Il post di oggi è dedicato all'arte e contiene un breve dialogo del sottoscritto con Copilot a proposito del valore dei quadri falsi. A seguire una breve nota tratta dal web su Han Van Meegeren, il più grande falsario del '900.
LUMEN
LUMEN - Qualcuno ha detto che se un quadro falso è indistinguibile da uno vero (se non con analisi scientifiche, di tipo chimico), non c'è motivo che valga di meno di quello originale, salvo che per motivi storici.
COPILOT - Hai toccato una questione affascinante e controversa, Lumen, una vera soglia tra estetica, ontologia e mercato. L’idea che un falso indistinguibile possa avere lo stesso valore di un originale, se giudicato solo dall’esperienza visiva, è stata sostenuta da diversi pensatori, ma anche contestata con forza.
= Argomenti a favore: il valore estetico indipendente dall’autenticità.
> Nel pensiero di Nelson Goodman e Arthur Danto, l’opera d’arte non è solo un oggetto fisico, ma un “oggetto interpretato”. Se il falso produce la stessa esperienza estetica, allora — secondo alcuni — non c’è differenza ontologica.
> Walter Benjamin, nel suo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, suggerisce che la “aura” dell’originale si perde nella riproduzione, ma ciò non nega il valore estetico della copia.
> Il paradosso del museo: se un quadro falso è indistinguibile e produce la stessa emozione, il suo valore esperienziale è intatto. Solo la provenienza lo distingue.
= Argomenti contrari: autenticità come valore storico e relazionale
> L’originale è un nodo di relazioni: è stato toccato dall’artista, ha una storia, una traiettoria, una firma. Il falso è un simulacro, privo di genealogia.
> Il mercato dell’arte si fonda sulla provenienza, sull’unicità, sulla rarità. Il valore economico è legato alla traccia storica, non solo alla forma.
> L’etica della creazione: il falso, anche se perfetto, è una menzogna intenzionale. L’arte è anche verità, intenzione, contesto.
Potremmo dire che il falso perfetto ha valore estetico, ma non valore auratico né storico. È come una poesia anonima: può commuovere, ma non ha la firma che la collega a una biografia, a un tempo, a un gesto.
LUMEN - Cosa intendi per valore auratico ?
COPILOT - Il termine “valore auratico” viene da Walter Benjamin, filosofo e critico culturale tedesco, che lo usa nel suo celebre saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). Vediamolo insieme:
Cos’è l’aura? L’aura è quella presenza unica e irripetibile che un’opera d’arte possiede quando è radicata in un tempo, un luogo, una storia. È l’insieme di:
> Autenticità: l’opera è originale, non riproducibile.
> Contesto storico: è legata a un’epoca, a un autore, a un gesto.
> Distanza reverenziale: l’opera non è “consumabile” come un oggetto qualsiasi; si contempla, si rispetta.
Benjamin scrive: “L’aura è l’apparizione unica di una lontananza, per quanto essa possa essere vicina.”
Quando l’aura si perde? Con la fotografia, il cinema, la stampa — cioè con la riproduzione tecnica — l’opera d’arte perde la sua aura. Diventa accessibile, moltiplicabile, decontestualizzata. Un Mondrian stampato su una tazza non ha aura, anche se ha forma.
Perché è importante? Il valore auratico distingue l’originale dal falso, l’opera dall’oggetto, l’esperienza dalla fruizione. È ciò che ci fa emozionare davanti a un quadro autentico, anche se ne abbiamo visto mille riproduzioni.
In sintesi: il valore auratico è la dignità invisibile di un’opera: la sua storia, la sua unicità, il suo essere “qui e ora”. Un falso perfetto può ingannare l’occhio, ma non può generare aura, perché non ha vissuto.
LUMEN - Sono troppo razionale e materialista per farmi affascinare dall'aura, Mi sembra di vedere un parallelo tra l'aura artistica e la spiritualità del pensiero. E siccome non ho nessuna stima della seconda, non posso averla neppure della prima.
IL PIU' GRANDE FALSARIO DEL XX SECOLO
Han Van Meegeren si può considerare uno dei più grandi falsari di tutti i tempi. Nacque il 10 ottobre 1889 a Deventer nei Paesi bassi, terzo figlio di una coppia cattolica.
Avvilito per il non essere mai considerato dai critici un bravo pittore e di venire sempre accusato di imitare troppo lo stile antico, egli finì per chiudersi nella sua bottega a perfezionare un sistema capace di realizzare quadri falsi perfetti come gli originali.
Si specializzò soprattutto nelle opere di Vermeer e divenne in tal modo ricco, anzi ricchissimo, tanto da possedere un patrimonio del valore di circa 20 milioni di euro attuali.
Meegeren riproduceva immagini pittoriche come se fossero usciti dai pennelli del maestro del passato, invece erano soggetti neppure mai affrontati da loro.
Nel 1945 gli alleati scoprirono in Austria (in una miniera di sale), più di mille opere rubate dal nazista Hermann Goring e tra loro, vi era un bellissimo Vermeer intitolato “Cristo e l'adultera”.
Dai documenti allegati risultò che fu comprato da un mercante olandese, Meegeren appunto, il quale naturalmente, venne subito accusato di collaborazionismo e complicità con il nemico in tempo di guerra.
Non c'era da scherzare, rischiava la pena di morte e per difendersi il falsario dovette così dimostrare a tutti quanto era bravo a dipingere eseguendo in carcere la sua ultima opera: “Gesù fra i dottori”.
Meegeren fu assolto dalla accusa che lo avrebbe fatto finire su un patibolo, ma rimasero vive quelle di falsificazione e frode.
Il pubblico ministero era ormai venuto a sapere di altre opere da lui dipinte a danno di terzi per cui fu condannato a un anno di prigione più la confisca di tutte le sue proprietà e opere d'arte.
L'abile copista, però, non fece in tempo a ricorrere in appello, in quanto nel novembre del 1947 morì di attacco cardiaco.
Le sue copie oggi valgono delle vere fortune esattamente come gli originali di Veermer. Curiosità: Il generale nazista Goring, braccio destro di Hitler, pagò il quadro di Vermeer a Meegeren con banconote false.
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