sabato 27 giugno 2015

K.I.S.S. (Elogio della semplicità)

Tra le vittime delle mie interviste virtuali non poteva mancare l’ambientalista Luca Pardi, attuale presidente di ASPO Italia, che è stato uno dei padri spirituali del mio blog ed è tuttora un “amico di web”. 
Con lui parleremo – com’è inevitabile - della crisi ecologica ed energetica che ci sta complicando la vita e del potere taumaturgico della “semplicità”. LUMEN


LUMEN – Allora dottor Pardi, a che punto è la notte ?
PARDI - Con la fine della prima metà dell’era del petrolio, e il raggiungimento di ogni limite biofisico del pianeta, siamo giunti all’ultima tappa del processo. Il mondo è pieno e c’è un solo modo di evitare una catastrofe, rallentare e riorganizzare le nostre società in modo diverso.
 
LUMEN – E in Italia, come siamo messi ?
PARDI – Non bene. Recentemente sono stato a Ravenna, per parlare di petrolio e delle nuove spinte alle trivellazioni in Adriatico.
 
LUMEN – Mi pare che, in quella occasione, abbiate fatto un parallelo con la caduta dell’Impero Romano.
PARDI – Esatto. L’Impero Romano d’Occidente è uno dei tanti esperimenti di civilizzazione (e globalizzazione) che hanno trovato un limite invalicabile nella limitatezza delle risorse su cui si erano sviluppati. Quello che non fu fatto, ed era impossibile fare nel V secolo (e forse, a quanto pare, anche oggi) è semplificare.
 
LUMEN - Cioè il contrario di quello che si fa.
PARDI – Appunto. La nascita e lo sviluppo delle civiltà possono essere viste come un progressivo processo di aumento della complessità dei sistemi socio-economici che le costituiscono. La complessificazione è un processo di aumento delle infrastrutture, delle figure professionali, delle istituzioni, delle tecnologie, e delle interazioni e retroazioni fra individui, fra gruppi di individui e fra istituzioni. La complessificazione è il modo specifico con cui le civiltà risolvono i problemi.
 
LUMEN – Cosa che, all’inizio, funziona benissimo.
PARDI - Ogni civilizzazione basa questo processo su un suo specifico flusso di energia e materia dalla natura. Fino a tempi relativamente recenti questo flusso poteva essere assicurato solo su una base energetica limitata: quella dell’energia solare che è abbondante, ma poco densa territorialmente e intermittente. I muscoli animali e umani, energizzati dal cibo interamente proveniente dalla fotosintesi e dunque dall’energia solare, facevano il lavoro aiutati dalle tecnologie del tempo che altro non sono che sistemi di concentrazione dell’energia muscolare.
 
LUMEN – Quindi con dei limiti notevoli ed oggettivi.
PARDI - La civiltà industriale globale nella quale viviamo, che si è sviluppata a partire dal debutto della modernità nel XV secolo ha trovato una straordinaria accelerazione dal momento in cui a partire dalla metà del XVIII secolo l’invenzione “prometeica” della macchina a vapore ha messo a disposizione dell’uomo i combustibili fossili: carbone, petrolio e gas. L’accelerazione è aumentata con l’ingresso del motore a scoppio e del petrolio.
 
LUMEN – La possiamo chiamare l’età del petrolio.
PARDI - In effetti, la base energetica del globalismo economico contemporaneo sono proprio gli idrocarburi. Oggi siamo prossimi alla fine della prima metà dell’età del petrolio. La metà della quantità di gas e petrolio di cui il pianeta era inizialmente dotato è stata approssimativamente consumata. Siamo quindi prossimi all’inizio del declino della risorsa base di questa civilizzazione.
 
LUMEN – Il famoso “picco”.
PARDI - Nel 2005 abbiamo superato il picco del petrolio convenzionale, il petrolio che viene dal lascito storico dell’industria petrolifera, il petrolio facile. Quello che viene dai grandi giacimenti (perché come in una battaglia navale i giacimenti più grandi tendono ad essere scoperti e sfruttati per primi), quello con un ritorno energetico sull’energia investita maggiore. Il petrolio a buon mercato, quello con il costo di estrazione minore.
 
LUMEN – E l’altro ?
PARDI - Quello che viene ancora scoperto e presentato come un nuovo “eldorado” è in realtà un petrolio più costoso da estrarre. Il sistema comincia a sentire il depauperamento della sua risorsa base. Per questo nasce una disposizione politica che appare maniacale, dettata dalla disperazione. Cercano di estrarre idrocarburi dovunque sia possibile e produrre combustibili liquidi in qualsiasi modo, anche quando non conviene. La mania trivellatrice e i toni ultimativi e minacciosi nei confronti di chi si oppone, sono un sintomo di disperazione.
 
LUMEN – Un sintomo però, che ben pochi sembrano prendere sul serio.
PARDI - Oggi potremmo permetterci di fare – grazie alle conoscenze storiche, antropologiche, sociali e scientifiche acquisite proprio nei secoli della rivoluzione industriale - quello che gli uomini del V secolo non potevano fare. Ovvero, decidere di agire in senso opposto a quello percorso. Sappiamo che non è possibile protrarre la complessificazione indefinitamente, come non è possibile una crescita materiale infinita. Non è possibile e non è neppure saggio.
 
LUMEN – Ma, per il momento, non lo facciamo.
PARDI - La complessificazione va, come la tecnologia, incontro ad un fenomeno noto come effetto dei rendimenti decrescenti. Ciò significa che oltre un certo limite una ulteriore dose di complessità non rende più benefici come faceva prima. Ve ne siete accorti? Molte delle soluzioni tecnologiche, istituzionali, politiche o economiche tendono a renderci la vita sempre più impossibile e finiamo, in maggioranza, per rimpiangere non l’età della pietra, ma tempi recenti, che erano però più semplici.
 
LUMEN – Com’è vero.
PARDI – Per cui rimpiangiamo magari il vecchio cellulare anni ’90, che funzionava perfettamente anche se non ti faceva perdere ore a guardare dove sono in vacanza amici e conoscenti; o la vecchia macchina che si faceva ripartire usando mezzi di fortuna, mentre ora ci vuole il soccorso stradale; o il computer da connettere alla centralina, ecc. ecc. Benefici o rendimenti decrescenti.
 
LUMEN – E questo oggi lo possiamo capire.
PARDI - Ma sembra che non lo capiscano le classi dirigenti, politiche, accademiche, imprenditoriali, sindacali e religiose. Come invasati, impugnando la retorica dell’ottimismo tecno-scientifico, cercano di convincerci del contrario lanciandosi nell’unica cosa che sanno fare, costruire un futuro fatto di maggiore complessità, numeri più alti, crescita, consumo, produttività, efficienza, infrastrutture, competitività. Non sono cattivi, o comunque non tutti lo sono: come Jessica Rabbit, sono stati disegnati così.
 
LUMEN – Buona, questa.
PARDI - Il modo di risolvere problemi è stato fino ad oggi, da tempo immemorabile, aumentare la complessità. Con la fine della prima metà dell’era del petrolio, e il raggiungimento di ogni limite biofisico del pianeta siamo giunti all’ultima tappa del processo. Il mondo è pieno e c’è un solo modo di evitare una catastrofe, rallentare e riorganizzare le nostre società in modo diverso.
 
LUMEN - Altrimenti ci penseranno le leggi naturali.
PARDI – Appunto. Oggi per affrontare la seconda metà dell’età del petrolio e dei combustibili fossili dovremmo scegliere la direzione opposta e farlo al più presto possibile, mettendo in conto qualche sofferenza ora, per evitare un collasso spontaneo del sistema più tardi.
 
LUMEN – Quindi, per dirla all’americana, usare il metodo KISS (keep it simply, stupid).
PARDI – Un bell’acronimo. Oggi abbiamo bisogno di semplificare, ridurre, lavorare meno (ma tutti), recuperare tempo per la socialità e la produzione sostenibile di cibo e beni indispensabili, collaborare invece di competere, lavorare alla riparazione degli ecosistemi piuttosto che ad aumentare la produttività di un sistema distruttivo dell’ambiente, scegliere le tecnologie appropriate invece di idolatrare la tecnologia in quanto tale.
 
LUMEN – Grazie dottor Pardi.
PARDI – Di nulla. E un KISS a tutti.

sabato 20 giugno 2015

Amerikani

Torniamo ad ospitare il prof. Alberto Bagnai, anche questa volta nella veste più di storico che di economista.
L’argomento del post – decisamente intrigante – riguarda l’evoluzione dei rapporti storici, ma anche politici, economici, finanziari e culturali, tra l’Europa e gli USA, i quali, da semplice colonia dell’Europa, ne sono diventati, per molti versi, i padroni.
Le opinioni di Bagnai sono, com’è nelle corde del personaggio, un po’ sopra le righe ed a volte discutibili. Ma anche, come sempre, interessanti e stimolanti. 
LUMEN

 
<< Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'Europa continentale era una tabula rasa: lo stato che ne era uscito meglio era la Francia, che aveva avuto Vichy, per dire. L'Europa semplicemente non c'era più, lacerata da guerre civili combattute prima, durante e in parte anche dopo il conflitto mondiale. Secondo voi, in quel contesto, chi poteva dettare leggi e indicare linee di sviluppo? Una accozzaglia di popoli frantumati, o il vincitore [gli USA]? Il vincitore, risposta esatta!
 
Vincitore che aveva il problema di gestire la propria vittoria, il che comportava un paio di esigenze complementari: ricostruire un mercato mondiale per quei beni che solo lui aveva ormai la capacità di produrre, e garantirsi un baluardo contro un sistema, quello sovietico, che, nel bene e nel male, si poneva come antagonista al suo modello di capitalismo.
 
L'Europa, da ricostruire col piano Marshall, e da mantenere coesa col Movimento federalista europeo, risolveva entrambi questi problemi. E infatti gli Stati Uniti finanziarono l'uno e l'altro. Sapete, probabilmente, del piano Marshall (…), ma magari non sapete che il movimento federalista europeo era finanziato da una speciale "agenzia" del governo statunitense, prima di essere finanziato dalla Commissione. (…)
 
Personalmente non ci vedo nulla di strano, e se fossi stato o Churchill, o Kalergi, e avessi quindi avuto il problema di tenere aristocraticamente a freno il popolino europeo (esigenza poi fatta propria, come sapete, dagli Attali e dai Padoa Schioppa), avrei fatto come loro: avrei chiesto i soldi delle fondazioni Ford e Rockefeller per metter su una baracca che convincesse il sullodato popolino di essere sulla strada dell'emancipazione dalle multinazionali americane!
 
E se fossi stato un decisore politico statunitense, avrei fatto come fecero loro: avrei messo mano al portafogli per tenere in ordine il giardino di casa. D'altra parte, considerando come son finiti quelli che stavano "di là", nel blocco sovietico, qualcuno potrebbe anche dire che alla fine, almeno per un po', ci è convenuto stare "di qua".
Ma va capito bene cosa significa stare "di qua": significa essere americani, non essere europei (e questo anche per l'ovvio motivo che gli Stati Uniti esistono come nazione, l'Europa no...).
 
Per capirlo meglio, considerate l'altro caposaldo del populismo europeista, quello secondo cui "L'Europa ci avrebbe dato la pace". Un'affermazione che si sbriciola di fronte all'evidenza del fatto che la pace sono state la basi NATO a darcela: l'Europa è, dalla Seconda guerra mondiale in poi, una allegra brigata di paesi sconfitti e militarmente occupati. Meglio questo della guerra, siamo d'accordo. Ma è questo, non è un'altra cosa.
 
Per un economista capire come stanno le cose dovrebbe essere ancora più facile. La costituzione economica europea, tutta articolata sul concetto di stabilità dei prezzi, viene fatta risalire al sacro orrore dei tedeschi per l'inflazione di Weimar che avrebbe portato al nazismo. Ma questo, si sa, è un falso storico (peraltro, costruito a tavolino dalla Bundesbank): al nazismo ci portò, e ci sta riportando, la deflazione, e ormai questa cosa (…), dovrebbe essere di dominio pubblico.
 
Senza disconoscere le radici europee dell'ordo-liberismo (…), va però chiarito che anche l'apparato ideologico di Maastricht è ‘prima facie’ del tutto statunitense: l'impiego di regole fisse (monetarie e fiscali) è infatti il cavallo di battaglia del monetarismo statunitense anni '70 (Milton Friedman, per capirci), ed è a causa dell'egemonia culturale e geopolitica di quel monetarismo che fu relativamente facile far recepire l'approccio "regole fisse" in un progetto che però voleva qualificarsi come europeo.
 
Peraltro, il dibattito fra regole fisse e regole flessibili all'inizio degli anni '80 oppose economisti statunitensi (come Barro) a economisti europei (come Buiter). Le regole flessibili sono europee: le regole fisse sono yankee. Il Trattato di Maastricht è il momento più infimo di sudditanza culturale dell'Europa alla sua ex colonia (…).
 
Insomma, ce ne sarebbe più che abbastanza per capire, anche senza bisogno di tanti disegnini, che l'euro tutto è tranne che uno strumento che ci permette di "competere", e soprattutto (ed è questo il punto che qui mi interessa sottolineare), che non è uno strumento che ci consenta di renderci "autonomi" dagli Stati Uniti (posto che l'obiettivo ci interessi e debba essere perseguito: valutazione che travalica lo scopo di questo post).
 
Al contrario: l'euro è precisamente il segno della nostra sudditanza culturale e politica agli Stati Uniti: uno strumento costruito con logica statunitense per difendere interessi statunitensi di carattere economico e geopolitico.
 
Sì, perché (…) in un mondo che si sta de-dollarizzando, e dove quindi il potere di signoraggio degli Stati Uniti ("stampo e compro") è progressivamente eroso, gli Stati Uniti intuiscono che non potranno continuare ad essere "l'acquirente mondiale di ultima istanza" (o, il che è lo stesso, a finanziare un deficit estero strutturale stampando dollari), e quindi, esattamente come dopo la Seconda Guerra Mondiale, noi europei gli serviamo come mercato di sbocco.
 
Un bell'aggancio valutario euro-dollaro e il TTIP [trattato economico USA-UE - ndr] trasformerebbero gli Stati europei nei PIIGS dell'Unione transatlantica (il paese in deficit estero), con grande soddisfazione degli Stati Uniti, che di questa unione diventerebbero la Germania (il paese in surplus estero). Saremmo noi a comprare, con un ‘eurollaro’ sopravvalutato, la merce Usa, aiutando la nostra ex-colonia a correggere il proprio deficit estero, esattamente come, grazie all'euro, abbiamo aiutato "il malato d'Europa" (…).
 
Inutile notare che gli Stati Uniti hanno, come la cronaca dimostra, strumenti di controllo sociale molto più efficaci dei nostri, e che qualora volessero, come la Germania, ad aggancio valutario effettuato, effettuare una sleale svalutazione competitiva dei propri salari, saprebbero come gestire il malcontento in casa propria.
 
Tutto questo è evidente. Sono evidenti i motivi geopolitici, la necessità di un'Europa stabile in un momento in cui il mondo brulica di conflitti "locali", e quelli economici, [ovvero] l'utilità di favorire un aggancio economico attraverso quello monetario, da realizzare, magari, alla parità 1 a 1, che (…) implicherebbe una svalutazione del 40% dell'euro rispetto all'ultimo massimo raggiunto !. (…)
 
[Ma vi è anche] chi, avuto il definitivo suggello (…) che l'euro è creatura statunitense come la NATO, ne trae la conclusione che esso sarà eterno. Certo: (…) senza semaforo verde dagli Stati Uniti sarà difficile mettere mano al problema euro in modo disciplinato. Il motivo, peraltro, è abbastanza ovvio: il sistema finanziario occidentale è "usa-centrico" da Bretton Woods in poi, e sarebbe abbastanza strano pensare di apportarvi una modifica di un certo rilievo senza che essi si sentano coinvolti!
 
Ci sono però due ordini di considerazioni da fare.  
Il primo riguarda la non linearità della storia. Jacques Sapir ci ha ricordato più volte che di due cose i cittadini russi erano convinti: che il sistema non funzionasse, e che sarebbe durato per sempre. Non aggiungo altro.  
Il secondo riguarda la valutazione che il mondo della finanza statunitense sta facendo della convenienza dell'euro, sia in termini geopolitici che economici.
 
La questione geopolitica è piuttosto semplice: l'euro condanna l'Europa al disordine sociale. I modi per controllarlo, questo disordine, possono essere i più disparati, ma sono comunque costosi (…) e soprattutto non garantiscono la stabilità del sistema. Si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti non sono capaci di valutazioni strategiche attendibili, come dimostrato dai casini che armano in giro per il mondo.
 
Potrei contro-obiettare che quei casini sono funzionali al mantenimento di una florida industria bellica, per cui, come dire, chi ci assicura che siano erronei e non intenzionali? L'idea che gli Stati Uniti, siccome sono scemi, ci faranno mantenere l'euro rischiando le jacqueries è altrettanto farlocca di quella che la Germania, siccome è furba, allenterà la presa per evitare le jacqueries. La storia non funziona così: (…) esistono gli uomini e il caso, che, messi insieme, aprono a tanti interessanti sbocchi (di sangue).
 
La questione economica è più complessa. (…). A Wall Street, l'idea che il sistema sia disfunzionale, il che lo rende potenziale fonte di grosse perdite per molti (e di grossissimi guadagni per pochi), si sta piano piano diffondendo. Il problema è solo capire quando i pochi che hanno i mezzi per guadagnare molto decideranno di passare all'attacco (come fece Soros nel 1992). >>
 
ALBERTO BAGNAI

sabato 13 giugno 2015

E Pluribus Unum

Seconda intervista virtuale per lo studioso americano Bart Ehrman, esperto di critica neo-testamentaria.
Questa volta, scopriremo con il suo aiuto l’incredibile varietà di opinioni teologiche che erano presenti nel Cristianesimo delle origini, poi confluito in un’unica dottrina solo per una serie di eventi sostanzialmente casuali.
Sembra incredibile, ma il Cristianesimo è diventato quello che conosciamo, non perché la “verità” (?) abbia avuto il sopravvento sulla “menzogna”, ma perchè, nella lotta (serratissima) tra le varie fazioni, le tesi di qualcuno hanno prevalso sulle tesi di qualcun altro. Alla faccia della rivelazione divina.
LUMEN

LUMEN – Professor Ehrman, bentornato.
EHRMAN – Grazie.

LUMEN - Cosa possiamo dire della fase primordiale del nascente Cristianesimo ?
EHRMAN - Sappiamo molte cose sul cristianesimo del II e del III secolo, pressappoco l'epoca fra il completamento della stesura dei libri del Nuovo Testamento e la conversione a questa religione dell'imperatore romano Costantino, che, com’è noto, cambiò tutto. In questi primi due secoli le differenze teologiche fra i primi cristiani erano assai spiccate. Anzi, a dire il vero erano tali che gruppi che si definivano cristiani aderivano a credenze e pratiche che oggi quasi tutti i fedeli considererebbero senz'altro illegittime.

LUMEN – Sembra impossibile.
EHRMAN - Nel II e III secolo c'erano cristiani che credevano in un unico Dio, il creatore di tutto ciò che è. Altri, che pure si definivano cristiani, sostenevano invece l'esistenza di due diversi dei, uno dell'Antico Testamento (il Dio dell'ira) e uno del Nuovo (il Dio di amore e misericordia). Non si trattava di due diversi aspetti dello stesso Dio: erano proprio due divinità distinte. Si noti che i gruppi in questione, compresi i seguaci di Marcione, asserivano che la loro fede era l'autentico insegnamento di Gesù e dei suoi apostoli.

LUMEN – E Marcione, all’epoca, era un personaggio piuttosto famoso.
EHRMAN - Altri gruppi, per esempio i cristiani gnostici, propugnavano l'esistenza non di due dei soltanto, bensì di dodici. Altri parlavano di trenta, altri ancora di trecentosessantacinque. Tutte queste comunità affermavano di essere cristiane, sostenendo la veridicità delle proprie dottrine, attribuite agli insegnamenti di Gesù e dei suoi seguaci.

LUMEN – E come mai questi gruppi non si limitavano a leggere il Nuovo Testamento per verificare se le loro opinioni fossero errate?
EHRMAN – Semplice: perché non esisteva alcun Nuovo Testamento.

LUMEN – In che senso ?
EHRMAN – Nel senso con cui lo intendiamo oggi. Certo, a quell'epoca tutti i libri che fanno parte del Nuovo Testamento erano già stati scritti, ma ne circolavano molti altri, anch'essi attribuiti ad apostoli di Gesù: diversi vangeli, atti, epistole e apocalissi contenenti punti di vista assai lontani da quelli reperibili nei libri che finirono per entrare a far parte del canone neotestamentario.

LUMEN – I famosi “apocrifi”.
EHRMAN - L’attuale Nuovo Testamento emerse proprio da questi conflitti su Dio (o sugli dei) perché un gruppo di credenti riuscì ad acquisire più proseliti di tutti gli altri e decise quali libri dovessero esservi inclusi.

LUMEN – D’altra parte, la storia la scrivono i vincitori.
EHRMAN - Durante il II e il III secolo, invece, non esisteva alcun canone né una teologia condivisa. Esisteva, al contrario, una grande varietà: gruppi diversi che rivendicavano teologie diverse fondate su testi diversi, tutti attribuiti ad apostoli di Gesù.

LUMEN – Qualche esempio ?
EHRMAN - Alcune comunità cristiane sostenevano che Dio avesse creato questo mondo, altri che il vero Dio non lo avesse creato (dopotutto è un luogo nefasto), che esso fosse anzi il risultato di un disastro cosmico. C'erano gruppi secondo i quali le Sacre Scritture ebraiche erano state date dal solo vero Dio, altri che sostenevano che esse appartenevano al Dio inferiore degli ebrei, che non era il vero Dio.

LUMEN - E per quanto riguarda la figura di Gesù ?
EHRMAN - Certi gruppi affermavano che Gesù Cristo era l'unico Figlio di Dio, al tempo stesso del tutto umano e del tutto divino, altri proclamavano che Cristo era del tutto umano e per nulla divino, o del tutto divino e per nulla umano, e altri ancora che in Gesù Cristo sussistevano due persone distinte: un essere divino (Cristo) e un essere umano (Gesù).

LUMEN – Una bella confusione.
EHRMAN - Alcune di queste comunità credevano che la morte di Cristo avesse portato la salvezza al mondo, altre che la sua morte non avesse nulla a che vedere con la salvezza di questo mondo e, infine, altre ancora asserivano che in realtà Cristo non era mai morto.

LUMEN – E tutti erano convinti di possedere l’unica verità.
EHRMAN - Appunto. Quindi, in questi primi secoli della Chiesa, ogni gruppo tentava di convincere gli altri della verità delle proprie affermazioni e ogni punto di vista fu quindi argomento di costante analisi, dialogo e scambio. Alla fine soltanto una comunità “si impose” in questi dibattiti e decise quale sarebbe stata la fede cristiana; il credo avrebbe affermato che esiste un unico Dio, il creatore, che suo Figlio Gesù è sia umano che divino e che la salvezza è venuta grazie alla sua morte e resurrezione.

LUMEN – Quindi la scelta finì per essere storicamente casuale.
EHRMAN – Certamente. Fu questo gruppo “vincitore” a decidere quali libri sarebbero stati compresi nel canone delle Sacre Scritture. Entro la fine del IV secolo la maggioranza dei cristiani convenne che il canone dovesse includere i quattro vangeli, gli Atti degli apostoli, le lettere di Paolo e un gruppo di altre lettere come la Prima lettera di Giovanni e la Prima lettera di Pietro, insieme all'Apocalisse di Giovanni.

LUMEN – Ma chi aveva copiato, nel tempo, questi testi?
EHRMAN - Cristiani delle stesse congregazioni, cristiani intimamente consapevoli e perfino coinvolti nei dibattiti sull'identità di Dio, sulla posizione delle Scritture ebraiche, sulla natura di Cristo e sugli effetti della sua morte.

LUMEN – E quindi con tutti le alterazioni di trascrizione (casuali o anche volute) che ben conosciamo.
EHRMAN - Il gruppo che si affermò come “ortodosso”, che cioè possedeva quella che si considerava ormai «la retta dottrina», stabilì quindi cosa avrebbero creduto e letto come Sacre Scritture le generazioni cristiane future.

LUMEN – E come dovremmo chiamare le opinioni «ortodosse» prima che diventassero l'opinione maggioritaria dei cristiani? Eretiche ?
EHRMAN – Beh, eretiche mi pare eccessivo. La scelta migliore è forse chiamarle proto-ortodosse, per significare che rappresentavano le idee dei cristiani «ortodossi» prima che questo gruppo si imponesse nelle dispute, più o meno verso l'inizio del IV secolo.

LUMEN – Grazie professore per questa interessante chiacchierata.
EHRMAN – E’ stato un piacere.

sabato 6 giugno 2015

Di gracile Costituzione – 2


Il testo della Costituzione Italiana rivisitato e reinterpretato alla luce della prassi materiale sviluppatasi in questi ultimi decenni – seconda parte. LUMEN



COSTITUZIONE della REPUBBLICA ITALIANA
Parte prima - DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI
Titolo I - RAPPORTI CIVILI


Art. 13.
La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.
In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l'autorità di Pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'Autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.
È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.
La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

Lum. - La libertà personale dei ricchi e dei potenti è inviolabile.
Nei loro confronti non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale.
In casi di necessità ed urgenza, per meglio garantire la loro tutela, l'autorità di Pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all'Autorità giudiziaria, la quale, a sua volta, deve richiederne la convalida alla persona interessata.
È consentita la  violenza fisica e morale sulle vittime dei reati.
E’ esclusa la carcerazione preventiva per le persone socialmente pericolose che possono commettere nuovi reati.


Art. 14.
Il domicilio è inviolabile.
Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale.
Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.

Lum. - Il domicilio dei ricchi e dei potenti è inviolabile.
Nei loro confronti non si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, anche se previsti dalla legge.
Gli eventuali accertamenti e le ispezioni per motivi economici e fiscali possono essere eseguiti solo previo congruo preavviso.


Art. 15.
La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell'Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

Lum. -  La libertà dei ricchi e dei potenti, la segretezza della loro corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
La loro violazione può avvenire soltanto per atto motivato dei giornali scandalistici, con la garanzia di poterne comunque bloccare la pubblicazione.


Art. 16.
Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.
Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.
Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.

Lum. - Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la Pubblica sicurezza stabilisce, caso per caso,  per garantire la tranquillità e la sicurezza dei ricchi e dei potenti.
Particolari restrizioni possono essere determinate da ragioni politiche, ideologiche o religiose.
Ogni evasore fiscale è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di mancia previsti dalla prassi.


Art. 17.
I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Lum. - I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente ovunque, ed anche con le armi se in prossimità di uno stadio di calcio.
Per le riunioni delle organizzazioni malavitose, purché in luogo privato, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, in modo da evitare, se opportuno, la presenza di forze dell’ordine.


Art. 18.
I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale.
Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.

Lum. -  I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per qualsiasi fine, anche se vietato dalla legge penale.
Sono proibite, e quindi sciolte, le associazioni segrete che si fanno scoprire e quelle malavitose che si fanno arrestare.
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Art. 19.
Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Lum. - Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non rechino danno o disturbo alla Chiesa Cattolica.


Art. 20.
Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.

Lum. - Il carattere ecclesiastico ed il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione, soprattutto se collegata alla Chiesa Cattolica, può essere  causa di speciali agevolazioni legislative e di speciali sgravi fiscali per la sua costituzione,  capacità giuridica e ogni forma di attività.


Art. 21.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l'indicazione dei responsabili.
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell'Autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all'Autorità giudiziaria.
Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s'intende revocato e privo di ogni effetto.
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Lum. - Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, salvo che non rechino danno ai ricchi ed ai potenti.
La stampa è soggetta ad autorizzazioni o censure da parte di chi la controlla.
Si può procedere a sequestro della stampa a semplice richiesta dei ricchi e dei potenti che ne hanno interesse. Quando vi sia assoluta urgenza, il sequestro può essere eseguito da chiunque.
La legge può stabilire che i mezzi di finanziamento della stampa politica non vengano resi noti
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie agli interessi dei politici.


Art. 22.
Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

Lum. – Nessun politico può essere privato, neppure per motivi giudiziari, dei guadagni, delle rendite e dei privilegi già ottenuti.


Art. 23.
Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.

Lum. - Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta ai ricchi ed ai potenti, se non in base a leggi approvate con il loro assenso.


Art. 24.
Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

Lum. - Tutti possono agire in giudizio per chiedere, a proprio rischio e pericolo, la tutela dei propri diritti ed interessi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, a condizione che l’avvocato venga pagato.
E’ assicurata ai non abbienti, con apposite norme, la possibilità di presentarsi ed essere condannato davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per evitare la riparazione degli errori giudiziari.


Art. 25.
Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge.
Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.
Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.

Lum. – I ricchi ed i potenti, se lo richiedono, possono essere distolti dal giudice naturale precostituito per legge.
Qualora debbano essere processati in forza di una legge entrata in vigore prima del fatto commesso, possono chiedere l’emissione di una nuova legge ad hoc.
In caso di pericolo, possono ottenere misure di protezione e di sicurezza personale, purché a carico dello Stato.


Art. 26.
L'estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali.
Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.

Lum. - L'estradizione del cittadino può essere consentita soltanto in via teorica, a condizione che risulti materialmente ineseguibile.
Non può in alcun caso essere ammessa per i ricchi ed i potenti, salvo loro espressa richiesta.


Art. 27.
La responsabilità penale è personale.
L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte.

Lum. - La responsabilità penale dipende dalla persona coinvolta.
L'imputato può essere considerato colpevole anche prima della condanna definitiva, secondo l’opinione pubblica prevalente.
Le pene da applicare ai ricchi ed ai potenti devono consistere in trattamenti simbolici e non devono ostacolare la loro normale attività.
Non è ammessa la pena di morte, in quanto viene già applicata alle vittime degli omicidi.


Art. 28.
I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.

Lum. - I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono totalmente irresponsabili, indipendentemente dalle leggi penali, civili e amministrative vigenti, per gli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile, da applicarsi in misura ridotta o simbolica, può essere scaricata direttamente sullo Stato o sugli enti pubblici.
 

sabato 30 maggio 2015

Morte bella parea

Diceva Epicuro che: “La morte non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi, non c’è la morte, e quando c’è la morte, noi non ci siamo piú”.
“Et de hoc, satis” aggiungerei io. Invece il pensiero della morte, con tutti i suoi annessi e connessi, domina da sempre ogni cultura umana, arrivando, in molti casi, ad essere uno dei suoi tratti distintivi.
E proprio sulle profonde differenze che si sono sviluppate su questo argomento tra la cultura occidentale e quella islamica è incentrato questo breve articolo di Aldo Giannuli (tratto dal suo sito), che ho trovato molto interessante. 
LUMEN



<< Lo scontro in atto fra Occidente e Jihadisti, come spesso si dice, è di tipo asimmetrico, perché è combattuto fra Stati e formazioni clandestine, fra eserciti pensati per la guerra regolare e soggetti che conducono una guerra irregolare.

Questo è noto; quello che invece, quasi sempre, sfugge è la principale asimmetria dello scontro che, prima ancora che militare o politica, è di carattere psicologico, e dalla quale discende tutto il resto. Ed è il diverso atteggiamento di fronte alla morte dei due schieramenti combattenti.

Una delle chiavi interpretative della modernità può essere il suo rapporto con la morte. A lungo l’Europa ha condiviso con tutti gli altri modelli di civiltà il carattere prevalentemente religioso e, come tale, ha risolto il suo rapporto con la morte dentro un rapporto di fede, che assicurava un “oltre” dopo la morte; quel che, in qualche modo, conciliava l’uomo con l’idea della sua fine personale.

Man mano che si è proceduto sul sentiero della secolarizzazione, questa conciliazione è andata via via evaporando ed oggi, giunti all’età dell’ateismo e dell’agnosticismo di massa, è praticamente svanita. Oggi anche una parte dei credenti (peraltro minoranza, nella società europea) non è più tanto sicura della vita ultraterrena.

Finita anche la breve stagione romantica della “morte eroica” (per la patria o per la classe, poco importa) ed approdati all’epoca dell’iper-individualismo, l’uomo europeo (ma diciamo meglio: occidentale) si scopre solo e del tutto impotente davanti alla morte. La modernità si è costruita intorno all’idea di un dominio totale dell’uomo sulla natura e, con esso, il sogno inconfessato della vittoria sulla morte, supremo punto di arrivo di quel dominio.

Tutto l’Ottocento ha esorcizzato la morte, con strategie che decostruivano l’idea stessa della mortalità, attraverso la promessa di progressi scientifici che annullassero, se non il fenomeno stesso della mortalità, ogni singola ragione specifica di morte degradata da “destino dell’uomo” a incidente. Si muore per una malattia, per un sinistro o perché uccisi, dunque per una qualche causa efficiente accidentale. Dunque, occorre cercare di neutralizzare ogni singola causa e la scienza prometteva di farlo.

Ma con il sopraggiungere del disincanto della modernità, segnato dal “nuovo senso di disperazione”, l’uomo “moderno” ha scoperto sempre più limiti al suo sogno di onnipotenza. Il progresso non è più infinito e senza effetti imprevisti e non auspicabili.

Freud dice che ciascuno, nel suo subconscio, si ritiene immortale e l’angoscia di morte è solo il senso di colpa per un desiderio rimosso. In qualche modo, l’illusione della vita ultraterrena, coltivata dalla fede prima, e con la fede nell’onnipotenza della scienza, rendeva in qualche modo plausibile quella convinzione profonda. Ma essa ha iniziato a vacillare con la crisi della modernità, e, nel subconscio ha iniziato a manifestarsi il molesto senso di una fine individuale, senza riparo e senza speranza.

Incapace di elaborare il lutto del senso di immortalità personale, l’uomo occidentale ha decostruito l’idea della morte, lasciandola “disadorna, nuda, priva di significato. La morte non è che uno scarto di produzione della vita; un residuo inutile, lo straniero totale nel mondo semioticamente ricco, affaccendato e fiducioso abitato da abili e ingegnosi attori”. Qualcosa di indicibile, da rimuovere e nascondere.

Esaurita la strategia della modernità, affidata all’onnipotenza della scienza (anche se qualche equipe medica continua a coltivarlo dedicandosi, in tutta serietà, al delirante “progetto immortalità”) è subentrata una nuova strategia di aggiramento: la decostruzione dell’immortalità, affidata alla negazione del tempo, alla riduzione della vita ad un eterno presente, che abolisce ogni futuro e, con esso, la prospettiva di un mondo senza di noi individualmente presi.

Si vive in un presente eternizzato, che teme il confronto con la storia, che abolisce ogni previsione di lungo periodo, che rimuove il passato. E’ intollerabile l’idea del tempo in cui non ci saremo come quello del tempo in cui non eravamo. La morte è “horror vacui” e l’uomo occidentale è sempre più cenofobico, detesta l’assenza di suoni, di attività, la meditazione, la solitudine, il silenzio, ha bisogno di “fare”.

Negli ultimi venti anni le foto da satellite dimostrano l’aumento esponenziale, in tutto il pianeta, delle lucanie in orari notturni. Nello stesso tempo è in vertiginoso aumento anche il rumore: non c’è attimo della giornata in cui non siamo raggiunti da un rumore di fondo crescente. Silenzio e buio – qualità proprie della notte - sono troppo simili al “vuoto” del “dopo esistenza”, per poter essere sopportati ed anche la notte è bandita.

Ma il resto del mondo, e quello islamico in particolare, è restato estraneo a questo percorso psicologico, non ha rimosso il suo credo religioso, che resta largamente presente e creduto non tiepidamente.

Nella complessa rivolta contro la modernità segnata dal fondamentalismo, il richiamo alla fede fonda quel senso di superiorità dell’Islam rispetto alla “decadente” civiltà occidentale, che caratterizza proprio la rivalsa jihadista, documentata dallo sprezzo della vita dei suoi combattenti e dalla loro ricerca del martirio.

E qui si annida il punto critico della resistenza psicologica dell’uomo occidentale rispetto all’offensiva islamista. Gli jihadisti terrorizzano l’uomo europeo secolarizzato sia per il carattere volutamente cruento delle proprie azioni, che gli “sbattono la morte in faccia” sia, e molto di più, con la loro disponibilità al martirio, che li rende esseri “mostruosi” agli occhi della nostra società iper-individualista.

Che deterrenza puoi avere nei confronti di qualcuno che non teme la morte e che esibisce questa sua fede cieca? Di qui l’idea dell’impossibilità di un confronto politico – anche il più aspro - e la riduzione del tutto a scontro militare che deve estirpare questa presenza demoniaca. E di qui anche il tipo di comunicazione adottato dagli jihadisti che sottolineano a più non posso la morte inflitta e cercata.

Di fatto, questo fenomeno è alla base dell’ideologia sicuritaria che si è diffusa nelle nostre società rendendole fragilissime. Ed allora, chiediamoci con Marc Augè: “Non sarà che, oggi, la paura della vita abbia rimpiazzato la paura della morte ?” >>

ALDO GIANNULI

sabato 23 maggio 2015

Cartoline dal “Nuovo Mondo” - 2

Concludiamo qui il lungo post di Antonio Turiel sul “nuovo mondo” che ci attende nell’era delle risorse energetiche decrescenti (da Effetto Risorse). Lumen.

(seconda parte)


<< Il problema di questa riforma tanto profonda del sistema finanziario [abolizione del prestito con interesse - ndr] è anche maggiore di quello con la pianificazione che ponevamo prima. Se quella poneva ostacoli all'espansione del commercio non tutelato, questa riforma punta contro il cuore stesso del capitalismo.

Chi tenti di promuovere questi cambiamenti sarà tacciato di essere un comunista obsoleto o qualcosa di peggio, visto che un tale grado di intervento suona come appropriazione e statalismo. Ed è una critica, questa, fatta un po' alla leggera, poiché il comunismo di taglio statalista che il mondo ha conosciuto è nocivo tanto quanto il capitalismo o di più (…). Ma di sicuro c'è un fondo di ragione in essa, visto che i marxisti classici attaccavano i diritti remunerativi del capitale ed in questo senso la coincidenza con ciò che è esposto sopra è piena.

Dato che l'enorme carico ideologico del dibattito capitalismo-comunismo durante i decenni della Guerra Fredda non si è ancora dissipato del tutto e potrebbe ravvivarsi mentre si mettono in discussione le basi teoriche e pratiche del nostro sistema economico, mi sembra praticamente impossibile avere un dibattito ragionevole fra i cittadini sull'impossibilità logica di mantenere il credito con interessi e l'imperiosa necessità delle riforme espresse sopra: qualsiasi tentativo di procedere con questa discussione si impantanerà in diatribe interminabili sui vecchi argomenti di 30 anni fa.

Come modalità più pratica, il mio suggerimento sarebbe, semplicemente, di prescindere da qualsiasi tipo di finanziamento convenzionale, ricorrendo all'appoggio delle comunità locali per portare avanti piccoli progetti concreti, mentre il sistema finanziario collassa da solo.
Questa strategia ha il rischio che lo Stato possa lanciare qualche iniziativa legislativa per perseguire [giuridicamente] queste strade alternative (…). Pertanto, le comunità dovranno che sondare molto bene il terreno che calpestano ed assicurarsi che le loro iniziative siano sempre scrupolosamente legali e che quindi non vengano individuate dal radar.  

CAMBIAMENTO DEL SISTEMA PRODUTTIVO
 In un mondo con energia disponibile in netta decrescita e risorse sempre più scarse, è impossibile conservare un sistema orientato alla produzione. Strategie come l'obsolescenza programmata dovranno essere progressivamente abbandonate e gli sforzi dovranno essere diretti ad ottenere nuovi progetti che assicurino una maggior riparabilità, riciclabilità e riutilizzo. Ciò crea un problema per le imprese, che dovranno ri-orientare i loro modelli d'affari, in modo che i loro risultati non dipendano dal vendere di più, ma dal vendere meglio.

Nel caso delle imprese che producono beni di consumo di massa, che siano materiali o immateriali, il cui target di clientela sia la classe media calante, avranno il problema aggiuntivo di adattarsi alla diminuzione della capacità d'acquisto dei loro clienti e la diminuzione obbiettiva del loro mercato potenziale.

In aggiunta, le imprese dovranno ricorrere sempre di più alle proprie risorse finanziarie visto che la loro prospettiva non sarà quella di crescere, ma all'inizio di calare e alla fine, se hanno fortuna, di stabilizzarsi. Ciò renderà tutto molto più difficile e l'evoluzione generale dei progetti molto più lenta, a meno che non possano contare sul finanziamento partecipativo a interesse zero (e non riescano ad aggirano i problemi indicati sopra).

Aggiungete, a tutto quanto si è detto, che assegnare le risorse per riscattare le imprese la cui sostenibilità a lungo termine è dubbia è una strategia destinata al fallimento. Per esempio, pensando a medio e lungo termine non ha senso aiutare il settore dell'automobile, come di certo non ha senso puntellare le compagnie aeree o il settore del trasporto su strada, nonostante il peso economico così importante che questi settori hanno in questo momento.

Il grande problema del cambiamento di sistema produttivo è che le riforme proposte sono anche molto radicali e sono diametralmente opposte a tutto ciò che si insegna oggigiorno nelle scuole di economia di tutto il mondo. Gli specialisti di queste scuole obbietteranno che tutti questi cambiamenti portano ad una perdita di produttività e di efficienza economica enorme. Ed hanno tutte le ragioni. Ciò che succede è che il problema è di impossibilità, non di convenienza: con risorse limitate ed in decrescita il loro modello semplicemente non funziona.

E' dubbio che accetteranno tali argomenti, così non si può far altro che aspettare che la forza degli eventi finisca per convincerli. [Inoltre] è anche vero che, durante la transizione, un'impresa che puntasse fortemente sul cambiamento di modello sarebbe meno competitiva, mentre ancora c'è una certa abbondanza energetica, pertanto avrebbe molti problemi a sopravvivere fino al momento in cui il modello fossile attuale smette di funzionare.

Per questo motivo, molti autori danno per assodato che la società industriale finirà necessariamente con la fine dei combustibili fossili. Che l'industria dovrà essere ridefinita è evidente, che scompaia del tutto dipenderà dalle decisioni che si prendono, ed in ogni luogo la storia sarà diversa.

GESTIONE DELLE INFRASTRUTTURE
Nel momento in cui sono state create, le infrastrutture hanno fornito un grande valore tanto economico quanto sociale: le ferrovie mettevano in comunicazione città un tempo lontane, i porti permettevano di trasportare grandi volumi di mercanzie su grandi distanze, la rete elettrica portava luce nella notte, ecc.  Ma nella misura in cui le infrastrutture stavano crescendo in dimensione ed estensione, ed allo stesso tempo invecchiavano, si sono trasformate progressivamente in un maggior carico, il che implica un maggior consumo di risorse.

Salvo eccezioni onorevoli, nella maggior parte delle infrastrutture è mancata una pianificazione a lungo termine e il beneficio marginale che supponeva ogni nuovo livello delle infrastrutture è andata diminuendo (e probabilmente in alcuni casi è diventata negativo). Riasfaltare periodicamente le strade è molto oneroso, la rete elettrica ha bisogno di essere controllata e mantenuta, le ferrovie richiedono una manutenzione continua (specialmente le linee ad alta velocità), persino mantenere le luci accese di notte implica una spesa costante.

Ma se le risorse disponibili calano, la parte necessaria per mantenere tutte le infrastrutture semplicemente non ci sarà. Di fronte a questo problema ci sono due possibilità. La prima è far finta di far vedere all'opinione pubblica che non c'è alcun problema, ma di fatto trascurare alcune infrastrutture, in modo poco ordinato, per cui i problemi si aggravano – e sono pertanto più costosi da sistemare – col tempo (...).

La seconda opzione consiste nel prendere decisioni audaci – non sempre ben recepite dall'opinione pubblica – e procedere con uno smantellamento ordinato di alcune infrastrutture con l'intenzione di sostituirle con altre meno costose e più resistenti. Per esempio, la decisione che hanno preso alcune contee degli Stati Uniti di non riasfaltare le strade sotto la loro responsabilità e, al contrario, riportarle a strade di terra e ghiaia.

Fra tutte le infrastrutture in pericolo di abbandono volontario o involontario, quelle collegate al trasporto sono particolarmente a rischio: in un mondo con meno energia l'iper-mobilità che ha caratterizzato gli ultimi decenni è condannata a scomparire; quindi così tante strade, porti, aeroporti e persino ferrovie - che per giunta sono anche molto costose - perdono di senso.

La cosa ideale, di nuovo, sarebbe progettare un piano di decrescita energetica e, in base a quello, decidere cosa si deve abbandonare, cosa si deve sostituire e a cosa fare manutenzione. Ed anche prendere decisioni su ciò che ora non esiste, ma che è necessario costruire per affrontare il futuro (per esempio, porti fluviali).

Il problema più grande per il cambiamento di modello di gestione delle infrastrutture ha radici, soprattutto, nella grande capacità di pressione ed influenza che ha il settore dei trasporti, che interpreterà come un'aggressione qualsiasi decisione in linea con la decrescita energetica che lo colpisca, negando probabilmente di accettare che non solo i giorni di gloria del trasporto non torneranno, ma che le cose andranno sempre peggio.

E' problematica anche le tendenza elitaria, che convergerà verso la creazione di mezzi di trasporto per ricchi e mezzi di trasporto per poveri.

RILOCALIZZAZIONE
Giustamente, se manca l'energia, né i materiali né le persone potranno viaggiare per lunghe distanze.

Dall'altra parte, mentre diminuisce la dimensione dell'economia diminuiranno anche i legami di lunga distanza e sarà l'attività locale quella che genererà una parte sempre maggiore del reddito delle persone. Insomma, i soldi non viaggeranno per grandi distanze e l'industria locale sarà quella che crea l'impiego locale e soddisfa il consumo locale, formando un ecosistema economico chiuso in se stesso e di dimensioni sempre più piccole.

Per evitare la carenza di beni e servizi cruciali, come lo sono gli alimenti o i vestiti ma anche la sanità e l'educazione e cose più prosaiche ma fondamentali come motori di base e macchine elementari, così come veicoli ed automobili semplici, si dovrebbe pianificare accuratamente quello che si produrrà e dove, in modo da assicurare un minimo livello di funzionalità senza dover uscire dalla scala locale.

Il grande problema delle rilocalizzazione è che la parola è già stata abbastanza umiliata da queste parti e molto spesso si trova in discorsi vuoti, senza contenuto. E' molto più facile parlarne che fare qualcosa di positivo nella sua direzione. >>

ANTONIO TURIEL