Un post di Jacopo Simonetta sulla trappola dei ritorni decrescenti: ovvero, quando si continua a produrre anche in perdita, perché non si riesce a fermare il meccanismo. Ci siamo entrati perché siamo diventati troppi. Come possiamo uscirne ? Facendo esattamente il contrario. Lumen
<< [Secondo] un modello economico proposto da Herman Daly, l’incremento della produzione di beni e servizi non necessariamente giova all'economia; anzi può diventare la macchina che la distrugge. Sembra un paradosso, ma non lo è, come molti dei fenomeni che stanno condizionando il nostro presente ed il nostro futuro. (…)
Ad ogni attività commerciale, come ai processi biologici, si applica l’implacabile legge dei ritorni decrescenti. Qualunque cosa cresca, da un certo momento in poi, comincia ad incontrare una resistenza sempre maggiore al suo sviluppo, finché questo necessariamente si arresta. In termini termodinamici la faccenda si spiega col fatto che, man mano che qualcosa cresce, aumentano le sue necessità e, dunque, le sue difficoltà a reperire abbastanza energia per continuare a crescere.
Contemporaneamente, ogni accrescimento comporta anche un aumento dei costi, siano questi energetici, monetari o d’altro genere. (…) Per reperire più cibo è necessario camminare di più. Per catturare più luce occorre mantenere tronchi e rami sempre più grandi e pesanti. Per pompare più petrolio è necessario perforare pozzi sempre più profondi eccetera. Fino a che le uscite equivalgono alle entrate e la crescita si ferma. (…)
Quello che di solito non si dice è che, col tempo, le strutture realizzate per catturare energia si usurano ed aumenta quindi il bisogno di energia per la loro manutenzione. Man mano che il tempo passa, il fabbisogno di energia aumenta, aumentano le difficoltà a reperirne abbastanza ed i sistemi cominciano a diventare fatiscenti, finché collassano.
Tutte le strutture dissipative, di qualunque natura e dimensione, invecchiano e muoiono; dalle cellule alle galassie. Ed è un bene, perché è proprio questo che consente l’evoluzione. “La Morte è l’artificio mediante cui si mantiene la Vita” diceva Goethe.
Tornando alle nostre preoccupazioni economiche, se è assodato che i vantaggi marginali non possono che diminuire ed i costi marginali non possono che aumentare, come è possibile pensare che la crescita economica possa proseguire all'infinito? Sostanzialmente per due motivi:
Il primo è che, comunemente, si ritiene che i ritorni decrescenti si applichino alle singole attività, ma non alle economie complessive. Si presume infatti che ci sia sempre la possibilità di inventare nuovi prodotti o servizi, man mano che quelli già disponibili raggiungono il fatidico livello d’arresto. Un’idea che era perfettamente ragionevole quando fu concepita, un paio di secoli or sono.
All'epoca, sulla Terra c’era meno di un miliardo di persone, abbondanza di risorse e spazi apparentemente illimitati in cui disperdere i nostri rifiuti. Pensare la stessa cosa oggi - in un mondo in cui ogni giorno ci sono 300.000 persone in più a grattare il fondo del barile di risorse come l’acqua, il suolo, la biodiversità e l’aria; un mondo in cui le caratteristiche chimiche e fisiche dell’atmosfera e degli oceani sono state gravemente alterate dall'accumulo di rifiuti - è semplicemente una stupidaggine.
Il secondo motivo è (…) che disponiamo di potenti mezzi in grado di spostare il famoso punto di equilibrio del “quando fermarsi” sia a livello di singole attività che di intere economie: la crescita demografica, la pubblicità (e tutti gli altri trucchi del consumismo), il progresso tecnologico. (…)
[Però] all'aumentare dei consumi, il vantaggio marginale diminuisce ed i costi salgono, fino a che si equivalgono. Oltrepassare questo punto di equilibrio significa investire per distruggere ricchezza, anziché costruirne. Chi potrebbe fare una cosa simile? Eppure succede.
Vediamo i tre punti di possibile crisi.
1 - Il “ Limite economico” si raggiunge quando la curva dei benefici calanti incrocia quella dei costi montanti. E’ questo il famoso punto “quando fermarsi”. Qui è fondamentale tener presente che, parlando di intere economie e non di singole attività, la curva dei costi include necessariamente anche tutte le esternalità che, invece, non figurano nei bilanci delle imprese. Questo è uno dei motivi per cui spesso le imprese trovano vantaggioso spingere l’economia generale in territorio collettivamente negativo.
2 – Il “limite di saturazione” (…) corrisponde a quando la gente ne ha fin troppo di qualcosa. Smette di comprare, la curva dei vantaggi precipita e finisce il gioco. L’economia neoclassica nega formalmente l’esistenza di questo limite con il postulato di “non sazietà”, la cui validità è però smentita dai fatti, oltre che dallo sviluppo iperbolico dell’industria pubblicitaria e, più in generale, tutto l’armamentario del consumismo.
Ma anche altre forzanti, in particolare la crescita demografica, possono facilmente spostare il limite economico ben addentro al territorio della crescita anti-economica. Cioè in posizioni in cui la somma dei costi, comprese le esternalità, supera i ricavi. Parlando di economie, il fatto di aver raggiunto od anche superato il punto di equilibrio non significa infatti che tutte le attività siano negative. Anzi, di solito alcune vanno meglio di prima ed altre nuove nascono, anche se si sviluppano a spese di altre che chiudono.
In pratica, l’economia diventa un gioco a somma negativa, ma ciò non impedisce che vi siano dei vincitori, e poiché sono proprio questi che assurgono al potere vi sono ben poche possibilità che fermino la macchina. Ma quel che è più importante, è che in questo modo ci si avvicina al terzo limite.
3 – Il “Limite della catastrofe ecologica”. Sappiamo, o dovremmo sapere, che qualunque attività umana modifica l’ecosistema da cui preleva le risorse necessarie e scarica i rifiuti risultanti. Entro certi limiti, l’ecosistema si adatta, mantenendo comunque una sua funzionalità. Oltre questo limite, l’ecosistema collassa in un sistema quasi privo di vita, completamente incapace di sostenere qualsivoglia attività umana.
L’esempio classico è quello della messa a coltura di territori vergini, che può portare allo sviluppo di agro-ecosistemi molto complessi e vitali, così come a lande desolate a seconda dell’intensità con cui si sfruttano i suoli, l’acqua e la biodiversità.
Anche l’esistenza di questo limite viene esplicitamente negata, o perlomeno ridotta ad una possibilità del tutto teorica, dalla scuola economica corrente, in base al presupposto che lo sviluppo economico sia in grado di produrre anche i mezzi per riparare i danni che produce. Il fatto che un’infinità di attività e di economie siano già collassate, assieme agli ecosistemi di cui vivevano, non sembra interessare i grandi guru del denaro.
Ma ciò che qui ci interessa è il ruolo chiave rivestito dalla tecnologia. L’effetto principale del progresso tecnico è infatti quello di rendere più efficienti i processi produttivi. L’intera élite mondiale, ed anche buona parte della risicata nicchia ambientalista, conta proprio sull'aumento dell’efficienza produttiva per togliere dal fuoco le castagne dell’umanità senza che nessuno si faccia troppo male.
Ma se i processi produttivi diventano più efficienti, i costi di produzione diminuiscono, la curva dei costi marginali si sposta verso il basso ed il punto di equilibrio verso il punto di rottura che scatena la catastrofe. (…) Parlando di economia globale, non sappiamo esattamente dove questo “punto” si trovi, anzi potremmo addirittura averlo già superato. Non possiamo saperlo, ma possiamo essere certi che c’è.
In altre parole, l’aumento di efficienza produttiva e commerciale porta benefici a chi se ne serve, ma a costo di avvicinare progressivamente il sistema alla soglia di collasso. Finché vi sono ampi margini di manovra, rappresentati da risorse e possibilità di smaltimento prive di forti controindicazioni, i vantaggi superano certamente gli svantaggi.
Non per nulla, in ogni società che è collassata, i successi del passato hanno indotto la gente a tenersi stretto il suo progresso. (…) D'altronde, per una società umana mollare la presa significherebbe avviare volontariamente il proprio declino politico ed economico. Cioè restare a pancia vuota o essere invasi (…) Ma continuare ad alzare la posta ha sempre avuto il risultato di rimandare la resa dei conti, finché non sopraggiunge il cacciatore, nelle vesti di una raffica di catastrofi tanto più devastanti, quanto più a lungo è stato possibile rimandare.
Sono pochissimi e parziali gli esempi storici di società che sono state capaci di fermarsi ad un livello a cui era ancora possibile stabilizzare il sistema per periodi relativamente lunghi. Dunque il rilancio economico, ed ancor più il progresso tecnologico da cui ci attendiamo salvezza, sono esattamente quelle cose che hanno già condannato a morte molti di noi e forse l’umanità intera, se non la Biosfera.
Dovremmo allora considerare “cattiva” la tecnologia ? Sarebbe come se un gatto considerasse cattivi i propri artigli perché gli hanno permesso di catturare tutti i topi del quartiere. Non ha senso. (…) Il fatto è semplicemente che abbiamo elaborato una forma di evoluzione troppo efficiente e questo ci ha permesso di distruggere una buona fetta del Pianeta.
Per chi ne ha assaporato i frutti, è stato bello non sentire più la fame, poter guarire da tante malattie, andare in vacanza ed in pensione, viaggiare in automobile o in aereo, eccetera. Niente di strano che più sentiamo sfuggirci tutto ciò, più forte stringiamo la presa. E chi è vissuto sperando di realizzare lo stesso sogno, ucciderà e morirà prima di rinunciarvi. La tecnologia ci ha spacciati non già perché sia cattiva, bensì perché funziona troppo bene ! > > JACOPO SIMONETTA