donna che apparve più volte nei Vangeli sotto nomi diversi. >>

BAIGENT, LEIGH E LINCOLN