mercoledì 27 aprile 2016

Storie di confini - 2

Confini naturali e confini politici. Tre brevi considerazioni sull’importanza dei confini nel guidare (e condizionare) il corso la storia. Lumen

 
CONFINI EUROPEI

<< Nella politica internazionale [europea] ci sono nazioni fortunate, come la Spagna, le cui frontiere sono state disegnate dalla natura, e vivono tendenzialmente tranquille.

L’orso russo invece, pur essendo estremamente forte, manca di frontiere naturali, vive nella paura e trasforma questa paura in aggressività. Cerca sempre di tenere alla massima distanza i possibili aggressori e il risultato è che la Russia è tanto temuta quanto odiata. L’Impero Romano non sapeva come tenere lontani i barbari che premevano per entrare e divenire anche loro “romani”, Mosca non ha mai creato in nessuno dei suoi vicini il desiderio di divenire russo.

I regimi sono cambiati, ma al Cremlino la politica espansionistica non è mai cambiata, dagli zar a Stalin, da Kruscev allo stesso Putin. Quest’ultimo, pur democraticamente eletto, non appare meno preoccupante e temibile dei predecessori. Quando strappa la Crimea all’Ucraina spinge gli altri Stati a chiedersi se, dopo, non sarà il loro turno, e non dubbio si riarmano.

L’orso spaventato amerebbe forse essere amato, ma è fin troppo trasparente la sua convinzione che potrà sopravvivere soprattutto divorando i suoi vicini. Vive nell’angoscia e fa vivere nell’angoscia. In quella zona del mondo si rappresenta l’eterna tragedia dell’orso che rischia di morire di fame e della foca che rischia di essere uccisa.

L’Europa centro-orientale ha la sfortuna di essere una grande pianura, dove le frontiere – da tempo immemorabile – sono state disegnate più dalle armi che dalla natura. La Polonia nei secoli recenti ha spesso dovuto subire le aggressioni e le annessioni dei suoi prepotenti vicini. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Russia l’ha addirittura sollevata di peso e spostata verso ovest. Con quali sentimenti di gratitudine degli interessati è facile immaginare.

Oltre vent’anni dopo essere riuscite a liberarsi dal giogo di Mosca, le infelici nazioni che vanno dal golfo di Botnia al Mar Nero si chiedono per quanto tempo ancora riusciranno a rimanere indipendenti. > >

GIANNI PARDO


 
CONFINI AFRICANI

<< Fin dall'inizio delle lotte per l'indipendenza e lungo tutto il corso della storia post-coloniale, la gran parte degli Stati africani ha dovuto fare i conti con l'eterna questione dei propri confini, eredità tangibile, e sinora pressoché ineludibile, della dominazione coloniale. Un’eredità che affronta costantemente il complesso problema dell'incontro-scontro tra gli elementi culturali, sociali, politici e antropologici dei paesi occidentali colonizzatori e la miriade di entità esistenti in Africa prima del contatto con gli europei.

Dal punto di vista politico, ciò ha significato essenzialmente la trasposizione, e quindi l'imposizione nel continente, di categorie politiche, istituzioni e di una concezione stessa della sovranità sino ad allora sconosciute in Africa. Sul piano territoriale si è tradotto nell'applicazione di criteri cartografici, di mappe e di confini modellati sull'impostazione culturale e sugli interessi dei colonizzatori.

L'accettazione pressoché unanime dei confini coloniali quale punto fermo per la costruzione delle nuove nazioni africane indipendenti è un dato storico incontrovertibile. Una sorta di tabù per gli stessi leader africani.

In effetti il poco più di mezzo secolo di storia dell'Africa indipendente mostra come, a dispetto di numerose dispute bilaterali sui confini e nonostante gli innumerevoli conflitti inter-etnici (sia dentro sia fuori dalle frontiere degli Stati sovrani), siano stati pochissimi i casi di cambiamento dei confini internazionali e ancora meno i casi di nuovi Stati costituiti (…).

Tutte quelle nuove frontiere furono delineate in larga misura in maniera arbitraria. Rispondevano esclusivamente a logiche di spartizione tra potenze coloniali (oltre che mostrare la profonda ignoranza dei colonizzatori sul piano etno-antropologico) e sono state in qualche modo l'unico elemento su cui tentare di costituire in tempi brevi una qualche forma di sovranità territoriale.

Del resto lo sgretolamento o l'implosione delle antiche e spesso piccole entità sovrane esistenti al momento dell'arrivo dei colonizzatori non ha lasciato molta scelta alle classi dirigenti dei neonati Stati africani. Al loro interno questi paesi non corrispondevano a nazioni in senso proprio. Erano più aggregati di popolazioni che spesso condividevano null'altro che il passato coloniale. Un processo di costruzione dello Stato all'inverso dunque: sulle ceneri di entità sovrane ereditate dai vecchi imperi coloniali si tentava di costruire una nazione. (…)

La storia dell'ultimo mezzo secolo ha dimostrato come l'incidenza di conflitti legati a questioni inter-etniche sia maggiore laddove maggiore è stata la divisione di gruppi omogenei in diversi Stati-nazione. Più conflittualità, quindi, dove le linee tratteggiate dai colonizzatori hanno separato e diviso le storie di uno stesso gruppo etnico in due o più entità nazionali, o dove, per converso, la stessa palingenesi cartografica ha costretto più gruppi a coesistere in un'unica entità nazionale. >>

SILVIO FAVARI



CONFINI MEDIO-ORIENTALI

<< La presenza di un’entità politica forte come l’Impero ottomano aveva impedito, per tutto l’Ottocento, una completa colonizzazione occidentale nel Vicino e Medio Oriente. La scomparsa dell’impero, potenza uscita sconfitta nel primo conflitto mondiale, assicurò ai Grandi dell’Europa l’espansione della loro influenza in queste regioni asiatiche.

L’irruzione dell’Occidente nel Medio Oriente ha comportato l’invenzione degli Stati. L’Iraq e Israele non sono Stati storici e non hanno frontiere naturali. Ambedue sono nazioni “artificiali”, come “inventati” sono anche la Siria, il Libano, la Giordania, l’Arabia Saudita, il Kuwait: tutti frutto di una spartizione di Francia e Gran Bretagna.

Forti del mandato loro attribuito dalla Società delle Nazioni, quali Stati vincitori della Prima guerra mondiale, Francia e soprattutto Gran Bretagna si arrogarono il diritto di tracciare delle linee su una carta geografica muta, toccando inevitabilmente sensibilità che riguardano la religione e l’identità. (…).

Dall’autorità coloniale dipendeva la definizione dei confini degli Stati, la designazione dei leader e delle elités poste ai vertici del potere statale, la modellazione dei regimi politici, con la preferenza normalmente accordata alle monarchie ereditarie, l’allocazione delle risorse naturali.

Sin dal loro primo ingresso nel Medio Oriente, tuttavia, gli europei portarono il progresso: alla prima fase, puramente militare, seguì quella della rapida modernizzazione delle vie di comunicazione (costruzione di strade, ferrovie, porti), del progresso tecnologico (elettricità, telegrafo, radio, motore a scoppio) e di quello economico. La più importante iniziativa occidentale fu la scoperta e lo sfruttamento del petrolio, che ha posto redditi enormi a disposizione anche ai governi mediorientali. (…)

Le sorti della regione furono già decise dalle potenze europee già prima della fine del conflitto mondiale, attraverso una serie di intese diplomatiche. La presenza del petrolio, pur ritenuto un fattore importante, non fu comunque un interesse dominante, come lo sarebbe diventato in seguito, cioè da quando l’Arabia Saudita iniziò per prima a sfruttarlo. Infatti, accanto alla presenza di ricchi giacimenti di oro nero, c’era l’interesse di controllare le vie di comunicazione e di commercio, la più importante delle quali era il canale di Suez.

La logica europea era chiara: nel breve periodo spartirsi il Medio Oriente in funzione dei propri interessi; (…) nel lungo periodo bisognava fare in modo che i futuri governi del Medio Oriente continuassero ad aver bisogno degli europei.

Per questo occorreva adottare la strategia del ‘divide et impera’ che sfruttava le divisione settarie, etniche e tribali, sostenendo con la dovuta forza le minoranze (come i curdi) per frenare le rivendicazioni arabe e creare barriere artificiali: ad esempio la Transgiordania, che secondo gli Inglesi doveva servire per impedire al futuro Stato ebraico di espandersi verso Est, oppure la separazione francese del Libano dalla Siria, per indebolire quest'ultima, oppure ancora separare il territorio del Kuwait dall’Iraq per limitare il più possibile lo sbocco al mare di quest’ultimo. >>

RENZO PATERNOSTER

mercoledì 20 aprile 2016

Varie ed eventuali – XXII

ATEO PER DISPETTO
Molti romanzi o film di argomento religioso presentano dei personaggi atei (in genere negativi) che sono diventati tali per qualche disgrazia del passato.
Questo assioma, molto diffuso tra i credenti, rappresenta uno dei più patetici tentativi di spiegare (principalmente a se stessi) l'inspiegabile, ovvero che qualcuno possa giungere RAZIONALMENTE a negare l'esistenza di dio.
Si tratta oltretutto di un ragionamento che dimostra la meschinità di chi lo fa.
Molti atei che hanno avuto dei traumi seri nella vita si sentono chiedere se hanno smesso di credere in dio PER COLPA di quel trauma; e loro rispondono, giustamente, che un problema così importante - come l’esistenza o inesistenza di dio - non può essere deciso sulla base di un singolo caso personale.
Ma è molto difficile che vengano creduti.
LUMEN


MEMENTO MORI
Tutti conoscono il significato simbolico della frase latina “memento mori”.
E’ una delle principali caratteristiche che distinguono noi umani dagli altri animali: i quali, al massimo, possono conoscere la morte come evento, come accidente casuale, ma mai come triste destino ineludibile.
Per questo, una volta, i saggi e gli asceti tenevano sullo scrittoio un teschio, come memento della condizione umana.
Ora, noi moderni questo non lo facciamo più (avrebbe, in effetti, qualcosa di macabro), ma possiamo sempre compensare guardando i nostri piccoli amici domestici (cani, gatti & co.) gironzolare tranquilli per casa.
Non tanto, come ha scritto acutamente Gianni Pardo in un suo post, << per ricordarci che dobbiamo morire – quello lo sappiamo benissimo – ma per chiederci che ci abbiamo guadagnato a saperlo. >>
LUMEN


ELEZIONI AMERICANE
Ritengo che la grande attenzione mediatica che viene riservata alle elezioni presidenziali USA (primarie e poi duello finale) sia abbastanza esagerata.
I milioni di dollari che vengono bruciati in queste occasioni sono tantissimi, e sono una delle spese più inutili dei tempi moderni.
E questo per alcuni semplici motivi:
1- il presidente USA (così come tutti i suoi colleghi che guidano una democrazia) ha molto meno potere di quello che si pensa
2- viene eletto con i soldi indispensabili dei big dell'industria e della finanza
3- una volta eletto deve pertanto restituire la cortesia, appoggiando i loro interessi in America e nel mondo
4- per questo, anche se il nome del presidente è in effetti scelto dal popolo americano, i candidati che possono arrivarci veramente sono tutti appartenenti ad un nucleo limitato di persone, che restano all'interno del sistema.
Quindi gli outsiders ‘fuori sistema’ possono essere utili ai media per ricamarci sopra, o dare ai veri candidati degli oppositori parafulmine contro cui battersi, ma non esiste mai la possibilità che possano davvero diventare presidenti.
LUMEN


PAURA DELL’INFERNO
Che le religioni diano un senso alla vita è pacifico.
Quello che resta da vedere è se si tratta di un senso positivo o negativo.
Perché un conto è vivere nell'attesa del paradiso ed un conto è vivere nel terrore dell'inferno.
Per lunghi secoli (soprattutto nel medioevo) i cristiani hanno vissuto in questa seconda situazione, e non credo che si sentissero poi così sollevati.
LUMEN


CAMBIARE IDEA
<< Una delle cose belle dell'essere uno scienziato è che puoi cambiare idea.
Oh sì, puoi. In realtà devi ! Hai nuovi dati ? Allora cambi la tua interpretazione, è semplicissimo.
Naturalmente, gli scienziati non sono sempre felici di ammettere di aver sbagliato, sono esseri umani, dopotutto. Ma, nel complesso, la scienza va avanti perché gli scienziati cambiano idea; come potrebbe essere altrimenti ?
Così, posso solo compatire i poveri politici che, quando si trovano di fronte a nuovi dati, non hanno altra opzione se non quella di ignorarli o ridicolizzare coloro che li hanno prodotti (o in qualche caso, metterli in galera o farli fucilare).
UGO BARDI


GLOBALIZZAZIONE
<< Viviamo in un pianeta globalizzato e con una grandissima interdipendenza, ma gli strumenti che abbiamo a disposizione per gestire questa nuova condizione sono quelli (…) dello Stato nazionale: quando cioè una decisione presa in una capitale aveva realizzazione nel territorio di quel Paese e non valeva 5 centimetri più in là.
Adesso invece l’interdipendenza è mondiale e gli Stati nazionali sono incapaci di gestirla.
Così oggi i governi sono sotto una doppia pressione: da un lato devono rispondere agli elettori, i quali pretendono che i politici realizzino ciò per cui li hanno votati; dall’altra parte, la realtà globale interdipendente, i mercati, le borse, la finanza e altri poteri mai eletti da nessuno, impediscono che questi impegni vengano mantenuti. >>
ZYGMUNT BAUMANN

mercoledì 13 aprile 2016

Habemus Papam

LUMEN – Abbiamo oggi con noi il grande apostolo Simone detto Pietro, meglio conosciuto come San Pietro, e considerato, ovviamente a torto, il primo Papa della Chiesa di Roma.
SAN PIETRO - Come sarebbe “a torto” ? Non sapete che fu il maestro in persona a dirmi “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” ?
 
LUMEN – Sì, la frase la conosco, perché è molto famosa: peccato che sia apocrifa.
SAN PIETRO - Come vi permettete ?
 
LUMEN – Per carità, non vi arrabbiate. Dicevo solo per chiarire.
SAN PIETRO – E allora non ditelo. Non si gioca con queste cose: scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. E se non vi sta bene, me ne vado immediatamente.
 
LUMEN – Non fate così. Mi avevano parlato del vostro carattere impetuoso, ma non immaginavo tanto. Comunque siete mio ospite ed è giusto che io vi tratti con cortesia.
SAN PIETRO – Così va meglio.
 
LUMEN – Anzi, facciamo così. Lasciamo da parte i tanti episodi tristi e bui che hanno costellato la storia del papato e proviamo a parlarne con spirito leggero.
SAN PIETRO – Tristi e bui lo dite voi.
 
LUMEN – Tristi e bui lo dice la storia, ma transeat. Volete raccontarci qualche aneddoto simpatico e curioso - ma non agiografico, per carità - su qualcuno dei Papi più famosi ?
SAN PIETRO – Va bene. Vi voglio accontentare.
 
LUMEN – Allora cominciamo da uno dei papi più recenti e più noti: Papa Giovanni Paolo II.
SAN PIETRO – Ah, davvero un grande Papa. Allora, si racconta che durante un conclave, Carol Wojtyla (che ai tempi ancora non era Papa) fu avvicinato da un anziano Cardinale, che fece per riprenderlo: “Eminenza, ho sentito dire che lei scia, va in montagna, gira in bicicletta, nuota. Non credo che ciò si confaccia ad un Principe della Chiesa”. Ed egli rispose: “Ma lo sa che in Polonia ben il 50% dei Cardinali si dedica alle stesse attività !”
 
LUMEN – Non l’ho capita.
SAN PIETRO - Il fatto è che, a quel tempo, la Polonia aveva soltanto due Cardinali, ed uno di essi, naturalmente, era Wojtyla.
 
LUMEN – Allora sì, è veramente carina! E che mi raccontate invece di Papa Giovanni XXIII, il famoso Papa Buono ?
SAN PIETRO – Ho qualcosa anche su di lui.
 
LUMEN – Sentiamo.
SAN PIETRO – Si racconta che durante un discorso tenuto dopo l’elezione, papa Roncalli abbia confessato, con un certo candore: “Mi accade spesso di svegliarmi di notte e cominciare a pensare ad una serie di gravi problemi. Mi decido dunque di parlarne l’indomani con il Papa. Poi però mi sveglio completamente e mi ricordo che il Papa sono io!”
 
LUMEN – Non male anche questa. Mi fa venire in mente quel famoso film di Moretti ‘Habemus Papam’, con il papa neo-eletto, interpretato da Michel Piccolì, che resta traumatizzato dai propri timori di inadeguatezza.
SAN PIETRO – Non lo conosco.
 
LUMEN – Meglio così, non credo che vi sarebbe piaciuto. Dopo il Papa buono venne un Papa più austero, ovvero Paolo VI.
SAN PIETRO – Ah, su di lui ho un aneddoto molto breve ma piuttosto divertente.
 
LUMEN – Quale ?
SAN PIETRO – Papa Montini fece un giorno una telefonata al Convento del Santo Spirito. Gli rispose una suora, dicendo: “Sì, pronto! Sono la Madre dello Spirito Santo”. Il Santo Padre allora rispose prontamente: “Mi spiace, ma dovrà accontentarsi dell’umile Vicario di Cristo in terra!”
 
LUMEN – Beh, in effetti nella genealogia sacra ci sono parecchie parentele complicate, per non dire contraddittorie.
SAN PIETRO – Ancora con questa storia ? Sono verità di fede, si devono prendere così, senza discutere.
 
LUMEN – E’ proprio questo il punto. Ma andiamo un poco indietro nel tempo. Avete qualcosa su Pio XII ?
SAN PIETRO – Certo. Un tale Monsignore di nome Spirito Maria Chiappetta viveva sopra la dimora di un altro cardinale, Monsignor Tardini. Il Chiappetta aveva la brutta abitudine di spostare i mobili durante la notte, il che fece inalberare il Tardini, che ordinò ad una suora di andare a riferire al Monsignore che se non avesse smesso immediatamente lo avrebbe preso a calci nel cognome. Il giorno dopo le voci sulla vicenda circolavano per tutto il Vaticano.
 
LUMEN – Me lo immagino.
SAN PIETRO – Papa Pacelli convocò allora il Tardini per domandargli perché avesse minacciato il Chiappetta di prenderlo a calci nel cognome. Al che, il Cardinale rispose: “Non potevo di certo dire che lo avrei preso a calci nel nome! Si chiama Spirito Maria…”
 
LUMEN – Non male anche questa.
SAN PIETRO – E per finire, avrei ancora due storielle su un papa di fine ottocento, Leone XIII.
 
LUMEN – Il quale, se ben ricordo, fu il primo pontefice che, dopo tanti secoli, dovette rinunciare al potere temporale, perché impedito dalla recente occupazione italiana.
SAN PIETRO – Ricordate bene, poveretto.
 
LUMEN – Mah, poveretto si fa per dire. Comunque, sentiamo anche queste.
SAN PIETRO – La prima è legata al suo nome. Papa Pecci aveva riempito gli Horti Vaticani dei molti animali che gli venivano portati in dono. Un giorno, durante una visita agli Horti, rischiò quasi di essere travolto da una gazzella e questo gettò nel terrore i presenti. Il Papa ne uscì indenne e tranquillizzò subito coloro che avevano assistito alla scena, dicendo: “Non sia mai che un Leone abbia paura di una gazzella!”
 
LUMEN – Discreta. E l’altra ?
SAN PIETRO - All’età di 92 anni, Leone XIII concesse udienza ad un signore spagnolo, il quale con somma gratitudine ringraziò il Papa dicendo: “Vi ringrazio Santità per questa grande occasione che mi avete dato. Pensi che pochi giorni prima di morire anche Pio IX mi concesse udienza!”. E il Papa: “Se avessi saputo prima che siete così pericoloso per i Papi, avrei rimandato di qualche anno quest’incontro…”
 
LUMEN – Dal che si deduce che anche i Papi, che pure dovrebbero avere una linea privilegiata con il padreterno, hanno paura della morte. Non sarà che non sono così sicuri di andare in Paradiso ?
SAN PIETRO – E voi cosa ne sapete ? Il guardiano del Paradiso sono io, non voi.
 
LUMEN – Ah già, è vero. Allora non vi trattengo oltre, visto che avrete un bel po’ di lavoro che vi aspetta. Grazie comunque per la chiacchierata.
SAN PIETRO – Non c’è di che. Comunque voi, su dalle mie parti, non ci verrete di sicuro.
 
LUMEN – Ah, questo lo credo anche io.

mercoledì 6 aprile 2016

Un caso di coscienza

La “coscienza” può essere definita come la consapevolezza dell’ambiente circostante, soprattutto sociale, e la capacità di interagire con esso.
Molte tradizioni culturali e religiose situano la coscienza in un’anima separata dal corpo, cosa biologicamente ridicola, in quanto tutte le attività intellettive, e quindi anche la coscienza, debbono avere una base fisica, riconducibile alla struttura neurale del cervello.
All’evoluzione della coscienza sociale, ed in particolar modo dell’empatia – intesa come capacità di comprendere lo stato d’animo altrui – sono dedicati questi due brevi passi di Jeremy Rifkin.
Secondo l’autore, la coscienza umana non sarebbe sempre stata la stessa, ma si sarebbe evoluta nel corso dei millenni, secondo 4 grandi fasi, strettamente collegate con lo sviluppo delle diverse forme di energia. Una lettura interessante.
LUMEN


<< L'uomo primitivo non era in grado di distinguere fra materiale e immateriale, reale e immaginario, animato e inanimato. Nella sua esperienza, il passato aveva una dimensione limitata, e il futuro quasi nulla: egli viveva il momento presente ed era prigioniero delle sensazioni che lo tempestavano ed esigevano da lui una reazione immediata.

Ogni forza che agiva su di lui - vento, pioggia, caduta di rocce, calore del sole, luce della luna, altre creature - era una manifestazione di spiriti e demoni, considerati di volta in volta amici o nemici: se gli cadeva addosso un sasso da un precipizio, credeva che uno stregone nemico l'avesse fatto cadere per ferirlo, o che fosse qualcuno del popolo delle pietre che lo attaccava. (…)

I sumeri, e le successive civiltà idrauliche, svilupparono una ricca vita urbana. Le strade statali facilitarono i movimenti migratori e la vita nelle città. I centri urbani divennero crogioli in cui si fusero molte culture e la densità della popolazione fu un invito allo scambio culturale e ai primordi di un atteggiamento cosmopolita. I nuovi contatti crearono spesso conflitti, ma aprirono anche la porta alla famigliarità con individui che, fino a quel momento, erano stati considerati estranei e diversi.

L'impulso empatico, per tutta la storia precedente limitato a piccoli gruppi di parenti stretti e a clan che vivevano prevalentemente nell'isolamento, trovò improvvisamente nuove opportunità e sfide: trovare il simile nel diverso rafforzò e approfondì l'espressione empatica, universalizzandola per la prima volta al di là del vincolo di sangue.(…)

Il solo fatto di essere esposti a persone che non erano parte del gruppo di consanguinei ebbe [anche] l'effetto di sviluppare, per quanto ancora debolmente, il senso di individualità. Si dice che la vita urbana crei isolamento e solitudine, ma crea anche un sé unico, capace di identificarsi con altri sé unici attraverso l'estensione empatica.

Parzialmente separato dalla collettività, il singolo comincia a riconoscersi negli altri, intesi come esseri individuali, e, nel farlo, sviluppa il proprio senso di sé. (…) I nostri antenati cominciarono allora a percorrere la strada che li avrebbe portati a diventare esseri umani pienamente coscienti di sé. >>


<< Nessuno può negare che la coscienza umana sia cambiata nel corso della storia. Ma se osserviamo le vicende dell'uomo più da vicino, notiamo che i grandi cambiamenti della coscienza si accompagnano a grandi cambiamenti nel modo in cui l'uomo organizza i suoi rapporti con il mondo naturale e imbriglia le energie del pianeta.

Le popolazioni dedite alla caccia e alla raccolta pensavano in modo diverso da quelle che vivevano nelle società agricolo-idrauliche. Questo perché i cambiamenti qualitativi dei regimi energetici sono accompagnati da cambiamenti nel modo in cui le persone comunicano tra loro per gestire i flussi di energia. Questi mutamenti della comunicazione influiscono sulla maniera in cui il cervello umano comprende e organizza la realtà.

Tutte le società di cacciatori-raccoglitori sono culture orali. Non conosciamo un solo caso in cui questo tipo di società abbia sviluppato la scrittura. Analogamente, quasi tutte le grandi società agricolo-idrauliche hanno creato forme di scrittura e di calcolo per organizzare la produzione, la conservazione e la distribuzione dei cereali.

Nell'Ottocento, la Prima rivoluzione industriale - [fondata su] carbone, vapore, ferrovia - sarebbe stata impossibile da organizzare e gestire senza la comunicazione a mezzo stampa.

Agli inizi del Novecento, la prima generazione di mezzi di comunicazione elettronici, soprattutto il telefono, e successivamente la radio e la televisione con diffusione di massa, sono diventati il fondamentale meccanismo di comando e controllo per la gestione e la commercializzazione della Seconda rivoluzione industriale, fondata sul petrolio e organizzata intorno al motore a combustione interna ed a beni e tecnologie derivati dai combustibili fossili.

I sistemi di comunicazione, a loro volta, modificano la coscienza umana:
- le culture orali sono impregnate di coscienza mitologica;
- le culture scritte determinano lo sviluppo di una coscienza teologica;
- la cultura della stampa apre la strada alla coscienza ideologica;
- la cultura dei primi strumenti elettronici ha sviluppato la coscienza psicologica [empatia].

In realtà, è ovvio, non tutto è così rigidamente schematico.

Questi diversi stadi dell'evoluzione della coscienza non sono magicamente apparsi proprio nel momento in cui c'era bisogno di organizzare un nuovo regime energetico-comunicazionale. Le vecchie forme di coscienza, in genere, sopravvivono alle prime fasi di una rivoluzione energetico-comunicazionale. Ma nessuna di queste nuove configurazioni ha mai raggiunto l'apice del proprio sviluppo senza essere accompagnata da una nuova forma di coscienza.

Ogni nuovo stadio della coscienza è un riposizionamento mentale della percezione umana e si verifica quando una rivoluzione energetico-comunicazionale fa nascere una nuova organizzazione sociale. Nel processo di estensione del nostro sistema nervoso centrale collettivo a nuovi domini e ambiti, sperimentiamo quello che gli psicologi chiamano «cambiamento di Gestalt». Il nostro orientamento spaziale e temporale si ricalibra (per usare un termine riduttivo derivato dalla meccanica) e giungiamo a vedere le cose in modo diverso.

Altrettanto importante è il fatto che attraversiamo un processo di reinterpretazione del nostro nuovo ambiente e contesto sociale, nel tentativo di trovare il nostro posto e il nostro scopo nello schema delle cose. Questo processo di reinterpretazione è condizionato dalla realtà delle nuove relazioni che abbiamo instaurato con il mondo che ci circonda. In altre parole, giungiamo a vedere e interpretare la natura, il mondo e il cosmo in funzione del modo in cui interagiamo con esso.

Anche le metafore che utilizziamo per descrivere la consapevolezza che abbiamo di noi stessi e della realtà sono prese a prestito dai nostri modi di organizzazione: le civiltà idrauliche descrivono il mondo in termini idraulici; la Prima rivoluzione industriale ha concepito la coscienza ideologica attraverso metafore meccaniche; la Seconda ha reinterpretato il cosmo in termini elettrici.

Ogni stadio della coscienza ridefinisce il limite estremo della realtà: cattura e riflette la portata e l'estensione temporale e spaziale del sistema nervoso centrale collettivo di ciascuna civiltà.

L'ordine sociale spazio-temporale rappresentato dalla coscienza mitologica è marcatamente diverso da quello della coscienza teologica o ideologica o psicologica: ciascuna di queste riflette strutture sociali progressivamente più complesse e una dimensione spazio-temporale più estesa; e ciascuna offre la possibilità di estendere il dominio dell'empatia, aumentando allo stesso tempo l'entropia generale della biosfera.

Ogni stadio della coscienza determina anche il confine fra «noi» e gli «altri»: al di là c'è la terra di nessuno, dove vivono gli estranei:
- per l'uomo mitologico, l'estraneo è il non umano, il demone o il mostro;
- per l'uomo teologico è il pagano o l'infedele;
- per l'uomo ideologico è il selvaggio;
- per l'uomo psicologico è il patologico.

A ogni stadio storico della coscienza, le rivoluzioni energetico-comunicazionali hanno ampliato il dominio del sistema nervoso centrale collettivo, includendo sempre più «altri» nel regno del famigliare.

Oggi la televisione satellitare e Internet, la rivoluzione IT e il trasporto aereo connettono quasi due terzi della razza umana in un continuo anello di feedback, ventiquattro ore su ventiquattro: il dominio dell'estraneo si restringe a mano a mano che la globalizzazione accelera e l'impulso empatico comincia ad abbracciare la totalità della vita che costituisce la biosfera del pianeta. >>

JEREMY RIFKIN